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Uranio impoverito: secondo le stime sono 7000 i militari colpiti in Italia

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La correlazione tra l’uso di munizionamento all’uranio impoverito e i decessi tra i membri delle forze armate italiane continua a far discutere. A oggi secondo alcune stime in Italia sono 7000 i militari colpito, ma lo Stato Maggiore italiano nega qualsiasi accusa sostenendo che le forze armate italiane non usano munizioni all’uranio impoverito.

Sono molte in Italia le vittime presunte vittime dell’uranio impoverito, ma sono anni che si cerca di dimostrare la pericolosità di questo tipo di armamenti per chi li maneggia e chi svolge missioni lì dove queste munizioni sono state adoperate. I militari italiani ne sono entrati in contatto nelle varie missioni militari condotte negli ultimi anni del XX secolo e i primi anni duemila.

Secondo alcune stime in Italia sono circa 7000 i soldati che si sono ammalati di tumore, in apparenza inspiegabilmente, e secondo molti, a causa dell’uranio impoverito. Se si trovassero delle correlazioni certe, i morti accertati sarebbero più di 350.

È difficile fare delle stime e delle statistiche precise in quanto il ministero della Difesa è restio a discutere la questione delicatissima. Facendo una stima la regione italiana con più soldati colpiti è la Sardegna (538), segue la Puglia (501), la Campania (475) e la Sicilia (454).

Le applicazioni militari dell’uranio impoverito

L’uranio impoverito è un prodotto di scarto dell’arricchimento dell’uranio per l’uso nei reattori nucleari e nelle bombe nucleari.

Essendo molto denso; 19.050 kg per m³, è 1,67 volte più denso del piombo (il metallo più usato nei proiettili). Di conseguenza, un proiettile di uranio impoverito di una determinata massa ha un diametro inferiore rispetto a un proiettile di piombo equivalente, con minore resistenza aerodinamica e capacità di penetrazione maggiori a causa di una maggiore pressione nel punto d’impatto. Inoltre i proiettili di uranio impoverito sono spesso intrinsecamente incendiario perché l’uranio è infiammabile.

Specularmente, a causa della sua alta densità, l’uranio impoverito può essere utilizzato anche nell’armatura dei carri armati, inserendo delle piastre tra le corazzature d’acciaio dei mezzi.

In che maniera è pericoloso per la salute?

Una volta che un proiettile all’uranio impoverito colpisce il bersaglio, il proiettile inizia a bruciare all’impatto, creando minuscole particelle di U-238 radioattive. I venti possono trasportare questa polvere radioattiva per molti chilometri, potenzialmente contaminando l’aria.

L’inalazione di queste particelle può causare cancro ai polmoni, danni ai reni, tumori alle ossa e alla pelle, nonché difetti alla nascita e avvelenamento chimico.

La prima guerra del Golfo Persico del 1991 fu il primo conflitto a vedere l’uso diffuso dell’uranio impoverito, sia nei proiettili perforanti che nelle armature protettive della nuova generazione di carri armati americani Abrams.

La posizione ufficiale dell’UE e gli studi italiani

Secondo il sito dell’Unione Europea, nella sezione Salute pubblica “la tossicità umana dell’uranio è ben studiata“ e che “tutti gli isotopi dell’uranio hanno la stessa tossicità chimica e questa è la probabile causa di danno dall’uranio impoverito”.

Nel testo si afferma che “gli studi confermano che la tossicità dell’uranio impoverito è identica all’uranio presente in natura” dichiarando allo stesso tempo che “il monitoraggio medico dei veterani della Guerra del Golfo che hanno subito ferite da schegge che coinvolgono l’uranio non ha finora rivelato alcun serio effetto sulla salute”.

“Poiché l’uranio impoverito ha una radioattività inferiore rispetto all’uranio non trattato” continua il testo “la tossicità chimica è il principale problema che potrebbe sorgere”. In particolare “i composti solubili di uranio che vengono ingeriti negli alimenti o nelle bevande si concentrano nei reni e nelle ossa. Le particelle di uranio nell’aria possono depositarsi nei polmoni”.

In un rapporto italiano condotto dal dipartimento di Tecnologie e Salute dell’Istituto superiore di Sanità (rapporti ISTISAN), “si basa sulla ricerca di pubblicazioni scientifiche riguardanti lo studio di campioni d’urina prelevati a militari e civili impiegati in aree in cui siano state impiegate armi all’uranio impoverito” e si conclude che “per i militari e civili impiegati nelle aree contaminate da uranio impoverito, in nessun caso sono stati riscontrati segni di disfunzioni renali, né acuti, né cronici”. Allo stesso tempo però si “conferma l’azione genotossica dell’uranio e si nota che il danno cellulare è maggiore nel caso di piccole inalazioni ripetute, rispetto a quello di una singola inalazione acuta”.

In un secondo rapporto precedente dell’ISS, viene trovato un eccesso statisticamente significativo dell’incidenza del linfoma di Hodgkin, un tumore dei tessuti linfoidi secondari, ma allo stesso tempo  non si è trovata una correlazione tra questa neoplasia e l’esposizione interna (tramite inalazione delle particelle di U-238) di uranio impoverito.

La commissione parlamentare e i procedimenti legali

Sono state istituite varie commissioni parlamentari per l’analisi della malattie delle quali l’ultima è quella istituita nel 2015. Nella relazione si è concluso che le “reiterate sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa” hanno “costantemente affermato l’esistenza, sul piano giuridico, di un nesso di causalità tra l’accertata esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate dai militari o, per essi, dai loro superstiti. Per l’uranio è stato altresì riconosciuto sul piano scientifico, con la Tabella delle malattie professionali Inail approvata nel 2008, il nesso causale per la nefropatia tubolare”.

