FT, Ponte Morandi: “Atlantia sapeva dei problemi di sicurezza dieci anni prima del crollo”

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16 Luglio 2019, di Alessandra Caparello. WSI

Dieci anni prima del disastro avvenuto il 14 agosto 2018 che ha causato la morte di 43 persone e l’evacuazione di altre migliaia, erano evidenti i segni di insicurezza sul Ponte Morandi a Genova. A rivelarlo oggi il Financial Times che fa riferimento ad un rapporto commissionato da Atlantia e arrivato sul tavolo del consiglio di amministrazione della società nel novembre scorso.

Nel documento, a detta del quotidiano economico della City che ha preso visione delle 87 pagine, sarebbero indicate le urgenzi maggiori da risolvere, con una scala con un punteggio da 10 a 70. Inoltre sarebbe stato identificato almeno un problema con un grado di rischio pari a 60, quello identificato fin dal 2011 sui tiranti che all’epoca, dieci anni fa, era oggetto di ulteriori approfondimenti.

Secondo le fonti citate dal FT, un mese dopo la tragedia consumata il 14 agosto del 2018, il comitato per il controllo dei rischi di Atlantia aveva chiesto il rapporto per determinare eventuali responsabilità nella manutenzione del ponte. Secondo fonti vicine al cda, scrive il FT, “la presentazione del rapporto era stata affrettata, senza abbastanza tempo per elaborare i risultati del documento di 87 pagine”. Il rapporto non è stato reso pubblico e le fonti hanno espresso dubbi proprio sulla decisione di non rendere pubblico il documento. La risposta della holding Atlantia è stata raccolta da Repubblica:

L’audit citato dal Financial Times non ha evidenziato alcun problema di sicurezza del Ponte Morandi, come erroneamente riportato nell’articolo di Donato Mancini sul sito,”ma al contrario ha certificato il pieno rispetto degli obblighi di manutenzione previsti dalla Convenzione. Il documento fu elaborato dalla Direzione Internal Audit di Atlantia, con il supporto tecnico qualificato di tre soggetti esterni indipendenti e di standing internazionale in ambito legale e tecnico-ingegneristico. Scopo dell’audit svolto da Atlantia era quello di effettuare una verifica circa il rispetto degli obblighi manutentivi convenzionali da parte della società controllata Autostrade per l’Italia dall’inizio della Convenzione fino al 2018″.

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Dopo il caso Sea-Watch, qualcosa è cambiato nel Mediterraneo

Migranti a bordo della barca a vela Alex, della dell’ong italiana Mediterranea, il 4 luglio 2019. (Olmo Calvo, Ap/Ansa)

Qualcosa è cambiato nelle ultime settimane nel Mediterraneo centrale, Malta sembra essere più disposta ad aprire i suoi porti, mentre l’Italia, che li ha chiusi alle navi umanitarie con il decreto sicurezza bis, assiste agli sbarchi diretti dei migranti e all’attracco delle navi umanitarie che forzano il blocco imposto dalle autorità. L’8 luglio la nave umanitaria tedesca Alan Kurdi ha trasferito sulle navi della marina maltese 65 persone soccorse al largo della Libia, che sono quindi state portate alla Valletta, dopo che gli era stato negato lo sbarco in Italia. Dopo aver operato il trasbordo, l’ong tedesca Sea-Eye ha dichiarato che tornerà nell’area di ricerca e soccorso nelle acque internazionali davanti alla Libia.

Il premier maltese Joseph Muscat ha annunciato che le persone saranno trasferite subito in altri paesi europei che si sono dichiarati disponibili ad accoglierli: il ministro dell’interno tedesco Horst Seehofer ha assicurato che la Germania accoglierà 40 migranti. Lo stesso ministro ha scritto una lettera all’Italia, chiedendo di riaprire i porti alle navi umanitarie: “Non possiamo permettere che persone soccorse in mare siano bloccate per settimane nel Mediterraneo senza trovare un porto di sbarco”. Nella stessa giornata le autorità maltesi hanno soccorso altri cinquanta migranti da un’imbarcazione che stava naufragando.

Mediterranea a Lampedusa
Intanto, dopo il caso Sea-Watch 3, anche la barca a vela Alex dell’ong italiana Mediterranea ha forzato il blocco imposto dall’Italia ed è entrata nel porto di Lampedusa, dopo due giorni di stallo, con 41 naufraghi a bordo e dopo aver dichiarato lo stato di necessità. L’imbarcazione ha quindi violato il decreto sicurezza bis approvato il 15 giugno, che prevede multe fino a 50mila euro per il comandante e per l’armatore delle imbarcazioni che non rispettano il divieto di entrare in acque italiane. “Entrare nel porto di Lampedusa era l’unica scelta che avevamo”, ha detto il coordinatore della missione Erasmo Palazzotto. “Le condizioni a bordo erano deteriorate, avevamo finito l’acqua, non potevamo usare i bagni, su una barca a vela di 18 metri, con cinquanta persone a bordo, eravamo arrivati al punto di avere un’emergenza sanitaria e Lampedusa era il porto sicuro più vicino al punto in cui abbiamo soccorso queste persone”.

La barca a vela Alex, che batte bandiera italiana, era partita per una missione di ricognizione e non aveva soccorritori a bordo, ma è stata avvertita dalla piattaforma Alarmphone della presenza di un gommone in difficoltà a cinquanta miglia dalle coste libiche e in seguito all’avvistamento dell’imbarcazione ha deciso di intervenire in ogni caso, caricando a bordo le persone. “Siamo intervenuti prima soccorrendo le donne con i bambini, poi abbiamo fatto avvicinare il gommone alla barca a vela e li abbiamo fatti salire tutti quanti, abbiamo valutato che la barca a vela era più sicura del gommone sul quale stavano navigando”, ha spiegato Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea.

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Anche nel caso del veliero Alex, Malta si è resa disponibile ad accogliere i migranti soccorsi, ma secondo l’equipaggio di Mediterranea La Valletta era troppo lontana per essere raggiunta nelle condizioni igienico-sanitarie e di stabilità dell’imbarcazione. “Malta era a novanta miglia”, spiega Sciurba, “e in quelle condizioni ci sarebbero volute altre 15 ore per raggiungerla con pochissimo gasolio e l’acqua dei serbatoi che stava finendo”. Lampedusa era invece a un’ora di distanza. “Arrivare a Malta avrebbe messo a rischio la vita delle persone che avevamo soccorso e anche la nostra, tra l’altro Malta metteva a disposizione il porto ma non voleva assumersi la responsabilità del coordinamento”, conclude Sciurba.

All’arrivo in porto, il 6 luglio, l’imbarcazione è stata sequestrata, il comandante Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, resistenza a pubblico ufficiale e resistenza a nave da guerra. Gli stessi capi di accusa che sono stati mossi alla comandante della Sea-Watch 3 Carola Rackete. Stella, uno skipper professionista che ha alle spalle una lunga esperienza nelle regate sportive, ha detto di aver fatto il suo dovere. Al comandante e all’armatore è inoltre stata consegnata una multa amministrativa di 16mila euro ciascuno, per aver violato il decreto. La procura non ha ancora convalidato il sequestro e l’apertura dell’inchiesta a carico del comandante.

Gli italiani che difendono la Russia in Ucraina

Mosca, 18 novembre 2016. Il leader della Lega Matteo Salvini. (Ivan Sekretarev, Ap/Ansa)

Questo articolo è stato pubblicato il 19 ottobre 2018 sul numero 1278 di Internazionale, a pagina 36. L’originale è uscito il 13 settembre 2018 su BuzzFeed News.

Uno stretto collaboratore del leader di fatto della destra italiana ha legami con presunti mercenari che combattono con le milizie filorusse e neonaziste in Ucraina, secondo i documenti della procura di Genova esaminati dal sito d’informazione BuzzFeed News. Una circostanza che solleva sempre maggiori perplessità sui rapporti del governo italiano con Mosca.

I documenti rivelano che Gianluca Savoini, 54 anni, ha avuto contatti con una delle dieci persone accusate dai magistrati italiani di reclutare e finanziare i mercenari di estrema destra nella regione del Donbass, in Ucraina orientale. Savoini collabora da tempo con Matteo Salvini – il segretario della Lega, nominato a giugno ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio – e lo ha accompagnato, non è chiaro a che titolo, in visita ufficiale a Mosca a luglio. Alcuni diplomatici europei hanno già espresso preoccupazione per i rapporti tra il governo italiano – una coalizione tra la Lega guidata da Salvini e il Movimento 5 stelle – e la Russia.

Le milizie appoggiate dai russi hanno occupato la regione del Donbass nel 2014, poco dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca, scatenando una guerra con l’esercito ucraino che ha già causato più di diecimila vittime.

Il conflitto è ancora in corso e nel Donbass sono nate due repubbliche separatiste, che però non sono state riconosciute dalla comunità internazionale.

Secondo i documenti della procura, Savoini ha avuto contatti con un italiano di nome Orazio Maria Gnerre, che attualmente è una delle dieci persone – nove uomini e una donna – indagate dalla procura. Nei documenti si fa cenno anche all’associazione culturale filorussa Lombardia Russia, presieduta da Savoini, e si dice che a marzo del 2015 uno dei suoi iscritti ha partecipato a un convegno di partiti nazionalisti a San Pietroburgo insieme a Gnerre e a un’altra persona indagata nell’ambito dello stesso caso. All’incontro, che secondo i documenti della procura era stato organizzato dal partito nazionalista russo Rodina con il patrocinio del Cremlino, erano presenti i comandanti di unità paramilitari dell’Ucraina orientale e individui che i magistrati italiani definiscono “numerosi neonazisti europei, antisemiti e omofobi”.

