Palazzo Chigi finanzia senza saperlo la prostituzione omosessuale: lo scoop de “Le Iene”

ERA MEGLIO CON RUBY

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Unar sta per «Ufficio anti-discriminazioni razziali». All’interno del Dipartimento Pari opportunità della presidenza del consiglio, si occupa di promuovere la «parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni» razziali, etniche e sessuali con campagne di comunicazione e adottando progetti «in collaborazione con le associazioni no profit». Nel mirino della iena Filippo Roma è finito un finanziamento di 55mila euro ad un’associazione di «promozione sociale» dietro cui, secondo la trasmissione televisiva, si nasconderebbe il business del sesso gay a pagamento. Ecco il testo del servizio che andrà in onda stasera su Italia 1.

Con che criteri l’Unar sceglie le associazioni da accreditare e finanziare con migliaia di euro? Il suddetto ufficio del governo ha come compito quello di contrastare le discriminazioni su razza o sesso e a tal fine gestisce anche denaro proveniente dai contribuenti.

Accreditate nel registro dell’Unar si annoverano alcune associazioni molto conosciute come Amnesty International, Unicef, Croce Rossa Italiana, Comunità di Sant’Egidio. In questo elenco, però, compaiono anche associazioni poco o per niente note. Una di queste, con l’ultimo bando assegnato qualche settimana fa, si è aggiudicata circa 55.000 euro. Di cosa si tratta?
Proprio su questa associazione un segnalatore, che ha preferito tenere nascosta la propria identità, ha fatto avere a Filippo Roma le seguenti dichiarazioni.

Segnalatore: In realtà questi circoli non sono altro che dei locali con ingresso a pagamento, dove si incontrano persone gay per fare sesso, a volte anche questo a pagamento.
Iena: Quindi tu ci stai dicendo che in questi circoli si fa sesso e pure a pagamento?
Segnalatore: Sì, perché si tratta di un’associazione di imprenditori del mercato del sesso gay. Si nascondono dietro l’etichetta di associazioni di promozione sociale. Le stesse che dovrebbero avere come mission quella di aiutare le persone, ma in realtà, il loro unico scopo è quello di fare soldi senza pagare le tasse.
Iena: In che modo?
Segnalatore: Sfruttando la denominazione di associazione a cui sono concesse delle agevolazioni. Se si trattasse di un locale commerciale dovrebbero pagare le tasse sull’ingresso, sulle bibite, su tutto ciò che viene venduto, compresi i massaggi. E dovrebbero anche comprarsi una licenza. Alle associazioni invece, non è richiesto niente di tutto questo, proprio perché l’attività principale dovrebbe essere senza fini di lucro. Basta andare sui siti di quei posti per capire che cosa offrono.
Iena: Che cosa sono le dark room? (ndr, sul sito di uno di questi circoli tra i servizi offerti vengono citate le «dark room»).
Segnalatore: Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia. Là dentro succede di tutto, molto spesso senza nemmeno usare protezioni. Ti puoi immaginare i rischi per le malattie.
Quello che trovo assurdo è che un’associazione come questa, con circoli, saune, centri massaggi, dark room, ma soprattutto dove si pratica la prostituzione, possa aver vinto un bando della Presidenza del Consiglio, soldi pubblici.
Iena: Chi è che si prostituisce?
Segnalatore: Normalmente lo fanno i massaggiatori. Finito il massaggio chiedono esplicitamente al cliente se vuole andare oltre, con qualche servizietto extra a pagamento. Esistono dei veri e propri listini, ogni cosa ha il suo prezzo.
Iena: Normalmente quanti clienti si fanno fare il massaggio extra?
Segnalatore: Quasi tutti quelli che chiedono il massaggio lo fanno per avere prestazioni sessuali, altrimenti andrebbero in qualsiasi altro centro che costa anche di meno.
Iena: Ma come è possibile che alla Presidenza del Consiglio non si accorgano di queste cose?
Segnalatore: Effettivamente è strano. È ancora più strano che il direttore dell’Unar, l’ufficio che distribuisce i finanziamenti, sia associato a uno di questi circoli.
Riguardo a quest’ultima sua affermazione, il segnalatore dice di essere a conoscenza dei riferimenti relativi al presunto tesseramento del direttore dell’Unar. Si tratterebbe del codice socio e del numero della tessera, con data di rilascio e di scadenza e data di nascita fornita dal socio al momento dell’iscrizione.
La Iena decide per tanto di far luce sulla vicenda recandosi in alcuni di questi circoli. Filippo Roma mostra quindi immagini esclusive che confermerebbero come tra le attività prevalenti in questi luoghi ci sarebbe la pratica del sesso libero e anche estremo. In alcuni casi, servizi come dark room o glory hole sono chiaramente segnalati sui siti di questi circoli. A volte, i servizi di massaggi offerti all’interno dei suddetti circoli, come affermato dal segnalatore, includerebbero anche, con tanto di tariffario, prestazioni extra che prevedono sesso a pagamento. (…)
Per avere delucidazioni in merito alle parole del segnalatore anonimo, Filippo Roma intervista Francesco Spano, direttore dell’Unar.
Iena: Lei è il direttore dell’Unar, giusto?
Spano: Sì.
Iena: Che è l’organismo della Presidenza del Consiglio che si occupa di assegnare una serie di fondi a varie associazioni che sono in prima linea contro le discriminazioni sessuali e razziali, giusto?
Spano: Sì, fra i compiti ha anche quello di gestire l’attività contro la discriminazione.
Iena: Queste associazioni per essere accreditate presso il registro dell’Unar che requisiti fondamentali devono avere?
Spano: Devono avere tutta una serie di requisiti di legge previsti che si possono trovare anche sul nostro sito.
Iena: Infatti, li abbiamo trovati e abbiamo letto questa cosa qua che tra…
Spano: Scusate un secondo..
Iena: Prego, prego (ndr, il direttore Spano si allontana). Aspetti, ma dove va?
Spano: Un secondo, riesco subito.
Quando gli vengono chiesti quali sono i requisiti per essere accreditate presso il registro dell’Unar, Spano entra improvvisamente negli uffici della Presidenza del Consiglio dicendo di aver ricevuto una telefonata.
Filippo Roma raggiunge Spano in un secondo momento per rivolgergli ulteriori domande:
Iena: Avvocato, ci eravamo preoccupati che fosse andato via o scappato.
Spano: No, scusate ero al cellulare, perché devo scappare? Anzi, vi chiedo scusa.
Iena: Ci mancherebbe altro. Tra le varie associazioni che nel 2016 hanno ottenuto questi finanziamenti della Presidenza del Consiglio ce n’è una che ha ottenuto 55 mila euro.
Spano: Partecipava ad un progetto, mi pare.
Iena: Esatto. E come attività preminente, ha ben altro.
Spano: Allora, noi stiamo a quello che ci dichiara lo statuto delle associazioni.
Iena: Però, dicevo, a voglia a fare tante altre cose rispetto alla lotta contro la discriminazione…
Spano: A noi risulta che fa questo, poi non so che altro fa.
Iena: Glory Hole, sa che cos’è?
Spano: No, assolutamente no.
Iena: È una pratica sessuale dove c’è un buco …
Spano: Questo non lo so. Ora, grazie se mi date questa segnalazione grazie, ora verificheremo.
Iena: dark room?
Spano: No, ora questo lo verificheremo, insomma, l’importante…
Iena: Ci hanno segnalato dark room dove avviene un po’ di tutto…
Spano: Questa sarà una cosa che riguarderà la vita privata delle persone, non rileva a noi, però, verificheremo.
Iena: Per carità, questa è la vita sessuale delle persone, però, soprattutto, in questi circoli si pratica la prostituzione.
Spano: Questo spero di no. La prostituzione è un reato.
Iena: E si pratica nei circoli accreditati con l’Unar?
Spano: No, questo no. Allora, assolutamente no, le posso assicurare. Noi verifichiamo.
Iena: Le assicuro io, invece. Le faccio vedere un filmato, guardi..
Spano: Non mi interessa il filmato.
Iena: Come non le interessa il filmato? Lei è quello che dispensa questi finanziamenti pubblici.
Spano: Nel senso, ci credo, lo verificheremo.
Iena: Guardi un po’ che abbiamo visto. (ndr, Filippo Roma mostra il filmato al direttore). Questo è un massaggio che avviene dentro a una sauna, un massaggiatore che propone un extra. Un extra di natura sessuale. Poi, un’altra sauna…
Spano: No, no, non mi interessa questa cosa, grazie… Ci credo, dal punto di vista di vederlo non mi aggiunge niente. Mi ha dato l’informazione. Comunque, guardi, io oggi stesso, ora torno in ufficio, convocherò il Presidente di *** e verificherò questa cosa, perché se l’attività è, come voi dite, legata alla prostituzione, ci mancherebbe altro.
Iena: Lei come direttore dell’Unar, non svolge dei controlli su cosa combinano queste associazioni?
Spano: Le ripeto, io faccio un controllo cartaceo e formale su quello che viene dichiarato.
Iena: Un po’ a caso?
Spano: No, no, non è che posso andare nei circoli a vedere cosa succede, questo non…
Iena: Direttore, questo lo sappiamo noi che non facciamo parte dell’Unar e non lo sa lei che è il direttore dell’Unar?
Iena: 55 mila euro. Ma perché i contribuenti italiani devono finanziare con le proprie tasche associazioni dove si pratica la prostituzione?
Spano: Assolutamente no.
Iena: Lei, di fronte a queste scene, se la sente di assegnare questi fondi?
Spano: Ora, su questo faremo la verifica che stiamo facendo e se fosse un’associazione che, come voi dite, con questi fondi sosterrebbe la prostituzione ovviamente no. Ma va in automatico, le assicuro. Stia tranquillo, su questo guardi sono tranquillissimo.
Iena: Con un direttore che controlla così le associazioni che ricevono questi fondi non sono tranquillissimo…
Spano: Stiamo ulteriormente facendo dei controlli. Oggi stesso, io, anche grazie alla vostra segnalazione, convocherò il Presidente di *** e chiederò se c’è una difformità rispetto a quello che è dichiarato nello statuto e quella che è la loro attività svolta. Nel caso, annulleremo questa assegnazione.
Iena: Lei non conosceva l’attività di ***?
Spano: L’attività di *** la conosco come attività di promozione, di seminari, hanno un giornale, cose di questo tipo.
Iena: Perché qualcuno ci ha detto che lei è socio dell’associazione ***?
Spano: No, assolutamente no. Non so di cosa stai parlando.
Iena: Sicuro? Perché a noi sono arrivati degli estremi di una tessera…
Spano: Ora però devo andare…
Iena: Abbiamo quasi finito, poi la lasciamo andare.
Spano: La prego davvero.
Iena: Ci risulta un numero di tessera, ***, fatta il XX.X.XXXX a nome suo.
Spano: Non so, io no ho…dove e come?
Iena: Non è tesserato?
Spano: No.
Iena: E perché noi abbiamo questi estremi?
Spano: Non lo so.
Iena: Ci toglie una curiosità per cortesia?
Spano: Sì.
Iena: Noi ci chiediamo. Sia mai che chi dispensa fondi pubblici a una serie di associazioni, sia anche socio di quella associazione, no? Se no ci sarebbe un conflitto di interessi?
Spano: Ora vi devo salutare, però, davvero. Arrivederci.