Lo Stato Maggiore italiano ha respinto qualsiasi accusa affermando che “le Forze Armate italiane mai hanno acquistato o impiegato munizionamento contenente uranio impoverito. Tale verità è emersa ed è stata confermata anche dalle commissioni tecnico-scientifiche ingaggiate dalle quattro Commissioni parlamentari che, dal 2005 ad oggi, hanno indagato su tale aspetto” con “centinaia di ispezioni in siti militari, in aree addestrative e poligoni”.

Sebbene ci siano in corso 130 procedimenti legali che, come ha ricordato l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia dell’Osservatorio militare, hanno stabilito una relazione tra l’esposizione all’uranio e le malattie, a livello legale le gerarchie militari superiori continuano a negare le proprie responsabilità. La linea di difesa è sempre la stessa: è stato fatto tutto il necessario per garantire la sicurezza del personale.

Durante l’esperienza di governo giallo-verde l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, indicando il “silenzio spaventoso dei vertici”, aveva annunciato a maggio dell’anno scorso che presto sarebbe stata adottata una legge per la protezione dei diritti dei militari. In particolare il progetto di legge avrebbe fatto in modo che futuro sarebbe stata la Difesa a dimostrare che la malattia non è correlata al servizio reso e non il militare che dovrà dimostrare di essersi ammalato mentre era al servizio del Paese.

Abbiamo richiesto una posizione ufficiale al Ministero della Difesa ma non abbiamo ricevuto una risposta.

PUNTI DI VISTA SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI.

Sul proporzionale condivido totaalmente

Di Alfonso Gianni  il manifesto 10/10/2019

 

Taglio dei parlamentari.

Scambiare una norma costituzionale con regole istituzional-politiche, pur se rilevanti, è cattivo mercimonio. Aggravato dalla trappola della politica dei due tempi. Non si capisce come sarà garantito il pluralismo politico e territoriale, mentre sulla legge elettorale restano formule vaghe e lontane dal sistema proporzionale

 

La giornata di martedì passerà agli annali come una delle più infauste nella tormentata storia della democrazia del nostro pese. A Montecitorio è andato in scena il suicidio assistito del Parlamento e gli assistenti sono stati veramente troppi, 553, nient’affatto animati da virgiliana pietas.

Surreali le dichiarazioni di voto finale, ove ognuno, tranne i 5stelle, ha dovuto motivare o perché votava sì dopo avere votato no per tre volte lo stesso identico testo o perché continuava ad approvarlo malgrado venisse proposto dai peggiori nemici. Le argomentazioni a supporto di un simile trasformismo non potevano quindi che essere imbarazzanti e infondate. Non solo la logica non aveva varcato il portone di Montecitorio, ma neppure il buon senso. O se c’era – come scriveva il Manzoni – «se ne stava nascosto, per paura del senso comune», monopolizzato dalla logica del “Vaffa”, dal disprezzo per il principio di rappresentanza, dallo scherno alla democrazia rappresentativa, in nome di una democrazia diretta che non riempie le piazze ma muove le mani sulle tastiera dei computer.

L’argomento del risparmio per le casse dello Stato è stato smontato anche contabilmente da fonti affidate: lo 0,007% in meno. Roba da rivalutare i bruscolini. Ma il populismo non conosce ragione né necessità di offrirne. Carica a corna basse, dileggia e mortifica chi cerca di addomesticarlo. Travolge la storia e la memoria.

Si è sentito persino ripetere che più volte il Parlamento aveva cercato di autoridursi. Ci provò Renzi che voleva ridurre il Senato al cortile di casa, ma venne subissato dal referendum popolare, come capitò nel precedente caso alla controriforma presidenzialista di Berlusconi nel 2006. Non era forse il Cavaliere a proporre anni addietro che tanto valeva che votassero solo i capigruppo della Camera e del Senato? Non è forse vero che così funzionano i consigli di amministrazione delle società in cui i voti si pesano a seconda del pacchetto di azioni che ognuno detiene? Una semplificazione estrema riesumata dal disegno grillino di introdurre nella Costituzione il vincolo di mandato, che lascerebbe i singoli deputati nelle mani dei capigruppo e dei segretari di partito, rendendo superfluo e noioso l’esercizio del loro diritto di voto.

Alcuni hanno sostenuto che anche la prima commissione bicamerale Bozzi negli anni ottanta, aveva discusso della riduzione dei parlamentari e che la Presidente Iotti era d’accordo. Non fu esattamente così. Allora due erano le proposte innovative, una puntava al monocameralismo, l’altra, sostenuta anche da Nilde Iotti, pensava di trasformare la Camera alta in un Senato delle regioni. In entrambi i casi, siamo molto lontani da due camerette paritarie.

A sinistra si è cercato di giustificare il sì dopo tre no, sostenendo che vi sarebbe un accordo di cornice tra le forze di maggioranza. Ma scambiare una norma costituzionale con normative istituzional-politiche, anche se rilevanti, è sempre cattivo mercimonio. Non solo questo accordo è prigioniero della ingannatrice politica dei due tempi, visto che non v’è contestualità tra le varie misure. Ma queste stesse sono inconsistenti. Mentre si ribadisce l’autonomia differenziata delle regioni, si promette l’uniformazione nell’età dell’elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato, con l’esito malato di rendere del tutto identici i due rami del Parlamento; l’eliminazione della base regionale per l’elezione del Senato, il che richiede una nuova modifica costituzionale di non breve percorso; una nuova legge elettorale «al fine di garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale». Ma come, il documento non lo scrive.

