A chi comoda e chi no la Legge Fornero

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Legge Fornero, il centrodestra vuole abolire la riforma delle pensioni:

In particolare la riforma impone il sistema di calcolo contributivo nella costruzione della pensione di tutti i lavoratori: la pensione viene così calcolata in base ai versamenti effettuati dal lavoratore e non agli ultimi stipendi percepiti.
Abolita la “pensione di anzianità” (ovvero quella calcolata in base al numero di anni di lavoro), resta la ”pensione di vecchiaia”. Tra gli “effetti collaterali” della Riforma Fornero il problema causato agli esodati, cioè ai lavoratori che avevano sottoscritto accordi aziendali o di categoria che prevedevano il pensionamento di vecchiaia anticipato rispetto ai requisiti richiesti in precedenza. Complice l’innalzamento dell’età del pensionamento costoro sono rimasti senza più stipendio e senza ancora pensione.
E’ stato detto correttamente da Salvini a Strasburgo che questa legge comoda all’Unione europea, costruita a tavolino da qualcuno che non considera i popoli come uomini e donne, ma come numeri.

La legge Fornero sul sistema pensionistico è tornata di grande attualità con le elezioni, tra chi come il centrodestra in caso di vittoria prometteva di abolirla e chi invece ne difendeva l’impianto di base. Ma cosa prevede la riforma che porta il nome dell’ex ministro del Lavoro nel governo Monti? E quali sono i suoi meriti?

http://www.today.it/politica/elezioni/politiche-2018/fornero-pensioni-programma-centrodestra.html
Legge Fornero, il centrodestra vuole abolire la riforma delle pensioni: ecco quanto costerà:
La riduzione dell’età per accedere alla pensione è un punto spinoso perché va garantito l’equilibrio del sistema previdenziale visto che la cancellazione della legge Fornero ha un costo che viene valutato in circa 140 miliardi di euro. Secondo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato i conti salgono se si considerano i risparmi cumulati fino al 2060: cancellare la legge Fornero significa rinunciare a 350 miliardi di euro.
Salvini vorrebbe riformare il sistema in 5 mesi, ma in pratica vorrebbe dire trovare 23 miliardi entro il 2020, poi 17 miliardi in più ogni anno: quanto un punto del prodotto interno lordo del paese.
Sul punto ha precisato l’eurodeputato forzista Tajani: “La Fornero va corretta, anche la Corte Costituzionale è intervenuta per questo, ma nessuno vuole farlo senza le dovute coperture”.

E, ora, Barbara Weitz: Nessuno tocchi la Legge Fornero

Andare in pensione più tardi per andarci tutti, FMI e BCE in difesa della Legge Fornero: per la tutela del sistema previdenziale italiano, l’età pensionabile deve alzarsi.
Le istituzioni economiche internazionali (buona parte della Troika, si potrebbe dire) scendono in campo a difesa della Legge Fornero: il FMI (Fondo Monetario Internazionale) definisce la spesa italiana per le pensioni la seconda più alta d’Europa, e la BCE (Banca Centrale Europea) avverte che l’invecchiamento della popolazione richiede di proseguire sulla strada delle politiche previdenziali di innalzamento dell’età pensionistica.
Sullo sfondo, le politiche previdenziali dei due partiti usciti vincitori dalla tornata elettorale, Lega e M5S, che invece prevedono passi indietro rispetto alla Riforma Fornero, ad esempio in materia di accesso alla pensione anticipata con 41 anni di contributi o di ripristino del sistema delle quote (con la possibilità di andare in pensione per la quota 100).

Partiamo dal Fondo Monetario Internazionale, che in un report di Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi, definisce troppo elevata la spesa previdenziale italiana, pari al 16% del PIL.

E ne evidenzia alcune incoerenze proponendo delle contromisure: stretta sulle pensioni di reversibilità, al 2,75% del PIL, le più alte d’Europa e innalzamento dell’aliquota dei lavoratori autonomi al 27%, dall’attuale 24%, per sanare la disparità di aliquote con i lavoratori dipendenti, al 33%, riducendo il gap.
La BCE interviene invece con le statistiche del Bollettino Economico: la percentuale di persone over 65 rispetto al totale dei lavoratori dai 15 ai 64 anni sarà oltre il 52% nel 2070, dall’attuale 30%. Questi i dati europei, mentre in Italia la percentuali di lavoratori con almeno 65 anni sarà superiore al 60%.Risultato: le politiche che contribuiscono ad alzare l’età pensionistica sono corrette perché riducono lo squilibrio futuro. In generale, sottolinea la BCE:
molti paesi hanno già implementato riforme dei sistemi pensionistici dopo la crisi del debito sovrano sebbene il passo delle riforme abbia fatto registrare un rallentamento di recente. Ulteriori riforme in questa aerea sono essenziali e non devono essere ritardate, anche alla luce di considerazioni di politica economica.

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IL RENZI POLITICO

Tutti i suoi avversari hanno perso più di lui. Lo sa e non molla. Scrive Guglielmo Donnini:

