Archive | September 2019

Come Rockefeller ha fondato la grande Big Pharma e ha scatenato la guerra contro la medicina naturale

How Rockefeller Found Big Pharma AND Waged War On Natural Cures

È stato detto che la famiglia Rockefeller ha influenzato la società moderna in una certa misura, ma ciò che la maggior parte non capisce è quale impatto abbiano avuto . Il nome della famiglia è stato ora collegato alla soppressione della medicina naturale per fondare grandi aziende farmaceutiche e fare soldi.

L’Occidente ha l’assistenza sanitaria migliore e più redditizia al mondo

L’occidente ospita alcune delle migliori case sanitarie al mondo. Chiunque in un’emergenza che necessita di cure mediche tempestive sta meglio di chi vive altrove. In Occidente, le persone ricevono un’assistenza sanitaria molto migliore di quella che viene offerta in una nazione stabilita. Tuttavia, viene spesso trascurato il fatto che l’assistenza sanitaria è ora un’industria da svariati miliardi di dollari in occidente.

La medicina tradizionale di oggi si basa sul trattamento di persone che sono malate di droghe, radiazioni e operazioni che sono molto costose. Ciò che molte persone non capiscono è che la famiglia Rockefeller è stata la prima a riconoscere l’opportunità di sfruttare appieno quello che è diventato un ecosistema con enormi profitti.

Chiunque metta in discussione Big Pharma è bollato come un ciarlatano e un teorico della cospirazione.

Oggi viviamo in un mondo di censura sui social media e chiunque osi persino mettere in discussione le intenzioni di una qualsiasi grande azienda farmaceutica è bollato pazzo e ha l’etichetta di un folle teorico della cospirazione. Tutte le informazioni fornite in merito al recupero di proprietà residenziali o commerciali di pratiche e impianti olistici che non possono essere brevettate sono notizie fasulle in quanto considerate minacce alle droghe delle grandi aziende farmaceutiche.

John D. Rockefeller si è reso conto prima dell’opportunità. Era un magnate del petrolio che fu la prima persona negli Stati Uniti a diventare miliardario. All’inizio del 20 ° secolo, aveva il 90% di controllo sulle raffinerie di petrolio negli Stati Uniti con la sua compagnia Standard Oil. Nel 1900, i ricercatori hanno scoperto prodotti petrolchimici e hanno scoperto che era possibile estrarre molti prodotti chimici dal petrolio. La prima plastica, che era in bachelite, fu prodotta nel 1907 dal petrolio.

John D Rockefeller Family

Turning Point Came On Realization Pharmaceutical Drugs Could Come From Oil

La svolta è arrivata quando i ricercatori hanno scoperto che le vitamine potevano essere prodotte dal petrolio e si presumeva che anche i farmaci. Questa è stata un’opportunità finanziariamente gratificante per Rockefeller poiché ha concluso che poteva monopolizzare non solo il settore petrolifero ma anche le industrie chimiche e mediche. I prodotti petrolchimici sono stati una nuova scoperta che potrebbe essere brevettata e che avrebbe comportato il massimo delle entrate. L’unica cosa che ha fermato Rockefeller era il fatto che i rimedi erboristici e naturali erano popolari negli Stati Uniti a quel tempo. Circa la metà dei professionisti medici negli Stati Uniti praticava la medicina olistica, sulla base delle intese di europei e nativi americani.

Evolution Of Standard Oil The History CompanyCiò significava che Rockefeller doveva sbarazzarsi di quella che era una competizione significativa. Ha usato una strategia che è stata provata nel tempo, soluzione di reazione al problema. Il concetto funziona quando si sviluppa un problema che porta il terrore alle persone e offre loro una soluzione che era stata pianificata. Ha avuto l’aiuto di Andrew Carnegie; aveva fatto un sacco di soldi monopolizzando l’industria siderurgica. La Carnegie Foundation mandò Abraham Flexner in viaggio per la nazione e gli fu affidato il compito di riferire lo stato delle strutture mediche insieme alle università mediche negli Stati Uniti. Ciò ha portato al Rapporto Flexner e alla fine ha portato ai moderni farmaci di oggi.

Il Rapporto Flexner fu condotto a praticanti di medicina olistica incarcerati

Il rapporto affermava che era necessario un rinnovamento insieme alla centralizzazione delle istituzioni mediche. A seguito del rapporto, metà delle università mediche sono state chiuse. Furono spazzati i farmaci naturali e l’omeopatia e alcuni dei professionisti medici che praticavano la medicina olistica furono mandati in prigione. Rockefeller ha donato oltre 100 milioni di dollari a strutture mediche e college per aiutare con la transizione e per cercare di cambiare idea di medici e ricercatori. È stato inoltre fondato il Consiglio per l’istruzione generale.

Non molto tempo dopo che le università mediche furono omogeneizzate e strutturate e gli studenti si resero conto che la medicina utilizzava farmaci brevettati. Agli scienziati sono state inoltre concesse enormi sovvenzioni per studiare le proprietà residenziali o commerciali di recupero di diverse piante e come sono state in grado di curare le malattie. Quello che stavano davvero facendo era trovare i prodotti chimici nelle piante e quindi ricreare il composto in modo che potesse essere brevettato.