Il Presidente Putin ordina alle forze russe di prepararsi per i “tempi di guerra

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Il presidente russo, Vlady Putin, ha ordinato una immediata ispezione delle Forze Aeree russe, con il fine di valutare la loro effettiva preparazione per i “tempi di guerra”.
Questo è stato l’annuncio dato il Martedì dal ministro russo della Difesa, Serguei Shoigu, il quale ha dichiarato: “Nel corso della ispezione si deve prestare speciale attenzione alle unità in allerta permanente, allo schieramento di sistemi di difesa aerea in tempo di guerra ed alla preparazione dei gruppi dell’aviazione per respingere una aggressione”, questo il testo ,secondo l’agenzia russa Tass.

Nello stesso modo il ministro ha enfatizzato la necessità che, lungo tutto il corso dell’ispezione, sia garantita la conformità ai requisiti di sicurezza delle armi e del munizionamento, l’assenza di danni alla proprietà pubblica e di impatti negativi sul medio ambiente.
Inoltre ha ordinato di portare a termine “prove tattiche ed esercitazioni di controllo” sulle unità militari che saranno sottoposte ad ispezione, con l’obiettivo di migliorare la loro interazione.

L’ordine del presidente della Russia ricade nel contesto delle azioni del paese euroasiatico volte ad aumentare le proprie capacità militari, visto che lo vede come necessario nel mezzo di una fase di tensione che stanno vivendo le relazioni fra la Russia ed i paesi membri della NATO, per le divergenze sorte negli ultimi anni.

Le menzionate tensioni fra le parti si sono prodotte, in concreto, per causa dell’espansionismo della NATO vicino alle frontiere occidentali russe, con il pretesto di accusare Mosca di svolgere un presunto ruolo nel caso dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa e della crisi Ucraina.
La Russia, avendo denunciato il rinforzo delle truppe della NATO, indica l’espansione della Alleanza Atlantica come una “minaccia” alla propria sicurezza nazionale ed un fattore di destabilizzazione nella regione. Bisogna menzionare che, fra le altre misure della Russia per fare fronte alla NATO, figura anche il rafforzamento della sua capacità nucleare.
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La Russia respinge le accuse di Washington all’Iran e ribadisce la sua alleanza con Teheran

Nel frattempo il portavoce della Presidenza russa, Dmitri Peskov, ha risposto in merito alle accuse infondate lanciate dal presidente Trump contro l’Iran, che è stato qualificato dal Trump come lo “stato terrorista numero 1”. “Non siamo d’accordo con questa impostazione”, ha sottolineato Peskov e nello stesso tempo ha ricordato le buone relazioni esistenti tra la Teheran e Mosca. “Voi sapete come la Russia mantiene buone relazioni con l’Iran e sviluppa con questo paese una intensa cooperazione nel settore del commercio dell’economia ed aspiriamo ad un ulteriore sviluppo di queste”.

L’Iran ha fatto tutto il possibile per eliminare dalla zona gli estremisti takfiri in Iraq ed in Siria, prestando assistenza militare alle autorità della Siria e dell’Iraq nella loro lotta antiterrorista, inoltre ha inviato aiuti ai civili ed ai profughi di questi paesi, afflitti dalle conseguenze dei conflitti , ha ribadito Peskov.

Lo stesso Trump, nel corso della sua campagna presidenziale, aveva ammesso che soltanto la Siria, la Russia e l’Iran stavano combattendo contro il Daesh in Siria.

Nota: Forse che il presidente Trump, per causa della sua inesperienza in geopolitica, ha confuso l’Iran con l’Arabia Saudita, il fido alleato e socio in affari degli USA, che da anni supporta, finanzia ed arma i gruppi terroristi e che diffonde in Medio Oriente, in Africa ed altrove la sua ideologia radicale wahabita e salafita che è la stessa ideologia fanatica ed intollerante predicata dai terroristi del Daesh e degli altri gruppi.

Uno sbaglio non da poco conto, visto che l’Iran in questi anni è stato un baluardo contro la diffusione di questo terrorismo che risulta essere stato invece favorito ed alimentato proprio dal predecessore di Trump alla Casa Bianca, mr. Obama e i suoi segretari di Stato, Hillary Clinton prima e Johnn Kerry poi. Di quest’ultimo sarebbe interessante ascoltare l’ultima registrazione in cui ha dichiarato in modo palese di aver favorito l’avanzata dell’ISIS in Siria per rovesciare il governo di Basahar al-Assad a Damasco, purtroppo per lui senza successo.

Fonti: Hispan TV

Traduzione e Nota: Luciano Lago

I VERI PADRONI DEL MONDO-LE QUATTRO GRANDI BANCHE DI WALL STREET E LE OTTO FAMIGLIE COLLEGATE CHE DOMINANO LA FINANZA MONDIALE.

I media russi che trasmettono informazioni in forma alternativa (rispetto ai media occidentali) si sono presi la briga di sviscerare e segnalare in modo specifico quali siano gli oligopoli finanziari anglosassoni- le quattro mega banche- che hanno il controllo della finanza mondiale, come è venuto alla luce dai risultati inquietanti di una ricerca fatta da “Russia Today”: queste sono BlackRock, State Street Corp,- FMR/Fidelity,- Vanguard Group. E’ risultato fra l’altro che, anche che la “privatizzazione globale dell’acqua” viene attuata dalle stesse megabanche di Wall Street, in concomitanza con la Banca Mondiale, fatto questo che arreca benefici nel suo insieme al nepotismo dinastico della famiglia Bush (grande famiglia di petrolieri), i cui componenti stanno cercando anche di prendere il controllo delle fonti d’acqua dell’Acuífero Guaraní in Sud America, una delle maggiori riserve d’acqua dolce del pianeta. Già nel 2012 il precedente legislatore texano Ron Paul –padre del candidato presidenziale Rand, uno dei creatori del poi rinnegato “Partito del Te”, venuto poi meno, ma che è stato anche uno dei migliori esperti fiscali degli Stati Uniti- aveva segnalato che i Rothschild possiedono le azioni delle 500 principali multinazionali riportate nella rivista Fortune che sono controllate a loro volta dalle quattro grandi banche di Wall street (“the Big Four”): la BlackRock, la State Street, FMR/Fidelity e Vanguard Group (che strana coincidenza). Adesso Lisa Karpova (LK), della Pravda.ru, è riuscita a penetrare,con la sua indagine, nei dedali della finanza globale ed ha commentato che si tratta di ” sei, otto o forse 12 famiglie , che sono quelle che veramente dominano il mondo, pur sapendo che è un mistero difficile da decifrare”.
COME PUO’ ESSERE POSSIBILE CHE ESISTA IN PIENO SECOLO XXI, un secolo ultra tecnologico e di trasparenza democratica (secondo gli apologeti del progresso, ben controllati anche loro) tanta opacità per arrivare a conoscere coloro i quali sono i plutocrati mega banchieri oligopolisti/oligarchici che detengono le finanze del pianeta? LK arriva alla conclusione che le otto ridotte famiglie , che sono state ampiamente citate nella letteratura, non si trovano lontane dalla realtà: Goldman Sachs, Rockefellers, Loebs Kuhn e Lehmans a New York, i Rothschild di Paris/Londra, i Warburgs di Amburgo, i Lazard di París, e Israel Moses Seifs di Roma. Vada pure avanti la polemica per cui, a mio giudizio, la lista risulta incompleta e non sono tutti quelli che vi si trovano e neppure tutti sono quelli che compaiono. LK ha ha iniziato l’”inventario delle maggiori banche del mondo” e si è accertata dell’identità dei loro principali azionisti, così come di quelli che “prendono le decisioni”. Qualcuno potrà criticare, non senza ragione, che l’inventario di LK non arriva alla sofisticazione di Andy Coghlan e Debora MacKenzie, della rivista scientifica “New Scientist”, i quali rivelano la plutocrazia bancaria e le sue reti finanziarie- l’1% che governa il mondo-, basandosi in una ricerca di tre teorici dei “sistemi complessi”, che tuttavia alla fine dei conti, i risultati della ricerca coincidono in forma sorprendente, nonostante la sua semplicità di sistema di indagine. LK ha scoperto che le sette mega banche di Wall Street che controllano le principali multinazionali (corporations) globali sono Bank of America, JP Morgan, Citigroup/Banamex, Wells Fargo, Goldman Sachs, Bank of New York Mellon e Morgan Stanley. LK ha verioficato che le megabanche del tempo passato erano controllate a loro volta dal nucleo dei “Quattro Grandi (The Big Four)”: BlackRock, State Street Corporation, FMR/Fidelity e Vanguard Group.