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Renzi c’è, si fa intervistare dal Corsera, scrive una enews e ‘brucia’ la direzione Dem: da oggi ‘guerra’ nel partitoSi era ritratto dalla scena, diceva di ‘non esistere’ e invece il segretario dimissionario piazza le sue mine e torna alla lotta
15 minuti fa
Angela MauroInviata speciale – Huffpost Italia
Aveva detto che se ne andava a sciare e che comunque oggi in direzione non sarebbe venuto. Chiunque della stampa lo abbia sentito dopo la sconfitta elettorale, si è visto rispondere: “Non esisto, occupatevi degli altri partiti…”. E invece Matteo Renzi, pur dimissionario dalla segreteria Pd e comunque assente dalla direzione nazionale di oggi, c’è, eccome. Si fa intervistare da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. E poi scrive pure una enews, a ridosso della direzione Pd del pomeriggio. Di fatto, ‘brucia’ la riunione convocata per formalizzare le sue dimissioni e per stabilire il percorso da qui all’assemblea di aprile. Annuncia battaglia.
Nella enews, pubblica la risposta ad un elettore ammalato di sla, conosciuto a Milano nel tour elettorale. Eccola: ”
Caro Paolo, io non mollo. Mi dimetto da segretario del PD come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri. E quando penso che in Italia ci sono persone come te, innamorate della vita e talmente coraggiose da non aver paura di sfidare malattie devastanti, ti dico che sono orgoglioso di averti conosciuto. E di lottare insieme a te. Abbiamo perso una battaglia, caro Paolo, ma non abbiamo perso la voglia di lottare per un mondo più giusto. Lo faremo insieme, con il nostro sorriso e con la nostra libertà. Io non mollo, ma soprattutto non mollare tu! Ti abbraccio e ti voglio bene, Matteo.
A tutti quelli che mi hanno scritto chiedendomi di non mollare rispondo nello stesso modo. E dico innanzitutto grazie per questi bellissimi anni di lavoro insieme. Il futuro prima o poi torna.
Nell’intervista al Corsera, ribadisce che il posto Pd è all’opposizione, nega di voler andar via dal Pd: “Me ne vado dalla segreteria, non dal partito”. Parla di “viltà” e “piaggeria”, sparge veleni, cominciando a togliersi vari sassolini dalle scarpe.
“Da oggi comincia la guerra”, ci dice una fonte renziana scrutando i movimenti delle truppe in cui sono divisi i Dem. Dietro, c’è la consapevolezza che l’area di maggioranza, finora militarizzata intorno al segretario fiorentino, si stia sfaldando. E come sempre succede in questi passaggi complicati per il Pd, i riflettori sono puntati sulle truppe di Franceschini, terra di mezzo e ‘tesoretto’ di ogni maggioranza interna. Non tanto per i numeri: i franceschiniani sono stati ridotti dall’ultimo congresso, sia in direzione, che in assemblea. Quanto perché, una volta dimesso Renzi, il ministro dei Beni Culturali e i suoi potrebbero fare scouting tra gli stessi renziani e in altre aree, per dire tra i parlamentari del vicesegretario Maurizio Martina, che oggi dovrebbe ricevere l’incarico di traghettare il partito fino all’assemblea di aprile, che eleggerà un segretario (ipotesi Delrio per ora è la più gettonata dall’attuale maggioranza, sempre se resterà tale).
Dal punto di vista renziano, l’obiettivo di queste manovre dovrebbe essere quello di eleggere capigruppo più moderati. Vale a dire più aperti ai richiami alla responsabilità di Sergio Mattarella: oggi il presidente ne ha fatto un altro, il secondo nel giro di quattro giorni. Insomma, manovre per spostare pian piano il Pd da una posizione di opposizione dura e pura ad una più flessibile di governo ed evitare così il ritorno al voto.
Si vedrà. Ma ciò che è ancor più chiaro oggi è che Renzi non starà a guardare. Combatterà. Per ora dentro il Pd. E chissà che dal suo cilindro non esca un accordo con il centrodestra, escluso quello con il M5s. Non passa giorno senza che Renato Brunetta ripeta l’appello al Pd. Oggi lo fa su Radio Capital: “Il centrodestra potrebbe anche dire ‘diamo una presidenza delle Camere al Partito democratico’, nella linea di un percorso da costruire, di un appoggio esterno ad un prossimo governo…”.
Per ora Renzi sembra aver già messo da parte la sconfitta. E torna alla lotta, come faceva quando doveva scalare il partito o il governo. Nella enews scrive dei suoi propositi da senatore Dem:
Avevo promesso ai miei concittadini di lavorare ad una proposta di legge sui temi delle botteghe, dell’artigianato, dei piccoli negozi di vicinato. Nei prossimi giorni riunirò le associazioni di categoria fiorentine per farmi aiutare a valorizzare i punti più importanti, dalla burocrazia alla sicurezza, dalle tasse alla gestione del web. Se, tra gli amici del popolo delle E-News, qualcuno ha voglia di dare una mano, aspetto volentieri i contributi su matteo@matteorenzi.it.
Ma soprattutto sottolinea che adesso il tono è cambiato:
Visto che non ho più ruolo istituzionale posso permettermi di tornare ai vecchi tempi quando le E-News erano ricche di consigli di lettura o di visione. Il consiglio di questa settimana settimana è vedere The Post. Non solo perché un film diretto da Steven Spielberg con Meryl Streep e Tom Hanks vale la pena a prescindere. Ma anche perché il tema del rapporto tra stampa e potere è fondamentale e lo sarà sempre di più nei prossimi anni. “La libertà di stampa è fatta per i governati, non per i governanti”: concetto bellissimo che vale per il mondo del 2018, non solo per quello di mezzo secolo fa. E infatti quanto bisogno abbiamo di giornalisti che facciano scoop con le vere notizie – togliendo ogni alibi al potere – e non si limitano a rincorrere il chiacchiericcio quotidiano… Un film bellissimo, da vedere. Fossimo ai tempi del liceo mi piacerebbe farci un cineforum con qualche giornalista e qualche politico. Tema fantastico per le assemblee studentesche, insomma. E non solo per quelle. Nel frattempo voglio che sia chiaro che continueremo il nostro impegno contro le Fake News ringraziando fin da adesso i tanti amici che vorranno darci una mano con segnalazioni dal mondo della rete. Anche in quella battaglia non si molla.
Un sorriso, oggi doppio (nonostante il tempo fuori).
Matteo

Che accadrà dopo il voto? Ecco lo scenario più probabile.