Natural Medicine Dietary Supplement Alternative Health Services

Cure per malattie come il cancro sarebbero dannose per gli affari

100 anni dopo e le università mediche producono medici che non sanno nulla delle pratiche olistiche o dei numerosi benefici che le erbe hanno da offrire. Il governo degli Stati Uniti investe il 15% della voce nazionale lorda nell’assistenza sanitaria tradizionale. Questo è un sistema incentrato sui sintomi e produce una raffica di clienti paganti che non finiscono mai.

Nonostante i progressi della medicina, non esiste ancora una cura per il cancro, il diabete, l’autismo, l’asma o persino il raffreddore comune. Le cure per una di queste malattie sarebbero dannose solo per gli affari. John D. Rockefeller era persino dietro l’istituzione dell’American Cancer Society nel 1913.

L’accaparramento di denaro della medicina

Carola Rackete in difficoltà durante l’intervista alla Bbc: le differenze con PiazzaPulita di Formigli

Il capitano della Sea Watch, intervistata dalla Bbc, dal conduttore Stephen Sackur, ne è uscita male. Messa alle stretta, ha affermato: “Non mi pento di nulla”.
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21 Settembre 2019

Se Corrado Formigli a PiazzaPulita l’ha descritta come un’eroina (o meglio, con le sue domande assai accomodanti ha contribuito a farla passare come tale), lo stesso non si può dire di un giornalista inglese. Carola Rackete è stata ospite del programma della Bbc Hardtalk condotto da Stephen Sackur. Un confronto nel quale la capitana tedesca ha mostrato tutte le contraddizioni delle sue azioni nei confronti dell’Italia. La Rackete era infatti finita nel mirino della magistratura (ad oggi ancora indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) per aver violato le leggi italiane, prelevando dalle coste libiche 50 migranti, poi fatti sbarcare a Lampedusa. “All’inizio ha dovuto fare una scelta – ha osservato il conduttore -. Era molto più vicina alle coste libiche che a qualsiasi altro luogo del Sud Europa, a circa 40 miglia dalle coste libiche. La Guardia costiera libica ha preso un impegno, grazie al sostegno della Ue, di frenare il traffico di persone e vogliono che tutte le persone che tentano la traversata siano riportati in Libia. Perché non li ha riportati lì, in Libia?”.

Carola ha subito spiegato che riportare i migranti sulle coste libiche sarebbe stata una violazione della Convenzione di Ginevra “perché sappiamo che queste persone sono vittime di violazioni di diritti umani in Libia”. “Ma voi siete partner della Guardia costiera libica, l’ha incalzato Sackur, e la Libia “sta collaborando con l’Ue. Sta dicendo che nemmeno per un secondo ha creduto che i libici avrebbero potuto occuparsi dei bisogni fondamentali di questa gente?”. “Neanche per un secondo” ha replicato la capitana della nave Ong. Il conduttore della tv le ha poi ricordato “che la legge è la legge”. Il conduttore di Hardtalk ha poi messo la volontaria della Ong di fronte ai dati sui morti in mare, rilevando come gli arrivi verso l’Italia via mare siano crollati dell’84% rispetto al 2018 e del 97% rispetto al 2017, affermando inoltre che “ad oggi, l’Italia, con la sua posizione forte, ha assicurato, ad essere onesti, che migliaia di persone che avrebbero tentato la traversata mettendosi a rischio, non lo facciano più”. Un dato di fatto che la “capitana” non ha potuto replicare.

TRA PRESIDENTI E SOVRANI

L’ELETTORE È IL SOVRANO

Non mi sento di scommettere sulla durata di questo governo, preferendogli quella della democrazia. Su <associazioneeuropalibera.wordpress.com> leggiamo, da Scenari economici.it, un’interessante riflessione dell’avv. Giuseppe Palma sul sistema maggioritario.
È noto che il sistema maggioritario a turno unico premia la governabilità, ma che può non garantire altri interessi costituzionalmente protetti. Un partito di minoranza, rispetto alla totalità degli elettori, può ottenere la maggioranza relativa, ma resta sempre di minoranza. Vero che maggioranza e minoranza devono avere pari dignità, ma la poca rappresentatività di una modesta minoranza, sia pure vincitrice, non acquista maggior valore con un atto d’imperio. Meglio, allora, un doppio turno che una poca rappresentatività.
I Presidenti della Repubblica e la stessa Corte Costituzionale con la sentenza N. 1/2014, tendono a premiare l’obiettivo, certamente di rilievo costituzionale, della stabilità del governo del Paese e dell’efficienza dei processi decisionali in ambito parlamentare; ma questo deve rispettare il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, quali la sovranità popolare (art. 1, secondo comma Cost.:articolo mirabile) l’uguaglianza anche del voto (art. 48, secondo comma,. Cost.), l’effettività della rappresentanza politica nazionale.
Il secondo comma dell’articolo 48 enuncia le garanzie che devono sostenere l’esercizio democratico del voto e le individua in tre principi: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Il principio di personalità vuole che il voto debba essere espresso in prima persona; il principio di uguaglianza vuole che tutti i voti espressi abbiano “uguale peso e valore”; il principio di libertà e di segretezza vincola la libertà del voto alla sua segretezza. Una Legge elettorale puramente maggioritaria e il presidenzialismo sono in contrasto con l’impianto dato dalla Costituzione attraverso queste garanzie perché verrebbe alterata l’eguaglianza del voto. Non è stato casuale che, anche nella sentenza N. 1/2014, si sia assistito a una contraddizione fra le conclusioni, volte a consentire, oltre il trimestre necessario, la continuità dell’azione di governo e i giudizi impeccabilmente formulati nel solco degli articoli 1, 3, 48 e 67 della Costituzione. Una contraddizione che ha continuato continuerà a produrre effetti per la durata quinquennale (ma l’art. 88 Cost. dice che è la massima) delle legislature e settennale del Capo dello Stato (tralascio di commentare la rielezione e la durata in carica di Napolitano, seconda solo a quella di Mussolini). Altra cosa è ammettere un modesto “premio di maggioranza”, quando, però, una formazione politica raggiunga un numero di voti prossimo alla maggioranza stessa. Grazie a Giuseppe Palma e a Scenari economici. it per lo spunto.

