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Lo sapevi che il figlio di Garibaldi combatté contro suo padre?

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Il figlio di Garibaldi, vergognatosi per il genocidio condotto dal padre contro i popoli del Sud Italia, si schierò dalla parte dei Briganti. IL VIDEO

Giuseppe Garibaldi affermò, in una lettera ad Adelaide Cairoli del 1868:

Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.

Così il figlio di Garibaldi, vergognatosi per il genocidio condotto dal padre contro i popoli del Sud Italia, si schierò dalla parte dei Briganti.

Anita Garibaldi, la pronipote del criminale al soldo degli inglesi che unificò l’Italia a suon di violenza verso i popoli del Sud, allora ricchissimi economicamente, durante la trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa, racconta un fatto inedito, che certamente non troveremo sui libri di storia scolastici scritti dai vincitori per un popolo senza memoria.

La discendente di Giuseppe Garibaldi afferma che il figlio, Ricciotti Garibaldi, abbia combattuto nelle file dei Briganti (volontari del popolo che si unirono insieme per tentare di difendere le proprie terre e i propri diritti dall’esercito guerrafondaio di Garibaldi e l’Unità d’Italia.
Nell’intervista condotta da Bruno Vespa,
Anita Garibaldi afferma:
“”Mio nonno tornato a Caprera,
si indignò talmente tanto dello sfruttamento del Meridione
da parte della nuova Italia,
che andò a combattere con i Briganti”.

La Camorra e Garibaldi

Documento tratto dalla serie Rai “STORIA DELLA CAMORRA” di Vittorio Paliotti, la seconda parte del video è il nuovo brano di Federico Salvatore “IL MONUMENTO” , tratto dal nuovo lavoro discografico FARE IL NAPOLETANO STANCA .

MdT. 12 luglio 1911: la strage dei sardignoli (di Romina Fiore)

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A Itri, un paese ora in provincia di Latina ma allora di Caserta, anche loro erano arrivati coi barconi della speranza. Era un ammasso di circa 400 affamati che, insieme alla miseria e agli stenti, portava con sé picconi e badili, onorate armi da lavoro per la costruzione del quinto tronco della nuova linea ferroviaria Roma-Napoli.
Un’accozzaglia di disgraziati sardi sbarcava nelle coste del Continente e ognuno di loro santificava quel reclutamento regolare che gli permetteva di abitare nei suoi sogni a occhi aperti.
Almeno per il tempo del viaggio.

Paragrafo 2. Ci rubano il lavoro.

Agli itrani non piacevano affatto quei sardignoli arrivati lì a scippare il pane dalle loro bocche, avevano caratteristiche fisiche che facevano presagire un’indole cattiva e violenta. Erano atipici, inconsueti, sicuramente cattivi. Oltretutto è in Sardegna che gli studi antropometrici di Cesare Lombroso individuavano il delinquente nato, secondo i quali il temperamento etnico del pastore sardo coincideva con la propensione alla vendetta e al crimine sociale.
Guardavano con ostilità quegli esseri che, schiacciati dalla disperazione, erano disposti ad accettare salari più bassi e orari di lavoro intollerabili.
Bisognava rispedirli a casa a calci nel culo.

Paragrafo 3. Non si adeguano alle nostre regole.

I sardi accettano di vivere in condizioni brutali: ricoveri di fortuna, stamberghe, catapecchie. E, nonostante sia evidente la fame scolpita nei loro volti, si dà avvio a una speculazione selvaggia che non risparmia alcun genere di consumo.
Ma non basta.
C’è la camorra che pretende il pizzo da ogni operaio e che si vede sbattere in faccia il rifiuto perentorio di chi, con ancora fresche le ferite della strage di Buggerru, in nome dei diritti conquistati, non si piega alle richieste.
Non resta altro che fomentare la popolazione locale e imbandire una tavola con pietanze a base di ingratitudine, furto di lavoro, spregio delle direttive, incapacità di adattamento al sistema.
Ecco che, dopo aver armato il braccio ignorante del razzismo, finalmente la diffidenza si converte in odio.

Paragrafo 4. Maledetti buonisti.

Poco tempo prima due avvocati, Nardone e Di Lauro, si erano fatti promotori di una pregevole iniziativa che sotto il nome di Unione operaia della Direttissima si prefiggeva l’obiettivo di strappare i lavoratori allo sfruttamento dei cantieri e che ora annoverava tra le sua fila proprio gli operai sardi. Un’organizzazione strutturata e disciplinata che resiste con tenacia alle pressioni della camorra.

Paragrafo 5. Tutti criminali.

Il 12 luglio ogni pedina è al suo posto, si prepara la tempesta perfetta. Esploderà per un motivo banale: un sardo viene urtato da un mulo carico di sughero, lui protesta e l’uomo in sella all’animale reagisce con uno schiaffo. Seguono urla, offese e colpi. Si passa alle armi, bastoni e fucili inspiegabilmente già pronti, imbracciate da una folla esaltata. Una miscela disgustosa di razzismo, violenza e pregiudizio anima la caccia all’uomo, all’animale sardo da sterminare, con una spietatezza e una malvagità inconcepibili.
Urlano “fuori i sardignoli”.

Paragrafo 6. Tornatevene a casa vostra.

Molti operai sardi cadono a terra annientati e uccisi. La folla è imbestialita, non risparmia i feriti, li raggiunge e procede al linciaggio. Una furia cieca che non può escludere nessuno, né lo vuole. Neanche lo stesso sindaco e nemmeno alcuni gendarmi che imbracciano fucili da cui escono bagliori rossi. I superstiti scappano nelle campagne.
Tornano l’indomani per reclamare i caduti, con la paura che strappa via il fiato per respirare.
La caccia ricomincia, ancora più brusca. Ancora più serrata.
I sopravvissuti vengono rimpatriati nella loro isola: alcuni col foglio di via delle autorità, altri fuggono autonomamente per timore di ritorsioni.
Altri ancora, acquattati come cani che hanno fatto la pipì nel tappeto, vengono stanati e arrestati perché rissosi.
I giornali si fanno portavoce del resoconto fornito dalle autorità di Itri: la causa di quel massacro è stata l’indole violenta dei sardi.

 

NUOVO ORDINE MONDIALE, siamo ormai entrati nella quarta fase del piano per la dominazione del mondo

Luis Zapater, professore di diritto costituzionale presso l’Università di Valencia (Spagna) e portavoce del partito SOLVE, giovedì 19/12/2013, ha spiegato cos’è il“Nuovo Ordine Mondiale” e come s’intende stabilire una tirannia universale, al fine di sottomettere tutti i popoli della terra al potere di un governo unico mondiale, con una sola legislatura, una sola magistratura e una sola forza pubblica di sicurezza e militare per tutto il mondo.

  • Cos’è il Nuovo Ordine Mondiale?

Questa domanda ha due risposte possibili: La risposta politicamente corretta e quella che non lo è.

La risposta politicamente corretta dovrebbe attenersi a evidenziare solo il piano di convergenza internazionale ideato dalla fine della seconda guerra mondiale per stabilire una ‘Lega delle Nazioni’ per consentire la risoluzione pacifica delle controversie e il rispetto dei diritti umani nel mondo.

Dopo la seconda guerra mondiale, i leader delle potenze alleate vincitrici, in particolare il presidente degli Stati Uniti, hanno detto che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite del 1948, istituisce un“Nuovo Ordine Mondiale”.

La prima risposta possibile è fissata solo sulle apparenze. La seconda risposta possibile politicamente non corretta, definisce il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”, come un piano progettato che va realizzandosi da circa gli ultimi 300 anni della storia dell’umanità per stabilire una tirannia universale, cioè, di sottomettere tutti i popoli della Terra al potere di un governo unico mondiale, con una singola legislatura, una sola magistratura e una sola forza pubblica di sicurezza e militare per tutto il mondo.

Il cosiddetto “processo di globalizzazione” è iniziato alla fine del ventesimo secolo in tutto il mondo, sarebbe una delle tante sfaccettature della progressiva creazione di questo nuovo ordine. Oggi solo la Russia, Siria, Iran, Venezuela e Corea del Nord sono riluttanti ad accettare il nuovo status quo. Non ho citato la Cina nella lista perché la sua posizione è ambivalente.

  • Quando verrà visualizzata la nuova espressione ORDINE MONDIALE?

Un noto studioso del “Nuovo Ordine Mondiale”, l’argentino Adrian Salbuchi, dice che il termine “Nuovo Ordine Mondiale”, è stato detto nel 1919, in occasione dell’adozione del trattato infame di Versailles, una delle principali cause dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Penso che anche prima del 1919 esisteva un progetto nella mente dei più potenti cospiratori di questo mondo riguiardo l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale, e si pensa che la prima volta venne detto da Adam Weishaupt nel 1776, quando scrisse i principi alla base del “Novus Ordo Secolorum” (o nuovo ordine dei secoli), con il simbolo massonico di una piramide con l’occhio che tutto vede (simbolo aggiunto alla banconota da un dollaro).

