Archive | July 2018

Ecco come Garibaldi e famiglia rinnegarono l’Italia, combattendo coi briganti

“… il felice regno (delle due Sicilie). Felice! poteva chiamarsi, giacché con tutti i vizi, di cui era incancrenito, il suo governo occupavasi almeno che non morissero di fame i sudditi … Si sa quanto solerte era il governo borbonico per far mangiar a buon mercato il pane ed i maccheroni … occupazione che disturba poco la digestione di coteste cime che governano l’Italia. Giù il cappello però, esse le cime hanno fatto l’Italia ed avranno fra giorni una statua in Campidoglio, non so di che roba”.

Sono queste parole scritte dal pugno di Giuseppe Garibaldi in persona, scritto nell’arco di tre anni, dal 1870 al 1872, nel testo intitolato “I Mille” (è disponibile gratuitamente cliccando QUI). In questa opera egli ammette di aver scritto le sue precedenti memorie in modo troppo romanzato, rimproverandosi di non aver steso un’opera valida dal punto di vista storiografico, quindi utile ai posteri, una mancanza cui vuole porre riparo proprio attraverso questo libro. In tale volume Garibaldi si scaglia ripetutamente contro Vittorio Emanuele II e il Governo, che egli, significativamente, definisce sabaudi piuttosto che italiani, e ciò perché si è reso conto che dietro l’appoggio di Cavour e del sovrano piemontese all’azione dei Mille non vi erano gli ideali, bensì calcoli e convenienze materiali. Egli sostanzialmente si pente di aver messo da parte la diffidenza verso i sabaudi, con cui non era mai andato d’accordo che non gli erano mai piaciuti, si pente di aver messo da parte il suo essere repubblicano, per consegnare il Mezzogiorno al Piemonte, per “aver unito l’Italia con l’aiuto del diavolo” (in questo caso per “diavolo” si potrebbe intendere, oltre ai piemontesi, anche tutta quella schiera di uomini corrotti e poco raccomandabili che favorirono la conquista delle Due Sicilie, quali ad esempio Liborio Romano, che cercò l’appoggio della camorra e dandole un potere che ancora oggi soffoca la Campania, oltre alle altre organizzazioni criminali). Prova della scarsa affinità tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II è una lettera tra costui e Napoleone III, dove il piemontese ribadisce il fastidio che gli dà Garibaldi, che egli arresterebbe per la terza volta se non fosse per una crisi di Governo. Giuseppe Garibaldi, dal canto suo, sottolinea la codardia e la corruzione degli uomini al servizio di Vittorio Emanuele II e Cavour, attenti a quanto facevano i Mille solo per prendersene i meriti.

In merito ai Siciliani ed ai Napoletani (termine con cui intende gli abitanti del Mezzogiorno intero) il capo dei Mille afferma: “E questo governo sedicente riparatore, fa egli meglio degli altri? Egli poteva farlo! doveva farlo! Ma che! nemmen per sogno; coteste ardenti e buone popolazioni che con tanto entusiasmo avean salutato il giorno del risorgimento e dell’aggregazione alle sorelle italiane, sono oggi….. sì, oggi ridotte a maledire coloro che con tanta gioia un giorno chiamaron liberatori!“.

Si tratta dello stesso concetto espresso qualche anno prima, in una lettera all’amica Adelaide Cairoli: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Un vero e proprio pentimento, l’enorme assunzione di una enorme responsabilità che gli pesava sull’animo, perché cosciente che invece che liberatore egli è stato una marionetta nelle mani di avidi soggiogatori

Forse, tuttavia, la circostanza più importante, e d’altra parte pochissimo nota, è che un figlio di Giuseppe Garibaldi, Ricciotti, dal 1865 combatté al fianco dei briganti per scacciare i Piemontesi e formare la Repubblica, tentando in questa maniera di riscattare la figura del padre di fronte ai posteri. Un fatto che ha raccontato a Porta a Porta Anita Garibaldi, della quale Ricciotti è il nonno e, dunque, Giuseppe è il bisnonno, e che dichiara di possedere i documenti a prova delle sue affermazioni.

Il Figlio di Garibaldi combatte al fianco dei Briganti (Porta a Porta – Regno delle Due Sicilie).RICCIOTTI GARIBALDI SI UNI’ A RIBELLI CALABRESI CONTRO I SAVOIA NUOVI PADRONI DEL SUD

Intervista ad Anita Garibaldi, discendente di Giuseppe Garibaldi, all’interno della trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa

Nell’intervista viene rivelato un fatto poco noto: il figlio di Garibaldi, Ricciotti (nonno dell’intervistata), dopo aver assistito allo sfruttamento degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie si allea con i Briganti (i partigiani del Regno delle Due Sicilie). I Briganti? molti erano i partigiani del sud. Tutti quelli che prendevano le armi nei primi decenni del neonato regno d’Italia furono senza distinzione detti “briganti” dalle forze dell’ordine. Ciò avvenne, per esempio sul Matese con l’anarchico Bakunin (1876-78) che tentò una rivolta socialista che fallì miseramente proprio per mancanza dell’ideale patriottico che animò i veri briganti. Ciò era accaduto tra Maida e Filadelfia nel 1870 dove dichiarati liberali come il barone Bernardo Serrao si rivoltarono contro il governo italiano per il suo tradimento degli ideali mazziniani con il coinvolgimento di Ricciotti Garibaldi. Anche lì tutto fallì miseramente (addirittura in poche ore…) per l’assenza totale di grandi ideali condivisi dalla popolazione. E’ la solita confusione del termine “brigante” che in mala fede è accomunato a delinquenti comuni o a facinorosi sovversivi. Chi conosce la storia sa che i veri briganti furono connotati dalla lotta per i Borbone (vedere i rapporti militari) ed all’essere quasi tutti incensurati. Ricciotti intervenne su invito diretto del Serrao (traditore e combattente al Volturno) per difendere gli interessi territoriali di costui, assieme ai coartati contadini delle terre del barone. Nessun proclama borbonico, nessuna base popolare, nessuna simpatia per la guerra civile che insanguinava da anni il Mezzogiorno. Non consentiamo più di infangare la sacra memoria dei veri briganti del sud col dire che Ricciotti era uno di loro. Ricciotti era soltanto uno degli scontenti nella spartizione della torta risorgimentale, come il padre ritiratosi per dispetto a Caprera. Ricciotti tentò a Maida di accaparrarsi qualche fetta negata ma gli andò male perché la voracità dei Savoia predominava su tutto e tutti. 