PROPOSTA DI LEGGE in materia di offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica, presentata il 3 novembre 2015

Frontespizio Relazione Progetto di Legge

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 3400

 

PROPOSTA DI LEGGEd’iniziativa dei deputatiTURCO, ARTINI, BALDASSARRE, BARBANTI, BECHIS, MUCCI, PRODANI, RIZZETTO, SEGONIModifiche agli articoli 278 del codice penale e 19-bis delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale, in materia di offesa all’onore o al prestigio del Presidente della RepubblicaPresentata il 3 novembre 2015

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Onorevoli Colleghi! Nel corso degli anni l’ordinamento ha visto numerosi interventi legislativi di abrogazione e di depenalizzazione, tra i quali ricordiamo, per la loro portata: la legge 24 novembre 1981, n. 689, la legge 25 giugno 1999, n. 205, il decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507, e la legge 24 febbraio 2006, n. 85.
Tali depenalizzazioni e abrogazioni di reati minori non hanno, tuttavia, intaccato numerose ulteriori norme del codice penale del 1930 ormai divenute anacronistiche.
Alcune di queste fattispecie di reato sono risalenti all’epoca fascista e ormai non sono più conformi ai princìpi dell’ordinamento, tra queste, ad esempio, ricordiamo i reati di disfattismo politico o di associazioni antinazionali, il vilipendio alla Repubblica, alla nazione italiana, alla bandiera, l’offesa alla religione di uno Stato mediante vilipendio di persone o cose, l’oltraggio a un corpo politico, amministrativo o giudiziario.
Queste fattispecie erano state in parte mutuate dal codice Zanardelli e risentivano della forma dell’ordinamento giuridico del tempo, teso a limitare e a punire i comportamenti che potevano rivolgersi in senso denigratorio nei confronti della figura del Re e del suo operato nel Governo del Paese.
Con la riforma penale del codice Rocco del 1930 molte di queste disposizioni sono state recepite, sia perché si era ancora in presenza di funzioni di Governo demandate alla figura del Re sia perché il contesto socio-politico che aveva visto la nascita di tale codice, con al Governo il partito fascista, esprimeva anche nelle fattispecie penali l’ideologia autoritaria che caratterizzava l’azione del potere esecutivo.
In particolare il reato previsto dall’articolo 278 del codice penale che punisce le offese all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica è stato ereditato dal regime fascista che prevedeva, nel codice Rocco, la seguente norma: «Chiunque offende l’onore o il prestigio del Re o del Reggente è punito con la reclusione da due a sette anni».
Dopo la seconda guerra mondiale il legislatore repubblicano, prima dell’entrata in vigore della Costituzione, con la legge n. 1317 del 1947, senza intervenire nel merito, si è limitato a eliminare la figura del Re e del Reggente dalla fattispecie inserendo quella del Presidente della Repubblica.
Si voleva, quindi, tutelare la figura del Capo dello Stato, parificando, tuttavia, questa tutela indistintamente sia nella forma di Stato monarchica sia in quella repubblicana, come se il Re e il Presidente della Repubblica dovessero essere soggetti a identica tutela nei confronti del vilipendio.
È pur vero che tale ragionamento non tiene conto del contesto ordinamentale nel quale si viene a collocare, cioè il Re o il Presidente della Repubblica. Né viene preso in considerazione l’assetto costituzionale, cioè la dimensione pluralistica repubblicana fondata, anche e soprattutto, sul principio di uguaglianza, di cui all’articolo 3 della Costituzione, e sui diritti di libertà, in particolare di libera manifestazione del pensiero previsto dall’articolo 21 della Costituzione, che potrebbero trovare, nella dimensione monarchica, un perimetro costituzionale più ristretto.
La stessa ratio sottesa alla tutela dell’«onore e del prestigio» del Capo dello Stato può trovare la sua naturale espressione in un sistema costituzionale monarchico, nel genus dei reati di «lesa maestà», ma risulta, di converso, incompatibile con l’espressione della sovranità che negli ordinamenti repubblicani e costituzionali appartiene al popolo.
Apparirebbe peraltro contrastante con la Costituzione una norma che prescrivesse addirittura la restrizione della libertà personale, imponendo la pena della reclusione a chi «offenda l’onore e il prestigio» di quel solo soggetto istituzionale a cui l’ordinamento riserva un privilegio oltremodo garantista.
Il reato di vilipendio è quindi a buon diritto annoverabile nei cosiddetti reati di opinione, che possono essere intesi come divieti di dire la cosa sbagliata e di diffondere l’opinione considerata errata su certi valori sovra-individuali.
Partendo dal brocardo «cogitationis poenam nemo patitur» (nessuno può essere legittimamente punito per avere avuto un pensiero), che costituisce il principio di materialità nel diritto penale, si conclude che anche chi abbia espresso questo pensiero non potrebbe essere perseguito penalmente poiché lo Stato non ha il potere di vietare ai singoli di esprimere il loro pensiero anche qualora il messaggio espresso abbia un contenuto inopportuno, irriguardoso o finanche offensivo, fatte salve le tutele accordate a tutti i cittadini rispetto ai reati di diffamazione ed ingiuria.
