Archive | March 2019

Oneri di Sistema nella bolletta Enel Elettricità

Chi proporrà d’abolire la legge 12/2017, vergognosa, perpetrata ai danni dei cittadini? Bollette Enel e gas maggiorate con la voce ONERI DI SISTEMA. In parte, sono le bollette non pagate da furbi, rom,ecc. Non è più sostenibile che si paghi a causa della legge truffa Gentiloni. Facciamo un pò di chiarezza.

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Per informazioni più specifiche sulla quota fissa di 135€/anno (11,25€ mensili, 22,50€ in bolletta) introdotta nel 2017 a carico degli utenti domestici non residenti, consultare: Bolletta non residente 2017: quanto aumenta realmente.

La voce “Spesa per Oneri di Sistema” è la terza delle tre voci di spesa principali, dopo Spesa per la Materia Energia e Spesa per il Trasporto e la Gestione del Contatore, che siamo ormai abituati a trovare nella prima pagina della bolletta Enel per l’elettricità (nella versione 2.0 utilizzata a partire dal 1 Gennaio 2016).

Poichè rappresenta una parte consistente del totale in bolletta, è naturale per l’utente chiedersi cosa vuol dire Oneri di Sistema, cosa significa in concreto questa voce, quanto e come incide sul totale da pagare, a che tipo di costi si riferisce e in definitiva dove vanno a finire i soldi pagati. Cercheremo di rispondere a queste domande nel modo più chiaro possibile (in caso di dubbi, osservazioni o domande, lasciate pure un commento in fondo all’articolo, saremo lieti di approfondire).

Prima di tutto è bene sapere che i costi degli Oneri di Sistema sono stabiliti con cadenza trimestrale dall’Autorità per l’Energia e valgono sia per gli utenti in regime di maggior tutela che per quelli sul mercato libero. Non rientrano quindi nella discrezionalità riservata al mercato libero e a parità di condizioni e consumi dovrebbero risultare uguali nelle diverse bollette.

Detto questo, vediamo quanto incide la spesa per oneri di sistema sul totale della bolletta per l’energia elettrica. Nel caso tipico dell’utente domestico residente in regime di maggior tutela, che consuma circa 450 kWh al bimestre e paga una bolletta intorno agli 80€ – 85€, la spesa per oneri di sistema ammonta a circa 17€ – 18€ più Iva, e incide quindi per una percentuale di circa il 22% del totale, poco meno di un quarto.

L’utente domestico non residente, per lo stesso consumo bimestrale di 450 kWh paga invece un totale in bolletta di 115€ – 120€, di cui circa 40€ (più iva) per gli oneri di sistema, che incidono così per una quota ben superiore, intorno al 38%, oltre un terzo del totale da pagare.

Questa differenza dipende dal fatto che a partire dal 2017 gli utenti domestici non residenti pagano una quota fissa per Oneri di Sistema di 135€ all’anno (di cui abbiamo parlato specificamente nell’articolo Tariffe 2017: novità nei prezzi per uso non residente), che invece non è prevista per gli utenti residenti. A parità di consumi, gli Oneri di Sistema degli utenti non residenti sono quindi più cari di 11,25€ (più Iva) per ogni mese fatturato, rispetto all’equivalente bolletta dell’utente residente.

Gli introiti derivati dalla quota fissa di 135€ a carico dei soli utenti non residenti sono interamente destinati ai cosiddetti “Incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate”. Chiariremo più avanti le varie destinazioni delle somme pagate per gli Oneri di Sistema ma per chi ama andare subito al nocciolo della questione possiamo anticipare che la maggior parte dell’importo di questa voce (oltre il 75%) va proprio a sovvenzionare le fonti di energia rinnovabili, principalmente il fotovoltaico.

Percentuali minori vanno poi all’industria e allo smaltimento del vecchio nucleare, fino agli aiuti per gli utenti disagiati, secondo criteri che sembrano avvicinarsi più alla logica di un’imposizione fiscale piuttosto che a veri costi d’impresa, come si vedrà.

Comunque non sono costi nuovi: fino al 2015 i costi inclusi in questa voce rientravano nella voce più generale “Spesa per Servizi di Rete“, che con la Bolletta 2.0 in vigore dal 1 Gennaio 2016 è stata scorporata nelle due voci “Spesa per Oneri di Sistema“, in esame qui, e “Spesa per il trasporto e la gestione del contatore” di cui abbiamo parlato nell’articolo Trasporto e gestione del contatore nella bolletta elettrica).

Perciò, anche se la voce Oneri di Sistema è relativamente nuova perchè compare in bolletta solo dal 2016, in realtà le componenti di costo che rappresenta c’erano anche prima, aggregate sotto la voce Servizi di Rete, e lo stesso discorso vale per la voce Trasporto e la gestione del contatore: queste voci non rappresentano costi nuovi ma semplicemente nuove denominazioni di costi che fino al 2015 rientravano sotto un’altra voce. Crediamo opportuno precisarlo perchè alcuni utenti si sono mostrati disorientati e a volte anche irritati per la presenza in bolletta di due nuove voci non immediatamente decifrabili che spesso rappresentano insieme oltre metà del totale, ma si tratta solo di una nuova aggregazione delle stesse componenti di costo che c’erano anche prima come Servizi di Rete.

Ecco in dettaglio le singole componenti di costo che sommate tra loro vanno a costituire l’importo della voce “Spesa per Oneri di Sistema“, con le rispettive percentuali calcolate in base ai prezzi per kWh del primo Trimestre 2017 (nello scaglione superiore). Sono in numero di nove:

  • 77,0% Incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate (componente A3)
  • 12,5% Agevolazioni alle industrie manifatturiere ad alto consumo di energia (Ae)
  • 4,1% Promozione dell’efficienza energetica negli usi finali (UC7)
  • 2,7% Oneri Nucleari (Decommissioning nucleare) (A2)
  • 1% Compensazioni per le imprese elettriche minori (UC4)
  • 1% Sostegno alla ricerca di sistema (A5)
  • 0,8% Agevolazioni tariffarie riconosciute per il settore ferroviario (A4)
  • 0,6% Oneri per il bonus elettrico (As)
  • 0,3% Compensazioni territoriali agli enti locali che ospitano impianti nucleari (MCT)

Esaminiamo le più importanti in ordine di grandezza, a partire dalla componente A3 (Incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate) che fa la parte del leone in quanto assorbe il 77% del totale, vale a dire che per ogni ogni euro pagato per oneri di sistema, 77 centesimi sono destinati a incentivi per le fonti rinnovabili e assimilate.

La componente A3 è descritta in questi termini dall’Autorità per l’Energia:

….finanzia sia l’incentivazione del fotovoltaico sia il sistema del Cip 6, che incentiva le fonti rinnovabili e assimilate (impianti alimentati da combustibili fossili e da combustibili di processo quali scarti di raffineria etc.

Scopriamo così che la parola “assimilate” nell’espressione Incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate, si riferisce anche alle centrali a carbone e agli inceneritori di rifiuti, come stabilito appunto dal Cip 6, una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi del 1992.

La seconda in ordine di grandezza è la componente Ae (Agevolazioni alle industrie manifatturiere ad alto consumo di energia), che preleva altri 12 centesimi e mezzo dal nostro euro pagato per oneri di sistema. Si tratta di una novità del 2017, perchè nel 2016 la somma destinata a tale componente era pari a zero.

Comunque, la componente Ae (Agevolazioni alle industrie manifatturiere ad alto consumo di energia) è destinata:

….a finanziare le agevolazioni alle imprese manifatturiere con elevati consumi di energia elettrica prevista dall’art. 39 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83.

In pratica rappresenta un contributo offerto alle industrie che consumano più energia elettrica.

Segue a distanza la componente UC7 (Promozione dell’efficienza energetica negli usi finali), che assorbe altri 4,1 centesimi ed è destinata:

….alla copertura degli oneri derivanti da misure ed interventi per la promozione dell’efficienza energetica negli usi finali….

Chi fosse interessato ad approfondire il significato delle singole componenti può trovare le rispettive definizioni complete sul sito dell’Autorità per l’Energia alla pagina Gli oneri generali di sistema, qui tratteremo ancora la quarta voce in ordine di grandezza, ossia la componente A2 (Decommissioning nucleare, ovvero Oneri Nucleari), che assorbe il 2,7% degli Oneri di sistema, destinata

….alla copertura dei costi per lo smantellamento delle centrali nucleari dismesse (Latina, Caorso, Trino Vercellese, Garigliano), alla chiusura del ciclo del combustibile nucleare e alle attività connesse e conseguenti, svolte dalla società Sogin. Secondo quanto previsto dalle leggi finanziarie 2005 e 2006, una parte del gettito della componente A2, pari a circa 100 milioni l’anno, viene destinato al bilancio dello Stato.