Le vicende storiche meritano di essere analizzate nella loro complessità. Il risorgimento italiano fu portato avanti da ideologie ed interessi molto diversi fra di loro. La situazione economica e politica del Regno delle Due Sicilie merita anch’essa un discorso più approfondito che non si può riassumere in poche righe, sappiate solo che è stato si il Regno di alcuni importanti primati ma venne rovinato dallo scontro fra conservatorismo regio e quella parte di borghesia progressista che premeva per imporsi e che venne più volte azzerata dopo i vari moti del 1799, 1821 e 1848.
La vera storia del risorgimento italiano:
http://www.ilportaledelsud.org/rec-re…

Vaccini e macerie. La salute pubblica dopo il decreto Lorenzin

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Di antonio bove, sito Monitor.
Il decreto-legge n. 73 del 7 giugno 2017 sull’obbligo vaccinale del ministro Lorenzin era arrivato, poche settimane fa, entrando a gamba tesa nella discussione pubblica condizionata da follie da social network, teorie – alcune serie, altre francamente meno – di medici “eretici” o di ciarlatani, e comprensibili ansie dei genitori. In questa situazione il ministero ha scelto di porsi con un piglio autoritario, mettendo a tacere ogni “immotivato dissenso” con la forza della coercizione. In realtà, un provvedimento del genere, che collide con principi fondamentali della democrazia come la libertà personale in tema di cure mediche – garantita dall’art. 32 della Costituzione –, il diritto allo studio e la potestà genitoriale, non poteva che ottenere l’effetto contrario alla “pacificazione” del dissenso. E l’ha ottenuto, calando con durezza su un dibattito dai toni spesso surreali, come spesso accade su temi fondamentali in Italia. I social, in questo, fungono da incontrollabili amplificatori di segnale nei confronti di messaggi che, in realtà, appartengono a una minoranza di medici e cittadini.

Nella sua prima stesura il decreto allargava l’obbligo delle vaccinazioni già esistente, vincolandone la somministrazione all’accesso a scuola, nell’intento di garantire su tutto il territorio nazionale una distribuzione omogenea della protezione immunitaria, la ormai famosa “immunità di gregge”. Le vaccinazioni obbligatorie salivano a dodici, comprendendo, oltre all’anti difterite-tetano-poliomielite e anti epatitica B, i vaccini contro Haemophilus B, Meningococco tipo C, Morbillo, Rosolia, Parotite e Varicella. Il provvedimento prevedeva l’impossibilità di iscriversi al nido e alla scuola materna in assenza di certificato di vaccinazione mentre per le scuole dell’obbligo la mancata vaccinazione poteva essere punita con sanzioni pecuniarie nei confronti dei genitori, fino alla sospensione della patria potestà.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella persona del direttore regionale per l’Europa Suzanna Jakab, ha fatto sapere di apprezzare le iniziative del governo italiano e di approvare il Piano Vaccinale 2017-2019 che vede come obiettivo l’eradicazione di morbillo e rosolia in Italia. Proprio le interazioni con quanto accade sul piano internazionale pongono una serie di dubbi, suscitati da più parti, sulla concomitanza tra redazione e approvazione di un decreto che per il suo impatto sociale andava forse metabolizzato meglio, ascoltando i cittadini, veri grandi assenti dei processi di gestione della sanità pubblica.

Ascoltare i genitori e provare a incontrare le loro paure, infatti, avrebbe chiarito che le loro richieste non sono un’assurdità e che, nella quasi totalità dei casi, non rappresentano una volontà regressiva ma una richiesta legittima. I padri e le madri italiane, al di là delle minoritarie prese di posizione neoluddiste, chiedono di sapere cosa viene somministrato ai propri figli e quale rapporto tra rischi e benefici ci sia; chiedono un sistema di farmacovigilanza efficace e un’informazione libera dai condizionamenti dell’industria. Richieste nelle quali si è voluto vedere un pericolo per la salute pubblica e che, invece, sono la cartina di tornasole che mostra le enormi lacune del nostro sistema sanitario nell’ambito della comunicazione. Sicuramente non è una risposta adeguata trasformare le vaccinazioni in un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Questi temi, sicuramente di grande rilevanza, e l’impatto che un tale provvedimento legislativo avrebbe avuto, hanno determinato una risposta del corpo sociale tradottasi in manifestazioni e prese di posizione di genitori e associazioni, culminata con una manifestazione a Pesaro di migliaia di persone. Non solo, il decreto ha trovato ostacoli anche all’interno del Parlamento, nel Movimento 5 stelle, nel Movimento Art.1-MdP ma anche nella Lega Nord. Un’opposizione estesa tra società e aule parlamentari che ha ritardato l’approvazione e imposto alcune modifiche al provvedimento originale. È stato soppresso, infatti, il comma 5 dell’art. 1 che prevedeva l’obbligo per l’Asl di segnalare eventuali inadempimenti dell’obbligo vaccinale alla Procura della Repubblica e la riduzione delle sanzioni pecuniarie previste. Per addolcire la durezza del provvedimento contro i genitori inadempienti, è stata approvata una modifica in base alla quale genitori e tutori inadempienti saranno convocati dall’Asl di appartenenza per un colloquio che solleciti la vaccinazione. D’altra parte l’obbligo è stato esteso ai minori stranieri che, una volta approdati in Italia, vengono iscritti al Servizio sanitario nazionale e inclusi nel programma vaccinale. Il numero dei vaccini obbligatori, inizialmente dodici, sarà ridotto a dieci, mentre i prezzi dei vaccini stessi saranno sottoposti alla negoziazione obbligatoria dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Approvata dal Senato anche la proposta del Movimento 5 Stelle di introdurre vaccini obbligatori in formulazione monocomponente.