La libertà di esprimere ciò che si pensa è un aspetto essenziale dell’autonomia e della dignità delle persone: un modo per realizzare la propria personalità attraverso l’ideazione di pensieri che possono essere liberamente espressi.
Le fattispecie penali dei reati di vilipendio – tranne per quello al Presidente della Repubblica, di cui all’articolo 278 del codice penale – sono state oggetto di recente e significativa revisione legislativa, con una totale depenalizzazione in favore di sole sanzioni amministrative mediante la legge n. 85 del 2006 («Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione») che ha modificato i seguenti articoli del codice penale: 241, 270, 283, 289, 292, 299, 403, 404 e 405.
Si può anche sostenere che il legislatore sia incappato in una svista, dal momento che non ha previsto un’uguale depenalizzazione anche per le fattispecie penali riferite al vilipendio del Presidente della Repubblica.
Si ricorda, inoltre, l’autorevole opinione dell’Emerito Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale, in un intervento tenuto alla Giornata dell’informazione il 16 ottobre 2010, aveva così concluso il suo discorso: «Se mi permettete una telegrafica postilla: per quel riguarda l’articolo 278 del codice penale, non toccato peraltro dalla riforma dei reati di opinione di pochi anni fa, chiunque abbia titolo per esercitare l’iniziativa legislativa può liberamente proporne l’abrogazione. Giudichino poi i cittadini che cosa è libertà di critica – e che cosa non lo è – nei confronti di istituzioni che dovrebbero essere tenute fuori dalla mischia politica e mediatica».
A distanza di oltre ottanta anni dal codice Rocco si propone, quindi, la depenalizzazione del reato di offese all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica previsto dall’articolo 278 del codice penale che appare non più in linea con l’attuale contesto socio-politico.
Il delitto di vilipendio al Capo dello Stato, si presenta, peraltro, come una fattispecie a forma libera e di non facile determinazione, capace di comprendere nel concetto di vilipendio qualunque opzione, giudizio e valutazione ritenuti più o meno offensivi, senza che sia definito in alcun modo il grado di gravità dell’opinione espressa perché si possa comminare la sanzione penale.
Nello specifico, il reato di vilipendio al Capo dello Stato e gli altri reati d’opinione presentano, infatti, nell’attuale configurazione, numerose problematiche relative, ad esempio, all’indeterminatezza degli stessi elementi costitutivi della fattispecie, che non consentono immediatamente di definire se mediante l’espressione di una determinata opinione sussista o no l’offesa alla reputazione nei confronti di un’alta carica istituzionale.
È più che opportuno, quindi, ribilanciare gli opposti interessi, da un lato quello del doveroso rispetto delle istituzioni e dall’altro l’altrettanto doverosa tutela della libertà d’opinione anche in relazione al dettato della Costituzione.
Allo stato attuale chiunque può essere perseguito penalmente per il solo fatto di aver espresso le proprie opinioni o la propria posizione ideologica, politica o religiosa, per quanto poco condivisibile essa possa apparire.
S’intende pertanto coltivare il rispetto per le istituzioni democratiche senza processare i cittadini che manifestano opinioni sfavorevoli verso le stesse, esercitando soltanto il loro diritto d’opinione senza che possano essere accusati di aver commesso un reato semplicemente per la qualità istituzionale del soggetto destinatario dell’espressione ritenuta potenzialmente offensiva.
La presente proposta di legge prevede perciò la depenalizzazione di questa fattispecie mediante l’equiparazione del vilipendio al Capo dello Stato al reato previsto e punito dall’articolo 292 del codice penale, rubricato «Vilipendio o danneggiamento alla bandiera o ad altro emblema dello Stato», il quale sanziona il vilipendio con una sanzione pecuniaria che è aumentata se il fatto è compiuto in pubblico o in occasione di una cerimonia ufficiale.
Auspichiamo, dunque, che questa proposta di depenalizzazione possa costituire anche un invito ad approfondire la discussione per una modifica complessiva del nostro sistema penale capace di unificare nel solo codice penale la moltitudine di fattispecie delittuali e contravvenzionali disperse nelle singole leggi che regolano ciascuna materia di settore.

 

PROPOSTA DI LEGGEArt. 1.(Modifica dell’articolo 278 del codice penale).      1. L’articolo 278 del codice penale è sostituito dal seguente:
«Art. 278. – (Offese all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica). – Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 1.000 a euro 5.000. La sanzione è aumentata da euro 5.000 a euro 10.000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale».

Art. 2.(Disposizioni di coordinamento).      1. Al primo comma dell’articolo 19-bis delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale, di cui al regio-decreto 28 maggio 1931, n. 601, dopo le parole: «previste dagli articoli» è inserita la seguente: «278,».

Vilipendio del presidente della Repubblica e del Pontefice

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Il vilipendio, nel diritto penale italiano, fa riferimento ad alcuni reati come: manifestazioni di disprezzo verbale rivolte a determinati soggetti, anzitutto le istituzioni dello Stato e anche le confessioni religiose e i defunti.

