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Verità e frottole sulla procedura d’infrazione evitata. Il commento di Polillo

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L’ipotesi di una possibile procedura d’infrazione è stata scongiurata. Ed è questa la buona notizia. Restano tutte le incognite di settembre, quando si tratterà di onorare gli impegni assunti. Il commento dell’editorialista Gianfranco Polillo

 

Per carità non parlate di manovra correttiva. Qualcuno, all’interno del Governo, potrebbe prendersela e ricorrere alle vie legali. Si è trattato di un semplice aggiustamento. Anzi nemmeno di quello. “Bisognava far capire” alla Commissione europea – dice il Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, nella sua intervista a il Corriere della sera – “che maggiori entrate e risparmi di spesa prefiguravano dati contabili diversi da quelli da loro elaborati”. In altre parole: quelle risorse erano lì fin dall’inizio. Dal momento in cui Luigi Di Maio, dall’alto del balcone di Palazzo Chigi, galvanizzava i militanti, radunati in piazza, annunciando la sconfitta della povertà in Italia.

Potenza del linguaggio. In una fase in cui “nomina” non sono più ”consequentia rerum”. Locuzione latina che, come tutte le cose del passato, è stata azzerata dalla retorica dei 5 stelle. Fosse così, saremmo tutti più contenti. Non sarebbero stati sottratti al trasporto pubblico locale quei 300 milioni che servono come il pane. Basti guardare ai treni dei pendolari o alla metropolitana di Roma. Il Sud avrebbe potuto avere risorse maggiori per 500 milioni. La Cassa depositi e prestiti capitale per le sue politiche d’investimento. E va dicendo. L’elenco potrebbe continuare fino a quel totale di 8 miliardi e rotti destinati ad essere congelati nelle pieghe del bilancio dello Stato.

Comunque l’ipotesi di una possibile procedura d’infrazione, fino a ieri sul tappeto, è stata scongiurata. Ed è questa la buona notizia della giornata. Restano tutte le incognite di settembre, quando si tratterà di onorare gli impegni assunti, seppure in modo generico con la nuova lettera, inviata dai responsabili economici del Paese, alla stessa Commissione. Il tempo per pensarci è poco. Si spera sempre nella presenza della vecchia guardia – Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici – nella giuria che dovrà emettere il verdetto. Ma questi ultimi, per quanto ben disposti, non potranno non tener conto dello “spettro che si aggira per l’Europa”: altro che il comunismo di Marx ed Engels, ma il rigorismo di Ursula Von Der Leyen. Non saranno rose e fiori.

Bisognerebbe quindi muoversi per tempo alla ricerca di una possibile strategia. Una credibilità tutta da conquistare, se non si vuole continuare nelle vecchie politiche del passato. Il cui fallimento è conclamato. Il trionfo della regola aurea del Gattopardo: “Deve cambiare tutto, perché niente cambi”. Sfida impegnativa: non c’è che dire. Soprattutto a causa di un ambiente accademico in forte ritardo. Sorprendente l’ultimo intervento di Mario Baldassarri, sulle pagine de Il Sole 24 ore. “Inutile incolpare l’Europa se l’Italia non cresce”: questa la sintesi, evidenziata nel titolo.

Naturalmente, in quest’affermazione, c’è una buona dose di verità. Ma tra una parte e il tutto esiste una notevole differenza. “Siamo l’unico Paese” nell’Eurozona “che, dal 2000 al 2018, ha visto ‘ridursi’ il proprio Pil reale pro-capite del 2,3%”: sostiene l’ex vice-ministro dell’Economia. E fin qui ci siamo. L’anomalia italiana – continua – consiste in “cause strutturali ‘tutte interne’: più bassi investimenti pubblici e privati, più alta spese corrente, risparmio pubblico negativo (disavanzo di parte corrente), produttività totale dei fattori in declino”. Una fotografia nota degli squilibri della finanza pubblica italiana.

Nel ragionamento manca, tuttavia, un elemento centrale. Nessun riferimento all’andamento del saldo con l’estero. Più che positivo dal 2011 in poi. Riflesso contabile di un eccesso di risparmio interno che non si traduce in investimenti e, di conseguenza, contribuisce a determinare gli squilibri strutturali lamentati, anche sul terreno delle pubbliche finanze. È infatti evidente che se le risorse disponibili non sono completamente utilizzate, la crescita complessiva dell’economia non può che rallentare. Da qui una caduta delle entrate fiscali, che ne sono una figlia legittima. Con tutti gli effetti negativi denunciati. Compreso ovviamente l’aumento del rapporto debito-Pil.

Se questo è il quadro, le conclusioni sono evidenti. Il problema italiano non è dato da una carenza di risorse, ma dal grippaggio di alcuni meccanismi di mercato. A loro volta bloccati da fattori diversi, compreso il clima di incertezze programmatiche che incide in negativo sul sistema delle aspettative. Aziende che non investono per carenza di domanda effettiva. Altre scoraggiate dall’eccesso di burocrazia e controlli vessatori. Una pressione fiscale non solo eccessiva, ma ingiustificata vista la cattiva qualità dei beni pubblici forniti dalla Pubblica Amministrazione. E via dicendo. Se non si modifica questo stato di cose, ogni possibile progresso diventa impossibile.

Gli squilibri della finanza pubblica hanno ovviamente un peso. Ma sono il riflesso di questo più generale stato di confusione. Mettervi ordine, anche a costo di aumentare provvisoriamente il deficit, può essere una soluzione innovativa. Sempre che non si seguano, anche questa volta, le orme del vecchio, caro Gattopardo.

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Lega, la corsa alla poltrona di Zaia „

 

La recente decisione di assegnare al salviniano Conte, (uno degli enfant prodige della Lega nel Veneto) la carica di commissario politico regionale a scapito del bassanese e «zaianissimo» nonché giovanissimo Nicola Finco la dice lunga

Manzato, Bitonci e Fontana

Alle prossime regionali Zaia, che pur nel Veneto vanta «un altissimo gradimento» non sarà ricandidato alla carica di presidente della giunta regionale. Per lui potrebbe esserci anche un abbandono anticipato dello scranno a palazzo Balbi. Da mesi Salvini avrebbe mosso in terra veneta le sue pedine per fare in modo che il successore all’attuale primo inquilino di palazzo Balbi sia un salviniano di stretta osservanza.

