Vaccini e macerie. La salute pubblica dopo il decreto Lorenzin

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Di antonio bove, sito Monitor.
Il decreto-legge n. 73 del 7 giugno 2017 sull’obbligo vaccinale del ministro Lorenzin era arrivato, poche settimane fa, entrando a gamba tesa nella discussione pubblica condizionata da follie da social network, teorie – alcune serie, altre francamente meno – di medici “eretici” o di ciarlatani, e comprensibili ansie dei genitori. In questa situazione il ministero ha scelto di porsi con un piglio autoritario, mettendo a tacere ogni “immotivato dissenso” con la forza della coercizione. In realtà, un provvedimento del genere, che collide con principi fondamentali della democrazia come la libertà personale in tema di cure mediche – garantita dall’art. 32 della Costituzione –, il diritto allo studio e la potestà genitoriale, non poteva che ottenere l’effetto contrario alla “pacificazione” del dissenso. E l’ha ottenuto, calando con durezza su un dibattito dai toni spesso surreali, come spesso accade su temi fondamentali in Italia. I social, in questo, fungono da incontrollabili amplificatori di segnale nei confronti di messaggi che, in realtà, appartengono a una minoranza di medici e cittadini.

Nella sua prima stesura il decreto allargava l’obbligo delle vaccinazioni già esistente, vincolandone la somministrazione all’accesso a scuola, nell’intento di garantire su tutto il territorio nazionale una distribuzione omogenea della protezione immunitaria, la ormai famosa “immunità di gregge”. Le vaccinazioni obbligatorie salivano a dodici, comprendendo, oltre all’anti difterite-tetano-poliomielite e anti epatitica B, i vaccini contro Haemophilus B, Meningococco tipo C, Morbillo, Rosolia, Parotite e Varicella. Il provvedimento prevedeva l’impossibilità di iscriversi al nido e alla scuola materna in assenza di certificato di vaccinazione mentre per le scuole dell’obbligo la mancata vaccinazione poteva essere punita con sanzioni pecuniarie nei confronti dei genitori, fino alla sospensione della patria potestà.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella persona del direttore regionale per l’Europa Suzanna Jakab, ha fatto sapere di apprezzare le iniziative del governo italiano e di approvare il Piano Vaccinale 2017-2019 che vede come obiettivo l’eradicazione di morbillo e rosolia in Italia. Proprio le interazioni con quanto accade sul piano internazionale pongono una serie di dubbi, suscitati da più parti, sulla concomitanza tra redazione e approvazione di un decreto che per il suo impatto sociale andava forse metabolizzato meglio, ascoltando i cittadini, veri grandi assenti dei processi di gestione della sanità pubblica.

Ascoltare i genitori e provare a incontrare le loro paure, infatti, avrebbe chiarito che le loro richieste non sono un’assurdità e che, nella quasi totalità dei casi, non rappresentano una volontà regressiva ma una richiesta legittima. I padri e le madri italiane, al di là delle minoritarie prese di posizione neoluddiste, chiedono di sapere cosa viene somministrato ai propri figli e quale rapporto tra rischi e benefici ci sia; chiedono un sistema di farmacovigilanza efficace e un’informazione libera dai condizionamenti dell’industria. Richieste nelle quali si è voluto vedere un pericolo per la salute pubblica e che, invece, sono la cartina di tornasole che mostra le enormi lacune del nostro sistema sanitario nell’ambito della comunicazione. Sicuramente non è una risposta adeguata trasformare le vaccinazioni in un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Questi temi, sicuramente di grande rilevanza, e l’impatto che un tale provvedimento legislativo avrebbe avuto, hanno determinato una risposta del corpo sociale tradottasi in manifestazioni e prese di posizione di genitori e associazioni, culminata con una manifestazione a Pesaro di migliaia di persone. Non solo, il decreto ha trovato ostacoli anche all’interno del Parlamento, nel Movimento 5 stelle, nel Movimento Art.1-MdP ma anche nella Lega Nord. Un’opposizione estesa tra società e aule parlamentari che ha ritardato l’approvazione e imposto alcune modifiche al provvedimento originale. È stato soppresso, infatti, il comma 5 dell’art. 1 che prevedeva l’obbligo per l’Asl di segnalare eventuali inadempimenti dell’obbligo vaccinale alla Procura della Repubblica e la riduzione delle sanzioni pecuniarie previste. Per addolcire la durezza del provvedimento contro i genitori inadempienti, è stata approvata una modifica in base alla quale genitori e tutori inadempienti saranno convocati dall’Asl di appartenenza per un colloquio che solleciti la vaccinazione. D’altra parte l’obbligo è stato esteso ai minori stranieri che, una volta approdati in Italia, vengono iscritti al Servizio sanitario nazionale e inclusi nel programma vaccinale. Il numero dei vaccini obbligatori, inizialmente dodici, sarà ridotto a dieci, mentre i prezzi dei vaccini stessi saranno sottoposti alla negoziazione obbligatoria dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Approvata dal Senato anche la proposta del Movimento 5 Stelle di introdurre vaccini obbligatori in formulazione monocomponente.

