L’UOMO GIUSTO, INVISO A TANTI ITALIANI.

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“L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. Per poter compiere questa nuova scelta di vita, ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza. So quel che non voglio e, insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia in tutti questi anni, so anche quel che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo, in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti. La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica. Mai come in questo momento l’Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato. Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga, un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno. Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all’ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria. L’importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali. Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei Paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe fare eccezione proprio l’Italia. Gli orfani i e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese. Portano con sé anche un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di una amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in economia. Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell’individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l’apporto libero di tante persone tutte diverse l’una dall’altra. Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà. Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi – ora, subito, prima che sia troppo tardi – è perché sogno, a occhi bene aperti, una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell’invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita. I1 movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo: non l’ennesimo partito o l’ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l’obiettivo opposto; quello di unire, per dare finalmente all’Italia una maggioranza e un governo all’altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune. Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud vogliamo un governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare adeguata dignità al nucleo originario di ogni società, alla famiglia, che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi, dopo una vita operosa, ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all’ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza. La storia d’Italia è ad una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno più prospera e serena più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo. Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.” 56360507_2465333883476800_6195227030099853312_n

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L’Islam è in carcere, ma da padrone. E radicalizza detenuti nelle galere italiane

giovedì 16 maggio 2019, di Francesco Storace

Le carceri italiane bollono, l’Islam è entrato nell’universo che sta dietro le sbarre, è un pericolo. La politica continua a fornire dati troppo ottimistici sul fenomeno, mentre gli addetti ai lavori denunciano una realtà che potrebbe diventare drammatica. Colpiscono le parole e le cifre del sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, che per bocca del suo leader Donato Capece, ha raccontato ieri un’Italia che è ancora troppo poco conosciuta.
Sì, probabilmente sappiamo che ci sono sessantamila detenuti. E altrettanti sono quelli messi in prova, o in detenzione domiciliare o impegnati in lavori di pubblica utilità. Una popolazione enorme. Di quelli che stanno in carcere almeno ventimila sono stranieri. Un terzo. E’ come se in Italia vivessero venti milioni di forestieri. Sono molti di meno, ma in galera ce ne vanno tantissimi. E qualcosa vorrà dire anche questo.

Proselitismo nelle celle

Ma dobbiamo fare i conti anche con quanto è ancora sottovalutato. La voce del Sappe è suonata chiara: c’è alle porte un pericolo chiamato radicalismo islamico. Anzi, non alle porte, ma sotto chiave, in carcere. In quei luoghi ormai si vive come in trincea, sono sempre più numerosi i detenuti che negli istituti di reclusione e pena si radicalizzano, fanno proselitismo, e in cella dispongono persino di materiale propagandistico. E’ davvero inquietante.
La situazione nelle nostre prigioni rischia di diventare allarmante, i signori della guerra santa sono pronti all’incendio devastante. Dice il leader del sindacato penitenziario: c’è una particolarità della struttura religiosa dell’Islam, che “è più orizzontale della nostra nel senso che non è strutturata in gerarchie e chiunque abbia un certo carisma può proclamarsi Imam”.
Da questi uomini in divisa, esposti ad un pericolo reale e non certo immaginario, arrivano anche proposte concrete al ministero della Giustizia, al dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Bonafede e soci le conoscono, ma non agiscono come dovrebbero.

Ma nel governo litigano

Anche perché il governo in carica si è messo a litigare pure su sicurezza e migranti e non si decide più nulla perché tra alleati si rubano le bandierine delle proposte da discutere e approvare.
Finora, la politica si è limitata negli anni ad intervenire con gli svuotacarceri, ma non è più tempo di clemenza inutile, che poi rispedisce poco dopo in carcere chi approfitta del lassismo di Stato. Vorremmo vedere piuttosto risultati concreti sul fronte delle pene da scontare nei paesi di provenienza. Vorremmo vedere approvata quella proposta di legge di Fdi che stabilisce la concessione dei permessi di soggiorno in Italia a migranti provenienti da paesi con cui ci sia un accordo chiaro. Io accolgo se tu ti riprendi chi delinque nel mio paese.
Ma finora tutto questo è stato vano. E, al solito, ci devono pensare poliziotti e carabinieri per strada e agenti di custodia nelle carceri. Tutti chiamati ad un compito davvero gravoso, perché la politica non ha il coraggio di scelte drastiche. Stavolta, però, l’allarme è ancora più serio del passato, perché viene da chi nelle carceri ci vive. Non è qualche burocrate ministeriale a parlarne, ma sono gli uomini dello Stato che vivono con i detenuti a denunciare il pericolo. Muoversi è obbligatorio.