La dichiarazione di voto del capogruppo più a sinistra nella maggioranza, cioè LeU, si pronuncia per “un sistema in misura maggioritaria proporzionale”. Quindi non una legge proporzionale pura, ma mista. Esattamente come è quella attuale che ha base proporzionale ma è imbastardita da una pesante quota di maggioritario che la curva in modo decisamente incostituzionale.

Escono vincenti un gongolante M5stelle che organizza pantomime celebrative in piazza, ma anche tutte quelle forze più o meno oscure che sognavano da tempo di imporre la logica della governance d’impresa al posto della democrazia parlamentare.

 

Elezioni Tunisia, vince ultra conservatore Saied. Fine Rivoluzione dei Gelsomini e più migranti

Elezioni Tunisia, vince ultra conservatore Saied. Addio Gelsomini,più migranti

Elezioni Tunisia risultati: Saied presidente, colpo a Rivoluzione Gelsomini

Soprannominato ‘Robocop’ perché si muove in modo rigido e un po’ meccanico, Kais Saied, il giurista ultraconservatore che si presenta come candidato indipendente e antisistema, è diventato il terzo presidente eletto a Tunisi dopo il trionfo, nel 2011, della rivoluzione dei Gelsomini che aveva disarcionato la dittatura di Zinedine el-Abidine Ben Ali. Dopo la sorprendente vittoria al primo turno con il 18,7 per cento dei voti, si è aggiudicato la vittoria con oltre il 75% dei consensi, davanti a populista magnate della televisione, Nabil Karoui, e sopo aver ottenuto l’appoggio di vari dei suoi rivali al primo turno, tra i quali il candidato di Ennahda, il partito religioso conservatore di tendenza islamista che vinse le municipali del 2018 e ha ‘bissato’ con le legislative di domenica scorsa.

Contro gli omosessuali, vuole ripristinare la pena di morte

Si era schierato con lui anche il primo ministro, Youssef al-Shahed, per un voto, aveva detto, contro la corruzione, una velata allusione a Karoui, messo in liberta’ lo scorso mercoledì dopo un mese e mezzo in prigione preventiva, perché accusato di evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Non si puo’ dire che sia un progressista, Saied. “Si volta pagina”, ha detto dopo la vittoria, lasciando intendere un percorso presidenziale segnato dal nazionalismo e dall’avversione verso i valori occidentali: vuole ripristinare la pena di morte, oggetto di una moratoria dopo il trionfo della rivoluzione; considera l’omosessualità un costume alieno dalla società tunisina, introdotta dall’estero per destabilizzarla ed è anche dubbioso sull’uguaglianza di genere, che vuole equiparare i diritti tra uomini e donne, come il progetto di legge di pari opportunità in campo ereditario, in contrapposizione alla Sharia.

Pietra tombale sulla rivoluzione dei Gelsomini

Protezionista in economia, ritiene che la principali riforma di cui il Paese ha bisogno è la decentralizzazione, una riforma che non potra’ attuare perché non di competenza della presidenza – e ha appena messo a punto altre proposte per rilanciare un’economia che soffre degli stessi problemi dei tempi di dittatura: corruzione e disoccupazione elevata che perpetuano la disuguaglianza, limitano le possibilità di sviluppo personale e spingono i flussi migratori. Anche se c’è chi teme che i giovani tunisini con questo esito elettorale cerchino ancora di più di arrivare in Europa, e in particolare in Italia. Negli ultimi mesi l’aumento degli sbarchi è motivato in gran parte dall’aumento di partenze proprio dalla Tunisia.

I poteri del Presidente

Il nuovo Presidente della Repubblica, professore di diritto costituzionale, dovrà sapersi muovere in un sistema prevalentemente parlamentare. I suoi poteri, definiti dalla Costituzione del 2014, sono di tre tipi: Affari esteri, Difesa e Consiglio di sicurezza nazionale. La divisione istituzionale dei poteri tra l’Assemblea dei rappresentanti del popolo del Bardo, la presidenza della Repubblica di Cartagine e il capo del governo della Kasbah, non è escluso si incanali verso nuovi conflitti politici.

L’ Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (ARP) è formata da 217 deputati, 199 eletti dai residenti in Tunisia e 18 dai tunisini all’estero, votati con il sistema proporzionale a liste bloccate e senza sbarramento. Ben 1.592 le liste, 642 delle quali “indipendenti”, 200 di più rispetto alle elezioni del 2014. La frammentazione del paesaggio politico con tendenze differenti ed articolate non facilita la formazione di una maggioranza.

George Soros, spuntano due donazioni sospette: non solo ong, ecco chi ricopre di denari

 

Fiore della vita

Da magnanimo filantropo ad avido finanziatore il passo può essere breve. George Soros, 8,3 miliardi di dollari il patrimonio stimato, è uno dei trenta uomini più ricchi al mondo. L’ imprenditore e attivista ungherese naturalizzato americano si è messo in testa di realizzare la società aperta teorizzata dal suo maestro, il filosofo Karl Popper, e da tempo ha deciso di investire parte dell’ immensa riserva di quattrini in associazioni, istituti e movimenti di mezzo mondo. Lo fa attraverso la sua Open Society Foundations, attiva anche in Italia dal 2008, quando il plurimiliardario ha cominciato a offrire supporto legale a chi osteggiava lo strapotere mediatico di Silvio Berlusconi e ad aiutare le minoranze Rom e Sinti.