I principi stabiliti da Adam Weishaupt nel 1776, misero le basi per la realizzazione finale di ciò che oggi chiamiamo “Nuovo Ordine Mondiale”:abolizione della monarchia e di tutti i tipi di governo organizzati sotto il vecchio regime, la soppressione della proprietà privata e dei mezzi di produzione per gli individui e le società con la conseguente abolizione delle classi sociali, l’abolizione dei diritti di successione, la distruzione del concetto di patriottismo e nazionalismo e sostituzione con un governo mondiale di controllo internazionale, l’abolizione del concetto di famiglia tradizionale e vietare ogni religione con l’istituzione di fatto di un ordine luciferino.

  • È la Massoneria una dei piloti di questo ‘Nuovo Ordine Mondiale’? In che modo?

Sin dalla fondazione degli Stati Uniti a questa giornata di oggi, il progetto del Nuovo Ordine Mondiale è stato sostenuto dalla massoneria internazionale.

L’idea di una “Repubblica Democratica Universale” è stata lanciata da Ramsay, Gran Maestro della loggia francese, prima ancora che da Adam Weishaupt, nel 1741. La base fondamentale della Repubblica Universale sarebbe l’idea di tolleranza assoluta elevata a principio politico fondamentale, che ora è perfettamente in atto in questo periodo di tempo.

L’influenza della Massoneria nella presa del potere da parte del liberalismo e la costruzione dello stato democratico liberale è un fatto storico che non ho inventato, infatti, il rapporto tra la nascita della democrazia e dei partiti con la massoneria, era così grande che il docente di storia contemporanea presso l’Università di Vigo, Alberto Valín dice, nella sua tesi di dottorato, che “i partiti politici sono un’invenzione della Massoneria”.

Naturalmente questa teoria non contraddice la storia: Prima della Rivoluzione francese la gente di ogni paese, non era socialmente raggruppata per colore o fazione politica, ma per appartenenza ad un sindacato o ad un’associazione professionale di mestieri, religione, etnia, ecc.

  • Quali sono le fasi di attuazione del Nuovo Ordine Mondiale?

La prima fase (1741-1919), prevedeva la distruzione degli imperi cristiani. Il primo a cadere fu l’Impero Spagnolo con l’emancipazione delle Americhe tra il 1823 e il 1898. Poi venne il turno dei tre imperi che scomparvero a causa della prima guerra mondiale: Impero Russo, Impero Tedesco e Impero Austro-Ungarico.

il 666 del CFR
il 666 del CFR

L’obbiettivo di questa prima fase è stato raggiunto attraverso un certo numero di organizzazioni internazionali. I Rothschild, i Rockeffeller e i Morgan, oltre a sponsorizzare il trattato di Versailles, misero a punto un piano strategico a lungo termine in tutto il mondo che portò alla creazione di un certo numero di organizzazioni internazionali: il Council of Foreign Relations (CFR) e la RIIA nel Regno Unito (Istituto di Relazioni Internazionali)

La seconda fase? La distruzione delle nazioni: dal 1919 ad oggi. Questa fase, a mio avviso avrebbe tre sotto-fasi corrispondenti ai “tre ordini mondiali” attuati nel ventesimo secolo:

La prima sotto-fase, 1919-1945, si è conclusa con la fine della Seconda Guerra Mondiale (Seconda Guerra Mondiale), che elimina le potenze europee dalla direzione del mondo, sostituite da due superpotenze con finalità internazionaliste (in un caso l’internazionalismo proletario e l’altro con la presunta democratizzazione universale).

La seconda sotto-fase è stata preparata a Yalta e Teheran. Questo “nuovo ordine mondiale” ha portato alla creazione delle Nazioni Unite nel campo della politica internazionale, mentre nella sfera economica ha portato alla conferenza di Bretton Woods, dove è stato istituito il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio con il compito di amministrare la pace dei vincitori della WW2 e standardizzare il dollaro.

Occupy-Bilderberg-2012

La fine si è avuta con la distruzione del mondo USSR quando coloro che gestiscono il mondo si sono resi conto che si doveva terminare l’esperimento comunista e promuovere la caduta della superpotenza sovietica.

In questa fase è stato fondato, nel 1954, il Club Bilderberg, che riunisce esponenti del mondo della politica e dell’economia del mondo occidentale e dei direttori di potenti organizzazioni internazionali come la NATO o il FMI.

La terza sottofase, il “Terzo Ordine Mondiale”, è nato con la caduta del muro è, quindi, la copertura degli Stati Uniti a potenza mondiale con la caduta dell’Unione Sovietica.

In questa fase, i governanti del popolo, hanno sperimentato (come dice Salbuchi) il modo migliore per controllare le persone con la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la televisione.

Inoltre, per raggiungere la fase attuale della globalizzazione, era necessario che una delle due superpotenze scomparisse. La superpotenza superstite è diventata la forza trainante della globalizzazione, com’è stato. In questo “Terzo Ordine Mondiale” ha guadagnando maggior rilievo il Club Bilderberg.

Nella terza fase abbiamo la distruzione della famiglia e il principio di autorità nella società avviati dalla rivoluzione sociale degli anni Sessanta, i Beatles, il movimento hippy, pacifismo, il femminismo, il liberalismo e maggio ’68.

In quarto luogo, con l’istituzione di una singola potenza mondiale dal 1999, si è creata la tirannia universale, con un unico leader, identificato da alcune persone religiose come l’Anticristo, un parlamento internazionale unico, un unico esercito, ecc.

Un presupposto fondamentale per questi quattro obiettivi era l’attacco, ancora in corso, contro la religione cattolica che ha avuto inizio quando Voltarie ha lanciato il suo proclama: “Ecrasez l’infame”.

Il significato è: “Schiacciate l’infame”, “Schiacciate l’orrore” oppure, quello che preferisco, “dagli alla canaglia.” Secondo un recente biografo, Ian Davidson, con questa frase Voltaire si riferiva “alla superstizione, alla repressione teologica, ai Gesuiti, ai monaci, ai fanatici regicidi, e a ogni forma di inquisizione; in breve a tutti gli aspetti negativi che nascevano dall’oscura alleanza fra la Chiesa Cattolica e lo Stato francese.” Nel 19esimo secolo la frase è riuscita a compiere la sua missione, non solo in Francia ma in tutto l’Occidente, dove i poteri di Chiesa e Stato sono stati separati. I motivi sono più che validi, senza un chiara e robusta separazione i due poteri, fra loro uniti, non possono fare altro che corrompersi e diventare i tiranni, in nome di un “potere più alto”, e non i servitori del popolo.

  • A che punto siamo ora?

Purtroppo siamo già più di 40 anni nella terza fase e siamo entrati nella quarta grazie al precipitare degli avvenimenti della fine del secolo scorso e l’inizio di quello in corso, che comprende la guerra in Iraq, l’attentato alle torri gemelle, la primavera araba, le guerre in Afghanistan.

Il punto di passaggio alla quarta fase, a mio parere, c’è stato con gli eventi che hanno messo fine all’Unione Sovietica (la Perestroika 1987, la caduta di Gorbaciov, del muro di Berlino nel 1989, l’insediamento Knockdown dell’URSS nel 1991, il ritiro dall’Afghanistan nel 1992). Anche la guerra del 1991 avrebbe segnato la svolta ed il passaggio da un mondo bipolare (USA-URSS) ad uno unipolare guidato dagli Stati Uniti.

Luis Zapater

La data di inizio di questa quarta fase potrebbe essere il 24 marzo 1999, data di inizio dei bombardamenti della NATO contro la Serbia, che corrisponde alla comparsa di un mese dopo, il 24 Aprile 1999 in una riunione del Consiglio Atlantico a Washington, del documento intitolato “Nuovo Concetto Strategico della NATO”, in cui ci sono cambiamenti significativi al sistema e scopo dell’organizzazione originale, stabilendo per la prima volta un approccio globale alla sicurezza, “a che fare con il terrorismo internazionale, conflitti etnici, stagnazione economica e oppressione politica”.

Ciò significa che, contro tutti gli ex ordini internazionali, contro il diritto internazionale, la NATO ha il diritto, completamente autogarantito, d’intervenire in qualunque momento e in qualsiasi parte del mondo.

La NATO ha assunto la funzione di polizia universale: “Dato che le forze della NATO potrebbero essere costrette ad operare al di fuori dei confini della NATO, bisogna essere pronti ad intervenire al di là di quei confini”, con o senza il sostegno delle Nazioni Unite.