CHE COSA NON CONVIN(S)E DELLA CONFERENZA LIBICA DI PALERMO

Oggi che l’Italia è stata chiamata da al Sarraj a indirizzare l’Unione europea verso una posizione unitaria, voglio ricordare questo articolo sul fallito vertice di Palermo.

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Donald Trump lo aveva detto subito nei primi giorni post-elezione: Washington non avrebbe avviato un disimpegno dal Mediterraneo (anche se diversificato il proprio cono di interesse) ma avrebbe gradito un ruolo più intenso, ad esempio dell’Italia sulla Libia.

In verità a stimolare Roma ci aveva pensato in precedenza anche Barack Obama, che con il governo Renzi dialogava parecchio sul fil rouge da instaurare con Tripoli. E infatti l’invio dell’ambasciatore Perrone era proprio una mossa in quella direzione.

Ma le settimane che hanno preceduto il vertice siciliano, con proprio le frizioni (interne ed esterne) sul nostro ambasciatore, sono state caratterizzate da tentennamenti, indecisioni e anche assenza di un certo alfabeto diplomatico che hanno impedito il pieno successo dell’appuntamento isolano.

Per dirne una, l’assenza del nostro ministro degli esteri all’apertura del vertice, dopo che lui stesso aveva costruito lo scheletro della due giorni con inviti, presenze e panel dedicati, è sembrato un errore blu. Come blu è il colore di alcuni svarioni, relativamente agli annunci di inviti che poi di fatto non si sono tramutati in presenza.

E non deve far specie se poi l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, aveva fatto dire ai quattro venti che la sua partecipazione sarebbe stata in dubbio sino alla fine. Senza dimenticare che poi lo stesso Haftar ha preso parte solo ad alcuni degli incontri, dai quali è stata esclusa la Turchia che ha deciso di abbandonare la Sicilia a meeting in corso.

Insomma, non solo la logistica di rapporti e consuetudini è stata gestita male, ma il vertice non ha fruttato un risultato uno. Nessuno intende certamente gettare la croce addosso al solo titolare della Farnesina, ci mancherebbe, ma è protofanico come il tutto sia stato condotto senza una guida diplomatica e senza una visione politica di top level.

Tra l’altro pochi giorni prima del vertice di Palermo, il presidente francese Macron, alla disperata ricerca di nuovo appeal, aveva organizzato in fretta e furia la celebrazione del conflitto mondiale con una serie di leader di primo pelo che poi, logica avrebbe voluto, sarebbero potuti andare direttamente da Parigi a Palermo.

Mentre invece non lo hanno fatto. Un altro indizio di come la compartecipazione di più fattori, vedi la costante e continua azione di disturbo dell’Eliseo su un Palazzo Chigi a digiuno di certi palcoscenici, sia stata foriera di un risultato indossisfacente sul fronte libico, dove alla fine escono tutti (o quasi) senza nulla in mano.

Roma non ottiene nulla, né nel breve periodo né in prospettiva, anzi con lo sgarbo ad Ankara mostra una certa miopia geopolitica. Tripoli, al di là della foto di rito con Haftar (e con al centro il premier italiano) non smuove nulla circa le mille problematiche ancora sul tavolo.

Parigi, dopo i flash e i selfie in verità non molto graditi dai protagonisti, resta nel limbo della ghigliottina legata ai sondaggi, negativi in questa fase per Macron e che lo stanno condannando ad una sorta di ansia da prestazione: l’esatto contrario di ciò che serve ad un comparto assolutamente delicato e strategico come la politica estera.

twitter@FDepalo, Fonte: Impaginato Quotidiano del 14/11/2018

IL PIANO DELLE TOGHE – Augusto Minzolini

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Le procure in soccorso del M5s mandano un messaggio alla Lega: fate
attenzione a tornare con Berlusconi

Augusto Minzolini – Mer, 08/05/2019 –  Il Giornale

La verità è che il network 5stelle si basa sull’alleanza con
quella parte della magistratura che si è organizzata un sindacato con
a capo magistrati come Davigo. Un network più sofisticato, e
pericoloso, della vecchia magistratura democratica».