Il fatto che questa componente sia almeno in parte destinata al bilancio dello Stato potrebbe suggerire che si tratti in realtà di una tassa, e a pensarci bene si potrebbe sollevare lo stesso dubbio sulla vera natura dell’intera voce “Oneri di Sistema”.

In effetti, le componenti della voce Oneri di Sistema non sembrano rispondere a costi direttamente legati alla produzione o al trasporto dell’energia che arriva nelle nostre case, ma ad altri principi ed esigenze di valore più generale che attengono allo sviluppo e al benessere sociale, come dimostra in particolare il cosiddetto Bonus elettrico destinato ai clienti domestici in stato di disagio fisico o economico (la componente As, a cui va appena lo 0,6%, neppure un centesimo del nostro euro).

In sintesi, mentre le voci di spesa “Materia Energia” e “Trasporto e Gestione del Contatore” si riferiscono a costi sostenuti necessariamente per consentire l’erogazione del servizio, quel genere di costi che qualsiasi impresa commerciale dovrebbe comunque imputare al cliente finale se non vuole andare in perdita, la voce Oneri di Sistema aggrega costi di natura diversa, più simili a imposte vere e proprie in quanto destinati ad attività che non sono collegate direttamente al servizio fornito al cliente ma rivolte piuttosto all’interesse generale della collettività (o almeno si spera).

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Nel Mediterraneo, ormai è anarchia totale. Ed è l’ora più buia della storia d’Europa

D2ulSMoXQAAphUz.pngMigranti che dirottano le navi mercantili, i governi europei che abbandonano la missione Sophia, la propaganda che domina su tutto. “Tutto mentre i trafficanti hanno ripreso a mettere in mare, complici le buone condizioni meteorologiche, un gommone dietro l’altro”. Così il Mediterraneo è fuori controllo e il destino degli ultimi nelle mani di criminali. Non è morta solo la politica, nel Mediterraneo. È morta la civiltà europea

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La petroliera dirottata è arrivata a Malta. Sbarcati i migranti, cinque arresti.

Il mercantile El Hiblu 1, sequestrato dai naufraghi che aveva soccorso e che avrebbe dovuto riportarli in Libia, è stato liberato con un blitz dei militari maltesi. Osservatore Romano: “Dirottatori per necessità”. Viminale: “Asse anti-clandestini con La Valletta”.

Le autorità dell’isola avevano stabilito delle comunicazioni con il capitano, il quale aveva ripetutamente dichiarato di non avere il controllo della nave e che era costretto, sotto minaccia, a procedere verso Malta. A quel punto la nave di pattugliamento “ha impedito alla petroliera di entrare nelle acque territoriali maltesi”, permettendo alle forze speciali di salire a bordo.

Il primo a scendere a terra è stato un bimbo di pochi mesi in braccio a una donna. A bordo c’erano 77 sono uomini, 19 donne e 12 bambini. Cinque le persone arrestate, probabilmente i “responsabili” del dirottamento. Il resto del gruppo è invece salita a bordo di piccoli bus delle forze dell’ordine.

Il premier Joseph Muscat ha assicurato che Malta “seguirà adesso tutte le regole internazionali. Nonostante le nostre dimensioni non ci sottraiamo alla nostra responsabilità”.

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Matteo Salvini ha commentato positivamente il blitz. “Bene l’intervento militare di Malta. L’immigrazione è gestita da criminali e va bloccata con ogni mezzo lecito necessario”.

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Mediterraneo addio. Incapace di assumersi le loro responsabilità i Paesi europei chiudono di fatto l’operazione Sofia di contrasto agli scafisti seppellendo sotto un compromesso indecente interessi geopolitici, diritti umani nonché duemila anni di storia nei quali – senza i mezzi, le capacità, le reti dell’età contemporanea – il Vecchio Continente e specialmente i suoi stati rivieraschi, Italia in primis, aveva costruito i principi ordinatori del Mare Nostrum, le sue leggi scritte e le sue regole consuetudinarie, non meno efficaci.

La decisione presa dai 28 ambasciatori degli Stati membri è la seguente: pattugliamento in mare sospeso, navi ritirate, resta solo la vigilanza aerea e l’addestramento della guardia costiera libica L’Italia canta vittoria perché conserva il comando di questa missione-fantasma senza doversi far carico dei migranti ripescati. La Francia è soddisfatta perché pensa di prendersi la guida di Sofia fra sei mesi, sostituendoci nel rapporto privilegiato con la Libia. La Germania fa buon viso a cattivo gioco: interessi diretti non ne ha, lascia volentieri la questione agli alleati, che se la spiccino loro.

Dai prossimi giorni, insomma, nel Mediterraneo agirà la legge del più forte, grosso modo come all’epoca dei pirati saraceni. Anzi, agisce già fin da ora. Il mercantile turco El Hiblu 1 che ieri aveva soccorso un gruppo di 108 disperati e stava riportandoli a Tripoli è stato costretto a invertire la rotta dalla ribellione dei naufraghi terrorizzati dalla prospettiva del ritorno nei lager libici. Ora vaga tra Malta e Lampedusa cercando un porto che nessuno vuole dargli, ed è immaginabile cosa farà il prossimo capitano della prossima nave commerciale che incrocerà un gommone semi-affondato: si girerà dall’altra parte, farà finta di non vedere e consegnerà la sorte dei fuggiaschi agli dei, visto che tra gli uomini anche le regole primigenie del salvataggio in mare e dell’approdo sicuro sono saltate.

 

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Consegnare il Mediterraneo a questo caos non è lotta all’immigrazione. È resa agli schiavisti, ai trafficanti, ai mostri della tratta di donne e bambini, ai Paesi che li cullano e li proteggono, a cominciare dalla Libia

Senza più la bussola di un sistema condiviso, di catene di comando sicure e adempimenti prefissati, si sgretola anche ogni certezza nell’azione pubblica. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è appena salvato dall’inchiesta per sequestro di persona relativa alla nave Diciotti che già se ne profila un’altra. La Procura di Roma ha trasmesso un esposto sul blocco della Sea Watch alla procura di Siracusa che a sua volta lo ha girato per valutazioni al tribunale dei ministri di Catania. Fu reato trattenere al largo per dodici giorni quella nave, con 47 naufraghi a bordo? Chi vietò l’approdo, su ordine di quale autorità, in base a quale norma?

Tra cinque minuti ciascuna di queste domande e di queste vicende sarà avvolta da un polverone tale che distinguere giusto e sbagliato diventerà impossibile. Oltre la fuliggine della demagogia, tuttavia, si avanza un interrogativo politico importante: che ce ne facciamo di esecutivi europei – tutti o quasi tutti – che risultano palesemente incapaci di costruire decisioni oltre la propaganda? Consegnare il Mediterraneo a questo caos non è lotta all’immigrazione. È resa agli schiavisti, ai trafficanti, ai mostri della tratta di donne e bambini, ai Paesi che li cullano e li proteggono – a cominciare dalla Libia – e capitolazione di un’intera civiltà nata dalla capacità di governare il mare e di dettare le sue regole a chi lo attraversava.

Il paradosso è che la rinuncia a questa millenaria prerogativa, con la consegna all’anarchia e alla prepotenza dei confini meridionali dell’Europa, è l’esito diretto del prevalere di una narrazione dichiaratamente sovranista: quella dei Paesi di Visegrad, che hanno fatto blocco contro ogni riforma delle regole sui rifugiati; quella italiana, che ha rotto i vecchi patti senza sostituirli con nuovi; quella francese, che per calcolo politico ha promosso la sterilizzazione degli interventi navali. Ma il sovrano è colui che governa gli eventi e impone la sua norma politica e morale. Qui di sovrani non se ne vedono, piuttosto si scorgono poteri fragili e rinunciatari che ostentano il manto d’ermellino e lo scettro davanti alle opinioni pubbliche impaurite ma, alla fin fine, non sanno come usarli.

Fonti: LINKIESTA, QUOTIDIANO NET.

