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Diciotti, il report della Guardia costiera: “Una ‘nave fantasma’ maltese ha portato il barcone verso la zona Sar italiana”

Il 15 agosto il “Rescue Coordination Center” de La Valletta comunica di aver individuato un’imbarcazione con 190 migranti nelle proprie acque. Il giorno successivo interviene la Guardia Costiera italiana, ma quando i migranti vengono raggiunti dal pattugliatore, non sono soli: poco lontano vi sarebbe un’imbarcazione in “darkness asset” (con il transponder spento) che al momento resta non identificata
di Francesca Ronchin | 24 agosto 2018

Dall’intervento di Malta all’attivazione della Guardia Costiera Italiana, la cronaca delle prime ore del caso della nave Diciotti, il pattugliatore italiano da tre giorni bloccata nel porto di Catania con 150 migranti a bordo, secondo il report inviato a Malta dalle Guardia Costiera Italiana.

15 agosto 2018

La prima comunicazione arriva da Malta
Ore 08.53: l’RCC (Rescue Coordination Center) di Malta tramite email comunica di occuparsi del coordinamento dell’evento SAR (ricerca e soccorso) in acque maltesi. L’evento SAR riguarda l’individuazione dell’imbarcazione con a bordo 190 migranti.
Ore 15.47: Malta fa sapere di aver provveduto a rifornire la barca con a bordo i migranti di acqua, viveri e giubbotti di salvataggio, facendo intendere di trovarsi di fronte ad una chiara situazione SAR.
Ore 19.09: dello stesso giorno, un velivolo di Eunavformed fotografa dall’alto due motovedette e un gommone vicini ad una barca in difficoltà.
Ore 19.32: un secondo velivolo militare italiano individua in mare due imbarcazioni tra cui la motovedetta maltese P52 e un altro mezzo non identificato. La barca con a bordo i migranti non è visibile perché si troverebbe dietro la P52. Quando avviene l’avvistamento i migranti si trovano alle coordinate: 35° 15’N 013°39’E, a metà strada tra Malta e Lampedusa. (immagine A)

A-evento-SAR-malta-15.8.18-2

16 agosto 2018

Scatta l’intervento della Guardia Costiera italiana
Ore 03.07: l’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma, riceve una telefonata da un’imbarcazione in avaria. L’SOS arriva tramite Thuraya, telefono satellitare che permette la localizzazione precisa del punto da cui si chiama.

L’IMRCC riceve una seconda telefonata dalla barca in avaria. Secondo quanto specificato dal Ministero dei Trasporti, la barca si trova a meno di 4 miglia dall’area SAR italiana. A questo punto Roma non è informata di dove si trovi esattamente la motovedetta P52 maltese.
Ore 03.20: l’IMRCC di Roma informa l’RCC di Malta che l’imbarcazione versa in condizioni critiche ed esprime l’intenzione di fornire assistenza e decide di attivare unità della Guardia Costiera poste all’interno dell’area SAR italiana.
Ore 03.40: le motovedette italiana CP324 e CP305 intercettano l’imbarcazione e traggono in salvo 190 migranti. L’operazione avviene alle coordinate: 35° 23,3 N 012°55,6 E, vicino a Lampedusa ma sempre in regione SAR maltese. (immagine B)

B-soccorso-ITALIANO-16.8.18-2

La Guardia Costiera rileva la presenza di un’imbarcazione non identificata in “darkness asset” (presumibilmente la motovedetta maltese, con trasponder spento).

Ore 08.20: i migranti vengono trasferiti sulla Diciotti CP 941. L’imbarcazione dei migranti viene descritta come troppo carica e in condizioni critiche evidenti e imbarca a acqua a causa delle condizioni atmosferiche.

Tredici persone vengono fatte sbarcare a Lampedusa per motivi di salute. L’IMRCC di Roma chiede a Malta di individuare un POS (place of safety) così da poter far sbarcare i restanti 177 migranti. La Guardia Costiera motiva la richiesta a Malta sulla base dei seguenti elementi:1) il salvataggio è stato fatto in acque di competenza SAR di Malta; 2) era stata proprio Malta a rivendicare il coordinamento dell’evento SAR il 15 agosto alle ore 08.53.

