Un Governo federale per lo sviluppo

In questa fase di crescente disordine internazionale, nuove e pesanti responsabilità incombono sull’Europa dopo la Brexit e l’elezione di Trump, con i rischi che gravano sul futuro dell’Unione e il probabile ritiro della protezione americana, e con l’incapacità dei paesi europei di garantire un controllo efficace del terrorismo e di gestire in modo adeguato il flusso dei migranti. Alla fine del Consiglio europeo di Bratislava del 16 settembre scorso, una solenne dichiarazione impegnava i 27 paesi membri dell’Unione ad avviare subito la produzione di beni pubblici fondamentali, con particolare riguardo a: 1) politica migratoria “per assicurare il pieno controllo dei confini esterni” e per garantire “la libera circolazione prevista dagli accordi di Schengen”; 2) la sicurezza interna, per una maggiore efficienza nella lotta contro il terrorismo; 3) la sicurezza esterna “per rafforzare la cooperazione tra i sistemi nazionali di difesa”. Questi propositi dovrebbero concretizzarsi nella riunione di Roma del 25 marzo prossimo, in occasione della celebrazione dei 60 anni dei Trattati fondativi dell’Unione. Ma al momento non si vedono sviluppi di questi impegni, e sarebbe opportuno che il governo Gentiloni si facesse carico di arrivare a questo appuntamento con la proposta di una precisa roadmap per dare attuazione a questi obiettivi.

Per soddisfare questi nuovi compiti è ineludibile una profonda riforma della struttura del bilancio dell’Unione. Presentando in un intervista a Il Sole-24 Ore il suo Rapporto su Future Financing of the EU,  il Presidente Monti afferma con forza che “per legittimare l’idea di una riforma delle risorse proprie è necessario rivedere la struttura della spesa. In un contesto di bilancio redistributivo come quello attuale, il metro di giudizio è il giusto ritorno. Invece se l’obiettivo diventa la produzione di beni e servizi a livello europeo che i nostri cittadini aspettano in campi quali la sicurezza o l’immigrazione, allora è necessario dare capacità all’Unione di erogare questi servizi”. Si tratta di un punto decisivo per avviare un processo che deve portare nel tempo al riconoscimento di un potere fiscale in capo all’Unione. E a questa riforma dovrebbe accompagnarsi una nuova struttura istituzionale, che riconosca il ruolo del Parlamento e della Commissione – insieme al Consiglio – nell’elaborazione della politica fiscale, anche perché risorse addizionali sono necessarie per avviare una nuova fase di crescita compatibile con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (non solo ambientale, ma anche – e soprattutto – economico e sociale), con le sfide del processo di globalizzazione e con la dinamica travolgente dell’innovazione tecnologica.

Dal punto di vista ambientale, la riunione a Marrakech della COP22 non ha realizzato significativi passi in avanti rispetto all’Accordo sul Clima di Parigi, anche per l’atteggiamento passivo assunto dalla delegazione americana a seguito dell’elezione di  Trump, noto per le sue posizione negazioniste rispetto all’impatto del fattore antropico sui cambiamenti climatici. Ma, al di là di questi impegni internazionali, l’Europa deve comunque impegnarsi attivamente nel processo di decarbonizzazione del sistema economico per gli effetti positivi che lo sviluppo della produzione di energie rinnovabili può esercitare non soltanto sulle condizioni ambientali, ma altresì sulla crescita di un settore – quello energetico – che rappresenta un elemento decisivo per l’avvio di una nuova fase di sviluppo dell’economia europea, caratterizzata da innovazione, progresso scientifico e aumento dell’occupazione.

Nella stessa prospettiva all’Europa si richiede di promuovere gli sforzi per sostenere i processi di innovazione e di sviluppo della scienza, attraverso una politica industriale finalizzata a un rafforzamento del processo di Manifattura 4.0, che rappresenta un’evoluzione in atto dei processi produttivi attraverso l’applicazione di Internet e delle nuove tecnologie informatiche ai sistemi produttivi. A questo fine, un incremento della dotazione di fondi dello European Research Council, da un lato, e il sostegno a iniziative industriali innovative nei settori ad alta tecnologia attraverso la creazione di imprese federali europee – come è stato in passato il caso di Airbus e di Galileo – rappresentano la chiave di volta per accrescere la produttività e, quindi, la capacità di competere sui mercati globali dell’industria europea.

Dal punto di vista sociale, è un fatto che la lenta ripresa della crescita dell’economia europea non è stata finora accompagnata da un freno all’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, in particolare, a una riduzione della povertà. Un passo significativo per l’Europa sul terreno della lotta alla povertà potrebbe essere rappresentato dal riconoscimento di un diritto soggettivo a ricevere un trasferimento monetario per chi è privo di un reddito sufficiente a conseguire un livello di vita accettabile. Un’iniziativa europea per un Social Compact che preveda la generalizzazione di forme incisive d’intervento, con la definizione di un reddito minimo fondato sul principio di un universalismo selettivo, subordinato alla prova dei mezzi e alla disponibilità dei beneficiari di soddisfare precisi impegni in termini di ricerca di un lavoro, e finalizzato a contrastare il rischio di povertà, sarebbe giustificata sul piano dell’equità sociale e favorirebbe una crescita della fiducia dei cittadini nei confronti dell’Unione.

Ma per ottenere dalla classe politica decisioni positive per avanzare su tutti questi fronti è necessaria una partecipazione attiva dell’opinione pubblica europea. E’ quanto si propongono i federalisti con la mobilitazione programmata per il 25 marzo a Roma. Ancora una volta ognuno di noi ha la possibilità di dare il suo contributo prendendo parte alle manifestazioni organizzate dalle diverse componenti della forza federalista perché, come sempre, “fare l’Europa dipende anche da te”.

Advertisements

L’Unità Europea Roma, 25 marzo 2017: una svolta per l’Europa federale

L’Europa vive momenti particolarmente difficili su tutti i fronti della politica e dell’economia. E’ ormai in dubbio la sopravvivenza di istituzioni e strumenti comuni costruiti in sessant’anni di vita europea.
Ma, a fronte di questo pericolo, accresciuto dall’ascesa dei movimenti di opinione favorevoli ad un ritorno a chiusure nazionali e allo smantellamento dell’Europa, sta maturando anche una maggiore consapevolezza della necessità di rilanciare la costruzione europea sul terreno politico, sia da parte di alcuni governi e forze politiche nazionali, sia nel Parlamento europeo e nella Commissione europea, oltre che nella BCE. Una consapevolezza che dovrebbe però riuscire rapidamente a tradursi in iniziative ed atti politici per dotare l’Europa delle istituzioni sovranazionali necessarie per essere più efficace, democratica e capace d’agire. Invece mancano tuttora la volontà ed il coraggio di assumersi questa responsabilità da parte dei capi di Stato e di governo. Per questo è vitale, oggi ancor più che in passato, il ruolo che possono giocare i federalisti europei a tutti i livelli, come pure coloro che si dichiarano europeisti, per promuovere un cambiamento dei trattati in senso federale in tempi certi, con una prospettiva politica chiara e coinvolgendo i cittadini nelle scelte. Nei prossimi mesi questo ruolo d’iniziativa potrà e dovrà essere esercitato su due importanti fronti.

Il primo di questi fronti è quello politico-culturale, che ha avuto nuovi sviluppi dopo il rilancio, su scala mediatica ed internazionale, per quanto simbolico finora, degli obiettivi indicati dal Manifesto di Ventotene. A questo hanno senza dubbio contribuito le iniziative promosse dall’Italia, con il vertice Merkel-Hollande-Renzi a Ventotene e l’iniziativa, ancora in fase di sviluppo, della Presidente Boldrini nei confronti dei Presidenti delle Camere degli altri paesi dell’UE. Certo, come alcuni paventano, ci potrà essere il rischio che tali iniziative non siano all’altezza, o addirittura si tenti di strumentalizzare il progetto nato a Ventotene. Ma il simbolo che l’isola ormai rappresenta storicamente, culturalmente e politicamente, difficilmente potrà essere banalizzato. E il messaggio che evoca – la possibilità e la necessità storica di costruire la federazione europea – era e resta troppo chiaro per essere sminuito. Chi va o si richiama alla “Mecca” di Ventotene, volente o nolente, paga un tributo al federalismo europeo. Il risultato immediato è innanzitutto che l’obiettivo della federazione, viene riportato nel dibattito politico europeo. Per questo, chi, come il MFE e le organizzazioni europeiste, opera da sempre per il superamento della sovranità nazionale attraverso la realizzazione di un’unione federale, ha in questa fase il dovere di battersi affinché questo tema resti al centro della lotta politica, e diventi l’obiettivo prioritario rispetto agli altri temi politici e sociali: solo così si potrà contribuire a sconfiggere le spinte distruttive euroscettiche e populiste. Altrimenti, se ci si limiterà a rivendicare la costruzione di ulteriori strumenti e mezzi tecnici europei, ulteriori soluzioni amministrative e politiche comuni, si ricadrà nelle contraddizioni che hanno alimentato la disaffezione dell’opinione pubblica, anche di quella più favorevole all’unità europea. Come aveva ben compreso a suo tempo anche Alcide De Gasperi, nei momenti cruciali della vita politica europea occorre andare al di là delle pur necessarie soluzioni temporanee. “La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici [europei, ndr], le soluzioni amministrative”, spiegava De Gasperi nel 1951, “sono senza dubbio necessarie: e noi dobbiamo essere grati a coloro che se ne assumono il compito. Queste costruzioni formano la armatura: rappresentano ciò che le scheletro rappresenta per il corpo umano. Ma non corriamo il rischio che si decompongano se un soffio vitale non vi penetri per vivificarle oggi stesso? Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si precisino e si animino in una sintesi superiore — non rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale? Tutto ciò potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero. In questo caso le nuove generazioni, prese dalla spinta più ardente del loro sangue e della loro terra, guarderebbero alla costruzione europea come ad uno strumento di imbarazzo ed oppressione. In questo caso il pericolo di involuzione è evidente. Ecco perché, pure avendo una coscienza chiara della necessità di creare la costruzione, noi giudichiamo che in nessun momento bisognerà agire e costruire in maniera che il fine politico da raggiungere non risulti chiaro, determinato e garantito” (La politica europea: discorso di Alcide De Gasperi all’Assemblea del Consiglio d’Europa  – Strasburgo, 10 dicembre 1951). Queste parole suonano particolarmente attuali oggi. Per troppo tempo ci si è illusi – o si è deliberatamente scelto – di poter trattare il problema della costruzione europea sul piano dell’amministrazione dell’esistente e non su quello della creazione di un nuovo sistema di potere. I pericoli di involuzione paventati da De Gasperi, non a caso ben presenti nel Manifesto di Ventotene con il richiamo al rischio del ritorno delle aporie del passato, è ormai concreto: per questo tenere la barra della costruzione europea ben ferma sul fine politico diventa il fattore decisivo per non naufragare. E bisogna tenerla ferma proprio utilizzando le analisi di Mario Albertini e Francesco Rossolillo per inquadrare e orientare il dibattito sui temi della crisi dello Stato nazionale, della formazione di una nuova sovranità e del popolo europeo, nonché sul senso dell’azione politica in momenti rivoluzionari come quello che stiamo vivendo.