Ognuno, naturalmente, dei propri soldi è libero di fare ciò che vuole, purché la provenienza sia lecita. Sul fatto che il riccone progressista agisca esclusivamente di buon cuore abbiamo parecchi dubbi, ma la cosa è nota. Semmai ci chiediamo come faranno ora i signori della Sinistra a continuare a negare l’ ingente quantità di denaro investita dalla Open Society nel nostro Paese, un fiume di soldi che – stando ai dati riportati con dovizia di particolari dall’ agenzia di stampa AdnKronos – sarebbe stato erogato a favore di una pletora di enti e ong che si occupano di immigrazione e Rom. Ma non solo, perché tra i beneficiari accertati vi sarebbero anche due partiti: i Radicali e pur indirettamente il Pd, come vedremo in seguito.

I VERSAMENTI
Al partito di Emma Bonino, in base alla ricostruzione dell’ Adn, nel 2017 sarebbero stati versati 298 mila 550 dollari “per promuovere un’ ampia riforma delle leggi italiane sull’ immigrazione attraverso iniziative che puntino a fornire aiuto agli immigrati e avanzare il loro benessere sociale”. Nel 2018 Soros avrebbe elargito 385 mila 715 bigliettoni all’ Asgri, l'”Associazione per gli studi giuridici sull’ immigrazione” che in passato ha pubblicato la rivista “Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” in collaborazione con Magistratura Democratica. E ancora: l’ anno scorso 230 mila 192 euro sarebbero stati destinati all’ Istituto Affari Internazionali presieduto dall’ ex commissario europeo Ferdinando Nelli Feroci. Il motivo della donazione? “Educare e favorire il dialogo con gli attori politici sui nuovi approcci all’ immigrazione e alle politiche di asilo europee, a beneficio di migranti, rifugiati e società ospiti”. Le donazioni in territorio italiano tra il 2017 e il 2018 sarebbero state 70. Non spicca per importo, ma è sicuramente curiosa, quella di 25 mila dollari all’ Università di Urbino “Carlo Bo” per un progetto riguardante la “mappatura dell’ informazione politica sui media italiani in vista delle elezioni politiche 2018”.

BENEFICIARI
Chi avrà voluto favorire con questa ricerca il plurimiliardario? Tendiamo a escludere Salvini o la Meloni, ma potremmo sbagliarci. Soros avrebbe poi dato un milione di dollari a Purpose Europe Limited. Cosa c’ entra con l’ Italia? Nulla, apparentemente. Se non fosse che l’ organizzazione a luglio dell’ anno scorso ha pubblicato il rapporto “Attitude towards National Identity, Immigration and Refugees in Italy”. Nel 2017 invece la Open Society avrebbe regalato 24.828 al dipartimento di Scienze Politiche dell’ Università di Perugia per una serie di incontri dedicati ai social media e alla comunicazione politica.

Cambiando tipo di destinatario, l’ Associazione 21 luglio avrebbe incassato 170.144 dollari per il sostegno alle comunità Rom e Sinti, una nobile causa, si capisce. Dicevamo del Partito Democratico: appare bizzarra, anche se sarà stata sicuramente del tutto lecita, la presunta elargizione nel 2018 di 83.500 bigliettoni americani per la “rivitalizzazione del parco pubblico di Ventimiglia”. Della somma, 58 mila 500 dollari sarebbero confluiti direttamente nelle casse del Comune allora guidato dal sindaco Dem Enrico Ioculano. Una coincidenza o c’ è stato dell’ altro? Noi siamo fermamente convinti della bontà e dell’ innocenza del gesto di Soros, e che quel parco fosse ridotto davvero male.

di Alessandro Gonzatoboeri-soros

Defying Pentagon, Trump Backs Turkish Operation in Syria Targeting U.S.-backed Kurds 

U.S.-backed militia says American forces failed to meet their commitments, as Washington informs Kurds it wouldn’t protect them against imminent Turkish incursion into northeastern Syria to ‘clear terrorist elements’ReutersThe Associated Press and Haaretz  Oct 07, 2019 2:37 PM  6comments    Zen Subscribe now

Erdogan and Trump during a meeting on the sidelines of the G-20 summit in Osaka, Japan, June 29, 2019
Erdogan and Trump during a meeting on the sidelines of the G-20 summit in Osaka, Japan, June 29, 2019Pool Presidential Press Service 

American troops began withdrawing Monday from their positions along Turkey’s border in northeastern Syria, in a major shift in U.S. policy harshly criticized by its Kurdish allies, which came despite Pentagon officials’ support for maintaining American presence in the region.

The partial pullout comes ahead of an anticipated Turkish invasion, which U.S. President Donald Trump endorsed in a Sunday phone call with Turkish President Recep Tayyip Erdogan and that U.S.-backed Kurdish-led forces say will overturn five years of achievements in the battle against the Islamic State group.

“Despite our efforts to avoid any military escalation with Turkey and the flexibility we have shown to move forward in establishing a mechanism for the security of the borders …, the American forces did not fulfill their commitments and withdrew their forces from the border areas with Turkey,” U.S-backed Kurdish-led Syrian Democratic Forces, which controls most of the area, said in a statement.

“We will not hesitate for a moment in defending our people” against Turkish troops, the Syrian Kurdish force said, adding that it has lost 11,000 fighters in the war against ISIS in Syria.

“There were assurances from the United States of America that it would not allow any Turkish military operations against the region,” SDF spokesman Kino Gabriel said in an interview with al-Hadath TV on Monday.