GLI EROI DIMENTICATI (PERCHE’ ITALIANI) DEL PULLMAN DI CREMA E QUEL BAMBINO CHE HA GRIDATO “DIO, TI AMOOO!!!” QUANDO SONO STATI LIBERATI

Quella che, alle porte di Milano, la settimana scorsa, poteva essere una strage di bambini e (grazie a Dio) è stata scongiurata dal pronto intervento dei Carabinieri, sui media è stata trasformata nell’occasione per far propaganda allo “Ius soli”. Paradossale – visto che l’autista era un senegalese diventato cittadino italiano – ma è così.

Per questo i media hanno trasformato in un eroe il giovane Ramy, in quanto egiziano, mentre sono spariti dalle cronache tutti quei ragazzi i quali – essendo appunto italiani – non servivano alla causa. Un titolo per tutti, quello del “Corriere della sera” : “Ramy, il ragazzino eroe: ‘Sogno la cittadinanza’”.

Tutti i riflettori sono stati per lui. Non si è più visto il bambino (credo si chiami Riccardo ) che ha preso per primo il telefonino per cercare aiuto. Dall’unica, iniziale, intervista che gli è stata fatta appare come un ragazzino italiano, biondo, con un piccolo crocifisso al collo, quindi non serviva per la narrazione migrazionista.

Così come non si è saputo nulla del ragazzo, veramente eroico, che – quando l’autista ha preteso uno che andasse lì vicino a lui, da tenere a portata di mano – si è offerto come volontario(“altrimenti minacciava di far saltare in aria il bus…”). Un vero eroe. Ma solo i ragazzi stranieri hanno avuto la celebrazione mediatica.

L’unico italiano a cui i media hanno dedicato qualche attenzione è colui che – mentre correva via dal pullman con i suoi amici – ha gridato due volte “ti amo” . L’episodio corrispondeva alla sensibilità oggi dominante che cucina “l’amore” in tutte le salse e in tutti i modi possibili. Così ha suscitato palpiti di commozione e interesse.

A lui infatti sono state dedicate le considerazioni di Massimo Gramellini sulla prima pagina del “Corriere” , che ha scritto: “Sono affascinato dal ragazzino che urla ‘ti amo… io ti amo’, mentre scappa con i compagni dallo scuolabus in fiamme, ma anche seriamente preoccupato per lui”.

E la preoccupazione – spiega sarcasticamente Gramellini – sta nella “possibilità che, in mezzo a tutto quel frastuono, la destinataria del suo ‘Ti amo’ non si sia accorta di nulla. O, peggio, che se ne sia accorta e gli abbia risposto: ‘Ti voglio bene anch’io, ma più come amico’ ”.

Noi adulti siamo scafati e sappiamo come vanno queste faccende di cuore. Guardiamo con tenerezza, ma anche con una certa disincantata ironia  i ragazzi che a 12 anni non hanno ancora capito che l’amore espone ad amare delusioni.

Anche “Le iene” hanno acceso un faro su questo ragazzo e sono andate a cercarlo. Ma – una volta trovatolo – ecco la sorpresa che ha spiazzato l’intervistatrice.

Guglielmo – questo è il nome di quel dodicenne – ha una faccetta simpatica e una felpa gialla. Appare un po’ intimidito dalle telecamere.

Dopo aver detto che ora sta bene (“mi sono ripreso dallo spavento”), alla giornalista che gli chiedeva a chi erano rivolte le parole ‘ti amo’, ha spiegato: “Erano rivolte al Signore, perché sul pullman eravamo tutti disperati e anche io ho voluto fare una mia preghiera. E quando siamo riusciti a salvarci mi è sembrato che si fosse avverata e quindi ho voluto ringraziare”.

La giornalista, stupita (e spiazzata) chiede: “E hai urlato…?”: E lui : “(Ho urlato) Dio ti amo!” .Ecco svelato il mistero. Non “io ti amo!”, ma “Dio, ti amo!”. Così, in questi strani giorni, in un momento storico che affonda nel cinismo, ci è arrivata una lezione da un bambino che spalanca un orizzonte dimenticato. E’ sembrato avverarsi quanto proclama il Salmo 8: “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli”.

Quei ragazzi, nel momento del terrore, si sono raccomandati a Dio e, una volta liberati dal pericolo, scappando verso la libertà, Guglielmo – per tutti gli amici – con quel grido (“Dio ti amo!”) ha ringraziato il Padre che tutti abbiamo nei Cieli.

Dietro il bel volto luminoso di Guglielmo c’è quell’Italia umile, fatta di famiglie, parrocchie e oratori che è e resta ancora l’Italia che dà speranza. Ed è la bella Italia che sui media non sembra degna di essere raccontata.

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Antonio Socci

Il collezionista di porpore. Thriller all’ombra del Cupolone

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L’esercizio è molto semplice e, se volete, potete farlo con noi. Prendete una matita, unite i puntini neri che vi indichiamo e state a vedere il disegno che ne esce. Naturalmente, ogni riferimento a persone, luoghi e fatti è puramente casuale, al più frutto di ossessioni complottiste. Ma si sa, come diceva il Belzebù che per decenni ha tirato le fila della politica italiana, a complottare si fa peccato, ma non si sbaglia.

Partiamo dalla voce che gira insistentemente sulle traversie di monsignor (●), che ha cercato di contrastare con crescente decisione la deriva teologica in atto. Essendo andato a farsi curare in un nosocomio cattolico per una grave malattia, si dice che abbia dovuto fuggire perché avrebbe intuito – o saputo – che i medici avevano la consegna, come si dice nella neochiesa della neomisericordia, di piamente “accompagnarlo” a un dolce commiato. La notizia è sconvolgente, tanto che uno tende a non crederci o, più probabilmente, preferirebbe non crederci.

I DUBBI MUOIONO ALL’ALBA Poi però emergono, tra freschi ricordi, altri puntini. Per esempio, ci sovvengono i cardinali «incerti». Erano quattro. Due di loro sono morti improvvisamente, uno dopo l’altro, con il loro dubiume senza che vi fossero avvisaglie particolari (avevano impegni e appuntamenti in programma), magari -raccontano le cronache – dopo qualche telefonata strana.

Luglio 201X. Muore, durante una vacanza, il cardinale (●●). La sera precedente la sua dipartita, per coincidenza, parlava al telefono con il collega cardinale (●●●) appena silurato dalla carica di prefetto.

Settembre 201X. Muore improvvisamente il cardinale (●●●●). Ha quasi 80 anni, qualche acciacco risalente, ma di certo negli ultimi tempi si era dimostrato attivo e reattivo, tanto da avere una fitta agenda davanti a sé.

Sempre nel settembre 201X, tre giorni dopo, la nostra matita continua il suo tracciato verso il cardinale (●●●●●), che insieme ad altri colleghi aveva firmato due anni prima il testo delle “proto-incertitudines”, Perseverare nella realtà di Cristo.

PASTORI E PECORELLI Il puntino più grosso emerge andando indietro nel tempo di una quarantina d’anni, fino all’ultimo papa veneto. Dell’uccisione di Papa Giovanni Paolo I non si è mai smesso di parlare, un po’ come in America per l’assassinio di Kennedy: anche prima di internet la gente mica credeva sempre alla versione ufficiale, al punto che del papa avvelenato tratta con disinvoltura Francis Ford Coppola ne Il Padrino parte III.

David Yallop, nel best seller In nome di Dio (1984), dice che Luciani fu avvelenato con una sostanza, la digitalina, ad azione cardiaca. Sottolinea come la propria ricostruzione dei fatti si fondi su indizi e non su vere e proprie prove; in particolare, sarebbe corroborata da una serie di testimonianze indirette definite però come altamente attendibili e scrupolosamente verificate. L’autore indica la cosiddetta smoking gun (“pistola fumante”) negli appunti che il papa stava leggendo prima di morire e che sono misteriosamente scomparsi insieme ai suoi occhiali, a un testamento, un paio di pantofole e una confezione di Effortil (un farmaco indicato nella cura dell’ipotensione). Yallop si spinge oltre e indica l’autore materiale dell’alterazione della scena del delitto nel cardinal Villot, la prima persona ad entrare nella stanza di Giovanni Paolo I dopo la sua morte, alle 5 della mattina.

Quanto a Villot, qualcuno nei commenti in rete dice fosse dell’altra sponda e finanche qualcosa di peggio. Ma figuriamoci se noi ci crediamo. Rimane il fatto che il Villot era dentro la cosiddetta lista Pecorelli, cioè l’elenco degli iniziati della presunta loggia massonica operante nel girone più profondo del Vaticano.