“E’ palese l’intenzione del vicepremier grillino di agitare le inchieste, la lotta alla
corruzione, come argomento principale per riconquistare consensi e  per mettere Salvini «sotto
schiaffo»: «La corruzione  [non l’immigrazione, non l’euro, ndr.ì è la prima emergenza del Paese, il primo strumento per rilanciare la crescita»,

[non investire nello  sviluppo industriale,  ndr.]

Argomenti, concetti, che saldano il movimento con quella parte della magistratura«interventista» che si rifà alle tesi di un magistrato come Piercamillo Davigo e alla sua filosofia: «Non esistono politici innocenti ma colpevoli su cui non sono state raccolte le prove».

E qui c’è il limite della strategia leghista, il rischio dell’alleanza
con un movimento che, se messo in difficoltà, può sempre contare su
alleati tra le toghe, mentre il Carroccio su quel versante è «nudo».

Matteo Salvini, l’analisi del politologo D’Alimonte svela la strategia leghista sul voto: “Cosa vuol fare senza il Cav”

Sul voto anticipato, magari per uno strappo di Matteo Salvini subito dopo le elezioni Europee, il prof. Roberto D’Alimonte non se la sente di puntare neanche un centesimo. Il direttore del Centro di studi elettorali della Luiss-Guido Carli traccia quello che sarà il destino ineluttabile del centrodestra, che presto potrebbe avere una maggioranza stabile da offrire al capo dello Stato per la formazione di un nuovo governo. Ma il politologo su Italia oggi fissa delle condizioni indispensabili perché quello scenario si materializzino, a cominciare dalla valutazione del peso politico di Silvio Berlusconi e quindi della sua Forza Italia, che per ora resta un “tappo di bottiglia” sulle ambizioni del leghista, ma destinato a saltare prima o poi.

L’obiettivo del vicepremier leghista per le prossime elezioni Europee è di pesare il suo partito in una condizione irripetibile, cioè senza gli alleati di centrodestra. In particolare al Sud, dove in molte zone il Carroccio neanche esisteva e invece Forza Italia aveva un dominio quasi incontrastato.

Già oggi, prosegue D’Alimonte, i tre partiti di centrodestra rappresentano “un’alternativa di governo. Ma è chiaro che Salvini andrà al voto anticipato solo per vincere senza Berlusconi”. Al ministro dell’Interno non basterà quindi registrare un ottimo risultato il 26 maggio, per esempio vicino al 37% come riporta il sondaggio di Ipsos. Per la riuscita del piano leghista, serve anche che nasca una scelta valida nell’area moderata, alternativa a Forza Italia: “Magari riorganizzata intorno alla figura del governatore ligure Giovanni Toti, Salvini resisterà alla tentazione del voto anticipato”.

 

Si parla di elezioni e, allora, cosa dice il professor D’Alimonte sulla legge elettorale.

Roberto D’Alimonte (1947) è professore ordinario di Sistema Politico Italiano.

ADDIO, MOVIMENTO 5 STELLE…..

di Gabriele Sannino

Ci ho creduto. Dio solo sa quanto ci ho creduto.
Mi sono iscritto a questo Movimento nel 2011, quando ancora nessuno lo conosceva.
Di Grillo ho apprezzato tutti i contenuti sparsi qua e là nei vari vaffa-day: a differenza di molti miei colleghi giornalisti, infatti, non mi sono mai soffermato sulle cosiddette “parolacce”.

Nel 2012, uno dei miei libri – I segreti del debito pubblico, un libro che parla di signoraggio e moneta-debito – è apparso perfino sul blog, e per ben due volte, inorgogliendomi non poco.


Poi, nel 2013, la magnifica campagna elettorale fatta da Grillo, lo Tsunami Tour, che ha fatto uscire milioni di italiani dalle loro case, dimentichi per una sera della solita propaganda televisiva.

