FIRENZE 11 AGOSTO 1944 – 11 AGOSTO 2018

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Gli atti finali del soldato italiano nella Seconda Guerra Mondiale in Italia sono stati tramandati in chiave assolutamente politica. Così, atti di patriottismo e di coraggio non possono essere letti se non appartengono alla parte vincente. Ho letto su OverBlog, perciò e ripropongo questa citazione di Sergio Fucito.

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TRECENTO FRANCHI TIRATORI FASCISTI, ARROCCATI SU QUATTRO SUCCESSIVE LINEE DIFENSIVE, BLOCCANO L’ AVANZATA NEMICA SU FIRENZE E RITARDANO DI DUE SETTIMANE LA TOTALE OCCUPAZIONE DEL CAPOLUOGO TOSCANO RESTANDO QUASI TUTTI UCCISI.
TRA LORO C’ERANO ANCHE 60 RAGAZZE.

L’11 agosto 1944 Firenze venne occupata dall’invasore angloamericano perché era stata sguarnita dai nostri soldati che si stavano attestando su di una linea di fronte più a settentrione. Ma vi si resistette con caparbietà, con audacia e con onore. I franchi tiratori, immortalati anche grazie a La pelle di Curzio Malaparte, dimostrarono che la città di Pavolini, il capoluogo di quel Granducato di Toscana, come sarebbe stata definita la RSI per la grande partecipazione che la regione di Dante diede alla Repubblica, non sarebbe caduta senza colpo ferire. Centinaia di fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età spararono dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade, inchiodando al suolo il nemico e le bande partigiane al suo seguito. Giovani che si opposero dai tetti della città all’avanzata delle truppe Alleate e che avevano aderito alla RSI solo per una questione ideale e per salvaguardare l’onore dell’Italia già gravemente macchiato dall’onta dell’8 settembre 1943. Una scelta disinteressata, spesso presa nella consapevolezza che avrebbe significato morte certa, a guerra ormai irrimediabilmente compromessa.
Non avevano alcuna speranza di sopravvivenza perché, una volta presi, sarebbero stati fucilati. Gli ultimi soldati tedeschi ad abbandonare il capoluogo toscano provarono a convincere i franchi tiratori più vicini a mettersi in salvo con loro. “La consegna – risposero – è quella di morire sul posto”. E così fecero.


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Partigiani

La resistenza nera dei (non) vinti
In “Fascista da morire” di Maria Bernardi Guardi la rivolta di un cecchino fiorentino. Nel mito di Berto Ricci.

È l’agosto del 1944 e a Firenze si muore dal caldo, ma a uccidere per davvero sono le passioni. I liberatori e la resistenza antifascista hanno vinto, le gente applaude gli alleati e i partigiani.
Però c’è anche una resistenza fascista, per nulla convinta di essere dalla parte del torto: appostata sui tetti, spara addosso a chi sfila esultante. Sono i franchi tiratori, ribattezzati subito cecchini: trecento irriducibili, giovani e meno giovani, che magari a un capovolgimento delle sorti della guerra non ci credono, al duce tanto meno. Obbediscono ai loro istinti, alla loro rabbia, alla loro voglia di ribellione e soprattutto a una fiorentinissima strafottenza, combattendo con allegra disperazione fino all’ultima cartuccia.Mario, il protagonista del romanzo di Mario Bernardi Guardi (Fascista da morire, Mauro Pagliai Editore, pagg. 202, euro 13), è in attesa. Vuole andare sui tetti, combattere accanto a loro, sfidare la morte. E se la morte arriverà, pazienza, perché – in quel momento storico, per quella cultura – giovinezza, bellezza e morte diventano la stessa cosa. Accanto a lui c’è una ragazza, Toschina, quasi una bimba. Quindici anni, «Tutta bellina, con i suoi occhi, i suoi capelli, le sue belle puppe latte miele e rose, e le sue belle gambe dritte e snelle». In realtà Bernardi Guardi dà un nome a una bimba incontrata nel penultimo capitolo del romanzo di Curzio Malaparte, La pelle. Toschina è lì, tra i ragazzi fascisti – franchi tiratori, appunto – che se ne stanno seduti, indifferenti, insofferenti e impertinenti, sui gradini di Santa Maria Novella, in attesa di essere uccisi dai vincitori e nell’attesa mandandoli affanculo. Tanto, qual era il loro destino lo sapevano, e allora via, con la tigna a tutta forza. Del resto, la lezione di Berto Ricci, poeta e matematico fiorentino, un altro dei protagonisti del libro, ha tra i propri contrassegni proprio la tigna.La tigna è un modo tutto toscano (anche Bernardi Guardi è di quelle parti) per definire l’atteggiamento di chi non molla. Ricci, forse l’unica icona di fronte alla quale Indro Montanelli si è sempre inginocchiato, era passato dal nero degli anarchici a quello dei fascisti. E anche quando il fascismo in cui aveva creduto gli sembrò impossibile restò fedele all’idea del fascismo che aveva nella testa e nel cuore. Nel santo nome della tigna – dunque con cocciuta, generosa determinazione – Ricci va volontario in Africa e muore in Cirenaica, nel febbraio del ’41, colpito dalla mitraglia di un aereo inglese.Per Mario (quello del romanzo, ma credo anche per l’autore, che gli ha dato il suo stesso nome), Berto è vivo. Nel ragazzo sono vitalissimi i ricordi di quando andava a ripetizione a casa sua, insieme all’amico Gino, che morirà tra i cecchini di Santa Maria Novella. Berto è vivo, quel fascismo «immenso e rosso» (è la definizione data da Robert Brasillach, il fascista francese collabo, che verrà fucilato nel ’45) è il sogno che non muore di Mario che va a morire. È un’illusione tragica, gli dice Romano Bilenchi, già fascista rosso e penna all’arrabbiata dell’Universale, adesso comunista e capo partigiano. Romano vuol bene a Mario e ce la mette tutta per togliergli dal capo l’idea della bella morte. «Perché non vieni a costruire la nuova Italia, insieme a noi?», gli propone affettuoso. Mario risponde di no: «Gli altri sono peggio» dei fascisti, glielo ha detto Berto e lui ci crede. Gli «altri» per lui sono peggio perché l’Italia l’amano di meno, perché i loro errori saranno più brutti, più disastrosi. Mario, con accanto il fantasma di Berto – e altri morti, e altri vivi – non ci sta. Lui vuole andare sui tetti e sparare: «Noi si tira solo a chi si merita di morire: e son tanti». E anche lui si merita di morire.Giampaolo Pansa di quelle vicende se ne intende, ricordo il capitolo sui cecchini di Firenze nel suo I vinti non dimenticano (Rizzoli, 2010). Ebbene, Pansa ha definito il romanzo di Bernardi Guardi «un libro straordinario e disperato». A me sembra un bel libro, non so se disperato, ma certamente straordinario nel rendere, in ottima scrittura, la passione di quei ragazzi che scelsero per tigna la parte sbagliata. L’augurio da toscano buono che farei all’autore, è di passare immune dalle accuse di nostalgico offensore della Resistenza e di celebratore dei nazifascisti. L’augurio che gli faccio da toscano tignoso è che quelle accuse gli si rovescino addosso: pare non ci sia miglior mezzo per vendere un libro che tratta di fascisti e partigiani.@GBGuerri

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Gli alleati attraversano Impruneta diretti a Firenze, 3 agosto 1944. (Ap Photo)

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