La documentazione vaccinale rimane requisito di accesso per le scuole dell’infanzia ma non per i gradi d’istruzione superiore mentre sono stati previsti indennizzi per eventuali danni da vaccino, il che vuol dire riconoscere ufficialmente che reazioni avverse, anche serie, possano verificarsi. Adesso il parlamento ha poco tempo per convertire il decreto in legge, evitando la data di scadenza del 6 agosto, e in nome di questi tempi ristretti pare orientato a porre la fiducia. Un ulteriore atto di forza che si aggiunge alla soppressione, sempre per motivi di tempo, delle audizioni degli esperti che avrebbero dovuto partecipare al dibattito parlamentare. Una corsa contro il tempo che ha caratterizzato l’azione di governo e che, non trovandosi il nostro paese in condizioni di emergenza, ha dato molto da pensare. Se la flessione della copertura vaccinale è sicuramente un dato su cui riflettere ma non l’orlo di una tragedia sanitaria, come bisogna leggere il carattere di priorità assoluta che al decreto è stato dato dal governo negli ultimi mesi e i suoi effetti collaterali come i provvedimenti di radiazione dei medici “non allineati”, dei quali alcuni dubbi mossi al provvedimento sono stati recepiti nelle modifiche parlamentari al testo originale?

Fa pensare il fatto che poco prima della presentazione del testo da parte del governo la Global Health Security Agenda abbia individuato nell’Italia il capofila delle campagne vaccinali dei prossimi cinque anni. Nessuna voglia di svelare complotti, però è chiaro che la pressione dell’industria di fronte a un aumento vertiginoso e in un breve lasso di tempo della somministrazione di vaccini alla popolazione, finisca per avere un ruolo importante in questa vicenda. Poco convincenti, in questo senso, le tesi che screditerebbero questa ipotesi come quella esposta da Andrea Grignolio nel volume Chi ha paura dei vaccini? (Codice Edizioni, Torino, 2016), nel quale l’autore afferma che il saldo netto tra ricerca, produzione e vendita dei vaccini sarebbe trascurabile al punto che molte aziende starebbero abbandonando la ricerca in questo settore poco redditizio. A sostegno di questa ipotesi si rimanda a uno studio scientifico che esamina la spesa media nella UE per il trattamento di un singolo malato di TBC, per le forme sensibili al trattamento antibiotico quelle resistenti. Costi enormi se paragonati ai trenta euro per un vaccino di Calmette-Guerin che immunizza i pazienti a vita. È chiaro però che questo ragionamento risulta avventuroso se guardato con occhio critico e più che un elemento di dibattito finisce per diventare una trincea di questa battaglia irrazionale. È ovvio, infatti, che un conto è trattare i casi di infezione tubercolare – o di qualsiasi altro genere – un altro vaccinare in massa la popolazione per decenni. Per quanto una singola dose vaccinale possa costare infinitamente meno di un solo giorno di terapia antibiotica, è ovvio che il paragone non regge. Quanti trattamenti antibiotici per la TBC si fanno, oggi, in Europa? Quante dosi vaccinali in più verranno somministrate nei prossimi anni? E quante, in futuro se una simile copertura vaccinale obbligatoria venisse estesa all’intera Unione Europea?

A smentire tali argomentazioni, o quantomeno a insinuare seri dubbi in grado di scalfire l’entusiasmo neo-positivista di molti uomini di scienza, due eventi che è importante analizzare in questo momento.