L’indagine in cui è coinvolto Gnerre è cominciata cinque anni fa e riguardava all’inizio i gruppi liguri di estrema destra. La procura di Genova aveva raccolto prove sui movimenti, le attività, i rapporti e le motivazioni di una decina di persone. Ora gli appartenenti al gruppo devono difendersi da varie accuse, che vanno dal reclutamento, l’addestramento e il finanziamento di mercenari stranieri in Ucraina orientale ai combattimenti con le milizie nazionaliste filorusse nella regione.

La fonte anonima
Il 1 agosto 2018 sono state arrestate sei persone su mandato della procura, con l’accusa di aver addestrato i mercenari e di aver combattuto clandestinamente in Ucraina orientale. La procura sta investigando su altre quattro persone, tra cui Gnerre, sospettate di reclutare e finanziare mercenari nella regione.

Né Savoini né l’associazione Lombardia Russia sono sotto accusa, e non sono indagati. Una fonte al tribunale di Genova, che ha accettato di parlare a condizione di mantenere l’anonimato, ha definito l’organizzazione “marginale” nel contesto delle indagini specifiche che il mese scorso hanno portato la procura a indagare le dieci persone. Ma il fatto stesso che nei documenti si parli di Savoini solleva nuovi interrogativi sulla natura del suo rapporto con Salvini, che vorrebbe cambiare l’Unione europea rafforzando i nazionalismi e che ha chiesto più volte di abolire le sanzioni contro la Russia.

Durante una prima telefonata con BuzzFeed News, Savoini ha spiegato di aver avuto contatti con Gnerre due anni fa per discutere di un libro sul filosofo ultranazionalista russo Aleksandr Dugin a cui Gnerre stava lavorando. “Ho seguito la fase finale della pubblicazione di quel volume, e la cosa è finita lì”, ha scritto poi Savoini in un’email, spiegando che conosce Dugin da più di vent’anni. “Da allora non ho più visto Gnerre”, ha detto.

Dalle ricerche di BuzzFeed News sulla pagina Facebook di Lombardia Russia è anche emerso che Savoini promuove lo stesso tipo di propaganda a favore del Cremlino degli individui e dei gruppi citati dai documenti e che ha preso parte a diversi eventi simili in tutta Italia. In un’email di risposta alle nostre domande Savoini ha scritto che “l’autodeterminazione è uno dei princìpi fondamentali di una democrazia” e ha affermato che l’occidente usa due pesi e due misure. “Per le potenze occidentali quando il Kosovo combatteva per ottenere l’indipendenza dalla Serbia andava tutto bene, mentre la Crimea, dove non è stata sparata neanche una pallottola di gomma, non è riconosciuta”, ha scritto. A suo avviso, la rivoluzione del 2014 in Ucraina a favore della democrazia è stata “fomentata” da potenze straniere e non era nell’interesse del popolo ucraino.

Secondo una fonte che conosce i dettagli del caso, ma ha detto di non essere autorizzata a fornire informazioni specifiche, materiali sull’associazione sono stati dati alle autorità italiane da autorità straniere. Lombardia Russia inoltre aveva condiviso sulla sua pagina Facebook un articolo che parlava con simpatia di uno dei presunti mercenari. I documenti della procura di Genova citano anche una seconda persona che non è indagata, una donna di nazionalità russa, Irina Osipova, che ha avuto rapporti di lavoro sia con Salvini sia con Savoini e che non solo era al corrente della presenza di combattenti italiani in Ucraina orientale ma, a giudicare dalla sua attività sui social network, approvava quello che stavano facendo. Osipova è anche citata tra le persone presenti al convegno dei partiti nazionalisti di San Pietroburgo, a cui ha partecipato anche Gnerre (alcune foto che ha postato su Facebook la mostrano in compagnia del comandante e del vicecomandante del battaglione “Rusich”, che opera nel Donbass e che i documenti della procura definiscono un’organizzazione neonazista).

Osipova ha condiviso contenuti sugli italiani che combattevano in Ucraina orientale in vari post su Facebook. Da molti di questi si deduce che era al corrente della presenza di italiani nella regione più o meno nello stesso periodo in cui aveva rapporti professionali con Salvini e Savoini.

Le indagini culminate con gli arresti sono partite dai controlli effettuati in seguito a una serie di scritte neonaziste apparse sui muri della Spezia nell’ottobre 2013. Durante le inchieste gli investigatori hanno individuato la presenza di alcuni gruppi di estrema destra in Liguria e nel 2014 si sono imbattuti in Gnerre e nelle sue attività politiche, tra cui quelle per un’associazione umanitaria che raccoglieva fondi e provviste per la regione del Donbass, dove quella primavera era scoppiata la guerra tra l’esercito ucraino e i separatisti appoggiati dalla Russia.

Secondo una fonte informata dei fatti, nell’estate del 2016 le autorità ucraine hanno condiviso con il ministero degli esteri italiano alcune informazioni relative a entità e individui sospettati di appoggiare attività “sovversive” in Ucraina, insieme a una lista di una ventina di italiani che si riteneva combattessero nel paese. E sempre secondo questa fonte, alcune persone attualmente indagate a Genova erano in quella lista.

Nel 2016 è partita un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo della procura di Genova. L’esame dei tabulati telefonici e delle intercettazioni, la sorveglianza diretta e online, le informazioni dei servizi segreti e i colloqui con persone informate dei fatti hanno permesso di scoprire i legami di Gnerre e di altri sospetti e di individuare altre persone che ruotano nella loro orbita.

Reclutamento di mercenari
Tra le scoperte più importanti c’è stata quella di presunti contatti tra Gnerre e un ex paracadutista dell’esercito russo di origine albanese di nome Olsi Krutani che, secondo i documenti, avrebbe usato una palestra di Milano per fare propaganda e tenere corsi di arti marziali per reclutare e addestrare potenziali mercenari. La procura ritiene che Krutani abbia agito da mediatore tra i reclutatori e possibili combattenti da inviare in Ucraina orientale. Dai documenti emerge anche che a giugno del 2014 Gnerre sarebbe andato a Donetsk – la città più grande del Donbass, ancora occupata dai separatisti filorussi – per incontrare i leader politici e paramilitari della regione ribelle.

In un messaggio via Facebook Gnerre ha detto a BuzzFeed News di non poter discutere i dettagli del caso ma che la sua posizione politica è chiara, ha negato di aver commesso dei reati e si è dichiarato innocente. Ha anche sminuito l’importanza dei rapporti con Savoini, dicendo che le idee politiche della Lega sono diverse dalle sue.

Il 1 agosto a Milano, Avellino e Parma sono state arrestate tre persone, come hanno riportato i mezzi d’informazione italiani. Tra loro ci sono un ex militare italiano, un moldavo che usava come pseudonimo “Parma” (la città in cui viveva) e Krutani. Altri tre sospettati sono ancora a piede libero e, a giudicare dai loro ultimi post su Facebook, molto probabilmente in Ucraina orientale. Tra loro ci sono un ex militare italiano che ha prestato servizio in Bosnia negli anni duemila e Gabriele Carugati, figlio di Silvana Marin, una dirigente della Lega a Cairate, un paese in provincia di Varese. Secondo un post sugli italiani che combattevano in Ucraina, pubblicato su Facebook a dicembre del 2014 dall’associazione Lombardia Russia, Marin diceva di essere orgogliosa dell’impegno del figlio nel Donbass.

Savoini ha dichiarato a BuzzFeed News di non aver mai incontrato Carugati e di non poter giudicare le scelte personali di altri. Marin ha preferito non commentare.

I documenti della procura di Genova fanno intuire che sia ancora attiva una campagna di reclutamento, presumibilmente legata a Gnerre, per trovare mercenari disposti ad andare a combattere in Ucraina con i separatisti filorussi.

Savoini (il terzo da sinistra) a un evento sul Donbass a Verona, dicembre 2016. La foto era stata pubblicata sulla pagina Facebook dell’Associazione culturale Lombardia Russia, ma non è più disponibile. - BuzzFeed

Savoini (il terzo da sinistra) a un evento sul Donbass a Verona, dicembre 2016. La foto era stata pubblicata sulla pagina Facebook dell’Associazione culturale Lombardia Russia, ma non è più disponibile. (BuzzFeed)

Si sta indagando anche sui conti e le operazioni dell’associazione umanitaria Coordinamento solidale per il Donbass, un tempo gestita da Gnerre e da altri per raccogliere fondi per la regione. Dalle nostre ricerche sui contenuti postati sulla pagina Facebook di Lombardia Russia è emerso che l’organizzazione di Savoini ha partecipato a eventi insieme al coordinamento e promosso la sua raccolta fondi e le sue iniziative sulla propria pagina Facebook.

Secondo Savoini, non c’era “nessun legame” tra la sua organizzazione e il coordinamento a parte il fatto che alcuni dei loro iscritti hanno partecipato insieme ad alcuni eventi. In un’email ha aggiunto che riteneva improprio il termine “raccolta fondi”. “Semmai”, ha detto, “abbiamo cercato di aiutare i bambini vittime del conflitto armato in atto in quelle zone con una colletta pubblica: si chiama semplicemente beneficenza a favore dei più deboli”.

Savoini non è l’unica persona legata a Salvini a comparire nei documenti. Si dice anche che, all’epoca del convegno dei partiti nazionalisti di San Pietroburgo del 2015, la russa Irina Osipova abbia incoraggiato un’alleanza tra il partito di estrema destra CasaPound e la Lega di Salvini.