Me lo ricordo bene quel giro d’Italia: Beppe tuonava contro l’Euro, l’Europa delle banche, il liberismo economico, la Nato guerrafondaia, la casta e i suoi privilegi.
La chiusura trionfale del Tour avveniva a Piazza San Giovanni a Roma, e mostrava un Grillo passionale, sicuro, un vero e proprio guerriero, mentre dietro di lui un gruppo di giovani (i futuri parlamentari) restavano muti e adoranti.

Il Movimento 5 stelle, nel 2013, entrava ufficialmente in Parlamento: per gli altri partiti – ovviamente – erano sbarcati “gli alieni”, quelli da evitare come la peste, perché – una volta tanto – rappresentavano per davvero la volontà popolare.
Dal 2013 al 2017, i grillini hanno fatto un’opposizione politica considerevole, propria di chi intende accreditarsi… per governare: la raccolta firme per il “fuori dall’Euro”, le manifestazioni contro la casta e i suoi privilegi, perfino scioperi a oltranza contro i vari provvedimenti a favore di banche e lobby finanziarie, il tutto bilanciato da tante proposte di legge a cui io ho stesso ho partecipato votando sulla piattaforma Rousseau.

Oggi, nel 2018, e con molto rammarico, devo ammettere che il Movimento 5 Stelle è cambiato.
Profondamente cambiato.
Grillo non c’è più: ha creato un sito che porta il suo nome ed è perfino scollegato da quello del movimento, che invece si chiama “blog delle stelle”.
Anche Gianroberto Casaleggio non c’è più: purtroppo, lui è passato a un’altra dimensione.

Al posto dei due leader, c’è un ragazzo napoletano, Luigi Di Maio, che dal 2013 al 2018 è divenuto prima vice presidente della Camera e poi capo del movimento.
Di Maio ha iniziato la sua campagna elettorale ripartendo proprio dai temi cari ai fondatori, tuonando contro l’Euro (su YouTube si possono trovare dei suoi video dove afferma che il sud Italia morirà definitivamente con questa moneta) ma non solo, contro l’Europa delle banche, la casta, la Nato e via dicendo.
Il punto è che questo giovane ragazzo, con la sua pacatezza e tranquillità, è arrivato, pian piano, intervista dopo intervista, ad affermare il contrario di tutto, mentre la “base” era e resta tuttora sconcertata e incredula, pensando – magari – a una specie di “strategia”.

A questo punto mi chiedo: com’è possibile parlare di strategia?
Se un giorno affermassi che il mondo è rotondo, poi il giorno dopo che è quadrato e poi ancora quello successivo ritornassi a dichiarare che è rotondo, voi mi dareste fiducia?
Luigi Di Maio – questo è un fatto – ha iniziato ad ammorbidire le sue posizioni (fino a cambiarle) man mano che si “accreditava” nei vari consessi europei e internazionali: è volato a Londra ad assicurare gli investitori stranieri, a Washington, il covo della finanza internazionale, e ha perfino affermato, quando ha incontrato il Presidente francese Macron (uomo, anzi galoppino dei Rothschild) che “le loro politiche hanno molti punti in comune”.

“Ma che, davero?” Si dice a Roma.
Gli elettori 5 stelle, ancora adesso, si concentrano molto sul fattore onestà.
Ebbene, ancora una volta sono qui a chiedermi: è onesto cambiare idea in questo modo su tutto? E’ onesto concentrarsi solo sul taglio degli stipendi dei parlamentari, su un presidente della Camera che prende l’autobus anziché l’auto blu, o su un reddito di cittadinanza che – senza sovranità monetaria – sarà un’altra montagna che partorisce un topolino?

Gli elettori 5 stelle devono sapere che i tagli agli sprechi sono il gioco preferito dei banchieri: essi, infatti, a fronte di denaro che prestano agli stati dal nulla, riescono a distruggere tutti i servizi pubblici – i nostri beni comuni – tant’è vero che oggi si chiudono ospedali, scuole, asili, uffici amministrativi, perfino presidi militari.
Ebbene i 5 stelle, con le loro manovre di taglio e cucito, non faranno altro che continuare questo gioco al massacro: è onestà tutto questo?
Ecco perché, in questo momento storico, mi è davvero difficile comprendere il motivo dell’attuale impasse politica.