La recente decisione di assegnare al salviniano Mario Conte, (uno degli enfant prodige della Lega nel Veneto) la carica di commissario politico regionale a scapito del bassanese e «zaianissimo» nonché giovanissimo Nicola Finco (un consigliere regionale del Carroccio tra i più vicini al presidente della giunta) la dice lunga sulla traiettoria che l’entourage salviniano sta disegnando per il governatore. Lo stesso dicasi per la commissione speciale che nel Carroccio sta riprogettando dalle fondamenta il partito. Nei posti chiave i veneti (nel senso zaiano del termine) di fatto non ci sono.

SUCCESSIONE A ZAIA? UN’ONDA LUNGA
Per vero questa fase di avvicinamento dei colonnelli del vicepremier alle cariche chiave del Veneto era cominciata da tempo. Il primo scossone si era avvertito alle elezioni politiche dello scorso anno quando dalla regione che fu della Serenissima nessun candidato di stretta osservanza zaiana era stato eletto a Roma. I pretoriani del ministro degli Interni poi hanno dato il via ad una azione continua sul territorio tesa a far passare nelle loro fila gli uomini chiave di un partito che per vero da Zaia si era molto allontanato soprattutto da quando quest’ultimo, questa è la principale accusa che gli viene mossa dai suoi detrattori in seno al Carroccio, aveva completamente tagliato i ponti con le gerarchie leghiste preferendo una cabina di regia della gestione degli affari regionali che con la Lega c’entra poco o nulla.

SCHERMAGLIE ALLE AMMINISTRATIVE
Le eco di questo scontro si sono avvertite durante le elezioni in molti comuni dove i candidati di gradimento zaiano, civici o leghisti che fossero, indipendentemente da quello che poi è stato il responso delle urne, trovavano la netta opposizione degli aficionados locali di Salvini. È successo a Cornedo vicentino, dove comunque un raggruppamento che vanta le simpatie del governatore è riuscito a spuntarla grazie all’affermazione di Francesco Lanaro. Ed è successo a Loria nel Trevigiano, dove invece nonostante un disperato tentativo di Manuela Lanzarin, rosatese, assessore alla sanità e fedelissima di Zaia, il Carroccio ha ottenuto la vittoria con Simone Baggio, mettendo all’angolo l’ala zaiana della Lega, la quale attraverso una serie di alleanze di sapore civico puntava ad un rassemblement che perpetuasse il vecchio potere locale in cui erano presenti soggetti vicini anche a Fi e al Pd. In quel frangente si era speso anche il sindaco di Rosà Paolo Bordignon (altro fedelissimo di Zaia e di Lanzarin) per cercare di bloccare la strada a Baggio, ma senza esito.

UN BIGLIETTO PER BRUXELLES
Tuttavia a fronte di questo risiko che cosa farà Zaia che tra l’altro in passato è anche stato presidente della Provincia di Treviso? Inizialmente il governatore era parso poco incline ad un dialogo con Salvini. Pare si fosse detto pronto a sbattere la porta in faccia alla politica. Poi la partita si è complicata. Dalle indiscrezioni filtrate a palazzo Balbi il presidente della Regione Veneto e i suoi giannizzeri sono andati avanti mesi chiedendo una riconferma per una terza candidatura che avesse il placet di Salvini. Di fronte «al niet» di quest’ultimo e di fronte al lento passaggio di molti alleati verso il campo del ministro (ultimo in ordine di tempo si registra quello di uno dei pezzi da novanta del Carroccio regionale, si tratta del presidente del consiglio regionale, il sandricense Roberto Ciambetti), Zaia avrebbe cambiato atteggiamento. E si sarebbe convinto che un eventuale chiamata da parte di Salvini in un posto di prestigio alla Commissione europea, in un ruolo chiave però, potrebbe essere considerato «un alto compromesso». Addirittura Zaia, se la partita per le nomine in seno alla Commissione europea dovesse subire un colpo d’acceleratore, potrebbe persino «lasciare in anticipo palazzo Balbi».

I DUE CAVALLI DI RAZZA
Anticipo o no si aprirebbe comunque la partita il successore dell’attuale governatore veneto. A margine dell’inaugurazione «della bretelina Spv» avvenuta ai primi di giugno ci sarebbero stati alcuni conciliaboli che avrebbero diradato, almeno in parte le ombre su questo versante. In pole position con pari possibilità di successo ci sarebbero l’attuale sottosegretario all’economia Massimo Bitonci, «assai forte sul piano dei consensi personali», ma un po’ meno legato alla galassia salviniana. Bitonci, già sindaco di Cittadella e poi di Padova, è dopo Zaia forse il volto più pesante nell’immaginario del pantheon leghista veneto. L’ascesa di Bitonci porterebbe con sé quella di un altro peso massimo del Carroccio di Padova, l’attuare assessore regionale allo sviluppo economico Massimo Marcato. L’altro cavallo di razza in lizza, con pari chance, sarebbe l’attuale ministro della famiglia Lorenzo Fontana. Veronese, leghista doc, Fontana è dipinto come persona che gode dell’appoggio diretto di Salvini, anche se rispetto a Bitonci la vulgata leghista lo racconta meno avvezzo alle sottigliezze e alle manovre di palazzo.

IL TERZO INCOMODO
Certo è che i due possibili competitor rappresentano uno la lega di Padova, l’altro quella di Verona. Nel caso dell’affermazione dell’uno o dell’altro finirebbe in qualche modo l’era del dominio trevigiano nel Carroccio veneto. I giochi però non sarebbero del tutto conclusi. Se Zaia, che gode di un indiscusso appeal presso ambienti importanti del mondo delle imprese e della finanza del Veneto, riuscirà a far sentire ancora una volta la sua voce (e la cosa appare oggi come una sorta di «mission impossible») potrebbe ottenere un candidato di compromesso. Si tratta del trevigiano, più nel dettaglio opitergino, Franco Manzato.

