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Cosa c’è scritto nel contratto di Governo 5 stelle e Lega

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Nel contratto messo a punto da Movimento 5 stelle e Lega non c’è più la parte relativa all’uscita dall’euro e non sarebbe previsto nemmeno il referendum sulla moneta unica.

Lo spiegano all’agenzia di stampa Dire fonti del Movimento 5 stelle. Le stesse fonti confermano che “il lavoro sul contratto è finito” e il segretario della Lega Matteo Salvini e il capo politico del M5s Luigi Di Maio si stanno incontrando per derimere gli ultimi punti dell’accordo e, soprattutto, per dividersi i ministeri e concordare il nome del presidente del Consiglio da proporre al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Lega e 5 stelle, spallata alla Ue: “No condono del debito, ma riscriviamo le regole”

Intanto una bozza del contratto di governo è stata già consegnata al Quirinale lunedì scorso nel corso delle ultime consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con M5s e Lega, ma dal Quirinale fanno sapere che Mattarella attende di leggere il testo finale del “contratto” con il programma del governo Lega-5stelle.

Il contratto del governo Lega – 5 stelle

Il contratto del governo del Cambiamento è un documento di oltre 40 pagine. Rispetto alle bozze circolate nelle ultime ore non ci sarebbe più la parte relativa all’uscita dall’euro.

Entrano una serie di punti, moltissimi, tra cui anche un capitolo sui vaccini, e il codice etico per i membri del Governo.

Tra le misure previste dall’accordo di governo c’è il reddito di cittadinanza, la flat tax, revisione della Legge Fornero (in pensione con quota 100 o 41 anni di anzianità contributiva), e la pensione di cittadinanza, taglio delle pensioni dei parlamentari, e l’impegno a mantenere l’acqua pubblica. Ma anche una particolare attenzione all’agricoltura e al Made in Italy con l’impegno a “difendere la sovranità alimentare dell’Italia”.

Un capitolo anche sul sostegno alla green-economy e all’economia circolare, previste sovvenzioni per favorire l’acquisto di auto elettriche.

Sul debito pubblico la proposta giallo-verde verte sulla esclusione dal calcolo del rapporto debito-PIL dei titoli di stato acquistati dalla banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing.

Per il comparto difesa si prevedono nuove assunzioni nelle forze dell’ordine. In ambito politiche estere, si valuta un’apertura alla Russia quale partner economico e commerciale.

Il governo Lega-5stelle punta a sterilizzare la clausole di salvaguardia che comportano l’aumento dell’IVA ed eliminare eliminare le “componenti anacronistiche” delle accise sulla benzina. Previsto inoltre un sistema di “sconti sulle assicurazioni auto” per chi non commette infrazioni alla guida.

In ambito economico la parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, e dalla instaurazione di una “pace fiscale” con i contribuenti: “Via spesometro e del redditometro”.

Pensata anche l’introduzione di un Ministero del Turismo (con scorporazione delle competenze turistiche fuori dal MiBACT) e un Ministero delle Disabilità, un’Agenzia Nazionale della Ricerca, la revisione delle attuali competenze del CONI, e riforme costituzionali tra cui ritorna l’abolizione del Cnel e maggiore autonomia alle Regioni che lo richiedano. Prevista inoltre una “Banca” per gli investimenti.

Prevista al chiusura di tutti i campi nomadi irregolari,

“Poi ci saranno anche le riforme per le imprese, interventi importantissimi che riguardano la lotta al gioco d’azzardo e alle patologie correlate”. spiega Luigi Di Maio.
Il Comitato di riconciliazione resterà, riveduto e corretto, anche nella stesura finale del contratto di governo tra M5s e Lega. Pensato per dirimere gli eventuali dissensi in Consiglio dei ministri, l’articolo è stato rivisto per evitare che vi sia il rischio di contrasto con norme di legge e costituzionali che regolano il funzionamento dell’organo di governo.

Nuovo patto per Roma. Verrà sancito un nuovo patto tra la Repubblica e la sua Capitale, restituendole nuova e definitiva dignità”

Di Maio chiama gli italiani in piazza: “Weekend nei gazebo”

“Ora indietro non ci si può tirare” scrive Luigi Di Maio sul blog del Movimento 5 stelle: “Ora questo Governo s’ha da fare. Ora l’Italia deve cambiare davvero”.

Nel frattempo quella appena finita è stata una giornata dove i mercati finanziari hanno “attaccato” le indiscrezioni circolate sull’accordo: lo spread ha toccato i 151 punti base il livello più alto da quattro mesi, mentre la Borsa di Milano ha subito uno scossone: l’indice Ftse Mib chiude in calo del 2,32% e scende sotto la soglia del 24mila punti, a 23.734.

Il mercato guarda con apprensione ai possibili piani d’azione di un governo Lega-M5s, a partire dall’ipotesi di una richiesta di cancellazione dei 250 miliardi di debito con la Bce. Il rendimento del titolo decennale italiano è in rialzo al 2,10%.

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Tutti gli iscritti alla Fiamma erano considerati “pericolosi”

Ancora con fascismo e antifascismo, anziché parlare di Stati sociali e di capitali globalisti.

di Massimiliano Mazzanti

Caro direttore,

pensare che certe cose accadano o siano accadute è una cosa, verificarle senz’ombra di dubbio, però, è tutt’altra questione. Di cosa si sta parlando? Di quella che si poteva immaginare come una “leggenda esagerata”, secondo la quale militare nella Destra, nel dopoguerra, poteva essere, oltre che rischioso per la propria incolumità fisica, motivo di automatica schedatura da parte della Polizia, a prescindere dall’aver commesso reati o dall’assumere atteggiamenti sospetti. No, non era una leggenda, ma la pura e semplice verità. Di recente, la Questura di Bologna – e probabilmente tutte le Questure italiane – hanno provveduto a “versare” all’Archivio di Stato di competenza documenti relativi all’attività svolta nei decenni appena passati. Ebbene, un giovane ricercatore, compulsando questa nuova documentazione, si è imbattuto in un nome conosciuto in città – quello di Anselmo Raspadori, storico dirigente missino degli anni ’60 e ’70 -, il cui fascicolo è stato definitivamente archiviato in quanto “defunto di recente” (espressione che ricalca l’esatta classificazione sempre della Questura) e inserito niente meno che nella categoria “A8”. Persona specchiata, incensurata, eppure bollata così: “A8”. Una lettera, una cifra, un giudizio implacabile: “Persona pericolosa per la sicurezza dello Stato”. Nella busta col suo nome sopra, però, non ci sono documenti e informative riferite a chissà quali attività eversive, ma solo copie di “rapportini” in cui il Raspadori, con diversi altri, viene identificato come appartenente al Msi e, di conseguenza, catalogato come “sovversivo”. E in quei “rapportini” non c’è solo lui ovviamente, ma alcune altre decine di persone, le quali, presumibilmente, sono ancora classificate “A8” nei capienti scaffali della Digos di Bologna. Per esempio, il 23 marzo 1976, l’allora “Ufficio politico” della Polizia di Bologna – con una “riservata-raccomandata-in doppia busta” – si premura di comunicare la nuova composizione della direzione provinciale cittadina, all’epoca guidata da Pietro Cerullo, il giovane deputato che uscirà dal Msi per fondare e diventare segretario di Democrazia nazionale. E dev’essere stata una preoccupazione non da poco, se la relazione, stilata, come detto, dall’“Ufficio politico”, venne trasmessa a Roma a firma del questore (all’epoca, il dottor Palma). Anche se, in verità, i solerti funzionari non dettero ai superiori notizie di particolare interesse, dal momento che di 8 dei 10 nomi si puntualizza essere “già noto a codesto ministero”, rivelando che la schedatura dei missini era pratica antica. Degli altri due – un responsabile degli enti locali e il presidente del Fuan (il documento dimostra che le informazioni sul Msi erano precisissime) -, essendo fino a quel momento sconosciuti alla Polizia, si precisa per entrambi: “studente, celibe, risulta di regolare condotta e incensurato”. Un’espressione, questa, che tradisce non solo la raccolta d’informazioni, ma anche una qualche, seppur sommaria, attività d’indagine. L’analogo documento del 14 novembre del 1979 differisce dal primo solo per l’intestazione: sciolti i vecchi “uffici politici”, tocca alla neocostituita Digos indagare sui missini. Segretario provinciale, dopo il congresso di Napoli, è diventato Filippo Berselli, anche lui “già noto” in quel frangente, ma la nuova divisione investigativa dimostra maggior solerzia rispetto ai colleghi d’un tempo: del segretario amministrativo, Carlo Calanca, per esempio, si precisa non solo che è “coniugato, incensurato”, ma anche che “è iscritto al Msi-Dn e fa parte della corrente rautiana”. Ed è curioso, se non grottesco, che la Digos si senta in dovere di precisare al Ministero dell’Interno come il Calanca – individuato come componente la nuova direzione provinciale missina col ruolo di segretario amministrativo – sia anche “iscritto al Msi”. Anche in questo secondo caso, i nominativi nuovi furono oggetto certamente d’indagine, come dimostra la nota relativa ad Adi Arpetti, la nuova segretaria femminile, di cui si segnala la residenza; il fatto d’essere sposata (c’è anche il nome del marito), ma separata di fatto dal 1966; di aver due figli (indicati per nome e con le rispettive età: 13 e 11 anni); di essere titolare di una copisteria, alla quale (precisa sempre il documento) sono cointeressati il consigliere regionale e il consigliere provinciale del partito; di essere “iscritta al Msi-Dn” e di far “parte della corrente romualdiana”. Un terzo documento della “Busta Raspadori”, infine, testimonia come non fosse necessario assumere un “ruolo ufficiale” nel Msi, per finire schedato tra gli “A8” della Repubblica: bastava parcheggiare l’auto nel posto “sbagliato”. In questo caso, si evince anche la collaborazione tra Questure diverse, nell’individuazione e nell’attenzione verso queste persone “pericolose per la sicurezza dello Stato”. Si tratta, infatti, di un documento Digos di Bologna che, trattando segnalazioni della Digos di Forlì, trasmette al Ministero e ad altri uffici verifiche effettuate su targhe d’automobili recatesi a Predappio in occasione del “I° centenario della nascita di Benito Mussolini” (messo tra virgolette perché è proprio l’“oggetto” del rapporto). I nomi sono per lo più quelli dei documenti già citati, ma per ciascun nome vengono comunque segnalati nuovamente dati su dati, anche nel caso di chi, come l’allora consigliere regionale Alessandro Mazzanti, doveva essere altro che “già noto” e attenzionato in almeno un paio di chili di carte analoghe. Anzi, sarebbe meglio dire “è attenzionato”, poiché la particolare dicitura della declassificazione della “Busta Raspadori” – “deceduti di recente” – fa intendere come i fascicoli di chi è ancora vivo o le cui informazioni vengono per qualsiasi ragione ritenute ancora utili, siano ancora “attivi” negli archivi delle Questure e del Ministero dell’Interno, continuando ad annoverare decine di migliaia di ex-missini italiani – forse, qualche centinaio di migliaia – tra le “persone pericolose per la sicurezza dello Stato”. Insomma, a dispetto della realtà e delle vicende politiche, per la storia tutti i missini restano e resteranno “A8”.

commenti

Mario Salvatore MANCA di VILLAHERMOSA
16 MAGGIO 2018
Ma a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale ha ancora un senso parlare di fascismo o di antifascismo? Alla fine dei conti NON SIAMO TUTTI ITALIANI?..