La documentazione vaccinale rimane requisito di accesso per le scuole dell’infanzia ma non per i gradi d’istruzione superiore mentre sono stati previsti indennizzi per eventuali danni da vaccino, il che vuol dire riconoscere ufficialmente che reazioni avverse, anche serie, possano verificarsi. Adesso il parlamento ha poco tempo per convertire il decreto in legge, evitando la data di scadenza del 6 agosto, e in nome di questi tempi ristretti pare orientato a porre la fiducia. Un ulteriore atto di forza che si aggiunge alla soppressione, sempre per motivi di tempo, delle audizioni degli esperti che avrebbero dovuto partecipare al dibattito parlamentare. Una corsa contro il tempo che ha caratterizzato l’azione di governo e che, non trovandosi il nostro paese in condizioni di emergenza, ha dato molto da pensare. Se la flessione della copertura vaccinale è sicuramente un dato su cui riflettere ma non l’orlo di una tragedia sanitaria, come bisogna leggere il carattere di priorità assoluta che al decreto è stato dato dal governo negli ultimi mesi e i suoi effetti collaterali come i provvedimenti di radiazione dei medici “non allineati”, dei quali alcuni dubbi mossi al provvedimento sono stati recepiti nelle modifiche parlamentari al testo originale?

Fa pensare il fatto che poco prima della presentazione del testo da parte del governo la Global Health Security Agenda abbia individuato nell’Italia il capofila delle campagne vaccinali dei prossimi cinque anni. Nessuna voglia di svelare complotti, però è chiaro che la pressione dell’industria di fronte a un aumento vertiginoso e in un breve lasso di tempo della somministrazione di vaccini alla popolazione, finisca per avere un ruolo importante in questa vicenda. Poco convincenti, in questo senso, le tesi che screditerebbero questa ipotesi come quella esposta da Andrea Grignolio nel volume Chi ha paura dei vaccini? (Codice Edizioni, Torino, 2016), nel quale l’autore afferma che il saldo netto tra ricerca, produzione e vendita dei vaccini sarebbe trascurabile al punto che molte aziende starebbero abbandonando la ricerca in questo settore poco redditizio. A sostegno di questa ipotesi si rimanda a uno studio scientifico che esamina la spesa media nella UE per il trattamento di un singolo malato di TBC, per le forme sensibili al trattamento antibiotico quelle resistenti. Costi enormi se paragonati ai trenta euro per un vaccino di Calmette-Guerin che immunizza i pazienti a vita. È chiaro però che questo ragionamento risulta avventuroso se guardato con occhio critico e più che un elemento di dibattito finisce per diventare una trincea di questa battaglia irrazionale. È ovvio, infatti, che un conto è trattare i casi di infezione tubercolare – o di qualsiasi altro genere – un altro vaccinare in massa la popolazione per decenni. Per quanto una singola dose vaccinale possa costare infinitamente meno di un solo giorno di terapia antibiotica, è ovvio che il paragone non regge. Quanti trattamenti antibiotici per la TBC si fanno, oggi, in Europa? Quante dosi vaccinali in più verranno somministrate nei prossimi anni? E quante, in futuro se una simile copertura vaccinale obbligatoria venisse estesa all’intera Unione Europea?

A smentire tali argomentazioni, o quantomeno a insinuare seri dubbi in grado di scalfire l’entusiasmo neo-positivista di molti uomini di scienza, due eventi che è importante analizzare in questo momento.

A maggio il Codacons ha denunciato la “scomparsa” del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini in Italia, che dal 2013 non veniva più diffuso e che conteneva dati sulle reazioni avverse segnalate dopo somministrazione di vaccino esavalente. In seguito alla diffusione dei dati, lo stesso Codacons ha denunciato il ministro Lorenzin e l’Aifa per abuso d’ufficio, omesso controllo e favoreggiamento delle case farmaceutiche. I dati del Rapporto, in realtà, fanno registrare numeri in linea con quelli noti, con oscillazioni non preoccupanti, compresa la segnalazione di cinque morti improvvise che, in realtà, è difficile attribuire in maniera chiara e inequivocabile alla somministrazione di vaccino. Uno dei problemi nella segnalazione di eventi avversi, infatti, oltre alle difficoltà di tipo organizzativo, è il fatto che è possibile il più delle volte stabilire una relazione solo temporale tra somministrazione ed evento e non determinare un sicuro rapporto causale. A testimonianza di ciò, in proposito alle morti registrate, va ricordato che la percentuale di casi di morte improvvisa del lattante non varia in funzione della somministrazione di vaccini.