Vilipendĕre, vilis, vile, e pendĕre, significa considerare vile, giudicare di poco valore.,Il bene del prestigio delle istituzioni, non solo, merita di essere tutelato, ma deve avere rilievo costituzionale.

Alcune delle fattispecie di questo reato sono risalenti all’epoca fascista e ormai non sono più conformi ai princìpi dell’ordinamento, tra queste, ad esempio, ricordiamo i reati di disfattismo politico o di associazioni antinazionali, il vilipendio alla Repubblica, alla nazione italiana, alla bandiera, l’offesa alla religione di uno Stato mediante vilipendio di persone o cose, l’oltraggio a un corpo politico, amministrativo o giudiziario.

Nella XVII Legislatura, la commissione Giustizia ha portato al voto del Senato la proposta di legge d’iniziativa dei deputati: Turco, Artini, Baldassarre, Barbanti, Bechis, Mucci, Prodani, Rizzetto, Segoni, presentata il 3 novembre 2015 e recante modifiche agli articoli 278 del codice penale e 19-bis delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale, in materia di offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica. Da allora, si attende un rinnovato interesse per questo tema del Codice Penale.

Articolo 278 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica

“Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.

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La norma tutela l’onore e il prestigio legati alla persona del Capo dello Stato, in quanto bene giuridico di rilevanza costituzionale, quali l’onore ed il prestigio della stessa istituzione repubblicana e dell’unità nazionale che il Presidente della Repubblica rappresenta.  Il prestigio, in particolare, riguarda il suo stesso decoro riferito all’intangibilità della sua posizione istituzionale.

Per i frequentatori-combattenti dei social, è bene sapere che, a integrare il delitto in questione è sufficiente qualunque espressione o rappresentazione idonea a menomare il prestigio del Capo dello Stato ed è irrilevante, perciò, accertare se l’offesa sia arrecata al Presidente della Repubblica, in rapporto all’istituzione che rappresenta, o piuttosto in relazione alla sua persona privata, poiché, anche in quest’ultima ipotesi, è indubbia l’offesa al decoro della persona investita dell’augusta funzione.

Inoltre, per la configurabilità del reato, non è richiesto il dolo specifico, e cioè l’intenzione di offendere l’onore ed il prestigio del Capo dello Stato, ma è sufficiente il dolo generico, vale a dire la semplice offesa e la consapevolezza dell’obiettiva idoneità dell’espressione o dello scritto a menomare il rispetto da cui deve essere circondato il Presidente della Repubblica.

Al Presidente della Repubblica, per chi non lo sapesse e ben pochi lo sanno, è equiparato il Sommo Pontefice e questo perché il Regno d’Italia e lo Stato della Chiesa, istituito sovrano dai Trattati, si impegnarono a rispettare reciprocamente la sovranità dell’altro: cosa che contrasta con le continue ingerenze del Vaticano nella politica italiana.

Per quanto concerne il legittimo diritto di critica dei cittadini, costituente un corollario della libertà di manifestazione del pensiero garantito dall’art. 21 Cost., esso può essere esercitato anche nei confronti del Capo dello Stato, ma trova un limite nel decoro e nel prestigio del medesimo.

È, ancora, “un reato a forma libera. È giustificata, pertanto, sia la mancata previsione della possibilità per l’imputato di sollevare l’exceptio veritatis, senza che ciò contrasti con le garanzie costituzionali relative al diritto di difesa. È giustificata, anche, la formulazione della fattispecie come reato a forma libera, senza che ciò contrasti con i principi costituzionali di tassatività della fattispecie e di libera manifestazione del pensiero.”

Infine, non vi si configura la violazione del principio di uguaglianza per la sproporzione della sanzione prevista, rispetto a quella stabilita per i delitti di ingiuria e diffamazione che ledono l’onore ed il prestigio di un comune cittadino o di un pubblico ufficiale, perché, qui, è l’Istituzione dello Stato ad essere tutelata.

“L’11 settembre sfrattiamo il Governo abusivo”.

Fu l’appello del vulcanico generale dei carabinieri (in congedo) Antonio Pappalardo, nella sua veste di presidente del ‘Movimento Liberazione Italia’e portavoce del ‘Movimento 9 dicembre-Forconi’. Antonio Pappalardo intendeva, così, con questa frase sintetica, ma a effetto, portare fino alle estreme conseguenze la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale sulla legge elettorale Porcellum, appunto, dichiarata incostituzionale.

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La vicenda, datata 21 dicembre 2017, ha portato al rinvio a giudizio del generale dei carabinieri in congedo ed ex parlamentare, in quanto il pm  Sergio Colaiocco ha voluto ravvisare nella questione costituzionale, sottesa al messaggio del generale dei carabinieri Pappalardo, il reato di Vilipendio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Vale sempre il detto che conta più ciò che viene compreso dagli uditori che non quello che era nel limbo delle intenzioni, tuttavia, molte voci autorevoli si levarono contro l’escamotage con cui, nella Sentenza N. 1/2014, la Corte Costituzionale evitò di portare a compimento il suo giudizio sulla insufficiente rappresentatività del Parlamento eletto con il Porcellum, facendo salvi, vuoi, in conseguenza della speciale retroattività, le dichiarazioni di illegittimità che colpiscono solo i rapporti pendenti e non quelli già chiusi, vuoi, per il principio della continuità dello Stato, in particolare dei suoi organi costituzionali, gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Specificò, infatti, che essi si produrrano solo “in occasione di una nuova consultazione elettorale” e non toccheranno “gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate”.