Già assessore alle politiche della Lega a palazzo Balbi, oggi Manzato si è ritagliato un ruolo non secondario a palazzo Chigi come sottosegretario all’agricoltura. Quest’ultimo gode dell’appoggio della potentissima Coldiretti del Veneto, che tra l’altro è stata l’associazione, forse più di Confindustria, specie sul fronte degli espropri, che più di ogni altra ha funzionato da mediatore e da ambasciatore tra il mondo dei proprietari, specie agricoli, e la Regione nell’ambito della complicatissima partita degli espropri dei terreni attraversati dalla costruenda Superstrada pedemontana veneta o Spv che dir si voglia. Una partita che per anni è stata una vera e proprio spina nel fianco non solo per palazzo Balbi: ma anche per il concessionario incaricato di realizzare e gestire la Spv, ovvero il consorzio italo-spagnolo Sis. Tra l’altro ai primi di giugno durante l’inaugurazione, sia Bitonci, sia Fontana hanno fatto più volte sfoggio della loro presenza davanti ai fotografi e alle telecamere. Se sia un messaggio in codice per Zaia al momento non è noto.

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Ecco perché le ultime sortite di Berlusconi mettono in sicurezza il governo dopo le Europee

A farla breve, il centrodestra resta frammentato. Salvini resta legato a Di Maio, a meno che Giorgia Meloni….

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La scelta di Berlusconi, che ha indicato per Palazzo Chigi prima l’inconsapevole Mario Draghi e poi l’ubbidiente Antonio Tajani, non è stata casuale o incidentale. Gli aspetti dilettantistici delle sue sortite non debbono trarre in inganno. Salvini è diventato troppo forte e ingombrante anche per l’ex presidente del Consiglio. I Graffi di Damato

Altro che “governo alla prova”, come ha titolato il Corriere della Sera, o “Italia a rischio”, secondo La Stampa, o “governo appeso al voto europeo”, secondo Il Messaggero, e varianti di questo tipo escogitate dai giornali per creare o mantenere un clima di suspense attorno ai 51 milioni di elettori chiamati alle urne nella penisola tricolore.

GLI EFFETTI DELLE ULTIME SORTITE DI BERLUSCONI

Se vi erano incertezze – e ve ne sono state per un po’ – sulla sorte della maggioranza gialloverde per i contrasti che l’hanno divisa nella lunga campagna elettorale, e che non cesseranno certamente dopo i risultati della notte, sono state spazzate via nelle ultime battute dalla svolta impressa da Silvio Berlusconi, e incredibilmente sottovalutata dalla maggior parte dell’informazione.

PERCHE’ SALVINI NON HA ALTERNATIVE ALLA COLLABORAZIONE CON DI MAIO

Nel momento in cui il leader a vita di Forza Italia, rimesso a nuovo dai chirurghi dell’ospedale milanese San Raffaele, dove ogni tanto l’ormai anziano Cavaliere si ricovera per uscirne però più baldanzoso di prima, ha rimesso in discussione la leadership leghista del centrodestra, da lui riconosciuta già con una certa sofferenza dopo il modesto sorpasso sugli azzurri effettuato nelle elezioni politiche dell’anno scorso, il governo in carica è stato messo letteralmente in sicurezza. Matteo Salvini non ha alternative alla prosecuzione della sua pur agitata e spesso anche scomposta alleanza con Luigi Di Maio.

LA COABITAZIONE INEVITABILE

Si è tornati, contro ogni apparenza, al murale romano, ma anche di qualche altra città, dei due vice presidenti del Consiglio avvinghiati, nonostante tutto, in un abbraccio e persino in un bacio sulla bocca. La coppia troverà un nuovo assestamento, aggiornato in qualche modo ai risultati elettorali, che hanno comunque per i grillini il vantaggio di lasciare inalterati i rapporti di forza in Parlamento, e nel governo. Lo ricorda insistentemente Di Maio parlando della “maggioranza assoluta” di cui dispone il suo movimento nel Consiglio dei Ministri, e di quella relativa nelle Camere.

I NOMI DI BERLUSCONI SGRADITI A SALVINI

La scelta di Berlusconi, che ha indicato per Palazzo Chigi prima l’inconsapevole Mario Draghi e poi l’ubbidiente Antonio Tajani, non è stata casuale o incidentale. Gli aspetti dilettantistici delle sue sortite, fra logorroici monologhi televisivi che mandano in brodo di giuggiole il suo imitatore Maurizio Crozza, non debbono trarre in inganno. Salvini è diventato troppo forte e ingombrante anche per l’ex presidente del Consiglio, che finge di volerlo riportare a casa nel centrodestra ma, contestandogli appunto la leadership, lo incolla invece ai grillini scommettendo sul suo logoramento e su tempi migliori per il rientro.

ALLEATI A PROVA DI BOMBA SECONDO SCALFARI

Ha ragione pertanto Eugenio Scalfari quando, pur non soffermandosi su questa svolta impressa dal Cavaliere alla campagna elettorale, e sperando dal canto suo che si logorino anche i grillini a vantaggio del Pd generato, secondo lui, dalla buonanima di Enrico Berlinguer, scrive su Repubblica nella sua omelia domenicale, e oggi anche elettorale, che “sono a prova di bomba i due alleati” Salvini e Di Maio, o viceversa se preferite l’ordine alfabetico. Tanto, in attesa della rinascita, resurrezione e quant’altro del Pd, Scalfari può consolarsi con la vignetta dell’amico Francesco Tullio Altan, sempre su Repubblica, dedicata all’Europa che “è sempre l’Europa, come la mamma”, per quanti fastidi e persino dolori possano procurarle i cosiddetti sovranisti, populisti e simili, di varia nazionalità, e non solo italiana.

IL COMMENTO DI POLITO

Anche sul Corriere della Sera, d’altronde, l’incertezza sul governo “alla prova” mostrata nel titolo è in qualche modo contraddetta o comunque attenuata dall’editorialista Antonio Polito quando scrive, sì, di Salvini e Di Maio come di “due pugili sfiancati dalla lotta, avvelenati dalla reciproca insofferenza e ormai senza più buoni motivi e buone idee per stare insieme”, ma “ciò nonostante, costretti a restare sullo stesso ring per mancanza di alternative”.

Gli unici effetti, pratici e visibili, di questa gigantesca tornata elettorale saranno pertanto quelli amministrativi, nei 3780 Comuni e rotti in cui di cui si rinnovano i Consigli e si eleggono direttamente i sindaci. Accontentiamocene. Sono d’altronde parecchi. E possono aiutarci a capire lo stesso gli umori del Paese, persino più del voto europeo.