Perché, allora, non diffondere questi dati? Incapacità, cialtroneria o volontà di evitare polemiche su dati che, invece, sono perfettamente utilizzabili in un dibattito sereno e scientificamente fondato? Quale idea del dibattito pubblico e del rapporto tra scienza e cittadini è presente all’interno del ministero? Domande lecite se si pensa alla vicenda di Ranieri Guerra, dirigente del ministero della salute al centro di una nuova denuncia del Codacons. A giugno, infatti, veniva svelata l’esistenza di un grande conflitto d’interesse a carico del dr. Guerra, firmatario degli atti pubblici del ministero sui vaccini e membro del consiglio d’amministrazione della Glaxo, ditta produttrice del vaccino esavalente venduto in Italia. L’articolo 323 del Codice Penale vieta tale comportamento, imponendo almeno l’astensione per conflitto d’interesse. È chiaro come tali eventi contribuiscano in maniera decisiva alla sfiducia dei genitori italiani.

A breve compirà quarant’anni la grande riforma del 1978 che rivoluzionava il sistema di salute italiano. Una riforma radicale che avvenne sulla spinta di un ventennio di lotte civili e di confronto durissimo tra istituzioni e movimenti della società. Oggi non si può non notare un arretramento complessivo non tanto del sistema quanto dell’idea di salute pubblica, delle modalità con cui organizzarla e metterla a disposizione dei cittadini. A questo ha contribuito in maniera determinante l’aziendalizzazione, creando una struttura verticistica con funzioni di comando prevalenti rispetto a quelle di socializzazione, finendo per provocare, nel corso degli anni, uno scollamento decisivo tra pazienti e medicina. Alla fine, osservando quello che è accaduto nelle ultime settimane, è la società a sembrare distrutta, perché una simile contrapposizione tra cittadini e istituzioni sanitarie, la mancanza di un dibattito aperto, le sporche commistioni tra interessi privati e organi preposti alla salvaguardia della salute pubblica, le carenze di un’attività divulgativa seria e la marginalizzazione dei servizi di prevenzione ed educazione sanitaria, veri pilastri della medicina moderna, sono il retroterra di quello accade. Non accorgersene, far finta di non vedere o, peggio, vedere e pretendere di reprimere paure e insicurezze della società a colpi di decreti legge è un atteggiamento sbagliato.

Nel 1948 Roberto Rossellini girò uno dei suoi film più agghiaccianti. È quel Germania Anno Zero che gettava lo sguardo sui vinti, sulla Germania sconfitta che per anni era stata identificata con l’immagine di Hitler tra ali di folla festante. Rossellini decise di posare lo sguardo su quello che c’era sotto la “primavera hitleriana” al capolinea. Macerie, una Berlino a pezzi ripresa in un bianco e nero che lascia senza fiato. Non si può non pensare ai passi del piccolo Edmund che nel film attraversa una distesa desolante di macerie in cui gli esseri umani sono figure sconfitte che provano a sopravvivere. Quelle macerie rappresentano in maniera metaforica anche la nostra società, fatta a pezzi da decenni di ideologia antisociale che hanno sbriciolato senza indugi le conquiste dei decenni passati. Diritti del lavoro, ambiente, diritto alla salute. Occorre ripartire da questo sguardo impietoso e senza reticenze, tenendo a mente la tragica fine del bambino Edmund che deciderà di volare nel vuoto da un palazzo sventrato dalle bombe per sottrarsi all’orrore di quei giorni. Trovare l’opzione alternativa, considerare le macerie come materiali con cui ricostruire pezzi di società è il compito che ci spetta, altro che decreti legge. (antonio bove)

il Governo può sostituire i dirigenti pubblici. Ecco in quali casi, come e perché (di Giuseppe PALMA)

scenari economici.it, il mondo visto da un’altra angolazione

Occorre essere chiari. I dirigenti pubblici che – per particolari ruoli o funzioni svolte – collaborano alla formazione dell’indirizzo politico del governo, possono benissimo essere sostituiti con altri che godono di maggiore fiducia da parte del governo stesso.

E’ il cosiddetto sistema dello spoils system, introdotto dalla Legge n. 145/2002 che ha potenziato tale sistema (art. 6), attribuendo al nuovo governo la facoltà di confermare o revocare le nomine degli organi di vertice, conferite dal precedente esecutivo, nei sei mesi che precedono la fine della Legislatura. Per quanto riguarda invece i dirigenti ministeriali di vertice, il governo può prevederne la sostituzione entro 90 giorni dal voto di fiducia di entrambe le Camere.

Le polemiche di questi giorni, sollevate dal centrosinistra e ben equipaggiate dall’informazione di regime, stanno a zero. Tutti i governi succedutisi dal 2002 in avanti hanno sempre fatto la stessa cosa, cioè porre ai vertici dello Stato – e quindi a capo degli Uffici ministeriali che coadiuvano il perseguimento dell’indirizzo politico del governo – uomini di fiducia dell’esecutivo. Non per clientelismo, intendiamoci, ma per maggiore coesione tra governo e dirigenti pubblici, connessione strettamente funzionale al buon andamento dell’azione amministrativa di cui parla l’art. 97 della Costituzione. A tal proposito giova ricordare che il dirigente sostituito che sia legato ad un rapporto continuativo con la PA non perde il posto di lavoro, bensì solo la funzione.