Il secondo fronte è rappresentato dalla necessità di una mobilitazione dei cittadini per l’Europa. Negli ultimi anni, a seguito delle diverse crisi, è stato facile da parte di alcune formazioni politiche e leader cavalcare l’antieuropeismo per guadagnare voti e consensi a livello nazionale. Ma l’antieuropeismo non ha alcun piano credibile per fronteggiare le sfide della globalizzazione, dei flussi migratori, della sicurezza interna ed esterna all’Europa e le molteplici crisi confermano quotidianamente che gli Stati nazionali non sono più i punti di riferimento delle politiche e dei valori su cui si è fondata la convivenza civile ed il progresso. Se non si farà l’Europa, non rinasceranno le nazioni europee, ma gli stessi Stati nazionali saranno condannati alla dissoluzione e alla perdita d’identità nell’anarchia. D’altra parte, l’Europa si potrà fare soltanto nella misura in cui verrà superata la sovranità nazionale in campi cruciali come quello della fiscalità, della politica economica, della sicurezza interna ed esterna.

Questo è dunque il momento, per chi vuole davvero l’Europa, di far sentire la propria voce, e di mostrare che è ancora maggioranza in questo continente. È il momento di un salutare shock popolare pro-europeo, di una mobilitazione di tutte le forze ed istituzioni a cui sta a cuore il destino del nostro continente. L’occasione è rappresentata dal 60° anniversario del Trattato di Roma, il 25 marzo 2017, a Roma, ormai indicato da molti attori politici come una scadenza spartiacque nella politica europea (si veda in proposito la lettera inviata alle sezioni ed ai militanti, riproposta a pag. 4).
E’ con la consapevolezza di poter e dover giocare un ruolo politico importante nei prossimi mesi per fare davvero l’Europa, e di poterlo e doverlo giocare su un punto decisivo – quello del superamento della forma e dimensione nazionale dello Stato – che il MFE affronta questa nuova fase della Campagna per la Federazione europea, a partire dall’attività da svolgere a livello locale, attraverso i Comitati e le iniziative per l’Europa.
Sul terreno della propaganda, si tratta di tradurre in termini europei (e di sfidare anche i leader e le forze politiche e sociali a farlo) slogan e programmi che non hanno alcuna possibilità di riuscita se restano nei limiti nazionali. Il “Wir schaffen, das”, pronunciato dalla Cancelliera Merkel acquista un senso innovatore solo se riferito ad un progetto politico europeo. Il motto di Macron “En marche” o si riferisce all’Europa oppure è un déjà vunazionale. “Yes, we can”, va declinato in funzione europea. Senza dimenticare che, proprio perché l’Europa non cade dal cielo, dipende anche da tutti noi contribuire a fare l’Europa.

Franco Spoltore

IL CONCILIO VATICANO II: LUCE PER LA CHIESA E PER IL MONDO MODERNO

 

Vincenzo Carbone

Ispirazione dell’Altissimo, fiore di inaspettata primavera(1).

Quando fu eletto Papa il cardinale Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, alcuni, per la sua età avanzata, sentenziarono che il suo sarebbe stato un pontificato di transizione. Non conosciamo il pensiero degli elettori, possiamo però dire che diverso era il disegno di Dio. All’inizio del nuovo pontificato, mentre molti cercavano di scorgerne la nota caratteristica, la svelò il Papa stesso. Tre mesi dopo l’elezione, Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo, annunziò la sua decisione di celebrare un concilio ecumenico. La risoluzione era scaturita dalla costatazione della crisi, causata nella società moderna dal decadimento dei valori spirituali e morali(2).

Negli ultimi cinquant’anni, erano avvenute profonde trasformazioni sociali e politiche; erano maturati nuovi e gravi problemi, che esigevano una risposta cristiana. Prima Pio XI e poi Pio XII avevano pensato ad un concilio ecumenico ed avevano pure avviato gli studi preparatori, ma entrambi i tentativi, per varie ragioni, si erano arrestati. Alcuni anni dopo, Giovanni XXIII, con lo sguardo rivolto ai bisogni della Chiesa e del mondo, si accinse, con “umile risolutezza di proposito”, alla grande impresa, che egli riteneva volere divino. L’annunzio del concilio, del tutto imprevisto, ebbe una vasta eco. Si accesero ovunque, all’interno e al di fuori della Chiesa, attese e speranze.

Non mancarono supposizioni ed interpretazioni erronee, che il Papa provvide subito a correggere, precisando le finalità del futuro concilio. Fiducioso in Dio, senza esitazione, avviò la preparazione. Il 17 maggio 1959, festa della Pentecoste, istituì la commissione antipreparatoria, con il compito di procedere sollecitamente ad una vasta consultazione, per poter determinare gli argomenti da studiare.

Esplorata la copiosa materia raccolta, il 5 giugno 1960, festa della Pentecoste, il Papa, con il Motu proprio Superno Dei nutu, tracciò le linee del complesso apparato preparatorio. In due anni di intenso lavoro, gli organismi tecnici allestirono, nella basilica vaticana, la grandiosa aula conciliare(3), e le commissioni preparatorie elaborarono gli schemi da sottoporre all’esame del concilio.

Molteplici furono le difficoltà e quella prima redazione non fu immune da limiti e difetti, ai quali rimediarono in parte la sottocommissione delle materie miste e quella degli emendamenti. Secondo le indicazioni della commissione centrale, esse emendarono gli schemi e unificarono quelli che trattavano di argomenti affini. L’11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Vergine Maria, ebbe solenne inizio il XXI concilio ecumenico della Chiesa. Durante la notte era piovuto a dirotto, ma alla mattina il cielo si rasserenò e il lungo corteo dei 2.400 Padri da piazza San Pietro fece ingresso nella basilica.

L’ottuagenario Pontefice era assorto e commosso; a tratti aveva le lagrime agli occhi. Si trasformò in viso, quando lesse il “mirabile”(4) discorso. Esso, disse Paolo VI, “parve alla Chiesa e al mondo voce profetica per il nostro secolo, e che ancora echeggia nella nostra memoria e nella nostra coscienza per tracciare al concilio il sentiero da percorrere”(5).

Il XXI concilio della Chiesa era aperto! Il lungo cammino prese il via con tanta speranza nel cuore di tutti!

Mentre fervevano i lavori di preparazione del secondo periodo, il 3 giugno 1963, tra il compianto universale, si spense Giovanni XXIII. Il 21 giugno gli successe l’arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI. Alcuni temettero, altri auspicavano il rinvio della ripresa del concilio. Ad evitare ogni incertezza, il 27 giugno il nuovo Papa confermò la ripresa a settembre, fissando l’inizio del secondo periodo al 29 di tale mese(6).

Il concilio si svolse tra molteplici difficoltà di diverso genere. Innanzitutto, i temi all’ordine del giorno erano numerosi e complessi; interessavano la vita della Chiesa, i fratelli separati, le religioni non cristiane, l’umanità in genere; e alcuni di essi venivano affrontati per la prima volta in un concilio. Inoltre, nella discussione, si confrontarono formazioni, mentalità ed esperienze diverse.

Il dibattito ebbe, talora, toni vivaci, ma fu sempre animato dalla medesima fede dei Padri e dal comune desiderio di ricercare la verità ed esprimerla nella forma più idonea. Nell’ardore della discussione, non mancarono atteggiamenti poco sereni e contrasti, ma non può ammettersi l’interpretazione di chi presenta il concilio come luogo di scontro tra tendenze conservatrici e progressiste. Giovanni Paolo II, che fu Padre conciliare e partecipò attivamente ai lavori, afferma: «In verità, sarebbe molto ingiusto nei confronti di tutta l’opera del concilio chi volesse ridurre quello storico evento ad una simile contrapposizione e lotta tra gruppi rivali. La verità interna del concilio è ben diversa»(7).