Marco Mori
Il voto del 4 marzo, contrariamente a quanto ritenuto dai media non ha in realtà cambiato nulla di sostanziale nel panorama politico italiano. Cambiano gli attori, è vero. Ma il regista è sempre lo stesso, l’Unione Europea, come prova anche la calma dei mercati.
Ma andiamo con ordine. Il cd. “rosatellum”, un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 3%, ha una chiara funzione e lo abbiamo visto bene con queste elezioni. E’ servito ad obbligare, per poter governare, all’alleanza tra due dei tre competitori sulla scena politica nazionale e a tagliare fuori le altre forze dal Parlamento.
Tale alleanza necessitata tra due forze rivali rappresenta un’evidente garanzia di prosecuzione, in questa come nelle successive legislature, delle riforme gradite a Bruxelles. Sento già l’obiezione di alcuni, non potrebbero allora allearsi due forze euro scettiche?
Anni fa si ventilava in verità di un’alleanza Lega-M5S. Erano ancora i tempi in cui il movimento dichiarava di non volersi mischiare con nessuno (non era ancora il momento per farlo) e ciò creava una grande rabbia in tutti, poiché allora entrambi i partiti avevano posizioni contrarie all’UE e, almeno a parole, parevano pronti all’euroexit. Tutti pertanto gli chiedevano di mettere da parte le differenze per portare l’Italia al riscatto della sua sovranità. Ricordo lo stesso Claudio Borghi mentre proponeva questa soluzione a Marco Zanni (allora ancora nel M5S), ad un evento che organizzò il blog “Scenarieconomici” a Roma.
A distanza di anni quel sogno avrebbe effettivamente i numeri per diventare realtà, visto che dopo il 4 marzo il movimento e la lega insieme hanno effettivamente raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato. Nonostante ciò “purtroppo” l’alleanza in questione non ci sarà mai e le ragioni dovrebbero essere ovvie anche ad una pietra. Basta aver prestato una minima attenzione agli atti e ai fatti concreti avvenuti in questi anni, anziché alle chiacchiere dei teleimbonitori.
Il cinque stelle era in realtà il partito che doveva raccogliere il dissenso più orientato alla sinistra e disattivarlo, mentre la lega doveva svolgere la stessa identica operazione a destra. Erano e sono entrambi partiti ostili allo Stato, punto centrale per Bruxelles. Il cinque stelle lo è in nome della corruzione, la Lega in nome del liberismo e del federalismo, che altro non è che la forma di Stato più ovvia per imporre appunto politiche economiche liberali. Forse non è un caso neppure se abbiamo un Nord in mano alla Lega e un Sud in mano al cinque stelle, chissà che la “road map” per gli USE non passi anche per un’Italia federale e divisa, sarebbe appunto completamente coerente con il pensiero storico neoliberista.
Ad ogni buon conto se le due forze si alleassero oggi, visto che non porterebbero alcun beneficio al Paese che andrebbe sempre più alla rovina (non hanno più posizioni anti UE), si aprirebbe in futuro una voragine politica molto ghiotta per nuovi partiti attualmente non controllati dal potere economico. Da quando esiste la soglia di sbarramento (la introdusse Sergio Mattarella nel 1993), soglia difficilmente superabile senza visibilità mediatica o soldi, nessun nuovo partito sgradito al potere finanziario si é mai affacciato con successo sulla scena politica. La democrazia è stata cancellata e il diritto di ciascuno di riunirsi in partito per concorrere alla vita pubblica del Paese è sfumato, è stato completamente disattivato.
Ovviamente il rischio di aprire spazi che consentirebbero di superare il 3% a nuovi partiti non può essere corso con leggerezza da Bruxelles e dunque l’alleanza M5S – Lega in chiave di un presunto “anti-europeismo” resterà realisticamente lettera morta. Peraltro, come già detto, questa non sarebbe stata affatto un’alleanza no euro. Come abbiamo visto accadere in Grecia con Syrizia e in Francia con il Fronte Nazionale, le forze “false flag” si riconoscono perché hanno la caratteristica di abbandonare sempre, in prossimità del voto, le posizioni euro scettiche. Questo avviene, l’ho intuito di recente e potrebbe essere un ragionamento corretto, per una ragione precisa. Si vuole influenzare il pensiero delle popolazioni e fargli credere che la critica all’Ue sia certamente legittima, ma che dall’euro non si possa più uscire e che dunque la soluzione è solo un’Europa diversa. Le ultimissime dichiarazioni di Di Maio e di Salvini in tal senso sono state davvero eloquenti. Dunque prima raccogli il favore e l’ascolto del pubblico no euro che a quel punto, trasformato in massa in un blocco di tifosi, non si accorge del cambio di linea. Il comportamento pubblico dei seguaci di lega e cinque stelle sembra confermarlo, in molti ragionano unicamente con logiche tipiche del tifo da stadio.
Essere per un’Europa diversa significa, ed è questo il punto chiave, una cosa molto semplice: andare, esattamente come voleva anche il PD, verso il più Europa. Se ci pensate un attimo è davvero così perché ogni soluzione per migliorare i difetti strutturali dell’Europa, se non si discute la stessa esistenza dell’Unione, passa sempre e comunque per una maggiore integrazione, ovvero per più cessioni di sovranità.
La portata del capolavoro mediatico è evidente, concluso il lavoro sporco delle forze europeiste esse vengono sostituite da forze che, nell’immaginario collettivo, dovrebbero essere ancora anti euro, ma che nella sostanza hanno assunto già da tempo le medesime posizioni delle forze politiche che vanno a sostituire. Cambia la semantica ma si punta al medesimo fine, così il popolo non se ne avvede. La manovra a cui Borghi e Bagnai si sono a mio avviso colpevolmente e per certi versi davvero stupidamente prestati, è un vero capolavoro in tal senso. Solo io, tra i sovranisti con maggior seguito (ma sempre di seguito marginale si tratta, non dimentichiamolo!), mi sono in effetti sottratto a tale logica, rimettendoci peraltro un seggio sicuro alla Camera.
In definitiva quindi Lega e M5S non governeranno insieme, nonostante la piena coincidenza dei programmi (in definitiva spiccatamente europeisti), solo per evitare che si creino in futuro spazi utili per i veri nemici dell’UE, ovvero tutte le forze “zero virgoliste” tanto screditate oggi dai sovranisti più illusi. Parlo di quelli che fino a ieri invocavano il voto utile per il governo Salvini e che oggi, in totale contraddizione, lo invitano a rimanere all’opposizione senza seguire Berlusconi e le sue manifeste idee di larghe intese con il centro sinistra. Come se fosse mai stato davvero plausibile che Berlusconi sostenesse un governo Salvini, non lo avrebbe mai fatto con qualsivoglia esito elettorale.
Ad ogni buon conto non è pensabile dunque neppure un governo centro destra – centro sinistra. L’effetto di tale scelta peraltro sarebbe quella di spedire il cinque stelle ancora più in alto alle prossime elezioni e visto che la Lega stessa dovrebbe partecipare a tale accordo, senza non ci sarebbero i numeri per governare, anch’essa finirebbe per perdere voti creando così un varco invitante (e temutissimo da Bruxelles) per nuovi partiti a destra, tra cui la nostra CasaPound Italia, che potrebbero superare con facilità la soglia del 3%. Se mai qualcuno passasse tale soglia avrebbe automaticamente una pericolosissima visibilità che potrebbe davvero spostare l’ago della bilancia negli anni successivi.
Insomma il motto deve essere: che tutto cambi senza che nulla cambi davvero. Ecco allora l’alleanza più scontata per proseguire le riforme e forse creare gli USE già in questa legislatura pare essere quella tra M5S-PD.
Il cinque stelle non ne rimarrebbe distrutto perché se qualcosa andasse storto, e andrà tutto storto visto che il Paese collasserà, potrebbe dare facilmente la colpa al PD e il PD stesso potrebbe fare la medesima cosa. Il consenso di entrambi i partiti non ne sarebbe travolto completamente, specie in ragione del cieco tifo dei supporter m5s, e comunque eventuali voti che venissero perduti si sposterebbero sempre verso l’inutile lega con risultati complessivi invariati. Lo schema dei tre poli con conseguente governo di due su tre serve, come detto, proprio a questo: impedire la nascita di nuovi soggetti politici e continuare le riforme fino al momento in cui diventeranno davvero irreversibili con la nascita degli USE.
Hanno pensato a tutto o quasi, ma speriamo ancora che qualcosa possa andare storto. Certo un Parlamento di nominati, e come tale composto da servi di partito, non lascia grandi speranze, ma la storia insegna che anche singole persone possono fare molto.
Una pattuglia di Parlamentari ribelli potrebbero riportarci al voto e dare ancora una volta agli italiani la possibilità di cambiare davvero qualcosa, cambiamento che si può attuare solo dimenticandosi del mantra del voto utile e scegliendo finalmente fuori dagli schemi precostituiti.
Avv. Marco Mori – CasaPound Italia, autore de “il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea”, disponibile su ibs