Secondo quella Corte costituzionale, l’obiettivo di rilievo costituzionale della stabilità del governo del Paese e dell’efficienza dei processi decisionali in ambito parlamentare deve rispettare il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, quali la sovranità popolare, l’uguaglianza anche del voto, la rappresentanza politica nazionale. Insomma, si assistette a una contraddizione fra le conclusioni  e i giudizi impeccabilmente formulati nel solco degli articoli 1, 3, 48 e 67 della Costituzione, tale per cui, il popolo italiano rimase “in attesa di una nuova consultazione elettorale”, non a breve termine- per esempio, tre mesi – , ma alla scadenza della Legislatura. Qui, altro vulnus per la Costituzione perché la durata di cinque anni della Legislatura è quella massima, come fa intendere, chiaramente, l’art. 88 della Costituzione, prevedendo lo scioglimento anticipato delle Camere. La rappresentatività dell’assemblea parlamentare, sede esclusiva della rappresentanza (art. 67 Co.), è il fondamento di questa democrazia e della forma di governo, perciò, parlamentare. La volontà degli elettori, manifestata, sì, con il voto a favore degli eletti, può e deve poter mutare e, nel caso, essere verificata, appunto, con il voto, principale strumento a disposizione del popolo, fatto sovrano dall’art. 1, secondo comma della Costituzione. Qui, è il caso di richiamare il dettato di questo articolo, che dicendo “La sovranità appartiene al popolo”, con quell’”appartiene”, ha voluto significare che non la trasferisce né agli eletti né al Presidente della Repubblica: gli appartiene. Si riferisce a questa ipotesi l’epiteto di usurpatore lanciato al presidente? Quando si accerti una divaricazione eccessiva tra la composizione del Parlamento e la volontà dei cittadini, il Presidente può fare ricorso all’art. 88 della Costituzione e sciogliere anticipatamente le Camere.

Articolo 88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

Qualcosa di simile, si è appena verificato, un’altra volta, con il reincarico a Giuseppe Conte. In entrambi i casi, non è stato tenuto in debito conto il deficit di rappresentanza sopravvenuto a carico del Parlamento, rispetto alla sopravvenienza di un importante spostamento dell’elettorato, quindi, a un mutato quadro politico e un conseguente deficit dell’organo sede esclusiva della rappresentanza politica. Ciò è avvenuto, nel primo caso, nel 2014, in conseguenza di una sentenza, oggi, è stato verificato in tutte le elezioni  susseguitesi alle politiche del 2018. La nostra Costituzione a impianto democratico-liberale prevede che i governi siano sostenuti da maggioranze che si formano nel Parlamento, tra i partiti e non direttamente dalla volontà popolare, come si vorrebbe da una parte della politica. Purtroppo, non sono stati costituzionalizzati principi guida per i partiti, comunque, la pubblica opinione varia nel tempo e, come ora, anche sensibilmente; perciò, quando emerge grande scollamento fra maggioranze e elettori (e le elezioni amministrative ed europee recenti dicono che scollamento c’è) non si deve imporre un governo al popolo sovrano, ma si deve mandarlo a votare.

Pappalardo, con il quale condivisi alcune audizioni alla Commissione Difesa, anni or sono, è uomo di grande spirito patriottico e democratico, né di destra né di sinistra, portato alle estreme sintesi, la cui comprensione affida, poi, alle frasi a effetto. e invitò, così, il Popolo Sovrano a “un formale atto solenne di PRESENZA per essere Testimone
dell’esecuzione di sfratto del Parlamento illegittimo, abusivo e incostituzionale, che sarà notificata ai diretti interessati” :

“Il Popolo italiano sarà in piazza a Roma, le famiglie con i propri bambini, anziani e disabili, civili e appartenenti alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate, finalmente fianco a fianco, per ristabilire l’ordine naturale e legittimo nel Paese e costruire una Nuova Italia prospera e priva da tutte le corruttele e ingiustizie”.

Allo scalpore, allora, suscitato dal generale Pappalardo ha risposto questo Stato, suscitando altrettanto scalpore. Per la Procura il generale 73enne ha offeso l’onore e il prestigio del presidente della Repubblica che definì:

“Un usurpatore” arrivando a tentare di notificare al Quirinale, il 21 dicembre del 2017, “un verbale d’arresto a suo carico” per il reato di “usurpazione del potere politico”.

Forse, o senza forse, il bersaglio poteva essere la Sentenza n. 1/ 2014 della Corte Costituzionale, anziché l’Istituzione che tutti ci rappresenta.

Dispiace che i contenuti costituzionali alla base dell’azione politica del generale, ex parlamentare, abbiano valicato il campo disciplinare, senza aver mai dato spazio al dialogo, almeno per quanto ci costa. Sarebbe stato, a nostro avviso, auspicabile da entrambe le parti. in ordine gerarchico, s’intende.

dai miei appunti di studio

 

Ecco il giro d’affari di Foti&Co. “150mila euro per 18 ragazzi”

In una mail spuntano i compensi di Foti per gestire gli affidi: ecco quanto guadagnava l’associazione Hansel e Gretel per seguire 18 minorenni.

Una ventina di bambini in terapia portava nelle casse della onlus Hansel e Gretel 150mila euro. Un guadagno sopra la media, se si considera che i costi delle singole visite con i terapeuti dell’associazione superavano, di gran lunga, il “prezzo di mercato” per la stessa terapia, pari a 60/70 euro l’ora.