L’editoriale agiografico su Berlinguer pubblicato domenica scorsa su la Repubblica da Eugenio Scalfari potrebbe e, forse, dovrebbe essere bollato come una fake news. L’infondatezza storica e politica delle sue tesi è imbarazzante. Scalfari, in una lunga e poco dotta analisi, sostiene che Berlinguer sia stato il fondatore della sinistra socialdemocratica e che sia stata “la persona che ha combattuto meglio di altre per modernizzare il Paese”. Non contento, arriva ad affermare che il Pd “è il depositario del comunismo democratico di Berlinguer innestato sul liberalismo di Francesco De Sanctis e di Benedetto Croce”.

Partiamo da quelle che Scalfari definisce le origini berlingueriane della socialdemocrazia italiana, per poi analizzare il folle accostamento tra il comunismo democratico e il liberalismo che dovrebbero convivere nell’odierno Pd.

La storia della sinistra comunista, come noto anche a chi non si intende di politica, non è mai stata una storia socialdemocratica. Da Togliatti fino a Occhetto, il termine socialdemocrazia rimase un vero e proprio tabù. Per Berlinguer, quella formula fu addirittura una sorta di etichetta infamante da brandire ai danni di Bettino Craxi, il vero padre della sinistra moderna. È inutile negarlo ed è inutile santificare Berlinguer per la sua pacatezza e presunta moralità, con lo scopo di renderlo padre della sinistra socialdemocratica. Solo Craxi ebbe la lungimiranza e il coraggio di superare definitivamente l’approccio marxista-leninista che dominava la sinistra, per approdare ad un socialismo liberale e riformista. Un socialismo fondato sulle libertà, sullo sviluppo, sui meriti e bisogni, e non sulla lotta di classe.

Fino alla sua morte, il segretario del Pci, al contrario, non prese mai completamente le distanze dal marxismo. Certo, ne rifiutò alcuni elementi, ne cercò di modernizzare altri (fallendo) ma non giunse mai al gradualismo e al socialismo. Cosa che invece riuscì a Craxi. Egli grazie agli intellettuali della rivista Mondoperaio, nella prima fase della sua segreteria, superò teoricamente i dogmi della sinistra comunista e poi approdò ad un riformismo politico. La svolta modernizzatrice degli anni Ottanta deriva proprio dal rifiuto dell’ideologia comunista. La teorizzazione della Grande riforma delle istituzioni e il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa sono due chiari indizi del riformismo craxiano, volutamente e colpevolmente ignorati da Scalfari.

Il suo tentativo, invece, è quello di rovesciare la storia ex post, utilizzando esclusivamente la questione morale come metro di misura per giudicare Berlinguer. Alla luce di questo metodo, il leader del Pci sembra moderno. Cosa che non fu. Anche perché la questione morale, pur importante, fu un mezzo utilizzato dai comunisti per scardinare il sistema dei partiti, ma non costituì mai la base per un aggiornamento politico-ideologico. Rimase sempre un’arma per massacrare l’avversario e nulla di più. Tra l’altro, quell’approccio politico sfociò nel culto della magistratura e delle manette del Pds e fu il brodo di coltura del Movimento 5 Stelle. Cosa abilmente ignorata da Scalfari. In questo senso il moralismo nato con l’ultimo Berlinguer, per coprire l’enorme vuoto derivante dalla crisi del comunismo internazionale, fu sapientemente ereditato da Occhetto, in forma giustizialista, prima per distruggere Dc e Psi, poi per attaccare Berlusconi. Tuttavia, questa forma di giustizialismo si ritorse contro gli eredi dei comunisti, per via dell’affermazione dei grillini. I nuovi puri insomma epurarono gli ex puri, per dirla con Nenni.

Alla luce dell’infondatezza delle tesi di Scalfari è quanto mai importante ribadire che il padre della sinistra moderna è Bettino Craxi, e che il padre della sinistra moralista e giustizialista, immersa in una grave arretratezza politico-culturale, è Berlinguer. E che questa concezione politica è alla base del successo del Movimento 5 Stelle, non poco disprezzato da Repubblica.

Veniamo al secondo punto: il Pd in cui conviverebbero il comunismo democratico e il filone liberale di Francesco De Sanctis e Benedetto Croce. Anche in questo caso Scalfa ripropone una grave falsificazione, accostando due visioni del mondo agli antipodi. Questa affermazione, oltre che antistorica, è illogica: come potrebbe convivere il filosofo che teorizzò la religione della libertà con un’ideologia fondata sulla lotta di classe e la dittatura del proletariato? Non bisogna poi dimenticare che comunismo e liberalismo non hanno nulla a che fare con l’odierno Pd, distante sia dal comunismo “democratico” (virgolette d’obbligo…) che dal liberalismo. L’odierno Partito democratico potrebbe, al massimo, essere definito liberal. Questo accostamento, insomma, è un’ulteriore falsificazione, che si aggiunge alle precedenti.

L’editoriale di Scalfari è dunque una grave manipolazione storica. Un tentativo maldestro di giustificare la sua vicinanza al Partito democratico e il suo passato da simpatizzante di Berlinguer e odiatore di Craxi. Un passato abilmente distorto per riscrivere l’esito del duello a sinistra e per avvicinare il Pd al Pci berlingueriano. Ignorando consapevolmente che quello scontro fu vinto culturalmente dal Psi ma che fu rovesciato sul tavolo delle procure dal Pci-Pds.

Frecce avvelenate contro Berlusconi. Ecco chi lo fregherà alle europee in Forza Italia