DISCIPLINA E ONORE, L’ART. 54 DELLA COSTITUZIONE NON POTREBBE ESSERE PIU’ CHIARO DI COSI’.

Parla di cose scomode l’art. 54 della Costituzione: fedeltà, disciplina, onore. Concetti di cui sembra smarrito il senso.
Tutti “hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”; I “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Il verbo ‘affidare’ ha un valore profondo: implica fiducia nelle persone a cui ‘affidiamo’ le nostri sorti, la libertà, la giustizia, l’economia, la salute, il futuro dei nostri figli, il destino del Paese. Sono parole semplici ma gravi che, col riferimento alla disciplina, evocano e pretendono comportamenti dignitosi, rigorosa osservanza di norme e regole; e con il riferimento all’onore coinvolgono il profondo della persona. Il giuramento, previsto dalla Costituzione stessa dinanzi a capo dello Stato e ministri, rafforza il vincolo coinvolgendo la coscienza, e dunque la persona nella dimensione pubblica e privata.
Col GIURAMENTO si ha un rafforzamento dei doveri costituzionali, come si evince dalla formula del giuramento dei ministri “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Al dovere giuridico si aggiunge il dovere morale: l’obbligo di esercitare le funzioni “nell’interesse esclusivo della Nazione” è già nell’obbligo di fedeltà dell’art. 54. E dunque, ponendo in primo piano i propri interessi e subordinando a questi l’interesse della nazione il ministro vìola insieme l’art. 54 e il giuramento prestato. Di conseguenza è anche ‘spergiuro’, è responsabile per aver mancato ai propri doveri istituzionali e alla propria coscienza.
L’art. 54 si rivolge in primo luogo all’esercizio delle funzioni e riguarda tutti: parlamentari, ministri, magistrati, pubblici funzionari, alte cariche amministrative e militari. Ma vale anche per la vita privata di coloro ai quali le funzioni sono ‘affidate’; dignità e rispetto delle istituzioni sono valori che vanno preservati.
Oggi non lo sono e lo sappiamo bene e il danno enorme per il Paese, specie a livello internazionale, non può continuare a essere ignorato.
E’ impressionante il contrasto fra comportamenti e norme: interessi privati muovono in modo vistoso l’azione di coloro cui le pubbliche funzioni sono ‘affidate’. L’etica è completamente scomparsa, così come la dignità e l’onore. Ogni giorno emergono fatti nuovi, sempre più sconcertanti e intollerabili persino per chi si sta assuefacendo a simili atteggiamenti dei propri amministratori. Viene alla luce un intreccio pesante, una rete di corruzione praticata in forme sempre più ripugnanti: soldi, benefici e privilegi sono oggetto di scambio tra politici, funzionari pubblici, faccendieri, imprenditori, aspiranti appaltatori, arrampicatori sociali e avventurieri d’ogni sorta, donne a disposizione come merce di scambio. L’indignazione cresce di fronte all’enormità dello squallido e volgare spettacolo che coinvolge parte rilevante delle istituzioni e radicato nel sistema.
In qualsiasi altro ordinamento del mondo ciò comporterebbe immediate e spontanee dimissioni di politici e amministratori per non distruggere il prestigio delle istituzioni. La risposta dei nostri governanti, invece, è stata tutt’altra: eliminare ogni possibilità di incriminazioni approvando leggi pensate al fine di sfuggire alla giustizia. Leggi di tutti i tipi, dalle immunità al processo breve, al processo lungo, tutte nell’esclusivo interesse degli inquisiti. In questo modo il dovere di esercitare le funzioni nell’’esclusivo’ interesse della nazione viene una seconda volta violato: a violazione si aggiunge violazione.