VUOI VEDERE CHE LA LOBBY UCCIDE?  Il pensiero che viene al lettore catturato dalla trama dell’enigmatico giallo è lineare: la lobby uccide. La lobby, cioè, uccide chi non si piega. Se uno si piega, invece, verosimilmente fa la fine del cardinale (●●●●●●): si trova qualcuno che ti metta nei guai per molestie, e se necessario ti spedisca dritto in galera (e qualcuno si trova sempre quando si bazzicano giri di chierichetti confusi o giovanotti maghrebini che alternano lo spaccio al meretricio, come in certe sofisticate parrocchie romane).

Il cardinale lavorava in un noto istituto bancario dove sta anche (ivi promosso e inamovibile) monsignor Paupera «il prelato della lobby gaia», come lo definì il grande settimanale di sinistra Il Caffè Veloce. Lo stesso Paupera è anche direttore di un Ostello (abbiamo detto ostello) di grande rilevanza; infatti costui è il padrone di casa di un grande boss – el jefe! –che evidentemente ha grande stima di lui.

CHI TOCCA MUORE (O SI ECLISSA)  Ultimo puntino, e termine della nostra privatissima Settimana Enigmistica, si chiama monsignor (●●●●●●●). Monsignore ha avuto il fegato di mettere nero su bianco nomi, cognomi, date e circostanze dell’endemico scandalo legato alla pratica omosessuale e pederastica ai piani alti del Sacro Palazzo, chiamando in causa direttamente il capostruttura. Poi, conoscendo bene l’ambiente che per decenni è stato anche il suo, ha dovuto prendere le opportune contromisure e ha pensato bene di darsi, letteralmente, alla macchia. Nel momento stesso, cioè, in cui ha pubblicato il suo dossier, ha fatto perdere le proprie tracce e si è definitivamente eclissato.

Viene spontaneo domandarsi: forse che Sua Eccellenza (●●●●●●●) avesse davvero qualche sentore dell’esistenza in Europa di un servizio efficiente di mandanti e di mandatari? In ogni caso a lui va riconosciuto, onore al merito, come, a fronte dei troppi che restano acquattati sottocoperta nei dorati interstizi di un pachiderma in avanzato stato di decomposizione, nutrendosi dei suoi resti, sia stato l’unico a fare i bagagli.

INVERTIRE OMNIA IN BELIAL Concludiamo il nostro esercizio osservando la sagoma che emerge unendo tutti i puntini. Ci conferma una sensazione che comunque, anche a prescindere dalla soluzione del gioco, si fa sempre più concreta: la neochiesa terminale invertita non conosce compromesso e non fa prigionieri. Gli omomodernisti – ci sono quelli praticanti e quelli conniventi – hanno lanciato una vera e propria guerra di sterminio contro la Santa Tradizione, contro la Santa Eucarestia, contro l’uomo immagine di Dio. Costoro agiscono agli ordini di un altro signore, che non è Nostro Signore, ma uno che, come loro, sogna di invertire tutto: Cristo con Belial, il Bene con il Male, il Paradiso con l’Inferno, la procreazione con la perversione, il Sacrificio di Dio con il sacrificio umano.

VITALIZI, COSÌ IL BLUFF DI FICO E DI MAIO HA INGANNATO I PENSIONATI ITALIANI

Questa dei fanfaroni, ma furbi, a 5 stelle va letta bene.

lunedì 18 marzo, di Francesco Storace

Alla fine della fiera il bluff di Fico e Di Maio sui vitalizi degli ex parlamentariha ottenuto l’effetto di ingannare i pensionati italiani. Un’autentica beffa che lascia nella cassa della Castaquello che c’era anche prima. Ecco che cosa hanno combinato i chiacchieroni a cinque stelle.

I più attenti al dibattito che si era sviluppato attorno al tema prima dell’entrata in vigore del taglio lo ricorderanno. Dissero i grillini: “Faremo come Robin Hood”. E si sentiva il rullare di tamburi dalla curva dei social, pronti a rilanciare ogni sciocchezza proveniente dai parlamentari pentastellati.

Hanno promesso il nulla

La promessa era questa: taglieremo i vitalizi, toglieremo i soldi agli ex deputati e agli ex senatori (e agli ex consiglieri regionali) per restituirli ai pensionati italiani. Pur ammettendo che la misura sarebbe stata simbolica rispetto al numero degli italiani che hanno smesso di lavorare, la proposta aveva il suo fascino.

Ma finora la promessa è stata un bluff. Se le cifre che ci hanno raccontato sono vere, con i tagli entrati in vigore dal primo gennaio scorso, le somme che via via si andranno ad accantonare tra Camera e Senato assommano – dicono alcuni – a circa mezzo miliardo di euro.

Ma  neanche un centesimo va a finire in tasca agli “altri” pensionati. Il risultato è che hanno reso più poveri gli ex parlamentari ottantenni, quelli con i contributi più bassi, e non hanno alzato con quei soldi le pensioni di chi ha meno. Perché i quattrini sottratti alla cosiddetta casta con le delibere retroattive sono rimasti nelle casseforti della casta per i convegni di Camera e Senato.

Non hanno abolito nulla

Già perché per finalizzare quelle somme ci vuole una legge. Ma avrebbero dovuto fare prima e proprio per legge il ricalcolo contributivo dei vitalizi – perché non lihanno aboliti affatto – e invece hanno preferito una delibera che molti definiscono pasticciata e i presidenti delle Camere e relativi uffici di presidenza adesso temono i ricorsi.

Chi scrive ha detto no al vitalizio regionale e non ha presentato alcun ricorso per il taglio della pensione parlamentare, giacché in molti c’è consapevolezza della necessità di una misura di carattere sociale per le persone più svantaggiate. Ma qui si sono ammucchiati quattrini che restano alla Camera e al Senato e che non vanno ai più poveri.

Ed è un imbroglio partorito da Di Maio e Fico, che si sono messi a festeggiare qualcosa che non torna al popolo italiano come pure avevano promesso.

Il rischio concreto che si corre è che le delibere dei due rami del Parlamento possano venire impugnate, annullate, stracciate in sede giurisprudenziale. E i giocatori di poker sulla pelle della gente comune strilleranno “non ce l’hanno fatto fare”. Ma in realtà lo sapevano benissimo, perché messi sul chi vive da chi conosce il diritto. Puoi – se puoi – anche agire retroattivamente ma non devi mai superare il limite della proporzionalità del taglio.

E quando agisci in maniera smisurata vuol dire che stai procedendo con dolo. E se lo fai su una materia così sensibile vuol dire che sta abusando della credulitàpopolare. Così hanno ingannato gli italiani. Promettendo quello che si sono tenuti a Montecitorio e a Palazzo Madama.

Uccidiamo il Pil: ecco perché bisogna cambiare il modo in cui misuriamo la ricchezza delle nazioni

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Come si misura la produzione nazionale se un’azienda è registrata in un paese, ma fabbrica prodotti in un altro e paga le tasse in un altro ancora? La rivoluzione tecnologica (e soprattutto Internet) hanno cambiato le regole dell’economia. E così sono caduti tutti i riferimenti conosciuti

SONNY TUMBELAKA / AFP da LINKIESTA

L’imperativo della nostra economia è la crescita – continua, inarrestabile, vertiginosa. La realtà è molto diversa da quella raccontata dal Pil: trasformare l’economia in una gara a chi produce di più ha portato a conseguenze disastrose, alla devastazione dell’ambiente, allo sfruttamento di mezzo mondo, alla disoccupazione di massa; in una parola, all’infelicità. Con “L’illusione della crescita” David Pilling ci propone un’idea straordinariamente semplice e rivoluzionaria: le nazioni non devono scegliere tra la ricchezza e la felicità, l’una non esclude l’altra. Con un vero e proprio viaggio intorno al mondo Pilling si mette sulle tracce di nuovi parametri per calcolare e definire il concetto di ricchezza. Con proposte che spaziano dall’inserire nel bilancio di una nazione il valore delle risorse naturali al calcolare gli indici di felicità dei suoi abitanti, David Pilling consegna nelle nostre mani il libro che, se solo lo vorremo, potrà diventare il testo sacro per il nostro futuro.