La via fu lunga e non priva di travaglio, ma condusse, sotto l’azione dello Spirito Santo, alla luce della verità. L’8 dicembre 1965, in una mattinata fredda ma con un sole splendente, Paolo VI, sul sagrato della basilica di San Pietro, dopo di aver consegnato sette messaggi (per i governanti, gli uomini di pensiero e di scienza, gli artisti, le donne, i lavoratori, i poveri i malati i sofferenti, i giovani), chiuse il Vaticano II(8). Cominciava la difficile e delicata fase di attuazione.

Finalità e spirito del Vaticano II

Giovanni XXIII volle un concilio pastorale e di aggiornamento. Questo suo pensiero fu da alcuni interpretato in senso riduttivo e distorto. Nella sua prima enciclica Ad Petri Cathedram, 29 giugno 1959, egli precisò che il concilio principalmente intendeva promuovere l’incremento della fede, il rinnovamento dei costumi e l’aggiornamento della disciplina ecclesiastica. Esso avrebbe costituito uno spettacolo di verità, unità e carità, e sarebbe stato per i fratelli separati un invito all’unità voluta da Cristo(9).

Nella riunione della commissione antipreparatoria, il 30 giugno 1959 il Papa ripeté: «Il Concilio è convocato, anzitutto, perché la Chiesa Cattolica […] si propone di attingere novello vigore per la sua divina missione. Perennemente fedele ai sacri principi su cui poggia e all’immutabile dottrina affidatale dal Divino Fondatore, la Chiesa […], seguendo sempre le orme della tradizione antica, intende […] rinsaldare la propria vita e coesione anche di fronte alle tante contingenze e situazioni odierne, per le quali saprà stabilire efficienti norme di condotta e di attività. A tutto il mondo essa perciò apparirà nel suo pieno splendore». Il Papa elevava, quindi, la preghiera al Signore perché, di fronte al nuovo rigoglio di fervore e di opere nella Chiesa Cattolica, anche i fratelli separati sentissero un nuovo richiamo all’unità(10).

La parola “pastorale”, nella mente del Papa, non si restringe a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina: è inconcepibile una pastorale senza dottrina, la quale ne è il primo fondamento. L’ignoranza, il disprezzo e il disconoscimento della verità sono la causa e la radice di tutti i mali, che turbano gli individui e i popoli. Tutti sono tenuti ad abbracciare la dottrina del Vangelo; rigettandola, si pongono in pericolo i fondamenti stessi della verità, dell’onestà e della civiltà.

Giovanni XXIII esorta, quindi, a presentare la verità con diligenza e ad acquisire il sapere che riguarda la vita celeste: «Allora soltanto, quando avremo raggiunto la verità che scaturisce dal Vangelo e che deve tradursi nella pratica della vita, il nostro animo potrà godere il tranquillo possesso della pace e della gioia»(11).

Aprendo il concilio, il Papa l’11 ottobre 1962 dichiarò che il fine principale di esso era di custodire ed insegnare in forma più efficace il sacro deposito della dottrina cristiana; e indicò le linee di questo esercizio magisteriale. L’auspicato rinnovamento nella vita e nella missione della Chiesa deve compiersi nella fedeltà ai sacri principi, alla dottrina immutabile, seguendo le orme dell’antica tradizione: «Il concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti».

Questa dottrina certa ed immutabile, fedelmente rispettata, deve essere approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Il Papa distingue tra la sostanza (l’intera, precisa e immutabile dottrina), “cui fidele obsequium est praestandum”, e la forma (la presentazione), “quae cum magisterio, cuius indoles praesertim pastoralis est, magis congruat”(12).

La pastoralità del Vaticano II consiste nello studiare ed approfondire la dottrina, esprimendola in modo che possa essere meglio conosciuta, accettata ed amata. Senza pronunciarsi con sentenze dogmatiche e straordinarie, il Vaticano II avrebbe espresso, con la voce della carità pastorale, il suo insegnamento su molte questioni che al presente impegnano la coscienza e l’attività dell’uomo; non si sarebbe rivolto soltanto all’intelligenza speculativa, ma avrebbe parlato all’uomo di oggi qual è. Un magistero, dunque, nel quale brilli la nota del ministero pastorale(13).

L’aggiornamento è inteso non come rottura con il passato o contrapposizione di momenti storici, ma come crescita, perfezionamento del bene sempre in atto nella Chiesa. Paolo VI afferma che Giovanni XIII «alla parola programmatica “aggiornamento” non voleva attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di relativizzare secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa: dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera»(14).

In linea con l’indirizzo pastorale, Giovanni XXIII indica che agli errori bisogna opporsi con lo spirito di misericordia. Alla severità egli preferisce “la medicina della misericordia”. Le dottrine fallaci, le opinioni e i concetti pericolosi hanno dato frutti così funesti che gli uomini sono già propensi a condannarli. Perciò conviene mostrare loro, con un insegnamento positivo, la verità sacra, in modo che essi, illuminati dalla luce di Cristo, possano “ben comprendere quello che veramente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine”(15).

Nelle finalità pastorali del Vaticano II rientra il dialogo con i Fratelli separati e il mondo moderno. L’intera famiglia cristiana non ha ancora pienamente e perfettamente raggiunta la visibile unità nella verità; “la Chiesa cattolica ritiene pertanto suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quella unità, che Gesù ha invocato con ardente preghiera dal Padre celeste nell’imminenza del suo sacrificio”. Gli uomini – afferma il Papa – non possono, senza l’aiuto dell’intera dottrina rivelata, raggiungere una completa e salda unità degli animi, cui è congiunta la vera pace e l’eterna salute. Di qui la sollecitudine della Chiesa nel promuovere e difendere la verità(16).

Il Magistero del Vaticano II

I concili sono le pietre miliari del cammino della Chiesa. Essi incidono sulla sua vita, con l’approfondimento della dottrina, le riforme liturgiche e disciplinari, la scelta dei mezzi più idonei all’evangelizzazione. Un concilio apre sempre un’epoca nuova, nella quale la Chiesa compie un passo verso il futuro e progredisce nella propria missione. Notevole è anche l’influsso dei concili sulla società civile. Chesterton ha detto: «Tutta la nostra civiltà risulta dalle decisioni conciliari. Non si scriverà mai una storia di Europa un po’ logica finché non si riconosca il valore dei concili».

Il Vaticano II ha stabilito un punto di riferimento nella vita della Chiesa odierna, aprendo ad essa, sotto il soffio dello Spirito Santo, un nuovo cammino. Si è pronunziato su importanti argomenti ed ha consegnato alla Chiesa ricchi documenti di dottrina e di azione: quattro costituzioni (una liturgica, due dogmatiche, una pastorale), nove decreti e tre dichiarazioni.

Un nesso collega questi documenti, che formano un “corpo” organico di dottrine e di leggi per il rinnovamento della Chiesa. Le quattro costituzioni consentono l’interpretazione esatta dei decreti e delle dichiarazioni, che applicano ai vari settori della vita della Chiesa l’insegnamento del concilio. Una lettura selettiva e parziale, limitata all’uno o all’altro testo, non consente di valutare tutta la portata dell’insegnamento conciliare, ne falsa l’interpretazione ed è motivo di errate applicazioni. Il pensiero fondamentale, che pervade tutti i documenti, è il rinnovamento, con l’imitazione più viva di Cristo, che è al centro della Chiesa e tutti vivifica con il suo spirito.

Il Vaticano II viene definito il concilio “della Chiesa”, “di Cristo”, “dell’uomo”. Invero queste definizioni significano le accentuazioni date ai vari temi; esse devono intendersi non in senso esclusivo, ma come integrantesi. Stretto, infatti, è il rapporto tra l’ecclesiologia, la cristologia e l’antropologia del Vaticano II. Il tema centrale è la Chiesa. Di essa il concilio ha esplorato il mistero, delineato il disegno divino della costituzione, approfondito la natura, illustrato la missione, rivalutato la vocazione dei laici e la loro parte nella missione del Popolo di Dio(17).

L’insegnamento ecclesiologico trova sviluppo ed applicazione nei decreti su l’attività missionaria, l’ufficio pastorale dei Vescovi, il ministero e la vita sacerdotale, l’apostolato dei laici, l’ecumenismo, il rinnovamento della vita religiosa; e nelle dichiarazioni su l’educazione cristiana, le relazioni con le religioni non cristiane, la libertà religiosa. Realtà profondamente cristologica e pneumatologica, la Chiesa, rivelando se stessa, rivela il Cristo, di cui essa è manifestazione visibile e ne realizza il “corpo” nel tempo. Pertanto, il magistero del Vaticano II, pur concentrandosi sulla Chiesa, verte – in ultima istanza – su Cristo, sul rapporto della Chiesa a Cristo e dell’uomo a Cristo.

Aprendo il secondo periodo del concilio, il 29 settembre 1963 Paolo VI dichiarò: «Abbia questo concilio pienamente presente questo rapporto tra noi e Gesù Cristo, tra la santa e viva Chiesa e Cristo. Nessun’altra luce brilli su questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo»(18).

Il riferimento a Cristo anima in modo speciale le costituzioni Dei Verbum e Sacrosanctum Concilium. Esse indicano nella Parola di Dio e nella liturgia le forme fondamentali di presenza del Signore e promuovono il rinnovamento per rendere i fedeli maggiormente partecipi del nutrimento spirituale, che viene dalla Parola di Dio e dalla liturgia. La Chiesa è fra gli uomini e per gli uomini, “si sente realmente e intimamente unita con il genere umano”(19).