Non capisco perché i 5 stelle – a questo punto – non facciano un governo con chiunque sia disponibile: Berlusconi, così come il PD, è europeista ed eurista, insomma tutti i partiti – Lega compresa, visto con chi si è alleata – sono tutti sottomessi al potere finanziario.
Sono tutti a favore dello status-quo, è questa la verità ultima.
Del resto, se ci pensate bene, sono i banchieri che pagano gli stipendi ai nostri politici…
A questo punto, un governo Berlusconi-5 stelle sarebbe perfino meno orribile di uno fatto col Partito Democratico… ed Emma Bonino, donna per antonomasia sia di Georges Soros che dei Rothschild.

Ecco perché, caro Movimento 5 stelle, ti dico ufficialmente addio.
Lo faccio a malincuore, ma non posso fare diversamente, vista la tua “evoluzione”.
Sono fatto così: a me i furbastri non sono mai piaciuti.
L’onestà – quella vera – si misura sempre, a mio avviso e prima di ogni cosa, proprio con una bella dose di coerenza.

Gabriele Sannino

Gabriele, ci avevamo creduto in tanti, almeno fino al pasticcio dei 7 punti di Grillo, primo il referendum sull’euro, sconfessato da Casaleggio a due giorni dalle elezioni.

Veneziani: «Ecco i sette motivi per cui non festeggio il 25 aprile»

mercoledì 24 aprile 15:05 – di Redazione

Intervento magistrale di Marcello Veneziani sul 25 aprile dalla colonne de LaVerità. Lo scrittore ed editorialista entra senza tanti preamboli nel tema di una festa divisiva e destinata ad avvelenare gli animi. Una festa che mai e poi mai potrebbe celebrare. «Non celebro il 25 aprile per sette motivi. Uno, perché non è una festa inclusiva e nazionale, ma è sempre stata la festa delle bandiere rosse e del fossato d’odio tra due Italie».

Lo spettacolo a cui stiamo assistendo già da giorni, alla vigilia di questa data infausta, sono la prova provata, del resto, di quanto il “fossato d’odio” sia profondo. Veneziani prosegue punto per punto, elencando le ragioni dei ordine storico, civile e morale per cui non festeggerà il 25 aprile. Sette motivi che spiegano in bella sintesi perché questa data non è una festa.

«Una data ipocrita che nega la memoria»

Secondo motivo: «perché è una festa contro gli italiani del giorno prima, ovvero non considera che gli italiani fino all’ora erano stati, in larga parte fascisti o comunque non antifascisti e dunque istiga alla doppiezza, all’ipocrisia».
«Tre, perché non rende onore al nemico, ma nega dignità e memoria a tutti coloro che hanno dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta.
Quattro, perché l’antifascismo finisce quando finisce l’antagonista da cui prende il  nome: il fascismo è morto e sepolto e non può sopravvivergli il suo antidoto, nato con l’esclusiva missione di abbatterlo».

«Se il 25 aprile viene usato per altri scopi…»

Fin qui i motivi storici che inducono lo scrittore a tenersi alla larga da questa data. Poi viene un altro male indigesto, un vizio italico atavico, che Veneziani ha sempre osteggiato nelle sue analisi: la retorica. Lo spiega, elencando il quinto dei motivi: «Perché quando una festa aumenta l’enfasi con il passare degli anni anziché attenuarsi, come è legge naturale del tempo, allora regge all’ipocrisia faziosa e viene usata per altri scopi: ieri per colpire Silvio Berlusconi, oggi Matteo Salvini».

Retorica celebrativa

C’è poi la retorica celebrativa  – scrive Veneziani passando al sesto motivo per cui aborre questa data: «Perché è solo celebrativa, a differenza delle altre ricorrenze nazionali, si pensi al 4 novembre in cui si ricordano infamie e dolori della Grande Guerra; invece nel 25 aprile è vietato ricordare le pagine sporche o sanguinarie che l’hanno accompagnata e distinguere tra chi combatteva per la libertà e chi voleva instaurare un’altra dittatura».
Arriviamo quindi all’ultimo aspetto: «Sette, perché celebrando sempre e solo il 25 aprile, unica festa civile in Italia, si riduce la storia millenaria di una patria, di una nazione, ai suoi ultimi tempi feroci e divisi. Troppo poco per l’Italia e per la sua antica civiltà».