Non dobbiamo rinunciare alla nostra funzione di controllo su quanti ricoprono certi ruoli. Non lasciamo che giochino con la nostra vita. E’ una strada lunga e difficile da percorrere, ma non ce ne sono altre. Non possiamo permetterci di distrarci.

by Vanessa Seffer

Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

Tomaso Montanari ci racconta come sia difficile scendere dal trono quando se n’è abusato per troppi anni. Non una parola sui disastri, gli abusi e i soprusi compiuti. Nessuna analisi dei problemi reali, le sovranità monetaria e militare cedute; soltanto tante bagole e un altra dichiarazione d’amore marinaresco, segno che ancora rimane abbastanza da spolpare o – da un’altra visuale – per poter ricostruire la mia, la nostra Nazione.

“Con la franta, confusa, ombelicale cronaca politica delle ultime ore – e particolarmente con la lettura degli editoriali di stamane – è apparso via via più chiaramente un fatto: tutti si sono accorti che a sinistra c’è qualcosa di nuovo. Un’aggregazione di forze che pensa se stessa come alternativa a un Partito Democratico ormai alla deriva, e irrimediabilmente a destra.

La notizia è che è saltato il cosiddetto “centrosinistra”. Si andrà alle elezioni con quattro poli alternativi: la Destra, i 5 stelle, il Pd e – finalmente – la Sinistra.

E la Sicilia dimostra che l’argomento del voto utile è spuntato, in mano a Renzi: perché è chiaro che per fermare la Destra bisognerebbe semmai che la Sinistra sommasse i propri voti a quelli dei 5 Stelle. Ed è di questa difficile somma che, con ogni evidenza, bisognerà discutere.

Ma ritorniamo per un attimo a qualche mese fa, all’inizio dell’estate.

Il 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, partiva un percorso politico senza padroni, senza media alleati, senza mezzi. Un percorso da outsider. Ne facevano parte singoli cittadini senza tessera (come me e Anna Falcone), ma anche partiti: Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista l’Altra Europa e altri. Tutti insieme quel giorno abbiamo detto: occorre una lista unica che rompa con il centrosinistra e con il Pd. Per parlare un’altra lingua.

Pochi giorni dopo, il primo luglio a Piazza Santi Apostoli, si riuniva uno schieramento ben più possente, almeno mediaticamente. Imperniato su Mdp e “guidato” dall’oracolare Giuliano Pisapia. Con tutti gli insider giusti. La linea, lì, era l’opposta: ci vuole un nuovo centrosinistra, che si allei con il Pd per condizionarlo.

Ebbene, oggi tutti insieme (forse persino Pisapia, e ne sarei felice) diciamo le cose che furono dette al Brancaccio: il centrosinistra è morto ed esiste una Sinistra con un suo progetto di Paese.

Dunque, va tutto bene? Naturalmente no: diffidenze reciproche, profonde e oggettive diversità, le eredità di storie lontane non spariscono in un giorno. I nodi che andranno sciolti sono moltissimi. Ne elenco cinque.

Il primo nodo: non sono state coinvolte tutte le forze disponibili, a partire da Rifondazione e Altra Europa. È stato un errore: bisogna rimediare subito. Il progetto deve essere aperto a tutti coloro che lo condividono.

Il secondo nodo: bisogna scrivere un programma comune. Ieri è filtrato un testo su cui – faticosamente – si era appena raggiunto un accordo. Non è un programma: il Brancaccio varerà il suo (costruito dal basso, in cento piazze d’Italia) nell’assemblea del 18, Mdp lo ha presentato ieri in coda a quel testo comune, Possibile ha da tempo un bel Manifesto, Sinistra Italiana una fitta rete di idee e progetti.

Bisogna trovare i modi per costruire e approvare insieme un programma comune che parta da tutti questi progetti, e li tenga insieme. E non sarà un percorso facile. Ma se ne faremo un confronto di idee, aperto e trasparente, sarà una grande occasione per mostrare una altra idea di Italia. Dobbiamo riuscirci, decidendo subito come fare.

Oggi, comunque, vorrei rivendicare alcuni tratti davvero innovativi del piccolo manifesto trapelato ieri: cinque cartelle esatte, diecimila battute. Un testo pieno di limiti, certo.

Ma anche non privo di forza: perché io credo che dire un no radicale al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia; dire no alle Grandi Opere (a partire dal Tav) e sì al consumo di suolo zero; dire no alla cultura mercificata, siano affermazioni assai forti e chiare. Affermazioni incompatibili non solo la politica di destra di Renzi, ma anche con quella di un Pd senza Renzi, o del centrosinistra degli ultimi vent’anni e perfino con la politica attuale di alcuni esponenti di partiti che pure sottoscrivono quello stesso manifesto (per essere chiari, con un singolo esempio: da ieri è evidente che l’obbrobrio del nuovo aeroporto di Firenze è fuori da questa linea politica). E ora bisognerà essere coerenti: fino in fondo.

Gli addetti ai lavori, i militanti appassionati – e io tra loro – avrebbero preferito leggerci, in chiaro: “Si rompe con il centrosinistra, nasce una sinistra alternativa”. Ma è proprio questa la morale ineludibile di quel testo, per chiunque sia intellettualmente onesto: una morale compresa fino in fondo (e per questo duramente attaccata) sui giornali di oggi.

Il terzo nodo: il percorso. Bisogna decidere – insieme, trasparentemente e in fretta – quale percorso intraprendere per prendere le decisioni. Un’assemblea, certo. Ma composta come? Per delegati eletti, o aperta a tutti coloro che sottoscrivono il manifesto? Bisogna decidere, puntando sul massimo di partecipazione. E deve essere chiaro che l’assemblea sarà sovrana sul programma, sui criteri per fare le liste, sulla leadership.

Il quarto nodo: la leadership, appunto. Che non può essere calata dall’alto. Né può essere maschile singolare. Deve essere plurale, capace di tenere insieme i generi e le generazioni. La maledetta legge elettorale voluta da tutte le destre obbliga a indicare un “capo”, letteralmente. E dunque ci dovrà essere anche un nome singolo: condiviso, autorevole, capace di coordinare senza comandare. Ma dentro una struttura plurale.