16 MAGGIO 2018 –
Certamente in quei giorni turbolenti post guerra (1946/47 ) deve essere stato difficile capire chi era e chi non era…

La libertà non è gratis, e nemmeno la politica (di Alberto Bagnai)

Maurizio Blondet 11 maggio 2018
(MB. Mi permetto di postare qui il messaggio che Alberto Bagnai, oggi senatore, ha postato sul suo blog. Vi sono alcune parole e uno stile qui che mi aspettavo da 50 anni, invano, da un politico. Giudicate voi. Premetto che non conosco personalmente l’uomo)

di Alberto Bagnai (da Goofynomics)

Prima di immergermi nella lettura del DEF, del quale dovrei essere relatore in Commissione Speciale […] vorrei ricordare una cosa a tutti quelli cui questo blog ha insegnato a leggere la realtà con occhi diversi, a unire i puntini in un quadro coerente.

Se oggi potete ascoltare queste parole, o queste parole, cioè se potete sentirvi rappresentati nelle nostre istituzioni, se potete sperare che alle parole seguano i fatti, se avete una ragionevole e fondata speranza che il nostro paese riprenda coscienza della propria dignità, e che nelle istituzioni si torni a ragionare in termini di interesse nazionale e non di pensiero magico, se questo è accaduto, lo dovete certo alla tenacia di Claudio [Borghi] e mia, alla nostra volontà di combattere per il nostro paese, per il nostro (cioè anche vostro) interesse: questa, naturalmente, era una condizione necessaria.

Tuttavia, non sarebbe stata sufficiente.

Affinché queste idee buone, per quanto non particolarmente originali, anzi, direi: buone proprio perché non particolarmente originali, al limite del tautologico (un accordo monetario insostenibile è insostenibile, regole fiscali procicliche sono procicliche), affinché queste idee, dicevo, potessero trasformarsi in prassi politica, potessero giungere nel Palazzo, un altro snodo è stato indispensabile. Il vero punto di svolta è stato l’ascolto che Matteo Salvini ha dato al nostro messaggio. Quello che vi permette oggi di vedervi rappresentati in Senato e alla Camera è stata l’umiltà intellettuale e l’apertura di spirito con cui Salvini ha accettato, a differenza di tutti (cioè tutti) gli altri politici italiani, di confrontarsi con una visione del mondo alternativa. Aggiungo che anche questo non sarebbe bastato.

Se siamo arrivati dove per anni avete auspicato che noi arrivassimo è perché c’è una struttura, un partito, fatto di centinaia, migliaia di militanti, che da decenni lavorano in territori non sempre propizi, per creare quella rete territoriale che è, in democrazia, elemento imprescindibile per un reale esercizio della democrazia partitica. Queste persone, a loro volta, hanno avuto il buon senso e il coraggio di accogliere l’invito del loro leader a un profondo cambiamento di prospettiva.
Onore ai militanti

Inutile che vi dica l’ovvio: di questo partito io non ho condiviso la storia, e in passato ho spesso avversato le posizioni. Basta leggersi il mio primo articolo esplicitamente politico, quello del 2011, dove definivo la Lega una “destra becera e nazionalista”, aderendo totalmente al cliché che i media, dei quali pure sapevo la natura intrinsecamente truffaldina, mi proponevano. A mia discolpa posso dire che quella Lega era ancora la Lega Nord, animata da tensioni secessioniste, la Lega che aveva in Italia l’atteggiamento che la Germania ha in Europa: noi siamo migliori e gli altri si fottano. Questo atteggiamento è cambiato, e Matteo Salvini ha chiesto scusa al resto del paese, aprendo una nuova stagione. Capisco le diffidenze, capisco le ferite difficili da rimarginare, non voglio giudicare. Quella Lega, però, pur con i suoi limiti (se ha deciso di cambiare, significa che percepiva come un limite essere un partito regionale), stava costruendo la struttura che ha poi permesso a Claudio e a me di fare azione politica.

Da allora ho anche studiato molto, deponendo la saccenza dell’intellettuale di sinistra che sa di sapere, capendo che le nazioni non sono così male se consideri l’alternativa, e che il progressismo non è una buona idea se davanti a te c’è un baratro. Ma al di là dell’evoluzione del mio pensiero, che è avvenuta qui, con voi, cui tutti voi avete assistito e partecipato, resta un fatto: quelle persone che giudicavo in modo sprezzante stavano lavorando per me, anche se io non lo sapevo, e nessuno poteva saperlo.
Sono un soldato

Allora: io sono un soldato, e se ho scelto di mettermi sotto una bandiera non è per fare distinguo, ma per combattere. Esattamente come “right or wrong, this is my country”, “right or wrong this is my party”, e mi dispiace molto per gli altri che si sono privati di questa risorsa, e, in alcuni casi, si sono scelti questo nemico. Quindi, anche ieri, quando sono uscito da Montecitorio per andare a parlare con i risparmiatori delle banche venete espropriati nei modi che sapete, e che mi rimproveravano anche quello che la Lega avrebbe o non avrebbe fatto (come me lo hanno rimproverato i lavoratori dell’Alitalia, come me lo rimprovera ogni tanto chi incontro, inclusi i giornalisti della stampa estera), la mia risposta non è stata: “Io non c’ero“. La mia risposta è stata: “Sono qui“. Il mio modo per chiedere scusa ai miei nuovi compagni del giudizio affrettato col quale li liquidai sette anni fa è andare incontro alla gente senza prendere le distanze, ma anzi rivendicando e difendendo anche una storia che non mi appartiene, che in larga parte devo ancora studiare, ma della quale, con la mia scelta, ho evidentemente deciso di condividere luci e ombre.

Io lo chiamo onore, voi fate un po’ come vi pare, ma se lo spettacolo vi piace ricordatevi di una cosa: non è gratis. I manifesti costano, le sale per le riunioni costano, gli uffici stampa costano, le trasferte per le manifestazioni nazionali costano, ecc. Eppure, per coprire tutti questi costi, potete fare una cosa che non vi costa nulla: dare il 2×1000 alla Lega.

E naturalmente, siccome se a/simmetrie non ci fosse stata, né io né Claudio avremmo mai potuto creare occasioni di incontro con tutti i politici italiani, né, quindi, essere chiamati in squadra dall’unico che ci ha ascoltato, vi chiedo anche di continuare a sostenere questo progetto culturale unico, che ha saputo coniugare la ricerca in campo economico con quella nel campo della comunicazione.

E l’8×1000? Bè, lì fate un po’ come vi pare! Presto, nel riquadro delle religioni, troverete anche l’euro: mi sentirei di sconsigliarvi di aderire al pensiero magico blasfemo di chi pensa, da essere umano, di aver creato qualcosa di irreversibile (poverini, hanno letto il Mas Colell, ma non la Genesi…). Quanto a me, io sto con S. Caterina: “La vita è un ponte: attraversalo, ma non porvi la tua dimora”. Quindi, ora, vi lascio: oggi il ponte mi porta a Salsomaggiore, e domani a Pisa, e lunedì a Atessa, e martedì in Commissione Speciale. Non so cosa ci sia dall’altra parte del ponte, ma non ho fretta di saperlo. Intanto, sotto, vedo che il fiume si ingrossa…

(…apro e chiudo una parentesi per ricordarvi che i giornalisti stanno parlando del nulla. Massimo rispetto, per carità! I giornali devono uscire ogni giorno, e se non c’è nulla, occorrerà riempirli di nulla! Non chiedo a tutti di avere l’intelligenza di capirlo, e regolarsi di conseguenza. Mi permetto solo di fare una raccomandazione: quanto più si innalza il livello delle provocazioni, tanto più deve abbassarsi l’attenzione che prestiamo loro. Non guardate, e passate…)

BOMBE ATOMICHE AFFONDATE NEL GOLFO DI NAPOLI?

Le autorità non hanno mai risposto
Posillipo e Vesuvio
Inquietante rapporto realizzato da VELENI DI STATO, Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, Sezione Campania

Secondo una Commissione Parlamentare d’inchiesta 20 missili nucleari sovietici furono affondati nel Golfo di Napoli nell’ambito di un’operazione rivolta quantomeno all’inquinamento radiologico delle località che ospitavano una delle più importanti basi navali americane del mondo. Quattro di essi giacerebbero addirittura tra Ischia e Procida.

La circostanza è stata scoperta alla fine del 2004, e ne furono investite la Protezione Civile, nella persona di Guido Bertolaso, e la Capitaneria di Porto di Napoli.

Eppure, da allora, nulla si è saputo di eventuali indagini o dell’adozione di provvedimenti.

Una totale mancanza di trasparenza o una negligenza ingiustificabile? E’ quanto si chiede la Sezione Campania del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, nato alcuni mesi fa per raccogliere i rappresentanti di numerose realtà territoriali e per chiedere alle autorità di individuare e bonificare le armi chimiche inabissate o interrate dagli angloamericani e dai tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale.

“Per una volta non ci occupiamo solo dei residuati chimici bellici, comunque venefici e pericolosi per la salute dell’ecosistema marino e dell’uomo, ma vorremmo una parola di chiarezza anche su questa inquietante vicenda che ha visto calare un inaccettabile silenzio tombale”, spiega il responsabile territoriale campano, Massimo Coppa, che aggiunge: “Cosa ne fu di quelle segnalazioni e di quelle ipotesi? È stata fatta un’indagine? Che ne è scaturito? Che iniziative sono state prese? Queste bombe atomiche ci sono o no? Sono pericolose?”.

Secondo un documento ufficiale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), datato settembre 2001, il 10 gennaio 1970 accadde nel Golfo di Napoli un “incidente non confermato” riguardanti missili nucleari inabissati e mai recuperati.

Sul misterioso riferimento è fatta un po’ di luce dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta che fu formata per indagare sul cosiddetto “dossier Mitrokhin”, relativo all’attività spionistica svolta dal KGB (i servizi segreti sovietici) nel territorio nazionale italiano, operativa dal 2002 al 2006.