JPMorgan:
QUESTE SONO LE TRACCE DEI CONTROLLANTI DI CIASCUNA DELLE SETTE MEGABANCHE.
1.- Bank of America: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, FMR/Fidelity), Paulson, JPMorgan, T.Rowe, Capital World Investors, AXA, Bank of NY Mellon.
2.- JPMorgan: State Street Corp., Vanguard Group, FMR/Fidelity, BlackRock, T. Rowe, AXA, Capital World Investor, Capital Research Global Investor, Northern Trust Corp. e Bank of Mellon.
3.- Citigroup/Banamex: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, Paulson, FMR/Fidelity, Capital World Investor, JPMorgan, Northern Trust Corporation, Fairhome Capital Mgmt e Bank of NY Mellon.
4.-Wells Fargo: Berkshire Hathaway, FMR/Fidelity, State Street, Vanguard Group, Capital World Investors, BlackRock, Wellington Mgmt, AXA, T. Rowe y Davis Selected Advisers.
5.- Goldman Sachs: “I Quattro Grandi”, Wellington, Capital World Investors, AXA, Massachusetts Financial Service y T. Rowe.
6.- Morgan Stanley: ” I Quattro Grandi”, Mitsubishi UFJ, Franklin Resources, AXA, T.Rowe, Bank of NY Mellon e Jennison Associates.
7.- Bank of NY Mellon: Davis Selected, Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Dodge, Cox, Southeatern Asset Mgmt… e “I Quattro Grandi”.

Dei Quattro Grandi che dominano le sette megabanche e che godono di sovrapposizioni ed incroci azionari, si evidenziano soltanto quelli che controllano State Street y BlackRock.
1.- State Street: Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Barrow Hanley, GE, Putnam Investment e… “I Quattro Grandi(Loro stessi sono azionisti!).
2.-BlackRock: PNC, Barclays e CIC.

JPMorgan:
COME ESEMPIO DELLE SOVRAPPOSIZIONI ED INCROCI AZIONARI, si può prendere la PNC Bank, che viene controllata da tre dei “Quattro Grandi”: BlackRock, StateStreet y FMR/Fidelity. Nel suo libro “La Guerra delle Valute”, l’autore cinese, Song Hongbing , catalogava in questo ai Rothschild come la famiglia più ricca del pianeta, con un capitale accumulato di 5 milioni di milioni di US. $. Se i Rothschild fossero un paese, avrebbero avuto quindi, il quinto posto del ranking globale dietro il PIL di 7, 3 milioni di milioni di US. $ dell’India (quarto posto), e maggiore del Giappone, di 4,8 milioni di US-$, quinto posto, prima della Germania (sesto posto), della Russia (settimo posto), del Brasile (ottavo posto) e della Francia (nono posto). Io avrei citato un articolo delle stesso Economist- anche questo di proprietà, come il Financial Times, del gruppo Pearson- tutti controllati dalla Black Rock, uno dei “Big Four”-, in cui si dimostrava quali fossero le multinazionali controllate dalla Black Rock: essendo questa la principale azionista della Apple,di ExxonMobil, di Microsoft, GE, Chevron, JP Morgan, P&G, Shell, Nestlé, senza contare la sua proprietà del 9% delle azioni di Televisa. Secondo i risultati ottenuti dalla ricerca svolta da Lisa Karpova e dalla sua equipe, i “Big Four” controllano inoltre le maggiori multinazionali anglosassoni:
Alcoa; Altria; AIG; AT&T; Boeing; Caterpillar; Coca–Cola; DuPont; GM; H–P; Home Depot; Honeywell; Intel; IBVM; Johnson&;Johnson; McDonald’s; Merck; 3M; Pfizer; United Technologies; Verizon; Wal–Mart; Time Warner; Walt Disney; Viacom; Rupert Murdoch’s News; CBS; NBC Universal. I padroni del Mondo!
Come se quanto esposto prima fosse poco, LK commenta che la Federal Reserve USA comprende 12 Banche, rappresentate da un Consiglio di sette persone, che rappresentano i “Big Four”.
In definitiva la Federal Reserve si trova sotto il controllo dei Big Four privati: BlackRock, StateStreet, FMR/Fidelity y Vanguard Group.
A mio giudizio, è molto probabile che esistano imprecisioni che sarebbero il prodotto della stesa opacità dei mega banchieri.
Nella fase della guerra geofinanziaria, quello che conta è la percezione degli analisti finanziari di Cina e Russia che sono arrivati alla determinazione dei Quattro Grandi e delle otto famiglie, tra le quali si evidenziano i banchieri schiavisti Rothschild: controllori nel loro insieme di altrettante mega banche della Federal Reserve. I padroni dell’Universo!

* di Alfredo Jalife Rahme

SIAMO ALLA FRUTTA

Una nuova direttiva UE è in procinto di essere adottata dal Parlamento europeo.
Il 5 dicembre scorso, la Commissione per le Libertà Civili, la Giustizia e gli Affari interni del Parlamento europeo (LIBE) si è occupata di una direttiva europea, che rischia di limitare le libertà civili nell’UE in un modo finora sconosciuto. La direttiva europea non è lontano dalle norme già pesantemente criticate dalla Ue in Turchia a proposito di “terrorismo”, ma è più facile guardare a casa d’altri che a casa propria. Ne dà notizia l’amico Silvio fornendo questo importante link dal giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che viene estratto da un più ampio PDF . Pare che detta direttiva sia stata fortemente criticata dagli attivisti per i diritti umani a causa della definizione molto vaga, imprecisa e generica di “terrorista” ivi contenuta. Il disegno di legge è fortemente influenzato dalla recente normativa in Francia, che permette alle autorità competenti di richiedere alle società di Internet, senza un ordine specifico del tribunale il blocco dei siti che fanno apologia di “terrorismo”. Secondo Human Rights Watch, la direttiva UE dà ai governi troppo margine di manovra al limite dell’abuso. In particolare, con tale direttiva, può essere limitato in modo arbitrario il diritto di manifestare ed essere adottata come misura preventiva per negare ai lavoratori ogni eventuale protesta pubblica contro la riduzione dei loro diritti.

In Francia, frattanto, diventa reato far propaganda contro l’aborto. Ne scrive Marcello Foa nel suo blog su Il Giornale.

PERSONE MOLTO POTENTI ALL’INTERNO DELL’AMMINISTRAZIONE AMERICANA VOGLIONO LA GUERRA: ECCO LA LORO STRATEGIA.

Zero Hedge riporta un accorato articolo di Michael Krieger sugli interessi molto potenti all’interno dell’amministrazione USA che spingono verso una guerra su larga scala e su come tutti coloro che amano la verità dei fatti e il pensiero critico possono cercare di contrastare questa pericolosa deriva. Il punto fondamentale sta nell’informazione: analizzare attentamente tutte le affermazioni ufficiali propagandate dai media e non suffragate da prove, e rivolgergliele contro.

di Michael Krieger, 5 gennaio 2017

Traduzione di @Malk_klaM

“La crescente isteria nei riguardi della Russia si può comprendere meglio se si considera che soddisfa due necessità di Washington: la transizione del complesso militare-industriale dalla “guerra al terrorismo” verso una più redditizia “nuova guerra fredda”, e sventare la minaccia rappresentata dal presidente Trump nei confronti dell’establishment liberal /neoconservatore interventista in politica estera.

Promuovendo la “minaccia” russa, i neoconservatori e i falchi liberal che li sostengono, che comprendono gran parte dei media mainstream americani, possono assicurarsi maggiori spese militari da parte del Congresso. Questa montatura inoltre mette in moto una manovra ostruzionista per impedire un cambio significativo di direzione della politica estera americana con Trump.”

Dal post: Chi trae vantaggio dalla guerra con la Russia?