La Corte costituzionale è intervenuta sia nel 2007 che nel 2008 con due sentenze (la num. 103/2007 e la num. 161/2008) che hanno dichiarato la parziale incostituzionalità della legge, riferendosi solo al meccanismo automatico di sostituzione (il cosiddetto spoils system automatico) in quanto questo ledeva il principio di buona amministrazione (artt. 97 e 98 Cost.) sotto il profilo del principio di continuità dell’azione amministrativa. La Consulta lasciava quindi intatta la ratio della norma, vale a dire la possibilità per il nuovo governo di sostituire i soggetti di cui sopra qualora questi – per particolari funzioni pubbliche espletate – collaborino di fatto alla formazione dell’indirizzo politico del governo. Per dirla in altre parole, dal criterio di automaticità previsto inizialmente dalla legge e caducato dalle due sentenze della Corte, si è passati a quello della discrezionalità in base al tipo di funzione e se questa sia funzionale al perseguimento dell’indirizzo politico del governo.

Il sistema dello spoils system esiste in tutto il mondo ed è particolarmente marcato negli Usa, dove ogni nuova amministrazione si circonda – ai vertici dello Sato – delle persone ritenute di fiducia. Lo spoils system all’italiana è certamente mitigato rispetto a quello americano, ma – nella sostanza – cambia ben poco.

Vediamo un caso concreto. Al di là della manina ministeriale che ha volutamente messo in cattiva luce Luigi Di Maio e il suo decreto dignità (manina che il governo ha tutto il diritto di sostituire perché ha delegittimato l’azione politica dell’esecutivo vergando parte della relazione da questo non condivisa e per di più sconosciuta), merita un approfondimento il caso del Presidente Inps Tito Boeri, nominato a capo dell’ente dal Governo Renzi alla fine del 2014. In teoria, stando alle due sentenze della Consulta sopra citate, Boeri non può essere sostituito automaticamente. Tuttavia, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale è il principale ente previdenziale del sistema pensionistico italiano ed è sottoposto alla vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Se il Presidente dell’ente, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo esecutivo, esprime in pubblico dichiarazioni che contrastano con le politiche previdenziali che fanno parte delle dichiarazioni programmatiche sulle quali il Governo ha ottenuto la fiducia del Parlamento, è chiaro che – per il principio di leale collaborazione – deve rassegnare le dimissioni nella mani del Ministro del Lavoro. Se non lo fa, il Governo può avviare un’azione di responsabilità dirigenziale al ricorrere di determinati presupposti. Sto parlando ovviamente di Tito Boeri e delle sue esternazioni contro le politiche in materia previdenziale che vorrebbe porre in essere il Governo Conte (così come da “contratto di governo” sul quale il Parlamento ha espresso il voto di fiducia). Il superamento della Legge Fornero è uno dei capisaldi dell’indirizzo politico del nuovo governo, quindi se il Presidente Inps – che di tale superamento dovrebbe garantirne la corretta applicazione – si dice espressamente contrario al programma di governo in materia previdenziale, non può fare altro che dimettersi. Si chiama “Alto senso delle Istituzioni e dello Stato“, indipendentemente da quello che dicono le leggi.

Immigrati, la verità nei numeri: “Crimini 6 volte più di italiani”

Il sociologo Luca Ricolfi: “Il tasso di criminalità relativo degli stranieri è più alto di quello dei nativi in tutta Europa. In Ue delinquono 4 volte di più dei nativi, in Italia 6 volte di più”

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Claudio Cartaldo – Ven, 29/09/2017 – Il Giornale.it

Ora lo dicono anche i numeri: gli immigrati commettono più reati degli italiani (in percentuale).

Uno studio pubblicato ieri dal Sole24Ore, e finito da qualche tempo sul tavolo del Viminale, mostra infatti come da agosto 2016 al luglio 2017 le denunce per vari reati sono state 839.496 di cui ben 241.723 portano il nome di un extracomunitario. Cosa significa? Che se si considera il rapporto tra il numero di denunce e la popolazione (gli stranieri in Italia sono solo il 9,5%), gli immigrati hanno un tasso relativo di criminalità del 4,78% (contro l’1,07% degli autoctoni).

In un’intervista a La Verità, il sociologo Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, ha spegato come questi numeri in realtà non siano affatto una “notizia”. Da anni infatti studiosi e sociologi studiano e commentano l’incidenza dei crimini degli immigrati negli Stati ospitanti. “Il tasso di criminalità relativo degli stranieri è più alto di quello dei nativi in tutta Europa (salvo Irlanda e Lettonia) – spiega Ricolfi – e in Italia è sopra la media europea. In Europa gli stranieri delinquono 4 volte di più dei nativi, in Italia 6 volte di più”.

Dati che sbugiardano una certa sinistra tanto attenta ad intestarsi le lotte in favore di tutti i migranti. Anche dei clandestini. Eppure – aggiunge il sociologo – “esiste una differenza fortissima fra stranieri regolari e irregolari. Giusto per dare un ordine di grandezza: gli immigrati regolari delinquono circa 3 volte più degli italiani, quelli irregolari 30 volte”. Questo dimostra come gestire i flussi migratori, limitando gli ingressi illegali e rispedendo indietro i clandestini potrebbe ridurre il tasso di reati.