Secondo la Commissione Mitrokhin, dunque, il 10 gennaio del 1970 un sottomarino sovietico della classe “November” avrebbe segretamente adagiato sui fondali del Golfo di Napoli venti testate nucleari. A quel tempo Napoli era una delle basi navali americane più importanti del mondo. Non si capisce tuttora se lo scopo della posa dei missili fosse di poterli far esplodere in caso di conflitto mondiale o quello, più subdolo, di inquinare con la radioattività il mare, con tutte le conseguenze del caso. La presenza di attività militare sovietica nel Mediterraneo in quel gennaio del 1970 è stata confermata dalla Nato, ma il portavoce della Marina russa, una volta emersa questa vicenda, smentì indignato ogni coinvolgimento delle forze armate di Mosca. Inoltre, sempre secondo la Commissione Parlamentare d’inchiesta, quattro di quei venti missili nucleari furono sganciati sul fondale marino tra Ischia e Procida dove, oltretutto, esisterebbe un canyon naturale a 150 metri di profondità: un passaggio sottomarino segreto ma conosciuto e utilizzato anche dalla Nato. E ancora: l’attività navale sovietica in queste zone è confermata anche da un misterioso incidente tenuto nascosto ai mass media e verificatosi tra il traghetto di linea”Angelina Lauro” e un piccolo sommergibile sovietico, di classe Foxtrot, che scortava il sottomarino principale incaricato della posa dei missili. Incidente confermato dall’equipaggio del traghetto, ma la cui relativa documentazione è poi misteriosamente sparita dalla Capitaneria di Porto di Napoli.

Il sommergibile incaricato dello sporco lavoro era presumibilmente il K-8, che pochi mesi dopo, nell’aprile del 1970, affondò nel Golfo di Biscaglia (oceano Atlantico) a causa di un incendio a bordo causato da due corto-circuiti. A nulla valsero i tentativi di impedire l’affondamento dell’unità (che giace a una profondità di 4.700 metri); morirono 52 membri dell’equipaggio. Quel sommergibile era dotato di 24 missili nucleari, ma al momento dell’incidente a bordo ce n’erano solo quattro. Perché gli altri venti erano appunto stati affondati nei mari di Napoli e Ischia?

Se così fosse, è davvero inquietante la possibilità che gli involucri delle testate nucleari, dopo oltre 40 anni, si stiano deteriorando, facendo trapelare radioattività nei nostri mari.

7 motivi per cui in Italia ha vinto il populismo

Dalle ragioni economiche a quelle politiche alla tendenza delle classi dirigenti ad assecondare le forze anti sistema per addomesticarle

Stefano Cingolani – 6 marzo 2018

Perché qui, perché in Italia i populisti hanno riportato quel successo elettorale che è mancato in Francia, in Germania, in altri paesi europei?

Perché altrove le forze politiche contrarie si sono difese e talvolta hanno rilanciato, spiazzando tutti e mettendo con le spalle al muro gli anti-sistema come ha fatto Emmanuel Macron, e in Italia invece non hanno trovato un comune terreno d’incontro?

Perché le istituzioni e le classi dirigenti nel resto d’Europa (persino in Grecia dove sono più deboli, per non parlare della Spagna) hanno immesso anticorpi che in Italia mancano?

Proviamo solo a mettere insieme alcune motivazioni di fondo.

1- Ci sono innanzitutto ragioni economiche. L’Italia ha pagato un prezzo più caro degli altri paesi. Nessuno ha attraversato un intero decennio in recessione. Oggi il prodotto lordo è ancora inferiore a quello del 2007, i redditi pro capite sono più bassi. Tutti gli altri paesi europei hanno recuperato quel che avevano perso in termini di crescita e benessere, l’Italia ancora no.

2- Ciò ha provocato un terremoto in una società già scossa da mutazioni strutturali. L’apertura dei mercati, la rivoluzione tecnologica permanente, oltre ai due terribili shock (2008 e 2011) hanno inciso nella carne viva del paese, rimescolando se non proprio ridisegnando categorie, ceti, classi.

Ha fatto irruzione il nuovo proletariato digitale, mentre i gruppi un tempo garantiti hanno perso le vecchie protezioni e oggi vogliono recuperarle, non a caso hanno vinto i partiti neo-protezionisti.

Lo stesso modello italiano, quello della piccola impresa sostenuta dalla famiglia e dalla rete locale che faceva perno sul comune e sulle banche popolari, viene rimesso in discussione, forse per sempre.

3- Così, una gran parte della popolazione si sente minacciata, mentre l’Italia sta realizzando solo adesso quella trasformazione tecnologica che è avvenuta molto prima negli Stati Uniti e nel resto dell’Europa occidentale.

I piccoli imprenditori nella manifattura e soprattutto nei servizi, chiusi finora nelle nicchie protette dei mercati nazionali, capiscono che il mondo sta erodendo le loro posizioni di rendita, ma, per reagire, dovrebbero attuare profonde riorganizzazioni che mettono in pericolo il loro controllo.

I manager delle grandi imprese pubbliche sanno che le loro posizioni si stanno esaurendo; tuttavia la libera concorrenza riduce gran parte del loro potere.

I banchieri grandi e, soprattutto, piccoli e medi, vedono che le nuove tecnologie erodono il loro quasi-monopolio nella gestione della ricchezza finanziaria delle famiglie e nel finanziamento alle imprese; però non comprendono quale modello realizzare senza perdere la centralità che hanno avuto nel modello italiano.

Il costo di una burocrazia inamovibile e radicata nei suoi privilegi è troppo elevato, se ne rendono conto gli stessi dipendenti pubblici, eppure resistono duramente al cambiamento.

4 – Anche sul mercato del lavoro privato, emerge chiaramente che una parte degli occupati non sa fare quello di cui avrebbe bisogno una economia moderna e competitiva, e ciò vale in modo particolare per chi esce dalle scuole secondarie e dalle stesse università (buona parte della disoccupazione giovanile dipende da questo), tuttavia pochi hanno il coraggio di accettare il cambiamento; del resto manca una vera politica di aggiornamento, riqualificazione, riconversione della forza lavoro.

E proprio questo è l’aspetto più debole del Jobs act. In un tale scenario, i migranti e non solo quelli irregolari diventano l’incarnazione di una guerra tra poveri, per strapparsi il lavoro che c’è e spesso anche quello che non c’è.

Tutto ciò spiega in gran parte perché sono stati premiati i partiti che hanno promesso di resistere, proteggere, assistere, in sostanza di chiudere le porte alla globalizzazione e riesumare vecchie debolezze. Promesse da marinaio perché non ci vuole uno scienziato spaziale per capire che non saranno mantenute, ma tant’è.

5 – Le ragioni socio-economiche sono importanti, ma non chiariscono tutto. Nel voto e ancor prima nell’intera campagna elettorale si è manifestata di nuovo la debolezza delle istituzioni.

Gli anticorpi in grado di difendere l’impalcatura costituzionale in Italia sono troppo flebili. In Francia contro i movimenti neofascisti o populisti è sempre scattato il patto repubblicano che induce i singoli partiti, di volta in volta i socialisti o i gaullisti, a rinunciare alle proprie posizioni particolari in nome di un interesse generale.

In Italia non succede. Ed è impensabile che possa accadere come in Spagna dove lo stato centrale è sceso in difesa dell’unità nazionale contro la secessione della Catalogna con l’appoggio di tutti i partiti, compreso Podemos, pur non rinunciando a criticare gli errori commessi dal governo Rajoy. Una tale solidarietà e fermezza in Italia sarebbe impensabile.

6- A tutto ciò si aggiungono motivi squisitamente politici. Tra gli errori commessi dalle forze anti populiste c’è il rifiuto di riformare l’architettura istituzionale per favorire la governabilità, così come una legge elettorale fatta apposta per impedire la formazione di una maggioranza.

Aggiungiamo poi la voglia di rivincita di Matteo Renzi dopo la sonora sconfitta al referendum sulla costituzione, che gli ha impedito di avere uno sguardo di lungo periodo e lo ha fatto chiudere nel suo fortino assediato, o le incertezze di Forza Italia e i cedimenti a Salvini sia nei programmi sia, ancor più, nella composizione delle liste, come ha sottolineato Gianni Letta.

7 – Detto questo, bisogna considerare una caratteristica, anzi una vera e propria tara, che non si ritrova in nessun altro paese democratico: la tendenza delle classi dirigenti, in particolare quelle economiche, ad assecondare, spesso coccolare se non proprio alimentare, le forze anti sistema allo scopo di addomesticarle.

Una speranza che, dal fascismo in poi, si trasforma sempre in una grande illusione. Questo sovversivismo dall’alto è impensabile nei paesi più forti e nelle democrazie mature, là dove il sistema si difende, anche riformando se stesso, senza chiudersi nel proprio passato. Magari perde, come è successo più volte nella storia, ma combatte. In Italia troppo spesso si arrende senza nemmeno metter mano alla fondina.

