Archive | January 2019

OPZIONE ZERO: Quando la lotta si conduce con intelligenza, passione e determinazione la lotta paga! E’ questa la lezione che dobbiamo imparare a fronte delle due bellissime notizie.

La democrazia significa partecipazione, coesione e impegno. Ci sono valori comuni che chiamano  tutti insieme alla loro difesa, come in queste battaglie di Opzione Zero e come nello spirito di Veneto Unico.

1. Elettrodotto Dolo-Camin: Terna e Regione si arrendono!

La prima riguarda l’elettrodotto Dolo-Camin, una delle storiche battaglie condotte dai comitati della Riviera del Brenta da oltre 10 anni: è appunto di ieri la notizia che Terna e la regione Veneto hanno firmato un accordo per l’interramento della linea da 380 Kw in alternativa al progetto aereo; così sarà anche per altri elettrodotti previsti in zona montana!

Nel momento in cui tutti cercano di prendersi il merito (Zaia in testa) è forse bene ricordare come è andata la storia.

Ad accendere per primi i riflettori sulla linea aerea Dolo-Camin furono il comitato di Vigonovo A. Canova, il circolo di Legambiente Sarmazza e il comitato di Paluello. Era il 2008, e quel progetto era solo uno dei tanti tra quelli pianificati dai Governi, dalla Giunta Regionale di Galan, Chisso e Zaia (Forza Italia + Lega), e pedissequamente accettati da molte amministrazioni comunali della Riviera del Brenta (sia di centro-destra che di centro-sinistra).

Li ricordiamo questi progetti: autostrada Romea commerciale, Veneto City, il nuovo casello ad Albarea, Città della Moda, camionabile sull’idrovia, polo logistico di Dogaletto, centro commerciale di Calcroci, e appunto l’elettrodotto. Si trattava, e si tratta, di un unico disegno che va sotto il nome di progetto strategico regionale “Bilanciere del Veneto”.

I vari comitati presenti sul territorio, tra cui molto attivo Opzione Zero che allora si chiamava Rete No Autostrada Romea, si unirono nel Coordinamento CAT e mettendo insieme le forze, a suon di proteste, di ricorsi, di denunce, di liste civiche fatte per far saltare questa o quella amministrazione comunale connivente, sono riusciti nel tempo a impantanare o anche a far cancellare tutti questi progetti.

L’elettrodotto è stato uno dei primi progetti ad essere aggrediti dopo che la Regione Veneto prima e il Governo poi avevano dato il loro ok a seguito di una valutazione di impatto ambientale molto discutibile. I comitati e i cittadini di Vigonovo e Saonara insieme a CAT decisero di fare ricorso al TAR del Lazio contro Terna, contro i ministeri competenti e contro la Regione Veneto. Il ricorso fu respinto ma, con grande sforzo economico, si decise di andare oltre e presentare ricorso anche al Consiglio di Stato, unendosi tra l’altro ai ricorsi di alcuni comuni della Riviera. Nel 2013 il Consiglio di Stato boccia Terna e dà ragione ai comitati.

E’ la prima grande vittoria. Ma Terna torna alla carica e presenta da lì a pochi anni lo stesso progetto. Solo che a quel punto tutte le amministrazioni in carica, tantissimi cittadini, nuovi e vecchi comitati fanno quadrato contro Terna e ancora una volta contro la Regione leghista, e proseguendo con tenacia la battaglia sono riusciti finalmente a vincere in modo definitivo.

 

2. Autostrada Valdastico nord: stop dal Consiglio di Stato

Anche qui cittadini, comitati e amministrazioni della comunità della Valdastico e del Trentino sono in lotta da anni contro l’ennesima grande opera inutile, devastante, e generatrice di debito pubblico. Questa volta è il Comune di Besenello a fare ricorso e il Consiglio di Stato proprio ieri gli ha dato ragione che boccia la delibera CIPE di approvazione di una parte del progetto: l’opera non si può fare se non viene prima presentato un progetto unitario e se non c’è il via libera del preventivo del Trentino.

Si vedrà, visto che da poco è stato eletto presidente della provincia di Trento un leghista di origine veneta e visto che proprio la Lega è una dei partiti che più ha sostenuto il sistema perverso delle grandi opere sia al Governo che nelle regioni che da decenni amministra.