«La Chiesa – rileva Giovanni Paolo II -, attraverso il Concilio, non ha voluto rinchiudersi in se stessa, riferirsi a sé sola, ma al contrario, ha voluto aprirsi più ampiamente»(20). Di fatto, il concilio, dopo di aver approfondito il mistero della Chiesa, si è interessato del mondo moderno, dell’uomo fenomenico, quale si presenta oggi. La missione di evangelizzazione e di salvezza ha spinto il concilio a superare le distinzioni e le fratture, a rivolgersi “all’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive”(21).

Si è trattato di un dialogo, per portare a tutta la famiglia umana la salvezza, per collaborare al suo vero bene ed alla soluzione dei gravi problemi, nella luce del Vangelo. La costituzione Gaudium et spes espone la dottrina cattolica sui grandi temi: vocazione dell’uomo, dignità della persona umana, ateismo, attività umana, matrimonio, fame, cultura, vita economico-sociale, pace, guerra, comunità dei popoli. All’umanesimo laico, chiuso nell’ordine naturale, viene opposto l’uma-nesimo cristiano, aperto al trascendente, che presenta la concezione teocentrica dell’uomo, ricondotto a ritrovare se stesso nella luce e nello splendore di Dio(22).

La ragione sublime della dignità umana consiste nella vocazione dell’uomo alla comunione con Dio: diventare per Cristo e in Cristo figlio di Dio. Creato da Dio, l’uomo è chiamato a Dio, a Lui è destinato e “non può ritrovarsi pienamente, se non attraverso un dono sincero di sé”(23). Quindi il concilio a tutti gli uomini rivolge l’invito ad accogliere la luce del Vangelo. Il Vaticano II, ha affermato Giovanni Paolo II, «resta l’avvenimento fon-damentale della vita della Chiesa contemporanea; fondamentale per l’appro-fondimento delle ricchezze affidatele da Cristo; fondamentale per il contatto fecondo con il mondo contemporaneo in una prospettiva d’evangelizzazione e di dialogo ad ogni livello con tutti gli uomini di retta coscienza»(24).

Il concilio ha posto le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società contemporanea. Pur essendo la stessa di ieri, la Chiesa vive e realizza in Cristo il suo “oggi”, che ha preso il via soprattutto dal Vaticano II(25). Esso “ha preparato la Chiesa al passaggio dal secondo al terzo millennio dopo la nascita di Cristo”(26).

(1) Motu proprio Superno Dei Nutu, 5-6-1960: Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando, Series I, vol. I, Typis Polyglottis Vaticanis 1960, p.93.

(2) Cf.Acta et Documenta… vol I, p.3-5.

(3) Cf. Aula Sancta Concilii, a cura della Segreteria Generale del Concilio Ecumenico Vaticano II, Tipografia Poliglotta Vaticana 1967.

(4) Così lo definì Giovanni Paolo II nell’omelia dell’11-10-1987, durante la concelebrazione in San Pietro per il 25° anniversario dell’inizio del concilio: cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. X, 3, 1987, p.831

(5) Discorso d’apertura del secondo periodo del concilio, 29-9-1963: Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, vol II, pars I, T.P.V. 1971, p.185.

(6) Cf. rescritto del Segretario di Stato, card. Amleto Giovanni Cicognani, 27-6-1963: Acta Synodalia…, vol II, pars I, p.9.

(7) Discorso alla curia romana, 22-12-1992: AAS, 85 (1983), p.1015.

(8) Cf. Acta Synodalia…, vol IV, pars VII, 1978, p.885-886.

(9) Cf. Acta et Documenta…I, vol. I, p.34 ss.

(10) Ibid., p.41-42.

(11) Ad Petri Cathedram, AAS, 51 (1959), p.502.

(12) Discorso dell’11 ottobre 1962: Acta Synodalia…, vol. I, pars I, 1970, p.170-171.

(13) Cf. discorso di Paolo VI, 7-12-1965: Acta Synodalia…, vol. IV, pars VII, 1978, p.660.

(14) Discorso ai Padri conciliari, 18-11-1965. «Aggiornamento – dichiara Paolo VI – vorrà dire d’ora innanzi per noi penetrazione sapiente dello spirito del celebrato concilio e applicazione delle sue norme, felicemente e santamente emanate»: Acta Synodalia…, vol. IV, pars VI, 1978, p.693-694.

(15) Cf. Acta Synodalia…, vol.I, pars I, p.172-173.

(16) Ibid., p.173.

(17) Cf. Lumen Gentium.

(18) Acta Synodalia…, vol. II, pars I, p.187.

(19) Gaudium et Spes, n.1.

(20) Discorso del 7-12-1985 ai Padri del sinodo dei Vescovi: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VIII, 2, 1985, p.1443.

(21) Gaudium et Spes, n.2.

(22) Cf. ibid., n.22.

(23) Ibid., n.24.

(24) Discorso del 30-5-1986 ai partecipanti al colloquio organizzato dall’Ecole Francaise a Roma sul Vaticano II: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. IX, 1, 1986, p.1724.

(25) Giovanni Paolo II, discorso alla curia romana, 22-12-1992: AAS, 85 (1993), p.1014.

(26) Giovanni Paolo II, discorso del 1-12-1992 ai presidenti delle conferenze episcopali europee: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol XV, 2, 1992, p.790.

ROMANIA: Chi sono i secleri, “siculi” di Transilvania

Aron Coceancig

“Ma come, esistono siculi in Transilvania?” E’ un interrogativo che forse alcuni di voi si sono posti, almeno chi non ha avuto il piacere di visitare la Terra Siculorum, regione storica della Transilvania orientale. In queste terre montagnose, difficilmente raggiungibili dalle scarse infrastrutture romene, abitano i siculi, generalmente chiamati székely in ungherese e noti anche col nome di secleri. No, non si tratta di “siculi siciliani”, anche se in passato alcuni umanisti abbozzarono una parentela fra i due popoli, ma di una peculiare comunità etnica di lingua ungherese, da sempre attraversata dal contrasto fra l’essere ungheresi e il difendere una propria identità locale.

«Noi székely abbiamo il diritto di essere orgogliosi perché discendiamo da Attila e dagli unni». Queste parole sono state pronunciate da uno dei più famosi personaggi transilvani, il conte Dracula, nel romanzo di Stoker. Personaggio immaginario certo, ma che ci aiuta a comprendere come gli occidentali consideravano questi siculi. Popolazione rude e forte, dalla spiccata propensione all’arte della guerra. I székely erano abili militari del Regno d’Ungheria che durante i periodi di pace venivano utilizzati come guardie di confine nei territori più vulnerabili, come appunto i Carpazi orientali, dove vennero trasferiti alla fine del XII° secolo.

La loro origine rimane sconosciuta; c’è chi li considera discendenti dagli unni, chi da popolazioni centro-asiatiche, quello che rimane certo è che per lunga parte della loro storia sono stati alleati indissolubili dei Re magiari, di cui erano la truppa d’assalto. Proprio il rapporto con il Re e con la guerra sono stati fondamentali per definire questa comunità, le cui terre autonome, non soggette a tassazione e coltivate in comune, resero difficile l’instaurazione di un sistema feudale.

I székely sono indissolubilmente legati alla storia della Transilvania. Nel 1437 sono citati fra le tre natio costitutive del Principato, mentre nei secoli a venire sono protagonisti di numerose rivolte contro i Principi ungheresi prima, e asburgici poi. Durante la rivoluzione del 1848 non solo si alleano con gli ungheresi, contro l’impero Asburgico, ma si dissolvono nella nazione magiara. Anche quando dopo la prima guerra mondiale la Transilvania diventa parte della Romania, ed i székely, come molti altri ungheresi, diventano minoranza all’interno di uno stato che non solo non ha la volontà di integrarli, ma anzi avvia pratiche discriminatorie e assimilatrici .

Oggi, nella Transilvania del XXI° secolo, i székely rappresentano la più grande comunità allogena, contando più di 600.000 persone. Nell’ultimo secolo infatti, questa regione multiculturale è andata incontro ad una feroce semplificazione nazionale, vedendo numerose minoranze scomparire sotto il peso di guerra ed ideologie. Gli ungheresi di Transilvania invece resistono; anche se “divisi” fra székely e non-székely, non solo da caratteristiche culturali o storiche, ma sempre più spesso da dati sociali. La comunità ungherese negli ultimi decenni ha subito un forte calo demografico ed oggi si trova a vivere principalmente in minoranza, i székely invece vivono compattamente nella regione che chiamano “Terra dei Siculi” [Székelyföld], ed hanno dimostrato una sostanziale tenuta numerica.

La Terra dei Siculi è una regione storica che oggi non gode né di unità amministrativa, né di alcuna forma di autonomia. L’autonomia è stata persa prima nel 1876, con le riforme di Maria Teresa, e poi nel 1968, con l’avvento di Ceauşescu che eliminò la Regione Autonoma Ungherese . Da allora questa comunità è divisa in tre contee: Hargita dove rappresenta l’85,2% della popolazione, Covasna con il 73,7% e Mures con il 38,1%. In realtà questi dati, ricavati dal censimento del 2011, indicano la percentuale di ungheresi, infatti solo poche centinaia di persone si dichiarano székely. Nel censimento romeno la voce székely è stata inserita nel 1977, quando Ceauşescu volle usare questa possibilità per dividere gli ungheresi; obiettivo non raggiunto, né allora né oggi.

