Ecco come Garibaldi e famiglia rinnegarono l’Italia, combattendo coi briganti

“… il felice regno (delle due Sicilie). Felice! poteva chiamarsi, giacché con tutti i vizi, di cui era incancrenito, il suo governo occupavasi almeno che non morissero di fame i sudditi … Si sa quanto solerte era il governo borbonico per far mangiar a buon mercato il pane ed i maccheroni … occupazione che disturba poco la digestione di coteste cime che governano l’Italia. Giù il cappello però, esse le cime hanno fatto l’Italia ed avranno fra giorni una statua in Campidoglio, non so di che roba”.

Sono queste parole scritte dal pugno di Giuseppe Garibaldi in persona, scritto nell’arco di tre anni, dal 1870 al 1872, nel testo intitolato “I Mille” (è disponibile gratuitamente cliccando QUI). In questa opera egli ammette di aver scritto le sue precedenti memorie in modo troppo romanzato, rimproverandosi di non aver steso un’opera valida dal punto di vista storiografico, quindi utile ai posteri, una mancanza cui vuole porre riparo proprio attraverso questo libro. In tale volume Garibaldi si scaglia ripetutamente contro Vittorio Emanuele II e il Governo, che egli, significativamente, definisce sabaudi piuttosto che italiani, e ciò perché si è reso conto che dietro l’appoggio di Cavour e del sovrano piemontese all’azione dei Mille non vi erano gli ideali, bensì calcoli e convenienze materiali. Egli sostanzialmente si pente di aver messo da parte la diffidenza verso i sabaudi, con cui non era mai andato d’accordo che non gli erano mai piaciuti, si pente di aver messo da parte il suo essere repubblicano, per consegnare il Mezzogiorno al Piemonte, per “aver unito l’Italia con l’aiuto del diavolo” (in questo caso per “diavolo” si potrebbe intendere, oltre ai piemontesi, anche tutta quella schiera di uomini corrotti e poco raccomandabili che favorirono la conquista delle Due Sicilie, quali ad esempio Liborio Romano, che cercò l’appoggio della camorra e dandole un potere che ancora oggi soffoca la Campania, oltre alle altre organizzazioni criminali). Prova della scarsa affinità tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II è una lettera tra costui e Napoleone III, dove il piemontese ribadisce il fastidio che gli dà Garibaldi, che egli arresterebbe per la terza volta se non fosse per una crisi di Governo. Giuseppe Garibaldi, dal canto suo, sottolinea la codardia e la corruzione degli uomini al servizio di Vittorio Emanuele II e Cavour, attenti a quanto facevano i Mille solo per prendersene i meriti.

In merito ai Siciliani ed ai Napoletani (termine con cui intende gli abitanti del Mezzogiorno intero) il capo dei Mille afferma: “E questo governo sedicente riparatore, fa egli meglio degli altri? Egli poteva farlo! doveva farlo! Ma che! nemmen per sogno; coteste ardenti e buone popolazioni che con tanto entusiasmo avean salutato il giorno del risorgimento e dell’aggregazione alle sorelle italiane, sono oggi….. sì, oggi ridotte a maledire coloro che con tanta gioia un giorno chiamaron liberatori!“.

Si tratta dello stesso concetto espresso qualche anno prima, in una lettera all’amica Adelaide Cairoli: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Un vero e proprio pentimento, l’enorme assunzione di una enorme responsabilità che gli pesava sull’animo, perché cosciente che invece che liberatore egli è stato una marionetta nelle mani di avidi soggiogatori

Forse, tuttavia, la circostanza più importante, e d’altra parte pochissimo nota, è che un figlio di Giuseppe Garibaldi, Ricciotti, dal 1865 combatté al fianco dei briganti per scacciare i Piemontesi e formare la Repubblica, tentando in questa maniera di riscattare la figura del padre di fronte ai posteri. Un fatto che ha raccontato a Porta a Porta Anita Garibaldi, della quale Ricciotti è il nonno e, dunque, Giuseppe è il bisnonno, e che dichiara di possedere i documenti a prova delle sue affermazioni.

Il Figlio di Garibaldi combatte al fianco dei Briganti (Porta a Porta – Regno delle Due Sicilie).RICCIOTTI GARIBALDI SI UNI’ A RIBELLI CALABRESI CONTRO I SAVOIA NUOVI PADRONI DEL SUD

Intervista ad Anita Garibaldi, discendente di Giuseppe Garibaldi, all’interno della trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa

Nell’intervista viene rivelato un fatto poco noto: il figlio di Garibaldi, Ricciotti (nonno dell’intervistata), dopo aver assistito allo sfruttamento degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie si allea con i Briganti (i partigiani del Regno delle Due Sicilie). I Briganti? molti erano i partigiani del sud. Tutti quelli che prendevano le armi nei primi decenni del neonato regno d’Italia furono senza distinzione detti “briganti” dalle forze dell’ordine. Ciò avvenne, per esempio sul Matese con l’anarchico Bakunin (1876-78) che tentò una rivolta socialista che fallì miseramente proprio per mancanza dell’ideale patriottico che animò i veri briganti. Ciò era accaduto tra Maida e Filadelfia nel 1870 dove dichiarati liberali come il barone Bernardo Serrao si rivoltarono contro il governo italiano per il suo tradimento degli ideali mazziniani con il coinvolgimento di Ricciotti Garibaldi. Anche lì tutto fallì miseramente (addirittura in poche ore…) per l’assenza totale di grandi ideali condivisi dalla popolazione. E’ la solita confusione del termine “brigante” che in mala fede è accomunato a delinquenti comuni o a facinorosi sovversivi. Chi conosce la storia sa che i veri briganti furono connotati dalla lotta per i Borbone (vedere i rapporti militari) ed all’essere quasi tutti incensurati. Ricciotti intervenne su invito diretto del Serrao (traditore e combattente al Volturno) per difendere gli interessi territoriali di costui, assieme ai coartati contadini delle terre del barone. Nessun proclama borbonico, nessuna base popolare, nessuna simpatia per la guerra civile che insanguinava da anni il Mezzogiorno. Non consentiamo più di infangare la sacra memoria dei veri briganti del sud col dire che Ricciotti era uno di loro. Ricciotti era soltanto uno degli scontenti nella spartizione della torta risorgimentale, come il padre ritiratosi per dispetto a Caprera. Ricciotti tentò a Maida di accaparrarsi qualche fetta negata ma gli andò male perché la voracità dei Savoia predominava su tutto e tutti. 

Le vicende storiche meritano di essere analizzate nella loro complessità. Il risorgimento italiano fu portato avanti da ideologie ed interessi molto diversi fra di loro. La situazione economica e politica del Regno delle Due Sicilie merita anch’essa un discorso più approfondito che non si può riassumere in poche righe, sappiate solo che è stato si il Regno di alcuni importanti primati ma venne rovinato dallo scontro fra conservatorismo regio e quella parte di borghesia progressista che premeva per imporsi e che venne più volte azzerata dopo i vari moti del 1799, 1821 e 1848.
La vera storia del risorgimento italiano:
http://www.ilportaledelsud.org/rec-re…

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