Le vertenze e i problemi sono ancora tanti, ma oggi festeggiamo anche noi insieme a tutti quelli che con coraggio si battono contro la devastazione e il saccheggio dei territori, contro un sistema ingiusto e insostenibile che sta conducendo il Pianeta intero verso un disastro di proporzioni incalcolabili.

Sabato 26 saremo a Roma per preparare la manifestazione nazionale del 23 marzo, e domenica 27 a Vicenza per discutere insieme a tanti altri comitati su come affrontare la crisi ambientale e climatica in modo concreto e fattivo.
Andiamo avanti!!

Comitato Opzione Zero

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Scenari Economici: Smettiamo di fare i perbenisti: il DC-9 dell’Itavia a Ustica fu abbattuto dai caccia francesi mentre cercavano di uccidere Gheddafi. Così dice il libro del giudice Rosario Priore…

La gente si straccia le vesti sull’ingerenza francese in Libya e sui migranti fatti arrivare abusivamente in Italia. Peccato che gli stessi che oggi si agitano non facciano i compiti a casa, non studino: il giudice Priore nel libro “Intrigo Internazionale – Perchè la guerra in Italia”  – Chiarelettere, del 2010 – indica chiaramente che furono i francesi ad abbattere il DC-9 nell’Itavia nelle more di una operazione di guerra internazionale molto simile a quella che portò alla fine di Gheddafi 30 anni dopo. Come disse il capo dei servizi segreti francesi Alexandre de Marenches, pg. 154, “il leader libico doveva essere messo nelle condizioni di non nuocere più, e farlo era il dovere di più governi“. Questo perchè la politica estera di Gheddafi, certamente troppo filo-Italia (il Rais aveva attinenze materne italiane; ricordiamo tra le altre cose il salvataggio della Fiat alcuni anni prima coi soldi libici) dava molto fastidio a Parigi.

In breve, quello che accadde secondo la ricostruzione del giudice Rosario Priore conferma che la marina francese assieme alla propria aviazione, nelle more di una “verità indicibile” secondo lo stesso, avrebbe sferrato l’attacco a Gheddafi mentre il leader libico usava un corridoio aereo riservato ossia non monitorato dai radar – concesso dalla politica estera di Andreotti negli anni precedenti, in cambio di cooperazioni economiche con l’Italia, ndr – per muoversi fuori dai propri confini ossia anche sul nostro Paese. Di norma ciò comportava accodarsi o sovrapporsi a aerei di linea per confondere la traccia radar. Proprio questo accadde durante la battaglia aerea nei cieli italiani del 27 giugno del 1980, quasi precisamente 38 anni fa. E tutto questo sulla scorta di notizie “attendibili” secondo cui l’operazione partì dalla portaerei Clemenceau di stanza nel Tirreno, con il supporto dei caccia partiti dalla base di Solenzara in Corsica (“Quella sera, la Corsica era un nido di vespe”, mi dissero i controllori della Sardegna).

Pensate che, per uno strano scherzo del destino, quella notte addirittura il vice del generale Dalla Chiesa, il gen. dei Carabinieri Nicolò Bozzo in vacanza in zona vide enormi movimenti di aerei dalla base corsa. La Francia per decenni non ammise quanto rilevato dal gen. Bozzo, anzi disse una marea di bugie, sia sulla reale posizione delle Clemenceau che sul traffico aereo a Solenzara(pg. 156).

Interessantissima la conclusione del giudice Priore sulla vicenda che nella chiosa conduce precisamente alla realtà dei nostri giorni, dove i francesi hanno in piedi un progetto egemonico nell’area una volta fatto fuori il Rais, pg. 157, piano che contempla l’annichilimento dell’Italia:

L’eliminazione del leader libico su Ustica sarebbe stata soltanto la prima fase di un progetto assai più vasto che prevedeva anche interventi via terra sulla Libia. La caduta del regime di Tripoli avrebbe avuto come conseguenza il riordino dell’intero assetto nordafricano e subsahariano e una nuova spartizione dell’influenza in queste aree ricchissime di risorse. A tutto svantaggio della presenza italiana“.