The SDF had been “completely committed” to a U.S.-guaranteed deal for a “security mechanism” for the border area, he added. “But the (U.S.) statement today was a surprise and we can say that it is a stab in the back for the SDF,” he said.

Unire all’IMU la Tasi (Tassa sui servizi indivisibili), significa sganciarla dal costo dei servizi indivisibili, per, poi, aumentarla.

Rischio rincari con la fusione di Imu e Tasi

Confedilizia boccia la proposta di fondere Imu e Tasi in un unico tributo: togliere il legame della seconda con i servizi erogati permetterebbe aumenti arbitrari ai Comuni

di Teresa Campo

Imu e Tasi

Feltri: “Adesso basta. Siamo oltre i limiti della sopportazione”

 

di Vittorio Feltri

Adesso basta. È arrivato il momento di uscire dalla ipocrisia e di dire le cose che pensiamo davvero. Dei migranti non ce ne importa un fico secco. Vadano dove vogliono, ma la smettano di puntare all’Italia quale meta. Non ce ne frega nulla delle Ong (Organizzazioni non governative) né, tantomeno, dei loro scopi umanitari. Non crediamo alle fanfaluche dei piagnoni che sostengono la necessità di salvare in mare i migranti. I quali – è nostra convinzione – non scappano da zone di guerra e neppure di miseria, ma emigrano pagando prezzi salati agli scafisti per giungere qui e farsi mantenereda un Paese che si è costruito volontariamente la fama di grande sacrestia disposta a ricevere chiunque.

Chi salpa dalla Libia con l’intenzione di attraccare a Lampedusa, o posti del genere dove ci siano dei pirla pronti a spalancare le porte, non è un disperato ma un opportunista con la faccia di bronzo che intende sfruttare la greppia onde mangiare gratis. Se è vero che il cinismo è una succursale dell’intelligenza dobbiamo cessare di farci impietosire da gente che farebbe meglio a rimanere a casa propria, il luogo migliore per maturare lavorando, e rifiutarci di soccorrere gli accattoni destinati a pesare sulle nostre spalle.

In altri termini, sempre più crudi, ne abbiamo piena l’anima di recitare nel ruolo dei buoni samaritani al servizio di madame Boldrini e soci piagnucoloni: pretendiamo che nessuno ci infligga l’obbligo di pagare il conto salato dell’immigrazione. Coloro che si avventurano nel Mediterraneo per approdare nel Bengodi della Penisola si arrangino, rinunciamo a ripescare uomini e donne che poi ci restano in gobba per anni.

Ci siamo impoveriti a causa della crisi economica provocata da banche ladre e dalla moneta unica nonché da una Ue deficiente, e non abbiamo i mezzi per nutrire orde di neri ignoranti e desiderosi di vivere a sbafo, quindi blocchiamo gli sbarchi senza fare tante storie, a costo di irritare il Papa, i parroci, i curati e i progressisti che amano i popoli stranieri, magari islamici, e detestano il nostro.

Siamo stanchi di subire l’umanitarismo straccione di quelli che poi sfruttano gli extracomunitari per arricchirsi creando un nuovo schiavismo. Finiamola di prenderci in giro e di frignare su quelli che lasciano la loro terra e sanno già che, a poche miglia dalla costa africana, saranno issati su navi le quali li condurranno qui, gratis, e verranno affidati alla pubblica beneficenza, ovviamente finanziata da noi contribuenti straziati dal fisco.

Siamo oltre i limiti della sopportazione. Tra un po’ ci abbandoneremo alla protesta e poi alla ribellione. Diventeremo razzisti, altro che omofobi. I partiti predicatori dell’accoglienza non prenderanno più un voto, ma molti calci nel deretano.
Sarà una festa.

L’Italia faccia da ponte tra Usa e Russia

Giulio Sapelli: il vecchio Agnelli costruiva le littorine per l’Urss ai tempi di Stalin. Al tempo di Krusciov e Breznev è stata fondata una città intitolata a Togliatti, Togliattigrad, E Trump con i dazi cerca di evitare che l’Europa affondi a causa della deflazione tedesca

di Franco Adriano

Vittoria Leone: «Un anonimo mi scrisse dov’era il covo di Moro, la lettera fu ignorata»

Parla la moglie del presidente Giovanni Leone: «Ogni sforzo di mio marito per liberarlo fu inutile, il suo destino era già segnato. Venivo definita l’ambasciatrice della moda italiana, ne ero molto orgogliosa. Andreotti era un ingenuo»

Vittoria Leone: «Un anonimo mi scrisse dov'era il covo di Moro, la lettera fu ignorata»
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Lei si sente donna Vittoria, come la chiamavano i giornali, o la signora Leone?
«Per me non ha mai fatto differenza. La mia vita privata ha sempre coinciso con quella pubblica di mio marito. Avevo 28 anni quando divenne presidente della Camera, 36 quando fece per la prima volta il presidente del Consiglio, 44 quando fu eletto capo dello Stato. Ora non ci sento così bene come prima; e mi piace pensare di essere chiamata semplicemente Vittoria dalle persone più vicine».

Qual è il suo primo ricordo?
«La mia bicicletta Wolsit di Legnano. Andavamo a scuola a piedi o in bici, con qualsiasi tempo. Mio padre, medico, aveva una macchina; ma non veniva messa a disposizione dei bambini. Allora non si cresceva viziati. Avevo anche un cane. Mi morse, ma non lo dissi: temevo che lo punissero. Ero sicura di aver preso la rabbia, la notte pregavo di morire in fretta».

