Equitalia: l’istanza di pagamento rateale non è riconoscimento del debito Cassazione Civile, sez. tributaria, sentenza 08/02/2017 n° 3347

I giudici della Suprema Corte, con la recente sentenza n° 3347/17 (depositata in data 17.02.2017), hanno affermato che “la rateizzazione chiesta dal contribuente” (presso l’Ente della Riscossione) “non costituisce acquiescenza”: difatti “la rinuncia” dell’interessato a contestare le somme richieste dall’Amministrazione finanziaria, deve essere “manifestata con una dichiarazione espressa o con un comportamento sintomatico particolare, purché entrambi [siano] assolutamente inequivoci”.

La decisione

La controversia tributaria in esame verteva sull’annullamento della cartella di pagamento, concernente il credito dell’Agenzia delle Entrate (Direzione Provinciale di Roma) per la complessiva somma di €. 8.919.471,74, a seguito della liquidazione effettuata a mente dell’art. 36 bis, D.P.R. n° 600/73, nonché dell’art. 54 bis, D.P.R. n° 633/72 per l’anno di imposta 2005.

Proprio sulla questione in esame, ossia circa il rapporto consequenziale tra il piano di ammortamento e l’acquiescenza del credito, la Corte di Cassazione ha chiarito: “costituisce principio generale del diritto tributario che non si possa attribuire al puro e semplice riconoscimento, esplicito od implicito, fatto dal contribuente d’essere tenuto al pagamento di un tributo, […] l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine all’an debeatur”.

In sostanza, “le manifestazioni di volontà del contribuente, quando non esprimano una chiara rinunzia al diritto di contestare” gli importi in parola, “debbono ritenersi giuridicamente rilevanti solo per ciò che concerne il quantum debeatur”.

A ben vedere, il soggetto interessato (attraverso la presentazione della domanda di rateizzo presso l’Ente della Riscossione) può sempre accedere alla giurisdizione (tributaria e non) per promuovere una valida azione legale nei confronti della Pubblica Amministrazione, al fine di far accertare – ad esempio – la corretta notifica della cartelle esattive trasmesse a ruolo oppure la prescrizione del credito.

Orbene, analizzando la recente giurisprudenza sull’argomento, anche la C.T.R. della Sicilia con la pronuncia n° 652/2016 aveva puntualizzato che “la sottoscrizione dell’istanza di rateazione del pagamento di un’imposta […] non configura un riconoscimento del debito tributario, ma solo l’impegno di pagare l’imposta secondo la rateazione stabilita”[1].

In altri termini, il contribuente mantiene dunque l’interesse (art. 100 c.p.c.[2]) a promuovere il ricorso innanzi ai giudici competenti.

La sentenza dei giudici di appello ha chiarito la relazione intercorrente tra la domanda di pagamento rateizzata (proposta dal contribuente) e la presunta accettazione circa la regolare esistenza del credito tributario (ovviamente il meccanismo è operativo anche per le posizioni debitorie con altri Enti pubblici, come Inps, Inail etc).

Nel giudizio di primo grado, la Commissione Tributaria Provinciale di Catania aveva ritenuto che “l’esistenza di un piano di ammortamento […] dimostrerebbe l’intervenuta conoscenza e conseguente acquiescenza” del contribuente interessato, il quale – in parallelo all’impegno assunto a corrispondere ratealmente le somme – aveva proposto ricorso tributario per fare accertare l’omessa notifica della cartella esattoriale “ammortizzata”.

A ben vedere, il percorso logico adottato dai giudici catanesi non aveva convinto l’organo di appello: “la presentazione da parte della ricorrente di istanza di rateazione […] non dimostra in alcun modo la conoscenza” della cartella rateizzata; in breve, il contribuente potrebbe avanzare la volontà di pagare ratealmente “al solo scopo di evitare il fermo amministrativo del veicolo di proprietà”, pertanto ai soli scopi cautelativi[3].

Non solo, una precedente sentenza della C.T.P. di Varese (n° 156/2015) aveva osservato che “il pagamento della cartella non può considerarsi riconoscimento del debito, poiché tale atto non solo deve provenire dal soggetto che abbia poteri dispositivi dello stesso [Agenzia delle Entrate, Inps, Inail], ma anche e soprattutto deve manifestare, in modo chiara ed univoca, l’intenzione ricognitiva del diritto altrui”.

A ciò si aggiunga un ulteriore elemento di riflessione, con interessanti risvolti in ambito processuale e/o amministrativo: fermo restando il diritto del contribuente a contestare la mancata notifica della cartella rateizzata e/o l’intervenuta prescrizione del credito erariale[4] attraverso l’impugnazione del ruolo[5], l’interessato potrà far valere la tesi circa il “disconoscimento” del debito per effetto del rateizzo, richiamando l’art. 8, comma 4 dello Statuto dei diritti del contribuente (Legge n° 212/2000).

La norma prevede infatti che “l’amministrazione finanziaria è tenuta a rimborsare […] quando sia stato definitivamente accertato che l’imposta non era dovuta o era dovuta in misura minore rispetto a quella accertata”; il contribuente ha sempre il diritto di contestare la sussistenza di un debito fiscale, indipendentemente dal pagamento effettuato in modalità rateale.

In conclusione, in caso di esito positivo del ricorso tributario, l’interessato può esercitare il diritto di rimborso ai danni dell’Erario, il quale ha indebitamente riscosso crediti, dichiarati successivamente come inesistenti da parte dell’adita Commissione Tributaria.

(Altalex, 21 marzo 2017. Nota di Federico Marrucci)

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______________
[1] Su detto aspetto, i giudici di appello hanno richiamato un principio già evidenziato dalla Corte di Cassazione con la decisione n° 5822/1981.

[2] L’art. 100 c.p.c. regolamenta l’interesse ad agire; in particolare la richiamata norma stabilisce che “per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse”.

[3] La sentenza n° 156/15 della C.T.P. di Varese ha affermato che il termine iniziale dal quale far iniziare la prescrizione di un tributo “non può individuarsi nel momento in cui il contribuente proceda al pagamento del debito iscritto a ruolo”, ben potendo, tale pagamento, essere stato effettuato ai soli fini cautelativi.

[4] Su tale problematica vedi l’ordinanza n° 20213/15 dei giudici della S.C.; in materia di prescrizione quinquennale degli interessi e delle sanzioni può tornare utile citare rispettivamente l’art. 2948, n° 4, c.c. e l’art. 20, comma 3, D. Lgs. n° 472/97.

[5] Cass. SS.UU., sentenza n° 19704/15.

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