Lo sfregio ai 7 Fratelli Govoni

+393496194799 mlon@mlon13.com
Apr 29, 2012
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E’ da poco trascorsa la celebrazione del 25 aprile di Liberazione italica, stiamo per prepararci alla festività lavorativa del Primo maggio e, mentre echeggiano ancora poderose le sante parole di Nonno Napolitano che esorta il Bengodi tutto alla più fervida unità e diffida da facili demagogie, ecco che ancora una volta, e sempre dippiù, viene meschinamente infangata la memoria storica di un’orrenda e barbara carneficina passata da sempre nel più assordante ed inaccettabile silenzio. Quello della vergogna. Quello del sangue dei vinti. E dimenticati.
Siamo a Pieve di Cento – la mia patria – e su uno dei manifesti che, come ad ogni stagione, annunciano l’anniversario della morte dei 7 Fratelli Govoni, trucidati l’11 maggio ’45, appaiono due scritte ignobili ed assurde al tempo stesso, che riaprono una ferita storica lancinante. A cui qualche balordo imbecille di strada o – ancor peggio – una manica di stolti militanti politici (e millantanti brigatisti) ha pensato bene di buttarci dentro una manciata di sale, attraverso uno spregevole sfregio provocatorio lanciato, non a caso, a pochi giorni dal rito di festeggiamento del salvifico e liberatorio intervento alleato-partigiano.
E forse nessuno avrebbe mai udito che la famigerata “Brigata Paolo”, un commando di partigiani comunisti definitosi “d’azione patriottica”, stronco’ in modo disumano la giovanissima vita dell’unica femmina dei sette – Ida, 20 anni – strappandola di forza alla neonata che stava allattando, e violentandola senza scrupoli sino all’ultimo respiro di terrore. E sicuramente nessuno avrebbe avuto notizia del supplizio agonizzante dei due genitori Govoni, ed in particolare della madre Caterina che, mentre si dannava e si affannava alla ricerca di un indizio che la portasse ai resti dei figlioli, venne per anni derisa e coperta di insulti, tanto che qualcuno le consigliò, per facilitarne il compito, di armarsi di un buon cane da tartufo. E tanto meno nessuno di noi comuni mortali saprebbe (e neppure ne potrebbe rimanere sconcertato) che, dopo tutta questa infinita sequela di orrendi e terribili crimini, l’esimio Stato italico, dopo aver tergiversato assai, decise di liquidare i due anziani Govoni con una pensione di 7000 lire mensili. Mille lire per ogni figlio massacrato.
E di sicuro neanche il fine udito di quella finta-neobrigatista mano che si è divertita a scarabocchiare l’affissione dei 7 Fratelli, avrebbe mai appreso che dopo un calvario omertoso – per recuperare i resti di ossa spezzate e sfracellate – durato ben sei anni, e dopo un processo che condannò all’ergastolo “Drago” Caffeo e tre dei suoi compagni della “squadra della morte”, gli assassini prima furono coperti e fuggirono, poi vennero sollevati da ogni condanna, perchè i reati a loro ascritti poterono godere dell’amnistia togliattiana. Venne cioè riconosciuto loro il sommo motivo della lotta contro il nazifascismo. Una sorta di sterminio per giusta causa.
Con ogni probabilità i codardi e fuggitivi writers della furtiva notte pievese neppure conoscono o mai hanno sentito parlare delle vicende che legano indissolubilmente i Fratelli Govoni alla Storia di questo Paese. Una storia drammatica e pazzesca, la loro. Una storia, colpevolmente, di serie C. Che in pochissimi sanno, e che ancor meno han voluto parlarne e scriverne le memorie. Se non fosse stato per il buon Giorgio Pisanò, che tra il ’65 ed il ’66 compose il volume “Storia della guerra civile in Italia” dedicando un capitolo ai sette pievesi, probabilmente nessuno – oltre le quattro Porte di Pieve – avrebbe mai conosciuto questa efferatissima realtà del primissimo dopo guerra.
Nessuno avrebbe saputo che questi ragazzi ed uomini, con età compresa tra i 41 ed i 20 anni, furono prelevati e deportati senza motivo alcuno da una banda di briganti, percossi e seviziati per quasi un intero giorno, e seppelliti – ancora vivi e rantolanti – in una specie di fossa comune, privati di abiti e derubati dei preziosi di valore. E forse nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza, senza Pisanò prima e con Giampaolo Pansa (“Il Sangue dei Vinti”, 2003) e Bruno Vespa (“Vincitori e Vinti”, 2005) poi, che solo uno dei sette era iscritto al PFR (partito fascista repubblichino), mentre un altro era stato combattente in Africa per la R.S.I.E su entrambi, a guerra finita, non pendeva la benchè minima accusa. E con tutta probabilità nessuno avrebbe neppure imparato che un’intera famiglia, quasi del tutto estranea alla politica attiva, fu sterminata esclusivamente per poter seminare il terrore ed avere il controllo di certe zone dell’Emilia. E seppoi erano sette come i Cervi, tanto meglio, così si faceva pari e patta.
La triste ed invisibile storia dei Govoni è stato uno dei simboli della diametrale differenza di trattamento dei morti della Resistenza italica, ed emiliana in particolare, dove le vittime di un certo rossiccio colore politico sono sempre state accolte tra fanfare, onori e lapidi monumentali, mentre quelle di presunto segno opposto anzichè neutrali hanno dovuto attendere decenni per ottenere il minimo sindacale riconoscimento.
Com’è accaduto per i 7 Fratelli che, dopo esser stati ripudiati dal proprio comune per il funerale del ’51 (svoltosi nella vicina Cento, ndr), hanno ottenuto solo dopo parecchi anni l’asilo politico nella loro natale Pieve, dove risiedono (assieme ai genitori) in un’anonima ed umilissima lapide. E se, nel lontano secondo dopo guerra poteva essere comprensibile il timore di celebrare queste vittime per paura di altro terrore e rappresaglie, dopo il ritrovamento dei resti e le pFRATELLI GOVONI, Caterina mamma Coraggioubblicazioni su i delitti, appare ancor’oggi inconcepibile come un Comune così sensibile agli aspetti socioculturali, e tanto più appartenente ad una delle Regioni più evolute e progredite d’Europa, sia ancora miseramente ed in modo meschino così ancorato a queste puerili etichette di un assurdo luogo comune medioevale. Che neanche ai tempi di Peppone e Don Camillo.
Pieve non ha fatto alcunchè per riconoscere e far conoscere la storia di questi suoi figli. Anzi, peggio ancora, ha cercato di insabbiare. Perchè non ha mai avuto l’elementare e basico coraggio di uscire da quel latente immaginario collettivo, che non avrebbe mai potuto accettare tali cerimonie, perchè in onore di coloro che erano nemici, che stavano dalla parte sbagliata, e che non avrebbero mai meritato un’accoglienza pari a quella degli altri. Quelli bravi e valorosi, s’intende. Quelli che stavano e stanno dalla parte giusta.
Tant’è che, almeno dopo aver ceduto alle pressioni che ne volevano la celebrazione della messa dell’anniversario nel paese dove hanno sempre vissuto sin dal primo vagito, la vicenda dei Sette Fratelli, a Pieve, è sempre stata vissuta e guardata con un certo distacco e diffidenza. Lasciando colpevolmente che della loro memoria se ne occupassero frange politiche di Destra che negli anni hanno voluto onorare le vicende di questa laboriosa famiglia contadina. E creandosi dunque una sorta di giustificazione preconcetta, destituendo con sollievo il Comune dalle proprie responsabilità, forte anche del fatto che ora la comunità avrebbe visto ancor più questa vicenda colorata di inequivocabili tinte fasciste. Mettendo così la “grana Govoni” a tacere, per sempre. Con buona pace dei familiari. Che ora si possono almeno consolare con la santa messa. Amen.
La coltre di ignoranza sulla vicenda in questi ultimi tempi si è assai diradata, anche grazie alla rete ed alcuni buoni speciali del Vespone nazionale. Ma questa efferatissima pagina criminosa rimane purtroppo ancora di seconda o terza fascia, e questi caduti, solo perchè non hanno lottato per un ideale di liberazione, considerati come indegni di appartenere al vasto libro della Resistenza peninsulare. Solo perchè non si sono battuti per qualcosa di nobile o perchè, come disse Faustino Bertinotti «quegli altri (i Govoni, ndr) non hanno fatto niente, sono sì vittime, ma non possono essere ricordati come attori della storia. Ci sarà pure una differenza, o no?». No, caro Fausto, sono e devono essere ricordati quanto e come i Cervi, perchè il loro inconcepibile sacrifizio ha rappresentato uno dei capitoli più bui e opachi del primissimo dopoguerra italico. Tanto che dovrebbe essere raccontato, descritto e impaginato anche sui libri di scuola. I sette fratelli Govoni, con le loro atroci sofferenze e quelle acerbe vite spezzate, seppur non essendo eroi nazionali, hanno contribuito a fare luce e chiarezza su quello che era l’ordigno ad orologeria partigiana dell’epoca, pronto ad esplodere puntualmente appena dopo la liberazione alleata.
FRATELLI GOVONI, la fossa comunePerciò non si aggiunga ulteriore omertà alla Loro memoria, e per una santa volta si condanni senza SE e senza MA questi atti inverecondi che, seppur compiuti da stupidi scemuniti di quartiere, accrescono a dismisura i sentimenti di vergogna e di collera, per una famiglia che ha vissuto nel terrore e che neppure da defunta riesce a trovare quella serena pace eterna che le spetterebbe di diritto.
Per tanto, a voi, poveri e ridicoli infangatori da quattro soldi, va tutta la nostra più alta commiserazione. Perchè il vostro goffo e grave gesto non merita che un compatimento nazional popolare, bipartisan. A Lei, invece, Comune di Pieve di Cento, prima di immergersi nel fervore dei preparativi dell’amato primo maggio, chiediamo che si affretti a scrivere sul proprio sito due semplici righe ufficiali di ferma e decisa condanna a questo infame atto d’inciviltà. Perchè è stata offesa la memoria, perchè è stata pugnalata una famiglia, e perchè sono stati violentati sette suoi figli. Per l’ennesima volta. Caro Comune.
Basta poco, serve volerlo. Perchè non si attenda il solo conforto della giustizia divina per poter riconoscere le vite di Marino, Dino, Primo, Augusto, Ida, Emo e Giuseppe come quelle di tutti gli altri. Come quelle di ogni altro cittadino di Pieve. Comunista o missino che esso sia.
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Massimo cade ancora. E adesso ha paura IN SILENZIO. PER RICORDARE I 7 FRATELLI GOVONI. STATE SERENI
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23 Commenti
Poseidon Automazioni Pneumatiche il 29 aprile 2012 alle 08:12
Complimenti!!
Pulito, Essenziale e Ineccepibile. Quoto++++
Anonymous il 29 aprile 2012 alle 13:58
la memoria non puo’ essere infangata da una stupida mano comunista.
Giorgio
Mauro Boldini il 29 aprile 2012 alle 18:52
E’ stupido ma non sprovveduto. Chi lo ha scritto conosce la storia dei 7 fratelli Govoni. Non ha scritto “spie” a caso. L’uccisione è avvenuta fra Stiatico e Funo, perchè si pensava che due dei fratelli avessero partecipato attivamente alla cattura della staffetta partigiana Irma Bandiera (tesi infondata).
Anonymous il 29 aprile 2012 alle 16:46
Una vergogna. Uno schifo! Onore a loro.
massi
Mauro Boldini il 29 aprile 2012 alle 18:48
La storia fa pagare il conto ai perdenti. Chi ha ucciso lo ha fatto appropriandosi di un valore di rivalsa tanto infondato quanto stupido. E’ stata la guerra civile, sporca, ignobile, sanguinosa. Ma va identificata in un periodo di grande odio e di inesistenza delle istituzioni. La violenza è stata anche quella di oscurare la resa dei conti. A scuola non si parla di guerra civile, non si parla delle Foibe, di Porzus, della cartiera di Oderzo, della corriera fantasma. Non si parla perché si ha vergogna della realtà dei fatti. Il 25 Aprile non è e non sarà mai una festa.
Anonymous il 29 aprile 2012 alle 23:17
Condivido la tesi, Mauro, non la conclusione. Il 25 aprile è arrivata la liberazione angloamericana, ed è giusto festeggiare.
Come però è giusto commemorare e dedicare lapidi e strade a chi è morto in un modo tremendo, senza alcun senso.
Giovanni B.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 08:50
Cos’è la corriera fantasma Maurino? scusa l’ignoranza ma non lo so…
E.
Mauro Boldini il 30 aprile 2012 alle 20:12
La “Corriera Fantasma” è stata così denominata in quanto ci riferisce ad un camion messo a disposizione del Vaticano per il rientro a Roma di alcuni militari dell’RSI dopo il ’45.
Partita da Oderzo, dotata di effige pontificia, con il benestare del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) doveva trasportare 43 persone. Dopo diversi punti di controllo gestiti da militari incapparono in un posto di blocco a San Possidonio nel modenese. Da cui il carico fu diviso in due per permettere gli interrogatori da parte della banda partigiana locale (consuetudine in quei tempi) e 9 dei trasportati furono arrestati e trattenuti a Concordia.
Dei 36 passeggeri rimasti, dopo il benestare al passaggio, non si seppe più nulla.
A Concordia è stato eretto qualche hanno fa un monumento in loro memoria.
Il caso è stato riaperto recentemente visto il ritrovamento avvenuto nei primi anni ’60 nella campagna persicetana di una fossa comune. Ora si sta procedendo alle verifiche forensi.
Allego link:http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2012/04/11/695489-sangiovanniinpersiceto-scheletri-cimitero-riesumati.shtml.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 22:26
finalmente qualcosa in cui non sei il solito banale, Mauro. Almeno nella rossa Concordia un monumento è stato fatto, nella viola Pieve, invece, il nulla.
Francesco C.
Mauro Boldini il 30 aprile 2012 alle 22:44
Da notare che il ceppo attualmente posto è stato eretto su un lotto di terreno comprato da privati, un professore universitario e altri due professionisti ferraresi. Da qualche hanno è stata aggiunta anche una statua fatta da una scultrice anch’essa ferrarese. Raffigura una donna che piange i propri figli.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 22:51
era da dire che non fosse stato comunale, il ceppo. “Anno” senz’h…
F.C.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 00:53
penso che siano scritte troppo lucide e pianificate per essere catalogate come stupide e stolte. Chi ha scritto sapeva ciò che voleva fare e suscitare e, nel suo, ci è riuscito.
Marco G.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 19:39
Bastardi vigliacchi comunisti! non cambiate mai.
Robby C.
lucio il 1 maggio 2012 alle 12:52
Il manifesto in questione è stato strappato con incuranza dalla sua posizione originaria. L’amministrazionev pievese si sarà vergognata dei suoi elettori “imbratta mortori” e ha cercato l’insabbio tadivo? Per me si, è nel loro stile.
Ai morti almento lasciate la pace.
Anonymous il 1 maggio 2012 alle 16:36
non c’erano dubbi, tanto più che i manifesti sono stati appesi da un privato, non dal Comune ovviamente.
simone
Mauro Boldini il 1 maggio 2012 alle 20:45
Conosco il privato che ne ha voluto l’affissione a Pieve e in altri comuni. Mi fate sapere cortesemente dov’era posizionato il manifesto che è stato imbrattato e successivamente rimosso?
grazie
Anonymous il 1 maggio 2012 alle 21:30
a fianco da Filizòn – Porta Cento. Chi è costui?
simone
Anonymous il 1 maggio 2012 alle 23:11
Mauro, se sai qualcosa parla. Bisogna arrivarci in fondo
E.R.
Anonymous il 2 maggio 2012 alle 23:34
Parla Mauro, o verrai messo al muro.
Mauro Boldini il 3 maggio 2012 alle 18:27
Non vi dico chi ha espressamente chiesto la distribuzione dei manifesti perché prima vorrei parlarne con lui (mi pare siate d’accordo con me). Vi posso però dire che l’agenzia che ne ha curato l’affissione lo ha fatto molto volentieri visto il messaggio che si voleva rappresentare.
Vi invito però a non soffermarvi solo su questo evento. Se avete ancora i nonni o conoscete persone anziane, fate domande, informatevi.
Ricordo che nella fossa dei fratelli Govoni sono stati rinvenuti 21 corpi. Una maestra di Asia, un professore di San Pietro, suo figlio, ecc….
Ho conosciuto una persona che ha passato a Pieve la sua adolescenza.
Mi diceva che metà dei suoi amici in compagnia, nei primi anni ’60, non hanno avuto notizie del padre dopo il 25/04/45.
Anonymous il 4 maggio 2012 alle 00:09
il tuo impegno e passione sono commoventi, Mauro. Rimani banale, ma ora sei anche utile.
Giorgio
Mauro Boldini il 4 maggio 2012 alle 21:41
Giorgio, perché banale? Ritieni i miei interventi scontati? Non è in questa sede che cerco di essere accattivante….
Anonymous il 5 maggio 2012 alle 02:40
Seguendo come te questo blog ritengo che la maggior parte dei tuoi interventi siano stati molto banali, ma su questo tema sei stato fondamentale. Nelle altre sedi non posso giudicare, ti conosco solo in questa.
Giorgio M.
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CHI SA LA VERITA’, SA ANCHE PERCHE’ NON NE USCIAMO FUORI.