Eppoi: “la politica mediterranea ed africana di Gheddafi era fortemente destabilizzante e colpiva direttamente interessi francesi“, pg. 158. Ossia, nelle more dell’attacco francese di Ustica “l’Italia, appoggiando la Libia, era di fatto in conflitto con la Francia“, pg. 162.

Lettura fondamentale quella sopra indicata.

Con una preveggenza incredibile il giudice Priore ci ha spiegato nei dettagli il contesto e le ragioni dell’attacco di Ustica: l’abbattimento del DC9 fu solo un errore attuato durante la “caccia al jet di Gheddafi” da parte dei francesi sui cieli italiani, contingenza del tutto simile a quanto accaduto nel 2011. Anche allora gli USA erano chiaramente a conoscenza di tutto, c’era infatti un governo Dem a Washington (come nel 2011 con Obama) e come spesso accade gli USA cedettero alle richieste francesi di indebolire l’Italia senza però sporcarsi le mani, una costante da almeno 50 anni, per motivi storici con profonda radice massonica i Dem USA e quelli del Massachusstes in particolare sono legatissimi a Parigi (…).

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In pratica lo scontro sui migranti tra Italia e Libia dei nostri giorni nasconde molto di più ossia il petrolio libico e le risorse nell’area, in nordafrica. Peggio, dal 2011 in avanti, col golpe contro l’Italia e la caduta del Rais, in parallelo alla corruzione sistematica di una certa fazione politica Dem ossia della sinistra italiana si è innescato un movimento revanscista europeo che ha coinvolto la fino allora silente Germania la quale si è finalmente convinta a sfidare Washington in EUropa (tale processo corruttivo della gauche francese verso l’omologa fazione italiana ha radici profonde, …, non a caso un ex primo ministro romano – a cui secondo chi scrive andrebbe tolto il passaporto italiano – Enrico Letta, è andato ad insegnare all’università dei servizi francesi a Parigi, oltre ad essere stato insignito – come molti sodali di partito – della Legion d’Onore per i servigi prestati non all’Italia ma alla Republique).

Ossia il flusso incessante di migranti che abbiamo visto negli scorsi anni – dal 2012/13 – dirigersi in Italia, disperati che invece di essere riallocati in EUropa come da accordi EU sono stati deliberatamente ed abusivamente tenuti bloccati entro i nostri confini, fa parte di un piano paneuropeo mirato ad indebolire il miglior alleato anglosassone in Europa, l’Italia, guarda caso sede di oltre 110 basi ufficiali USA e del primo deposito fuori dai confini americani di esplosivi convenzionali (Camp Darby) oltre ad ospitare più testate atomiche USA di tutti gli altri paesi EU messi assieme.

Ossia i migranti fatti concentrare in Italia sarebbero dovuti essere il diluente sociale necessario per indebolire il Paese dall’interno permettendo, da un lato, la sua conquista economica (parallelamente alla cooptazione – solo per non dire corruzione – della classe dirigente di sinistra da parte dei francesi, vedasi quanti soggetti apicali sono legati a filo doppio alla Francia, Bassanini, Prodi, lo stesso D’Alema, per non parlare di Gentiloni ed E. Letta oltre che dello stesso Renzi, che però si è orientato maggiormente verso la sponda Dem atlantica); dall’altro la perpetrazione di interessi politici ed economici privati (accoglienza migranti da parte delle cooperative rosse) finalizzati a mantenere al potere il PD dando il voto ai nuovi elettori immigrati, gente senza cultura facilmente manipolabile a cui si sarebbe reso chiaro l’obbligo morale di dare il voto a chi li aveva fatti arrivare. Parallelamente ci sarebbe stata la progressiva erosione del tessuto economico, sociale e nazionale con l’obiettivo di lungo termine di annientare la creatura anglosassone di stampo ottocentesco nel Mediterraneo, l’Italia.

Ecco. Ora sapete una grossa parte di verità.

E capite anche il motivo dello scontro tra Macron e Salvini, ossia col governo più unionista dall’Unità d’Italia, un governo forte nel Belpaese viene visto da Parigi letteralmente come fumo negli occhi. Ah, l’ultimo dettaglio: sono ben 11 giorni che le “forze francesi di Al Qaeda in Libya” sono martellate da bombardamenti americani partiti da Sigonella, ancora qualche giorno e diventerà impossibile per l’opinione pubblica francese nascondere le decine se non centinaia di morti di soldati d’oltralpe ufficialmente in “incidenti” in giro per il mondo, in realtà morti in guerra in zone dove non sarebbero dovuti essere “operativi”.