COMMENTI

Italiani tartassati, quasi metà dello stipendio se ne va in tasse

Italia verso la crisi: abolire Quota 100

I dati Confindustria, ISTAT e OCSE confermano un’Italia ancora in crisi e arriva l’invito a tornare indietro su quota 100 e reddito di cittadinanza.

Quota 100 e RdC: le critiche

Il Rapporto OCSE non risparmia critiche alla nuova misura contenuta nella Riforma Pensioni del governo Conte, con particolare riferimento alla quota 100.

L’abbassamento dell’età pensionabile a 62 anni con almeno 38 anni di contributi rallenterà la crescita nel medio termine, riducendo l’occupazione tra le persone anziane e, se non applicata in modo equo aumenterà la diseguaglianza intergenerazionale e farà aumentare il debito pubblico.

L’OCSE invita quindi l’Italia a tornare sui sui passi.

Abrogare le modifiche alle regole sul pensionamento anticipato introdotte nel 2019 e mantenere il nesso tra l’età pensionabile e la speranza di vita. […] Una marcia indietro sul regime di pensionamento anticipato introdotto con quota 100 consentirebbe di liberare risorse per 40 miliardi di euro da qui al 2025.

Il segretario generale, Angel Gurria, ha dichiarato:

Oggi l’economia italiana èufficialmente in stallo. Il rallentamento dell’economia sottolinea ancora una volta l’urgenza di sviluppare politiche per rivitalizzare la crescita. L’Italia continua ad affrontare significativi problemi in campo economico e sociale, per risolverli è necessario adottare una serie di riforme pluriennali per favorire una crescita più solida e inclusiva e ripristinare la fiducia nella capacità di riforma.

Critiche arrivano anche sul Reddito di cittadinanza:

Il livello del trasferimento, previsto dal programma attuale del Reddito di Cittadinanza, rischia di incoraggiare l’occupazione informale e di creare trappole della povertà.

Altre osservazioni

Le altre osservazioni dell’OCSE si concentrano sulla salute del settore bancario, ritenuta strettamente connessa alla finanza pubblica e ai suoi effetti sui rendimenti dei titoli di Stato:

Rendimenti dei titoli di Stato più bassi contribuirebbero a preservare la stabilità del settore bancario.

Bisogna poi spingere sulla lotta all’evasione fiscale, per aumentare il gettito fiscale, consentendo di ridurre le aliquote fiscali e rendendo il sistema tributario più equo. L’invito:

Evitare i condoni fiscali ripetuti.

E abbassare la soglia massima per i pagamenti in contanti.

Andamento economico

Nel primo trimestre 2019 (dati Confindustria) la produzione industriale italiana è rimasta piatta, con un calo stimato dello 0,1%, che fa seguito ad un forte rallentamento registrato a fine 2018.  Scoraggianti anche nei dati relativi alla disoccupazione in Italia, in risalita di 0,1 punti nel mese di febbraio per arrivare al 10,7%, secondo le rilevazioni ISTAT:

  • le persone in cerca di occupazione aumentano del +1,2% su base annua, arrivando a quota 2.771.000 (+34 mila);
  • il numero dei disoccupati è in calo su base annua del -1,4% (-39 mila);
  • il tasso di disoccupazione è di quasi 5 punti superiore al livello minimo raggiunto prima della crisi;
  • il tasso di disoccupazione dei 15-24enni a febbraio era del 32,8% (-0,1 punti percentuali), 14 punti sopra il minimo pre-crisi;
  • a febbraio gli occupati sono diminuiti del -0,1% (-14 mila unità), ma su base annua l’occupazione risulta ancora in crescita di +113 mila unità;
  • i dipendenti sono diminuiti di -44mila unità, sia permanenti (-33 mila) che a termine (-11 mila). Invece risultano in aumento gli indipendenti (+30 mila). Su base annua invece l’occupazione risulta ancora in crescita (+113 mila).