Quello che segue sarà probabilmente uno degli articoli più importanti che io abbia mai scritto. Dopo aver passato un po’ di tempo a guardare il rapporto dell’intelligence al Senato appena concluso, sono arrivato alla conclusione che sia stata una delle cose più inquietanti e sinistre che io mi ricordi. Sono molti i punti di riflessione, e non c’è niente di buono.

Prima di cominciare, voglio ricordare a tutti una cosa che ho scritto la scorsa estate nell’articolo “Il governo giapponese si muove verso il dispotismo e il militarismo“:

“Uno degli aspetti più sconfortanti dell’importante lavoro di Neil Howe e William Strauss sui cicli generazionali “The Fourth Turning (1977) è il fatto che nella storia americana questi cicli raggiungono l’apice e terminano con guerre su larga scala.

Per la precisione, la prima delle “Quattro svolte” nella storia americana è culminata con la Rivoluzione (1775-1783), la seconda è culminata con la Guerra Civile (1861-1865), mentre la terza è finita con la guerra più sanguinosa di tutta la storia, la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Sono trascorsi 78 anni tra la guerra di Rivoluzione e la Guerra Civile, e sono trascorsi 76 anni tra la Guerra Civile e la Seconda Guerra Mondiale (76 se si conta l’anno di ingresso degli Stati Uniti nel conflitto). Quindi, se la teoria di Howe e Strauss è valida, e io credo che sia così, dobbiamo prepararci per un conflitto su larga scala che cominci all’incirca 75 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo ci porterebbe al 2020.

Più mi guardo intorno e più vedo apparire segnali ovunque nel mondo che siamo diretti verso un altro grande conflitto. Dall’inutile ritorno della Guerra Fredda con la Russia, alle crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale e al totale caos e distruzione nel Medio Oriente, il mondo è una gigantesca polveriera. Per trasformare queste zone già in conflitto in una conflagrazione su larga scala basta un’altra grave crisi economica globale, cosa che mi aspetto accada entro i prossimi 1-2 anni. Spaventosamente, questo ci mette perfettamente in linea con l’anno 2020.”

Una delle principali ragioni per le quali ho contrastato con tanta forza Hillary è perché credevo che lei incarnasse il bruciante desiderio dei neoconservatori e neoliberal, e del complesso militare e strategico industriale, di uno scontro globale con la Russia, oltre che di portare avanti le disastrose avventure imperiali in tutto il mondo. Molti di noi speravano che con la sua sconfitta avrebbe prevalso il buon senso e gli americani avrebbero potuto avere una tregua dallo stato di guerra senza fine. Questo non è successo.

Anzi, i sostenitori di Hillary sono diventati persino più aggressivi e sconsiderati nella loro sete di sangue, e sembrano pronti a tutto per arrivare a uno scontro che porterà a una devastazione inimmaginabile per il popolo americano. Per me questa è diventata una preoccupazione talmente insostenibile che ho sentito il bisogno di un confronto su quello che dovrebbero fare quelli di noi che vorrebbero evitarlo.

Prima di tutto dobbiamo capire le motivazioni di chi ci sta portando in questa direzione disastrosa. Il loro movente principale è molto semplice: il desiderio di mantenere potere e status. Vedono i segni premonitori della disintegrazione dell’autorità e della credibilità dello status quo, e comprendono che c’è bisogno di concentrarsi su un nemico esterno per distogliere l’attenzione dai fallimenti in casa propria. In secondo luogo dobbiamo capire a che punto siamo nel processo di preparazione della guerra. Dobbiamo riconoscere che interessi molto potenti hanno già deciso che vogliono questa guerra. Per loro, guardare ai fatti ed essere ragionevoli non conta più niente, hanno già deciso. Quindi hanno già una strategia.

Proprio in questo momento, i media, i politici, le agenzie di intelligence ci stanno già convincendo della necessità di questa guerra, e con loro altri portatori di interessi particolari che traebbero vantaggio da una dominazione imperiale all’estero (al contrario della stragrande maggioranza di noi, che ne saremmo danneggiati gravemente). Quando arrivate a comprendere che ci troviamo di fronte a un enorme tentativo di imbonirci per radunare in massa gli americani come pecore verso un conflitto che non è certamente nel loro interesse, allora tutto quello che vedete e sentite intorno a voi inizia ad avere senso.

Nel caso che dubitiate della mia teoria secondo la quale certe persone hanno già deciso che vogliono questa guerra, guardate questa polemica del neoconservatore Lindsey Graham : “Io non ho mai visto una guerra che non mi sia piaciuta”. Lui è senz’altro ben disposto a mandare gli altri in guerra.

Ma la cosa più inquietante del desiderio infinito di Graham di menare le mani è quello che ha detto alla fine James Clapper, direttore del National Intelligence: “Mi trovo perfettamente d’accordo con quello che ha appena detto, e lo apprezzo molto”. A dirigere il manicomio ora ci sono i pazzi.

Questo è molto importante. James Clapper ammette di volere uno scontro con la Russia. Perché? Perché è sua opinione che la Russia abbia fornito davvero informazioni a Wikileaks che hanno messo in imbarazzo il Partito Democratico, e di conseguenza causato la sconfitta elettorale di Hillary Clinton. Ammettiamo pure per un attimo che i servizi segreti americani abbiano davvero le prove che Putin abbia orchestrato questa operazione e l’abbia mandata a Wikileaks con il preciso proposito di aiutare Trump. Se si potesse provare, credo assolutamente che si tratti di informazioni importanti e credo che gli americani dovrebbero esserne a conoscenza. E comunque, sarei disposto ad andare in guerra con la Russia per questo? No di certo. E la maggioranza degli americani? Ne dubito. Per riassumere, gli americani non vogliono la guerra, ma molti politici a Washington e altri portatori di interessi particolari la vogliono. È questa divergenza che rende la situazione anche più pericolosa.

Dobbiamo renderci conto che coloro che vogliono questa guerra saranno assolutamente implacabili. Il tentativo di convincerci non finirà finché non avranno ottenuto esattamente quello che vogliono. È qui che tutti noi che abbiamo un pensiero critico dobbiamo giocare un ruolo chiave. Dobbiamo essere pronti ad analizzare attentamente tutte le affermazioni ufficiali non suffragate da prove, e rivolgerle contro i guerrafondai, perché sappiamo di sicuro che i media, di proprietà di una ristretta oligarchia, non lo faranno. Dobbiamo essere pronti a informare i nostri concittadini su cosa sta succedendo, in modo da non farci incantare dai loro discorsi imbonitori con conseguenze che sarebbero disastrose. Sfortunatamente dobbiamo anche essere pronti per un possibile “false flag” (attentato sotto falsa bandiera, ndt) provocato dallo “Stato Profondo”*, se l’attuale tattica non dovesse funzionare.

Questo non vuole dire che nel corso della storia dell’umanità la guerra non sia mai necessaria. A volte è inevitabile, ma non siamo affatto a questo punto. Inoltre, dovremmo vedere come particolarmente problematico il fatto che molti stiano cercando di spingere verso un conflitto sulla base di accuse che, mettendo le cose in prospettiva, risultano decisamente irrilevanti. E questo mi porta al punto più importante di tutti.

L’America non può vincere una guerra globale di questa portata se si basa su falsi pretesti e in assenza di un fortissimo consenso dell’opinione pubblica. Questo consenso non c’è. Basterà questo a frenare i signori della guerra e i loro subdoli piani? È ancora troppo presto per dirlo, ma so di certo che se venissimo spinti senza motivo in un conflitto globale, non finirà bene per noi. Se questa è la strada che vuole farci percorrere il nostro perverso status quo, non dimentichiamo mai chi sono e quali sono i moventi dietro le loro azioni.

Infine, lasciatemi concludere con la seguente osservazione:

Movimento 5 Stelle, ecco clienti e conti della Casaleggio Associati svelati da Supernova

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Che cosa c’è scritto nell’ultimo capitolo del libro scritto dall’ex collaboratore della Casaleggio Associati, Marco Canestrari, e dall’ex capo comunicazione M5S alla Camera, Nicola Biondo
“Se Silvio Berlusconi oggi avesse avuto vent’anni di meno e avesse scelto di ‘scendere in campo’ con un suo partito, probabilmente avrebbe utilizzato lo stesso schema di Grillo e Casaleggio: la rete, le società collegate, le fake news per fare profitti, le consulenze… Ridurre quel sogno di movimento popolare che era il progetto Cinque Stelle in una Forza Italia 2.0 è stato forse uno dei delitti politici più efferati di questi ultimi anni”. Sono le parole con cui termina l’ultimo capitolo pubblicato di “Supernova, come è stato ucciso il Movimento 5 Stelle”, il libro sostenuto da un progetto di crowfunding online scritto a quattro mani dall’ex collaboratore della Casaleggio Associati Marco Canestrari e dall’ex capo comunicazione M5S alla Camera Nicola Biondo, che a inizio marzo diffonderanno l’intera opera. Al centro dell’ultimo capitolo reso pubblico, i conti dell’azienda (la Casaleggio Associati) e la mappa del suo potere.