La comunità sicula visse un periodo difficile, fra gli anni ’80 e ’90, quando fu schiacciata tra il conflitto con lo stato romeno (dal carattere fortemente nazionalista e repressivo) e la necessità dell’unità con la comunità ungherese (alleata di sempre), il cui rapporto era considerato vitale per la sopravvivenza. Simbolo di questi anni sono gli scontri etnici di Târgu Mureş del 1990, quando gruppi di nazionalisti romeni attaccarono gli ungheresi e abbatterono le insegne bilingui della città. Sono questi i mesi in cui le speranze nel cambiamento sancito dal 1989 vengono meno, lasciando spazio alla paura del “nuovo” montante nazionalismo. Il senso di accerchiamento e di minaccia che vive la comunità ungherese favorisce così la marginalizzazione dell’identità seclera, vista dai più come possibile fonte di debolezza.

La propensione a valutare l’identità sicula in maniera “negativa” si è smarrita negli ultimi anni, in particolare dopo il 2004, quando il 7 gennaio nasce il Consiglio Nazionale Siculo; mentre a dicembre, in Ungheria, un referendum sulla possibilità di concedere la cittadinanza ungherese alle minoranze all’estero viene bocciato. Da questo momento, fra i székely, si fa largo la convinzione di non poter aspettare aiuto dalla “madrepatria”, ma di dover contare esclusivamente sulle proprie forze.

A questi eventi se ne aggiungono due, non meno importanti, ma più dilatati nel tempo: l’integrazione nell’UE e la richiesta di autonomia. Richiesta, fino ad ora, sempre scontratasi con il rifiuto dei governi romeni. Dalla fine degli anni ’90 però il processo di adesione all’UE ha creato nuove prospettive. La decentralizzazione ha dato maggiori opportunità agli amministratori locali, mentre in ottica europea hanno acquistato vigore le richieste di una modifica amministrativa in grado di riproporre le regioni storiche, fra cui la Terra dei Siculi. L’UE inoltre, tramite un vigoroso apparato legislativo e “ideologico”, incentiva la proliferazione e il rafforzamento di identità locali e regionali. Questo apre nuove possibilità e spazi per i Székely che non perdono occasione di proporre la loro questione a livello europeo. Un esempio è l’apertura nel 2011 a Bruxelles dell’Ufficio di Rappresentanza della Terra dei Siculi, accolto con numerose critiche a Bucareşt.

I rapporti tra i székely e i governi romeni sono stati contrassegnati da non rari momenti di tensione, per lo più causati e utilizzati dai partiti politici che grazie a tematiche nazionaliste riescono, o almeno sperano, di dirottare l’attenzione pubblica dalla crisi economica e sociale che attanaglia il paese. L’ultimo conflitto, in ordine di tempo, ha riguardato l’utilizzo della bandiera seclera. Il prefetto romeno di Covasna ha infatti vietato nel 2012 l’utilizzo dello stemma sugli istituti pubblici. Questa presa di posizione ha provocato manifestazioni e proteste che non hanno fatto altro che diffondere questo simbolo fra una comunità ancora “fredda” nel suo utilizzo. Così, oggi, in ogni villaggio o città székely che si rispetti si trovano bandiere sicule che sventolano su case private o nelle piazze pubbliche.

La questione dei simboli, seppur sentita con forza da una parte importante della popolazione, non può però nascondere quelle che sono le priorità principali di queste terre. Queste contee, esterne ai progetti di sviluppo di infrastrutture del governo romeno, hanno una costante difficoltà economica che si ripercuote in salari molto bassi (fra i più bassi della Romania) ed in un’elevata emigrazione verso gli altri paesi dell’UE. Lo sviluppo economico e sociale sono i grandi problemi che la società székely è chiamata ad affrontare nell’immediato futuro, problemi che per la classe politica locale possono essere risolti solamente grazie all’autonomia, strumento che può portare ad un rinnovato attivismo in campo economico.

Negli ultimi anni si è assistito ad una ridefinizione dell’ “essere székely” che ha acceso dibattiti interni e conflitti con il potere statale romeno. Tre sono stati i fattori, a mio modo di vedere, determinanti in questa “rinascita identitaria“: l’isolamento di queste contee, vere e proprie “terre di indigeni”; la tensione dei rapporti con Bucareşt e la perdita di fiducia nei rapporti con l’Ungheria; le relazioni con l’UE. Il rafforzamento dell’identità dei Siculi di Transilvania rende evidente come la globalizzazione e il XXI° secolo non si apprestano, come ipotizzato da molti, a cancellare il particolarismo delle diverse comunità nazionali, ma anzi, in alcuni casi, facilitano il rafforzamento di identità territoriali locali, che non disdegnano di considerarsi vere e proprie “nazioni”.

Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei

1-300x197

La Società Europea Coudenhove-Kalergi ha assegnato alla Cancelliera Federale Angela Merkel il Premio

L’immigrazione di massa è un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema e che la propaganda multietnica si sforza falsamente di rappresentare come inevitabile. Con questo articolo intendiamo dimostrare una volta per tutte che non si tratta di un fenomeno spontaneo. Ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente.

imm2-210x300

LA PANEUROPA

Pochi sanno che uno dei principali ideatori del processo d’integrazione europea fu anche colui che pianificò il genocidio programmato dei popoli europei. Si tratta di un oscuro personaggio di cui la massa ignora l’esistenza, ma che i potenti considerano come il padre fondatore dell’Unione Europea. Il suo nome è Richard Coudenhove Kalergi. Egli muovendosi dietro le quinte, lontano dai riflettori, riuscì ad attrarre nelle sue trame i più importanti capi di stato, che si fecero sostenitori e promotori del suo progetto di unificazione europea.[1]
Nel 1922 fonda a Vienna il movimento “Paneuropa” che mira all’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale basato su una Federazione di Nazioni guidata dagli Stati Uniti. L’unificazione europea avrebbe costituito il primo passo verso un unico Governo Mondiale.
Con l’ascesa dei fascismi in Europa, il Piano subisce una battuta d’arresto, e l’unione Paneuropea è costretta a sciogliersi, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale Kalergi, grazie ad una frenetica e instancabile attività, nonché all’appoggio di Winston Churchill, della loggia massonica B’nai B’rith e di importanti quotidiani come il New York Times, riesce a far accettare il suo progetto al Governo degli Stati Uniti.

41-300x213

L’ESSENZA DEL PIANO KALERGI

Nel suo libro «Praktischer Idealismus», Kalergi dichiara che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere.

«L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità. [2]

Ecco come Gerd Honsik descrive l’essenza del Piano Kalergi

Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Affinchè l’Europa sia dominabile dall‘elite, pretende di trasformare i popoli omogenei in una razza mescolata di bianchi, negri e asiatici. A questi meticci egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, secondo lui, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell‘elite.
Eliminando per prima la democrazia, ossia il governo del popolo, e poi il popolo medesimo attraverso la mescolanza razziale, la razza bianca deve essere sostituita da una razza meticcia facilmente dominabile. Abolendo il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge e evitando qualunque critica alle minoranze con leggi straordinarie che le proteggano, si riuscirà a reprimere la massa.
I politici del suo tempo diedero ascolto a Kalergi, le potenze occidentali si basarono sul suo piano e le banche, la stampa e i servizi segreti americani finanziarono i suoi progetti. I capi della politica europea sanno bene che è lui l’autore di questa Europa che si dirige a Bruxelles e a Maastricht. Kalergi, sconosciuto all’opinione pubblica, nelle classi di storia e tra i deputati è considerato come il padre di Maastricht e del multiculturalismo.
La novità del suo piano non è che accetta il genocidio come mezzo per raggiungere il potere, ma che pretende creare dei subumani, i quali grazie alle loro caratteristiche negative come l’incapacità e l’instabilità, garantiscano la tolleranza e l’accettazione di quella “razza nobile”. [3]

6-210x300

DA KALERGI AI NOSTRI GIORNI

Benché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea. La convinzione che i popoli d’Europa debbano essere mescolati con negri e asiatici per distruggerne l’identità e creare un’unica razza meticcia, sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Non si tratta di principi umanitari, ma di direttive emanate con spietata determinazione per realizzare il più grande genocidio della storia.

In suo onore è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.

Sanità pubblica addio. Perché sostituirla se è la migliore (e più conveniente) per tutti?

 

Sanità pubblica addio. Con la legge di stabilità 2016 il governo Renzi ha definito norme che detassano le spese dell’azienda che assicura ai suoi dipendenti, previa contrattazione, l’assistenza mutualistica integrativa. Il costo per quello che viene definito “welfare aziendale” sarà quindi a carico dello Stato.

Prima domanda: come mai il governo anziché finanziare la sanità pubblica ridotta ormai al lumicino finanzia le mutue di categoria cioè i soggetti più forti della società? Cioè come mai con i soldi della collettività si finanziano politiche contro la collettività?

Per rispondere bisogna ricordare che il governo Renzi sulla sanità sino a ora è stato mosso sostanzialmente da una idea fissa: ridurre quanto più è possibile la spesa sanitaria pubblica (una delle più basse d’Europa) in tutti i modi possibili (de-finanziamento, terzo settore, contenimento dei consumi ecc) per liberare risorse e spenderle per altre operazioni (tasse, investimenti, perequazioni, riduzione del debito pubblico, ecc).

Sostituire l’assistenza pubblica con le mutue o con i fondi sanitari integrativi è un taglio drastico alla spesa sanitaria. Questa volta si taglia sul sistema non sulle prestazioni. Ora possiamo rispondere: a Renzi dei soggetti deboli (precari, disoccupati, pensionati, ammalati cronici, etc) non gliene frega niente. Lui è convinto che la sanità pubblica sia insostenibile, le mutue gli servono per tenere buoni i soggetti forti della società e per fare in modo che il sistema sanitario pubblico copra solo coloro che non possono curarsi nel privato e coloro che non possono farsi una mutua, cioè la parte debole della società.