Numeri che confermerebbero, ancora una volta, che il presunto “business dei bambini” di basava su un’ideologia, ma non escludeva gli interessi economici.

A scovare l’ennessimo documento che inchioderebbe la onlus torinese fondata dal terapeuta Claudio Foti, finito nel registro degli indagati per l’inchiesta “Angeli e Demoni”, è un giornalista del Tg3 Emilia Romagna, venuto in possesso di una mail recapitata nell’aprile del 2018 a Foti da parte di Cinzia Salemi, segretaria dello stesso centro.

Nel documento emergono diverse strategie di gestione del denaro “fai da te”. La Salemi elencava a Foti alcuni metodi per la buona gestione dei fondi derivanti dal sistema degli affidi. Al primo posto, un planning che prevedeva, per 18 bambini in terapia, quattro incontri mensili di un’ora ciascuno tutti fissati al costo di 135 euro l’ora. Esattamente come quelli organizzati al centro La Cura di Bibbiano. Soldi ai quali vanno aggiunti i guadagni derivanti dal lavoro di supervisione e dai vari corsi di formazione di cui si occupava il centro di Foti, oltre alle terapie per altri 4 bambini. Ed ecco che si arriva ad un totale di 144mila euro l’anno.

Una cifra non proprio irrisoria, ma che, secondo la Salemi, poteva ancora essere gonfiata. Nel documento emergerebbe, infatti, un secondo suggerimento: aumentare il costo degli incontri da 135 a 180 euro l’ora. Soldi che, in parte, sarebbero andati al terapeuta che si occupava del minore (60 euro), e in parte sarebbero invece finiti nelle tasche della Sie. La società fondata da Foti. Con questo metodo, scrive la segretaria, “Sie avrebbe un margine di profitto di 3980 euro al mese”. Ma c’è ancora una terza alternativa: 160 euro l’ora. Una via di mezzo che avrebbe portato ad un incasso annuo di 166.400 euro.

E se i numeri già di per sè sciolgono qualche altro nodo dell’orribile groviglio che descrive il sistema di affidi illecito nel reggiano, dalla mail emergerebbero anche altri indizi. Sembra difficile che Foti, destinatario dei calcoli matematici della Salemi, potesse non essere a conoscenza dei guadagni della Hansel e Gretel. Tesi sostenuta, invece, dal legale del terapeuta.

Ma quale ruolo aveva Cinzia Salemi nell’azienda di Foti? Come spiega il tribunale del Riesame, era colei che teneva i legami con i servizi sociali di Bibbiano. Gli stessi che – come descritto nell’ordinanza della Procura – avrebbero passato i soldi, pubblici, alle associazioni e alle famiglie affidatarie a cui venivano dati i bambini tolti alle proprie famiglie per pagare le terapie dei piccoli presso La Cura.

Ma torniamo alle carte. Nella mail la Salemi farebbe cenno ad un contributo da versare all’associazione Rompere il silenzio che, suggerisce la segretaria di Foti, sarebbe potuto arrivare tramite la cooperativa Si può fare. Oppure nel caso fossero aumentati i costi delle sedute, anche direttamente dalla Sie.

Ed ecco che rispuntano sempre gli stessi nomi. Tra cui Romina Sani Brandelli. Ora indagata, la signora Sani è una ex allieva di Foti, oltre che dirigente della casa famiglia Madamadorè di Mirandola dove, la terapeuta, ospitava la ragazza che poi mandò in cura presso lo studio privato di Nadia Bolognini, nonostante questa fosse già agli arresti domiciliari, dando persino il benestare alla richiesta di aumento del costo delle sedute che, in quell’occasione, passarono da 135 euro l’ora a 180. Caso che poi, ha portato ad allargare il diametro delle indagini sull’inchiesta della Procura di Reggio Emilia. Ma questo, già era noto. Ciò che invece tocca sottolineare, è che la Sani era anche responsabile di “Si può fare”. E non è ancora tutto. Ecco che l’amica di Foti compare anche nel direttivo dell’associazione “Rompere il silenzio” assieme a Francesco Monopoli, assistente sociale dell’Unione Val D’enza e fidato collaboratore di Federica Anghinolfi.

Dunque, se le ipotesi venissero confermate in aula di tribunale, i soldi delle terapie che non finivano nella società di Foti, andavano a ingrassare il portafogli dell’associazione di cui Foti faceva parte, assieme a dirigenti delle case famiglia, ex allievi e assistenti sociali. In effetti i conti della Salemi, viste le circostanze, sembrano meno utopici: dopotutto ad essere d’acccordo sul costo delle terapie, oltre a Foti, dovevano essere proprio coloro che facevano parte della stessa associazione del terapeuta.

 

Alle radici della Giustizia, perché Giustizia sia.