GRILLO COME BERLUSCONI

L’avventura politica del Movimento 5 Stelle non è così dissimile da quella di Silvio Berlusconi, secondo gli autori. In entrambi i casi due leader carismatici (l’ex Cav. e Beppe Grillo) si servono di aziende proprie o a loro vicine (nel caso di Grillo l’azienda è dell’amico Gianroberto Casaleggio) per entrare nell’agone politico. Se si confronta il 1994, e allo storytelling berlusconiano che narra di un nuovo movimento fatto di persone normali estranee alla vecchia classe politica ma in realtà costruito negli uffici di Publitalia, concessionaria pubblicitaria della Fininvest, rispetto a quello schema la vera differenza – secondo Canestrari e Biondo – è “la diffusione dei nuovi strumenti di comunicazione, che hanno costi d’accesso infinitamente più bassi, e che quindi non necessitano di investimenti paragonabili a quelli del secolo scorso”. Per il resto, “la strategia seguita da Grillo per scalare il Paese è la stessa, e non ha nulla a che fare con la democrazia diretta e il contrasto ai poteri forti; ne ha molto, invece, con l’economia di relazione e l’abile amministrazione di influenze pazientemente coltivate”. Ma se Berlusconi poteva contare su ben altre risorse, “i bilanci della Casaleggio Associati non evidenziano flussi di denaro particolarmente importanti per un’azienda che occupa tra le otto e le dieci persone”. Il problema, notano gli autori, “semmai è il contrario”, perché la società finirà per “trasferire alcuni costi ad altri soggetti legati al Partito e a garantirsi vitali ricavi”.

QUEI LEGAMI CON EXPEDIA (FINO ALLA RAGGI)

Agli albori dei 5 Stelle c’è una stretta sinergia con Expedia. Il colosso mondiale del turismo online, svela Supernova, “è uno dei clienti più importanti della neonata azienda”. Quando nel 2004 viene fondata, la Casaleggio Associati produce rapporti sull’e-commerce. “Uno in particolare: quello sull’andamento dell’e-commerce in Italia, sponsorizzato da Expedia”. All’epoca, tra il 2004 e il 2009, l’ed di Expedia era l’italiano Adriano Meloni, amico di Casaleggio padre, uno che ha preso parte anche agli incontri di Gaia organizzati dal guru. “Quando se ne va da Expedia, strana coincidenza, si interrompe il rapporto economico con Casaleggio Associati. Oggi è assessore allo sviluppo economico della giunta M5S di Virginia Raggi”.

DI PIETRO? UN CLIENTE DI CASALEGGIO

Non è mai stato un alleato politico dei 5 Stelle, però Antonio Di Pietro è stato un cliente della Casaleggio Associati. E’ Grillo che lo presenta a Casaleggio nel 2005, rivelano Canestrari e Biondo. “Viene aperto il Blog di Antonio Di Pietro, graficamente molto simile a quello di Grillo, che utilizza le stesse strategie di comunicazione online: un post al giorno, scritto da Casaleggio o dal socio Luca Eleuterio e approvato da Di Pietro, e banner per diffondere le campagne del Partito”. Nel 2005 e nel 2006 Casaleggio “organizza la comunicazione elettorale di Italia di Valori, che gli affida infine anche la responsabilità tecnica ed editoriale del sito del Partito”. Sul blog dell’ex pm i credits non sono esposti (a differenza del blog di Grillo che indica chiaramente la Casaleggio Associati), tuttavia “i bilanci di Italia dei Valori rivelano che tra il 2005 e il 2010 vengono spesi per la comunicazione online e le ‘strategie digitali’ non meno di 1.800.000 euro. Soldi pubblici, derivanti dai rimborsi elettorali”. In sostanza, “mentre IdV paga, per i suoi servizi, Casaleggio Associati, Gianroberto Casaleggio, nella veste di dominus del nascente Movimento e gosthwriter di Grillo, tuona proprio contro quello stesso finanziamento pubblico ai partiti”.

DALLE BANCHE E MULTINAZIONALI ALL’EDITORIA

Che dire poi di quel sistema bancario contro il quale Grillo e i suoi lanciano strali dal blog? “Casaleggio Associati più pragmaticamente con le banche collabora”. Si va da “colossi del calibro di CartaSì e Banca Intesa, per conto delle quali l’azienda produce analisi di mercato e campagne d’informazione online” fino a sponsor come Barclaycard, Banca Sella, HiPay e (nel 2016) Poste Italiane. Discorso analogo per le multinazionali “che finanziano i portali di fake news di Casaleggio Associati, tzetze.it, la-cosa.it, lafucina.it”. “Sono fonti di reddito dell’azienda grazie alla pubblicità fornita da aziende come Google (di cui Casaleggio Associati è partner importante, come rivelato un ex dipendente a BuzzFeed.com) e Publy”, mentre “attraverso Amazon, invece, l’azienda vende i propri prodotti editoriali”.
Non c’è comunque soltanto l’e-commerce tra gli asset aziendali dell’azienda che sovraintende i 5 Stelle. Pure l’editoria è un settore che attira, con un primo tentativo di avviare una casa editrice online, l’idea di un portale per aggregare blog sparsi in rete (TzeTze) dando spazio a un’informazione alternativa. Canestrari e Biondo ripercorrono poi la collaborazione con Chiarelettere (“l’accordo prevede che il Blog intervisti e pubblicizzi alcuni titoli dell’editrice e li venda attraverso il proprio negozio online Grillorama, trattenendo una commissione”), i rapporti con il Fatto Quotidiano, il contratto con il gruppo editoriale GEMS, di cui fa parte Chiarelettere, “nel frattempo divenuto editore di Grillo e Casaleggio per alcuni libri, e che prevede la gestione di alcuni portali del gruppo e, in particolare, il blog collettivo voglioscendere.it”, con le firme di Marco Travaglio, Peter Gomez e Pino Corrias, poi trasformato in cadoinpiedi.it. C’è spazio anche per un aneddoto su Giovanni Favia, l’ex consigliere 5 Stelle in Emilia-Romagna cacciato dal Movimento dopo le parole off the records riprese da La7 il quale in realtà – raccontano gli autori – aveva già rotto con Casaleggio per non aver troncato la collaborazione con il Fatto Quotidiano (aveva un blog). Perché avrebbe dovuto chiuderla lì? Per ripicca, perché la testata aveva sviluppato quell’area del sito senza la consulenza della Casaleggio Associati. “Sorte simile – si legge nel capitolo – subiscono Daniele Martinelli, primo capo della comunicazione del Movimento alla Camera, Matteo Ponzano, che gestiva il canale web-tv La Cosa, oltre a uno degli autori di questo libro. Candidati alle parlamentarie del Movimento per le elezioni europee del 2014, vengono esclusi a votazioni aperte da una nota del Blog: ‘non sono ammessi dipendenti o collaboratori attuali o ex della Casaleggio Associati’”.

Giovanni Bucchi, f! Formiche

La truffa dell’unità d’Italia: dal ladro Garibaldi ai Rothschild 13

di Enrico Novissimo

Il processo di Unità di Italia ha visto come protagonisti una sfilza di uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi illustri: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi ora a cavallo…ora in piedi che impugna alta la sua spada, alcune volte indossa la celebre camicia rossa…altre volte si regge su un paio di stampelle come un martire. Tuttavia un ritratto che di certo non vedremo mai vorrebbe il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.

È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?

La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia. Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.

Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani. Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie. L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.

La storia ufficiale racconta che i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi, benché disorganizzati e privi di alcuna esperienza in campo militare, avrebbero prevalso su un esercito di settanta mila soldati ben addestrati e ben equipaggiati quale era l’esercito borbonico. In realtà l’impresa di Garibaldi riuscì solo grazie ai finanziamenti dei Rothschild, con i loro soldi i Savoia corruppero gli alti ufficiali dell’esercito borbonico che alla vista dei Mille batterono in ritirata, consentendo così la disfatta sul campo. Dunque non ci fu mai una vera battaglia, neppure la storiografia ufficiale ha potuto insabbiare le prove del fatto che molti ufficiali dell’esercito borbonico furono condannati per alto tradimento alla corona. Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre. Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga. Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.

A 150 anni di distanza si parla ancora di questione meridionale. Anche i più distratti scoveranno diverse analogie con quella che oggi viene invece definita questione palestinese. Stesse tecniche di disinformazione, stesse mire espansionistiche e soprattutto stesse famiglie di banchieri.

Solo che un tempo gli oppressi erano chiamati briganti…oggi invece sono i cattivi terroristi.

Fonte edizionisicollanaexoterica.blogspot.it

Remember the Massacre at Wounded Knee On this day in 1890, the US Army murdered as many as 300 Native American men, women, and children.

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A mass grave after the Wounded Knee Massacre at Wounded Knee Creek, South Dakota in 1890. Wikimedia Commons
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As dawn appeared on December 29, 1890, about 350 Lakota Indians awoke, having been forced by the US Army to camp the night before alongside the Wounded Knee Creek in South Dakota. The US Cavalry’s 7th Regiment had “escorted” them there the day prior and, now, surrounded the Indians with the intent to arrest Chief Big Foot (also called Spotted Elk) and disarm the warriors.

When a disagreement erupted, army soldiers opened fire, including with Hotchkiss machine guns. Within minutes, hundreds of children, men, and women were shot down. Perhaps as many as three hundred killed and scores wounded that morning.