Vero che le parole di Macron rivolte a Trump nell’ultimo G7 sono state forti [“… ricordati che non sarai Presidente per sempre….“], ma ben più degno di nota è che oggi Parigi ne sta subendo le pesanti conseguenze, fino a mettere in pericolo la sua stessa permanenza in Nordafrica. Ecco il motivo della fronda interna anti-Macron, terrorizzata in forza del supporto militare USA all’Italia tanto possente da poter ribaltare le sorti di uno scontro geopolitico che solo qualche mese fa sembrava vedere la Francia sicura vincente.

Mitt Dolcino

 

I pm: Deutsche Bank barò sullo spread, rovinando l’Italia, con la regia di Giorgio Napolitano.

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Spuntano carte e prove bollenti, qui crolla il loro impero. TV e giornali ci nascondono tutto quello che sta di fatto accadendo dietro le quinte.

Alla sbarra i responsabili del crollo finanziario dell’Italia, per favorire il commissariamento del paese con la regia di Giorgio Napolitano? La prima banca tedesca, Deutsche Bank, con alcuni dei suoi ex top manager è indagata dalla Procura di Milano per la mega-speculazione in titoli di Stato italiani effettuata nel primo semestre del 2011. Operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i Btp e i Bund tedeschi e a creare le condizioni per dimissioni del governo Berlusconi, a cui subentrò l’esecutivo di Mario Monti, con in tasca la ricetta “lacrime e sangue” per l’Italia, dalla legge Fornero sulle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione. Secondo l’“Espresso”, che ricostruisce la vicenda svelandone i dettagli, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato, avvenuta attraverso operazioni finanziarie finite sotto la lente dei pm per un totale di circa 10 miliardi di euro. Affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico cominciava a minacciare altri paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, scrive Marcello Zacché sul “Giornale”.*
A onor del vero, scrive Zacché, l’indagine sul gruppo bancario di Francoforte è vecchia di due anni, avviata dalla Procura pugliese di Trani (già attivasi in altri procedimenti finanziari come per esempio quello contro le agenzie di rating). E nel Napolitanosettembre scorso è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini, con i magistrati pugliesi pronti a chiedere il rinvio a giudizio di cinque banchieri che guidavano il gruppo nel 2011 (tra cui l’ex presidente Josef Ackermann e gli ex ad Anshuman Jail e Jurgen Fitschen) e della stessa Deutsche Bank. Poi però non se n’era saputo più nulla. Ora invece si apprende che l’indagine è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della banca. «Come noto – ricorda il “Giornale” – la vicenda riguarda la forte riduzione negli investimenti in titoli di Stato italiani avvenuta nei primi sei mesi del 2011, quando Deutsche Bank smobilitò 7 dei circa 8 miliardi dei Btp che deteneva, comunicando tutto soltanto il 26 luglio». Una notizia bomba, tanto che il “Financial Times” titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’Eurozona».Ora l’indagine che i pm milanesi hanno riaperto ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca. E, secondo l’accusa, emergerebbe che già alla fine dello stesso mese di luglio del 2011, Deutsche Bank aveva ripreso a comprare Btp (per almeno due miliardi) senza annunciarlo, mentre altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano posseduti da un’altra società tedesca acquisita nel 2010 dalla stessa mega-banca. Il 26 luglio, dunque, «Deutsche Bank comunicò le vendite avvenute entro il 30 giugno, ma non gli acquisiti successivi», avendo quindi «venduto prima del crollo dei prezzi, e ricomprato dopo». Una speculazione «che sembra aver fatto perno sulla crisi finanziaria italiana, causandone poi anche quella politica». Mario Monti, incaricato da Napolitano, ha così avuto modo di fare quello che i “mercati” (la Germania) chiedevano da tempo: demolire la domanda interna del paese, il cui Pil è crollato di colpo del 10% insieme alla produzione industriale, calata vertiginosamente del 25% aprendo la porta all’acquisto, a prezzi di saldo, di alcune tra le migliori firme del made in Italy.