Il quinto: le liste. Esse dovranno dimostrare con plastica evidenza il rinnovamento. Nessuno pensi ad una operazione per rimpiazzare a Palazzo l’attuale ceto politico. Personalmente chiederò in ogni sede che almeno il 50% delle liste sia composto da persone che non hanno mai fatto politica attiva (e qua devo ricordare che io non mi candiderò!). Certo, poi, bisognerà trattare, confrontarsi, accettare una mediazione: è la logica di una lista comune tra diversi: ma se il risultato non sarà innovativo, non lo legittimeremo, e anzi scenderemo dall’autobus, anche fragorosamente.

Dunque, i nodi sono tanti e sono davvero intrecciati. Non so come finirà. Ma dobbiamo provarci.

Molti amici e compagni mi scrivono che non se la sentono di andare avanti su questa strada stretta. Lo capisco: le cicatrici accumulate in anni di tentativi generosi sono tante. Tante da impedire ormai quasi qualunque movimento in avanti. Per ragioni generazionali e per la mia storia personale, non ho vissuto molte di queste storie. È certo un limite: mi manca un lucido pessimismo. Vorrei, però, provarci: fino in fondo, insieme a tante e a tanti che non si rassegnano all’astensione.

E ricordando che, nella battaglia referendaria, abbiamo difeso un modello parlamentare: cioè di mediazione e di compromesso (che non è l’inciucio). Se non crediamo al leaderismo e all’imposizione, non possiamo poi rifiutarci di trattare. Ovviamente chiarendo bene i limiti di ciò che si può e di ciò che non si può trattare. E ricordando che gli elettori che aspettano di votare qualcosa di sinistra sono molti, molti di più dei militanti stanchi, diffidenti, sfiduciati.

Mi permetto, infine, di ricordare quanto scrivevo in apertura: oggi, pur tra mille difficoltà, la notizia è che il progetto del Brancaccio ha prevalso: ha vinto, se vogliamo usare un lessico antipaticamente marziale.

La notizia è che è finita la stagione del centrosinistra, ora è possibile un progetto di Sinistra.

Il manifesto comune uscito ieri dice che:

“Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale”.

Bene: io mi riconosco in questa strada, fino in fondo.

È del tutto evidente che questa lista unica (o questa coalizione tra due liste, lo vedremo) non è quella forza politica nuova, capace di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, che abbiamo provato a tratteggiare dal 18 giugno in poi. Quella verrà poi: dovrà venire. E non potrà che venire da un lungo lavoro capillare sul territorio (quello che fa Casa Pound, e che la Sinistra ha smesso di fare). Ma l’appello del Brancaccio era, intanto, per una lista unica a sinistra del Pd (un appello senza subordinate, e senza “piano b”): e la strada per provarci è oggi solo questa.

Personalmente proverò a percorrerla senza smettere di dire, impoliticamente, la verità.

Per capire perché questo è vitale (anche se magari inopportuno), bisogna rileggere un libro del passato straordinariamente capace di spiegare il presente, l’Orologio di Carlo Levi. In una sua meravigliosa pagina si legge una profetica descrizione di ciò che succede oggi (o meglio, una lucida constatazione di ciò che succede sempre, da allora ad oggi; e quell’ ‘allora’ si riferisce alla caduta del governo Parri, alla fine del 1945):

“… era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?”.

Ecco, credo che il compito di chi si riconosce nel percorso del Brancaccio sia proprio quello: provare a dire – con umiltà e amore – quella parola.”

Lo mando io a quel paese o fate voi?

Elezioni 2018, i programmi sulle imprese

Sviluppo PMI, Made in Italy e Turismo in tutti i programmi delle coalizioni, divergenze su fiscalità e imprese: i programmi dei partiti e i punti di contatto.

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Investimenti pubblici soprattutto per l’innovazione, economia circolare, tutela del Made in Italy, riduzione e semplificazione fiscale con alcune proposte specifiche sulle PMI), per il Movimento 5 Stelle, un paese con meno tasse e burocrazia per le imprese è il programma di fondo della Lega, proseguire con i programmi degli ultimi anni di Governo continuando a lavorare su innovazione, ricerca e sviluppo, Made in Italy e turismo sono i punti fondamentale del programma per le imprese del PD.

Analizziamo alla luce dei risultati del voto come potrebbero cambiare le politiche industriali del paese in base ai programmi presentati per le elezioni 2018.

Le PMI, probabilmente, rappresentano un punto di contatto per tutti e tre i programmi degli schieramenti. Tutti d’accordo nel sostenere il Made in Italy. In tutti i programmi ci sono riferimenti al valore strategico del Turismo.

Ci sono però differenze sulle ricette per lo sviluppo.

Il programma del Movimento 5 Stelle è articolato. Gli elementi che forse lo contraddistinguono maggiormente rispetto agli altri programmi sono il ruolo dello stato per rilanciare lo sviluppo del paese, anche coadiuvando gli imprenditori, non lasciando loro tutti i rischi per trovare soluzioni innovative, e puntando su obiettivi rilevanti come la correlazione fra scienza, ricerca e sviluppo e la trasformazione dei processi produttivi propria di Industria 4.0 applicata alle peculiarità del tessuto imprenditoriale italiano. Particolare accento sull’economia circolare e le sfide di Industria 4.0, che in Italia rappresentano un’opportunità per la valorizzazione del patrimonio culturale, il Turismo, l’Artigianato e il Made in Italy. Quest’ultimo è un punto comune a tutti i programmi delle tre coalizioni in campo.

Il Centrodestra ha invece un accento particolare sull’aspetto fiscale: semplificazioni burocratiche e flat tax. La Lega di Salvini propone una tassa unica al 15% per famiglie e imprese, Forza Italia al 23%. In generale, comunque, c’è accordo sull’idea della flat tax in tutto il Centrodestra. Si può aggiungere la perplessità espressa dal leader della Lega Matteo Salvini sul futuro dell’euro, che si risolve in una presa di posizione per cambiare i trattati europei. Qui, con una serie di distinguo, ci può essere un punto di avvicinamento con il M5S, critico in particolare verso il fiscal compact.

Flat tax: costi e benefici

Sul fronte della fiscalità per imprese e professionisti, invece fra M5S e Centrodestra ci sono differenze notevoli: il M5S propone riduzione tasse imprese, con agevolazioni particolari per i professionisti, revisione del regime dei minimi (da ampliare).