Pubblichiamo il quinto capitolo di L’illusione della crescita. Perché le nazioni possono essere ricche senza rinunciare alla felicità di David Pilling (Il Saggiatore): “La rete ha rubato il mio Pil”

È una serata fredda e piovosa a New York. Siete nel vostro appartamento ad ascoltare jazz contemporaneo su Spotify, quando improvvisamente venite colti dal desiderio di sfuggire ai rigori dell’inverno per un weekend in Bassa California, un posto che volete visitare da quando un’entusiastica recensione su TripAdvisor ha attirato la vostra attenzione. Aprite il portatile e iniziate a cercare. Su skyscanner.com digitate gli aeroporti jfk e San José del Cabo, inserite le date del prossimo fine settimana e selezionate. Solo voli diretti. Nel giro di pochi minuti avete fornito gli estremi della vostra carta di credito e prenotato l’opzione più economica a disposizione.

La tappa successiva è Airbnb per trovare un alloggio. Dopo qualche ricerca vi imbattete in un appartamento dentro un condominio davanti al mare a un prezzo ragionevole, con quella che sembra una vista spettacolare sull’oceano. Vi collegate anche al vostro account Airbnb, per assicurarvi che chiunque guardi sappia che il vostro appartamento di Brooklyn sarà disponibile per il prossimo fine settimana. Infine, vi cautelate con qualche assicurazione online, nel caso qualcosa andasse storto. Il giorno stesso della partenza, andate sul sito web della compagnia aerea, inserite gli estremi del vostro passaporto, selezionate un posto accanto al corridoio, fate il check in e stampate la carta d’imbarco. Poi prenotate un taxi con Uber e vi accomodate sul sedile posteriore, diretti all’aeroporto. Finalmente un po’ di riposo: ve lo meritate, dopo tutta quella fatica. L’economia digitale ha reso sfumata la distinzione fra lavoro, tempo libero e faccende domestiche, spostando quello che chiamiamo «confine della produzione», fra le attività che conteggiamo e quelle che non conteggiamo, e rendendo il compito di misurare l’economia più difficile che mai. Da decenni le economie avanzate sono più incentrate sui servizi che sull’industria manifatturiera, ma nell’era di Internet questa tendenza verso l’etereo e il non calcolabile si è esacerbata. Will Page, direttore degli studi economici di Spotify, il servizio di streaming musicale svedese, afferma: «Il Pil è diventato uno strumento assolutamente inadatto al suo compito» perché «in origine era stato progettato per misurare beni materiali tangibili, che nell’economia moderna sono sempre meno rilevanti».

Quando sono andato a trovare Page negli uffici londinesi di Spotify – open space, frigo bar con bevande a disposizione, sala giochi d’ordinanza – mi sono dovuto stampare da solo il tesserino identificativo e attaccarmelo sul bavero, un compito che una volta sarebbe stato svolto da un addetto alla reception. «L’obiettivo delle aziende di tecnologia dirompenti, statisticamente parlando, è ridurre il Pil» mi ha detto Page quando l’ho trovato che si aggirava per uno dei corridoi. «Eliminare i costi di transazione, che vengono misurati, e sostituirli con la praticità, che non viene misurata. L’economia si contrae, ma tutti stanno meglio. Gran parte di quello che sta facendo la tecnologia oggi è distruggere ciò che non è necessario; il risultato è che avremo meno economia, ma più benessere.»

Dal punto di vista dell’economia, stava dicendo che Spotify e aziende simili sono come la materia oscura: invece di pompare fuori Pil, lo risucchiano e lo fanno sparire. Eppure forniscono un servizio valido, che le persone sono disposte a pagare. Quale sia l’effetto che tutto questo produce sulla nostra economia, misurata secondo i sistemi tradizionali, è un argomento complesso e che suscita forti polemiche. Per questo vale la pena scomporlo in diversi filoni.

Il primo è la questione della produzione domestica. Abbiamo visto che lavare i vestiti dei vostri figli o cucinare la cena per Adam Smith non sono considerate attività economiche. Ma stamparsi da soli la carta d’imbarco? Oppure, come ho dovuto fare io l’altro giorno, attaccarsi da soli l’etichetta sul bagaglio in aeroporto e spedirlo al suo destino lungo il nastro trasportatore? (La prossima volta ci toccherà pilotare l’aereo.) Fino a poco tempo fa queste attività sarebbero state eseguite da un addetto stipendiato del personale di terra e sarebbero state conteggiate nelle statistiche economiche. Ora queste mansioni sono state esternalizzate (a voi). Dal punto di vista dell’economia misurata, sono svanite.

Anche il lavoro che avete appena fatto per prenotare il vostro favoloso weekend in Messico una volta sarebbe stato eseguito da un impiegato retribuito. Per usare la terminologia della contabilità nazionale, si è spostato al di fuori del confine della produzione. Dal punto di vista dell’attività economica misurabile, stampare la propria carta d’imbarco equivale a grattarsi il naso: assolve a uno scopo, ma non fa più parte di ciò che chiamiamo economia. Ora la compagnia aerea non ha bisogno di un addetto alle prenotazioni e la società di taxi non ha bisogno di nessuno che riceva le chiamate e invii un’auto. D’altra parte, come succede ogni volta che c’è un progresso tecnologico, si spera che l’addetto alle prenotazioni e quello che smista i taxi trovino un lavoro più produttivo in un altro campo. C’è un altro modo in cui l’attività economica – anche quella intercettata dai parametri di misurazione convenzionali – viene incrementata: dal momento che la compagnia aerea in questo modo risparmia denaro, può ridurre le tariffe oppure pagare ai suoi azionisti dividendi maggiori, visto che realizza profitti più alti. In entrambi i casi, qualcuno avrà più soldi in tasca da spendere per i consumi, e questo dovrebbe far aumentare la crescita.

Il secondo filone è la tendenza dei prezzi a scendere verso lo zero. Ricordo le chiamate internazionali di mio padre da Londra, ai tempi in cui vivevo in America, negli anni ottanta. La conversazione andava sempre allo stesso modo: «Non posso trattenermi a lungo» sbraitava mio padre dall’altra parte della linea gracchiante. «Mi sta costando una fortuna.» Praticamente tutta la conversazione verteva sul fatto che la chiamata gli stava costando un occhio della testa e che presto avrebbe dovuto riattaccare; le telefonate intercontinentali erano stressanti e insoddisfacenti. Al giorno d’oggi, se c’è una connessione Internet, le persone possono comunicare gratuitamente per un tempo illimitato. Servizi come FaceTime e Google Hangouts permettono anche di vedersi in tempo reale. La gente può navigare su Facebook e chattare con gli amici, può inviare messaggi su Twitter (particolarmente utile se siete stati eletti a una carica importante) o cercare informazioni su Wikipedia (idem). Wikipedia, che teoricamente può mettere a disposizione di chiunque abbia una connessione Internet tutto lo scibile umano, è valutata esattamente zero. Com’è possibile che cose così straordinarie non costino nulla? Significa forse che gran parte di ciò che apprezziamo veramente sta al di fuori di ciò che definiamo economia? Esistono sostanzialmente tre modi per pagare servizi digitali non tangibili come musica in streaming, YouTube e Facebook. Il primo è alla vecchia maniera, cioè con il denaro. Il secondo è con il nostro tempo, in particolare guardando le pubblicità visualizzate sui siti: in questo caso, il contenuto o il servizio è pagato dalle entrate pubblicitarie.

Il terzo è simile alla pubblicità, solo che invece di pagare con il tempo si paga con i dati: i nostri dati. Molte aziende fanno affari vendendo informazioni sui loro clienti. Il che significa che il vostro contributo alla crescita avviene in modi che solo l’Agenzia per la sicurezza nazionale comprende davvero. Quella sera a New York, però, stava succedendo anche qualcos’altro. Stavate partecipando a quella che ormai viene chiamata, con efficace espressione, sharing economy o economia della condivisione. Prima dell’era Airbnb, chi andava fuori città di norma lasciava la propria casa vuota. Dopo l’avvento di Airbnb, potete scambiare senza problemi il vostro appartamento con uno in Bassa California, trovando una terza persona a cui affittarlo sul mercato telematico. Complimenti, state contribuendo a far fruttare le attività materiali del mondo, trasformando in un hotel quello che altrimenti sarebbe stato un appartamento vuoto. Il che è positivo per l’ambiente (se tralasciamo il piccolo particolare del volo in Messico) perché significa che le società alberghiere non avranno bisogno di costruire così tanti nuovi alloggi. Tuttavia, mantenendo inalterati gli altri fattori, è negativo per l’economia: meno attività edile e stanze più economiche. Lo stesso vale quando vendete i vostri prodotti di seconda mano su eBay. O donate abiti vecchi all’Africa. State danneggiando l’economia, anche se magari pensavate ingenuamente di aiutare l’ambiente o di vestire un bambino povero del Ruanda.