Come finì?
«Feci la cura antirabbica».

La sua famiglia è di origine inglese?
«Un trisavolo, Andrea Graefer, architetto botanico, fu chiamato dai Borbone per progettare i giardini inglesi della reggia, che ancora oggi portano il suo nome. Si innamorò di una casertana. La mia famiglia viene da lì».

Quando ha visto per la prima volta l’uomo che sarebbe diventato suo marito?
«Giovanni venne a casa nostra con mio fratello Luigi. La guerra era appena finita. Era professore universitario, e tenente colonnello alla procura militare di Napoli: aveva liberato tutti i prigionieri per sottrarli alla vendetta nazista, poi era scappato travestito da prete. Mio fratello era tenente. Divennero amici. Così me lo vidi comparire a casa».

È vero, come ha scritto Vittorio Gorresio, che si offrì di raccomandarla per l’esame di maturità?
«È vero, e io pensai: ma che invadenza! Alla fine l’esame non lo diedi. Mi sposai prima, il giorno del mio diciottesimo compleanno».

Lo sa cosa viene da pensare nel vedere le vostre fotografie? Lei era bellissima; lui no. E aveva vent’anni di più. Com’è potuto nascere il vostro amore?
«Me lo sono chiesto anch’io. Non esistono spiegazioni razionali. Accadde. Certo lui mi aveva affascinato con fiumi incessanti di parole. Mi aveva stordito con la sua testa».

Cosa l’ha colpita di Giovanni Leone?
«Un carattere fuori dagli schemi, un’immensa cultura, una rara capacità di ragionare e convincere. E un grande senso dell’umorismo. Era molto curioso, di mente aperta, di una lungimiranza fuori dal comune, di un’umanità straordinaria. Non mi dette il tempo di capire quello che stava succedendo, ed eravamo già sposati».

Com’era la vita quotidiana al suo fianco? È vero che lui di notte leggeva, mangiava, accendeva e spegneva la luce di continuo?
«Giovanni ha sempre sofferto di insonnia. Libri e discorsi li scriveva di notte. Era il terrore delle dattilografe che dovevano trascrivere blocchi interi partoriti nottetempo. A un certo punto abbiamo deciso di dormire in stanze separate, ma comunicanti. Non era facile reggere i suoi ritmi forsennati. Amava stare in compagnia, spesso mi trovavo ospiti a casa senza preavviso. Una cosa è certa: con lui non ci si poteva annoiare».

Leone era presidente del Consiglio quando incontraste Kennedy. Che impressione le fece?
«Volendomi fare un complimento galante, mi disse, in inglese: “Ora capisco il successo di suo marito”. Risposi che all’evidenza gli sfuggivano le doti di Giovanni».

In sostanza, ci provò…
«Ma no, voleva essere simpatico. Era una persona affascinante, nello stesso tempo educata e concreta. Adorava Napoli, dove fu accolto da due milioni di persone. Ho ancora la lettera che scrisse a Giovanni. Vuole vederla? Guardi qui in fondo. Kennedy scrisse “Viva Napoli” di suo pugno. È datata luglio 1963. Gli restavano quattro mesi».

E Jackie?
«Bella. Elegante. Altera».

Fanfani e Moro: i cavalli di razza democristiani. Chi erano veramente?
«Moro era molto legato a mio marito, era stato suo assistente di diritto penale all’università di Bari. Il destino li volle entrambi candidati della Dc al Quirinale: votarono i gruppi parlamentari; Giovanni vinse per otto voti, e Aldo fu leale, non armò i soliti franchi tiratori».

Com’era Moro?
«Un uomo triste. Veniva a trovarci nella nostra casa di Roccaraso, si sedeva, e stava zitto. Non parlava quasi mai, ma quando parlava non smetteva più; e non si capiva niente. Avevamo un barboncino nero e l’avevamo chiamato Moro. Suonarono alla porta e lui si agitò, io lo rimproverai: “Moro piantala, Moro stai buono!”. Poi andai ad aprire: era Moro, quello vero. Ci era rimasto malissimo».

Come ricorda i giorni del suo rapimento?
«Mio marito è l’unico democristiano che Moro non abbia maledetto nelle sue lettere. Fece disperatamente e inutilmente di tutto per farlo liberare. Ma avemmo la sensazione che fosse un destino segnato».

Perché dice così?
«Arrivò una lettera anonima, indirizzata a me, che segnalava il covo brigatista. La portai al ministero dell’Interno. La ignorarono. Quando la chiesi indietro, mi dissero che era sparita. E le Br lo uccisero poche ore prima che Giovanni firmasse la grazia per una terrorista malata che non aveva sparso sangue, Paola Besuschio».

Anche Fanfani era per la trattativa.
«Fanfani era uomo di partito, oltre che delle istituzioni, mentre mio marito incarichi di partito non ne volle mai, per non trovarsi a gestire troppi compromessi e giochi di potere. Questo talvolta li allontanava, nonostante avessero un ottimo rapporto personale. Io ero molto amica di sua moglie Biancarosa, che scomparve prematuramente. Poi lo sono stata di Mariapia».

Su cosa Leone e Fanfani si trovarono lontani?
«Il referendum sul divorzio. Lo scontro fu duro e lungo. Fanfani lo volle a tutti i costi. Giovanni era contrario: “Servirà solo a sancire che siamo minoranza” diceva. E questo non lo fece amare da Papa Montini».