Osipova dirige un’associazione, Giovani italo-russi (Rim), che ha come missione quella di favorire incontri tra giovani russi residenti in Italia con i loro coetanei italiani filorussi. Secondo la stampa, Osipova è la figlia del direttore della missione Rossotrudnichestvo, il Centro russo di scienza e cultura di Roma. Nel 2016 Osipova era candidata alle elezioni comunali di Roma nel partito di estrema? destra Fratelli d’Italia, che alle legislative di marzo era alleato con la Lega di Salvini e con Forza Italia di Silvio Berlusconi.

Osipova non risulta indagata. Non ha risposto alle richieste di BuzzFeed News, inviate tramite email, Facebook e LinkedIn per stabilire un contatto.

Oltre che in rapporto all’evento di San Pietroburgo del 2015, nei documenti viene citata anche perché è un contatto di Andrea Palmeri, uno dei tre indagati ancora in libertà. In un post su Facebook del 6 maggio 2016 dove promuoveva una raccolta fondi, Osipova ha scritto di essere “in diretto contatto” con Palmeri. Ha anche postato foto di italiani che combattevano al fianco dei separatisti in Ucraina orientale. L’attività di Osipova su Facebook rivela che era al corrente della presenza di Palmeri e di altri italiani in Ucraina più o meno nello stesso periodo in cui accompagnava Salvini a Mosca. E i documenti fanno riferimento a un’intervista di Osipova a Palmeri pubblicata sul sito della sua organizzazione il 9 ottobre 2014.

Secondo gli investigatori, a differenza di quasi tutti i presunti mercenari che arrivano a Mosca dall’Italia in aereo per poi proseguire per Rostov e attraversare in autobus la frontiera con l’Ucraina orientale, nel 2014 Palmeri aveva raggiunto il Donbass in auto per eludere i controlli. Palmeri, che è l’ex capo dei Bulldog 1998, un gruppo di ultrà della squadra di calcio della Lucchese, è considerato un personaggio chiave del gruppo identificato dalla procura di Genova. Secondo le prove raccolte e le dichiarazioni dei testimoni, sembra che Palmeri sia andato a combattere con le unità paramilitari filorusse in cambio di denaro e abbia incentivato, reclutato e addestrato altre persone.

In una serie di post su Facebook ha respinto le accuse e ha sostenuto di essere andato in Donbass per motivi umanitari.

Un recente post sulla pagina Facebook di Lombardia Russia invitava a un evento a Verona in memoria di Aleksandr Zacharčenko, il presidente dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk ucciso in un attentato con un’autobomba il 31 agosto.

La pagina di Lombardia Russia contiene anche le prove di visite di alcuni suoi associati nei territori occupati dell’Ucraina orientale, e una serie di post a sostegno della causa dei separatisti.

In un’email Savoini ha dichiarato che il suo viaggio nella regione non aveva scopi politici: l’associazione aveva accompagnato una delegazione di imprenditori invitati dalle autorità di Donetsk per discutere possibili scambi commerciali.

Nel 2016 alcuni iscritti a Lombardia Russia hanno partecipato anche all’inaugurazione di una rappresentanza dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk a Torino. La Repubblica popolare di Lugansk, anche lei non riconosciuta, ha aperto degli uffici a Messina all’inizio di quest’anno. Nella sua pagina di presentazione su internet, Lombardia Russia, fondata nel 2014, sostiene che il suo obiettivo è diffondere la visione del mondo del presidente Putin basata sui concetti di identità, sovranità e tradizione.

L’organizzazione sostiene di collaborare con la testata statale russa Sputnik e pubblica continuamente materiale propagandistico a favore del Cremlino su argomenti che vanno dall’abbattimento del volo MH17 all’avvelenamento della spia russa Sergej Skripal, che viene considerato un’operazione “sotto falsa bandiera”. Lombardia Russia è anche impegnata nella costruzione di rapporti politici e commerciali tra Roma e Mosca. Tra le sue attività ci sono state diverse missioni politiche e commerciali in Russia e in Crimea, e ad almeno una di queste ha partecipato anche Salvini.

Savoini sostiene di essere andato in Crimea con Salvini, nell’ottobre del 2014, su invito del presidente della repubblica autoproclamata “per capire qual era la vera situazione della penisola” in seguito al referendum di marzo (dopo essere stata annessa da Mosca a marzo, la Crimea ha indetto un referendum, non riconosciuto dalla comunità internazionale, per chiedere ai cittadini se erano favorevoli a entrare a far parte della Russia).

Secondo la legge ucraina, arrivare in Crimea attraverso la Russia, aggirando i posti di frontiera ucraini, è un illecito amministrativo punibile con una multa e in alcuni casi può portare al divieto d’ingresso nel paese per tre anni. Le autorità ucraine hanno inserito vari politici europei nella lista di quelli che non possono entrare.

Savoini ha partecipato ad alcuni incontri ufficiali tra ministri del governo italiano e di quello russo a Mosca in un ruolo che tuttora è poco chiaro. Per esempio, è stato presente a un incontro tra Salvini e il suo collega Vladimir Kolokoltsev e tra il ministro dell’interno italiano e alcuni rappresentanti del consiglio di sicurezza nazionale russo.

Il ministero dell’interno italiano ha dichiarato che all’epoca Savoini non faceva parte della delegazione del ministero, ma probabilmente era un “collaboratore esterno”. Quando BuzzFeed News gli ha chiesto a che titolo Savoini era lì non ha però dato una risposta.

Quando abbiamo chiesto a Savoini a che titolo aveva assistito a quegli incontri, ha risposto in un’email che all’epoca faceva parte della delegazione “in quanto membro dello staff del ministro”. Era iscritto alla Lega dal 1991 e ha sempre fatto parte dello staff di Salvini anche prima che l’attuale ministro dell’interno andasse al governo. Inoltre ha aggiunto di aver collaborato all’organizzazione dei viaggi di Salvini a Mosca e di essere stato presente agli incontri con Putin, con il ministro degli esteri Sergej Lavrov e con altri alti funzionari russi anche prima del 2014 (sulla pagina Facebook di Lombardia Russia ci sono spesso foto di Putin, compresa quella che lo ritrae con Savoini a Mosca nel 2014).

La guerra delle informazioni
Ai primi di settembre Savoini ha chiarito al telefono che non faceva parte della squadra ministeriale, ma dello “staff personale” di Salvini e ha anticipato che parteciperà anche al suo prossimo viaggio a Mosca. In passato Savoini è stato definito dalla stampa italiana lo “sherpa” di Salvini a Mosca, e il suo ruolo è stato fondamentale per consentire un accordo di collaborazione tra la Lega e il partito Russia unita.

A luglio fonti diplomatiche europee hanno rivelato a BuzzFeed News di essere preoccupate per i rapporti del nuovo governo italiano con Mosca. Le stesse fonti hanno affermato che c’è una sovrapposizione tra i due partiti al governo in Italia e quella che un diplomatico ha definito la “guerra delle informazioni” russa; che c’è un accordo tra Lega e Russia unita per la condivisione di informazioni sui temi relativi ai rapporti bilaterali e internazionali; e che ci sono una serie di “rapporti personali” e contatti tra componenti della Lega e funzionari russi.

Alcune immagini condivise da un giornalista russo mostrano Salvini, Savoini e Osipova alle celebrazioni per la Giornata della Russia il 12 giugno nella residenza dell’ambasciatore a Roma. I tre però non appaiono mai fotografati insieme.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato il 19 ottobre 2018 sul numero 1278 di Internazionale, a pagina 36. L’originale era uscito il 13 settembre 2018 su BuzzFeed News.

 

Salvini: “Non vado in Aula a parlare di fantasie”. E spunta una mail di Savoini

Un anno fa Savoini aveva spiegato a BuzzFeed a che titolo avesse partecipato a una visita a Mosca del ministro dell’Interno

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Matteo Salvini

“Parlo di vita reale. Lascio che le indagini facciano il loro corso, con la massima tranquillità”. Così Matteo Salvini,riguardo all’ipotesi di riferire in Parlamento sulla vicenda dei presunti fondi russi alla Lega. “Io vado in Aula a parlare di cosa succede realmente, non di supposizioni e fantasia. C’è un’indagine? Viva l’indagine! Facciano in fretta”, ha poi aggiunto il leader della Lega parlando con i giornalisti a Ferrara.

Intanto ci sono nuovi sviluppi della vicenda BuzzFeed: in una mail inviata al sito americano, Gianluca Savoini, nel luglio 2018 così spiegava a che titolo avesse partecipato a una visita a Mosca del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Non ho ufficio al ministero, ma collaboro con Matteo Salvini a seconda delle sue richieste. Conoscendoci da sempre”. La mail è datata 17 luglio 2018.

In una seconda mail, che è senza data e si riferisce ancora agli incontri di Salvini a Mosca, qualcuno parla in terza persona e sostiene che Savoini faceva parte dello staff del ministro. “Il dottor Savoini collabora da sempre con il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, essendo iscritto al partito dal 1991. Ha collaborato all’organizzazione di tutte le visite del sen. Salvini in Russia come si può vedere in rete e sul profilo dell’associazione culturale Lombardia-Russia, in quando a nostro parere (e anche secondo il presidente Trump, visto il vertice di Helsinki con il presidente Putin) la Russia è un partner fondamentale per tutte le nazioni democratiche nella lotta al terrorismo internazionale”.

“Savoini – prosegue la mail – ha quindi incontrato insieme a Salvini non soltanto il presidente Vladimir Putin, ma anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, il presidente della Duma (anno 2014) Sergei Narishkin e ha attivamente lavorato per organizzare le conferenze stampa di Salvini in Russia”. E conclude: “Lunedì scorso Savoini faceva parte della delegazione del Ministro Salvini in veste di membro dello staff del Ministro, così come ha sempre fatto parte dello staff di Salvini quando era soltanto segretario politico senza incarichi di governo”.