Ma se non ricordo male questo è un film già visto, è così? Se è così Renzi non fa altro che dare attuazione al libro bianco di Sacconi (governo Berlusconi 2009) il cui scopo, sulla base del preconcetto che non si può dare tutto a tutti, era per l’appunto sostituire la sanità uguale per tutti con un sistema multi-pilastro (assicurazioni, mutue e ciò che resta della sanità pubblica).

Ma fare tante specie di sistemi sanitari non rischia di creare delle diseguaglianze e di contraddire il valore egualitario dell’art 32 della costituzione? Non si tratta di un rischio ma di una certezza. Con il sistema multi-pilastro chi comanda e decide tutto non è il diritto ma il reddito, per cui le persone saranno curate in base al livello di contribuzione stabilito per il fondo mutualistico dal quale dipenderanno i nomenclatori di prestazioni.

Ma i neo-mutualisti sostengono che grazie al welfare aziendale si risolve una volta per tutte la questione della sostenibilità sanitaria, è vero o non è vero? Una balla colossale niente di più. Ricordo che il nostro sistema sanitario nazionale è stato istituito nel ’78 per sopperire al default del sistema mutualistico cioè come una risposta alla insostenibilità del sistema.

Le mutue sono sistemi intrinsecamente insostenibili che tendono ad andare in disavanzo perché la loro spesa, essendo solo curativa, ha una natura incrementale. Per farla crescere basta una nuova tecnologia, un farmaco di nuova generazione, un nuovo trattamento, una domanda di cura più complessa. Il rischio di insostenibilità per le mutue cresce nel tempo perché nel tempo cresce la domanda obbligando l’offerta a inseguirla.

Per non andare in disavanzo le mutue o dovrebbero continuamente incrementare il livello della contribuzione (ma al cittadino conviene di più un sistema solidale su base solidaristica), o chiedere ai governi di turno di aumentare progressivamente la detassazione dei costi (molto poco realistico), o congelare i propri nomenclatori o andare in disavanzo e ogni tanto farsi ripianare i debiti dal governo di turno, o creare degli sbarramenti all’accesso delle prestazioni.

Ma allora? Allora la sanità pubblica resta il sistema più conveniente da ogni punto di vista, costa di meno dà di più ed è la più giusta. Facciamola funzionare meglio, cambiamo le sue prassi, i suoi modelli culturali e organizzativi, ripuliamola dalle diseconomie, cambiamo la gestione, ripensiamo il modello di finanziamento, ma per favore lasciamola pubblica, solidale, universale.

Palazzo Chigi finanzia senza saperlo la prostituzione omosessuale: lo scoop de “Le Iene”

ERA MEGLIO CON RUBY

1487511434950-jpg-palazzo_chigi_finanzia_la_prostituzione_omosessuale__lo_scoop_de__le_iene_

Unar sta per «Ufficio anti-discriminazioni razziali». All’interno del Dipartimento Pari opportunità della presidenza del consiglio, si occupa di promuovere la «parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni» razziali, etniche e sessuali con campagne di comunicazione e adottando progetti «in collaborazione con le associazioni no profit». Nel mirino della iena Filippo Roma è finito un finanziamento di 55mila euro ad un’associazione di «promozione sociale» dietro cui, secondo la trasmissione televisiva, si nasconderebbe il business del sesso gay a pagamento. Ecco il testo del servizio che andrà in onda stasera su Italia 1.

Con che criteri l’Unar sceglie le associazioni da accreditare e finanziare con migliaia di euro? Il suddetto ufficio del governo ha come compito quello di contrastare le discriminazioni su razza o sesso e a tal fine gestisce anche denaro proveniente dai contribuenti.

Accreditate nel registro dell’Unar si annoverano alcune associazioni molto conosciute come Amnesty International, Unicef, Croce Rossa Italiana, Comunità di Sant’Egidio. In questo elenco, però, compaiono anche associazioni poco o per niente note. Una di queste, con l’ultimo bando assegnato qualche settimana fa, si è aggiudicata circa 55.000 euro. Di cosa si tratta?
Proprio su questa associazione un segnalatore, che ha preferito tenere nascosta la propria identità, ha fatto avere a Filippo Roma le seguenti dichiarazioni.

Segnalatore: In realtà questi circoli non sono altro che dei locali con ingresso a pagamento, dove si incontrano persone gay per fare sesso, a volte anche questo a pagamento.
Iena: Quindi tu ci stai dicendo che in questi circoli si fa sesso e pure a pagamento?
Segnalatore: Sì, perché si tratta di un’associazione di imprenditori del mercato del sesso gay. Si nascondono dietro l’etichetta di associazioni di promozione sociale. Le stesse che dovrebbero avere come mission quella di aiutare le persone, ma in realtà, il loro unico scopo è quello di fare soldi senza pagare le tasse.
Iena: In che modo?
Segnalatore: Sfruttando la denominazione di associazione a cui sono concesse delle agevolazioni. Se si trattasse di un locale commerciale dovrebbero pagare le tasse sull’ingresso, sulle bibite, su tutto ciò che viene venduto, compresi i massaggi. E dovrebbero anche comprarsi una licenza. Alle associazioni invece, non è richiesto niente di tutto questo, proprio perché l’attività principale dovrebbe essere senza fini di lucro. Basta andare sui siti di quei posti per capire che cosa offrono.
Iena: Che cosa sono le dark room? (ndr, sul sito di uno di questi circoli tra i servizi offerti vengono citate le «dark room»).
Segnalatore: Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia. Là dentro succede di tutto, molto spesso senza nemmeno usare protezioni. Ti puoi immaginare i rischi per le malattie.
Quello che trovo assurdo è che un’associazione come questa, con circoli, saune, centri massaggi, dark room, ma soprattutto dove si pratica la prostituzione, possa aver vinto un bando della Presidenza del Consiglio, soldi pubblici.
Iena: Chi è che si prostituisce?
Segnalatore: Normalmente lo fanno i massaggiatori. Finito il massaggio chiedono esplicitamente al cliente se vuole andare oltre, con qualche servizietto extra a pagamento. Esistono dei veri e propri listini, ogni cosa ha il suo prezzo.
Iena: Normalmente quanti clienti si fanno fare il massaggio extra?
Segnalatore: Quasi tutti quelli che chiedono il massaggio lo fanno per avere prestazioni sessuali, altrimenti andrebbero in qualsiasi altro centro che costa anche di meno.
Iena: Ma come è possibile che alla Presidenza del Consiglio non si accorgano di queste cose?
Segnalatore: Effettivamente è strano. È ancora più strano che il direttore dell’Unar, l’ufficio che distribuisce i finanziamenti, sia associato a uno di questi circoli.
Riguardo a quest’ultima sua affermazione, il segnalatore dice di essere a conoscenza dei riferimenti relativi al presunto tesseramento del direttore dell’Unar. Si tratterebbe del codice socio e del numero della tessera, con data di rilascio e di scadenza e data di nascita fornita dal socio al momento dell’iscrizione.
La Iena decide per tanto di far luce sulla vicenda recandosi in alcuni di questi circoli. Filippo Roma mostra quindi immagini esclusive che confermerebbero come tra le attività prevalenti in questi luoghi ci sarebbe la pratica del sesso libero e anche estremo. In alcuni casi, servizi come dark room o glory hole sono chiaramente segnalati sui siti di questi circoli. A volte, i servizi di massaggi offerti all’interno dei suddetti circoli, come affermato dal segnalatore, includerebbero anche, con tanto di tariffario, prestazioni extra che prevedono sesso a pagamento. (…)
Per avere delucidazioni in merito alle parole del segnalatore anonimo, Filippo Roma intervista Francesco Spano, direttore dell’Unar.
Iena: Lei è il direttore dell’Unar, giusto?
Spano: Sì.
Iena: Che è l’organismo della Presidenza del Consiglio che si occupa di assegnare una serie di fondi a varie associazioni che sono in prima linea contro le discriminazioni sessuali e razziali, giusto?
Spano: Sì, fra i compiti ha anche quello di gestire l’attività contro la discriminazione.
Iena: Queste associazioni per essere accreditate presso il registro dell’Unar che requisiti fondamentali devono avere?
Spano: Devono avere tutta una serie di requisiti di legge previsti che si possono trovare anche sul nostro sito.
Iena: Infatti, li abbiamo trovati e abbiamo letto questa cosa qua che tra…
Spano: Scusate un secondo..
Iena: Prego, prego (ndr, il direttore Spano si allontana). Aspetti, ma dove va?
Spano: Un secondo, riesco subito.
Quando gli vengono chiesti quali sono i requisiti per essere accreditate presso il registro dell’Unar, Spano entra improvvisamente negli uffici della Presidenza del Consiglio dicendo di aver ricevuto una telefonata.
Filippo Roma raggiunge Spano in un secondo momento per rivolgergli ulteriori domande:
Iena: Avvocato, ci eravamo preoccupati che fosse andato via o scappato.
Spano: No, scusate ero al cellulare, perché devo scappare? Anzi, vi chiedo scusa.
Iena: Ci mancherebbe altro. Tra le varie associazioni che nel 2016 hanno ottenuto questi finanziamenti della Presidenza del Consiglio ce n’è una che ha ottenuto 55 mila euro.
Spano: Partecipava ad un progetto, mi pare.
Iena: Esatto. E come attività preminente, ha ben altro.
Spano: Allora, noi stiamo a quello che ci dichiara lo statuto delle associazioni.
Iena: Però, dicevo, a voglia a fare tante altre cose rispetto alla lotta contro la discriminazione…
Spano: A noi risulta che fa questo, poi non so che altro fa.
Iena: Glory Hole, sa che cos’è?
Spano: No, assolutamente no.
Iena: È una pratica sessuale dove c’è un buco …
Spano: Questo non lo so. Ora, grazie se mi date questa segnalazione grazie, ora verificheremo.
Iena: dark room?
Spano: No, ora questo lo verificheremo, insomma, l’importante…
Iena: Ci hanno segnalato dark room dove avviene un po’ di tutto…
Spano: Questa sarà una cosa che riguarderà la vita privata delle persone, non rileva a noi, però, verificheremo.
Iena: Per carità, questa è la vita sessuale delle persone, però, soprattutto, in questi circoli si pratica la prostituzione.
Spano: Questo spero di no. La prostituzione è un reato.
Iena: E si pratica nei circoli accreditati con l’Unar?
Spano: No, questo no. Allora, assolutamente no, le posso assicurare. Noi verifichiamo.
Iena: Le assicuro io, invece. Le faccio vedere un filmato, guardi..
Spano: Non mi interessa il filmato.
Iena: Come non le interessa il filmato? Lei è quello che dispensa questi finanziamenti pubblici.
Spano: Nel senso, ci credo, lo verificheremo.
Iena: Guardi un po’ che abbiamo visto. (ndr, Filippo Roma mostra il filmato al direttore). Questo è un massaggio che avviene dentro a una sauna, un massaggiatore che propone un extra. Un extra di natura sessuale. Poi, un’altra sauna…
Spano: No, no, non mi interessa questa cosa, grazie… Ci credo, dal punto di vista di vederlo non mi aggiunge niente. Mi ha dato l’informazione. Comunque, guardi, io oggi stesso, ora torno in ufficio, convocherò il Presidente di *** e verificherò questa cosa, perché se l’attività è, come voi dite, legata alla prostituzione, ci mancherebbe altro.
Iena: Lei come direttore dell’Unar, non svolge dei controlli su cosa combinano queste associazioni?
Spano: Le ripeto, io faccio un controllo cartaceo e formale su quello che viene dichiarato.
Iena: Un po’ a caso?
Spano: No, no, non è che posso andare nei circoli a vedere cosa succede, questo non…
Iena: Direttore, questo lo sappiamo noi che non facciamo parte dell’Unar e non lo sa lei che è il direttore dell’Unar?
Iena: 55 mila euro. Ma perché i contribuenti italiani devono finanziare con le proprie tasche associazioni dove si pratica la prostituzione?
Spano: Assolutamente no.
Iena: Lei, di fronte a queste scene, se la sente di assegnare questi fondi?
Spano: Ora, su questo faremo la verifica che stiamo facendo e se fosse un’associazione che, come voi dite, con questi fondi sosterrebbe la prostituzione ovviamente no. Ma va in automatico, le assicuro. Stia tranquillo, su questo guardi sono tranquillissimo.
Iena: Con un direttore che controlla così le associazioni che ricevono questi fondi non sono tranquillissimo…
Spano: Stiamo ulteriormente facendo dei controlli. Oggi stesso, io, anche grazie alla vostra segnalazione, convocherò il Presidente di *** e chiederò se c’è una difformità rispetto a quello che è dichiarato nello statuto e quella che è la loro attività svolta. Nel caso, annulleremo questa assegnazione.
Iena: Lei non conosceva l’attività di ***?
Spano: L’attività di *** la conosco come attività di promozione, di seminari, hanno un giornale, cose di questo tipo.
Iena: Perché qualcuno ci ha detto che lei è socio dell’associazione ***?
Spano: No, assolutamente no. Non so di cosa stai parlando.
Iena: Sicuro? Perché a noi sono arrivati degli estremi di una tessera…
Spano: Ora però devo andare…
Iena: Abbiamo quasi finito, poi la lasciamo andare.
Spano: La prego davvero.
Iena: Ci risulta un numero di tessera, ***, fatta il XX.X.XXXX a nome suo.
Spano: Non so, io no ho…dove e come?
Iena: Non è tesserato?
Spano: No.
Iena: E perché noi abbiamo questi estremi?
Spano: Non lo so.
Iena: Ci toglie una curiosità per cortesia?
Spano: Sì.
Iena: Noi ci chiediamo. Sia mai che chi dispensa fondi pubblici a una serie di associazioni, sia anche socio di quella associazione, no? Se no ci sarebbe un conflitto di interessi?
Spano: Ora vi devo salutare, però, davvero. Arrivederci.