Inoltre, nella guerra del 1999 contro la Serbia, i membri della NATO hanno mostrato di avere a cuore, soprattutto il conseguimento degli interessi delle potenze anglosassoni (USA e il Regno Unito di Gran Bretagna), ma possono ledere gli interessi geostrategici degli altri paesi europei della NATO, come è successo con l’istituzione, grazie alla sconfitta della Serbia – Kosovo, di uno stato musulmano nel cuore dell’Europa.

Si ricorda che la globalizzazione non è solo un’interdipendenza globale dell’economia e della comunicazione, ma piuttosto una società mondiale culturalmente più omogenea, con i valori della “cultura occidentale”.

Con la globalizzazione non solo si cerca di estendere la cultura occidentale, ma anche la controcultura: matrimoni tra gay, aborto libero, disobbedienza, attacco al principio di autorità, disprezzo contro la religione.

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Le Femen, tanto di moda in questi giorni, sono un buon esempio di attivismo proveniente dalla globalizzazione.

  • Pensi che il Nuovo Ordine Mondiale vincerà, oppure il piano di dominazione del mondo è destinato a fallire?

Nel breve-medio termine, l’agenda continuerà e prevede l’inizio di una III° Guerra Mondiale: conflitto internazionale in Siria, Iran o Corea del Nord.

Per fortuna la Russia ci ha salvato da questa situazione nel mese di ottobre di quest’anno (2013 ndr), ma succeda o no, la natura non permetterà che il mondo sia governato dal male in una spirale di caos a tempo indeterminato.

Per ora, pur avendo il più alto potere distruttivo di tutta la storia dell’umanità, hanno sollevato l’opposizione di oltre un terzo della popolazione europea che non si rassegna a sparire e che essi chiamano “società intollerante”.

Fonte: blog.luniversovibra.com

Un Governo federale per lo sviluppo

In questa fase di crescente disordine internazionale, nuove e pesanti responsabilità incombono sull’Europa dopo la Brexit e l’elezione di Trump, con i rischi che gravano sul futuro dell’Unione e il probabile ritiro della protezione americana, e con l’incapacità dei paesi europei di garantire un controllo efficace del terrorismo e di gestire in modo adeguato il flusso dei migranti. Alla fine del Consiglio europeo di Bratislava del 16 settembre scorso, una solenne dichiarazione impegnava i 27 paesi membri dell’Unione ad avviare subito la produzione di beni pubblici fondamentali, con particolare riguardo a: 1) politica migratoria “per assicurare il pieno controllo dei confini esterni” e per garantire “la libera circolazione prevista dagli accordi di Schengen”; 2) la sicurezza interna, per una maggiore efficienza nella lotta contro il terrorismo; 3) la sicurezza esterna “per rafforzare la cooperazione tra i sistemi nazionali di difesa”. Questi propositi dovrebbero concretizzarsi nella riunione di Roma del 25 marzo prossimo, in occasione della celebrazione dei 60 anni dei Trattati fondativi dell’Unione. Ma al momento non si vedono sviluppi di questi impegni, e sarebbe opportuno che il governo Gentiloni si facesse carico di arrivare a questo appuntamento con la proposta di una precisa roadmap per dare attuazione a questi obiettivi.

Per soddisfare questi nuovi compiti è ineludibile una profonda riforma della struttura del bilancio dell’Unione. Presentando in un intervista a Il Sole-24 Ore il suo Rapporto su Future Financing of the EU,  il Presidente Monti afferma con forza che “per legittimare l’idea di una riforma delle risorse proprie è necessario rivedere la struttura della spesa. In un contesto di bilancio redistributivo come quello attuale, il metro di giudizio è il giusto ritorno. Invece se l’obiettivo diventa la produzione di beni e servizi a livello europeo che i nostri cittadini aspettano in campi quali la sicurezza o l’immigrazione, allora è necessario dare capacità all’Unione di erogare questi servizi”. Si tratta di un punto decisivo per avviare un processo che deve portare nel tempo al riconoscimento di un potere fiscale in capo all’Unione. E a questa riforma dovrebbe accompagnarsi una nuova struttura istituzionale, che riconosca il ruolo del Parlamento e della Commissione – insieme al Consiglio – nell’elaborazione della politica fiscale, anche perché risorse addizionali sono necessarie per avviare una nuova fase di crescita compatibile con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (non solo ambientale, ma anche – e soprattutto – economico e sociale), con le sfide del processo di globalizzazione e con la dinamica travolgente dell’innovazione tecnologica.

Dal punto di vista ambientale, la riunione a Marrakech della COP22 non ha realizzato significativi passi in avanti rispetto all’Accordo sul Clima di Parigi, anche per l’atteggiamento passivo assunto dalla delegazione americana a seguito dell’elezione di  Trump, noto per le sue posizione negazioniste rispetto all’impatto del fattore antropico sui cambiamenti climatici. Ma, al di là di questi impegni internazionali, l’Europa deve comunque impegnarsi attivamente nel processo di decarbonizzazione del sistema economico per gli effetti positivi che lo sviluppo della produzione di energie rinnovabili può esercitare non soltanto sulle condizioni ambientali, ma altresì sulla crescita di un settore – quello energetico – che rappresenta un elemento decisivo per l’avvio di una nuova fase di sviluppo dell’economia europea, caratterizzata da innovazione, progresso scientifico e aumento dell’occupazione.

Nella stessa prospettiva all’Europa si richiede di promuovere gli sforzi per sostenere i processi di innovazione e di sviluppo della scienza, attraverso una politica industriale finalizzata a un rafforzamento del processo di Manifattura 4.0, che rappresenta un’evoluzione in atto dei processi produttivi attraverso l’applicazione di Internet e delle nuove tecnologie informatiche ai sistemi produttivi. A questo fine, un incremento della dotazione di fondi dello European Research Council, da un lato, e il sostegno a iniziative industriali innovative nei settori ad alta tecnologia attraverso la creazione di imprese federali europee – come è stato in passato il caso di Airbus e di Galileo – rappresentano la chiave di volta per accrescere la produttività e, quindi, la capacità di competere sui mercati globali dell’industria europea.

Dal punto di vista sociale, è un fatto che la lenta ripresa della crescita dell’economia europea non è stata finora accompagnata da un freno all’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, in particolare, a una riduzione della povertà. Un passo significativo per l’Europa sul terreno della lotta alla povertà potrebbe essere rappresentato dal riconoscimento di un diritto soggettivo a ricevere un trasferimento monetario per chi è privo di un reddito sufficiente a conseguire un livello di vita accettabile. Un’iniziativa europea per un Social Compact che preveda la generalizzazione di forme incisive d’intervento, con la definizione di un reddito minimo fondato sul principio di un universalismo selettivo, subordinato alla prova dei mezzi e alla disponibilità dei beneficiari di soddisfare precisi impegni in termini di ricerca di un lavoro, e finalizzato a contrastare il rischio di povertà, sarebbe giustificata sul piano dell’equità sociale e favorirebbe una crescita della fiducia dei cittadini nei confronti dell’Unione.

Ma per ottenere dalla classe politica decisioni positive per avanzare su tutti questi fronti è necessaria una partecipazione attiva dell’opinione pubblica europea. E’ quanto si propongono i federalisti con la mobilitazione programmata per il 25 marzo a Roma. Ancora una volta ognuno di noi ha la possibilità di dare il suo contributo prendendo parte alle manifestazioni organizzate dalle diverse componenti della forza federalista perché, come sempre, “fare l’Europa dipende anche da te”.

L’Unità Europea Roma, 25 marzo 2017: una svolta per l’Europa federale

L’Europa vive momenti particolarmente difficili su tutti i fronti della politica e dell’economia. E’ ormai in dubbio la sopravvivenza di istituzioni e strumenti comuni costruiti in sessant’anni di vita europea.
Ma, a fronte di questo pericolo, accresciuto dall’ascesa dei movimenti di opinione favorevoli ad un ritorno a chiusure nazionali e allo smantellamento dell’Europa, sta maturando anche una maggiore consapevolezza della necessità di rilanciare la costruzione europea sul terreno politico, sia da parte di alcuni governi e forze politiche nazionali, sia nel Parlamento europeo e nella Commissione europea, oltre che nella BCE. Una consapevolezza che dovrebbe però riuscire rapidamente a tradursi in iniziative ed atti politici per dotare l’Europa delle istituzioni sovranazionali necessarie per essere più efficace, democratica e capace d’agire. Invece mancano tuttora la volontà ed il coraggio di assumersi questa responsabilità da parte dei capi di Stato e di governo. Per questo è vitale, oggi ancor più che in passato, il ruolo che possono giocare i federalisti europei a tutti i livelli, come pure coloro che si dichiarano europeisti, per promuovere un cambiamento dei trattati in senso federale in tempi certi, con una prospettiva politica chiara e coinvolgendo i cittadini nelle scelte. Nei prossimi mesi questo ruolo d’iniziativa potrà e dovrà essere esercitato su due importanti fronti.