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Completiamo la nota di domenica 15 settembre. La Redazionedel Secolo ha pubblicato queste riflessioni del pm Nino Di Matteoche, non solo sono ampiamente condivisibili, ma, almeno quanto alle cordate, sono applicabili a tutto l’apparato statale e agli apparati privati. Come dire che non se ne può fare a meno? Assolutamente, no. È la politica sotto qualsiasi forma, correnti o altro, che deve stare fuori della Magistratura e, figuriamoci, del C.S.M.. Quindi? Abolire le associazioni dei magistrati perché suscettibili di veicolare la politica nel loro interno. In alternativa, rinunciare all’indipendenza della Magistratura a causa dell’incompatibilità con l’azione disciplinare super partes del C.S.M.. Comunque, tutto l’impianto del C.S.M. deve essere verificato e rimodulato, visto l’insabbiamento con cui, rebus sic stantibus, sembra essersi conclusa l’eversione venuta alla luce e “covata”, consciamente o meno non importa, fino ad oggi dai suoi presidenti, nonché Presidenti della Repubblica. Altrimenti, si produrranno due effetti: L’endemia della sfiducia nelle istituzioni che accompagnerà i cittadini in futuro e il venir meno della funzione per la quale è stato introdotto in Costituzione questo organo di garanzia dell’indipendenza della Magistratura: quella di “scorporarla” dalla complessiva e potenzialmente onnicomprensiva sfera di attribuzioni del Ministro della giustizia, ad evitare che questo eserciti una forma di condizionamento sui magistrati, nonché, evidentemente, di “scorporarla” dalla lotta politica; significando che non si tratta di una mera ripartizione né di una gerarchizzazione dei compiti di amministrazione della giustizia, ma di indirizzare in modo autonomo, democratico, l’efficienza del servizio giustizia, quale parte integrante della tutela dei diritti dei cittadini. Qui, in nome di questa tutela, si comprende la funzione equilibratrice assegnata al Presidente della Repubblica, come suo presidente, al primo presidente e al procuratore generale della Corte suprema di cassazione.

Ci si è posti il quesito se le correnti e le associazioni dei magistrati possano veicolare all’interno dell’organo la politica, compiendo un cammino a ritroso rispetto all’introduzione del Consiglio nella Costituzione e facendo venir meno i presupposti dell’indipendenza della Magistratura.

Alla luce di quanto emerso, ritengo che l’indipendenza, così ricercata dai Costituenti, potesse e, di fatto, sia stata messa in pericolo dalle manovre correntizie delle associazioni all’interno dell’organo di garanzia e che l’efficienza del sistema sia stata compromessa dalla prassi, da interventi volutamente errati o da inerzie e, perciò, parlo di eversione. Non ho elementi per affermare che tutti i garanti: il Presidente della Repubblica, come suo presidente, il primo presidente e il procuratore generale della Corte suprema di cassazione fossero addirittura consapevoli di questa eversione rispetto al “voluto” dalla Costituzione, ma, per il principio di responsabilità, il risultato non cambia. Dopo avere osservato lo stravolgimento del sistema attraverso l’inosservanza sistemica di princìpi e regole fondanti dello Stato, la correzione delle prassi distorte, non si risolve con la responsabilità personale dei singoli attori venuti alla luce, né con ma necessita una rifondazione.

CONTINUA LA GUERRA AL WELFARE

Italia: entro il 2050 ci saranno più pensionati che lavoratori

Entro il 2050 in Italia ci saranno più pensionati che lavoratori. È questo l’allarme lanciato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nel suo rapporto Working Better with Age

Infatti, secondo quanto contenuto nel rapporto Working Better with Age, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico sostiene che il numero di persone over 50 inattive o pensionate che dovranno essere sostenute dai lavoratori potrebbe aumentare di circa il 40% arrivando nell’area Ocse a 58 su 100.

Il rischio di avere entro il 2050 più pensionati che lavoratori non è limitato esclusivamente all’Italia. Secondo l’OCSE infatti lo stesso problema riguarderebbe anche Grecia e Polonia.

Più pensionati che lavoratori: le soluzioni dell’OCSE

i governi dei vari Paesi a “promuovere maggiori e migliori opportunità di lavoro in età avanzata per proteggere gli standard di vita e la sostenibilità delle finanze pubbliche”.

Di conseguenza, secondo quanto analizzato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ritardando l’età media in cui i lavoratori lasciano la forza lavoro e riducendo il divario di genere nella partecipazione della forza lavoro in età più giovane, l’aumento medio per l’area Ocse potrebbe infatti essere ridotto al 9%.

Infatti, come sottolineato da Stefano Scarpetta, direttore dell’Organizzazione per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali “il fatto che le persone vivano più a lungo e in una salute migliore è un risultato da celebrare, tuttavia un rapido invecchiamento della popolazione richiederà un’azione politica concertata per promuovere l’invecchiamento attivo in modo da compensare le sue conseguenze potenzialmente gravi per gli standard di vita e le finanze pubbliche”.

I fenomeni analizzati dall’OCSE

Come evidenzia la relazione realizzata dall’OCSE, anche se in alcuni Paesi sono stati fatti dei progressi che hanno portato i lavoratori più anziani a continuare a lavorare fino a 65 anni, tuttavia l’età effettiva in cui si decide di uscire dal mercato del lavoro è più bassa rispetto a 30 anni fa, nonostante l’aumento dell’età media di vita.

Secondo l’OCSE questo fenomeno che rischia di avere entro il 2050 più pensionati che lavoratori è causato principalmente da due fattori ben precisi:

  • riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e trattenere lavoratori più anziani;
  • investimenti insufficienti nell’occupabilità per tutta la vita lavorativa.

Proprio per questo secondo l’Organizzazione sarebbe necessario:

  • una maggiore flessibilità nell’orario di lavoro
  • migliori condizioni di lavoro in generale per promuovere una maggiore partecipazione a tutte le età.

Infine, secondo quanto evidenziato nel rapporto Working Better with Age, per prevenire questo fenomeno sarebbe importante per i Paesi anche investire nelle competenze digitali dei lavoratori più anziani.