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Simone Beretta. Scusate se mi intrometto questo tipo di discorso,ma vorrei precisare che la morte di benito Mussolini e la signora petacci ad oggi è ancora un mistero,da premettere che i due dovevano arrivare vivi a Milano per ordine di non so chi a al comandante di quella brigata,inglesi e americani erano anche loro alla ricerca di benito Mussolini, ma per un caso strano i partigiani che avevano preso il sig benito Mussolini e consorte, decisero di non portare questi ultimi a Milano quindi deviarono per andare da una conoscente di questo famoso comandante di brigata,conoscente di famiglia,Benito Mussolini dicono che venne giustiziato 28 aprile alle ore 16:30 minuto più minuto meno,ma un testimone all’età di 9 anni dice di aver visto tre persone uscire da quella casa con al centro un uomo pelato,dopo qualche minuto si sentirono degli spari,dopo di che la signora petacci corse fuori dall’ abitazione urlando, probabilmente perché aveva intuito che Benito Mussolini era già stato giustiziato,nelle urla e nel panico la signora venne anche lei uccisa metro correva,con spari dietro la schiena,la testimonianza dice tutto questo era accaduto sotto mezzogiorno,si deduce che poi vennero portati davanti a villa maria o qualcosa del genere a pochi metri da li e vennero ancora fucilati(16:30),tutto questo però rimane un mistero,perché tante cose non quandrano,le domande che nascono sono ,perché il sig benito Mussolini non è arrivato a Milano vivo probabilmente per essere processato?,e perché i partigiani quel giorno deviarono il tragitto e decisero di giustiziare i coniugi?che contro ordine ricevettero? Chi decise quel giorno che Benito Mussolini non doveva arrivare vivo a Milano?ma!rimane tutto un dilemma.mi scuso se ci sono degli errori ortografici ma spero di avervi spiegato bene.saluti

Milano, raid notturni di 2 clandestini per rubare i telefonini: un morto

Corriere della Sera
MILANO / CRONACA
Samsul Haque Swapan ucciso

Notte di sangue a Milano. Quattro tentativi di rapina in diversi luoghi della città dalle 23 di giovedì alle 2.35 hanno causato un morto, due feriti a coltellate, uno gravissimo, e il ferimento lieve di una studentessa. Il bottino: tre cellulari, due borselli e 90 euro. I carabinieri del comando provinciale di Milano hanno operato il fermo di due cittadini stranieri di origine marocchina, Abderahim Anass e Saad Otmani, di 30 e 28 anni, entrambi clandestini. Sceglievano le loro vittime sugli autobus. Presi al fast food i due clandestini assassini. Gli inquirenti li hanno localizzati grazie al segnale dei cellulari che avevano rubato. Uno di loro era stato arrestato soltanto sette giorni fa, libero dopo 24 ore, aspettava l’udienza.

Hanno passato la serata sui mezzi pubblici senza pagare per scegliere le prede. Sono partiti da Cinisello Balsamo per arrivare in centro a Milano. Il caso più grave è quello di Samsul Haque Swapan, un ragazzo bengalese di 23 anni che è stato aggredito intorno alle 2.35 di notte in via Settembrini, all’altezza del civico 73, e ferito con una coltellata al torace perché testimone dell’aggressione di due magrebini ai danni di una inglese. Finalmente abbiamo città cosmopolite sul modello di Londra e NY! Il giovane è stato trasportato in condizioni disperate al Niguarda, ma vi è arrivato già senza vita.

A Cinisello Balsamo
Prima di lui, alle 23, a Cinisello Balsamo, avevano picchiato e ferito per rapinarlo un peruviano di 36 anni: è stato aggredito con una bottiglia di plastica tagliata a metà ed è stato sfregiato al volto, preso a calci e pugni e gli sono stati rubati il cellulare e lo zaino. Dopo, alle 23.40, è stato aggredito in via Lincoln, a Cinisello Balsamo, un 31enne italiano rimasto senza fissa dimora dopo essere stato sfrattato (dormiva per strada). I due nordafricani gli hanno sferrato due coltellate all’addome perforandogli milza e fegato. L’uomo è stato portato in codice rosso al Niguarda dove nella notte è stato operato d’urgenza ed è tuttora in pericolo di vita.

La studentessa aggredita in centro
Non è in condizioni critiche, invece, la studentessa inglese di 21 anni, aggredita e ferita lievemente con una coltellata all’addome intorno alle 2.10 mentre stava rientrando a casa. Portata alla clinica Città Studi, una volta arrivata la situazione si è rivelata meno grave del previsto ed è stata dichiarata fuori pericolo. Anche lei ha indicato come responsabili i due nordafricani che le hanno strappato lo smartphone. L’aggressione è avvenuta in via Franchino Gaffurio, zona Caiazzo, poco lontano dalla Stazione Centrale di Milano. La ragazza stava tornando a casa con un’amica americana quando i due stranieri l’hanno avvicinata e le hanno strappato il cellulare. Uno dei due l’ha minacciata con un coltello e l’ha ferita all’addome. La ferita era lieve, tanto che la ragazza nella concitazione non se n’è nemmeno accorta. L’amica però, vedendo il sangue, ha chiamato il 118. Portata alla clinica Città Studi è stata medicata e da codice rosso è passata in codice verde; rimane comunque ricoverata in osservazione. Le due ragazze avevano preso il bus in via Moscova ed erano scese in piazza Caiazzo, gli aggressori viaggiavano con loro. Pochi minuti dopo, intorno alle 2.35, i due nordafricani hanno aggredito il 23enne bengalese che hanno ucciso con due fendenti al torace e all’addome per poi portargli via il telefono e il portafoglio. E proprio il cellulare dell’ultima vittima ha permesso di identificarli.

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In Italia dal 2017
I due arrestati per la scia di rapine hanno numerosi alias e sono entrati in Italia nel 2017. Il 30enne era arrivato nel dicembre dell’anno scorso passando dall’hotspot di Augusta. Il 28enne è invece entrato dalla frontiera di Reggio Calabria nel giugno del 2017 ed era stato già arrestato il 21 aprile scorso dalla polizia per tentato furto aggravato. Sia nel caso di Cinisello Balsamo sia nel caso della 21enne inglese di via Gaffurio i due sono saliti sui mezzi con la vittima, l’hanno seguita e l’hanno aggredita. Sono stati individuati grazie alle telecamere e alla localizzazione del cellulare rapinato al giovane del Bangladesh, ucciso con una coltellata all’addome. I militari li hanno trovati intorno alle 10 di venerdì seduti al McDonald’s in via Vitruvio mentre facevano colazione. In tasca avevano, oltre al cellulare della vittima, il telefono della ragazza inglese ferita in via Settembrini e lo smartphone del peruviano aggredito a Cinisello Balsamo.

Sicurezza
«La sicurezza a Milano è totalmente assente, la città da giorni è fuori controllo» è il commento dell’onorevole Paolo Grimoldi, deputato della Lega e Segretario della Lega Lombarda che parla «di una una pericolosa escalation di delitti in città negli ultimi giorni» e chiede di rimuovere il prefetto. E il leader della Lega Salvini su Twitter scrive: «Notte di sangue a Milano. Morti e feriti, accoltellamenti e rapine. Per ottenere stop immigrazione ci vuole un governo serio, altro che Pd-5Stelle. Io non mollo!».