GUARDIAMO AVANTI
 
Formare una compagine di collaboratori capaci di trasmettere i valori del proprio animo e provarli è la difficoltà che incontra ogni leader. Stare avanti alla prima fila e obbedire al proprio leader è la virtù dei grandi. Il Centro-Destra ha ruotato intorno al suo leader massimo. La leadership di Berlusconi non ha dato vita a un partito capace di seguitare nel solco della sua politica. A parte il presidente Antonio Tajani, un ufficiale che trasmette a pelle i sentimenti di un cittadino sincero, gli altri e le altre, bravi e bravissime, colpiscono, ma non lasciano il segno. Forza Italia, con il suo Presidente, al di sopra di tutti, anzitutto dei suoi, rischia di non fare i numeri necessari a contenere le masse dei peones giallo-verdi. Meglio sarebbe stato un partito di Centro-Destra unico, se, però, le ambizioni di Salvini avessero lasciato spazio alla fiducia nel suo futuro. I partiti costruiti intorno al popolo, con chiari principi, sarebbero l’essenza della democrazia, ma non è così. Quindi? A sinistra abbiamo il vuoto o, peggio. Nessuna staffetta è possibile. Non credo in questa Unione europea, ma la politica deve continuare. È giunto il momento di far tesoro degli insegnamenti di ieri, guardare avanti e sostenere l’impegno forte, chiaro e composto di Giorgia Meloni. Altrimenti, un Paese guidato dalle ambizioni personali e dalla sua peggior parte è destinato a scomparire, svenduto per quattro lenticchie da: “Chi non vide mai camicia, quando la mise, se la sporcò”. Il popolo italiano possiede per sua natura la capacità di risorgere. Per chi voterà, la parola d’ordine dice “Votare Italiano”.
martedì 21 maggio 6:00 – di Francesco Storace

Berlusconi fa l’arrabbiato con la Meloni, ma è in Forza Italia che deve individuare il nemico. Perché alle elezioni di domenica prossima c’è chi punta a fargli lo sgambetto europeo. Povero Cavaliere, che chiama ingrato chi sta fuori e non si accorge dei traditori che ha dentro casa. Pronti a fargli lo scalpo a suon di preferenze, complice anche la legge elettorale europea.
Già, perché il meccanismo è infernale. E qualcuno che gli vuole bene – nel cerchio magico si fida solo della Ronzulli – glielo ha fatto notare. E’ vero, gli elettori hanno tre preferenze a disposizione. Ma quanti le esprimeranno? Poi c’è il problema dei candidati uomini, che per far votare Berlusconi devono per forza far scrivere i nomi di tre candidati. Già, perché se si votano solo due uomini, vale solo la prima preferenza. E lo tagliano. “Tanto viene eletto…”.
E così, la favola azzurra del Cavaliere indomito diventa tanto triste.
Perché tutto è cominciato nel Lazio. “Dottore, se si candida nell’Italia centrale io rischio. Proprio per le tre preferenze necessarie per far votare me e lei. Mi capisce?”. Sì, Berlusconi ha capito Tajani. In fondo gli vuole bene. Del resto il presidente del Parlamento Europeo va dicendo in giro di sé che non ha fatto il Papa solo perché è sposato, che altro puoi fare a uno così…

Addio al sud e alle isole

Berlusconi si presenta nelle altre quattro circoscrizioni elettorali. In quella delle isole, rischia di arrivare terzo: la lotta all’ultimo sangue è tra Saverio Romano, sponsorizzato da Lombardo, Cuffaro, Firrarello, Pistorio, Lavia, tanto per citare i più importanti portatori di voti. Gli si contrappone Miccichè, che si gioca la partita su Giuseppe Milazzo. Silvio se lo sono scordato.
Al sud, corre come un treno Aldo Patriciello. Le centocinquantamila preferenze dell’elezione precedente stanno sul banco. Dalle parti di Arcore contano sull’effetto della lettera che Tajani ha scritto ai dirigenti del partito, candidati compresi: “Scrivete Berlusconi“. Romano e Patriciello gli hanno già fatto marameo. La mail è finita nella posta indesiderata. Se ci teneva così tanto poteva farlo candidare a casa sua, gli hanno mandato a dire i due campioni di preferenze.

A rischio anche al nord

Ok, “mi eleggeranno nel nord-est”. No, presidente, li abbiamo fatto l’accordo con la Svp. “E che c’entra, mica stanno nella nostra lista”. E qui sta la trappola. Se nel Nord est Fi elegge due deputati, uno va automaticamente alla minoranza linguistica che ha un candidato che supera le cinquantamila preferenze per via dell’accordo tecnico tra le due forze politiche. Se Fi ne elegge uno solo, il seggio va alla Sp. Il deputato uscente Herbert Doffermann, che per due volte ha fregato il seggio al Pd, stavolta si prepara a festeggiare sulla pelle di Forza Italia.
Resta il Nord Ovest, con una lista ammaccata dalle indagini giudiziarie. Lara Comiindagata, Pietro Tatarella in galera, chissà che fine farà il voto d’opinione. Nella circoscrizione tengono d’occhio Massimiliano Salini, eurodeputato uscente, sul quale potrebbe giocare la zampata l’area che fa riferimento al governatore ligure Giovanni Toti, almeno per la parte che non ha già traslocato verso Fratelli d’Italia.
Auguri sinceri, Silvio. Con amici così, i nemici non ti servono.

ADDIO, MOVIMENTO 5 STELLE…..

di Gabriele Sannino

Ci ho creduto. Dio solo sa quanto ci ho creduto.
Mi sono iscritto a questo Movimento nel 2011, quando ancora nessuno lo conosceva.
Di Grillo ho apprezzato tutti i contenuti sparsi qua e là nei vari vaffa-day: a differenza di molti miei colleghi giornalisti, infatti, non mi sono mai soffermato sulle cosiddette “parolacce”.

Nel 2012, uno dei miei libri – I segreti del debito pubblico, un libro che parla di signoraggio e moneta-debito – è apparso perfino sul blog, e per ben due volte, inorgogliendomi non poco.


Poi, nel 2013, la magnifica campagna elettorale fatta da Grillo, lo Tsunami Tour, che ha fatto uscire milioni di italiani dalle loro case, dimentichi per una sera della solita propaganda televisiva.

Me lo ricordo bene quel giro d’Italia: Beppe tuonava contro l’Euro, l’Europa delle banche, il liberismo economico, la Nato guerrafondaia, la casta e i suoi privilegi.
La chiusura trionfale del Tour avveniva a Piazza San Giovanni a Roma, e mostrava un Grillo passionale, sicuro, un vero e proprio guerriero, mentre dietro di lui un gruppo di giovani (i futuri parlamentari) restavano muti e adoranti.

Il Movimento 5 stelle, nel 2013, entrava ufficialmente in Parlamento: per gli altri partiti – ovviamente – erano sbarcati “gli alieni”, quelli da evitare come la peste, perché – una volta tanto – rappresentavano per davvero la volontà popolare.
Dal 2013 al 2017, i grillini hanno fatto un’opposizione politica considerevole, propria di chi intende accreditarsi… per governare: la raccolta firme per il “fuori dall’Euro”, le manifestazioni contro la casta e i suoi privilegi, perfino scioperi a oltranza contro i vari provvedimenti a favore di banche e lobby finanziarie, il tutto bilanciato da tante proposte di legge a cui io ho stesso ho partecipato votando sulla piattaforma Rousseau.