Notizie Dal Mondo

La Francia convoca l’ambasciatrice italiana dopo le frasi di Di Maio sulla “moneta coloniale”

Luigi Di Maio aveva detto:

“Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta,il franco delle colonie e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Macron, prima ci fa la morale, poi continua a finanziare il debito pubblico con i soldi con cui sfrutta i paesi africani”.

L'ambasciatrice Teresa Castaldo - Luigi Di Maio

L’ambasciatrice Teresa Castaldo – Luigi Di Maio

L’ambasciatrice italiana in Francia, Teresa Castaldo, è stata convocata dal ministero degli Esteri. Il motivo? Le parole di Luigi Di Maio sulla “moneta coloniale”. Nel corso di una delle tappe del tour elettorale, ad Avezzano, il ministro dello Sviluppo economico, aveva detto: “Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Macron prima ci fa la morale e poi continua a finanziare il debito pubblico con i soldi con cui sfrutta i paesi africani”.

In una nota del ministro degli Esteri francese si legge che l’ambasciatrice è stata convocata “in seguito alle frasi ostili e senza motivo visto il partenariato della Francia e l’Italia in seno all’Unione europea. Vanno lette in un cotesto di politica interna italiana”.

Di Maio, nelle sue accuse, invitava l’Ue a sanzionare “la Francia e tutti quei paesi che come la Francia stanno impoverendo l’Africa e stanno facendo partire quelle persone”. Nelle stesse ore era arrivato l’affondo da parte di Di Battista. Nel messaggio, postato sul blog delle Stelle, l’esponente del Movimento 5 stelle accusava: “Fino a quando non si strapperà questa banconota, che in realtà è una manetta nei confronti dei popoli africani, noi potremo continuare a parlare a lungo di porti aperti o porti chiusi, ma le persone continueranno a scappare, a morire in mare, a cercare altre rotte e a provare a venire in Europa. Oggi è necessario, per la prima volta, occuparsi delle cause, perché se ci si occupa esclusivamente degli effetti si è nemici dell’Africa”.

Di Stefano: “Finalmente si parla di Francia e colonie africane. La stampa denigrandoci fa da sponda a chi continua a umiliare e sottomettere politicamente Paesi

All’indomani delle dichiarazioni di Di Maio e di Di Battista rincara la dose Manlio Di Stefano. il sottosegretario agli Esteri, in un lungo post su Facebook, ha scritto: “Non si capisce il motivo per il quale un Paese straniero debba detenere la valuta forte destinata a sue ex 15 colonie e convertirla in moneta locale controllandone quindi il tasso di cambio e fattori paralleli come l’inflazione”. Per Di Stefano la Francia tra da questa situazione un “enorme vantaggio geopolitico”. Da parte del sottosegretario, poi, un attacco alla stampa: “Peccato che, in un continuo tentativo di denigrarci invece che di affrontare i problemi reali, la stampa utilizzi anche questo argomento come terreno di scontro col M5S facendo, quindi, da sponda a chi continua a umiliare e sottomettere politicamente Paesi e generazioni di loro cittadini”. L’affondo continua: “Il rapporto vantaggioso tra la Francia e le sue ex colonie è esclusivamente riservato alle élite e come sempre questo avviene sulle spalle dei popoli cui viene tolta la speranza”.

Il Pd: “Frasi di Di Maio dissennate. Moavero riferisca in Aula”

Sulla questione interviene il Pd, che si scaglia contro le esternazioni del vicepremier: “Le dissennate dichiarazioni di Di Maio rischiano di aprire una guerra diplomatica con un Paese storicamente alleato e nostro vicino. Domani alla conferenza dei capigruppo, il Pd chiederà l’immediata convocazione in aula del ministro degli Esteri Moavero, del tutto scomparso in questa fase. Qualcuno deve far capire a Di Maio che non è più un ragazzo che sta sui tetti di Montecitorio, ma il vicepresidente del Consiglio”, hanno detto il capogruppo Pd in Senato Andrea Marcucci e il capogruppo dem in Commissione Esteri Alessandro Alfieri.

SONDAGGI POLITICI, AMARA SORPRESA PER SALVINI E DI MAIO.

