Uranio impoverito: secondo le stime sono 7000 i militari colpiti in Italia

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La correlazione tra l’uso di munizionamento all’uranio impoverito e i decessi tra i membri delle forze armate italiane continua a far discutere. A oggi secondo alcune stime in Italia sono 7000 i militari colpito, ma lo Stato Maggiore italiano nega qualsiasi accusa sostenendo che le forze armate italiane non usano munizioni all’uranio impoverito.

Sono molte in Italia le vittime presunte vittime dell’uranio impoverito, ma sono anni che si cerca di dimostrare la pericolosità di questo tipo di armamenti per chi li maneggia e chi svolge missioni lì dove queste munizioni sono state adoperate. I militari italiani ne sono entrati in contatto nelle varie missioni militari condotte negli ultimi anni del XX secolo e i primi anni duemila.

Secondo alcune stime in Italia sono circa 7000 i soldati che si sono ammalati di tumore, in apparenza inspiegabilmente, e secondo molti, a causa dell’uranio impoverito. Se si trovassero delle correlazioni certe, i morti accertati sarebbero più di 350.

È difficile fare delle stime e delle statistiche precise in quanto il ministero della Difesa è restio a discutere la questione delicatissima. Facendo una stima la regione italiana con più soldati colpiti è la Sardegna (538), segue la Puglia (501), la Campania (475) e la Sicilia (454).

Le applicazioni militari dell’uranio impoverito

L’uranio impoverito è un prodotto di scarto dell’arricchimento dell’uranio per l’uso nei reattori nucleari e nelle bombe nucleari.

Essendo molto denso; 19.050 kg per m³, è 1,67 volte più denso del piombo (il metallo più usato nei proiettili). Di conseguenza, un proiettile di uranio impoverito di una determinata massa ha un diametro inferiore rispetto a un proiettile di piombo equivalente, con minore resistenza aerodinamica e capacità di penetrazione maggiori a causa di una maggiore pressione nel punto d’impatto. Inoltre i proiettili di uranio impoverito sono spesso intrinsecamente incendiario perché l’uranio è infiammabile.

Specularmente, a causa della sua alta densità, l’uranio impoverito può essere utilizzato anche nell’armatura dei carri armati, inserendo delle piastre tra le corazzature d’acciaio dei mezzi.

In che maniera è pericoloso per la salute?

Una volta che un proiettile all’uranio impoverito colpisce il bersaglio, il proiettile inizia a bruciare all’impatto, creando minuscole particelle di U-238 radioattive. I venti possono trasportare questa polvere radioattiva per molti chilometri, potenzialmente contaminando l’aria.

L’inalazione di queste particelle può causare cancro ai polmoni, danni ai reni, tumori alle ossa e alla pelle, nonché difetti alla nascita e avvelenamento chimico.

La prima guerra del Golfo Persico del 1991 fu il primo conflitto a vedere l’uso diffuso dell’uranio impoverito, sia nei proiettili perforanti che nelle armature protettive della nuova generazione di carri armati americani Abrams.

La posizione ufficiale dell’UE e gli studi italiani

Secondo il sito dell’Unione Europea, nella sezione Salute pubblica “la tossicità umana dell’uranio è ben studiata“ e che “tutti gli isotopi dell’uranio hanno la stessa tossicità chimica e questa è la probabile causa di danno dall’uranio impoverito”.

Nel testo si afferma che “gli studi confermano che la tossicità dell’uranio impoverito è identica all’uranio presente in natura” dichiarando allo stesso tempo che “il monitoraggio medico dei veterani della Guerra del Golfo che hanno subito ferite da schegge che coinvolgono l’uranio non ha finora rivelato alcun serio effetto sulla salute”.

“Poiché l’uranio impoverito ha una radioattività inferiore rispetto all’uranio non trattato” continua il testo “la tossicità chimica è il principale problema che potrebbe sorgere”. In particolare “i composti solubili di uranio che vengono ingeriti negli alimenti o nelle bevande si concentrano nei reni e nelle ossa. Le particelle di uranio nell’aria possono depositarsi nei polmoni”.

In un rapporto italiano condotto dal dipartimento di Tecnologie e Salute dell’Istituto superiore di Sanità (rapporti ISTISAN), “si basa sulla ricerca di pubblicazioni scientifiche riguardanti lo studio di campioni d’urina prelevati a militari e civili impiegati in aree in cui siano state impiegate armi all’uranio impoverito” e si conclude che “per i militari e civili impiegati nelle aree contaminate da uranio impoverito, in nessun caso sono stati riscontrati segni di disfunzioni renali, né acuti, né cronici”. Allo stesso tempo però si “conferma l’azione genotossica dell’uranio e si nota che il danno cellulare è maggiore nel caso di piccole inalazioni ripetute, rispetto a quello di una singola inalazione acuta”.

In un secondo rapporto precedente dell’ISS, viene trovato un eccesso statisticamente significativo dell’incidenza del linfoma di Hodgkin, un tumore dei tessuti linfoidi secondari, ma allo stesso tempo  non si è trovata una correlazione tra questa neoplasia e l’esposizione interna (tramite inalazione delle particelle di U-238) di uranio impoverito.

La commissione parlamentare e i procedimenti legali

Sono state istituite varie commissioni parlamentari per l’analisi della malattie delle quali l’ultima è quella istituita nel 2015. Nella relazione si è concluso che le “reiterate sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa” hanno “costantemente affermato l’esistenza, sul piano giuridico, di un nesso di causalità tra l’accertata esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate dai militari o, per essi, dai loro superstiti. Per l’uranio è stato altresì riconosciuto sul piano scientifico, con la Tabella delle malattie professionali Inail approvata nel 2008, il nesso causale per la nefropatia tubolare”.

Lo Stato Maggiore italiano ha respinto qualsiasi accusa affermando che “le Forze Armate italiane mai hanno acquistato o impiegato munizionamento contenente uranio impoverito. Tale verità è emersa ed è stata confermata anche dalle commissioni tecnico-scientifiche ingaggiate dalle quattro Commissioni parlamentari che, dal 2005 ad oggi, hanno indagato su tale aspetto” con “centinaia di ispezioni in siti militari, in aree addestrative e poligoni”.

Sebbene ci siano in corso 130 procedimenti legali che, come ha ricordato l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia dell’Osservatorio militare, hanno stabilito una relazione tra l’esposizione all’uranio e le malattie, a livello legale le gerarchie militari superiori continuano a negare le proprie responsabilità. La linea di difesa è sempre la stessa: è stato fatto tutto il necessario per garantire la sicurezza del personale.

Durante l’esperienza di governo giallo-verde l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, indicando il “silenzio spaventoso dei vertici”, aveva annunciato a maggio dell’anno scorso che presto sarebbe stata adottata una legge per la protezione dei diritti dei militari. In particolare il progetto di legge avrebbe fatto in modo che futuro sarebbe stata la Difesa a dimostrare che la malattia non è correlata al servizio reso e non il militare che dovrà dimostrare di essersi ammalato mentre era al servizio del Paese.

Abbiamo richiesto una posizione ufficiale al Ministero della Difesa ma non abbiamo ricevuto una risposta.

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