Few Americans now know that the deadliest shootings in US history were massacres of native peoples. Today is the anniversary of the largest such massacre.

The event’s common name, “The Battle of Wounded Knee,” obscures the true horrors of that day. For this was no “battle” — it was a massacre.

A People’s Dream

Indigenous peoples were the first to experience the wrath of European conquerors. While no one knows how many people lived in what is now the United States, estimates range from two to eight million before contact. By 1900, about two hundred thousand remained, nearly all consigned to remote wastelands in the interior west that elites considered worthless.

The Lakota, comprised of seven bands, was the largest and most powerful of a larger group of Indians who lived in the northern Plains that together are called Sioux. For most of the nineteenth century, they fiercely resisted the encroachment of US authority and people on their homeland.

Few US citizens or European immigrants lived in the vast interior until after the Civil War. Then, thanks largely to the US government, millions streamed westward aboard government-financed transcontinental railroad lines. The immense lands — seized from Indian nations — and abundant natural resources drew white people wanting to farm, ranch, and mine. They hoped to live independent lives and, just maybe, get rich.

The US government also dispatched the Army to protect “settlers” from increasingly angry Indians.

The government and citizenry considered the lands that Indians had lived upon for millennia to be the property of the United States. Accordingly, natives were killed, displaced, or forced onto “reservations.” The US compelled Indian nations to sign treaties, sacrificing their traditional lands for other, far-smaller parcels often far from home.

Generally, these “negotiations” were of the “or else” variety — as in: sign the treaty or be killed. Plains Indians also were promised some money and food rations to replace their buffalo hunting and semi-nomadic lifestyles, which their entire culture was based upon.

Most Indians despised these treaties and only agreed to them under the threat of violent extermination. Sioux chief Spotted Tail, for instance, declared, “We do not want to live like the white man . . . The Great Spirit gave us hunting grounds, gave us the buffalo, the elk, the deer, and the antelope. Our fathers have taught us to hunt and live on the Plains, and we are contented.”

After the Civil War, dozens of Indian nations found themselves trapped between destructive government policies and ongoing settler invasion. Not surprisingly, many Indians resisted. So throughout the 1860s, 1870s, and 1880s, the United States engaged in dozens of wars against the Arapaho, Kiowa, Comanche, Nez Perce, Bannock, Apache, Ute, Blackfoot, Navajo, and others.

The most well-known such war took place between the United States and Lakota Sioux (with Northern Cheyenne and Arapaho allies) in the Dakota, Montana, and Wyoming territories. In 1868, the Treaty of Fort Laramie had ended the Powder River War and set aside a “Great Sioux Reservation in perpetuity.” However, many Sioux bands had not signed including Chief Sitting Bull’s Hunkpapa Sioux, Chief Red Cloud’s Oglala, and Spotted Tail’s Brulé. In response to settler incursions and to defend their homeland and lifestyle, the Sioux raided white settlements, intimidated federal agents, and harassed miners, settlers, and railroads.

As the renewed war raged, Colonel George Custer of the 7th Cavalry Regiment led a force into the Black Hills, the sacred heart of the Sioux, in southwestern South Dakota. Custer did so contrary to the Fort Laramie Treaty, which guaranteed that the Black Hills would remain “off-limits” to white settlement. When Custer reported huge deposits of gold, a stampede of white prospectors flooded in, followed by the Army for “protection.”

The New York Herald, among the nation’s leading papers, summed up the general feeling of white Americans:

It is inconsistent with our civilization and with common sense to allow the Indian to roam over a country as fine as that around the Black Hills, preventing its development in order that he may shoot game and scalp his neighbors. That can never be. This region must be taken from the Indian.

(In 1980, the US Supreme Court ruled in United States v. Sioux Nation of Indians that the taking of the Black Hills, in fact, had broken the Fort Laramie Treaty and awarded the Sioux compensation. Although due to compound interest the total has risen to nearly $1.5 billion, the Sioux refuse to accept this money, seeing it as a bribe. Instead, they still want their land back.)

Treaties be damned, the Army demanded that all Indians report to reservations by January 31, 1876, or be hunted down. When most refused, the Army dispatched troops to the Little Bighorn River basin in south central Montana.

Shortly thereafter, Custer underestimated his Sioux and Cheyenne enemy, divided his too-few troops, and attacked a huge encampment of several thousand warriors. Famously, his troops were surrounded and obliterated at “Custer’s Last Stand,” which was really more a roving battle.

Stunned by this defeat, the Army redoubled its efforts to defeat the Lakota, committing thousands more troops to this war. One by one, bands of Indians were forced to surrender and confined to reservations. Sitting Bull, cleverly, relocated with his people to Canada, in 1877, where the US Army could not follow.

However, in 1881, after years of hunger due to the steady extermination of bison, Sitting Bull and his people returned to the States and surrendered, the last Lakota band to do so. The Army’s strategy of starving the Indians — by killing off their primary food source — had worked to perfection just as Colonel Richard Dodge predicted in 1867, “Every buffalo dead is an Indian gone.”

Meanwhile, the Black Hills became the nation’s most profitable gold-mining region, producing enormous wealth for white miners — including a man named George Hearst, who became one of the nation’s richest men. His son, William Randolph, turned that fortune into the nation’s most powerful newspaper empire.

The Sioux ended up in Pine Ridge and four other reservations scattered across South Dakota, North Dakota, and Nebraska.

Treaties be damned, in the late 1880s the government reduced Sioux meat rations while many of their cattle died from disease. The Sioux became increasingly desperate: their lands taken, the bison — at one time numbering in the many millions — perhaps down to a few thousand, their entire way of life decimated. And, now, they were starving.

Many remaining Plains Indians, including Sioux, sought solace and answers in religion. Wovoka, a prophet of the Great Basin (Paiute) Indians, promised the Sioux they would return to prominence and white people would be wiped out, if they embraced the Ghost Dance — not unlike visions that Christians might experience with fasting and solitude.

As the Ghost Dance spread like wildfire, Army officials worried that this religious revival could lead to a Sioux uprising. To squash this possibility, the Army ordered the arrest of Sitting Bull, a rallying point of the Ghost Dance, where he lived on the Standing Rock Reservation. (Of course, this place and people recently became famous due to the heroic stand of Standing Rock Sioux in resisting the Dakota Access Pipeline from crossing some of their sacred lands and endangering their water supplies.) But Sitting Bull refused to go quietly, resisted arrest, so was shot and killed.

With Sitting Bull eliminated, the Army next sought out Big Foot and his followers, who soon headed to the Pine Ridge Reservation, where they hoped they might be safe alongside Red Cloud’s band.

On December 28, 1890, soldiers in the 7th Cavalry, the same unit that had suffered ignominious defeat with Custer, intercepted 350 Indians near Pine Ridge. The Army rounded up the starving and freezing natives, with Chief Big Foot suffering from pneumonia, and had them make camp at Wounded Knee.

US soldiers, numbering perhaps five hundred, commenced disarming the Indians the next morning. One can imagine the tension, the Ghost Dance having sparked a renewed sense of pride and empowerment among the defeated Sioux. The Army was tasked with keeping the Sioux pacified and confined to reservations. Sitting Bull had been killed two weeks prior; now, the Army sought to arrest and disarm another band of Sioux warriors.

Black Coyote, however, resisted giving up his gun — perhaps because he was deaf and could not understand English. In the scuffle that ensued, a shot rang out.

Instantly, US soldiers opened fire with their weapons including the four Hotchkiss machine guns. Among the most powerful weapons of the era, the Army had used these against Indians previously.

Not only did the machine gunners target warriors scrambling for what weapons they could find, they also raked teepees full of children and women. Those running towards a nearby ravine also were cut down.

Though the Indians mostly had been disarmed, some still possessed weapons or grabbed some from those already confiscated. While the machine guns mowed down the defenseless, people scattered in every direction. Soldiers, no longer following orders or discipline, chased down and killed any Indian, armed or not.

Army general Nelson Miles visited this killing field a few days later. He expressed shock that women with babies in their arms had been shot down, several miles from the initial “battle” site, indicating that soldiers systematically hunted down all who fled.

Dee Brown, author of the popular history Bury My Heart at Wounded Knee, places the number of Indians killed at about three hundred, including at least a hundred children and women as well as Big Foot. They were buried in mass graves. Twenty-five US soldiers died, too, many quite possibly from friendly fire.

Black Elk, made famous in John Neihardt’s Black Elk Speaks: Being the Life Story of a Holy Man of the Oglala Sioux, published in 1961, survived Wounded Knee:

I did not know then how much was ended. When I look back now from this high hill of my old age, I can still see the butchered women and children lying heaped and scattered all along the crooked gulch as plain as when I saw them with eyes young. And I can see that something else died there in the bloody mud, and was buried in the blizzard. A people’s dream died there. It was a beautiful dream . . . the nation’s hoop is broken and scattered. There is no center any longer, and the sacred tree is dead.

One of Many

Wounded Knee is commonly described as the last “battle” in the US-Indian Wars. It could be seen as the deadliest mass shooting in US history. It certainly wasn’t the only one.