Oggi, nel 2018, e con molto rammarico, devo ammettere che il Movimento 5 Stelle è cambiato.
Profondamente cambiato.
Grillo non c’è più: ha creato un sito che porta il suo nome ed è perfino scollegato da quello del movimento, che invece si chiama “blog delle stelle”.
Anche Gianroberto Casaleggio non c’è più: purtroppo, lui è passato a un’altra dimensione.

Al posto dei due leader, c’è un ragazzo napoletano, Luigi Di Maio, che dal 2013 al 2018 è divenuto prima vice presidente della Camera e poi capo del movimento.
Di Maio ha iniziato la sua campagna elettorale ripartendo proprio dai temi cari ai fondatori, tuonando contro l’Euro (su YouTube si possono trovare dei suoi video dove afferma che il sud Italia morirà definitivamente con questa moneta) ma non solo, contro l’Europa delle banche, la casta, la Nato e via dicendo.
Il punto è che questo giovane ragazzo, con la sua pacatezza e tranquillità, è arrivato, pian piano, intervista dopo intervista, ad affermare il contrario di tutto, mentre la “base” era e resta tuttora sconcertata e incredula, pensando – magari – a una specie di “strategia”.

A questo punto mi chiedo: com’è possibile parlare di strategia?
Se un giorno affermassi che il mondo è rotondo, poi il giorno dopo che è quadrato e poi ancora quello successivo ritornassi a dichiarare che è rotondo, voi mi dareste fiducia?
Luigi Di Maio – questo è un fatto – ha iniziato ad ammorbidire le sue posizioni (fino a cambiarle) man mano che si “accreditava” nei vari consessi europei e internazionali: è volato a Londra ad assicurare gli investitori stranieri, a Washington, il covo della finanza internazionale, e ha perfino affermato, quando ha incontrato il Presidente francese Macron (uomo, anzi galoppino dei Rothschild) che “le loro politiche hanno molti punti in comune”.

“Ma che, davero?” Si dice a Roma.
Gli elettori 5 stelle, ancora adesso, si concentrano molto sul fattore onestà.
Ebbene, ancora una volta sono qui a chiedermi: è onesto cambiare idea in questo modo su tutto? E’ onesto concentrarsi solo sul taglio degli stipendi dei parlamentari, su un presidente della Camera che prende l’autobus anziché l’auto blu, o su un reddito di cittadinanza che – senza sovranità monetaria – sarà un’altra montagna che partorisce un topolino?

Gli elettori 5 stelle devono sapere che i tagli agli sprechi sono il gioco preferito dei banchieri: essi, infatti, a fronte di denaro che prestano agli stati dal nulla, riescono a distruggere tutti i servizi pubblici – i nostri beni comuni – tant’è vero che oggi si chiudono ospedali, scuole, asili, uffici amministrativi, perfino presidi militari.
Ebbene i 5 stelle, con le loro manovre di taglio e cucito, non faranno altro che continuare questo gioco al massacro: è onestà tutto questo?
Ecco perché, in questo momento storico, mi è davvero difficile comprendere il motivo dell’attuale impasse politica.

Non capisco perché i 5 stelle – a questo punto – non facciano un governo con chiunque sia disponibile: Berlusconi, così come il PD, è europeista ed eurista, insomma tutti i partiti – Lega compresa, visto con chi si è alleata – sono tutti sottomessi al potere finanziario.
Sono tutti a favore dello status-quo, è questa la verità ultima.
Del resto, se ci pensate bene, sono i banchieri che pagano gli stipendi ai nostri politici…
A questo punto, un governo Berlusconi-5 stelle sarebbe perfino meno orribile di uno fatto col Partito Democratico… ed Emma Bonino, donna per antonomasia sia di Georges Soros che dei Rothschild.

Ecco perché, caro Movimento 5 stelle, ti dico ufficialmente addio.
Lo faccio a malincuore, ma non posso fare diversamente, vista la tua “evoluzione”.
Sono fatto così: a me i furbastri non sono mai piaciuti.
L’onestà – quella vera – si misura sempre, a mio avviso e prima di ogni cosa, proprio con una bella dose di coerenza.

Gabriele Sannino

Gabriele, ci avevamo creduto in tanti, almeno fino al pasticcio dei 7 punti di Grillo, primo il referendum sull’euro, sconfessato da Casaleggio a due giorni dalle elezioni.

Italia verso la crisi: abolire Quota 100

I dati Confindustria, ISTAT e OCSE confermano un’Italia ancora in crisi e arriva l’invito a tornare indietro su quota 100 e reddito di cittadinanza.

Quota 100 e RdC: le critiche

Il Rapporto OCSE non risparmia critiche alla nuova misura contenuta nella Riforma Pensioni del governo Conte, con particolare riferimento alla quota 100.

L’abbassamento dell’età pensionabile a 62 anni con almeno 38 anni di contributi rallenterà la crescita nel medio termine, riducendo l’occupazione tra le persone anziane e, se non applicata in modo equo aumenterà la diseguaglianza intergenerazionale e farà aumentare il debito pubblico.

L’OCSE invita quindi l’Italia a tornare sui sui passi.

Abrogare le modifiche alle regole sul pensionamento anticipato introdotte nel 2019 e mantenere il nesso tra l’età pensionabile e la speranza di vita. […] Una marcia indietro sul regime di pensionamento anticipato introdotto con quota 100 consentirebbe di liberare risorse per 40 miliardi di euro da qui al 2025.

Il segretario generale, Angel Gurria, ha dichiarato:

Oggi l’economia italiana èufficialmente in stallo. Il rallentamento dell’economia sottolinea ancora una volta l’urgenza di sviluppare politiche per rivitalizzare la crescita. L’Italia continua ad affrontare significativi problemi in campo economico e sociale, per risolverli è necessario adottare una serie di riforme pluriennali per favorire una crescita più solida e inclusiva e ripristinare la fiducia nella capacità di riforma.

Critiche arrivano anche sul Reddito di cittadinanza:

Il livello del trasferimento, previsto dal programma attuale del Reddito di Cittadinanza, rischia di incoraggiare l’occupazione informale e di creare trappole della povertà.