Il primo di questi fronti è quello politico-culturale, che ha avuto nuovi sviluppi dopo il rilancio, su scala mediatica ed internazionale, per quanto simbolico finora, degli obiettivi indicati dal Manifesto di Ventotene. A questo hanno senza dubbio contribuito le iniziative promosse dall’Italia, con il vertice Merkel-Hollande-Renzi a Ventotene e l’iniziativa, ancora in fase di sviluppo, della Presidente Boldrini nei confronti dei Presidenti delle Camere degli altri paesi dell’UE. Certo, come alcuni paventano, ci potrà essere il rischio che tali iniziative non siano all’altezza, o addirittura si tenti di strumentalizzare il progetto nato a Ventotene. Ma il simbolo che l’isola ormai rappresenta storicamente, culturalmente e politicamente, difficilmente potrà essere banalizzato. E il messaggio che evoca – la possibilità e la necessità storica di costruire la federazione europea – era e resta troppo chiaro per essere sminuito. Chi va o si richiama alla “Mecca” di Ventotene, volente o nolente, paga un tributo al federalismo europeo. Il risultato immediato è innanzitutto che l’obiettivo della federazione, viene riportato nel dibattito politico europeo. Per questo, chi, come il MFE e le organizzazioni europeiste, opera da sempre per il superamento della sovranità nazionale attraverso la realizzazione di un’unione federale, ha in questa fase il dovere di battersi affinché questo tema resti al centro della lotta politica, e diventi l’obiettivo prioritario rispetto agli altri temi politici e sociali: solo così si potrà contribuire a sconfiggere le spinte distruttive euroscettiche e populiste. Altrimenti, se ci si limiterà a rivendicare la costruzione di ulteriori strumenti e mezzi tecnici europei, ulteriori soluzioni amministrative e politiche comuni, si ricadrà nelle contraddizioni che hanno alimentato la disaffezione dell’opinione pubblica, anche di quella più favorevole all’unità europea. Come aveva ben compreso a suo tempo anche Alcide De Gasperi, nei momenti cruciali della vita politica europea occorre andare al di là delle pur necessarie soluzioni temporanee. “La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici [europei, ndr], le soluzioni amministrative”, spiegava De Gasperi nel 1951, “sono senza dubbio necessarie: e noi dobbiamo essere grati a coloro che se ne assumono il compito. Queste costruzioni formano la armatura: rappresentano ciò che le scheletro rappresenta per il corpo umano. Ma non corriamo il rischio che si decompongano se un soffio vitale non vi penetri per vivificarle oggi stesso? Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si precisino e si animino in una sintesi superiore — non rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale? Tutto ciò potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero. In questo caso le nuove generazioni, prese dalla spinta più ardente del loro sangue e della loro terra, guarderebbero alla costruzione europea come ad uno strumento di imbarazzo ed oppressione. In questo caso il pericolo di involuzione è evidente. Ecco perché, pure avendo una coscienza chiara della necessità di creare la costruzione, noi giudichiamo che in nessun momento bisognerà agire e costruire in maniera che il fine politico da raggiungere non risulti chiaro, determinato e garantito” (La politica europea: discorso di Alcide De Gasperi all’Assemblea del Consiglio d’Europa  – Strasburgo, 10 dicembre 1951). Queste parole suonano particolarmente attuali oggi. Per troppo tempo ci si è illusi – o si è deliberatamente scelto – di poter trattare il problema della costruzione europea sul piano dell’amministrazione dell’esistente e non su quello della creazione di un nuovo sistema di potere. I pericoli di involuzione paventati da De Gasperi, non a caso ben presenti nel Manifesto di Ventotene con il richiamo al rischio del ritorno delle aporie del passato, è ormai concreto: per questo tenere la barra della costruzione europea ben ferma sul fine politico diventa il fattore decisivo per non naufragare. E bisogna tenerla ferma proprio utilizzando le analisi di Mario Albertini e Francesco Rossolillo per inquadrare e orientare il dibattito sui temi della crisi dello Stato nazionale, della formazione di una nuova sovranità e del popolo europeo, nonché sul senso dell’azione politica in momenti rivoluzionari come quello che stiamo vivendo.

Il secondo fronte è rappresentato dalla necessità di una mobilitazione dei cittadini per l’Europa. Negli ultimi anni, a seguito delle diverse crisi, è stato facile da parte di alcune formazioni politiche e leader cavalcare l’antieuropeismo per guadagnare voti e consensi a livello nazionale. Ma l’antieuropeismo non ha alcun piano credibile per fronteggiare le sfide della globalizzazione, dei flussi migratori, della sicurezza interna ed esterna all’Europa e le molteplici crisi confermano quotidianamente che gli Stati nazionali non sono più i punti di riferimento delle politiche e dei valori su cui si è fondata la convivenza civile ed il progresso. Se non si farà l’Europa, non rinasceranno le nazioni europee, ma gli stessi Stati nazionali saranno condannati alla dissoluzione e alla perdita d’identità nell’anarchia. D’altra parte, l’Europa si potrà fare soltanto nella misura in cui verrà superata la sovranità nazionale in campi cruciali come quello della fiscalità, della politica economica, della sicurezza interna ed esterna.

Questo è dunque il momento, per chi vuole davvero l’Europa, di far sentire la propria voce, e di mostrare che è ancora maggioranza in questo continente. È il momento di un salutare shock popolare pro-europeo, di una mobilitazione di tutte le forze ed istituzioni a cui sta a cuore il destino del nostro continente. L’occasione è rappresentata dal 60° anniversario del Trattato di Roma, il 25 marzo 2017, a Roma, ormai indicato da molti attori politici come una scadenza spartiacque nella politica europea (si veda in proposito la lettera inviata alle sezioni ed ai militanti, riproposta a pag. 4).
E’ con la consapevolezza di poter e dover giocare un ruolo politico importante nei prossimi mesi per fare davvero l’Europa, e di poterlo e doverlo giocare su un punto decisivo – quello del superamento della forma e dimensione nazionale dello Stato – che il MFE affronta questa nuova fase della Campagna per la Federazione europea, a partire dall’attività da svolgere a livello locale, attraverso i Comitati e le iniziative per l’Europa.
Sul terreno della propaganda, si tratta di tradurre in termini europei (e di sfidare anche i leader e le forze politiche e sociali a farlo) slogan e programmi che non hanno alcuna possibilità di riuscita se restano nei limiti nazionali. Il “Wir schaffen, das”, pronunciato dalla Cancelliera Merkel acquista un senso innovatore solo se riferito ad un progetto politico europeo. Il motto di Macron “En marche” o si riferisce all’Europa oppure è un déjà vunazionale. “Yes, we can”, va declinato in funzione europea. Senza dimenticare che, proprio perché l’Europa non cade dal cielo, dipende anche da tutti noi contribuire a fare l’Europa.

Franco Spoltore

IL CONCILIO VATICANO II: LUCE PER LA CHIESA E PER IL MONDO MODERNO

 

Vincenzo Carbone

Ispirazione dell’Altissimo, fiore di inaspettata primavera(1).

Quando fu eletto Papa il cardinale Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, alcuni, per la sua età avanzata, sentenziarono che il suo sarebbe stato un pontificato di transizione. Non conosciamo il pensiero degli elettori, possiamo però dire che diverso era il disegno di Dio. All’inizio del nuovo pontificato, mentre molti cercavano di scorgerne la nota caratteristica, la svelò il Papa stesso. Tre mesi dopo l’elezione, Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo, annunziò la sua decisione di celebrare un concilio ecumenico. La risoluzione era scaturita dalla costatazione della crisi, causata nella società moderna dal decadimento dei valori spirituali e morali(2).

Negli ultimi cinquant’anni, erano avvenute profonde trasformazioni sociali e politiche; erano maturati nuovi e gravi problemi, che esigevano una risposta cristiana. Prima Pio XI e poi Pio XII avevano pensato ad un concilio ecumenico ed avevano pure avviato gli studi preparatori, ma entrambi i tentativi, per varie ragioni, si erano arrestati. Alcuni anni dopo, Giovanni XXIII, con lo sguardo rivolto ai bisogni della Chiesa e del mondo, si accinse, con “umile risolutezza di proposito”, alla grande impresa, che egli riteneva volere divino. L’annunzio del concilio, del tutto imprevisto, ebbe una vasta eco. Si accesero ovunque, all’interno e al di fuori della Chiesa, attese e speranze.