The US Army killed about 250 Shoshone during the Bear River Massacre in southeastern Idaho in 1863. As recently discussed in Smithsonian, “200 soldiers under Colonel Patrick Connor’s command killed 250 or more Shoshone, including at least ninety women, children, and infants. The Shoshone were shot, stabbed, and battered to death. Some were driven into the icy river to drown or freeze.”

In eastern Colorado in 1864, the Sand Creek Massacre occurred. There, US soldiers attacked peaceful, unarmed Cheyenne and Arapaho Indians “with carbines and cannon, killing at least 150 Indians, most of them women, children and the elderly. Before departing, the troops burned the village and mutilated the dead, carrying off body parts as trophies.”

In 1870, the US Army accidentally killed the “wrong” group of Indians, in the Baker or Marias Massacre. In north-central Montana, along the Marias River, Major Eugene Baker ordered his soldiers to attack a village of peaceful Blackfeet. When informed by a subordinate that this group was not the one the troops were looking for, Baker responded, “That makes no difference, one band or another of them; they are all Piegans [Blackfeet] and we will attack them.” About 175 unarmed Blackfeet were murdered, the great majority children and women.

Countless killings of smaller numbers of Indians happened throughout US history, including an untold number due to the 1755 bounty put on the “heads” of Wabanaki Indians in Maine and the slaughter of twenty Conestoga Indians by the “Paxton Boys” in 1763 in Pennsylvania.

These and other mass Indian killings remain unknown by the great majority of Americans. Wounded Knee (and Bear River, Sand Creek, and Marias) simply do not exist in the collective memory of non-natives. Native lives still do not fit into the larger narrative of US history.

Of course, Indians have not forgotten. In 1973, two hundred members of the American Indian Movement (AIM), a militant civil rights organization partially styled after the Black Panthers, returned to Wounded Knee to demand the federal government live up to nineteenth-century treaty obligations. Quickly surrounded by police and federal agents, AIM supporters engaged in a seventy-one-day standoff that left two natives dead and one federal agent paralyzed, the so-called Second Battle of Wounded Knee.

Two years later, another clash between AIM and federal law enforcement on the Pine Ridge Reservation left two FBI agents dead and Leonard Peltier found guilty of first-degree murder, though he always has maintained his innocence. Currently, his supporters including Amnesty International, which claims his trail was unfair, hope for clemency from President Obama during his final days in office.

In recent years members of the Northern Arapaho of Wyoming and Northern Cheyenne of Montana, along with Southern Arapaho and Cheyenne tribes of Oklahoma and their allies, commemorate the Sand Creek Massacre with a four-day march. They walk or run nearly two hundred miles, from the location of the killings, now a National Historic Site, to the state capitol building in Denver.

Unfortunately, many Americans do not know of Wounded Knee and other indigenous massacres. The tragic shooting in Orlando earlier this year highlights this invisibility when that tragedy, which left forty-nine dead, repeatedly was labeled the “worst shooting in US history.” In fact, as Roxanne Dunbar-Ortiz reminds us, Native Americans have not disappeared even if their role in US history is forgotten.

During the past few months, the inspired and inspiring actions of the Standing Rock Sioux have compelled all Americans to acknowledge Indian existence and resistance. They also demonstrate what an indigenous-led, multiethnic social movement can look like. Sitting Bull would be proud of these water defenders, his descendants.

Past and present, the Sioux and other American Indians have charted a path of defiance and independence despite genocidal efforts by European conquerors and American settlers. Today, we remember a particularly brutal chapter in the violent effort to wipe out America’s first peoples.

KOSOVO: Che fine fanno i jihadisti dell’Isis quando tornano dalla guerra?

Lavdrim Lita 24 novembre 2016

Albert Berisha e Liridon Kabashi, entrambi ex jihadisti, hanno fondato l’Istituto di Sicurezza e Integrazione per scoraggiare i candidati alla jihad e assistere i reduci nel loro processo di reintegrazione. Tre anni fa Berisha e Kabashi si trovavano in Medio Oriente al fianco delle formazioni che combattevano per lo Stato Islamico. Una volta tornati a casa sono stati arrestati dalla polizia kosovara. Alle autorità kosovare hanno dichiarato di aver combattuto per l’Esercito Siriano Libero, il Free Syrian Army, ma di essersi trovati a combattere in seguito nelle formazioni dello Stato Islamico.

L’Istituto ha come compito quello di dissuadere eventuali futuri jihadisti e di reintegrare quelli che sono tornati dal Medio Oriente. “Vogliamo dire loro che c’è una opzione: reinserimento e risocializzazione“, sostiene Berisha, 29 anni, in attesa dell’esito del suo ricorso contro una condanna a tre anni e sei mesi. “Il nostro primo progetto si chiama Foreign Fighters Talk“, continua. Grazie a questo progetto, “incoraggiamo i foreign fighter jihadisti a parlare delle loro esperienze al fine di comprendere le ragioni della loro disillusione e il loro ritorno in Kosovo. Vogliamo capire quanti di essi sono pronti per essere reintegrati nella società e quali sono le loro esigenze”.

In risposta alla pressione europea e statunitense a impegnarsi maggiormente per arginare il fenomeno, il Kosovo (ma anche l’Albania e la Macedonia) lo scorso anno ha approvato una rigorosa legge che condanna fino a 15 anni di carcere chiunque combatta in guerre straniere. “Il Kosovo ha fatto un ottimo lavoro per coinvolgere le comunità musulmane locali negli sforzi per informare i loro membri contro i pericoli della radicalizzazione”, ha detto Sarah Bedenbaugh, esperta di Balcani presso l’Atlantic Council, un think tank con sede a Washington.

A tal proposito, la NATO ha deciso di aprire uno dei suoi Centre of Excellence in Albania per occuparsi del fenomeno dei foreign fighter arruolati nelle organizzazioni terroristiche in Siria ed Iraq. Questi centri Nato sono strutture deputate a formare specialisti in materia di sicurezza dei paesi membri, aiutando a sviluppare le dottrine di difesa e migliorare la capacità di interazione fra gli alleati.

Il Kosovo, con 1,8 milioni di abitanti – 90% dei quali musulmani – ha 232 cittadini presenti in Siria e Iraq come foreign fighter jihadisti, secondo un rapporto del Kosovar Center of Security Studies. A Pristina il problema del radicalismo islamico è emerso nel 1999, nell’immediato dopoguerra. L’instabilità politica del Kosovo, paese le cui istituzioni sono ancora fragili e dove persiste un elevato tasso di corruzione, facilita il lavoro delle associazioni caritatevoli islamiche che, spesso, agiscono come cavallo di Troia del jihadismo. Organizzazioni che sono riuscite a inserirsi in questa cornice porosa e a reclutare giovani per la jihad in Siria e Iraq. I Balcani servono soltanto da possibile serbatoio per la guerra in Medio Oriente, non sono bersagli che interessano a questi gruppi.

TURCHIA: I difficili rapporti con l’UE, ora che tutto trema (I-II)

I rapporti fra Unione Europea e Turchia sono destinati a cambiare, ma quale sia la direzione di questo cambiamento ancora non è chiaro. Ci sono dei temi che legano entrambe le parti a doppio filo, ma attualmente Bruxelles e Ankara sembrano ignorarsi e concentrarsi sui problemi interni.

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I. Lo scorso 15 novembre il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha compiuto una visita ufficiale ad Ankara incontrando la sua controparte turca, Mevlüt Cavusoglu, e il presidente Recep Tayyip Erdoğan. La visita del ministro tedesco si inserisce in un periodo incredibilmente critico per la politica turca, sia a livello domestico sia a livello di relazioni estere (in particolar modo i rapporti con l’UE).

La democrazia turca sta lentamente soffocando

In questi mesi EastJournal ha seguito da vicino la stretta progressiva che il governo dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della Giustizia e Sviluppo) ha messo in atto e continua a portare avanti nei confronti dei suoi oppositori quali elementi della società civile (arresto di accademici e giornalisti) oppure personale inserito nella vita militare e politica del paese: in seguito al tentato colpo di stato di questo luglio il governo ha infatti proclamato in Turchia lo stato d’emergenza, e dopo l’epurazione dall’ambiente militare di personale considerato pericoloso per la sicurezza del paese (perché contrario al governo dell’AKP) la paranoia è arrivata a tal punto da arrestare membri del Parlamento e in particolare del partito HDP, che rappresenta ad oggi l’unica opposizione istituzionale a Erdoğan.

Ultimo sviluppo da un punto di vista cronologico ma non certo per importanza è la destituzione di numerosi rettori di università pubbliche in tutta la Turchia, rimpiazzati da persone di fiducia nominate dal presidente.

Perché le parole di Steinmeier hanno un peso storico

La visita del ministro degli Esteri tedesco ha portato a una discussione su temi sensibili per entrambi i paesi e lui stesso ha sottolineato, al momento dei ringraziamenti per l’accoglienza ricevuta, come il dibattito intavolato non sia stata facile. Dall’accusa di Erdoğan al governo Merkel di sostenere i terroristi del PKK in suolo tedesco alla questione migranti, i temi sono stati caldi, e questo rende l’incontro ancora più importante e non solo da un punto di vista formale.