Ripropongo questa analisi interessante, ma qui non ci sono sorprese perché Conte dice una cosa, Salvini un’altra, Di Maio un’altra ancora e, se non bastassero le sbruffate di Fico, c’è sempre Mattarella. Alle marce avanti e, poi, indietro con Bruxelles aggiungo le attività sotto cenere di Moavero ecc., visto che il Global compact for Migration è frutto di una proposta avanzata all’ONU dall’Italia, cioè, dalla Farnesina. Insomma, è un casino.

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“L’Europa cambierà a Maggio”. Dicevano così Salvini e Di Maio dopo lo scontro con la commissione europea sulle regole contabili della Manovra 2019. Il sottinteso era l’importante appuntamento che attende gli italiani e i 503 milioni di abitanti dell’Ue: le elezioni europee. Un appuntamento da cui Lega e 5 stelle si attendono tanto per via della posta in gioco e, complici le elezioni regionali in Abruzzo, la campagna elettorale è quantomai a tamburo battente nonostante manchino quasi 5 mesi.

Tuttavia gli ultimi sondaggi rivelano alcune novità di cui la maggioranza di governo dovrà tenere conto.

Ad urne anoora lontane il clima si sta decisamente scaldando come dimostrano le manifestazioni in Francia, con i Gilet Gialli in piazza per la ottava settimana consecutiva. In Italia si voterà il 26 maggio, ma controllando i sondaggi – con le dovute cautele – si stanno delineando alcune traettorie ben definite.

Gli ultimi sondaggi politici

Secondo i dati riportati dall’aggregatore di sondaggi PollofPolls.eu  aggiornati al 4 gennaio 2019, in questo momento gli europeisti restano saldamente una maggioranza. Il Partito Popolare Europeo che ha in pancia anche i voti di Forza Italia, raggiungerebbe ad oggi quota 177 seggi e potrebbe restare il primo gruppo del Parlamento Europeo. Il Partito Socialista Europeo a cui è affiliato il Partito Democratico non dovrebbero superare i 136 seggi. In terza posizione con 96 seggi i liberali di Alde, un gruppo rinvigorito dall’adesione del movimento politico del presidente francese Macron En Marche!

E Lega e 5 stelle?

Il gruppo Europa delle Nazioni e liberta (Enf) in cui la Lega siede a Bruxelles insieme ai deputati del Front National di Lepen dovrebbe conquistare 62 seggi, dieci in piu dei del gruppo di sinistra GUE/NGL, dei riformisti dell’ECR e dei 47 che sarebbero appannaggio dei Verdi. Al Movimento 5 stelle che anche in Europa corre solo nel Efdd resterebbero solo 46 seggi.

Un bottino tutto sommato magro nonostante in Italia i dati vedono un exploit della maggioranza di governo. Al Parlamento Europeo infatti occorrono alleanza transnazionali e l’onda giallo verde non fa proseliti in Europa. Secondo i calcoli di PollofPolls.eu dall’Italia dovrebbero arrivare all’ENF 29 deputati e all’EFDD 24 deputati (solo 7 per i Popolari e 16 per i Socialisti).

Nonostante un brusco calo di popolari e socialisti rispetto al 2014, i gruppi europeisti dovrebbero mantenere il controllo dell’Emiciclo grazie alla crescita di liberali e Verdi.

Sondaggi politici in Italia

Tornando all’Italia dove durante il periodo a cavallo del 2019 non sono stati pubblicati sondaggi rilevanti, ci affidiamo agli ultimi dati che “leggono” una sostanziale tenuta dell’asse di governo. Secondo il quotidiano di settore Politico.eu infatti alle prossime elezioni europee si formalizzerà il sorpasso della Lega sul Movimento 5 stelle (per ora solo esplorato dai sondaggi). Dalle urne europe il partito di Salvini dovrebbe incassare oltre il 32% dei consensi, mentre Di Maio dovrà contare sull’aiuto di Di Battista per portare il Movimento 5 stelle oltre il 26% dei voti di cui ad oggi è accreditato.
„Il Partito Democratico alle prese con le consultazioni per eleggere il nuovo segretario (Zingaretti in vantaggio sul “reggente” uscente Martina) è accreditato del 17%. Forza Italia che invece si presenterà con il nuovo nome “Altra Italia”, ma schierando sempre in campo l’anziano leader Silvio Berlusconi, viaggia intorno all’8% dei consensi. Tutti gli altri? Sotto la soglia del 4% e praticamente invisibili.“

da Today  it

 

L’ESPRESSO FA L’INCHIESTA SULLO STAFF DI SALVINI. NON RICORDO QUELLA SULLO STAFF DI RENZI.