Meloni: “Possibile governo di minoranza guidato dal centrodestra”

Giorgia Meloni parla dopo il colloquio con Mattarella: “Non siamo disponibili a far parte di un governo che non mantenga compatto il centrodestra”

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Spiega che è necessario che il centrodestra, in quanto prima coalizione alle scorse elezioni politiche, “metta insieme un decalogo di cose fondamentali, e vada a chiedere ai parlamentari se sono d’accordo”. In questo senso, prosegue, “si può anche parlare di un governo di minoranza”. “Il punto – prosegue – è capire se le altre forze politiche siano disponibili”, ed ha sottolineato che “i numeri non sono impossibili”.

“A causa di una legge elettorale irresponsabile, che FdI non ha votato, siamo in questa situazione. Ciò non toglie che lo scorso 4 marzo quasi il 40% degli italiani ha dato la fiducia a forze di centrodestra. Per questo – ha proseguito Meloni – non siamo disposti a sostenere alcun governo che non sia un governo a trazione centrodestra, ciò significa anche che non siamo disponibili a far parte di un governo che non tenga compatto il centrodestra. Non accettiamo veti. È normale che chi è arrivato secondo provi a tendere trappole a chi è arrivato primo, l’importante è non cascarci. Ho sentito parlare di contratti, ma le proposte di contratto le dovrebbe fare chi è arrivato primo, non chi è arrivato secondo”.

“In sintesi – ha concluso Meloni – FdI è disponibile a parlare con tutti perarrivare a un governo a guida centrodestra per realizzare alcuni puntiirrinunciabili del nostro programma. Non siamo disposti a sostenere alcun governicchio che nasca e duri per occuparsi della legge elettorale e fare tutto fuorché quello. Piuttosto che un altro governo Gentiloni noi preferiamo tornare alle urne. Se questa fosse davvero l’unica scelta non potremmo rischiare di ritrovarci in questa situazione. Per questo questa mattina abbiano depositato alla Camera una proposta di legge per inserire il premio di maggioranza all’interno della legge elettorale e abbiamo scritto a Fico per inserirlo tra i provvedimenti urgenti perché almeno se si tornasse alle urne gli italiani potranno sapere il giorno dopo di avere un governo”. Meloni ha poi chiarito un altro aspetto importante: “Abbiamo chiesto al presidente l’incarico per Matteo Salvini, se poi con Salvini non si riuscisse spetterebbe soprattutto a lui trovare una seconda persona”.

Le querele di Forza Nuova e Roberto Fiore contro le fake news di Espresso/Repubblica

Questa non è democrazia.
Il gruppo Espresso ha violato impunemente, sistematicamente e più volte la recente campagna elettorale con le sue troppe testate. Dico “troppe” perché in una democrazia non sembra ammissibile che un cittadino singolo o un gruppo privato possano detenere la proprietà o il dominio di più testate o canali di informazione. In particolare, Carlo De Benedetti, che con artifizi societari ha preso, intascato, non ha restituito – ditelo come vi piace – somme molto importanti al Monte dei Paschi di Siena (per citare l’ultima sua impresa); che, tramite le indiscrezioni soffiate da Renzi sulle norme bancarie in fieri, ha realizzato guadagni da verificare penalmente, ha utilizzato il sempre nostro denaro per attaccare e per vanificare la campagna elettorale di L’Italia agli Italiani. L’Associazione Ordine Futuro, opportunamente, ha pubblicato le querele del segretario Roberto Fiore contro le maldicenze gratuite, le accuse diffamatorie del gruppo Espresso, tese a escludere dalla competizione elettorale una lista regolarmente iscrittavi e i suoi candidati. Altre querele, infatti, sono state presentate contro le testate del gruppo che hanno sistematicamente (quindi, non per caso) omesso di citare quella lista negli elenchi complessivi pubblicati. L’insieme di questi – a mio avviso – reati è stato possibile appellandosi a un fantasioso e strumentale antifascismo e grazie all’appoggio ricevuto dai presidenti emeriti del Senato e della Camera, dal partito della CGIL, da quella culla dell’odio chiamata ANPI e dai Comitati per il No, sopravvissuti con chiaro intento politico al referendum costituzionale, se di politica sono capaci. Vi lascio alla lettura di Ordine Futuro, che ho voluto divulgare attraverso il sito .
Mario Donnini

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POLITICA

di Redazione ORDINE FUTURO 21/03/2018

Tutte le accuse contro Forza Nuova e il suo Segretario nazionale, spacciate da Repubblica e L’Espresso come frutto di chissà quali strabilianti inchieste giornalistiche, sono assolutamente false e volutamente infamanti. Come preannunciato, Forza Nuova ha avviato una dura campagna legale contro ogni diffamazione ai suoi danni, al gruppo Espresso/Repubblica l’onore di essere il primo obiettivo: il “diritto di cronaca” non sussiste se serve a propalare volgari menzogne.
Dalle falsità su Bologna a quelle sui legami con i Servizi britannici per finire con le bugie sugli inesistenti Bangla Tour, ecco a voi il testo integrale di quella che potremmo definire la madre di tutte le querele; buona lettura ad amici e nemici.
PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO

IL TRIBUNALE DI ROMA

Atto di querela

Il sottoscritto Roberto FIORE, nato a Roma il 15/4/59 e qui residente in Via Cadlolo 90, in proprio e nella qualità di legale rappresentante del movimento politico FORZA NUOVA, espone quanto segue:

– Il 17/12/2017 il settimanale L’Espresso pubblicava una lunga inchiesta, dal titolo: ”TUTTI I MISTERI DEL FIORE NERO”, a firma di Paolo BIONDANI, Giovanni TIZIAN e Stefano VERGINE; contemporaneamente veniva pubblicato lo stesso articolo, a cura dei medesimi giornalisti, ma con differente grafica, sull’edizione on line sia il 17/12 che il 20/12 (v. all. 1,2,3).

Il lungo articolo, composto di ben 4 pagine, conteneva una serie di affermazioni e notizie che si cercherà qui di sintetizzare.

L’articolo era corredato da alcuni “sottotitoli” in carattere grande e colore rosso, tra i quali “Storia segreta del capo di Forza Nuova. Tra servizi, delinquenza e un oscuro impero economico”, “Condannato per eversione è fuggito in Inghilterra. Dove ha trovato la protezione dei servizi segreti britannici”, “in cinque anni per Forza Nuova 240 denunce per violenze. In media fanno quattro raid al mese. Uno a settimana”.

– Nell’incipit dell’articolo, corredato da una mia foto, mi si definiva “terrorista nero che è riuscito a restare impunito” e si affermava che, condannato per associazione sovversiva e banda armata, “avrei dovuto scontare almeno 5 anni e mezzo di reclusione”.

– Al mio rientro in Italia nel 1999 sarei tornato ricco e pronto a guidare un nuovo movimento politico, Forza Nuova, “neofascista, razzista e pieno di criminali violenti: la prima fucina della delinquenza politica di oggi”.

L’articolo fa poi riferimento agli attacchi e alle “minacce” che Forza Nuova avrebbe indirizzato a Repubblica, spiegando che la loro origine può essere ricercata nel mio passato, che procede a ricostruire partendo dalla mia fuga all’estero nel 1980, inseguito dal mandato di cattura per Terza Posizione, “il gruppo armato che ha allevato una legione di terroristi neri, poi confluiti nei NAR” e riferisce che nel 1982 un giudice britannico respinse l’istanza di estradizione ai miei danni, così che io e Massimo Morsello restammo liberi in Inghilterra benchè condannati in tutti i gradi di giudizio.

L’intreccio tra Terza Posizione e i NAR sarebbe stato molto stretto, poiché Fioravanti e Mambro vennero condannati per l’omicidio di Francesco Mangiameli, dirigente di TP ammazzato perché “era uno dei pochi a conoscere la verità su Bologna”. In relazione a tale fatto, il col. Spiazzi aveva lanciato l’ allarme con un’intervista all’Espresso resa pochi giorni prima della strage. La Cassazione, nella sentenza definitiva sulla strage, argomenterà che io e gli altri dirigenti di Terza Posizione fuggimmo per non fare la stessa fine di Mangiameli: eppure – commenta l’articolo – “in tutti questi anni non hanno mai rivelato e tantomeno confessato nulla. Silenzio totale, perfino sui responsabili della carneficina nera alla stazione di Bologna”.

– L’articolo prosegue facendo, ancora una volta, riferimento agli appoggi importanti e misteriosi di cui io e Morsello avremmo goduto in Inghilterra, specificatamente da parte dei servizi segreti inglesi (MI6), sospetto da me sempre respinto, ma “confermato nero su bianco da un rapporto firmato nel 1991 dalla commissione d’inchiesta del parlamento europeo su razzismo e xenofobia. Accuse poi rilanciate in Italia da due importanti esponenti di AN, Enzo Fragalà e Alfredo Mantica… Il presidente della commissione stragi, nell’audizione del 2000, mette a verbale una domanda esplicita: ‘Ritiene che Fiore e Morsello fossero agenti del servizio inglese?’ E Fragalà risponde:’Non ritengo, c’è scritto, è un dato obbiettivo mai smentito da nessuno…’. Oggi Fragalà non può più cercare la verità su Fiore: è stato ucciso nel 2010 a Palermo. Per i Pm Fragalà è stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva convinto alcuni clienti a collaborare…”.

– Detto questo, l’Espresso ribadisce che al rientro in Italia ero ricco, non avevo mai dovuto pentirmi del mio curriculum di terrorista e, durante la latitanza, avevo stretto rapporti con leader razzisti e neonazisti, servizi segreti e finanziatori rimasti nell’ombra.

Dopo alcuni accenni alla mia vita privata, riferisce che fondai Forza Nuova nel 1997, ma già nel 1999 il capo dell’antiterrorismo Ansoino Andreassi, sentito in Parlamento, mi accusò “di far parte di una rete internazionale di finanziatori di naziskin. Fiore smentisce e querela, ma non intimidisce il prefetto. Un poliziotto molto esperto, il primo a capire la nuova strategia del terrorista mai pentito: non sporcarsi le mani, non farsi invischiare nelle azioni violente dei giovani di Forza Nuova…”.

– L’Espresso descrive poi la “strategia del doppio binario” (facciata legale, comportamenti illegali) e riferisce dei risultati elettorali di Forza Nuova, in forza dei quali entrai al Parlamento Europeo nel 2008 subentrando all’on. Mussolini, concludendo: ”E fuori dai palazzi, intanto, la base di Forza Nuova scatena un’escalation di violenze”.

