Haftar strizza l’occhio alle imprese italiane per la ricostruzione in Libia

La guerra civile infuria. Ma dietro le quinte si guarda già oltre. Come dimostra il blitz a Venezia di un esponente del clan del generale. Il retroscena.

La Libia che arriva oggi nelle nostre case con bollettini di guerra e sbarchi di profughi potrebbe presentarsi in modo molto diverso domani. Associata a parole come «ricostruzione», «commercio», «turismo». Di questo hanno parlato a inizio luglio, seduti a cena in un ristorante fra Venezia e Chioggia, un esponente di primo livello del clan del generale Khalifa Haftar, un armatore veneziano con il pallino dei collegamenti marittimi italo-libici e un docente universitario esperto di relazioni internazionali attivo da anni nell’organizzazione di cordate di imprenditori italiani (soprattutto veneti) in aree problematiche con grandi opportunità di sviluppo. E le opportunità economiche della Libia sono, sulla carta, sempre molte per l’Italia.

Fallito o quasi l’obiettivo di Haftar di impossessarsi della Tripolitania per via militare, lo scenario su cui molti ragionano oggi in Italia è quello di una pacificazione fra le due componenti in conflitto (l’altra è quella del primo ministro Fayez al Sarraj che controlla con fatica la città di Tripoli), magari attraverso una figura terza che archivi la guerra civile e metta finalmente quel Paese in condizioni di esprimere il suo potenziale di crescita. Per quanto ciò possa apparire in contrasto con le notizie che arrivano ogni giorno dal terreno di combattimento, la previsione-auspicio è che ciò possa avvenire non nel giro di qualche anno, ma di qualche mese.

L’INGEGNERE VICINO A HAFTAR CHE TIENE I CONTATTI CON GLI ALTRI PAESI

Se lo augura Loris Trevisan, 63 anni, titolare dell’omonima agenzia di navigazione, che già qualche anno fa tentò il grande salto, mettendo in piedi una linea di battelli commerciali fra Venezia e i porti libici di Tripoli, Misurata e Bengasi, proprio per sfruttare i flussi di merci dal Nordest d’Italia verso la Libia. All’inizio andava bene, poi si è rivelata una missione impossibile. «Quando si è scatenata la guerra, nel 2014», racconta a Lettera43.it, «ci siamo dovuti fermare. Di fronte a quel disastro nessuno avrebbe più imbarcato merci. Ora sembra che possano crearsi le condizioni per ripartire. Se è così noi siamo pronti».

L’altra sera abbiamo saputo che una delle prime iniziative cui pensano i libici è la ricostruzione del centro storico di Bengasi

Arduino Paniccia, Scuola di competizione economica internazionale

Che quel momento sia davvero vicino se lo augurano più di tutti i libici, stanchi di vedere la loro terra distrutta dai bombardamenti dell’una o dell’altra fazione. L’ingegnere del Paese nordafricano che tiene questi contatti (di cui non faremo il nome per non metterlo in difficoltà) è un esponente di una tribù imparentata con quella di Haftar che sta girando diversi Stati per far sì che la Libia non si trovi impreparata quando ci sarà da ricostruire. Allora serviranno imprese specializzate, accordi commerciali, solide relazioni fra Paesi, perché qualunque soluzione pacifica avrà un gran bisogno di crescita economica se vorrà mantenersi nel tempo.

LA TASK FORCE CREATA TRA IL 2012 E IL 2014

È qui che entra in gioco il fondatore della Scuola di competizione economica internazionale di Venezia Arduino Paniccia, animatore fra il 2012 e il 2014 di una task force di imprenditori italiani desiderosi di operare in Libia, che a suo tempo raccolse quasi 200 adesioni e poi si è dovuta sciogliere per il precipitare della guerra civile. Anche lui non vede l’ora di rimettersi in movimento: «L’altra sera abbiamo saputo che una delle prime iniziative cui pensano i libici è la ricostruzione del centro storico di Bengasi. E che per quel lavoro si fidano solo di noi italiani. Pensano che le nostre imprese siano le uniche ad avere le competenze tecniche e culturali per far tornare com’erano le costruzioni distrutte o abbandonate».

IL TURISMO E LA RICHIESTA DI PRESENTARE I PRIMI PROGETTI

Il restauro degli edifici storici sarebbe un ottimo viatico per altri settori, come l’edilizia, l’impiantistica o la produzione di macchinari. Un altro campo che vede l’Italia in pole position è il turismo. «La somiglianza fra le loro coste e quelle del nostro Mezzogiorno» prosegue Paniccia «è venuta fuori più volte nella cena dell’altra sera, insieme con l’intenzione di richiedere a qualche grande imprenditore italiano di presentare i primi progetti».

Se l’Italia non vuole perdere il vantaggio dovuto alla relazione preferenziale coltivata in passato con la Libia deve muoversi per tempo

Perché questi programmi diventino attuali devono verificarsi diverse condizioni, fra cui la stabilizzazione del cambio dinaro-euro e la riapertura delle linee di credito a beneficio del governo di quel Paese. Cose che possono verificarsi solo con la pace. «Ma quando arriverà quel momento» aggiunge l’esperto di geopolitica «molti grandi Paesi, dalla Francia alla Turchia, dall’Egitto alla Cina, saranno pronti a farsi avanti». Diversi di loro sanno fare squadra meglio di noi. Se l’Italia non vuole perdere il vantaggio dovuto alla relazione preferenziale coltivata in passato con la Libia deve muoversi per tempo, anche con iniziative dal basso come questa.

 

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