Non mancarono supposizioni ed interpretazioni erronee, che il Papa provvide subito a correggere, precisando le finalità del futuro concilio. Fiducioso in Dio, senza esitazione, avviò la preparazione. Il 17 maggio 1959, festa della Pentecoste, istituì la commissione antipreparatoria, con il compito di procedere sollecitamente ad una vasta consultazione, per poter determinare gli argomenti da studiare.

Esplorata la copiosa materia raccolta, il 5 giugno 1960, festa della Pentecoste, il Papa, con il Motu proprio Superno Dei nutu, tracciò le linee del complesso apparato preparatorio. In due anni di intenso lavoro, gli organismi tecnici allestirono, nella basilica vaticana, la grandiosa aula conciliare(3), e le commissioni preparatorie elaborarono gli schemi da sottoporre all’esame del concilio.

Molteplici furono le difficoltà e quella prima redazione non fu immune da limiti e difetti, ai quali rimediarono in parte la sottocommissione delle materie miste e quella degli emendamenti. Secondo le indicazioni della commissione centrale, esse emendarono gli schemi e unificarono quelli che trattavano di argomenti affini. L’11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Vergine Maria, ebbe solenne inizio il XXI concilio ecumenico della Chiesa. Durante la notte era piovuto a dirotto, ma alla mattina il cielo si rasserenò e il lungo corteo dei 2.400 Padri da piazza San Pietro fece ingresso nella basilica.

L’ottuagenario Pontefice era assorto e commosso; a tratti aveva le lagrime agli occhi. Si trasformò in viso, quando lesse il “mirabile”(4) discorso. Esso, disse Paolo VI, “parve alla Chiesa e al mondo voce profetica per il nostro secolo, e che ancora echeggia nella nostra memoria e nella nostra coscienza per tracciare al concilio il sentiero da percorrere”(5).

Il XXI concilio della Chiesa era aperto! Il lungo cammino prese il via con tanta speranza nel cuore di tutti!

Mentre fervevano i lavori di preparazione del secondo periodo, il 3 giugno 1963, tra il compianto universale, si spense Giovanni XXIII. Il 21 giugno gli successe l’arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI. Alcuni temettero, altri auspicavano il rinvio della ripresa del concilio. Ad evitare ogni incertezza, il 27 giugno il nuovo Papa confermò la ripresa a settembre, fissando l’inizio del secondo periodo al 29 di tale mese(6).

Il concilio si svolse tra molteplici difficoltà di diverso genere. Innanzitutto, i temi all’ordine del giorno erano numerosi e complessi; interessavano la vita della Chiesa, i fratelli separati, le religioni non cristiane, l’umanità in genere; e alcuni di essi venivano affrontati per la prima volta in un concilio. Inoltre, nella discussione, si confrontarono formazioni, mentalità ed esperienze diverse.

Il dibattito ebbe, talora, toni vivaci, ma fu sempre animato dalla medesima fede dei Padri e dal comune desiderio di ricercare la verità ed esprimerla nella forma più idonea. Nell’ardore della discussione, non mancarono atteggiamenti poco sereni e contrasti, ma non può ammettersi l’interpretazione di chi presenta il concilio come luogo di scontro tra tendenze conservatrici e progressiste. Giovanni Paolo II, che fu Padre conciliare e partecipò attivamente ai lavori, afferma: «In verità, sarebbe molto ingiusto nei confronti di tutta l’opera del concilio chi volesse ridurre quello storico evento ad una simile contrapposizione e lotta tra gruppi rivali. La verità interna del concilio è ben diversa»(7).

La via fu lunga e non priva di travaglio, ma condusse, sotto l’azione dello Spirito Santo, alla luce della verità. L’8 dicembre 1965, in una mattinata fredda ma con un sole splendente, Paolo VI, sul sagrato della basilica di San Pietro, dopo di aver consegnato sette messaggi (per i governanti, gli uomini di pensiero e di scienza, gli artisti, le donne, i lavoratori, i poveri i malati i sofferenti, i giovani), chiuse il Vaticano II(8). Cominciava la difficile e delicata fase di attuazione.

Finalità e spirito del Vaticano II

Giovanni XXIII volle un concilio pastorale e di aggiornamento. Questo suo pensiero fu da alcuni interpretato in senso riduttivo e distorto. Nella sua prima enciclica Ad Petri Cathedram, 29 giugno 1959, egli precisò che il concilio principalmente intendeva promuovere l’incremento della fede, il rinnovamento dei costumi e l’aggiornamento della disciplina ecclesiastica. Esso avrebbe costituito uno spettacolo di verità, unità e carità, e sarebbe stato per i fratelli separati un invito all’unità voluta da Cristo(9).

Nella riunione della commissione antipreparatoria, il 30 giugno 1959 il Papa ripeté: «Il Concilio è convocato, anzitutto, perché la Chiesa Cattolica […] si propone di attingere novello vigore per la sua divina missione. Perennemente fedele ai sacri principi su cui poggia e all’immutabile dottrina affidatale dal Divino Fondatore, la Chiesa […], seguendo sempre le orme della tradizione antica, intende […] rinsaldare la propria vita e coesione anche di fronte alle tante contingenze e situazioni odierne, per le quali saprà stabilire efficienti norme di condotta e di attività. A tutto il mondo essa perciò apparirà nel suo pieno splendore». Il Papa elevava, quindi, la preghiera al Signore perché, di fronte al nuovo rigoglio di fervore e di opere nella Chiesa Cattolica, anche i fratelli separati sentissero un nuovo richiamo all’unità(10).

La parola “pastorale”, nella mente del Papa, non si restringe a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina: è inconcepibile una pastorale senza dottrina, la quale ne è il primo fondamento. L’ignoranza, il disprezzo e il disconoscimento della verità sono la causa e la radice di tutti i mali, che turbano gli individui e i popoli. Tutti sono tenuti ad abbracciare la dottrina del Vangelo; rigettandola, si pongono in pericolo i fondamenti stessi della verità, dell’onestà e della civiltà.

Giovanni XXIII esorta, quindi, a presentare la verità con diligenza e ad acquisire il sapere che riguarda la vita celeste: «Allora soltanto, quando avremo raggiunto la verità che scaturisce dal Vangelo e che deve tradursi nella pratica della vita, il nostro animo potrà godere il tranquillo possesso della pace e della gioia»(11).

Aprendo il concilio, il Papa l’11 ottobre 1962 dichiarò che il fine principale di esso era di custodire ed insegnare in forma più efficace il sacro deposito della dottrina cristiana; e indicò le linee di questo esercizio magisteriale. L’auspicato rinnovamento nella vita e nella missione della Chiesa deve compiersi nella fedeltà ai sacri principi, alla dottrina immutabile, seguendo le orme dell’antica tradizione: «Il concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti».

Questa dottrina certa ed immutabile, fedelmente rispettata, deve essere approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Il Papa distingue tra la sostanza (l’intera, precisa e immutabile dottrina), “cui fidele obsequium est praestandum”, e la forma (la presentazione), “quae cum magisterio, cuius indoles praesertim pastoralis est, magis congruat”(12).

La pastoralità del Vaticano II consiste nello studiare ed approfondire la dottrina, esprimendola in modo che possa essere meglio conosciuta, accettata ed amata. Senza pronunciarsi con sentenze dogmatiche e straordinarie, il Vaticano II avrebbe espresso, con la voce della carità pastorale, il suo insegnamento su molte questioni che al presente impegnano la coscienza e l’attività dell’uomo; non si sarebbe rivolto soltanto all’intelligenza speculativa, ma avrebbe parlato all’uomo di oggi qual è. Un magistero, dunque, nel quale brilli la nota del ministero pastorale(13).

L’aggiornamento è inteso non come rottura con il passato o contrapposizione di momenti storici, ma come crescita, perfezionamento del bene sempre in atto nella Chiesa. Paolo VI afferma che Giovanni XIII «alla parola programmatica “aggiornamento” non voleva attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di relativizzare secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa: dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera»(14).

In linea con l’indirizzo pastorale, Giovanni XXIII indica che agli errori bisogna opporsi con lo spirito di misericordia. Alla severità egli preferisce “la medicina della misericordia”. Le dottrine fallaci, le opinioni e i concetti pericolosi hanno dato frutti così funesti che gli uomini sono già propensi a condannarli. Perciò conviene mostrare loro, con un insegnamento positivo, la verità sacra, in modo che essi, illuminati dalla luce di Cristo, possano “ben comprendere quello che veramente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine”(15).