Resta una domanda: perché la sinistra considera razzisti e “populisti” tutti quelli che si oppongono agli arrivi di massa? Per Ricolfi “una sottile catena semantica di associazioni mentali tende a trasformare il senso delle parole: xenofobia = odio per lo straniero = razzismo = fascismo = nazismo”. Un vizio dei “venerati maestri progressisti, che credono che basti raccontare alla gente che il peso dei reati degli stranieri sul totale sta diminuendo (cosa vera, gli ultimi dati del Ministero dicono anche questo) per convincere la gente a stare tranquilla. Sarebbe come dire alle donne: non dovete preoccuparvi, da anni gli stupri stanno diminuendo”. Perché la sinistra si comporta così? “Certe credenze erronee – conclude il sociologo – hanno una potente funzione identitaria: aiutano l’elettore progressista a sentirsi migliore, più civile, più aperto dell’elettore che di sinistra non è” e “i politici di sinistra hanno un disperato bisogno di trovare altre ragioni per far credere ai loro elettori di essere ancora dalla parte giusta. Di qui una mutazione storica, forse irreversibile: la sinistra odierna di tutto si occupa, dalle coppie di fatto allo ius soli, dal testamento biologico alla propaganda fascista, dai diritti dei gay al reato di tortura, tranne di ciò che starebbe a cuore ai ceti popolari: più sicurezza e più posti di lavoro”.

I reati di Bossi: libero, il sequestro dei fondi della Lega e il diritto costituzionale dei cittadini di partecipare alla vita politica della Nazione

VOGLIA DI ANDARE VIA

Sergio Mattarella ha poche condizioni da porre per ricevere Matteo Salvini. Meglio farebbe a convocare, prima, il Guardasigilli perché una magistratura politicizzata non è una magistratura. Lo afferma uno che dava un modesto contributo alla prima Commissione Difesa della Lega e che la lasciò nel 1994 perché a Montecitorio già si vociferava di queste mascalzonate. Ecco che, anziché colpire i truffatori di ieri, politici del sistema, ben noti, le motivazioni della sentenza della Cassazione che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione del Carroccio al sequestro dei fondi, vogliono colpire (oggi) la Lega come partito: un partito nemico in quanto vincitore della competizione elettorale. Una tale sentenza politica non è legittima oggi, come non lo era ieri a settembre, stabilendo il sequestro dei “futuri introiti” del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, perché non era bastato azzerare i conti. Mi sarei atteso il sequestro dei beni dei rei e osservo che sequestrare le somme che sarebbero entrate successivamente, significa usare la sentenza per far chiudere il partito. Inoltre, spiegatemi quali sarebbero i nessi fra i fatti delittuosi e le successive, ripeto successive, contribuzioni degli eletti e i contributi dei cittadini. Queste assurdità sono la conferma di una magistratura, colonizzata dagli oligarchi comunisti – che comunisti sono, ma solo per gli affari loro – per i quali e per la quale sono nemici tutti i partiti non comunisti, quando al governo. Sergio Mattarella, presidente della Repubblica poco entusiasta dei suoi doveri, faccia valere la sua presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e faccia notare al Ministro della Giustizia che le motivazioni della sentenza della Cassazione vanno contro il diritto costituzionale, e contro il dovere dei cittadini, come singoli e come popolo, di esercitare, la sovranità popolare attraverso, appunto, i partiti. E, quando si parla di cittadini, qui in Italia, si parla del Sovrano.

LA COSTITUZIONE, ARTICOLO 49.- Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale

sonderstellung-2Le obiezioni alla sentenza del sequestro dei fondi della Lega.

La Cassazione ha depositato martedì scorso le motivazioni della sentenza che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione del Carroccio al sequestro dei fondi, provvedimento conseguente alla condanna pronunciata nel processo per truffa ai danni dello Stato nei confronti dell’ex leader Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Nelle motivazioni del pronunciamento della Cassazione sul sequestro dei fondi della Lega, i giudici della Suprema Corte fanno riferimento anche al sequestro dei futuri introiti del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, provento della supposta “truffa allo Stato”. Dunque, cosa succederà ora? Intanto, l’avvocato Roberto Zingari, legale del Carroccio, ha spiegato nelle ultime ore come si muoverà quantomeno il partito. «La Cassazione ha rinviato al Riesame quindi – afferma – verrà fissata un’udienza e noi cercheremo di far valere le ragioni che avevano portato il Riesame precedente a darci ragione. Poi, eventualmente, se il provvedimento preso sarà negativo faremo ricorso. Con quanto affermato in via giuridica si blocca un partito e si legittima un sequestro di cose che non hanno nessun legame con il fatto di reato».

Ma ora, dopo il verdetto, cosa succederà? Intanto il governo…

E ancora: «Quello che noi avevamo sostenuto – prosegue il legale – era che non era legittimo neanche il sequestro che era stato fatto nel settembre scorso. Dopo quel sequestro, che ha azzerato i conti, le somme che entrano successivamente sono le contribuzioni degli eletti e i contributi dei cittadini. Quindi il legame con il profitto del reato non può esserci. Questo provvedimento in qualche modo – conclude Zingari – va anche contro quello che ha deciso il tribunale, nel merito, e che aveva stabilito non si potessero sequestrare beni futuri». Nel frattempo, codici e sentenze a parte, su questo punto il governo si è dimostrato unito: sul caso è intervenuto allora il capo politico del M5S Luigi Di Maio spiegando che non c’è «nessun imbarazzo» da parte del Movimento rispetto alla sentenza della Cassazione sui beni della Lega. «Stando a quel che dice Salvini lo scandalo riguarda Bossi e il suo cerchio magico. Detto questo, una sentenza è una sentenza…», ha concluso il vice premier, mentre i capigruppo della Lega al Senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, hanno rimarcato come «milioni di italiani perbene si riconoscono nell’azione della Lega, mettere fuorilegge un partito per (eventuali) errori di altri, risalenti a dieci anni fa, non garantisce quello spirito di democrazia, libertà e partecipazione popolare su cui si fonda la nostra Costituzione e la nostra vita sociale. Ne parleremo col garante di questa Costituzione, col Presidente della Repubblica – hanno quindi concluso ritornando sull’incontro in agenda per lunedì – nel pieno rispetto dei tanti giudici, la stragrande maggioranza, che svolgono bene e con imparzialità, la loro funzione».