Il Centrosinistra punta sulla continuità con l’operato del governo degli ultimi anni, insistendo quindi sugli incentivi Industria 4.0, sullo sviluppo delle infrastrutture (banda larga, 5G), puntare su nuovi strumenti per la Cultura e il Turismo 4.0.

Cose che Moro Sapeva. Quarant’anni prima di noi – Pietro Ratto

Aldo Moro, nei memoriali scritti durante i tremendi 55 giorni di prigionia della primavera del 1978, traccia una linea precisa dei poteri che si stavano affacciando e che andavano contrastati per non trasformare irrimediabilmente la società in un impero dominato dalla tecnocrazia economica, dai grandi capitali, dalle banche e dai “club” cui si vantava di non partecipare. Accusa la Commissione Trilaterale, che nasceva in quegli anni e mirava a ridurre l’eccesso di democrazia, e mette in guardia dall’Unione Europea, dominata dagli Stati Uniti che, attraverso il processo di unificazione, miravano a ridimensionarla a una dimensione regionale.
C’erano – oltre alla sua “blasfema” offerta di governo con il Partito Comunista – esattamente queste critiche nelle sue convinzioni e nei suoi scritti. Per questo, in un pantano di marciume morale che coinvolse, intrecciandole, praticamente tutte le forze sociali dell’Italia del secondo dopo guerra (comprese le più insospettabili), la sua vita fu sacrificata, consapevolmente. E in quello scempio si stavano accendendo tutti i temi che poi ci avrebbero investito, dalla P2 a Tangentopoli, alla grande aggressione del capitale ai danni delle democrazia, fino ai governi tecnici, in un intreccio che vide il ghigno del potere mostrare il suo lato più crudele sui volti di Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Licio Gelli, Steve Pieczenik, Gladio… Con la sola eccezione di Craxi, che premeva invece per la liberazione dello statista Presidente della DC. E che, probabilmente per questo, ne pagò 14 anni dopo il prezzo.

Aldo Moro è oggi, qui, adesso! Pietro Ratto, filosofo, giornalista, insegnante e musicista, racconta al pubblico di Byoblu, intervistato da Claudio messora, le “cose che Moro sapeva”, nel suo libro “L’Honda anomala – Il rapimento Moro, una lettera anonima e un ispettore con le mani legate” [http://amzn.to/2vK5jIk].

Abbiamo bisogno di uomini. Che sappiano anche perdere, perché la battaglia è ormai persa, ma che arrivino fino in fondo.

Travaglio svela il segreto di Di Pietro, Berlusconi, Bersani, Bossi e Casini

Il debito pubblico nasce nel momento in cui si permette ad un privato di stampare la moneta e di prestarla allo stato. Le tasse esistono per poter pagare questo debito. Come mai nessun giornalista e nessun politico hanno mai denunciato questa truffa a danno degli italiani e non solo? Meditate gente meditate

Marco Milioni. Dal M5S a Forza Nuova, il caso del veneziano Donnini: «Lega sovranista di facciata»

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«Avevo proposto a Grillo di mettere in agenda una modifica anti-elitista della Costituzione»

26 febbraio 2018

«Per diverso tempo dopo il 2012 ho frequentato il M5S chiedendo a Beppe Grillo in persona di poter lavorare con un piccolo team divulgativo con cui spiegare i cambiamenti di cui abbisogna la Costituzione che è poi il binario su cui si muove il Paese. Serve una riforma costituzionale che avvicini i cittadini alla gestione della cosa pubblica e diminuisca il peso eccessivo delle elites dei partiti, fissando principi di trasparenza, alternanza, quindi, uguaglianza. Poi però non se n’è fatto più nulla. Qualche anno dopo sono stato avvicinato da Roberto Fiore (segretario di Forza Nuova, ndr) anche perché le mie idee ho continuato a portarle avanti con il mio blog e il mio gruppo di studio Veneto Unico. Di Fiore condivido il progetto di rendere orgoglio, cristianità, efficienza ad una nazione che ne ha grande bisogno». Mario Donnini è un caso particolare: un passato come colonnello dell’Aeronautica militare con compiti di altissimo livello, è stato per diverso tempo una delle «anime libere e pensanti» (autodefinizione) del M5S nel Veneziano; oggi è candidato al proporzionale nel collegio numero 1 Veneto per la Camera con «Italia agli italiani», il raggruppamento che fa riferimento a Forza Nuova e Fiamma tricolore.

E per una candidatura come quella di Donnini che si fa avanti ce n’è un’altra, sempre per Forza Nuova, quella dell’ex senatrice grillina Paola De Pin, che invece non si è poi concretizzata. Una scelta annunciata con tanto di incontro pubblico organizzato il 25 gennaio a Palazzo Madama (al quale hanno preso parte Fiore, Donnini e la stessa De Pin) che è praticamente passato sotto silenzio. De Pin era stata criticata sui media per i suoi diversi passaggi di casacca: dal Cinque Stelle ai sostenitori di Tsipras, passando per i centristi del Gal e i Verdi, sino ad approdare a Fn. Sembrava che la candidatura fosse cosa fatta, ma poi De Pin per «dimostrare una volta per tutte di non essere attaccata ad alcuna poltrona» ha preferito non correre. Donnini le dà manforte: «La conosco da tanto tempo. È una che ha lavorato sodo. Che ha prodotto interrogazioni, disegni di legge. Si è battuta seriamente contro l’establishment tanto da essere trattata in questo modo. Mi chiedo perché i restanti 563 cambi di casacca della XVII Legislatura non abbiano ricevuto altrettanta attenzione».