Il Presidente Putin ordina alle forze russe di prepararsi per i “tempi di guerra

putin-ispeziona-forze

Il presidente russo, Vlady Putin, ha ordinato una immediata ispezione delle Forze Aeree russe, con il fine di valutare la loro effettiva preparazione per i “tempi di guerra”.
Questo è stato l’annuncio dato il Martedì dal ministro russo della Difesa, Serguei Shoigu, il quale ha dichiarato: “Nel corso della ispezione si deve prestare speciale attenzione alle unità in allerta permanente, allo schieramento di sistemi di difesa aerea in tempo di guerra ed alla preparazione dei gruppi dell’aviazione per respingere una aggressione”, questo il testo ,secondo l’agenzia russa Tass.

Nello stesso modo il ministro ha enfatizzato la necessità che, lungo tutto il corso dell’ispezione, sia garantita la conformità ai requisiti di sicurezza delle armi e del munizionamento, l’assenza di danni alla proprietà pubblica e di impatti negativi sul medio ambiente.
Inoltre ha ordinato di portare a termine “prove tattiche ed esercitazioni di controllo” sulle unità militari che saranno sottoposte ad ispezione, con l’obiettivo di migliorare la loro interazione.

L’ordine del presidente della Russia ricade nel contesto delle azioni del paese euroasiatico volte ad aumentare le proprie capacità militari, visto che lo vede come necessario nel mezzo di una fase di tensione che stanno vivendo le relazioni fra la Russia ed i paesi membri della NATO, per le divergenze sorte negli ultimi anni.

Le menzionate tensioni fra le parti si sono prodotte, in concreto, per causa dell’espansionismo della NATO vicino alle frontiere occidentali russe, con il pretesto di accusare Mosca di svolgere un presunto ruolo nel caso dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa e della crisi Ucraina.
La Russia, avendo denunciato il rinforzo delle truppe della NATO, indica l’espansione della Alleanza Atlantica come una “minaccia” alla propria sicurezza nazionale ed un fattore di destabilizzazione nella regione. Bisogna menzionare che, fra le altre misure della Russia per fare fronte alla NATO, figura anche il rafforzamento della sua capacità nucleare.
missiles-russos-en-medio-nieve   Missili russi su postazioni mobili
La Russia respinge le accuse di Washington all’Iran e ribadisce la sua alleanza con Teheran

Nel frattempo il portavoce della Presidenza russa, Dmitri Peskov, ha risposto in merito alle accuse infondate lanciate dal presidente Trump contro l’Iran, che è stato qualificato dal Trump come lo “stato terrorista numero 1”. “Non siamo d’accordo con questa impostazione”, ha sottolineato Peskov e nello stesso tempo ha ricordato le buone relazioni esistenti tra la Teheran e Mosca. “Voi sapete come la Russia mantiene buone relazioni con l’Iran e sviluppa con questo paese una intensa cooperazione nel settore del commercio dell’economia ed aspiriamo ad un ulteriore sviluppo di queste”.

L’Iran ha fatto tutto il possibile per eliminare dalla zona gli estremisti takfiri in Iraq ed in Siria, prestando assistenza militare alle autorità della Siria e dell’Iraq nella loro lotta antiterrorista, inoltre ha inviato aiuti ai civili ed ai profughi di questi paesi, afflitti dalle conseguenze dei conflitti , ha ribadito Peskov.

Lo stesso Trump, nel corso della sua campagna presidenziale, aveva ammesso che soltanto la Siria, la Russia e l’Iran stavano combattendo contro il Daesh in Siria.

Nota: Forse che il presidente Trump, per causa della sua inesperienza in geopolitica, ha confuso l’Iran con l’Arabia Saudita, il fido alleato e socio in affari degli USA, che da anni supporta, finanzia ed arma i gruppi terroristi e che diffonde in Medio Oriente, in Africa ed altrove la sua ideologia radicale wahabita e salafita che è la stessa ideologia fanatica ed intollerante predicata dai terroristi del Daesh e degli altri gruppi.

Uno sbaglio non da poco conto, visto che l’Iran in questi anni è stato un baluardo contro la diffusione di questo terrorismo che risulta essere stato invece favorito ed alimentato proprio dal predecessore di Trump alla Casa Bianca, mr. Obama e i suoi segretari di Stato, Hillary Clinton prima e Johnn Kerry poi. Di quest’ultimo sarebbe interessante ascoltare l’ultima registrazione in cui ha dichiarato in modo palese di aver favorito l’avanzata dell’ISIS in Siria per rovesciare il governo di Basahar al-Assad a Damasco, purtroppo per lui senza successo.

Fonti: Hispan TV

Traduzione e Nota: Luciano Lago

I VERI PADRONI DEL MONDO-LE QUATTRO GRANDI BANCHE DI WALL STREET E LE OTTO FAMIGLIE COLLEGATE CHE DOMINANO LA FINANZA MONDIALE.