Vi ricordate di Chen, l’operaio immaginario? La vostra improvvisa predilezione per i beni di seconda mano significa che lui non dovrà più produrre tutta quella roba. Se le cose diventano più economiche e convenienti, l’attività economica cala. O almeno dà l’impressione di calare. È come se la nostra definizione di economia non riuscisse a cogliere ciò che sta succedendo veramente. Ma torniamo al vostro portatile, quello che avete usato per fare tutto quel lavoro. Probabilmente ha lo stesso prezzo del portatile che avete comprato tre anni fa. Ma in termini di memoria, velocità e risoluzione dell’immagine, è come minimo due volte meglio. Insomma, vi siete presi un prodotto migliore allo stesso prezzo; per dirla in altre parole, il prezzo è crollato. Questo è importante per il calcolo del Pil, perché i dati sulla crescita che vedete generalmente sono corretti tenendo conto dell’inflazione. Per i computer e altri servizi tecnologici, il miglioramento – e quindi il calo dei prezzi – è più rapido della capacità degli studi statistici di rilevarlo, e questo significa che stiamo sovrastimando l’inflazione e quindi sottovalutando la dimensione reale delle nostre economie.

Nel 1995 il Senato degli Stati Uniti ordinò di far luce sulla questione. L’anno seguente la Commissione Boskin riferì che gli Stati Uniti, in parte a causa dei rapidi progressi di dispositivi come computer e telefonia mobile, avevano sovrastimato l’inflazione di 1,3 punti percentuali un anno prima del 1996; e questo significava che avevano anche sottostimato la crescita nella stessa misura. Altri paesi, fra cui il Giappone e alcuni stati europei, hanno introdotto correzioni analoghe. Ma il ritmo con cui cambia la tecnologia è così veloce che si può dare per scontato, senza timore di sbagliare, che nessuno riesca a stare al passo. Questo vorrebbe dire che stiamo sopravvalutando l’inflazione (e che siamo più ricchi di quanto pensiamo). Un concetto che riassume buona parte di quello che sta succedendo è il surplus del consumatore, che è la differenza fra il prezzo di mercato di un bene e quanto un consumatore è effettivamente disposto a pagarlo. Il concetto venne reso popolare da Alfred Marshall, un economista del xix secolo. Può essere applicato a qualcosa di semplice come l’acqua, per la quale potreste essere disposti a pagare molto più del prezzo di mercato, soprattutto se avete molta sete. Oppure all’ultimo thriller di John Grisham, per il quale un fan sfegatato pagherebbe molto più del prezzo di copertina pur di dare una sbirciatina in anteprima.

Considerando che la tecnologia fa passi da gigante e il prezzo di certi prodotti tende a zero, secondo alcuni economisti il surplus del consumatore si sta ampliando. Un modo per testare la teoria è vedere, per esempio, quanto sono disposte a pagare certe persone per poter avere prima degli altri, per esempio, l’ultimo modello di iPhone. La differenza tra il prezzo nel weekend di lancio e il prezzo a cui si assesta alla fine è il surplus del consumatore, almeno per quelle persone. Oppure potreste minacciare qualcuno di portargli via l’iPhone e vedere quanto sarebbe disposto a pagare per riaverlo. Un iPhone non è soltanto un dispositivo, ma anche un mezzo per connettersi a reti di amici e soci d’affari e per accedere alle informazioni.

«Penso che il suo valore reale sia di molte migliaia di dollari a persona» sostiene Gavyn Davies. «È una valutazione mostruosamente errata del valore che offre l’iPhone alla maggior parte degli esseri umani.» Gran parte degli esperti concorda sul fatto che la contabilità nazionale, a causa di queste rivoluzioni tecnologiche, sottovaluta la crescita economica. Le stime sulle dimensioni di questo fenomeno, però, differiscono notevolmente (per non dire enormemente). Nel 2012, Erik Brynjolfsson del Massachusetts Institute of Technology osservò che negli Stati Uniti il settore dell’informatica valeva la stessa percentuale ufficiale di Pil – circa il 4 per cento – di un quarto di secolo prima; il che è poco plausibile, per usare un eufemismo. Molte persone hanno provato a calcolare quello che va perso nelle statistiche ufficiali. I metodi variano: per esempio si può stabilire una paga oraria per il tempo che trascorriamo su Internet, quantificata da uno studio di Google in 22 dollari, che all’epoca era il salario medio degli Stati Uniti.

Lo stesso Brynjolfsson e una collega, Joo Hee Oh, si sono cimentati nel compito. Sono partiti dalla scoperta che, fra il 2002 e il 2011, la quantità di tempo libero che gli americani hanno trascorso navigando in rete è passata da 3 a 5,8 ore settimanali, utilizzando servizi come Facebook, Google, Wikipedia e YouTube. Considerando che i consumatori avrebbero potuto usare questo tempo per qualcos’altro, i due ricercatori hanno ipotizzato che le ore in più spese su Internet riflettessero un crescente surplus del consumatore, che hanno quantificato in 2600 dollari a utente per un totale complessivo di 564 miliardi di dollari nel 2011. Se fosse stata inclusa nelle statistiche nazionali, questa cifra avrebbe fatto aumentare la crescita di 0,4 punti percentuali all’anno. Secondo altre stime, di quasi il doppio. Non tutti concordano sul fatto che starsene imbambolati davanti a Facebook debba essere considerata un’attività economica, in particolare se avviene al lavoro, quando la gente potrebbe fare qualcosa di utile (come chiacchierare con i colleghi). Perché dovremmo calcolare il tempo che passiamo su YouTube e non quello in cui guardiamo la televisione, giochiamo con i nostri figli o passeggiamo in un parco? Davvero guardare il video di un gatto ha più valore che – per scegliere un’attività del tutto a caso – guardare un gatto dal vivo? I benefici di Internet possono essere sopravvalutati, oltre che sottovalutati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, è scritto in Ecclesiaste 1: 9. Senza dubbio il tizio che l’ha scritto l’ha copiato da qualche altra parte. Non è mai stato semplice calcolare quanto vale l’innovazione. La cosa vale tanto per i progressi delle automobili e delle fotocopiatrici quanto per le connessioni internet più veloci. Quando una nuova invenzione fa la sua comparsa, può essere incredibilmente costosa. Basti pensare alle medicine, che sono protette da brevetti. Questo consente alle società farmaceutiche di far pagare i loro prodotti centinaia, se non migliaia di dollari. Ma quando il brevetto scade, il prezzo di quella stessa medicina precipita a pochi spiccioli e il prodotto di fatto sparisce dall’economia. Se pensate, come molti, che la tecnologia stia accelerando come mai è avvenuto prima, allora il problema della misurazione errata si aggrava. Secondo alcuni autorevoli studiosi, però, i progressi tecnologici davvero importanti sono tutti alle nostre spalle. Robert Gordon, un esperto di produttività della Northwestern University, sostiene che tutte le invenzioni veramente rivoluzionarie sono avvenute dopo il 1870, e il flusso si è più o meno esaurito intorno al 1970. Gordon cita l’invenzione dell’elettricità e del motore a scoppio, l’acqua potabile e le reti fognarie. Questi progressi hanno portato all’invenzione di macchine come il telefono, la radio, il frigorifero, l’automobile e l’aereo. Molte di queste tecnologie hanno scatenato a loro volta enormi effetti a catena.

Secondo l’economista di Cambridge Ha‐Joon Chang, la lavatrice è stata un’invenzione molto più rivoluzionaria (e non perché il cestello gira in continuazione) di Internet. Perché? «La lavatrice, le condutture di gas, l’acqua corrente e tutte queste banali tecnologie domestiche hanno permesso alle donne di entrare nel mercato del lavoro, con la conseguenza che hanno cominciato ad avere meno figli, ad averli più in là con gli anni e a investire di più su ciascuno di loro, specialmente sulle bambine. Questo ha cambiato il loro potere contrattuale all’interno della famiglia e della società in generale, consentendo loro di ottenere il diritto di voto e innescando un’infinità di altri cambiamenti. Ha trasformato il nostro modo di vivere.» Secondo Gordon, la tecnologia ha avuto un impatto profondo sulla società, ma questo impatto sta diminuendo. La velocità di spostamento è passata dalla carrozza a cavallo all’aeroplano, ma quella degli aerei si è bloccata una cinquantina di anni fa. L’urbanizzazione e la trasformazione della vita delle donne grazie all’invenzione degli elettrodomestici sono eventi unici.