L’«Esercito della libertà» aderisce a FdI. Meloni: «Rifondiamo il centrodestra»

Simome Furlan con il suo “Esercito della libertà”, ex “Esercito di Silvio” ha aderito a Fratelli d’Italia, dopo essersi dimesso dall’ufficio di presidenza di FI a maggio. L’annuncio ufficiale dell’adesione è stato dato da Giorgia Meloni in una conferenza stampa alla Camera, che è stata anche l’occasione per affrontare il tema del futuro del centrodestra che, ha spiegato la presidente di FdI, «va rifondato e non semplicemente riassemblato».

«Fratelli d’Italia vuole portare avanti la ricostruzione centrodestra, un centrodestra in cui noi siamo sempre rimasti, mentre gli altri uscivano e entravano come dalle porte girevoli: chi ha fatto gli accordi con il Pd, chi fa gli accordi con il M5S. Noi siamo stati sempre lì a presidiarlo con coerenza», ha sottolineato Meloni, respingendo al mittente le «fantasiose ricostruzioni giornalistiche» secondo le quali FdI avrebbe dei problemi. «Noi siamo riusciti a rimanere attrattivi per una classe dirigente politica che crede nel futuro», ha detto ancora Meloni, annunciando che a breve il partito terrà un grande evento per raccontare delle «decine di amministratori su tutto il territorio nazionale che in queste settimane stanno bussando alla nostra porta».

A monte di questo interesse diffuso per FdI, ha spiegato la presidente del partito, c’è proprio quella coerenza che ha sempre caratterizzato il partito come forza solidamente ancorata ai valori e ai programmi del centrodestra. «Adesioni importanti di altre storie sono quello che vogliamo fare, crediamo che FdI debba diventare sempre più inclusivo, che debba parlare sempre di più anche ad ambienti e a mondi che vengono da storie diverse dalle nostre», ha chiarito Meloni, indicando proprio l’adesione di Furlan come esempio del percorso e del lavoro intrapreso da FdI. «Vogliamo presidiare il campo del centrodestra, che è maggioritario», ha sottolineato ancora la presidente di FdI, scherzando su Furlan sul fatto che il suo “esercito” si sarebbe dovuto chiamare «esercito di Giorgia» e dandogli così l’assist per chiarire che «non rinnego nulla di tutta l’esperienza che ho fatto fino ad oggi». «Resto amico del presidente Berlusconi, che in me troverà sempre un riferimento leale nei suoi confronti», ha detto Furlan, precisando però che la Forza Italia di oggi «è ben lontana dal rappresentare il berlusconismo come io lo avevo inteso dal ’94, quando, da piccolo imprenditore, mi innamorai del Berlusconi imprenditore in cui vidi quelle ricette che avrebbero aiutato l’Italia». Una realtà che, per Furlan, non esiste più e che lo ha portato a dire che «Forza Italia, gestita ormai dagli avvocati, ha perso il sorriso». «Quindi ringrazio Giorgia per averci dato la possibilità di combattere le nostre battaglie dentro FdI, in modo – ha concluso – da contribuire a dare una casa a chi non si riconosce nei partiti tradizionali».

Equitalia: l’istanza di pagamento rateale non è riconoscimento del debito Cassazione Civile, sez. tributaria, sentenza 08/02/2017 n° 3347

I giudici della Suprema Corte, con la recente sentenza n° 3347/17 (depositata in data 17.02.2017), hanno affermato che “la rateizzazione chiesta dal contribuente” (presso l’Ente della Riscossione) “non costituisce acquiescenza”: difatti “la rinuncia” dell’interessato a contestare le somme richieste dall’Amministrazione finanziaria, deve essere “manifestata con una dichiarazione espressa o con un comportamento sintomatico particolare, purché entrambi [siano] assolutamente inequivoci”.

La decisione

La controversia tributaria in esame verteva sull’annullamento della cartella di pagamento, concernente il credito dell’Agenzia delle Entrate (Direzione Provinciale di Roma) per la complessiva somma di €. 8.919.471,74, a seguito della liquidazione effettuata a mente dell’art. 36 bis, D.P.R. n° 600/73, nonché dell’art. 54 bis, D.P.R. n° 633/72 per l’anno di imposta 2005.

Proprio sulla questione in esame, ossia circa il rapporto consequenziale tra il piano di ammortamento e l’acquiescenza del credito, la Corte di Cassazione ha chiarito: “costituisce principio generale del diritto tributario che non si possa attribuire al puro e semplice riconoscimento, esplicito od implicito, fatto dal contribuente d’essere tenuto al pagamento di un tributo, […] l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine all’an debeatur”.

In sostanza, “le manifestazioni di volontà del contribuente, quando non esprimano una chiara rinunzia al diritto di contestare” gli importi in parola, “debbono ritenersi giuridicamente rilevanti solo per ciò che concerne il quantum debeatur”.

A ben vedere, il soggetto interessato (attraverso la presentazione della domanda di rateizzo presso l’Ente della Riscossione) può sempre accedere alla giurisdizione (tributaria e non) per promuovere una valida azione legale nei confronti della Pubblica Amministrazione, al fine di far accertare – ad esempio – la corretta notifica della cartelle esattive trasmesse a ruolo oppure la prescrizione del credito.