I media russi che trasmettono informazioni in forma alternativa (rispetto ai media occidentali) si sono presi la briga di sviscerare e segnalare in modo specifico quali siano gli oligopoli finanziari anglosassoni- le quattro mega banche- che hanno il controllo della finanza mondiale, come è venuto alla luce dai risultati inquietanti di una ricerca fatta da “Russia Today”: queste sono BlackRock, State Street Corp,- FMR/Fidelity,- Vanguard Group. E’ risultato fra l’altro che, anche che la “privatizzazione globale dell’acqua” viene attuata dalle stesse megabanche di Wall Street, in concomitanza con la Banca Mondiale, fatto questo che arreca benefici nel suo insieme al nepotismo dinastico della famiglia Bush (grande famiglia di petrolieri), i cui componenti stanno cercando anche di prendere il controllo delle fonti d’acqua dell’Acuífero Guaraní in Sud America, una delle maggiori riserve d’acqua dolce del pianeta. Già nel 2012 il precedente legislatore texano Ron Paul –padre del candidato presidenziale Rand, uno dei creatori del poi rinnegato “Partito del Te”, venuto poi meno, ma che è stato anche uno dei migliori esperti fiscali degli Stati Uniti- aveva segnalato che i Rothschild possiedono le azioni delle 500 principali multinazionali riportate nella rivista Fortune che sono controllate a loro volta dalle quattro grandi banche di Wall street (“the Big Four”): la BlackRock, la State Street, FMR/Fidelity e Vanguard Group (che strana coincidenza). Adesso Lisa Karpova (LK), della Pravda.ru, è riuscita a penetrare,con la sua indagine, nei dedali della finanza globale ed ha commentato che si tratta di ” sei, otto o forse 12 famiglie , che sono quelle che veramente dominano il mondo, pur sapendo che è un mistero difficile da decifrare”.
COME PUO’ ESSERE POSSIBILE CHE ESISTA IN PIENO SECOLO XXI, un secolo ultra tecnologico e di trasparenza democratica (secondo gli apologeti del progresso, ben controllati anche loro) tanta opacità per arrivare a conoscere coloro i quali sono i plutocrati mega banchieri oligopolisti/oligarchici che detengono le finanze del pianeta? LK arriva alla conclusione che le otto ridotte famiglie , che sono state ampiamente citate nella letteratura, non si trovano lontane dalla realtà: Goldman Sachs, Rockefellers, Loebs Kuhn e Lehmans a New York, i Rothschild di Paris/Londra, i Warburgs di Amburgo, i Lazard di París, e Israel Moses Seifs di Roma. Vada pure avanti la polemica per cui, a mio giudizio, la lista risulta incompleta e non sono tutti quelli che vi si trovano e neppure tutti sono quelli che compaiono. LK ha ha iniziato l’”inventario delle maggiori banche del mondo” e si è accertata dell’identità dei loro principali azionisti, così come di quelli che “prendono le decisioni”. Qualcuno potrà criticare, non senza ragione, che l’inventario di LK non arriva alla sofisticazione di Andy Coghlan e Debora MacKenzie, della rivista scientifica “New Scientist”, i quali rivelano la plutocrazia bancaria e le sue reti finanziarie- l’1% che governa il mondo-, basandosi in una ricerca di tre teorici dei “sistemi complessi”, che tuttavia alla fine dei conti, i risultati della ricerca coincidono in forma sorprendente, nonostante la sua semplicità di sistema di indagine. LK ha scoperto che le sette mega banche di Wall Street che controllano le principali multinazionali (corporations) globali sono Bank of America, JP Morgan, Citigroup/Banamex, Wells Fargo, Goldman Sachs, Bank of New York Mellon e Morgan Stanley. LK ha verioficato che le megabanche del tempo passato erano controllate a loro volta dal nucleo dei “Quattro Grandi (The Big Four)”: BlackRock, State Street Corporation, FMR/Fidelity e Vanguard Group.

JPMorgan:
QUESTE SONO LE TRACCE DEI CONTROLLANTI DI CIASCUNA DELLE SETTE MEGABANCHE.
1.- Bank of America: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, FMR/Fidelity), Paulson, JPMorgan, T.Rowe, Capital World Investors, AXA, Bank of NY Mellon.
2.- JPMorgan: State Street Corp., Vanguard Group, FMR/Fidelity, BlackRock, T. Rowe, AXA, Capital World Investor, Capital Research Global Investor, Northern Trust Corp. e Bank of Mellon.
3.- Citigroup/Banamex: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, Paulson, FMR/Fidelity, Capital World Investor, JPMorgan, Northern Trust Corporation, Fairhome Capital Mgmt e Bank of NY Mellon.
4.-Wells Fargo: Berkshire Hathaway, FMR/Fidelity, State Street, Vanguard Group, Capital World Investors, BlackRock, Wellington Mgmt, AXA, T. Rowe y Davis Selected Advisers.
5.- Goldman Sachs: “I Quattro Grandi”, Wellington, Capital World Investors, AXA, Massachusetts Financial Service y T. Rowe.
6.- Morgan Stanley: ” I Quattro Grandi”, Mitsubishi UFJ, Franklin Resources, AXA, T.Rowe, Bank of NY Mellon e Jennison Associates.
7.- Bank of NY Mellon: Davis Selected, Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Dodge, Cox, Southeatern Asset Mgmt… e “I Quattro Grandi”.

Dei Quattro Grandi che dominano le sette megabanche e che godono di sovrapposizioni ed incroci azionari, si evidenziano soltanto quelli che controllano State Street y BlackRock.
1.- State Street: Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Barrow Hanley, GE, Putnam Investment e… “I Quattro Grandi(Loro stessi sono azionisti!).
2.-BlackRock: PNC, Barclays e CIC.

JPMorgan:
COME ESEMPIO DELLE SOVRAPPOSIZIONI ED INCROCI AZIONARI, si può prendere la PNC Bank, che viene controllata da tre dei “Quattro Grandi”: BlackRock, StateStreet y FMR/Fidelity. Nel suo libro “La Guerra delle Valute”, l’autore cinese, Song Hongbing , catalogava in questo ai Rothschild come la famiglia più ricca del pianeta, con un capitale accumulato di 5 milioni di milioni di US. $. Se i Rothschild fossero un paese, avrebbero avuto quindi, il quinto posto del ranking globale dietro il PIL di 7, 3 milioni di milioni di US. $ dell’India (quarto posto), e maggiore del Giappone, di 4,8 milioni di US-$, quinto posto, prima della Germania (sesto posto), della Russia (settimo posto), del Brasile (ottavo posto) e della Francia (nono posto). Io avrei citato un articolo delle stesso Economist- anche questo di proprietà, come il Financial Times, del gruppo Pearson- tutti controllati dalla Black Rock, uno dei “Big Four”-, in cui si dimostrava quali fossero le multinazionali controllate dalla Black Rock: essendo questa la principale azionista della Apple,di ExxonMobil, di Microsoft, GE, Chevron, JP Morgan, P&G, Shell, Nestlé, senza contare la sua proprietà del 9% delle azioni di Televisa. Secondo i risultati ottenuti dalla ricerca svolta da Lisa Karpova e dalla sua equipe, i “Big Four” controllano inoltre le maggiori multinazionali anglosassoni:
Alcoa; Altria; AIG; AT&T; Boeing; Caterpillar; Coca–Cola; DuPont; GM; H–P; Home Depot; Honeywell; Intel; IBVM; Johnson&;Johnson; McDonald’s; Merck; 3M; Pfizer; United Technologies; Verizon; Wal–Mart; Time Warner; Walt Disney; Viacom; Rupert Murdoch’s News; CBS; NBC Universal. I padroni del Mondo!
Come se quanto esposto prima fosse poco, LK commenta che la Federal Reserve USA comprende 12 Banche, rappresentate da un Consiglio di sette persone, che rappresentano i “Big Four”.
In definitiva la Federal Reserve si trova sotto il controllo dei Big Four privati: BlackRock, StateStreet, FMR/Fidelity y Vanguard Group.
A mio giudizio, è molto probabile che esistano imprecisioni che sarebbero il prodotto della stesa opacità dei mega banchieri.
Nella fase della guerra geofinanziaria, quello che conta è la percezione degli analisti finanziari di Cina e Russia che sono arrivati alla determinazione dei Quattro Grandi e delle otto famiglie, tra le quali si evidenziano i banchieri schiavisti Rothschild: controllori nel loro insieme di altrettante mega banche della Federal Reserve. I padroni dell’Universo!

* di Alfredo Jalife Rahme

SIAMO ALLA FRUTTA

Una nuova direttiva UE è in procinto di essere adottata dal Parlamento europeo.
Il 5 dicembre scorso, la Commissione per le Libertà Civili, la Giustizia e gli Affari interni del Parlamento europeo (LIBE) si è occupata di una direttiva europea, che rischia di limitare le libertà civili nell’UE in un modo finora sconosciuto. La direttiva europea non è lontano dalle norme già pesantemente criticate dalla Ue in Turchia a proposito di “terrorismo”, ma è più facile guardare a casa d’altri che a casa propria. Ne dà notizia l’amico Silvio fornendo questo importante link dal giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che viene estratto da un più ampio PDF . Pare che detta direttiva sia stata fortemente criticata dagli attivisti per i diritti umani a causa della definizione molto vaga, imprecisa e generica di “terrorista” ivi contenuta. Il disegno di legge è fortemente influenzato dalla recente normativa in Francia, che permette alle autorità competenti di richiedere alle società di Internet, senza un ordine specifico del tribunale il blocco dei siti che fanno apologia di “terrorismo”. Secondo Human Rights Watch, la direttiva UE dà ai governi troppo margine di manovra al limite dell’abuso. In particolare, con tale direttiva, può essere limitato in modo arbitrario il diritto di manifestare ed essere adottata come misura preventiva per negare ai lavoratori ogni eventuale protesta pubblica contro la riduzione dei loro diritti.

In Francia, frattanto, diventa reato far propaganda contro l’aborto. Ne scrive Marcello Foa nel suo blog su Il Giornale.