“La propaganda social di Matteo Salvini ora la paghi tu: e ci costa mille euro al giorno”

Il primo giorno al Viminale il ministro dell’Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull’Espresso in edicola da domenica, l’inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista

DI MAURO MUNAFÒ
La propaganda social di Matteo Salvini ora la paghi tu: e ci costa mille euro al giorno

I post contro i migranti e le ong, le dirette Facebook per attaccare a destra e a manca, gli sfottò nei confronti di chiunque lo critichi, le bufale razziste rilanciate a milioni di follower e fan: la comunicazione di Matteo Salvini non è diventata più istituzionale da quando è seduto nella poltrona di ministro dell’Interno. Ma qualcosa in realtà è cambiato: ora la propaganda sulle sue pagine Facebook personali non la paga più lui, ma direttamente il suo dicastero. E quindi tutti gli italiani.

Nulla di illecito o illegale sia chiaro. Si tratta dei contratti di collaborazione che ogni ministro, una volta insediatosi, utilizza per formare la sua squadra. Dai documenti del ministero dell’Interno si scopre così che già il primo di giugno, primo giorno con il governo Conte insediato, Salvini ha firmato il decreto ministeriale per assumere i suoi fedelissimi strateghi social, con stipendi di tutto rispetto.

IN EDICOLA SUL SETTIMANALE IN EDICOLA DA DOMENICA 26 AGOSTO, L’INCHIESTA SU COME FUNZIONA LA PROPAGANDA GRILLOLEGHISTA

Primi a passare a libro paga del Viminale sono stati Morisi e Paganella, i fondatori della “Sistema Intranet” che da anni gestisce le pagine social di Matteo Salvini e tra i principali artefici del successo digitale del leghista. Per Luca Morisi, assunto nel ruolo di “consigliere strategico della comunicazione”, lo stipendio è di 65mila euro lordi l’anno. Meglio ancora va al suo socio Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini, che percepirà invece 86mila euro l’anno fino alla durata del governo.

Non finisce qui. Passano due settimane e la squadra di Salvini si allarga: il 13 giugno vengono assunti direttamente dal Viminale anche altri quattro membri del team social già al lavoro per la propaganda social salviniana. Passano a libro paga del governo anche Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana, tutti con lo stesso stipendio: 41mila euro lordi, circa 2mila euro netti al mese. Stessa cifra e carica, “collaborazione con l’ufficio stampa”, anche per Leonardo Foa, il figlio del candidato alla presidenza Rai del governo gialloverde Marcello Foa che già l’Espresso aveva raccontato essere al servizio del segretario della Lega .

Il conto totale dello staff di Salvini passato a libro paga delle casse statali è presto fatto: 314mila euro l’anno per lo staff social, a cui vanno aggiunti i 90mila euro l’anno garantiti al capo ufficio stampa Matteo Pandini, ex giornalista di Libero e autore di una biografia di Salvini, assunto il primo luglio scorso. Insomma, più o meno mille euro al giorno pagati da tutti per ricevere tweet, dirette Facebook e selfie da campagna elettorale permanente.

Un dettaglio interessante che emerge dagli stipendi del team social è quello della generosità di Matteo Salvini: generosità con i soldi pubblici però. In una dichiarazione del maggio scorso Luca Morisi , rispondendo agli articoli della stampa, aveva affermato che la Lega aveva stipulato con la sua “Sistemi Intranet” un contratto da 170mila euro annuali per i vari servizi di comunicazione che richiedevano il lavoro di 4 persone: fatta la divisione, significa 42mila euro a persona.

A un solo anno di distanza, e una volta conquistata la poltrona di ministro, Salvini ha deciso di dare a tutti un aumento: il team social, come abbiamo scritto, si compone ora di sei persone per un totale di 314mila euro annui. In media sono 52mila euro a testa, 10mila in più rispetto a quando gli assegni li firmava via Bellerio. La pacchia è iniziata.