Il Viminale. “Savoini non ha mai collaborato con il governo”

L’ufficio stampa del ministero dell’Interno smentisce quanto sostenuto da Savoini nella mail. Savoini non avrebbe alcuna collaborazione né con il Viminale né con Palazzo Chigi, si ribadisce. “Alla domanda relativa alla sua presenza nei meeting – aveva sostenuto la testata – Savoini in un’email ha detto a BuzzFeed News che faceva parte della delegazione di Salvini come ‘membro dello staff del ministro”. Savoini, secondo l’articolo di un anno fa, non avrebbe chiarito in maniera precisa ruolo e incarico: “Non ho un ufficio al ministero ma collaboro direttamente con Matteo Salvini sulla base delle sue richieste. Ci conosciamo da sempre”, le parole attribuite da BuzzFeed a Savoini.

IL BRIGATISTA “BUONO” E IL FALSO FRANCESCO, di Maurizio Blondet

brigatistaFlavio Amico, ex BR coinvolto nell’Inchiesta Moro, irriducibile, che gestiva insieme alla moglie Margherita Fortisi la comunità a Cà degli Angeli di Tabiano della onlus «We are here – Noi siamo qui» è stato imputato per maltrattamento di minori e abuso di mezzi di correzione.

Appartenente alla colonna Walter Alasia, è uno dei terroristi rossi arrestati nel covo di Via Montenevoso a Milano, detto “la prigione del popolo”.  Condannato a  18 anni di carcere.   Ma inoltre ha subito varie altre condanne per reati comuni, contro  la persona.

Ora, costui  appena uscito trova la sua missione umanitaria, e il riscatto della sua vita, e un lavoro ben retribuito  offertogli dalla rete di solidarietà ben identificabile:  apre vicino a Salsomaggiore una casa-famiglia, a cui le autorità preposte e la AUSL  affidano   minori in difficoltà  tolti alle famiglie.  Pagato dai fondi pubblici come “educatore”.

Viene processato per maltrattamenti ai minori che lui “educa” a pagamento

Domanda   la blogger ValeMameli:

Com’è possibile che,  per le famiglie,  gli assistenti sociali facciano valere subito il principio di salvaguardia in caso di dubbi di violenza –   e ciò non valga per un ex BR che gestisce una casa famiglia per minori?

Non  solo:  anche durante il processo dell’ex brigatista per  maltrattamenti, ha continuato a ricevere degli affidi. Dalla rete del Progresso e della Bontà.

Il sindaco di Tabiano, dopo una nota dell’AUSL, sospende il servizio della “Casa degli Angeli” solo una settimana prima della sentenza-

https://parma.repubblica.it/cronaca/2016/09/06/news/tabiano_il_comune_sospende_l_attivita_di_residenza_per_minori-147284549/

Infine arriva la sentenza. Notizia su  giornale locale   del 17 settembre 2016:

Chiuso senza condanna il processo nei confronti dell’educatore Flavio Amico. Il giudice nelle motivazioni osserva che è emersa la responsabilità penale  –  ma il reato è prescritto.


ᐯᗩᒪᙓᙏᗩᙏᙓᒪ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐‏ @ValeMameli

CILIEGINA SULLA TORTA Pensate che la struttura dell’ex BR Flavio Amico abbia chiuso? Che non attinga più a qualche tipo di risorsa pubblica? No, infatti. Si è riconvertito all’accoglienza #MIGRANTI e minori (anche migranti). https://www.facebook.com/cadegliangeli/ 

Magari  non sono più i 200 al giorno che lucrava per ogni minore,   ma sempre dei bei quattrini, per il Buon Educatore  Rosso che adottava (per  il giudice) “Un clima di soprusi voluto spacciare per corretto sistema educativo  –  soprusi e angherie spesso conditi da turpiloqui urla e insulti (palla di lardo)  – e che  hanno creato nella comunità un’atmosfera tanto penosa quanto insopportabile”.

Qualcosa mi dice che ad  un  ex terrorista  nero, ancorchè riabilitato, il sistema emiliano non avrebbe affidato minori  strappati alle famiglie  perché li educasse, a 200 euro al giorno a testa.

Nell’elencare le violenze omosessuali “educative” del Forteto,  le accuse  infondate di satanismo e  incesti che ha portato  nella Bassa Modenese alla “distruzione di famiglie, il suicidio di una mamma e la morte prima del processo di 7 persone fra cui il povero prete Don Giorgio Govoni, accusato di essere a capo di una setta pedofila, morto di crepacuore nel 2000”, la blogger ValeMameli annota: “Le persone responsabili di quelle immonde azioni mostruose sono STRANAMENTE sempre collaterali al sistema di potere #PD, e ancora oggi al loro posto, protette dal partito dominus e forse non solo. Loro e i loro parenti dominano la politica  locale”.

Cosa altro serve a capire che è   la descrizione dello Stato totalitario di nuovo tipo, con una ideologia disumana  contro l’incocenza infantile  – una  ideologia   che non si propaganda e non si proclama  nei manifesti  come quelle “di massa” del secolo scorso, ma restando implicita, non-detta, s’è resa invincibile tanto quanto  parassitaria. Sotto l’apparenza di “bontà”, di “solidarietà”, di “accoglienza”,  s’è  fatta intoccabile e ingiudicabile.  Questa mostruosità  ha a difenderla tutti i “buoni sentimenti” :   come non togliere i figli piccoli a  coppie “disfunzionali”, che litigano, che picchiano o li trascurano?  Affidiamoli al brigatista che è rosso e   quindi buono, a 200 euro al giorno.

Qui  si vede in atto un potere che ha adottato una contraffazione spaventosa della carità cristiana. Una bontà senza Dio,  che pretende di instaurare il suo ordine  a forza di assistenti sociali lesbiche  che odiano gliuominio e ideologicamente la  famiglia come istituzione, la sovversione più profonda dell’umano. E’ uno Stato che è anti-stato,  che ha come missione non  la salvaguardia e continuità della comunità, ma la sua  deliquescenza in un carnevale LGBT  –  come “bontà”  e “tolleranza” e misericordia  contro gli “egoismi”,   si capisce.

Contro una  tale  “Bontà senza Dio” che ha instaurato il suo  ordine omicida, quale  dovrebbe alzare la voce dicendo la verità?   Ricordando la distinzione elementare  tra il Bene  e il Male? Che senza la Grazia divina,nessuno è buono?  Denunciando questa contraffazione del  Bene come anticristico?

Ma ecco qui  (cito ):

“Secondo padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore de La Civiltà Cattolica  – “Francesco oppone una forte resistenza alla fascinazione per il cattolicesimo inteso come garanzia politica, ‘ultimo impero’, erede di gloriose vestigia, così facendo sottrae il cristianesimo alla tentazione di rimanere erede dell’impero romano. Francesco spoglia il potere spirituale dei suoi panni temporali, delle sue corazze, delle sue armature ossidate e arrugginite. Il suo abito bianco – e senza stemmi – riporta il cristianesimo a Cristo”.

E dunque, dov’è il problema? “In questo senso” continua Spadaro “Pietro è Francesco. Per alcuni questo è l’ossimoro, lo ‘scandalo’, cioè la pietra d’inciampo nella lettura del pontificato. L’aureola del santo di Assisi, povero cristiano, coincide con quella del vicario di Cristo e abbandona per sempre il ruolo dell’imperatore romano, ma sfugge anche al pericolo di identificarsi con don Chisciotte della Mancia che lotta contro i mulini a vento dei nostri giorni. Per finire, rifugge dal compito di psicopompo delle anime belle rimaste nell’ovile”.

Che falsità,  questo ideologhema   d’occasione fatto  per leccare Bergoglio . Una  contraffazione del Bene in più,   il lupo che si maschera da San Francesco, finge di spogliarsi dei “panni temporali”    e   predica la non-resistenza al Male,   – proprio   adesso  che il Male dilaga.   “Abbandona per sempre il ruolo dell’imperatore romano”, e aderisce con ipocrita furbizia e viltà all’anti-Impero  ONU e Soros , l’anti-Roma, ossia l’anti-diritto parodia globalista dell’universale.

La diserzione assoluta  dal proprio compito, sotto forma di “umiltà e  povertà”, nel momento in cui è più necessario.

Strappano il cuore alle fanciulle

Bimba violentata e uccisa, orrore dall’autopsia: spariti organi interni

Maria Ungureanu, la bambina rumena di 9 anni,  venne ritrovata senza vita il 19 giugno 2016 all’interno di una piscina di un resort a San Salvatore Telesino, in provincia di Benevento.

La prima autopsia accertò che la piccola era stata violentata e poi uccisa. I risultati non furono del tutto chiari al punto che la Procura di Benevento ha chiesto ed ottenuto da un nuovo gip la riesumazione della salma. Il nuovo esame autoptico ha fatto emergere questa verità agghiacciante: non sono stati rinvenuti gli organi interni. Di fatto sono state cancellate tutte le tracce che possano fare accertare la verità su gli autori di questo omicidio“.

Una mano nigeriana?  Castel Volturno espande le sue attività spaventose ? El  Papa predica “l’accoglienza”.

Ammazzano i malati, e lui …

Cronologia dell’Orrore: Preti Pedofili – tutti i nomi. La chiesa nascosta – report pedofilia.

2000

Don Giorgio Mazzoccato condannato a 6 anni per abusi e violenze a 10 bambine e bambini quando era parroco ad Arpinova (Fg). Oggi lavora nella parrocchia di Castelluccio dei Sauri.