“L’osservatorio democratico sulle nuove destre ha schedato una serie di reati impressionante. Nell’aprile 1999 a Roma vengono rinviati a giudizio 25 naziskin per violenze, minacce e istigazione all’odio razziale… Il presunto capo cellula è il responsabile di Forza Nuova a Milano. Lo stesso Fiore viene inquisito come finanziatore dei neonazisti. Ma tutte le accuse restano coperte dalla prescrizione. Nel dicembre 2000 il neo-fascista Andrea Insabato resta ferito mentre fa esplodere una bomba all’ingresso del Manifesto… ‘Sono un suo amico’, è costretto a dichiarare Fiore a caldo, ‘ma con Forza Nuova non c’entra nulla’… negli stessi mesi a Padova un gruppo di neofascisti finisce in cella dopo un grosso sequestro di armi ed esplosivi: tra gli arrestati c’è un candidato di Forza Nuova alle comunali…”

L’elenco “impressionante” di reati prosegue con la contestazione violenta ad Adel Smith a Verona, l’arresto di un tale Acquaviva, già candidato di FN a Siracusa e di alcuni atti-visti a Bari e Rimini per violenze contro avversari politici e di tali Rufino e Marion (già soci di Easy London, associata alla mia impresa di Londra) per detenzione di armi, per finire a tempi recenti, quando “crescono soprattutto le violenze contro gli immigrati. Un esempio recente è l’inchiesta dei Ros denominata ‘Banglatour’ avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati. Secondo l’accusa i raid partivano da due sedi di Forza Nuova a Roma, dove i minorenni venivano addestrati a usare coltelli e spranghe… Secondo l’Osservatorio le vittime sono stranieri, poveri, giovani di sinistra, gay e medici… Le uniche cifre ufficiali su Forza Nuova sono state fornite due anni fa dal Ministero dell’Interno: in 65 mesi, ben 240 denunce e 10 arre-sti. Quattro raid al mese, un attacco neofascista a settimana.”

L’articolo dell’Espresso prosegue con elucubrazioni relative alle mie presunte fortune accumulate all’estero (se avessero specificato dove, ne sarei stato grato) e ai legami di un trust inglese con alcune piccole società di cui sono soci membri della mia famiglia, una delle quali è accusata di avere rapporti, non con la mafia o la Spectre, ma addirittura con la Western Union, la principale multinazionale nei servizi postali e di trasferimento valuta…

Ma questa parte dell’articolo, non riferendosi al cotè politico mio e di Forza Nuova, pur rivelando spunti umoristici, è per me di scarso interesse, per cui non mi ci soffermo, riservandomi di approfondirla in altra sede.

L’inchiesta dell’Espresso è, a mia memoria, il massimo concentrato di notizie false, diffamatorie e fuorvianti che abbia avuto modo di leggere, con il grave difetto di rimasticare “notizie” provenienti da fonti del tutto squalificate e inattendibili senza la benché minima verifica o, peggio, di riproporre notizie già giudizialmente accertate come false e diffamatorie. E’ paradossale che tra tali false notizie ve ne siano addirittura alcune per le quali L’Espresso e la consorella Repubblica sono già stati condannati in sede penale e civile.

Prima di passare alla puntuale contestazione e allo smascheramento delle falsità, osservo che l’articolo in oggetto costituisce la spiegazione logica della manifestazione di protesta ( definita dai media “assalto e raid”, ma in realtà assolutamente pacifica e non violenta) messa in atto da Forza Nuova davanti alla sede di Repubblica tre mesi fa: l’accusa al gruppo Espresso era di aver dato vita a una campagna di stampa e di istigazione all’odio contro Forza Nuova basata su “fake news”. Che le news su di noi siano false non lo dico io, ma la Magistratura, visto che nei confronti di Repubblica e dell’Espresso sono state emesse ben 12 sentenze di condanna da parte del Tribunale e della Corte d’Appello di Roma, per finire alla Corte di Cassazione.

Passerò ora all’esame delle varie false notizie:

1) IL COLLEGAMENTO CON LA STRAGE DI BOLOGNA. Ben 6 sentenze della Cassazione, oltre a una dozzina dei Giudici di merito, hanno stabilito la natura falsa e diffamatoria di ogni e qualsiasi accostamento della mia persona con la strage di Bologna.

Ricordo qui per l’ennesima volta che al processo per la strage io fui parte civile come vittima del delitto di calunnia, commesso dai vertici deviati dei servizi segreti (italiani), nelle persone di Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, tutti con-dannati a 10 anni con sentenza della Corte d’Assise dell’11 luglio 1988, condanna poi confermata in tutti i successivi gradi. La sentenza della Corte d’Assise di Bologna, in merito così si esprimeva: ”La diacronica ricostruzione dei fatti…fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage. Sgomenta che apparati dello Stato, sia pure deviati, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti… La cosiddetta ‘Operazione terrore sui treni’ non è che un capitolo delle molteplici manovre poste in essere da spezzoni deviati degli apparati di sicurezza a copertura dei reali autori dell’attentato del 2 agosto 1980”.

Sostenere che una vittima di calunnia abbia potuto avere qual-cosa da rivelare, o addirittura da confessare, in merito alla strage è una vera infamia, che non può essere spiegata solo con la colpevole ignoranza dei fatti storici da parte dei tre giornalisti.

Come dicevo, le sentenze 32022/06, 25561/08, 31610/08, 8399/14 della 5° Sez. Penale della Cassazione hanno affermato la natura diffamatoria dell’accostamento della mia persona alla strage. La sent. 42020/2012, sul ricorso di E. Mauro e G.M. Bellu così testualmente affermava:” La notizia vera della condanna per associazione sovversiva è presentata come pronunciata nel processo per la strage di Bologna, quindi con un indimostrato collegamento con un fatto di straordinaria crudeltà, spregevole disumanità e assurda ferocia, rispetto al quale Fiore è risultato del tutto estraneo, sul piano storico e sul piano investigativo” (v. all.4).

Con quali argomenti questi signori si permettono ancora, dopo 30 anni dalla prima sentenza, di rimestare nel torbido e gettare palate di fango su di me, prendendo due righe della sentenza della Cassazione senza nemmeno capirne il significato??

Significato che sarebbe chiaro leggendo soltanto poche righe del documento “L’eversione di destra a Roma dal ’77 ad oggi”, pubblicato nel 1983 sulla Rivista organo di Magistratura Democratica, ad opera dei 5 Pm che seguirono tutte le indagini, nel quale si legge che l’accusa verso di me di essere fuggito con le armi e la cassa di TP e di aver strumentalizzato lo spontaneismo furono le motivazioni dell’omicidio Mangiameli, eseguito dai fratelli Fioravanti e da Vale. Concludono i PM: “ Risulterà in seguito la sostanziale falsità delle accuse mosse al Fiore, ma il senso dello scontro sembra riconducibile alla frattura tra i “politici” come Fiore e Mangiameli e i “militari” come Fioravanti e Vale. Dopo di ciò Fiore (ricercato da Fioravanti e Vale che intendevano completare l’eliminazione fisica dei dirigenti di Terza Posizione) fuggirà all’estero…” (v. all.5).

Quanto al geniale collegamento con l’intervista di Amos Spiazzi, i giovani giornalisti non sanno che Amos Spiazzi, definito dal Giudice Guido Salvini (forse il massimo esperto di terrorismo) “golpista e colluso con le trame nere di Ordine Nuovo”, fu sentito come testimone dalla Corte d’Assise di Roma proprio sulla circostanza dell’incontro con “Ciccio” e fu messo alla porta dal Presidente quando dalla sua descrizione dell’uomo, comparata con una foto di Mangiameli, apparve chiaro che non l’aveva mai incontrato.

Ma per infangare Roberto Fiore non vale la pena di fare un po’ di giornalismo investigativo…

2) IL COLLEGAMENTO CON I SERVIZI SEGRETI INGLESI E LE PROTEZIONI A LONDRA.

Nei numeri del 17-20/12/2017, L’Espresso e l’Espresso.it pubblicano per l’ennesima volta la “notizia”, già pubblicata da altre testate negli ultimi 20 anni, che io sarei stato protetto e coperto dai Servizi Segreti inglesi dell’MI6 durante la mia quasi ventennale permanenza a Londra.

Come prova di tale “scoop”, l’articolo porta un rapporto del 1991 della Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo, che apoditticamente mi indicava come collegato a tali Servizi Segreti. Riferisce anche che tale tesi avrebbe trovato conferma negli atti della Commissione Stragi che, nel gennaio 2000, aveva ascoltato sul tema l’on. Fragalà (autore di un piccolo dossier in merito) e il Prefetto Andreassi, allora capo dell’Ucigos. Gli autori dell’articolo, che evidentemente non hanno letto gli atti, concludono che Andreassi aveva avallato la notizia e Fragalà l’aveva confermata in base a documenti certi.

In realtà le cose andarono in ben altro modo: Fragalà basava il suo intervento esclusivamente sul rapporto del Parlamento Europeo e, intervistato dal Corriere della Sera il 9/1/2000, affermava:” Va ridimensionata tutta la vicenda Forza Nuova. Quello che c’è scritto nel dossier non è altro che una scopiazzatura di alcuni giornali inglesi che, a loro volta, hanno ripreso spezzoni di altri dossier elaborati dai servizi segreti inglesi. Ma non dicono nulla di nuovo e non destano alcun allarme” (v. all.6).

Dal canto proprio, Andreassi veniva più volte interpellato in argomento, sia in sede istituzionale, che in ambito giudiziario. Il 17/1/2001 davanti alla Commissione Stragi affermava:” Ora non credo di deludere la Commissione se non sono in grado di dare risposta ad un altro quesito estremamente delicato, cioè se Fiore e Morsello siano mai stati o siano ancora collaboratori dei servizi segreti MI6 e mi pare tutto sommato ragionevole non poter andare oltre quanto già dissi, e cioè che se anche fosse vero, gli inglesi, come qualsiasi altro servizio al mondo, compresi i nostri, non ce lo direbbero mai… in ogni caso, non senza imbarazzo ho approfittato delle noti-zie apparse sulla stampa in questi giorni per chiedere per iscritto un commento alla Special Branch, la quale ha risposto di ’non essere in possesso di alcuna informazione che potrebbe essere utile a confermare o smentire un’evenienza del genere’. Così come non mi sembra che possa ritenersi definitiva e inoppugnabile l’affermazione secondo cui almeno Fiore sarebbe un agente del Servizio MI6, contenuta nella relazione redatta nel 1991 dalla Commissione del Parlamento Europeo visto che le fonti portate a sostegno di tale tesi sono soltanto giornalistiche e quando rinviano ad atti giudiziari non hanno comunque trovato conferma.” (pagg.25-27, testo aud.17/1/01, all.7).

In seguito, sollecitato proprio da una domanda di Fragalà, rispondeva ancora: ”Avevamo letto queste cose perché conosceva-mo la fonte principale di informazione della Commissione che ha redatto il rapporto. L’unico riscontro che ho potuto fare su quello che Searchlight (rivista di estrema sinistra nota in GB negli anni 80-90) dice, cioè che la militanza di Fiore nel-l’MI6 era stata desunta da atti giudiziari italiani, non l’ho riscontrato. E’ un’informazione che il Parlamento Europeo ricava da Searchlight che dice di averla ricavata da atti italiani, ma io non ho ritrovato alcun atto giudiziario italiano” (pag.54 audiz. 17/1/2001).