Sarah sulle migrazioni di massa: “Occidente rischia di sparire”

Un cristiano e un grande diplomatico le cui verità contestano Bergoglio, ma non entra in collisione con lui. L’odiosa figura di Bergoglio rappresenta bene il papa statista e male il padre spirituale dei cristiani. Sarah, invece e meglio di lui, meriterebbe il nome di Francesco.  Non condivido l’assoluzione che da alla Chiesa cattolica sulla sua parte di responsabilità nella decadenza dell’Occidente. Alla radice di questa responsabilità c’è il potere temporale e c’è l’estraneità del clero alla società civile. C’è la Fede, incorniciata d’oro, appesa alle pareti dei templi, ormai ricoperta di polvere. Mirabile, invece, la sintesi con cui da cristiano e da africano traduce il fenomeno della migrazione: il nuovo schiavismo.

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Il cardinale Robert Sarah, all’interno di un’intervista, avverte l’Occidente sul rischio sparizione: la Chiesa non dovrebbe assecondare le migrazioni di massa. Il rischio? Finire come Roma invasa dai barbari

Il cardinal Robert Sarah, pur essendo considerato il “leader” spirituale dei conservatori, non si è mai discostato da papa Francesco.

Non fa parte dei sottoscrittori dei dubia su Amoris Laetitia e non ha mai criticato Jorge Mario Bergoglio per quella che altri chiamano “confusione dottrinale”. In questi tempi polarizzanti, però, la disamina del primo sul tema della gestione dei fenomeni migratori sembra allontanarsi dalla visione del Santo Padre. L’accoglienza dei migranti, nella pastorale del pontefice argentino, ha assunto i tratti di un mantra, di un diritto assoluto estendibile erga omnes, di un punto programmatico prioritario non soggetto a dialettica. Le ultime fatiche del porporato africano dicono altro.

Nel suo terzo libro – interviste, che il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha scritto insieme al giornalista francese Nicolas Diat, ilcardinale si è interessato soprattutto alla “decadenza del nostro tempo” , che Robert Sarah considera alla stregua di un“peccato mortale”. “Si avvicina la sera e il giorno è ormai al termine” – questo è il titolo del libro in questione – appare soprattutto come un monito, l’ennesimo, sul tramonto della civiltà occidentale. Ci sono dei passaggi accorati, come abbiamo avuto modo di sottolineare, in cui l’alto ecclesiastico attacca quei“pastori” che hanno “paura di parlare con tutta la verità e la chiarezza“.

Robert Sarah sembra pensare, in sintesi, che il decadimento occidentale non dipenda dalla Chiesa cattolica, ma che i cattolici abbiano il dovere di far fronte a un rischio preciso: la scomparsa del Vecchio Continente nel baratro del nichilismo. Bisogna stare attenti a non presentare il porporato africano come un criticio del pontefice argentino. Semplicemente perché non lo è. Alcuni media stanno rilanciando un’intervista, che il prefetto ha rilasciato a Valeurs Actuelles: ecco, all’interno di quei virgolettati, come si apprende su Aleteia, emergono posizioni molto critiche sull’attuale gestione dei fenomeni migratori. Punti di vista che difficilmente possono essere integrati con la narrativa sull’accoglienza a tutti i costi. Quella promossa dalla Santa Sede. Robert Sarah, per esempio, riflette in questi termini di coloro che ricercano sulle nostre coste quello che Stephen Hawking chiamava “Il nirvana di Instagram“: Tutti i migranti che arrivano in Europa – ha puntualizzato – vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa”. Ma questa è solo la premessa. Sì, perché per il consacrato, l’Europa vive una situazione tanto emergenziale da rendere possibile un paragone con la fine della civiltà romana, avvenuta pure per via dell’ “invasione dei barbari“. E sul dialogo religioso con il mondo musulmano? “Il mio paese è in maggioranza musulmano – si è limitato ad asserire – . Credo di sapere di cosa parlo“. Non è finita qui.

Il punto più rilevante della riflessione dell’uomo che ancora oggi ricopre uno dei più alti incarichi in Vaticano è quello in cui si accenna alle “strane organizzazioni umanitarie“, che “vangano e rivangano l’Africa“. Le stesse che, stando alla visione di Robert Sarah, suggeriscono ai giovani africani la possibilità che dietro un viaggio si nasconda una svolta economico – esistenziale. Sembra proprio di poter interpretare questo passaggio come una critica a certe Organizzazioni non governative. Il pensiero di Sarah è forte perché credibile: essendo africano, parla con cognizione di causa. Chi, più di lui, può dire di avere a cuore il destino dei migranti?