Si suicida don Giuseppe Rassello, condannato a 3 anni e 6 mesi, in appello ridotti a 2, per abusi sessuali su un 14enne del rione Sanità, a Napoli. I funerali sono celebrati dal cardinale Michele Giordano.

Don Marco Gamba, parroco a Chiusa San Michele (To) condannato a 4 anni per abusi nei confronti di due chierichetti e possesso di materiale pedo-pornografico.

2001

Don Giuseppe Carpi condannato al pagamento di 30 milioni di lire per molestie ad una ragazza 14enne quando era parroco a Santa Margherita Ligure. Oggi è parroco di S. Maria di Nazareth a Sestri Levante (Ge).

Don Renato Mariani condannato a 4 anni per violenza sessuale a minori quando era parroco a San Giuliano Milanese. Oggi è parroco della Natività di San Giovanni Battista a Melegnano.

2003

Don Bruno Tancredi, parroco di Monticelli (Te), condannato a 6 anni per violenze ai danni di due minori, uno dei quali disabile. Oggi lavora in diocesi, senza alcun incarico specifico.

2004

Don Roberto Volaterra, parroco di Castagnole Piemonte (To), condannato a 1 anno e 8 mesi e pagamento di 45mila euro per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 13 anni che frequentava l’oratorio. Oggi è collaboratore parrocchiale a S. Andrea a Savigliano (Cn).

Don Paolo Pellegrini, parroco di San Gioacchino a Colleferro (Roma), in passato già segnalato ai carabinieri per atti osceni, condannato a 6 anni e al pagamento di 60mila euro per violenza sessuale e istigazione all’uso di sostanze stupefacenti su un minorenne.

Don Roberto Mornati, prete di Gavirate (Va), condannato a 3 anni e 4 mesi e al pagamento di 280mila euro per abusi nei confronti di 12 minori. In passato aveva già subito un processo per molestie.

Patteggia 2 anni e 6 mesi don Felice Cini, condannato per aver molestato alcuni bambini della parrocchia di Arcille (Gr).

VIDEO RAI 2 – AnnoZero: Preti pedofili protetti dal Vaticano.

Patteggia 2 anni e 6 mesi don Bruno Puleo per abusi sessuali nei confronti di 7 ragazzi che frequentavano il seminario di Agrigento. A Marco Marchese, una delle vittime, il vescovo di Agrigento, da cui si era recato prima di rivolgersi alla Procura, chiede un risarcimento di 200mila euro per danni arrecati all’immagine della Chiesa agrigentina, salvo poi ritirare la richiesta [Puleo è stato denunciato dapprima al parroco don Giuseppe Veneziano (il vice-rettore), poi al preside del seminario don Gaetano Montana ed in seguito anche all’Arcivescovo metropolita di Agrigento S.E. Mons. Carmelo Ferraro, tutti citati poi nel processo come persone informate sui fatti – n.d.Red.TA].

Patteggia 3 anni per pedofilia padre Domenico Marcanti, animatore alla scuola media dell’Istituto Don Orione di Alessandria.

Don Giorgio Barbacini condannato a 3 anni e mezzo per abusi sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario che aveva in custodia presso la comunità “Migrantes” di Savona. Oggi lavora in un’altra diocesi.

2007

Don Mauro Stefanoni, parroco di Laglio (Co), condannato a 8 anni e al pagamento di 150mila euro per abusi sessuali nei confronti di un minore disabile. Oggi lavora nella diocesi di Como, senza alcun incarico specifico.

Don Pierangelo Bertagna, parroco di Farneta (Ar), condannato a 8 anni per violenze sessuali a diversi minorenni. Viene sospeso dal vescovo di Arezzo e dimesso dallo stato clericale da papa Benedetto XVI. È la prima volta che l’autorità ecclesiastica punisce un prete pedofilo.

2008

Don Emilio Manzolini condannato a 4 anni per violenze sessuali a due bambine di 9 anni quando era parroco di Santa Rosa da Viterbo, a Roma. Oggi lavora nella comunità di Albavilla (Co) della congregazione del Sacro Cuore di Gesù.

Don Antonio Calcedonio Di Maggio condannato a 4 anni per molestie sessuali a due minorenni della parrocchia romana Madonna di Czestochowa e della scuola media “Salvo D’Acquisto”, dove insegnava religione. Già in passato aveva avuto una condanna per reati simili. Oggi risulta essere ancora viceparroco nella stessa parrocchia.

Don Lelio Cantini, ex parroco della Regina della Pace a Firenze, viene dimesso dallo stato clericale da papa Benedetto XVI perchè ritenuto responsabile di abusi e violenze sessuali su decine di minori fra il 1973 e il 1987. Nel 2005, l’allora vescovo di Firenze, il cardinale Ennio Antonelli, a cui le vittime si erano rivolte, si era limitato a vietare a don Cantini di celebrare la messa in pubblico per 5 anni.

Fonte: agenzia Adista & rivista La Voce delle Voci

Le élite occidentali pensano di poter difendere il loro potere limitando la forma democratica.

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“Le persone che vedono respingere le politiche che hanno votato più e più volte, proprio da parte delle élite che i popoli hanno sconfitto con il voto, inevitabilmente si rivolgeranno ad altri mezzi per ottenere quello che vogliono”.
“Coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica … rendono inevitabile la rivoluzione violenta”, (John F. Kennedy).

di Pat Buchanan

Nel 2016, Stati Uniti e Gran Bretagna sono stati entrambi testimoni di rivoluzioni pacifiche.

Gli inglesi hanno votato in maggioranza per separare i legami con l’Unione europea, ripristinare la loro piena sovranità, dichiarare l’indipendenza e andare per la loro strada nel mondo. La politica commerciale e dell’immigrazione avrebbe dovuto ormai essere decisa da un Parlamento eletto dal popolo, non dai burocrati di Bruxelles.

E’ stata chiamato “Brexit” . E la sfida britannica ha sbalordito le élite globali.

Due anni e mezzo dopo, la Gran Bretagna è ancora all’interno dell’UE, e nessuno sembra sapere quando e se il divorzio avrà luogo – una vittoria di Londra e delle élite europee sulla volontà espressa del popolo britannico.

Inorridite dal voto sulla Brexit, queste élite hanno puntato su un gioco di attesa, trasmettendo avvertimenti su ciò che potrebbe accadere, per terrorizzare il pubblico britannico nel riconsiderare e invertire la sua decisione democratica.
La perdita dei candidati e la perdita dei partiti accetta la sconfitta e aumenta il potere.

Gli organismi dell’establishment dispongono di ordini del giorno che non li considerano soggetti a ripudio o obiezione elettorale. Una volta sconfitti, utilizzano i loro poteri non elettorali per impedire che politiche indesiderate vengano mai attuate.

Chiamala se vuoi democrazia limitata.

Nel 2016, Donald J. Trump è stato eletto presidente quando uno spirito di ribellione contro le élite fallite americane ha agitato le due parti. Sia la campagna di Trump che quella di Ted Cruz, che si sono classificate seconde nella corsa repubblicana, hanno offerto idee anti-establishment. Così anche la campagna di Bernie Sanders nelle primarie democratiche.

Il programma definitivo di Trump era fondamentalmente questo:

Costruire un muro attraverso il confine messicano per fermare l’inondazione di migranti illegali. Liberarsi dalla mezza dozzina di guerre in Medio Oriente in cui Bush II e Obama avevano immerso l’America.

Trump promise di abrogare gli accordi commerciali che avevano visto le importazioni dai paesi NAFTA, dalla Cina, dall’UE e dal Giappone per sostituire con le merci prodotte negli Stati Uniti. Si dovevano fermere le delocalizzazioni di decine di migliaia di fabbriche statunitensi e l’emorragia di milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero.

E avrebbe sospeso la nuova guerra fredda con la Russia.

A metà di questo periodo presidenziale, dove siamo?

Una parte del governo degli Stati Uniti è stata chiusa per un mese. Il muro non è stato costruito e potrebbe non esserlo mai. La decisione del presidente Trump di ritirare dalla forza siriana 2.000 soldati statunitensi ha incontrato una forte resistenza da parte dell’ establishment che si occupa della politica estera. Trump viene spinto ad affrontare la Russia dal Baltico al Mar Nero e a distruggere il trattato sui missili nucleari a raggio intermedio che Ronald Reagan ha negoziato con Mikhail Gorbaciov.
Inoltre l’Amrica viene sospinta verso una nuova guerra in Medio Oriente con l’Iran.

Questa era l’agenda dell’establishment , non quella di Trump.

Ultimamente abbiamo appreso che, dopo che Trump ha licenziato il direttore dell’FBI James Comey, una cabala all’interno dell’FBI ha avviato un’inchiesta di controspionaggio per scoprire se Trump fosse un agente cosapevole di una cospirazione del Cremlino.

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Chi ha fatto questa chiamata? Chi l’ha approvata? L’FBI ha scoperto che Trump è un patriota o un altro Alger Hiss (spia dell’URSS)? Non siamo stati informati dall’FBI dopo due anni di indagini. Perchè no?

Sappiamo che il braccio dell’immersione della campagna di Clinton, Fusion GPS, aveva contrattato una ex spia inglese con connessioni con il KGB per preparare un “sporco dossier” che è stato usato per persuadere il tribunale segreto della FISA (“Foreign Intelligence Surveillance Court”) ad approvare la sorveglianza della campagna di Trump .

Eppure sembra esserci un enorme disinteresse mediatico in una cospirazione che potrebbe ritrarre Trump come vittima di una sporca campagna di inganni.

Il che ci riporta alla domanda più ampia: mentre i populisti hanno vinto le elezioni e compiuto rivoluzioni pacifiche, spesso le politiche, per le quali hanno lavorato con successo, non vengono mai attuate.