Che opinione si è fatta di Andreotti?
«L’ho sempre considerato un amico di famiglia. Adorava giocare a carte con me e alcuni amici comuni. Giovanni condivideva la sua apertura a Mosca e al Medio Oriente. Lo considerava un grande politico che, a dispetto di quel che si crede, alternava all’astuzia anche momenti di ingenuità».

Ingenuo, Andreotti?
«A volte si fidava troppo degli altri».

Come ricorda i leader che incontrò? Ford, lo Scià, Pompidou…
«Pompidou e la moglie erano due persone straordinarie: lei simpatica e cordiale, lui statista con una visione. Ford era una persona schiva e sincera, però la sensazione era che comandasse Kissinger: uomo brillante, di apparente bonomia, ma dagli occhi cattivi. Anche al Cremlino si faceva notare di più Gromyko, che parlava un ottimo inglese, che non Breznev, uomo timido, introverso. Lo Scià era un leader illuminato ma taciturno: sapeva molte lingue e non ne parlava nessuna».

Franco lo incontrò mai? E Peron?
«Franco mai. Ho un bel ricordo di Juan Carlos, che conversava amabilmente in un ottimo italiano. Peron venne con Isabelita e propose che il nostro governo comprasse un pezzo di Argentina, per risanare il loro debito pubblico. Mio marito e io ci guardammo imbarazzati; poi lui con le sue doti diplomatiche sbrogliò la situazione».

E tra le mogli chi la colpì di più? Farah Diba?
«Una donna dolcissima e intelligente. A Teheran parlammo in inglese a lungo e ci trovammo d’accordo su molte cose, dall’educazione dei figli alla moda. Volle sapere chi era il mio stilista. Quando le dissi Valentino, non si stupì: sapeva riconoscere l’eleganza. Erano gli anni in cui mi definivano l’ambasciatrice della moda italiana nel mondo, ne ero così orgogliosa… Mi colpì molto anche la regina Fabiola. Lei e Baldovino erano visceralmente legati al loro popolo».

La regina Elisabetta era ancora giovane.
«La prima volta che la incontrai aveva 35 anni, mio marito era presidente della Camera. I nostri figli avevano una governante inglese, miss Bertha. Elisabetta la volle conoscere. Miss Bertha svenne in avanti per l’emozione. Ci spaventammo».

E la regina?
«Imperturbabile».

Con suo marito andaste da padre Pio.
«Non amava i politici e ci trattò con durezza. Però mi diede tre rosari: “Per i suoi figli”. “Ma io ne ho solo due, Mauro e Paolo”. “Ne prenda tre” disse. L’anno dopo nacque Giancarlo».

Lei è considerata la prima e ultima first-lady italiana. Perché siamo allergici a questo ruolo?
«La prima fu Ida Einaudi. Si affezionò molto a me. Anche troppo, voleva sempre che la accompagnassi… Saragat, presidente prima di Giovanni, era vedovo. Gli altri predecessori erano molto più anziani. Il Paese non era abituato a vedere al Quirinale una famiglia al completo, con moglie giovane e figli piccoli. Del resto, né Mussolini né i Savoia hanno evidenziato figure femminili accanto a loro, per scelta. Veniamo da un passato maschilista. E restiamo il Paese dove la maldicenza primeggia e il rispetto delle istituzioni è dote rara».

Da sinistra foste accusati di aver trasformato il Quirinale in una reggia. Poi venne il libro della Cederna. Cosa provò nel leggerlo?
«Ero troppo impegnata a sostenere mio marito per avere il tempo di metabolizzare quelle ingiurie. Eravamo una famiglia normale, che conduceva una vita normale in un contesto eccezionale. La campagna denigratoria del gruppo Espresso e il libro della Cederna furono palesemente un’orchestrazione per colpire il cuore dello Stato, il cui presidente veniva dalla Democrazia cristiana, e un’ambigua operazione anche commerciale, per accreditarsi come la vera controinformazione. La fonte principale della Cederna era OP di Mino Pecorelli, agenzia ricattatoria e legata ai servizi segreti deviati e ai poteri occulti dell’epoca. La maldicenza trovò terreno fertile anche nel Pci e nei radicali».

Un capitolo era intitolato «I tre monelli»: i suoi figli. Come reagì?
«I tre monelli era il nome della nostra casa di Roccaraso. Neanche i ragazzi, nonostante fossero giovanissimi, furono risparmiati dalle diffamazioni della Cederna: talmente ridicole da non poter essere prese sul serio. E così fu. Io però capii che si stava aprendo una voragine nel nostro Paese: in nome della faziosità e di interessi di varia natura, nessuno sarebbe stato più risparmiato».

Chi costrinse suo marito a lasciare, i democristiani o i comunisti? Leone era un intralcio sulla via del compromesso storico?
«Lo scopo era favorire un cambio nella gestione del Paese a favore della sinistra, spostando il baricentro democristiano. Alla campagna si unirono altri soggetti interessati: la P2, già in azione ma ancora ignota ai più; politici e ministri Dc in odore di corruzione; membri del governo contrari all’apertura di mio marito per salvare Moro. Quell’immenso polverone riuscì per un po’ a distrarre l’opinione pubblica dai veri scandali, destinati comunque a esplodere. Leone si dimise perché la Dc non lo difendeva dagli attacchi interessati del Pci. Proprio quella Dc che qualche mese prima lo aveva implorato di non dimettersi come lui avrebbe voluto, per potersi difendere meglio. Tutto cambiò con la terribile morte di Moro».

Perché?
«Quella tragedia, che si poteva evitare se gli avessero lasciato firmare la grazia, spinse Dc e Pci a forzare un ricambio, una ripartenza scioccante, fornendo al Paese un capro espiatorio. Così uccisero anche Giovanni Leone, psicologicamente e umanamente».