Una volta che si sono verificati, questi balzi in avanti tecnologici svaniscono rapidamente dalle statistiche. Eppure, non sembra azzardato affermare che la rivoluzione informatica trasformerà le nostre vite in modi che ancora non riusciamo bene a capire. I robot e l’intelligenza artificiale renderanno superflui molti dei lavori che svolgiamo oggi; e una vaga idea di questi cambiamenti possiamo farcela pensando ai servizi di risposta automatica e alle casse automatiche dei supermercati, che sono già diventati parte integrante della nostra quotidianità. Le auto si guideranno da sole, i pacchi arriveranno con i droni e i robot prescriveranno medicine e si prenderanno cura degli anziani. In Giappone, sono molti anni ormai che i robot vengono costruiti da altri robot. Se le condizioni essenziali per avere nuove invenzioni sono lo scambio di informazioni e la capacità di costruire su quello che è stato fatto prima («nani sulle spalle dei giganti»), allora i progressi tecnologici non possono che accelerare man mano che sempre più persone hanno accesso alle informazioni. Anche nei paesi in via di sviluppo è in costante aumento il numero di individui che hanno accesso immediato a quasi tutto lo scibile umano, uno scenario che sarebbe stato inconcepibile anche solo nel 1990. In Ruanda ci sono piani per consentire a dodici milioni di persone di accedere a un’intelligenza artificiale medica, capace di fornire consulenze sulla base dei sintomi descritti per telefono.

Domandarsi se stiamo sottovalutando la crescita tecnologica è al cuore di quello che probabilmente è il più grande enigma che la professione economica si trova davanti. In mezzo a questo proliferare di innovazione e progresso tecnologico, perché la produttività ristagna? La risposta potrebbe essere semplicemente che i miglioramenti non vengono recepiti. Certo, potrebbe anche essere che in qualche modo la tecnologia non stia portando quel salto di produttività che la gente si aspettava, ma sembra meno probabile. Questo enigma gioca un ruolo centrale nella percezione delle persone riguardo alla loro condizione. Molti, in Europa e in America, in particolare all’interno del sempre più esiguo ceto medio, sono turbati dalla stagnazione che percepiscono nel loro tenore di vita. Ma se la crescita viene sottovalutata, potrebbe essere che molti stiano meglio di quanto pensino. Se solo riuscissimo a sfruttare meglio i cambiamenti tecnologici, magari ci renderemmo conto che dopotutto le nostre vite non sono così male. In alternativa, le persone potrebbero essere scontente di altre cose, come la perdita di un lavoro appagante, l’aumento della disuguaglianza e lo sgretolamento dello spirito di comunità. Il punto fondamentale è che, su queste e altre questioni, il concetto di crescita, così come viene misurato attualmente, non migliora la nostra conoscenza.

Se non siete mai saliti su uno Shinkansen, un treno giapponese ad alta velocità, è difficile immaginare quanto sia spettacolare questa esperienza. Gli eleganti treni bianchi con i loro nasi comicamente allungati scivolano nella stazione con una precisione tale che i passeggeri in attesa nei punti designati della banchina, si ritrovano esattamente davanti alla porta della loro carrozza. Nel giro di pochi secondi, il convoglio riprende la corsa, sfrecciando attraverso la campagna a una velocità vicina a quella di un aereo, e ti ritrovi a guardare a bocca aperta il paesaggio che ti sfreccia davanti o ad acquistare qualche leccornia appena sfornata dalle donne che spingono silenziosamente i loro carrelli di cibi e bevande da una carrozza all’altra. Sulla tratta Tokyo‐Osaka ci sono circa 300 treni al giorno, che effettuano il tragitto di 552 chilometri in due ore e mezza, con un ritardo medio misurato in qualche frazione di secondo. È difficile dare un prezzo alla qualità. Un economista direbbe che il prezzo è qualsiasi cosa il cliente sia disposto a pagare, dal momento che il mercato trova un naturale equilibrio fra domanda e offerta. All’interno di un singolo paese, la cosa potrebbe anche funzionare, ma quando si tratta di mettere a confronto paesi diversi, in particolare in un contesto di servizi non scambiabili come un treno fra Tokyo e Osaka, il cosiddetto price test (che serve a definire il prezzo ottimale di prodotti e servizi) viene meno.

Nel Regno Unito, la prospettiva di lunghi ritardi, treni fatiscenti e panini al bacon mollicci sulla tratta Londra‐Sunderland mi atterrisce, ma non ho la possibilità di pagare di più per prendere uno Shinkansen lungo la stessa tratta. Lo stesso vale per gli Amtrak, i treni americani che si trascinano a velocità che appartengono a un altro secolo e ogni tanto sono funestati da incidenti mortali. (Neanche una persona è rimasta uccisa in un incidente su un treno ad alta velocità da quando, nel 1964, il Giappone ha lanciato il servizio.) Immaginate la mia sorpresa quando mi sono imbattuto in un rapporto dei consulenti della McKinsey che denunciava l’inefficienza del settore dei servizi giapponese, treni inclusi. Perfino le migliori aziende giapponesi, diceva, raggiungevano appena l’85 per cento di efficienza del sistema americano. Era economichese puro. Per chiunque abbia preso un treno in entrambi i paesi, dire che i treni americani o britannici sono più efficienti di quelli giapponesi è un’assurdità.

Gli economisti hanno ben poco da dirci quando si parla di qualità. Le critiche sull’inefficienza giapponese erano dovute al fatto che gli economisti non stavano comparando elementi omogenei, dal momento che pochissimi paesi possono eguagliare – e nessuno riprodurre esattamente – il servizio disponibile in Giappone. Kyoji Fukao, professore dell’Istituto di ricerca economica dell’Università di Hitotsubashi, ha contribuito a fornire gran parte dei dati sul Giappone confluiti nei raffronti internazionali usati dalla McKinsey e da altri. Concorda sul fatto che i consueti parametri per misurare l’efficienza del settore dei servizi – valore aggiunto per ora/uomo e produttività totale dei fattori, che include i fattori capitale e lavoro – sono grossolani e difficili da applicare nei raffronti transnazionali. Fukao cita come esempio il settore della vendita al dettaglio giapponese, criticato per la sua inefficienza nel rapporto della McKinsey. Il parametro di base per misurare la produttività di questo settore è la quantità di prodotto che un dipendente riesce a vendere in un’ora. Secondo questo parametro, la performance della Germania è positiva: la ragione è che gli orari di apertura sono limitati e questo obbliga i clienti a fare grandi acquisti in maniera concentrata. Quella del Giappone è negativa: la ragione, in parte, è che ci sono molti piccoli negozi a ogni angolo della strada, che vendono un’incredibile varietà di prodotti. Molti sono aperti ventiquattr’ore al giorno; sono economici, ma la qualità è eccellente e sono incredibilmente convenienti, eppure in termini puramente statistici vengono considerati meno efficienti dei cavernosi ipermercati americani nei sobborghi delle grandi città. Sono esperienze non paragonabili. Fra l’altro, non è stato minimamente tenuto in considerazione il fatto che i negozi giapponesi di solito sono raggiungibili a piedi, o al massimo in bicicletta. I dati non riescono a cogliere la scomodità di dover guidare fuori città, o le «esternalità» – gli effetti collaterali non quantificati – associate a lunghe spedizioni per lo shopping: incidenti stradali, inquinamento, manutenzione delle strade, stress e perdita di tempo.