Nel libro del 1975 ” “Conservative Votes, Liberal Victories: Why the Right Has Failed” (Voti conservatori, vittorie liberali: perché il diritto è venuto meno) , questo scrittore ha cercato di esplorare e spiegare le forze che tanto spesso negano il diritto alla politica delle sue vittorie politiche.

“L’essenza del potere della stampa risiede nell’autorità di selezionare, elevare e promuovere una serie di idee, problemi e personalità e di ignorare le altre”, ha scritto questo autore. “La stampa determina di cosa ‘la gente parlerà ecosa penserà’ a causa del monopolio che detiene sulle notizie e le informazioni che escono da Washington”.

Tra le ragioni del successo politico di Trump, così come è, è che i media conservatori di oggi non esistevano allora, né i nuovi social media che aveva padroneggiato così bene.

Eppure, il potere della sinistra globalista sulle istituzioni americane di carattere e di formazione culturale rimane schiacciante. Domina le scuole pubbliche e i sindacati degli insegnanti, le chiese tradizionali, le facoltà universitarie e le accadmie, i media e l’intrattenimento, la televisione e il cinema.

Quello che sta accadendo oggi in Occidente potrebbe essere descritto come una lotta tra la capitale e il paese che governa. L’Inghilterra ha votato per lasciare l’UE; Londra ha votato per rimanere.

In ultima analisi, Kennedy aveva sicuramente ragione. Le persone che vedono repingere le politiche che hanno votato più e più volte , proprio da parte dalle stesse élites che avevano sconfitto, si rivolgeranno inevitabilmente ad altri mezzi per preservare ciò che hanno.

Lo dimostrano le proteste dei “gilet gialli” a Parigi.

Fonte: Patrick J. Buchanan

Verità e frottole sulla procedura d’infrazione evitata. Il commento di Polillo

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L’ipotesi di una possibile procedura d’infrazione è stata scongiurata. Ed è questa la buona notizia. Restano tutte le incognite di settembre, quando si tratterà di onorare gli impegni assunti. Il commento dell’editorialista Gianfranco Polillo

 

Per carità non parlate di manovra correttiva. Qualcuno, all’interno del Governo, potrebbe prendersela e ricorrere alle vie legali. Si è trattato di un semplice aggiustamento. Anzi nemmeno di quello. “Bisognava far capire” alla Commissione europea – dice il Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, nella sua intervista a il Corriere della sera – “che maggiori entrate e risparmi di spesa prefiguravano dati contabili diversi da quelli da loro elaborati”. In altre parole: quelle risorse erano lì fin dall’inizio. Dal momento in cui Luigi Di Maio, dall’alto del balcone di Palazzo Chigi, galvanizzava i militanti, radunati in piazza, annunciando la sconfitta della povertà in Italia.

Potenza del linguaggio. In una fase in cui “nomina” non sono più ”consequentia rerum”. Locuzione latina che, come tutte le cose del passato, è stata azzerata dalla retorica dei 5 stelle. Fosse così, saremmo tutti più contenti. Non sarebbero stati sottratti al trasporto pubblico locale quei 300 milioni che servono come il pane. Basti guardare ai treni dei pendolari o alla metropolitana di Roma. Il Sud avrebbe potuto avere risorse maggiori per 500 milioni. La Cassa depositi e prestiti capitale per le sue politiche d’investimento. E va dicendo. L’elenco potrebbe continuare fino a quel totale di 8 miliardi e rotti destinati ad essere congelati nelle pieghe del bilancio dello Stato.

Comunque l’ipotesi di una possibile procedura d’infrazione, fino a ieri sul tappeto, è stata scongiurata. Ed è questa la buona notizia della giornata. Restano tutte le incognite di settembre, quando si tratterà di onorare gli impegni assunti, seppure in modo generico con la nuova lettera, inviata dai responsabili economici del Paese, alla stessa Commissione. Il tempo per pensarci è poco. Si spera sempre nella presenza della vecchia guardia – Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici – nella giuria che dovrà emettere il verdetto. Ma questi ultimi, per quanto ben disposti, non potranno non tener conto dello “spettro che si aggira per l’Europa”: altro che il comunismo di Marx ed Engels, ma il rigorismo di Ursula Von Der Leyen. Non saranno rose e fiori.

Bisognerebbe quindi muoversi per tempo alla ricerca di una possibile strategia. Una credibilità tutta da conquistare, se non si vuole continuare nelle vecchie politiche del passato. Il cui fallimento è conclamato. Il trionfo della regola aurea del Gattopardo: “Deve cambiare tutto, perché niente cambi”. Sfida impegnativa: non c’è che dire. Soprattutto a causa di un ambiente accademico in forte ritardo. Sorprendente l’ultimo intervento di Mario Baldassarri, sulle pagine de Il Sole 24 ore. “Inutile incolpare l’Europa se l’Italia non cresce”: questa la sintesi, evidenziata nel titolo.

Naturalmente, in quest’affermazione, c’è una buona dose di verità. Ma tra una parte e il tutto esiste una notevole differenza. “Siamo l’unico Paese” nell’Eurozona “che, dal 2000 al 2018, ha visto ‘ridursi’ il proprio Pil reale pro-capite del 2,3%”: sostiene l’ex vice-ministro dell’Economia. E fin qui ci siamo. L’anomalia italiana – continua – consiste in “cause strutturali ‘tutte interne’: più bassi investimenti pubblici e privati, più alta spese corrente, risparmio pubblico negativo (disavanzo di parte corrente), produttività totale dei fattori in declino”. Una fotografia nota degli squilibri della finanza pubblica italiana.

Nel ragionamento manca, tuttavia, un elemento centrale. Nessun riferimento all’andamento del saldo con l’estero. Più che positivo dal 2011 in poi. Riflesso contabile di un eccesso di risparmio interno che non si traduce in investimenti e, di conseguenza, contribuisce a determinare gli squilibri strutturali lamentati, anche sul terreno delle pubbliche finanze. È infatti evidente che se le risorse disponibili non sono completamente utilizzate, la crescita complessiva dell’economia non può che rallentare. Da qui una caduta delle entrate fiscali, che ne sono una figlia legittima. Con tutti gli effetti negativi denunciati. Compreso ovviamente l’aumento del rapporto debito-Pil.

Se questo è il quadro, le conclusioni sono evidenti. Il problema italiano non è dato da una carenza di risorse, ma dal grippaggio di alcuni meccanismi di mercato. A loro volta bloccati da fattori diversi, compreso il clima di incertezze programmatiche che incide in negativo sul sistema delle aspettative. Aziende che non investono per carenza di domanda effettiva. Altre scoraggiate dall’eccesso di burocrazia e controlli vessatori. Una pressione fiscale non solo eccessiva, ma ingiustificata vista la cattiva qualità dei beni pubblici forniti dalla Pubblica Amministrazione. E via dicendo. Se non si modifica questo stato di cose, ogni possibile progresso diventa impossibile.

Gli squilibri della finanza pubblica hanno ovviamente un peso. Ma sono il riflesso di questo più generale stato di confusione. Mettervi ordine, anche a costo di aumentare provvisoriamente il deficit, può essere una soluzione innovativa. Sempre che non si seguano, anche questa volta, le orme del vecchio, caro Gattopardo.

Il caso Sea Watch delinea i “nemici” dell’Italia

da Maurizio Blondet

 

utorità estere che non solo mettono in discussione la legittimità dell’ordinamento italiano, ma che fanno pressione per una sua applicazione secondo il proprio tornaconto nazionale. A questo punto è chiaro che ad essere in gioco sono alcuni valori non negoziabili delle democrazie liberali, quali la sovranità nazionale, la primazia del diritto e i principi di legalità, cui tutti gli europei si ispirano.

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Se una nave battente bandiera straniera deliberatamente non rispetta l’ordinamento italiano usando la forza e allo stesso tempo il nostro diritto di far rispettare la legge viene apertamente messo in discussione da rappresentanti di altri Stati si pone un grave problema di indipendenza politica e di sovranità del nostro Paese. Leggi e confini, costruiti e difesi sia dai padri costituenti che dai nostri avi, anche a costo della loro vita, fin dai tempi del Risorgimento. Non accettiamo pressioni atte a minare la credibilità e la sovranità della nostra Italia”.

Questa lunga dichiarazione, rilasciata il sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi (Lega), dipinge con un’analisi fredda ma efficace i punti salienti e di principio dell’ennesimo “caso Sea Watch”.

Un episodio che certo non altera il bilancio dell’immigrazione clandestina in Italia, in fortissimo calo rispetto agli anni precedenti, ma che ha contribuito a definire in modo chiaro e inequivocabile quali e quanti siano i “nemici” dell’Italia e dei suoi interessi.

Dall’inizio dell’anno al 28 giugno sono sbarcati in Italia 2.601 immigrati illegali contro i 16.566 dello stesso periodo del 2018 (-84,30%) e i 79.154 del 2017 (-96,71%).

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Quelli provenienti dalla Libia sono stati appena 773 mentre in 738 sono partiti dalla Tunisia, 664 dalla Turchia, 241 dall’ Algeria e 184 dalla Grecia.

Numeri così limitati non se erano mai visti dal 2011 e sono certamene il frutto delle iniziative del governo e soprattutto del ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, la cui operazione “porti chiusi” e i due Decreti Sicurezza non hanno forse permesso di sigillare del tutto le nostre coste ma hanno contribuito a ridurre grandemente i traffici di esseri umani nel Mediterraneo e i morti in mare (grazie anche all’ottimo lavoro eseguito dalla Guardia Costiera libica) e a indurre i trafficanti a dirottare i flussi maggiori verso Spagna e Grecia.