Nelle finalità pastorali del Vaticano II rientra il dialogo con i Fratelli separati e il mondo moderno. L’intera famiglia cristiana non ha ancora pienamente e perfettamente raggiunta la visibile unità nella verità; “la Chiesa cattolica ritiene pertanto suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quella unità, che Gesù ha invocato con ardente preghiera dal Padre celeste nell’imminenza del suo sacrificio”. Gli uomini – afferma il Papa – non possono, senza l’aiuto dell’intera dottrina rivelata, raggiungere una completa e salda unità degli animi, cui è congiunta la vera pace e l’eterna salute. Di qui la sollecitudine della Chiesa nel promuovere e difendere la verità(16).

Il Magistero del Vaticano II

I concili sono le pietre miliari del cammino della Chiesa. Essi incidono sulla sua vita, con l’approfondimento della dottrina, le riforme liturgiche e disciplinari, la scelta dei mezzi più idonei all’evangelizzazione. Un concilio apre sempre un’epoca nuova, nella quale la Chiesa compie un passo verso il futuro e progredisce nella propria missione. Notevole è anche l’influsso dei concili sulla società civile. Chesterton ha detto: «Tutta la nostra civiltà risulta dalle decisioni conciliari. Non si scriverà mai una storia di Europa un po’ logica finché non si riconosca il valore dei concili».

Il Vaticano II ha stabilito un punto di riferimento nella vita della Chiesa odierna, aprendo ad essa, sotto il soffio dello Spirito Santo, un nuovo cammino. Si è pronunziato su importanti argomenti ed ha consegnato alla Chiesa ricchi documenti di dottrina e di azione: quattro costituzioni (una liturgica, due dogmatiche, una pastorale), nove decreti e tre dichiarazioni.

Un nesso collega questi documenti, che formano un “corpo” organico di dottrine e di leggi per il rinnovamento della Chiesa. Le quattro costituzioni consentono l’interpretazione esatta dei decreti e delle dichiarazioni, che applicano ai vari settori della vita della Chiesa l’insegnamento del concilio. Una lettura selettiva e parziale, limitata all’uno o all’altro testo, non consente di valutare tutta la portata dell’insegnamento conciliare, ne falsa l’interpretazione ed è motivo di errate applicazioni. Il pensiero fondamentale, che pervade tutti i documenti, è il rinnovamento, con l’imitazione più viva di Cristo, che è al centro della Chiesa e tutti vivifica con il suo spirito.

Il Vaticano II viene definito il concilio “della Chiesa”, “di Cristo”, “dell’uomo”. Invero queste definizioni significano le accentuazioni date ai vari temi; esse devono intendersi non in senso esclusivo, ma come integrantesi. Stretto, infatti, è il rapporto tra l’ecclesiologia, la cristologia e l’antropologia del Vaticano II. Il tema centrale è la Chiesa. Di essa il concilio ha esplorato il mistero, delineato il disegno divino della costituzione, approfondito la natura, illustrato la missione, rivalutato la vocazione dei laici e la loro parte nella missione del Popolo di Dio(17).

L’insegnamento ecclesiologico trova sviluppo ed applicazione nei decreti su l’attività missionaria, l’ufficio pastorale dei Vescovi, il ministero e la vita sacerdotale, l’apostolato dei laici, l’ecumenismo, il rinnovamento della vita religiosa; e nelle dichiarazioni su l’educazione cristiana, le relazioni con le religioni non cristiane, la libertà religiosa. Realtà profondamente cristologica e pneumatologica, la Chiesa, rivelando se stessa, rivela il Cristo, di cui essa è manifestazione visibile e ne realizza il “corpo” nel tempo. Pertanto, il magistero del Vaticano II, pur concentrandosi sulla Chiesa, verte – in ultima istanza – su Cristo, sul rapporto della Chiesa a Cristo e dell’uomo a Cristo.

Aprendo il secondo periodo del concilio, il 29 settembre 1963 Paolo VI dichiarò: «Abbia questo concilio pienamente presente questo rapporto tra noi e Gesù Cristo, tra la santa e viva Chiesa e Cristo. Nessun’altra luce brilli su questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo»(18).

Il riferimento a Cristo anima in modo speciale le costituzioni Dei Verbum e Sacrosanctum Concilium. Esse indicano nella Parola di Dio e nella liturgia le forme fondamentali di presenza del Signore e promuovono il rinnovamento per rendere i fedeli maggiormente partecipi del nutrimento spirituale, che viene dalla Parola di Dio e dalla liturgia. La Chiesa è fra gli uomini e per gli uomini, “si sente realmente e intimamente unita con il genere umano”(19).

«La Chiesa – rileva Giovanni Paolo II -, attraverso il Concilio, non ha voluto rinchiudersi in se stessa, riferirsi a sé sola, ma al contrario, ha voluto aprirsi più ampiamente»(20). Di fatto, il concilio, dopo di aver approfondito il mistero della Chiesa, si è interessato del mondo moderno, dell’uomo fenomenico, quale si presenta oggi. La missione di evangelizzazione e di salvezza ha spinto il concilio a superare le distinzioni e le fratture, a rivolgersi “all’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive”(21).

Si è trattato di un dialogo, per portare a tutta la famiglia umana la salvezza, per collaborare al suo vero bene ed alla soluzione dei gravi problemi, nella luce del Vangelo. La costituzione Gaudium et spes espone la dottrina cattolica sui grandi temi: vocazione dell’uomo, dignità della persona umana, ateismo, attività umana, matrimonio, fame, cultura, vita economico-sociale, pace, guerra, comunità dei popoli. All’umanesimo laico, chiuso nell’ordine naturale, viene opposto l’uma-nesimo cristiano, aperto al trascendente, che presenta la concezione teocentrica dell’uomo, ricondotto a ritrovare se stesso nella luce e nello splendore di Dio(22).

La ragione sublime della dignità umana consiste nella vocazione dell’uomo alla comunione con Dio: diventare per Cristo e in Cristo figlio di Dio. Creato da Dio, l’uomo è chiamato a Dio, a Lui è destinato e “non può ritrovarsi pienamente, se non attraverso un dono sincero di sé”(23). Quindi il concilio a tutti gli uomini rivolge l’invito ad accogliere la luce del Vangelo. Il Vaticano II, ha affermato Giovanni Paolo II, «resta l’avvenimento fon-damentale della vita della Chiesa contemporanea; fondamentale per l’appro-fondimento delle ricchezze affidatele da Cristo; fondamentale per il contatto fecondo con il mondo contemporaneo in una prospettiva d’evangelizzazione e di dialogo ad ogni livello con tutti gli uomini di retta coscienza»(24).

Il concilio ha posto le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società contemporanea. Pur essendo la stessa di ieri, la Chiesa vive e realizza in Cristo il suo “oggi”, che ha preso il via soprattutto dal Vaticano II(25). Esso “ha preparato la Chiesa al passaggio dal secondo al terzo millennio dopo la nascita di Cristo”(26).

(1) Motu proprio Superno Dei Nutu, 5-6-1960: Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando, Series I, vol. I, Typis Polyglottis Vaticanis 1960, p.93.

(2) Cf.Acta et Documenta… vol I, p.3-5.

(3) Cf. Aula Sancta Concilii, a cura della Segreteria Generale del Concilio Ecumenico Vaticano II, Tipografia Poliglotta Vaticana 1967.

(4) Così lo definì Giovanni Paolo II nell’omelia dell’11-10-1987, durante la concelebrazione in San Pietro per il 25° anniversario dell’inizio del concilio: cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. X, 3, 1987, p.831

(5) Discorso d’apertura del secondo periodo del concilio, 29-9-1963: Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, vol II, pars I, T.P.V. 1971, p.185.

(6) Cf. rescritto del Segretario di Stato, card. Amleto Giovanni Cicognani, 27-6-1963: Acta Synodalia…, vol II, pars I, p.9.

(7) Discorso alla curia romana, 22-12-1992: AAS, 85 (1983), p.1015.

(8) Cf. Acta Synodalia…, vol IV, pars VII, 1978, p.885-886.

(9) Cf. Acta et Documenta…I, vol. I, p.34 ss.

(10) Ibid., p.41-42.

(11) Ad Petri Cathedram, AAS, 51 (1959), p.502.

(12) Discorso dell’11 ottobre 1962: Acta Synodalia…, vol. I, pars I, 1970, p.170-171.

(13) Cf. discorso di Paolo VI, 7-12-1965: Acta Synodalia…, vol. IV, pars VII, 1978, p.660.

(14) Discorso ai Padri conciliari, 18-11-1965. «Aggiornamento – dichiara Paolo VI – vorrà dire d’ora innanzi per noi penetrazione sapiente dello spirito del celebrato concilio e applicazione delle sue norme, felicemente e santamente emanate»: Acta Synodalia…, vol. IV, pars VI, 1978, p.693-694.

(15) Cf. Acta Synodalia…, vol.I, pars I, p.172-173.