I servizi sono per loro natura soggettivi. Se a un ingegnere viene chiesto come rendere più piacevole il servizio sull’Eurostar Londra‐Parigi, lui consiglierà di spendere sei miliardi di sterline per un nuovo binario che abbrevi di quaranta minuti il tragitto di tre ore e mezza. Se a un dirigente pubblicitario viene fatta la stessa domanda, proporrà una soluzione diversa, consigliando di assumere modelli e modelle e farli camminare su e giù per i corridoi dispensando gratuitamente bicchieri di Château Pétrus durante il viaggio: la compagnia ferroviaria risparmierà i miliardi di sterline che dovrebbe spendere per un nuovo binario e i passeggeri invocheranno un tragitto più lento. Anche senza tirare in ballo le complicazioni dei raffronti transnazionali, definire cos’è la produzione nel caso dei servizi è molto più complicato che per i prodotti manifatturieri. Come si fa a confrontare tra loro cose semplici come un taglio di capelli? C’è il taglio alla marine, corto dietro e ai lati e fatto con il rasoio elettrico, o c’è la sessione di tre ore dal parrucchiere di lusso, in cui ogni ciocca di capelli è amorevolmente scolpita e l’esperienza viene coronata da un delizioso massaggio alla testa. Ma che dire dell’arredamento del salone e dell’abilità del parrucchiere non solo a tagliare i capelli, ma anche a conversare? E non basta dire che il prezzo del taglio di capelli ti dice tutto ciò che devi sapere sulla qualità, perché il prezzo varia di anno in anno. Come fa un povero statistico a tener conto delle variazioni di prezzo da un anno all’altro – elemento imprescindibile se vogliamo che la contabilità nazionale abbia senso – se il servizio in questione è difficile da quantificare e in costante evoluzione?

E se pensate che un taglio di capelli sia difficile da valutare, provate con i servizi forniti da giardinieri paesaggisti o ingegneri informatici, ciascuno personalizzato in base alle esigenze del cliente e di fatto impossibili da confrontare. Gli istituti nazionali di statistica sono quotidianamente alle prese con questi rompicapi. Gli Stati Uniti, per esempio, per classificare i beni lavorati, che rappresentano meno di un quinto dell’economia, hanno 350 categorie, più di tutte quelle usate per classificare il settore dei servizi, che pesa qualcosa come l’80 per cento dell’attività economica. Il nostro modo di misurare la produzione è nato negli anni trenta, ma da allora la natura di ciò che produciamo è cambiata oltre ogni aspettativa. I nostri strumenti abituali per misurare l’economia non ci dicono molto sull’enorme quantità di cose che effettivamente consumiamo. Ed è un difetto non da poco, che suggerisce che dovremmo prendere le statistiche della crescita meno sul serio di quanto facciamo. Nell’agosto 2016 la Commissione europea ha pronunciato la più grande sentenza della sua storia in materia fiscale, ordinando all’Irlanda di riscuotere 14,5 miliardi di dollari di tasse arretrate dalla Apple (più gli interessi). Secondo la Commissione, la Apple aveva adottato una discutibile ripartizione degli utili che le consentiva di spostarne la maggior parte in una «sede centrale» situata nella periferia di Cork, la contea più meridionale d’Irlanda. Di fatto, sosteneva la Commissione, la Apple non era fiscalmente residente in nessun paese d’Europa, e questo le permetteva di ridurre la propria aliquota di imposizione fiscale nel vecchio continente ben al di sotto dell’1 per cento. Per la cronaca, il direttore finanziario della Apple ha definito il verdetto della Commissione europea «chiacchiericcio legale insensato», dicendo che per calcolare le imposte dovute dall’azienda di Cupertino Bruxelles aveva usato il «denominatore sbagliato e il numeratore sbagliato»; a parte questo, però, tutto il resto presumibilmente era vero.

La controversia nasce da un’accusa di evasione fiscale, ma le argomentazioni si applicano al modo in cui misuriamo l’economia, soprattutto in un’epoca in cui le multinazionali sono sempre più tentacolari e le merci che vendono sempre più intangibili. Nel caso della Apple, gran parte della questione ruota intorno alla proprietà intellettuale. Sulla carta, la filiale irlandese della Apple – un paese che rappresenta soltanto una piccola percentuale delle sue vendite – è incredibilmente redditizia perché è lì che si trovano i diritti di proprietà intellettuale del colosso informatico. Nell’era digitale, il valore di un prodotto non risiede principalmente in un bene fisico, ma piuttosto nel marchio o nel contenuto intellettuale o artistico. Anche per qualcosa di apparentemente tangibile come un motore a reazione, i clienti pagano non solo il dispositivo ma anche sofisticati contratti di servizi in cui il fornitore controlla il motore in tempo reale e ne assicura il corretto funzionamento finché non viene rottamato. Molte multinazionali sono in grado di trasferire la fonte di valore dei loro prodotti, che si tratti di proprietà intellettuale, contratti di servizio o servizi legali, in giro per le loro reti internazionali, in modo quasi naturale. Magari comprate il vostro motore a Seattle, ma le persone che provvedono a farlo funzionare per vent’anni stanno a Mumbai. Attraverso una pratica nota come transfer pricing o determinazione dei prezzi di trasferimento, una sussidiaria addebita a un’altra l’utilizzo di questi servizi immateriali e il profitto viene registrato in un unico luogo, quasi certamente quello con l’aliquota fiscale più bassa. Nel 2014 Facebook suscitò grande sdegno in Gran Bretagna quando si scoprì che pagava appena 4327 sterline di tasse, una notizia che contribuì a provocare una rivolta fiscale in una cittadina gallese dove le piccole imprese pagavano una cifra ben maggiore.

Il Pil è stato concepito nell’ottica dello Stato‐nazione, ma le imprese operano sempre di più a livello transnazionale. Il prodotto nazionale lordo, com’era chiamato originariamente, misurava ogni cosa prodotta dai cittadini di un paese, ovunque si trovassero a lavorare. Sotto l’amministrazione di George H.W. Bush diventò il più familiare Pil, che misura ogni cosa prodotta all’interno dei confini di una nazione, anche da chi non è cittadino. Il motivo di questo cambiamento risiede probabilmente nel fatto che Bush padre aveva bisogno di rafforzare le sue credenziali economiche. Passare dal Pnl al Pil fece aumentare il tasso di crescita percepito, perché includeva la produzione di società giapponesi che avevano investito massicciamente nell’industria automobilistica ed elettronica americana. In quest’era di multinazionali, quando molte società occidentali traslocano in Cina, Messico o Vietnam, avrebbe più senso usare il prodotto nazionale lordo. Fra l’altro, farebbe apparire più floride le economie occidentali e meno floride quelle dei paesi dove avviene la produzione, rispetto al nostro attuale metodo di calcolo dell’economia.

Il concetto di produzione nazionale, comunque sia configurato, diventa quasi privo di significato quando un’azienda viene registrata in un primo paese, fabbrica prodotti in un secondo, li vende in un terzo e paga le tasse (se proprio, ma proprio deve) in un quarto. Il contenzioso fiscale della Apple con l’Unione Europea è un ottimo esempio. Ma lo è anche la produzione degli iPhone della stessa Apple, che in gran parte vengono assemblati nella città di Shenzhen, nella Cina meridionale, in fabbriche di proprietà, detto per inciso, della Hon Hai, una società dell’isola ribelle di Taiwan. Il fatto che la Apple e molte altre aziende americane abbiano scelto la Cina come base di produzione è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale così grande con quel paese. Tuttavia, la dimensione apparente del deficit commerciale – pur essendo politicamente esplosiva – non ha una grande importanza. Questo perché la maggior parte dei componenti assemblati in Cina è realizzata altrove: i microchip in Corea del Sud, i condensatori in Giappone e i processori negli Stati Uniti stessi. Non avete nemmeno bisogno di aprire un iPhone per capire cosa sta succedendo. Basta capovolgerlo e leggerete: «Progettato dalla Apple in California. Assemblato in Cina».

Un rapporto ha scoperto che solo il 2 per cento del costo di un iPhone va alla manodopera cinese, con il 30 per cento che finisce nelle tasche degli azionisti della Apple sotto forma di profitti. Anche qualcosa di apparentemente semplice come un opale è difficile da inquadrare con precisione. Un libro sulle Chungking Mansions, un complesso di edifici a Hong Kong pieno di pensioni da quattro soldi e negozi dove si commercia di tutto e dove converge gente da tutto il mondo per mercanteggiare, racconta uno sbalorditivo esempio di globalizzazione di fascia bassa. Tramite le Chungking Mansions opali australiani vengono spediti nel Sud della Cina, dove vengono lucidati, rimandati in Australia e venduti come souvenir ai turisti cinesi in visita in Australia (che presumibilmente li riportano in Cina). In un mondo del genere il concetto di produzione interna – la nostra definizione stessa di economia – diventa quasi privo di significato.