Altre osservazioni

Le altre osservazioni dell’OCSE si concentrano sulla salute del settore bancario, ritenuta strettamente connessa alla finanza pubblica e ai suoi effetti sui rendimenti dei titoli di Stato:

Rendimenti dei titoli di Stato più bassi contribuirebbero a preservare la stabilità del settore bancario.

Bisogna poi spingere sulla lotta all’evasione fiscale, per aumentare il gettito fiscale, consentendo di ridurre le aliquote fiscali e rendendo il sistema tributario più equo. L’invito:

Evitare i condoni fiscali ripetuti.

E abbassare la soglia massima per i pagamenti in contanti.

Andamento economico

Nel primo trimestre 2019 (dati Confindustria) la produzione industriale italiana è rimasta piatta, con un calo stimato dello 0,1%, che fa seguito ad un forte rallentamento registrato a fine 2018.  Scoraggianti anche nei dati relativi alla disoccupazione in Italia, in risalita di 0,1 punti nel mese di febbraio per arrivare al 10,7%, secondo le rilevazioni ISTAT:

  • le persone in cerca di occupazione aumentano del +1,2% su base annua, arrivando a quota 2.771.000 (+34 mila);
  • il numero dei disoccupati è in calo su base annua del -1,4% (-39 mila);
  • il tasso di disoccupazione è di quasi 5 punti superiore al livello minimo raggiunto prima della crisi;
  • il tasso di disoccupazione dei 15-24enni a febbraio era del 32,8% (-0,1 punti percentuali), 14 punti sopra il minimo pre-crisi;
  • a febbraio gli occupati sono diminuiti del -0,1% (-14 mila unità), ma su base annua l’occupazione risulta ancora in crescita di +113 mila unità;
  • i dipendenti sono diminuiti di -44mila unità, sia permanenti (-33 mila) che a termine (-11 mila). Invece risultano in aumento gli indipendenti (+30 mila). Su base annua invece l’occupazione risulta ancora in crescita (+113 mila).

VITALIZI, COSÌ IL BLUFF DI FICO E DI MAIO HA INGANNATO I PENSIONATI ITALIANI

Questa dei fanfaroni, ma furbi, a 5 stelle va letta bene.

lunedì 18 marzo, di Francesco Storace

Alla fine della fiera il bluff di Fico e Di Maio sui vitalizi degli ex parlamentariha ottenuto l’effetto di ingannare i pensionati italiani. Un’autentica beffa che lascia nella cassa della Castaquello che c’era anche prima. Ecco che cosa hanno combinato i chiacchieroni a cinque stelle.

I più attenti al dibattito che si era sviluppato attorno al tema prima dell’entrata in vigore del taglio lo ricorderanno. Dissero i grillini: “Faremo come Robin Hood”. E si sentiva il rullare di tamburi dalla curva dei social, pronti a rilanciare ogni sciocchezza proveniente dai parlamentari pentastellati.

Hanno promesso il nulla

La promessa era questa: taglieremo i vitalizi, toglieremo i soldi agli ex deputati e agli ex senatori (e agli ex consiglieri regionali) per restituirli ai pensionati italiani. Pur ammettendo che la misura sarebbe stata simbolica rispetto al numero degli italiani che hanno smesso di lavorare, la proposta aveva il suo fascino.

Ma finora la promessa è stata un bluff. Se le cifre che ci hanno raccontato sono vere, con i tagli entrati in vigore dal primo gennaio scorso, le somme che via via si andranno ad accantonare tra Camera e Senato assommano – dicono alcuni – a circa mezzo miliardo di euro.

Ma  neanche un centesimo va a finire in tasca agli “altri” pensionati. Il risultato è che hanno reso più poveri gli ex parlamentari ottantenni, quelli con i contributi più bassi, e non hanno alzato con quei soldi le pensioni di chi ha meno. Perché i quattrini sottratti alla cosiddetta casta con le delibere retroattive sono rimasti nelle casseforti della casta per i convegni di Camera e Senato.

Non hanno abolito nulla

Già perché per finalizzare quelle somme ci vuole una legge. Ma avrebbero dovuto fare prima e proprio per legge il ricalcolo contributivo dei vitalizi – perché non lihanno aboliti affatto – e invece hanno preferito una delibera che molti definiscono pasticciata e i presidenti delle Camere e relativi uffici di presidenza adesso temono i ricorsi.

Chi scrive ha detto no al vitalizio regionale e non ha presentato alcun ricorso per il taglio della pensione parlamentare, giacché in molti c’è consapevolezza della necessità di una misura di carattere sociale per le persone più svantaggiate. Ma qui si sono ammucchiati quattrini che restano alla Camera e al Senato e che non vanno ai più poveri.

Ed è un imbroglio partorito da Di Maio e Fico, che si sono messi a festeggiare qualcosa che non torna al popolo italiano come pure avevano promesso.

Il rischio concreto che si corre è che le delibere dei due rami del Parlamento possano venire impugnate, annullate, stracciate in sede giurisprudenziale. E i giocatori di poker sulla pelle della gente comune strilleranno “non ce l’hanno fatto fare”. Ma in realtà lo sapevano benissimo, perché messi sul chi vive da chi conosce il diritto. Puoi – se puoi – anche agire retroattivamente ma non devi mai superare il limite della proporzionalità del taglio.

E quando agisci in maniera smisurata vuol dire che stai procedendo con dolo. E se lo fai su una materia così sensibile vuol dire che sta abusando della credulitàpopolare. Così hanno ingannato gli italiani. Promettendo quello che si sono tenuti a Montecitorio e a Palazzo Madama.

Bankitalia, l’attacco del Governo

da PMI.ITbancaPer Di Maio e Salvini bisogna azzerare vertici, di diverso avviso Tria: posizioni e dichiarazioni del caso Bankitalia.

Per il Movimento 5 Stelle serve un cambio ai vertici di Bankitalia: serve discontinuità, sostengono Luigi di Maio e Matteo Salvini i quali, a Vicenza, in occasione dell’assemblea degli ex soci delle banche venete hanno affermato:

Non possiamo pensare di confermare le stesse persone che sono state nel direttorio di Bankitalia, se pensiamo a tutto quel che è accaduto in questi anni. Banca d’Italia e Consob andrebbero azzerati, altro che cambiare una-due persone, azzerati.