La storia di Fiore è ben conosciuta, ne hanno parlato recentemente, con sfumature ben diverse, Money.it e l’Espresso. Quando si chiede a Donnini se si consideri un uomo di destra, un nazionalista, o un fascista, lui risponde che si considera «semplicemente una persona che ha a cuore il bene della Repubblica. E Fiore è un uomo di cultura e un patriota che ama l’Italia e gli italiani». Su Luca Traini, il maceratese che ha sparato contro immigrati a caso, il candidato forzanuovista tiene un profilo basso: «non lo conosco, non conosco i meccanismi profondi che il fatto di cannibalismo ha fatto scattare nella sua mente. Ha commesso dei reati. La parola è ai magistrati». Per lui il problema numero uno, invece, è «la concentrazione di potere che oggi caratterizza la tecnocrazia europea attraverso una banca centrale privata» che è divenuta per lo stesso Donnini lo strumento nelle mani delle grosse corporation e del capitale finanziario transnazionale «che ha usurpato una gran parte della sovranità popolare. Senza moneta non c’è Stato. E la cosa alla lunga si riverbera negativamente sui cittadini, sulla qualità della vita, sugli investimenti e sulla possibilità di pensare in proprio il nostro futuro senza altre interferenze». Il che è in buona sostanza una richiesta di uscire dall’euro. Donnini ce l’ha con «Fi, M5S e pure Lega, col suo sovranismo di facciata». E di qui si arriva alla geopolitica: l’ex ufficiale di un’aeronautica, quella italiana, integrata nella Nato, sostiene che «la Nato in passato è stata la casa per la difesa comune contro eventuali ingerenze militari sovietiche e ha unito gli eserciti europei. Gli anni però sono passati: oggi la Russia di Vladimir Putin, criticabile quanto si vuole, è stata un baluardo per la pace mondiale, mentre la Nato si è ridotta a fare il cane da guardia degli interessi finanziari di un certo mondo anglosassone».

LA CORTE COSTITUZIONALE IL 5 NOVEMBRE SCORSO – ACCOGLIENDO IL RICORSO DI UN GRUPPO DI RISPARMIATORI – HA BOCCIATO LA NORMA DEL SALVA ITALIA DEL GOVERNO CHE ANTICIPAVA AL 6 DICEMBRE 2011 IL TERMINE ULTIMO PER POTER CONVERTIRE LE VECCHIE LIRE IN EURO

Di lucascialo.blogspot.it

Ogni qualvolta ci capita di rivedere una banconota o una moneta della vecchia Lira, proviamo un sussulto nostalgico, un tuffo al cuore, un senso di vuoto nelle tasche. La mia generazione è stata l’ultima a beneficiare della lira in età adolescente. Quando con mille lire in tasca ci sembrava di poter acquistare tante cose; quando con diecimila lire potevamo andare in pizzeria e ci rimaneva pure il resto. Oggi con cinquanta centesimi possiamo fare al massimo un’offerta a uno dei tanti mendicanti in strada, mentre con cinque euro al massimo possiamo comprare una pizza e una bibita ma da un take away.

GLI ERRORI, VOLUTI, INIZIALI – La sensazione, col passaggio dalla Lira all’Euro, di essere stati rapinati è stata immediata. I commercianti (quelli che da qualche anno piangono per la crisi) ne hanno subito approfittato per raddoppiare i prezzi. Col beneplacito dello Stato, il quale, oltre a non obbligarli per almeno un paio di anni di esporre il doppio prezzo Lira-Euro, ha raddoppiato esso stesso bollette e tariffe. Sarebbe bastato anche immettere monete di carta per 1 e 2 euro, per dare maggiore peso ai soldi e una maggiore consapevolezza per i consumatori nello spenderli.

Ma oltre a ciò, ha compiuto un’altra rapina, tramite il Governo più filo-europeista avuto in questi anni: il Governo Monti.

Come? Tramite la norma Salva Italia (legge 201/2011 art. 26), la quale ha anticipato al 6 dicembre 2011 il termine ultimo per poter convertire le vecchie lire in euro. Un anticipo di ben tre mesi, dato che la legge del 2002 (introdotta per gestire l’introduzione dell’euro) fissava invece al 28 febbraio 2012 la fine del diritto di cambio.

Un anticipo che ha beneficiato allo Stato tra 1,2 e 1,6 miliardi di euro che, invece di finire nelle tasche degli italiani in possesso delle lire, furono versate da Bankitalia in tre rate nella casse statali per concorrere alla riduzione del debito pubblico. Quel debito pubblico che ci divora da decenni e che nessun governo riesce a ridurre.

LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE- Per fortuna, a riparare le nefandezze dei nostri governanti ci ha pensato ancora una volta la Corte Costituzionale. La quale ha bocciato la norma con questa motivazione: ”il fatto che al momento di entrata in vigore del decreto Salva Italia fossero già trascorsi 9 anni e 9 mesi dalla cessazione del corso legale della lira non è idoneo a giustificare il sacrificio della posizione di coloro che, confidando nella pendenza del termine originariamente fissato dalla legge, non avevano ancora esercitato il diritto di conversione”.
BISOGNA ANCORA CAPIRE COME E QUANDO SI POTRANNO CAMBIARE LE LIRE RIMASTE – Ora però bisogna capire quando e come si potrà beneficiare dei tre mesi scippati agli italiani per cambiare le proprie lire. Al momento tutte le opzioni sono aperte: dalla riapertura di una finestra, alla limitazione del cambio solo per coloro che possano dimostrare di aver cercato di cambiare i titoli durante il periodo in cui questo era ancora consentito dalle norme iniziali.

La risposta si trova, quindi, in un mix di problematiche che vanno dalla solita lungaggine burocratica all’impatto sui conti pubblici con la mancanza di soldi cash per finanziare questa restituzione.

Del resto che la coperta sia troppo corta è evidente facendo due conti: nel 2012 Bankitalia spiegava che tra le banconote non ancora restituite mancavano all’appello 196 milioni di pezzi da mille lire, 12 milioni da 100mila lire, 300mila da 500mila lire, 40,6 milioni da diecimila lire, 30,9 milioni da cinquemila e 21,6 milioni per il taglio da duemila.

C’è, infine, un altro punto da chiarire: quando far partire i tre mesi messi a disposizione dalla Consulta per presentarsi agli sportelli bancari per cambiare le lire? Se venisse confermato che il countdown parte dal giorno di pubblicazione della sentenza, giovedì 5 novembre 2015, le possibilità dello Stato di tenersi il tesoretto aumenterebbero a dismisura.

Una notizia che renderà l’Euro agli occhi degli italiani ancora più ostica, una fregatura impostaci dall’alto.

DA lucascialo.blogspot.it