(16) Ibid., p.173.

(17) Cf. Lumen Gentium.

(18) Acta Synodalia…, vol. II, pars I, p.187.

(19) Gaudium et Spes, n.1.

(20) Discorso del 7-12-1985 ai Padri del sinodo dei Vescovi: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VIII, 2, 1985, p.1443.

(21) Gaudium et Spes, n.2.

(22) Cf. ibid., n.22.

(23) Ibid., n.24.

(24) Discorso del 30-5-1986 ai partecipanti al colloquio organizzato dall’Ecole Francaise a Roma sul Vaticano II: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. IX, 1, 1986, p.1724.

(25) Giovanni Paolo II, discorso alla curia romana, 22-12-1992: AAS, 85 (1993), p.1014.

(26) Giovanni Paolo II, discorso del 1-12-1992 ai presidenti delle conferenze episcopali europee: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol XV, 2, 1992, p.790.

ROMANIA: Chi sono i secleri, “siculi” di Transilvania

Aron Coceancig

“Ma come, esistono siculi in Transilvania?” E’ un interrogativo che forse alcuni di voi si sono posti, almeno chi non ha avuto il piacere di visitare la Terra Siculorum, regione storica della Transilvania orientale. In queste terre montagnose, difficilmente raggiungibili dalle scarse infrastrutture romene, abitano i siculi, generalmente chiamati székely in ungherese e noti anche col nome di secleri. No, non si tratta di “siculi siciliani”, anche se in passato alcuni umanisti abbozzarono una parentela fra i due popoli, ma di una peculiare comunità etnica di lingua ungherese, da sempre attraversata dal contrasto fra l’essere ungheresi e il difendere una propria identità locale.

«Noi székely abbiamo il diritto di essere orgogliosi perché discendiamo da Attila e dagli unni». Queste parole sono state pronunciate da uno dei più famosi personaggi transilvani, il conte Dracula, nel romanzo di Stoker. Personaggio immaginario certo, ma che ci aiuta a comprendere come gli occidentali consideravano questi siculi. Popolazione rude e forte, dalla spiccata propensione all’arte della guerra. I székely erano abili militari del Regno d’Ungheria che durante i periodi di pace venivano utilizzati come guardie di confine nei territori più vulnerabili, come appunto i Carpazi orientali, dove vennero trasferiti alla fine del XII° secolo.

La loro origine rimane sconosciuta; c’è chi li considera discendenti dagli unni, chi da popolazioni centro-asiatiche, quello che rimane certo è che per lunga parte della loro storia sono stati alleati indissolubili dei Re magiari, di cui erano la truppa d’assalto. Proprio il rapporto con il Re e con la guerra sono stati fondamentali per definire questa comunità, le cui terre autonome, non soggette a tassazione e coltivate in comune, resero difficile l’instaurazione di un sistema feudale.

I székely sono indissolubilmente legati alla storia della Transilvania. Nel 1437 sono citati fra le tre natio costitutive del Principato, mentre nei secoli a venire sono protagonisti di numerose rivolte contro i Principi ungheresi prima, e asburgici poi. Durante la rivoluzione del 1848 non solo si alleano con gli ungheresi, contro l’impero Asburgico, ma si dissolvono nella nazione magiara. Anche quando dopo la prima guerra mondiale la Transilvania diventa parte della Romania, ed i székely, come molti altri ungheresi, diventano minoranza all’interno di uno stato che non solo non ha la volontà di integrarli, ma anzi avvia pratiche discriminatorie e assimilatrici .

Oggi, nella Transilvania del XXI° secolo, i székely rappresentano la più grande comunità allogena, contando più di 600.000 persone. Nell’ultimo secolo infatti, questa regione multiculturale è andata incontro ad una feroce semplificazione nazionale, vedendo numerose minoranze scomparire sotto il peso di guerra ed ideologie. Gli ungheresi di Transilvania invece resistono; anche se “divisi” fra székely e non-székely, non solo da caratteristiche culturali o storiche, ma sempre più spesso da dati sociali. La comunità ungherese negli ultimi decenni ha subito un forte calo demografico ed oggi si trova a vivere principalmente in minoranza, i székely invece vivono compattamente nella regione che chiamano “Terra dei Siculi” [Székelyföld], ed hanno dimostrato una sostanziale tenuta numerica.

La Terra dei Siculi è una regione storica che oggi non gode né di unità amministrativa, né di alcuna forma di autonomia. L’autonomia è stata persa prima nel 1876, con le riforme di Maria Teresa, e poi nel 1968, con l’avvento di Ceauşescu che eliminò la Regione Autonoma Ungherese . Da allora questa comunità è divisa in tre contee: Hargita dove rappresenta l’85,2% della popolazione, Covasna con il 73,7% e Mures con il 38,1%. In realtà questi dati, ricavati dal censimento del 2011, indicano la percentuale di ungheresi, infatti solo poche centinaia di persone si dichiarano székely. Nel censimento romeno la voce székely è stata inserita nel 1977, quando Ceauşescu volle usare questa possibilità per dividere gli ungheresi; obiettivo non raggiunto, né allora né oggi.

La comunità sicula visse un periodo difficile, fra gli anni ’80 e ’90, quando fu schiacciata tra il conflitto con lo stato romeno (dal carattere fortemente nazionalista e repressivo) e la necessità dell’unità con la comunità ungherese (alleata di sempre), il cui rapporto era considerato vitale per la sopravvivenza. Simbolo di questi anni sono gli scontri etnici di Târgu Mureş del 1990, quando gruppi di nazionalisti romeni attaccarono gli ungheresi e abbatterono le insegne bilingui della città. Sono questi i mesi in cui le speranze nel cambiamento sancito dal 1989 vengono meno, lasciando spazio alla paura del “nuovo” montante nazionalismo. Il senso di accerchiamento e di minaccia che vive la comunità ungherese favorisce così la marginalizzazione dell’identità seclera, vista dai più come possibile fonte di debolezza.

La propensione a valutare l’identità sicula in maniera “negativa” si è smarrita negli ultimi anni, in particolare dopo il 2004, quando il 7 gennaio nasce il Consiglio Nazionale Siculo; mentre a dicembre, in Ungheria, un referendum sulla possibilità di concedere la cittadinanza ungherese alle minoranze all’estero viene bocciato. Da questo momento, fra i székely, si fa largo la convinzione di non poter aspettare aiuto dalla “madrepatria”, ma di dover contare esclusivamente sulle proprie forze.

A questi eventi se ne aggiungono due, non meno importanti, ma più dilatati nel tempo: l’integrazione nell’UE e la richiesta di autonomia. Richiesta, fino ad ora, sempre scontratasi con il rifiuto dei governi romeni. Dalla fine degli anni ’90 però il processo di adesione all’UE ha creato nuove prospettive. La decentralizzazione ha dato maggiori opportunità agli amministratori locali, mentre in ottica europea hanno acquistato vigore le richieste di una modifica amministrativa in grado di riproporre le regioni storiche, fra cui la Terra dei Siculi. L’UE inoltre, tramite un vigoroso apparato legislativo e “ideologico”, incentiva la proliferazione e il rafforzamento di identità locali e regionali. Questo apre nuove possibilità e spazi per i Székely che non perdono occasione di proporre la loro questione a livello europeo. Un esempio è l’apertura nel 2011 a Bruxelles dell’Ufficio di Rappresentanza della Terra dei Siculi, accolto con numerose critiche a Bucareşt.

I rapporti tra i székely e i governi romeni sono stati contrassegnati da non rari momenti di tensione, per lo più causati e utilizzati dai partiti politici che grazie a tematiche nazionaliste riescono, o almeno sperano, di dirottare l’attenzione pubblica dalla crisi economica e sociale che attanaglia il paese. L’ultimo conflitto, in ordine di tempo, ha riguardato l’utilizzo della bandiera seclera. Il prefetto romeno di Covasna ha infatti vietato nel 2012 l’utilizzo dello stemma sugli istituti pubblici. Questa presa di posizione ha provocato manifestazioni e proteste che non hanno fatto altro che diffondere questo simbolo fra una comunità ancora “fredda” nel suo utilizzo. Così, oggi, in ogni villaggio o città székely che si rispetti si trovano bandiere sicule che sventolano su case private o nelle piazze pubbliche.

La questione dei simboli, seppur sentita con forza da una parte importante della popolazione, non può però nascondere quelle che sono le priorità principali di queste terre. Queste contee, esterne ai progetti di sviluppo di infrastrutture del governo romeno, hanno una costante difficoltà economica che si ripercuote in salari molto bassi (fra i più bassi della Romania) ed in un’elevata emigrazione verso gli altri paesi dell’UE. Lo sviluppo economico e sociale sono i grandi problemi che la società székely è chiamata ad affrontare nell’immediato futuro, problemi che per la classe politica locale possono essere risolti solamente grazie all’autonomia, strumento che può portare ad un rinnovato attivismo in campo economico.