A maggio il Codacons ha denunciato la “scomparsa” del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini in Italia, che dal 2013 non veniva più diffuso e che conteneva dati sulle reazioni avverse segnalate dopo somministrazione di vaccino esavalente. In seguito alla diffusione dei dati, lo stesso Codacons ha denunciato il ministro Lorenzin e l’Aifa per abuso d’ufficio, omesso controllo e favoreggiamento delle case farmaceutiche. I dati del Rapporto, in realtà, fanno registrare numeri in linea con quelli noti, con oscillazioni non preoccupanti, compresa la segnalazione di cinque morti improvvise che, in realtà, è difficile attribuire in maniera chiara e inequivocabile alla somministrazione di vaccino. Uno dei problemi nella segnalazione di eventi avversi, infatti, oltre alle difficoltà di tipo organizzativo, è il fatto che è possibile il più delle volte stabilire una relazione solo temporale tra somministrazione ed evento e non determinare un sicuro rapporto causale. A testimonianza di ciò, in proposito alle morti registrate, va ricordato che la percentuale di casi di morte improvvisa del lattante non varia in funzione della somministrazione di vaccini.

Perché, allora, non diffondere questi dati? Incapacità, cialtroneria o volontà di evitare polemiche su dati che, invece, sono perfettamente utilizzabili in un dibattito sereno e scientificamente fondato? Quale idea del dibattito pubblico e del rapporto tra scienza e cittadini è presente all’interno del ministero? Domande lecite se si pensa alla vicenda di Ranieri Guerra, dirigente del ministero della salute al centro di una nuova denuncia del Codacons. A giugno, infatti, veniva svelata l’esistenza di un grande conflitto d’interesse a carico del dr. Guerra, firmatario degli atti pubblici del ministero sui vaccini e membro del consiglio d’amministrazione della Glaxo, ditta produttrice del vaccino esavalente venduto in Italia. L’articolo 323 del Codice Penale vieta tale comportamento, imponendo almeno l’astensione per conflitto d’interesse. È chiaro come tali eventi contribuiscano in maniera decisiva alla sfiducia dei genitori italiani.

A breve compirà quarant’anni la grande riforma del 1978 che rivoluzionava il sistema di salute italiano. Una riforma radicale che avvenne sulla spinta di un ventennio di lotte civili e di confronto durissimo tra istituzioni e movimenti della società. Oggi non si può non notare un arretramento complessivo non tanto del sistema quanto dell’idea di salute pubblica, delle modalità con cui organizzarla e metterla a disposizione dei cittadini. A questo ha contribuito in maniera determinante l’aziendalizzazione, creando una struttura verticistica con funzioni di comando prevalenti rispetto a quelle di socializzazione, finendo per provocare, nel corso degli anni, uno scollamento decisivo tra pazienti e medicina. Alla fine, osservando quello che è accaduto nelle ultime settimane, è la società a sembrare distrutta, perché una simile contrapposizione tra cittadini e istituzioni sanitarie, la mancanza di un dibattito aperto, le sporche commistioni tra interessi privati e organi preposti alla salvaguardia della salute pubblica, le carenze di un’attività divulgativa seria e la marginalizzazione dei servizi di prevenzione ed educazione sanitaria, veri pilastri della medicina moderna, sono il retroterra di quello accade. Non accorgersene, far finta di non vedere o, peggio, vedere e pretendere di reprimere paure e insicurezze della società a colpi di decreti legge è un atteggiamento sbagliato.

Nel 1948 Roberto Rossellini girò uno dei suoi film più agghiaccianti. È quel Germania Anno Zero che gettava lo sguardo sui vinti, sulla Germania sconfitta che per anni era stata identificata con l’immagine di Hitler tra ali di folla festante. Rossellini decise di posare lo sguardo su quello che c’era sotto la “primavera hitleriana” al capolinea. Macerie, una Berlino a pezzi ripresa in un bianco e nero che lascia senza fiato. Non si può non pensare ai passi del piccolo Edmund che nel film attraversa una distesa desolante di macerie in cui gli esseri umani sono figure sconfitte che provano a sopravvivere. Quelle macerie rappresentano in maniera metaforica anche la nostra società, fatta a pezzi da decenni di ideologia antisociale che hanno sbriciolato senza indugi le conquiste dei decenni passati. Diritti del lavoro, ambiente, diritto alla salute. Occorre ripartire da questo sguardo impietoso e senza reticenze, tenendo a mente la tragica fine del bambino Edmund che deciderà di volare nel vuoto da un palazzo sventrato dalle bombe per sottrarsi all’orrore di quei giorni. Trovare l’opzione alternativa, considerare le macerie come materiali con cui ricostruire pezzi di società è il compito che ci spetta, altro che decreti legge. (antonio bove)

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