Lei provò a convincerlo a non dimettersi?
«Non dovevo, perché lui era determinato da tempo a lasciare. Voleva farlo già nel 1975, quando il suo messaggio alle Camere rimase ignorato. La politica gli chiese di restare e lui, galantuomo fino in fondo, aderì fino a quando la politica gli chiese il passo indietro. In questo dimostrò di essere molto diverso dal suo partito, per correttezza e onestà. Come quando disse no a Togliatti…».

Togliatti?
«Quando Giovanni era presidente della Camera, il leader comunista gli disse riservatamente che avrebbe fatto convergere voti del Pci su di lui per il Quirinale, se avesse preso tempo prima di indire una nuova votazione. Lui declinò l’offerta, e convocò subito la votazione che elesse Segni. Quanti altri politici si sarebbero comportati così?».

È vero che cadde in depressione?
«Era amato e popolare; una campagna infondata lo precipitò nel mondo che aveva sempre combattuto, quello dell’illegalità e del sospetto. Fu come essere colpito da un fulmine. Non era preparato, non poteva esserlo. Non aveva gli strumenti di difesa tipici dei corrotti, che sono sempre pronti a tutto. Lui era del tutto indifeso. Sì, cadde in una depressione da cui non si riprese più. Gli sono stata accanto per altri 23 anni, e con me i figli. Ma non era più lui. Era la testimonianza vivente e dolente del sacrificio di una persona troppo perbene».

Però lei conosceva il dolore. Aveva perso un figlio, Giulio, a 5 anni, per la difterite.
«Dopo aver visto la guerra, la morte di Giulio, la malattia di Mauro, che da piccolo fu colpito dalla poliomelite, non potevo impressionarmi di fronte alla meschinità e alla falsità. Per il nostro bambino, Giovanni scrisse allora un libro per pochi, Dialoghi con Giulio. Non riesco a rileggerlo perché ancora oggi mi commuove. Penso a lui sempre. Era di una dolcezza senza confini».

Come si comportò con voi il successore, Pertini?
«Rapporti formali. Giovanni non se ne meravigliò. Lo conosceva troppo bene».

Molti anni dopo i radicali chiesero scusa.
«Ne fui sorpresa. Mi ero fatta un’idea molto diversa di Pannella. Con la Bonino fece un atto di onestà intellettuale, scusandosi per le accuse ingiuste di anni prima. Mi commossi: Giovanni lo meritava. Il Pci invece non si è mai scusato. Anche se Napolitano da presidente ebbe parole durissime contro quella campagna».

Suo marito però fu al centro di altre polemiche: dalla difesa della Sade nel processo sul Vajont, alla famosa foto delle corna agli studenti di Pisa. «Da avvocato ha sempre sostenuto le cause giuste. La difesa della Sade non andava contro le vittime; serviva per stabilire la verità dei fatti. Lasciò presto l’incarico per impegni istituzionali. Da penalista amava difendere i più deboli, gratis. Quel gesto delle corna fu istintivo: era il suo modo di rispondere ai contestatori violenti che gli urlavano “a morte Leone!”. Apparteneva al suo spirito napoletano. Anche in questo non era un politico di professione; era un grande giurista prestato alla politica».

Lei come immagina l’aldilà?
«Sono credente, ma proprio per questo vivo incertezze che tengo per me. Nella nostra cappella di famiglia a Napoli è scolpita una frase di san Paolo: Vita mutatur, non tollitur».

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BAMBINE SENZA VOCE.

La barbarie che avanza!

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di Lorenzo Capellini Mion

 

L’Iraq e la piaga di ragazzine, anche di 13 anni, che vengono vendute nei cosiddetti “matrimoni di piacere” che possono durare fino a un’ora, il tempo di un rapporto sessuale.
Le ragazze sono in genere offerte da imam sciiti, tra i sunniti la pratica in se stessa sarebbe proibita, in base alla Sharia che permette la pratica dei matrimoni a tempo.
Ci sono bambine e ragazze che non sanno nemmeno elencare il numero delle volte che sono state concesse in “spose”. Generalmente si approfitta di ragazzine che non vanno a scuola, che non sanno leggere e scrivere, che per la loro condizione di inferiorità tramandata da 1400 anni possono essere facilmente sfruttate dagli uomini che offrono loro tali “matrimoni” in cambio di pochi soldi e il silenzio.
Ad esempio il contratto offerto dal chierico che benedice il “matrimonio” ha sì una data di scadenza, ma una ragazzina che non sa leggere non è nemmeno in grado di saperlo.
Sotto il regime del dittatore Saddam Hussein l’infame pratica coranica dei matrimoni temporanei era vietata e severamente punita, in Iran è invece pratica abituale nonché legale.
Poi ci ha pensato il globalismo ad esportare la democrazia facendo ripiombare l’Iraq sotto tutela iraniana e sotto il tallone della legge islamica.
Lo stesso globalismo che ora che ci impone in nome del grande inganno travestito da solidarietà di importare questa “cultura” come se non ci fosse un domani; in Germania le corti si stanno gradualmente piegando autorizzando sposalizi con bambine, fino alla poligamia. È solo l’inizio e non è un problema esclusivamente tedesco.
Chiaramente tutti muti di fronte a queste infanzie rubate, perché la verità è odio, perché la reputazione della religione di pace viene prima di qualsiasi cosa, perché se parli sei un razzista.
E così il destino è segnato, come quello di queste bambine senza voce.