Ciò nonostante la questione migratoria continua ad assumere un significato sempre più politico, ideologico e affaristico che va ben al di là della lotta ai flussi illegali per diventare un tema su cui attaccare il governo italiano (ieri Marco Minniti, oggi Matteo Salvini) su traballanti basi etiche e morali.

Basi che non riescono certo a nascondere, quasi fossero una foglia di fico, gli interessi legati al business di soccorso e accoglienza che ingrassano una parte importante del mondo delle ong/coop per lo più di ispirazione religiosa e di sinistra.

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Non è un caso che questa contrapposizione si sia intensificata, o per meglio dire incattivita, dopo che il Decreto Sicurezza ha ridotto le diarie assegnate a chi si occupa dei migranti giunti illegalmente in Italia da 35 a 21 euro (standard Ue), abbassandone in modo significativo i profitti già ridottisi con il crollo degli sbarchi.

Il caso della Sea Watch e delle altre navi di ong straniere che periodicamente cercano di dimostrare che i porti italiani non sono del tutto chiusi hanno un evidente obiettivo politico: sfidare il governo italiano e dimostrare di essere al di sopra delle leggi degli Stati o più forti di esse e di essi.

Un aspetto quest’ultimo non solo simbolico ma di ampia portata politica: per chi punta a un mondo globalizzato guidato da autorità sovranazionali che rispondono a gruppi d’interesse e puntano al “meticciato” come strumento per la distruzione dei popoli e della loro sovranità espressa democraticamente, è fondamentale dimostrare l’incapacità degli Stati di difendere le proprie frontiere, di imporre e applicare le proprie leggi, di garantire la sicurezza e mantenere gli impegni assunti con i propri cittadini ed elettori.

L’Italia e il suo attuale governo “sovranista” deve quindi fare i conti con questi “nemici” con i quali si scontrò anche Marco Minniti, il ministro dell’interno del PD che per primo cercò di porre un freno ai flussi clandestini e alle attività delle navi delle ong imponendo loro un decalogo ancor oggi ampiamente disatteso.

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Le imbarcazioni continuano a spegnere il trasponder per non essere localizzate ogni volta che, certo “casualmente”, stanno per imbattersi in qualche imbarcazione di migranti illegali. Gommoni o barconi spesso privi di motore e quindi rimorchiati dai trafficanti, sempre “per caso” a due passi dalle navi delle ong.

L’offensiva lanciata da questi “nemici” dell’Italia e dei suoi interessi non conosce soste e può contare su ampi supporti presso una parte della Magistratura (manifestamebnte espostasi al fianco delle Ong), i vertici della Chiesa Cattolica (molti meno tra i fedeli come dimostrano le chiese e persino Piazza San Pietro sempre più deserte) e molti media che continuano il processo di eutanasia in termini di credibilità, di copie vendute e audience piegandosi all’ideologia e più che all’informazione.

Il martellamento propagandistico sui “lager libici” cozza clamorosamente con le immagini dei clandestini palestrati e ben nutriti che sbarcano dalle navi delle Ong.

Certo persino il ministro degli esteri Enzo Moavero afferma che la Libia non è un porto sicuro ma la questione è discutibile. La Libia è assistita da Onu, Ue e Italia, copre un’area di ricerca e soccorso riconosciuta, nei porti libici sono presenti in forze le agenzie dell’Onu che assistono i migranti riportati indietro dalla Guardia Costiera libica con oltre 3.500 persone salvate da inizio anno.

Agenzie dell’ONU che in un anno e mezzo hanno già rimpatriato con voli da Tripoli oltre 40 mila clandestini partiti da un aeroporto evidentemente sicuro dopo essere sbarcati in porti evidentemente sicuri.

Chi fosse interessato realmente agli aspetti umanitari dovrebbe battersi per rendere più sicura la Libia e per il rimpatrio dei clandestini da Tripoli, non per il loro arrivo in Italia (sempre e solo in Italia!), che avvenga con trafficanti e ong o con i cosiddetti “corridoi umanitari”.

Inneggiare a una fuorilegge che ha speronato una motovedetta della Guardia di Finanza rischiando di ferire o uccidere dei militari regalerà certo ulteriori consensi alla Lega ma getta il discredito su chi si esprime in tal senso.

In termini politici tra i “nemici” dell’Italia va purtroppo annoverato anche il PD, che dopo aver rinunciato a ricandidare (o ad attribuirgli un rilevante ruolo politico) le sue figure di maggior rilievo, incisività e competenza, oggi non riesce ad andare oltre una progettualità politica da centro sociale (“porti aperti” e “ius soli”).

Basti pensare che vicino alla “capitana” tedesca Carola Rackete, mentre speronava la motovedetta per entrare nel porto di Lampedusa, si trovavano alcuni deputati del PD incluso quel Graziano del Rio che fino al marzo 2018 era stato ministro dei Trasporti e quindi anche della Capitaneria di Porto/Guardia Costiera.

Come spesso è accaduto nella Storia, i “nemici” interni dell’Italia sono spesso al servizio dei nemici “esterni”, oggi Bruxelles, Berlino, Parigi e Madrid, ostili da sempre all’Italia e oggi ancor di più al suo governo, che considerano l’immigrazione illegale uno strumento per mettere in ginocchio Roma.

Quando Minniti chiedeva con cortese fermezza il supporto europeo e che qualche nave dell’Operazione Sophia sbarcasse i clandestini nei suoi porti e non in Italia la Ue non si degnava neppure di rispondere. Oggi che l’Italia ha chiuso i porti (o quasi) e tutti i documenti comunitari parlano di lotta ai trafficanti e stop all’immigrazione illegale, Francia e Germania usano il caso “Sea Watch” per attaccare il nostro governo con argomenti a dir poco strumentali mentre l’Olanda, nonostante i numerosi richiami, ha di fatto finto di dimenticare che la nave “pirata” batte la sua bandiera nazionale.

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Il ministro dell’Interno francese Christophe Castaner, fedelissimo di Macron, sostiene che chiudere i porti viola la legge del mare.  Espressione curiosa in bocca ai leader di un paese che ha blindato Ventimiglia bloccando l’applicazione del Trattato di Schenghen e che ordinava alla polizia di “sbolognarci alla chetichella” nei boschi di confine i suoi clandestini.

Anche Parigi ha poi recentemente chiuso i suoi porti alle navi delle Ong come ha fatto anche la Spagna che multa e sequestra le navi che dovessero sbarcare immigrati illegali ma non blocca le ong iberiche che vogliono portarli in Italia.

Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas, ha avvertito che “soccorrere vite in mare non può essere criminalizzato”.  A parte il fatto che paragonare a naufraghi chi paga migliaia di euro i trafficanti peer migrare illegalmente è un insulto a chi per mare ci va davvero per guadagnarsi il pane, è evidente che qui non si tratta di soccorso ma di trasferimento di immigrati illegali sempre e solo verso l’Italia.

Un attacco strumentale all’Italia se si valuta che il governo tedesco ha da poche settimane approvato il cosiddetto “Migration Paket” che prevede espulsione immediata dei migranti illegali, ampliamento della detenzione preventiva per chi entra illegalmente in Germania e taglio del welfare agli stranieri che potranno essere sottoposti a perquisizioni senza bisogno di mandato giudiziario.

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“Difendere i confini nazionali non è un diritto ma un dovere. L’Italia non prende lezioni da nessuno e dalla Francia in particolare” ha detto Salvini mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, ha detto che “abbiamo cercato di far rispettare le leggi italiane e del buon senso. Questo tipo di prepotenza non può essere coperto da nessuno, tantomeno da stati sovrani”.

“Le modalità’ dell’ingresso della Sea Watch 3 nel porto di Lampedusa e la successiva internazionalizzazione del caso segnano un salto di qualità’ nella gestione illegale dei flussi migratori diretti verso il nostro Paese.

Non solo è stata messa a rischio la vita di un equipaggio e la sicurezza di un’unità navale dello Stato, ma autorità politiche di Stati esteri hanno censurato il comportamento del governo italiano, intento ad assicurare il rispetto di leggi approvate da un Parlamento liberamente eletto”.

Dure critiche all’Italia per il caso “Sea Watch” sono giunte anche dai Verdi tedeschi, dal Consiglio delle chiese protestanti tedesche (tra i finanziatori di Sea Watch) e dal degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn.

Persino l’ONU (che già ci manda gli ispettori accusandoci di razzismo) ha avuto parole dure chiedendo all’Italia di far sbarcare i migranti della Sea Watch (strano non l’abbia chiesto all’Olanda) ma il braccio di ferro tra Roma e il Palazzo di Vetro è ormai una costante da quando il governo italiano si è rifiutato di firmare il “Migration Compact”, che di fatto sancisce il diritto per chiunque di emigrare ovunque voglia.

La schiera di “nemici”, interni ed esterni, con i quali l’Italia deve fare i conti è quindi lunga e agguerrita ma lo scontro sui migranti rappresenta solo uno dei campi di battaglia sui quali si svilupperà lo scontro.