Da notare che l’Espresso è recidivo in merito, avendo già pubblicato tali notizie il 5/11/17 (si è proceduto con separata querela), mentre le medesime fake sono state pubblicate nei decenni da vari quotidiani, tra i quali Repubblica nel dicembre 2000. Nella sentenza 9/3/2007 contro E. Mauro e G.M. Bellu, il Tribunale di Roma così si esprime:” Per quanto concerne la notizia della presunta protezione fornita al querelante dai servizi segreti inglesi, il Bellu si è difeso sostenendo che la notizia circolava in ambienti istituzionale e perfino in Commissione Stragi: ma in effetti la Commissione si occupò dell’argomento solo dopo la pubblicazione dei due articoli… Inoltre, è altresì vero che il Prefetto Andreassi, dirigente dell’Ucigos, chiuse autorevolmente la vicenda in Commissione Stragi, affermando non soltanto di non aver trovato conferma alla notizia, ma di aver riscontrato la falsità dei riferimenti forniti da Guardian e Searchlight, desunti da atti giudiziari italiani risultati inesistenti. Inoltre l’altra fonte di informazione citata dal Bellu, ossia una relazione al Parlamento Europeo… è il frutto di un’inaccettabile e assiomatica approssimazione, per cui non può essere posta a fondamento dell’esimente invocata dl Bellu” (v. all.8).

La sentenza fu confermata in grado d’appello, ma Bellu e Mauro proposero ricorso per Cassazione. Con la sentenza 42020/2012, la Cassazione rigettava il ricorso. Sul punto in questione, la Corte affermava tra l’altro che “nel contesto politico e nell’ambiente culturale in cui vive e opera il querelante, la falsa notizia di lavorare per i Servizi segreti dello Stato britannico ha naturalmente inciso sulla sua credibilità, lealtà, coerenza storica”, aggiungendo per buon peso che “l’interesse pubblico a conoscere ha come esclusiva area operativa quella dei fatti veri. I cittadini non hanno interesse a conoscere i fatti falsi. Con il narrare fatti falsi non solo si lede un diritto fondamentale del singolo, ma si lede il diritto della collettività a un’informazione rispondente al vero” (v.sopra).

La successiva causa civile si concludeva con la sent. 17300/ 2015, con la quale il Tribunale condannava Bellu, Mauro e il Gruppo L’Espresso al risarcimento dei danni a mio favore nella misura complessiva di € 35.000 e a favore di Forza Nuova nella misura di € 5.000, nonché alla pubblicazione dell’estratto della sentenza, che avveniva il 2/9/2016 (all.9).

Analoghe pronunce sull’argomento Servizi segreti, in relazione ad articoli pubblicati vent’anni fa, venivano adottate, tra altri, da Trib. Pen. Roma, 30/5/2001, 21/5/2002 e 15/7/2002, Trib. P. Sassari, 9/9/2008, Trib. P. Catania 18/11/2004, Trib. P. Palermo, 25/1/2006 (all.10), C. App. Roma 14/12/2004, C. App. Catania 26/4/2006, C. App. Perugia 29/3/2005, ecc.

A chiudere l’argomento, per dare un’ulteriore prova della to-tale e dolosa trascuratezza nella ricerca delle fonti dell’articolo, dirò che non solo non querelai Andreassi, ma che il Prefetto venne varie volte a deporre in Tribunale come mio testimone sull’argomento Servizi Segreti e sul contenuto dei rapporti su Forza Nuova.

3) PASSATO E PRESENTE DI FORZA NUOVA. L’intento denigratorio, che pervade tutta la produzione del Gruppo Espresso nei confronti miei e di Forza Nuova, trova una ulteriore eclatante conferma nel presente articolo, dove sono messe insieme le più disparate falsità, allo scopo di dimostrare che, dopo le Brigate Rosse, Prima Linea e i NAR, oggi è Forza Nuova la “principale fucina della violenza politica”, che “ha scatenato un’ escalation di violenze”!

Per giustificare tali ignobili e assurde affermazioni, l’Espresso parte da lontano, dal 1999, quando fui rinviato a giudizio come supposto finanziatore dei restauri di una cappella di rito tradizionalista, cui facevano capo alcuni giovani coinvolti nel procedimento Hammerskin: l’accusa di aver dato suggerimenti e versato circa 200.000 lire a uno dei coimputati non fece molta strada, tanto che il processo, dove non vi era alcuna accusa di atti violenti a carico di nessuno, andò in prescrizione durante la fase istruttoria in 1° grado, per l’ evidente disinteresse della pubblica accusa all’accertamento dei fatti (dal 24/6/1999 al 26/1/2006 furono esaminati soltanto 3 testimoni…) (v. all.11).

E’ quindi del tutto falso che io e tanto meno Forza Nuova siamo stati coinvolti in un processo per “violenze e minacce”.

Andando avanti, viene il riferimento all’attentato al Manifesto, menzionato tra i “fatti di violenza” collegati a me e Forza Nuova, sebbene sia la stessa Digos di Roma (proprio nel processo per diffamazione contro Mauro e Bellu), sia il Tribunale abbiano escluso qualsiasi collegamento tra il condannato Andrea Insabato, mio amico di infanzia, e Forza Nuova (v. sent Trib. Roma 9/3/2007, sopra).

Passiamo poi all’arresto nel 2000 a Padova di “un gruppo di neofascisti”, tra i quali un candidato di Forza Nuova: peccato che tale candidato, che risponde al nome di Riccardo Baggio, sia stato immediatamente scarcerato dal Tribunale del Riesame di Venezia per assoluta carenza di indizi (v. all.12). Anche in questo caso, lanciato il sasso, si attende che ricada con effetti diffamatori 17 anni dopo, senza preoccuparsi di altro…

A questo punto, occorre chiedersi quali siano le fonti alle quali i tre prodi dell’Espresso hanno attinto notizie tanto veritiere, accurate e aggiornate: loro stessi scrivono che si tratta niente di meno che dell’”Osservatorio democratico sulle nuove destre”, organizzazione dal nome pomposo con sede a Milano. Tale organizzazione è presieduta da Saverio Ferrari, ex terrorista di estrema sinistra, condannato dalla Corte d’ Assise di Milano con sentenza irrevocabile per: danneggiamento e incendio continuati, violazione della L. 497/74, porto illegale di armi continuato, ricettazione. Come direbbe l’Espresso “avrebbe dovuto scontare almeno 3 anni e 8 mesi”, ma tra indulti e prescrizioni se l’è cavata con molto meno (v. all. 13,14) e ora, odiatore di professione del sottoscritto, continua a spargere fango; più volte da me querelato e rinviato a giudizio per diffamazione, se l’è sempre cavata con la prescrizione. Questa è la fonte inattaccabile cui hanno attinto i tre giornalisti dell’Espresso!

Come insegna la S.C., dovere primo del giornalista è il controllo delle proprie fonti…

Ma i tre autori ci hanno messo anche del loro, affermando consapevolmente il falso in merito alla c.d. inchiesta “Bangla-tour”, “avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati”, asseritamente da elementi di Forza Nuova: ebbene, non risulta da alcun atto giudiziario che nemmeno 1 bengalese o altro straniero abbia subito pestaggi!

Tale notizia, vergognosamente falsa, è stata il casus belli della manifestazione davanti alla sede del gruppo editoriale; la sua virulenza diffamatoria è massima, poiché fa apparire Forza Nuova un gruppo politico dedito alla violenza contro i deboli e gli indifesi, ottimo “viatico” in prossimità delle elezioni politiche per squalificarci di fronte all’opinione pubblica!

Sfido quindi gli articolisti a documentare un solo caso di violenza ad extracomunitari attribuibile a Forza Nuova!

Nello stesso solco si muove l’altra folle accusa, attribuita al famigerato Osservatorio sulle nuove destre, secondo la quale le vittime di aggressioni sarebbero poveri, giovani di sinistra, gay e medici: di quali aggressioni si parla? Dove, quando e a chi?? Dove è stata riscontrata questa folle calunnia?

Dulcis in fundo, le cosiddette statistiche del Ministero dell’Interno, secondo le quali nell’arco di circa 5 anni fino al 2016 Forza Nuova avrebbe subito 240 denunce e 10 arresti: come dice l’Espresso, 4 raid al mese…

Posto che, malgrado ogni sforzo, non sono riuscito a rintracciare alcun documento del Ministero, quale Segretario del movimento mi risultano soltanto denunce per manifestazioni non autorizzate o, al massimo, per resistenza a p.u. durante tali manifestazioni.

Anche in questo caso, il linguaggio violento e capzioso dell’Espresso, che fa riferimento a “raids” e “attacchi” distorce totalmente la realtà e getta fango e discredito in maniera dolosa e con uno scopo preciso. Certo, il fatto che ci siano addebitati 80 attacchi a bengalesi mai avvenuti la dice lunga sulla volontà diffamatoria nei nostri confronti!

Concludo qui questa esposizione, rilevando che è il gruppo Espresso ad aver mosso guerra mediatica contro me e Forza Nuova, e non viceversa: non sono infatti bastate le sentenze di condanna, con conseguenti risarcimenti a indurre le testate Repubblica e l’Espresso ad esercitare il diritto di cronaca e di critica nei limiti della verità storica e della decenza politica, evitando le aggressioni fondate sull’attribuzione di fatti e misfatti mai avvenuti per gettare discredito sul “nemico”.

4) LA TERMINOLOGIA DELL’ARTICOLO. Riferendosi a me, per almeno 3 volte gli articolisti mi definiscono “terrorista”: gli stessi danno conto anodinamente che “un giudice britannico respinse la richiesta di estradizione”. Va specificato che il più alto magistrato inglese la respinse perché i reati ideologico-associativi di cui ero accusato in Italia non erano previsti dalla legislazione inglese e, del resto, gli stessi reati erano stati da poco istituiti anche in Italia (L. 6/2/80 n. 15). In base alla c.d. “legge Cossiga”, i fatti addebitatimi a titolo di reato associativo (e non di singoli reati e tantomeno di fatti di sangue) erano aggravati dalla finalità di terrorismo. Così come erano aggravati tutti i reati contestati allora a migliaia di appartenenti a gruppi di sinistra e di destra.

Credo che, dopo 40 anni da quei fatti, definirmi oggi “terrorista” e “terrorista mai pentito”, mentre tale epiteto non viene mai usato nei confronti di altri che negli stessi anni furono condannati anche per fatti di sangue (Negri, Piperno, addirittura Sofri, condannato per l’omicidio del padre dell’attuale direttore di Repubblica ecc.), costituisca un argumentum ad hominem, usato ancora una volta per screditare la mia persona, tanto più, ripeto, che non sono mai stato condannato per reati specifici o di sangue, ma solo per reati ideologico-associativi. Come pure segno dell’astio che guida la penna dei tre è la singolare affermazione che avrei dovuto scontare “almeno 5 anni e mezzo di carcere”. Perché almeno, visto che fui condannato a 5 anni e mezzo, poi ridotti a 3 e mezzo per indulto (v.all.13)? Per peggiorare ulteriormente la mia immagine? E perché scrivono “tra servizi e delinquenza”? Mi definiscono delinquente in relazione a quale fatto di delinquenza? E definiscono Forza Nuova addirittura “la prima fucina della delinquenza politica in Italia” sulla base di quali fatti accertati? I pestaggi ai bengalesi??

La S.C. è granitica e costante nell’affermare che nella cronaca giornalistica è vietato l’uso di epiteti e affermazioni gratuite e inutilmente