Negli ultimi anni si è assistito ad una ridefinizione dell’ “essere székely” che ha acceso dibattiti interni e conflitti con il potere statale romeno. Tre sono stati i fattori, a mio modo di vedere, determinanti in questa “rinascita identitaria“: l’isolamento di queste contee, vere e proprie “terre di indigeni”; la tensione dei rapporti con Bucareşt e la perdita di fiducia nei rapporti con l’Ungheria; le relazioni con l’UE. Il rafforzamento dell’identità dei Siculi di Transilvania rende evidente come la globalizzazione e il XXI° secolo non si apprestano, come ipotizzato da molti, a cancellare il particolarismo delle diverse comunità nazionali, ma anzi, in alcuni casi, facilitano il rafforzamento di identità territoriali locali, che non disdegnano di considerarsi vere e proprie “nazioni”.

Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei

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La Società Europea Coudenhove-Kalergi ha assegnato alla Cancelliera Federale Angela Merkel il Premio

L’immigrazione di massa è un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema e che la propaganda multietnica si sforza falsamente di rappresentare come inevitabile. Con questo articolo intendiamo dimostrare una volta per tutte che non si tratta di un fenomeno spontaneo. Ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente.

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LA PANEUROPA

Pochi sanno che uno dei principali ideatori del processo d’integrazione europea fu anche colui che pianificò il genocidio programmato dei popoli europei. Si tratta di un oscuro personaggio di cui la massa ignora l’esistenza, ma che i potenti considerano come il padre fondatore dell’Unione Europea. Il suo nome è Richard Coudenhove Kalergi. Egli muovendosi dietro le quinte, lontano dai riflettori, riuscì ad attrarre nelle sue trame i più importanti capi di stato, che si fecero sostenitori e promotori del suo progetto di unificazione europea.[1]
Nel 1922 fonda a Vienna il movimento “Paneuropa” che mira all’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale basato su una Federazione di Nazioni guidata dagli Stati Uniti. L’unificazione europea avrebbe costituito il primo passo verso un unico Governo Mondiale.
Con l’ascesa dei fascismi in Europa, il Piano subisce una battuta d’arresto, e l’unione Paneuropea è costretta a sciogliersi, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale Kalergi, grazie ad una frenetica e instancabile attività, nonché all’appoggio di Winston Churchill, della loggia massonica B’nai B’rith e di importanti quotidiani come il New York Times, riesce a far accettare il suo progetto al Governo degli Stati Uniti.

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L’ESSENZA DEL PIANO KALERGI

Nel suo libro «Praktischer Idealismus», Kalergi dichiara che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere.

«L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità. [2]

Ecco come Gerd Honsik descrive l’essenza del Piano Kalergi

Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Affinchè l’Europa sia dominabile dall‘elite, pretende di trasformare i popoli omogenei in una razza mescolata di bianchi, negri e asiatici. A questi meticci egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, secondo lui, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell‘elite.
Eliminando per prima la democrazia, ossia il governo del popolo, e poi il popolo medesimo attraverso la mescolanza razziale, la razza bianca deve essere sostituita da una razza meticcia facilmente dominabile. Abolendo il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge e evitando qualunque critica alle minoranze con leggi straordinarie che le proteggano, si riuscirà a reprimere la massa.
I politici del suo tempo diedero ascolto a Kalergi, le potenze occidentali si basarono sul suo piano e le banche, la stampa e i servizi segreti americani finanziarono i suoi progetti. I capi della politica europea sanno bene che è lui l’autore di questa Europa che si dirige a Bruxelles e a Maastricht. Kalergi, sconosciuto all’opinione pubblica, nelle classi di storia e tra i deputati è considerato come il padre di Maastricht e del multiculturalismo.
La novità del suo piano non è che accetta il genocidio come mezzo per raggiungere il potere, ma che pretende creare dei subumani, i quali grazie alle loro caratteristiche negative come l’incapacità e l’instabilità, garantiscano la tolleranza e l’accettazione di quella “razza nobile”. [3]

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DA KALERGI AI NOSTRI GIORNI

Benché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea. La convinzione che i popoli d’Europa debbano essere mescolati con negri e asiatici per distruggerne l’identità e creare un’unica razza meticcia, sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Non si tratta di principi umanitari, ma di direttive emanate con spietata determinazione per realizzare il più grande genocidio della storia.

In suo onore è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.

Sanità pubblica addio. Perché sostituirla se è la migliore (e più conveniente) per tutti?

 

Sanità pubblica addio. Con la legge di stabilità 2016 il governo Renzi ha definito norme che detassano le spese dell’azienda che assicura ai suoi dipendenti, previa contrattazione, l’assistenza mutualistica integrativa. Il costo per quello che viene definito “welfare aziendale” sarà quindi a carico dello Stato.

Prima domanda: come mai il governo anziché finanziare la sanità pubblica ridotta ormai al lumicino finanzia le mutue di categoria cioè i soggetti più forti della società? Cioè come mai con i soldi della collettività si finanziano politiche contro la collettività?

Per rispondere bisogna ricordare che il governo Renzi sulla sanità sino a ora è stato mosso sostanzialmente da una idea fissa: ridurre quanto più è possibile la spesa sanitaria pubblica (una delle più basse d’Europa) in tutti i modi possibili (de-finanziamento, terzo settore, contenimento dei consumi ecc) per liberare risorse e spenderle per altre operazioni (tasse, investimenti, perequazioni, riduzione del debito pubblico, ecc).

Sostituire l’assistenza pubblica con le mutue o con i fondi sanitari integrativi è un taglio drastico alla spesa sanitaria. Questa volta si taglia sul sistema non sulle prestazioni. Ora possiamo rispondere: a Renzi dei soggetti deboli (precari, disoccupati, pensionati, ammalati cronici, etc) non gliene frega niente. Lui è convinto che la sanità pubblica sia insostenibile, le mutue gli servono per tenere buoni i soggetti forti della società e per fare in modo che il sistema sanitario pubblico copra solo coloro che non possono curarsi nel privato e coloro che non possono farsi una mutua, cioè la parte debole della società.

Ma se non ricordo male questo è un film già visto, è così? Se è così Renzi non fa altro che dare attuazione al libro bianco di Sacconi (governo Berlusconi 2009) il cui scopo, sulla base del preconcetto che non si può dare tutto a tutti, era per l’appunto sostituire la sanità uguale per tutti con un sistema multi-pilastro (assicurazioni, mutue e ciò che resta della sanità pubblica).

Ma fare tante specie di sistemi sanitari non rischia di creare delle diseguaglianze e di contraddire il valore egualitario dell’art 32 della costituzione? Non si tratta di un rischio ma di una certezza. Con il sistema multi-pilastro chi comanda e decide tutto non è il diritto ma il reddito, per cui le persone saranno curate in base al livello di contribuzione stabilito per il fondo mutualistico dal quale dipenderanno i nomenclatori di prestazioni.

Ma i neo-mutualisti sostengono che grazie al welfare aziendale si risolve una volta per tutte la questione della sostenibilità sanitaria, è vero o non è vero? Una balla colossale niente di più. Ricordo che il nostro sistema sanitario nazionale è stato istituito nel ’78 per sopperire al default del sistema mutualistico cioè come una risposta alla insostenibilità del sistema.

Le mutue sono sistemi intrinsecamente insostenibili che tendono ad andare in disavanzo perché la loro spesa, essendo solo curativa, ha una natura incrementale. Per farla crescere basta una nuova tecnologia, un farmaco di nuova generazione, un nuovo trattamento, una domanda di cura più complessa. Il rischio di insostenibilità per le mutue cresce nel tempo perché nel tempo cresce la domanda obbligando l’offerta a inseguirla.

Per non andare in disavanzo le mutue o dovrebbero continuamente incrementare il livello della contribuzione (ma al cittadino conviene di più un sistema solidale su base solidaristica), o chiedere ai governi di turno di aumentare progressivamente la detassazione dei costi (molto poco realistico), o congelare i propri nomenclatori o andare in disavanzo e ogni tanto farsi ripianare i debiti dal governo di turno, o creare degli sbarramenti all’accesso delle prestazioni.

Ma allora? Allora la sanità pubblica resta il sistema più conveniente da ogni punto di vista, costa di meno dà di più ed è la più giusta. Facciamola funzionare meglio, cambiamo le sue prassi, i suoi modelli culturali e organizzativi, ripuliamola dalle diseconomie, cambiamo la gestione, ripensiamo il modello di finanziamento, ma per favore lasciamola pubblica, solidale, universale.