 

ITALIANI SEMPRE DIVISI, MA A LAMPEDUSA C’È CHI CI ABITA E NON C’È SOLO ACCOGLIENZA

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La Sea Watch 3 attracca nel porto di Lampedusa con i 40 naufraghi a bordo. Arrestata la capitana

Le contestazioni di alcuni abitanti dopo lo sbarco dei migranti segnalano le ferite aperte di una comunità locale che vanno al di là degli ossessionanti attacchi alle ong e delle questioni legate all’accoglienza dei migranti. Sono nodi che, chi vuole provare a costruire un’alternativa, non può far finta di non vedere. Per questo i 5 parlamentari una volta scesi dalla nave della capitana dovrebbero passare l’estate sull’isola

Nella notte sul molo di Lampedusa ad accogliere l’arrivo della Sea Watch 3, come ha scritto in diretta il nostro Alessandro Puglia, ci sono stati applausi ma anche contestazioni. Sui social network da quando cinque parlamentari democratici, radicali e di sinistra italiana, rispettivamente Graziano Delrio, Matteo Orfini, Davide Faraone, Riccardo Magi e Nicola Fratoianni (in foto) hanno deciso di imbarcarsi sulla Sea Watch 3 circolano post come questo:

“Abbiamo noi di Lampedusa bisogno della scuola elementare chiusa da 6 anni perché inagibile, abbiamo bisogno di un’ambulanza , abbiamo bisogno di un depuratore , abbiamo bisogno per chi fa la chemio e deve continuamente partire e si è venduta la casa per potersi pagare i viaggi …noi di Lampedusa abbiamo bisogno di tante piccole ma importanti cose per la sopravvivenza della comunità.. e una delegazione del PD che fa?
Viene a Lampedusa per 42 clandestini e per essere solidale con un capitano che ha violato la legge”.

un abitante di Lampedusa

Della vicenda dell’istituto onnicomprensivo Luigi Pirandello si è occupata a più riprese anche Cittadinanzattiva nel suo rapporto sulla sicurezza e la qualità delle scuole.
Naturalmente i cinque parlamentari hanno fatto bene a salire sulla nave della capitana Carola Rackete. Oggi però, dopo lo sbarco, farebbero meglio a non andarsene dall’isola siciliana. Dovrebbero restare per verificare l’effettiva consistenza di questo cahiers de doléance e dopo averne preso contezza provare a indicare una strada, costruendo soluzioni insieme alla popolazione locale. L’interesse per la questione dei migranti a Lampedusa non può che legarsi a quella per la popolazione locale.

Paolo Venturi e Flaviano Zandonai nel loro ottimo “Dove- La dimensione di luogo che ricompone impresa e società (Egea, edizioni)” spiegano come la dimensione di luogo è un fattore che ha bisogno di essere coltivato, innovato, manutenuto. I luoghi «storicamente si sono costruiti attraverso processi coevolutivi mediante i quali le persone si legavano agli spazi e alle comunità. Oggi questo non avviene più», racconta Venturi. Che cosa ne discende? «Ne discende la necessità di costruire dei processi decisionali che mettono al centro i luoghi. Processi in grado di costruire modalità in grado di conferire valore».
La politica, soprattutto quella che vuole costruire un’alternativa, non può contrapporre le dimensioni dei flussi globali delle migrazioni al localismo delle comunità di appartenenza per dirla con Aldo Bonomi. La sfida, fattuale e comunicativa, è di tenere insieme queste due direttrici. È questa la strada per uscire dalla dinamica cattivisti vs buonisti.

La politica, soprattutto quella che vuole costruire un’alternativa, non può contrapporre le dimensioni dei flussi globali delle migrazioni al localismo delle comunità di appartenenza per dirla con Aldo Bonomi. La sfida, fattuale e comunicativa, è di tenere insieme queste due direttrici. È questa la strada per uscire dalla dinamica cattivisti vs buonisti

Sul numero di Vita magazine di giugno ancora in distribuzione il giornalista e autore televisivo Alessandro Sortino intervistato da Riccardo Bonacina sostiene: “…bisogna capire che parliamo a gente che non sta più così bene, che non ha più la certezza sul suo futuro che non è più collocata all’interno di una comunità di cui si fida…Se io non posso prevedere il mio futuro non ce la faccio a considerare un problema mio l’altro, quando ho dei figli che non trovano lavoro e un genitore con l’Alzheimer, quando non nascono nipoti e non so se ci saranno pensioni. Quando è così, ed è così, il trovare un nemico e riattivare i confini sembra una soluzione”.

Bisogna capire che parliamo a gente che non sta più così bene, che non ha più la certezza sul suo futuro che non è più collocata all’interno di una comunità di cui si fida

Alessandro Sortino

Se in queste ore Graziano Delrio, Matteo Orfini, Davide Faraone, Riccardo Magi e Nicola Fratoianni torneranno a Roma, avranno perso una grande occasione. Restino a Lampedusa. Si occupino della scuola elementare, del depuratore, dei trasporti sanitari e di chi deve combattere un tumore e magari non ha i soldi per sostenere lunghe trasferta sanitarie. E nel frattempo si occupino anche delle centinaia di migranti che ogni settimana arrivano sull’isola coi cosiddetti sbarchi fantasma e naturalmente continuino a occuparsi dei prossimi casi che vedranno le ong messe nel mirino. Ma lo facciano da Lampedusa e a fianco dei lampedusani. Magari passando l’estate sull’isola, dopo aver passato una notte sulla See Watch 3.


Postilla: Alle ultime elezioni europee il Partito democratico ha eletto Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, al Parlamento europeo ma sull’isola simbolo dell’accoglienza ai migranti il primo partito è stato la Lega di Matteo Salvini. Nelle cinque sezioni di Lampedusa e Linosa, infatti, il Carroccio è arrivato al 45,85% grazie a 624 voti.
Salvini, capolista del Carroccio, è stato il più votato sull’Isola: per lui 410 preferenze. Bartolo ne ha raccolte molte meno: 250

5G, rischi e opportunità. Cosa pensano i Servizi segreti italiani

di , Start

Gennaro Vecchione

Che cosa ha detto su 5G e big data nei giorni scorsi Gennaro Vecchione, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in Parlamento

 

L’appuntamento con il 5G è ormai ineludibile e qualcosa – finalmente – sta iniziando a muoversi anche nei Palazzi romani, accusati a più riprese di essere indifferenti al tema che, come si è visto, sfiora la sicurezza nazionale (leggi: Huawei e 5G, che cosa succede in Italia, Francia e Germania? L’analisi di Rapetto).

Nei giorni scorsi la IX Commissione Trasporti, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle nuove tecnologie delle telecomunicazioni, ha ascoltato Gennaro Vecchione, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La domanda cui doveva rispondere era principalmente una: cosa pensano gli 007 italiani di questa nuova tecnologia?

OPPORTUNITA’ DI SVILUPPO MA NON MANCANO LE INSIDIE

«Il 5G è un’opportunità straordinaria di sviluppo per il fatturato per tutti gli operatori economici di settore. Ma è potenzialmente foriero di rischi per la sicurezza nazionale», ha esordito Vecchione. «Tali rischi – ha aggiunto – debbono necessariamente essere compresi e prevenuti per sfruttare appieno le opportunità offerte al Paese».

QUALCHE NUMERO

Vecchione ha anche fornito numeri utili a comprendere il venturo mercato: «Nel 2020 saranno connessi alla rete circa 50 miliardi di dispositivi smart, con un potenziale di mercato di 12 trilioni entro il 2035. Una sfida inedita e complessa».

GLI ATTORI IN CAMPO E I RISCHI

Tre gli stakeholder individuati: «i fornitori di tecnologia, gli operatori mobili che si aggiudicano le frequenze e i cosiddetti inquilini». E dato che con il 5G «esploderà l’utilizzo dell’Internet of things e dei big data all’interno della società», per gli 007 aumenteranno anche i rischi, riassumibili in: «accessi non autorizzati, vulnerabilità delle diverse partizioni di rete, intercettazioni del traffico, conflitti nella gestione delle bande assegnate». «È come se la nostra casa – ha esemplificato il direttore del Dis – in tempi molto rapidi moltiplicasse il numero delle finestre e delle porte. Ciascuna, tra l’altro, con una singola modalità di apertura e gestione. Aumenta la possibilità di accesso alla casa». Cresce, insomma, la «vulnerabilità delle infrastrutture di rete». Anche perché con il 5G «macchinari industriali o biomedicali saranno operabili via internet da uno smartphone, con il rischio di sabotaggi o attacchi hacker».

LO SPETTRO DELLA PROFILAZIONE, IL VENIR MENO DELLA PRIVACY

Anche per gli 007 nostrani una delle insidie principali sarà evitare la massiccia profilazione dell’utente, ai danni della privacy di ciascun individuo. Si corre infatti il rischio della creazione di «profili sensibili sulle caratteristiche finanziarie, sanitarie, le inclinazioni politiche, religiose, sessuali e, peggio ancora – ha avvertito Vecchione – concernenti i dati di autenticazione biometrica». Profilazione messa in atto da «avanzati algoritmi di intelligenza artificiale e di machine learning» che «raccolgono enormi quantità di dati personali» sfruttati «per gli scopi più disparati».

IL PERIMETRO NAZIONALE PER LA SICUREZZA NAZIONALE

Per questo, il Dis, responsabile della cybersecurity nazionale, si sta già muovendo: «A seguito di una delibera del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica – ha spiegato il Direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza -, il Dis ha elaborato una proposta di Perimetro Nazionale per la sicurezza cibernetica», volto a definire «un sistema organico di misure e procedure di sicurezza a tutela di reti, sistemi e servizi informatici da cui dipende l’esercizio di una funzione essenziale per lo Stato». All’interno di questo perimetro si «dovranno rispettare particolari misure di sicurezza e sottoporre a quello che abbiamo chiamato uno scrutinio tecnologico l’acquisizione di dotazioni Ict destinate a operare sugli asset tutelati». Vecchione ha poi sottolineato l’avanzamento di una istanza volta a richiedere una tutela particolare: «abbiamo chiesto di equiparare sul piano normativo la cybersecurity alla sicurezza sul lavoro per evitare di dover svolgere gare di appalto con il criterio del massimo ribasso».