Sul proprio blog, il M5S scrive:

D’altra parte quello che vogliamo, come Governo del Cambiamento, è solo di esprimerci sui nomi dei vertici di Banca d’Italia e Consob. Ci è consentito dalla legge e lo faremo senza paura di toccare qualche potere forte che si fa scudo attraverso i media o le solite relazioni politiche privilegiate.

Abbiamo già espresso la nostra preferenza per Consob, indicando una persona di innegabile competenza come Paolo Savona. È il turno di Banca d’Italia, ed una cosa è certa: chi ha partecipato alla vigilanza degli ultimi anni, la più fallimentare della nostra storia repubblicana, non può rimanere al suo posto come se nulla fosse successo.

Fondamentalmente per il Governo  chi avrebbe dovuto controllare non l’avrebbe fatto e questo ha portato i risparmiatori a perdere i propri soldi investendo in titoli emessi dalle banche poste in risoluzione a fine 2015 (Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti) e in liquidazione coatta amministrativa nel giugno 2017 (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca).

La bufera si è scatenata a fronte della scadenza dell’incarico di Vice Direttore generale della Banca di Luigi Federico Signorini. Lo Statuto della Banca d’Italia prevede che i rinnovi dei mandati del Direttore Generale e dei Vice Direttori generali debbono essere approvati con decreto del Presidente della Repubblica, promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri di concerto col Ministro dell’economia e delle finanze, sentito il Consiglio dei ministri. In occasione di un Consiglio dei Ministri, il Governo ha bloccato la sua conferma, sostenuta invece dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Tra i due poli opposti c’è il premier Conte, ora chiamato a mediare tra le diverse posizioni.

La Tav si farà, Toninelli sta per fare un’altra figuraccia: ecco perché – di Giuseppe Menardi

…in un mondo normale quando un comico disquisisce di questioni tecniche normalmente significa che vuole fare ridere chi lo ascolta.

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 dall’ing. Giuseppe Menardi, ex senatore e sindaco di Cuneo 

Sostiene Rete Ferroviaria Italiana: «Il Terzo-Valico dei Giovi, di collegamento tra il porto di Genova e la rete padana, costituisce lo sbocco sul Mediterraneo del Rhine-Alpine Corridor, uno dei corridoi principali della rete strategica transeuropea, che mette in collegamento tra loro regioni europee tra le più popolate e a maggior vocazione industriale. Tra i principali obiettivi della nuova infrastruttura: il trasferimento di quote consistenti del traffico merci dalla strada alla rotaia, con vantaggi per l’ambiente, la sicurezza e il sociale». Con questa premessa avremmo già risposto a tutti coloro che protestano perché il Governo dopo avere detto che non si sarebbero proseguiti i lavori per il terzo valico, ha impiegato sei mesi per decidere, viceversa, che è un’opera che non può essere fermata, essa deve essere ultimata. Naturalmente in un mondo normale quando un comico disquisisce di questioni tecniche normalmente significa che vuole fare ridere chi lo ascolta e perciò nessuno prende sul serio le sparate farlocche che egli racconta. Come quando, per sostenere le sue convinzioni contro la realizzazione dei collegamenti autostradali attorno alla sua città, raccontò che il ponte sul Polcevera avrebbe resistito per decenni e chi non lo credeva era semplicemente schierato dalla parte delle autostrade che vogliono opere non necessarie a danno dei cittadini.

Il sì al Terzo Valico rende necessaria la Tav

Purtroppo gli italiani hanno potuto constatare, con un tributo di vittime enorme, quanto l’opinione di un comico sia inattendibile. Ma allora perché i cittadini devono essere sottomessi ad un gruppo di incompetenti governanti che sceglie in modo partigiano i propri consulenti per trovare una risposta che è già realtà. Il Ministro Toninelli, dopo aver pervicacemente sostenuto di affidare la decisione circa la realizzazione o meno le grandi opere ad una commissione tecnica di sua fiducia che ci avrebbe spiegato i costi ed i benefici di ciascuna di esse, ha dato il via appunto al terzo valico, facendo imbufalire il suo elettorato. Già, perché l’unica bussola del ministro sembra essere quella di assecondare chi l’ha votato. E questi italiani rimarranno ancora più delusi nel constatare che le loro convinzioni ideologiche, anacronistiche, sovente contrarie al buon senso ed agli interessi del popolo, saranno disattese. Dopo il si al Terzo valico, qualsiasi ragione per non realizzare la TAV, ovvero la Torino – Lione, è così minimale e residua, di fronte ai benefici di collegare l’alta velocità-alta capacità al sistema europeo che, chiunque volesse ancora opporsi a questo essenziale e moderno collegamento, non avrebbe nessuna ragione significativa a cui aggrapparsi. Infatti l’unica vera motivazione per realizzare il Terzo Valico è collegare il sistema portuale ligure alla rete ferroviaria europea attraverso la TAV.

Senza la Tav il Terzo Valico non avrebbe senso

Il porto di Genova avrà finalmente il ruolo a cui ambisce, di diventare di primo hub europeo sul mediterraneo, se le merci che arrivano potranno proseguire rapidamente per il Nord Europa. Ciò è possibile solo attraverso una moderna e capace ferrovia che passa sotto le Alpi. Se si dovesse rinunciare alla Torino Lione, il Terzo valico non avrebbe perciò senso. Ma poichè il dado è tratto, ovvero il Terzo Valico si fa, a maggiore ragione i costi della rinuncia alla TAV sarebbero enormi e devastanti e pertanto la realizzazione del collegamento transalpino ormai mi pare irreversibile. La propaganda del ministro però non si ferma e probabilmente ignorando le procedure ed il galateo, perchè questa è la cifra che distingue il nostro, il 6 febbraio scorso ha inviato la perizia di parte, cioè la sua, che è contraria alla TAV, alla Francia ed all’Europa. Informo il Ministro che l’unico organo che ha la parola definitiva in merito è il Parlamento italiano. Tuttavia senza un accordo con i francesi nemmeno il Parlamento può modificare un accordo internazionale. Infine anche l’obiettivo di accontentare la volontà del “popolo” degli elettori con il passare dei giorni diventa sempre meno significativo perchè la maggioranza degli italiani secondo i sondaggi è favorevole alla TAV.