La risposta di Malta
Nella mail che Malta invia in risposta alla richiesta dell’Italia di un POS a Malta, l’RCC di Malta scrive: “Qualsiasi interferenza nelle operazioni di SAR di un altro Stato, quando l’operazione era sotto stretto monitoraggio e controllo, è un’interferenza”. Non solo, Malta scrive che l’imbarcazione stava viaggiando in modo tranquillo, che non aveva problemi di avaria o altro e che i migranti rifiutano l’aiuto dei maltesi. A quel punto Malta accusa l’Italia di dire falsità in merito al fatto che i migranti avessero contattato l’IMRCC di Roma comunicando di essere in avaria. Ma secondo il Ministero dei Trasporti, se Malta parla di “interferenza”, non considera un barcone che sta per affondare come un evento SAR. Eppure era stato lo stesso RCC di Malta nella corrispondenza del 15 agosto a parlare di “evento SAR”.

Punti oscuri
Nella mail di risposta, Malta non usa toni pacati e accusa l’Italia di aver fatto scattare l’evento SAR, e quindi il soccorso, al puro scopo di impedire il passaggio dei migranti in acque di competenza italiana. Dal momento in cui viene intercettata dai maltesi (immagine A) a quello in cui viene raggiunta dalla Guardia Costiera Italiana (immagine B), la barca dei migranti evidenzia un deciso cambiamento di rotta verso il versante orientale che interseca perfettamente una rotta di intercetto per l’isola di Lampedusa.
La versione dei migranti
A completare il quadro le dichiarazioni che i migranti trasportati presso le strutture sanitarie di Lampedusa e Porto Empedocle hanno rilasciato agli investigatori italiani come riportato da un appunto del Viminale datato 20 agosto. Va notato che nell’appunto si notano alcune discrepanze rispetto a quanto riportato dalla Guardia Costiera a partire dalla data dell’intervento maltese che i migranti, verosimilmente provati dalle lunghe ore di viaggio in mare, datano al 14 anziché al 15 agosto. Secondo quanto riferito dai migranti, i soccorritori maltesi fanno intendere di scortarli verso Lampedusa.

Nel corso della navigazione il natante dei migranti inizia ad imbarcare acqua ma a quel punto l’imbarcazione dei sedicenti maltesi avrebbe già invertito la rotta abbandonandoli al loro destino. Anche qui, diversa la versione della Guardia Costiera Italiana che sempre nel report inviato a Malta, fa notare che quando i migranti vengono raggiunti dalla Diciotti, non sono soli. Poco lontano vi sarebbe un’imbarcazione ma in “darkness asset” e che al momento resta quindi non identificata.

Non identificata, perché?

Responsabilità medica: la rilevanza del ritardo nella diagnosi

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La Cassazione si è confrontata più volte con la responsabilità del sanitario derivante dal ritardo nella diagnosi di un processo morboso terminale.
di Valeria Zeppilli – Il ritardo nella diagnosi di un processo morboso terminale comporta, in capo al medico, una responsabilità che discende non solo dalla lesione di un bene del paziente di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale, ma anche dalla perdita della chance del malato di sopravvivere più a lungo e di conservare una migliore qualità della vita.

Con la questione, nel corso degli anni, la giurisprudenza si è confrontata diverse volte, delineando gli esatti confini della rilevanza giuridica del ritardo diagnostico da parte del sanitario.
Violazione del diritto di determinarsi liberamente
Ad esempio, nella sentenza numero 7260/2018, la Corte di cassazione ha chiarito cosa debba intendersi per violazione del diritto del malato terminale di determinarsi liberamente nello scegliere quali percorsi esistenziali compiere nelle sue condizioni di vita, precisando che essa non coincide con la perdita della chance di operare delle singole specifiche scelte di vita, quanto piuttosto nella lesione di un bene che è già di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale e che quindi, attestato il colpevole ritardo diagnostico da parte del medico, non richiede alcun ulteriore onere di allegazione argomentativa o probatoria e può legittimare una condanna del sanitario al risarcimento del danno fondata su di una liquidazione equitativa.

La qualità della vita del paziente
Con la sentenza numero 16993/2015, invece, la Corte di cassazione ha parlato di migliore qualità della vita” che il paziente, a seguito dell’omissione della diagnosi del processo morboso terminale del quale è affetto, ha perso la chance di conservare, così rinunciando “alla possibilità di programmare (anche all’esito di una eventuale scelta di rinunzia all’intervento o alle cure…) il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito”.

Già qualche anno prima, nella sentenza numero 23846/2008, la Corte aveva sul punto affermato che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in quanto nega al paziente, oltre che di essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, anche di essere messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista e fino a quell’esito, integra l’esistenza di un danno risarcibile alla persona”.

Ritardo dell’intervento palliativo
La stessa sentenza del 2008 ha anche specificato che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cd. palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire del detto intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto, sua pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze”.