In un momento in cui la democrazia turca è a rischio più che mai dalla fondazione della Repubblica, il rappresentante di un paese che ha vissuto sulla sua pelle la nascita di un regime dittatoriale ha compiuto un viaggio per sottolineare come sia fondamentale per un paese garantire la libertà ai mezzi di informazione, prima che questo spazio diventi troppo stretto per riuscire ancora ad esistere. Il Ministro degli esteri tedesco ha in sostanza ricordato, in una visita ufficiale, che il passaggio ad un regime dittatoriale è una stretta che si chiude piano piano, e che l’ultimo colpo di coda è quello che si nota meno perché alla fine risulta inevitabile.

L’adesione turca all’UE torna a fare paura

A questo punto non sorprende che una delle questioni che più ha diviso l’opinione pubblica e i governi dei paesi membri dell’UE, il processo di adesione turco, sia tornato alla ribalta.

Il Parlamento europeo si è già espresso in maniera evidente in merito, con una votazione in cui si è espresso a favore di una sospensione momentanea dei negoziati (497 Sì contro 37 No). Riguardo a quali condizioni si sarebbe disposti a riaprire, una volta chiuso, non è ancora chiaro. La risoluzione votata dal Parlamento europeo non è legalmente vincolante, ma certo è sintomatica di una situazione già esasperata negli ultimi anni dal tentennamento dell’UE, e oggi apertamente sfidata dalla politica di regime che l’AKP sta attuando.

L’AKP non solo si sta giocando le sue chances di entrare (chissà quando) nell’UE, ma sta smascherando allo stesso tempo la politica incoerente che l’Unione Europea ha portato avanti in questi anni in merito alla sua candidatura: la cosa preoccupante è che la Turchia non sembra soffrire per questo legame che si sta sciogliendo ma anzi comincia a sembrare sorda alle campane d’allarme che proprio in Europa iniziano a squillare.

II. Mentre il parlamento europeo propone di bloccare il processo di adesione turco all’UE, in Turchia viene presentata una riforma costituzionale che trasforma la repubblica costituzionale kemalista in uno stato presidenziale, garantendo enormi poteri a Erdogan e snaturando il sistema di check & balance. I due schieramenti sembrano sempre più due vicini che hanno deciso di voltarsi le spalle.

La libertà di informazione in Turchia non esiste più

E’ recente la divulgazione di un’analisi svolta da tre istituti che si occupano di monitorare la libertà di stampa (RSF, CPJ e HRW) secondo cui la Turchia detiene il triste record di arresti per giornalisti e attivisti per i diritti umani e civili: sono 144, ma è impossibile accertare il numero esatto dato che il ministro della Giustizia Bekir Bozdag ha impedito il rilascio di cifre ufficiali. I dati si riferiscono non solo a giornalisti di professione ma anche blogger e free lance. Per non parlare dell’ultimo giro di vite di arresti che ha pesantemente colpito il partito di opposizione HDP.

Questione migranti: una soluzione mai cercata

L’accordo sui migranti resta una delle questioni più dubbie e oscure nella storia delle relazioni fra UE e Turchia: assomiglia più a un accordo capace di essere usato come leva di ricatto dalla Turchia piuttosto che un patto effettivamente studiato per una soluzione, anche se parziale, sul tema migrazioni. Un accordo costato caro all’UE, che con i soldi impegnati poteva predisporre un meccanismo di accoglienza a livello europeo funzionante, invece che delegare tutto al vicino. Questo accordo rappresenta un vuoto (giuridico, politico e logistico) alla situazione che i migranti soffrono: quanto potrà essere usato dalla Turchia per ricattare l’UE? E quanto l’UE ha intenzione di finanziare, vedendo come i soldi vengono utilizzati?

Diritti umani: questioni interne

All’interno della Turchia il governo dell’AKP continua a portare avanti la sua personalissima guerra al PKK. Non si intende in questo articolo prendere le parti di uno o di un’altro attore presente in questo conflitto: entrambi gli schieramenti hanno una storia alle spalle capace di spiegare le reciproche posizioni, e questo non è il contesto nel quale affrontarle. E soprattutto, in nessun caso, un comportamento che porta ad atti terroristici può essere giustificato: ma è quello che sta succedendo sul suolo turco. Questa guerra di logoramento con il PKK, che sembrava essere entrata in una fase di raffreddamento proprio grazie alla politica inclusiva dell’AKP, vive oggi dei momenti di recrudescenza terribili. Gli attentati nelle città principali fra cui la pluri-martoriata Istanbul, che quest’anno sembra soffrire anche fisicamente di tutte le ferite che questa politica di governo bieca e violenta le sta infierendo, sono solo la superficie.

Quello che non viene detto, e certo non pubblicizzato dal governo turco sulle tv internazionali, è la sofferenza che viene imposta agli abitanti del Kurdistan: un tragico rapporto di Amnesty affronta il tema delle deportazioni che gli abitanti del centro storico di Diyarbakır stanno vivendo a causa di questa guerra al confine sud-est. Il governo sta fisicamente privando i suoi cittadini, perché curdi, dei loro diritti, al fine di continuare le operazioni militari.

Un sistema di governo presidenziale: quale futuro?

Infine è necessario menzionare la spinta verso il presidenzialismo. A prescindere dalla portata enorme di questo cambiamento per la Turchia stessa, quale peso potrebbe avere sulle relazioni con l’UE? Come ha ricordato il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, la libertà di informazione è un bene prezioso per un paese, e storicamente ogni volta che questo bene è stato sacrificato lo è stato fatto a caro prezzo. Quale prezzo sia disposta a pagare la Turchia lo stiamo vedendo giorno per giorno, quale che sia quello dell’Europa ancora non è chiaro forse perché l’Europa stessa non si sta rendendo conto che dovrà iniziare a pagare in ogni caso.

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Intervista ad Aydin Engin, ultimo baluardo della libertà di stampa

Da ISTANBUL – Quartiere di Şişli, zona centrale della Istanbul europea. Superati i rigidi controlli di sicurezza, entriamo nella redazione di Cumhuriyet.

Aydin Engin, 75 anni, è circondato da giovani giornalisti; stanno lavorando all’edizione dell’indomani. Editorialista veterano, guida quello che può essere considerato l’ultimo quotidiano turco d’opposizione, da quando gli ultimi due direttori sono stati in qualche modo “eliminati” dal governo di Recep Tayyip Erdoğan. Prima Can Dündar, costretto a fuggire in Germania dopo essere stato arrestato nel 2015 per aver denunciato il passaggio di armi tra i servizi segreti turchi e un gruppo di miliziani dell’Isis. Poi Murat Sabuncu, arrestato, a fine ottobre, insieme ad altri giornalisti.

E Aydin continua a fare il suo mestiere, nonostante le recenti minacce di morte.

Molti dei giornalisti arrestati in Turchia sono di Cumhuriyet. Anche lei è stato arrestato a fine ottobre. Come è andata?

«Una mattina, molto presto, verso le 6.30, sono arrivati a casa mia otto poliziotti e, come se fossi un terrorista, hanno perquisito la mia casa senza un perché, mi hanno sequestrato computer, tablet e cellulare. Poi mi hanno portato via. Io pensavo che avrebbero prelevato solo me, ma hanno arrestato anche altri 14 colleghi. Tra questi, alcuni ricoprivano ruoli chiave all’interno della redazione, come il redattore capo e l’amministratore delegato del quotidiano.

Io sono stato fortunato perché, per motivi di età, sono stato rilasciato dopo quattro giorni. Altri dieci colleghi, invece, sono stati portati davanti al giudice e, al termine di udienze durate appena dieci minuti, si sono visti confermare l’arresto. Era evidente che applicavano una decisione già presa anticipatamente».

Perché Cumhuriyet è finito nel mirino del governo turco?

«In questo momento Cumhuriyet è l’unico quotidiano di opposizione. Circa il 70% dei media turchi è diventato un organo sotto il controllo del governo. I rimanenti sono diventati dei giornali “sterili”, noi li definiamo “media dei pinguini”, riferendoci ai fatti di Gezi Park.

Vogliono zittirci, ma non ci inginocchiamo. Nonostante gli arresti, continuiamo a fare il nostro lavoro. I colleghi giovani consentono comunque di pubblicare il giornale come prima, anzi, anche meglio di prima».

In Turchia sono stati arrestati, quest’anno, oltre 80 giornalisti. Qual è la situazione della libertà di stampa?

«Io sono un giornalista anziano ed esperto, ho vissuto tre colpi di stato, ma non ho mai vissuto un momento in cui la pressione sui media fosse pari a quella di oggi. Ci sono 146 giornalisti in carcere al momento e il numero potrebbe anche aumentare domani. In maggioranza sono giornalisti curdi. A mia memoria, questi sono senz’altro i giorni più pesanti in Turchia degli ultimi 30-40 anni».

Quanto è difficile lavorare qui ogni giorno per lei e la sua redazione, sapendo di essere sotto controllo?

«Ci siamo abituati. Non è la prima volta che Cumhuriyet si trova di fronte a pressioni di questo tipo. Oggi in Turchia difendere la democrazia, il laicismo, le libertà di idee e di stampa significa – ai nostri occhi – essere democratici. Ma agli occhi del governo tutto questo è un crimine. Siamo in pericolo, ma se mi chiedete che sentimento genera tutto questo, direi che è un bel sentimento. Vuol dire che facciamo buon giornalismo».