Orbene, analizzando la recente giurisprudenza sull’argomento, anche la C.T.R. della Sicilia con la pronuncia n° 652/2016 aveva puntualizzato che “la sottoscrizione dell’istanza di rateazione del pagamento di un’imposta […] non configura un riconoscimento del debito tributario, ma solo l’impegno di pagare l’imposta secondo la rateazione stabilita”[1].

In altri termini, il contribuente mantiene dunque l’interesse (art. 100 c.p.c.[2]) a promuovere il ricorso innanzi ai giudici competenti.

La sentenza dei giudici di appello ha chiarito la relazione intercorrente tra la domanda di pagamento rateizzata (proposta dal contribuente) e la presunta accettazione circa la regolare esistenza del credito tributario (ovviamente il meccanismo è operativo anche per le posizioni debitorie con altri Enti pubblici, come Inps, Inail etc).

Nel giudizio di primo grado, la Commissione Tributaria Provinciale di Catania aveva ritenuto che “l’esistenza di un piano di ammortamento […] dimostrerebbe l’intervenuta conoscenza e conseguente acquiescenza” del contribuente interessato, il quale – in parallelo all’impegno assunto a corrispondere ratealmente le somme – aveva proposto ricorso tributario per fare accertare l’omessa notifica della cartella esattoriale “ammortizzata”.

A ben vedere, il percorso logico adottato dai giudici catanesi non aveva convinto l’organo di appello: “la presentazione da parte della ricorrente di istanza di rateazione […] non dimostra in alcun modo la conoscenza” della cartella rateizzata; in breve, il contribuente potrebbe avanzare la volontà di pagare ratealmente “al solo scopo di evitare il fermo amministrativo del veicolo di proprietà”, pertanto ai soli scopi cautelativi[3].

Non solo, una precedente sentenza della C.T.P. di Varese (n° 156/2015) aveva osservato che “il pagamento della cartella non può considerarsi riconoscimento del debito, poiché tale atto non solo deve provenire dal soggetto che abbia poteri dispositivi dello stesso [Agenzia delle Entrate, Inps, Inail], ma anche e soprattutto deve manifestare, in modo chiara ed univoca, l’intenzione ricognitiva del diritto altrui”.

A ciò si aggiunga un ulteriore elemento di riflessione, con interessanti risvolti in ambito processuale e/o amministrativo: fermo restando il diritto del contribuente a contestare la mancata notifica della cartella rateizzata e/o l’intervenuta prescrizione del credito erariale[4] attraverso l’impugnazione del ruolo[5], l’interessato potrà far valere la tesi circa il “disconoscimento” del debito per effetto del rateizzo, richiamando l’art. 8, comma 4 dello Statuto dei diritti del contribuente (Legge n° 212/2000).

La norma prevede infatti che “l’amministrazione finanziaria è tenuta a rimborsare […] quando sia stato definitivamente accertato che l’imposta non era dovuta o era dovuta in misura minore rispetto a quella accertata”; il contribuente ha sempre il diritto di contestare la sussistenza di un debito fiscale, indipendentemente dal pagamento effettuato in modalità rateale.

In conclusione, in caso di esito positivo del ricorso tributario, l’interessato può esercitare il diritto di rimborso ai danni dell’Erario, il quale ha indebitamente riscosso crediti, dichiarati successivamente come inesistenti da parte dell’adita Commissione Tributaria.

(Altalex, 21 marzo 2017. Nota di Federico Marrucci)

VAI ALLA SENTENZA
______________
[1] Su detto aspetto, i giudici di appello hanno richiamato un principio già evidenziato dalla Corte di Cassazione con la decisione n° 5822/1981.

[2] L’art. 100 c.p.c. regolamenta l’interesse ad agire; in particolare la richiamata norma stabilisce che “per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse”.

[3] La sentenza n° 156/15 della C.T.P. di Varese ha affermato che il termine iniziale dal quale far iniziare la prescrizione di un tributo “non può individuarsi nel momento in cui il contribuente proceda al pagamento del debito iscritto a ruolo”, ben potendo, tale pagamento, essere stato effettuato ai soli fini cautelativi.

[4] Su tale problematica vedi l’ordinanza n° 20213/15 dei giudici della S.C.; in materia di prescrizione quinquennale degli interessi e delle sanzioni può tornare utile citare rispettivamente l’art. 2948, n° 4, c.c. e l’art. 20, comma 3, D. Lgs. n° 472/97.

[5] Cass. SS.UU., sentenza n° 19704/15.

Responsabilità medica: la rilevanza del ritardo nella diagnosi

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La Cassazione si è confrontata più volte con la responsabilità del sanitario derivante dal ritardo nella diagnosi di un processo morboso terminale.
di Valeria Zeppilli – Il ritardo nella diagnosi di un processo morboso terminale comporta, in capo al medico, una responsabilità che discende non solo dalla lesione di un bene del paziente di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale, ma anche dalla perdita della chance del malato di sopravvivere più a lungo e di conservare una migliore qualità della vita.

Con la questione, nel corso degli anni, la giurisprudenza si è confrontata diverse volte, delineando gli esatti confini della rilevanza giuridica del ritardo diagnostico da parte del sanitario.
Violazione del diritto di determinarsi liberamente
Ad esempio, nella sentenza numero 7260/2018, la Corte di cassazione ha chiarito cosa debba intendersi per violazione del diritto del malato terminale di determinarsi liberamente nello scegliere quali percorsi esistenziali compiere nelle sue condizioni di vita, precisando che essa non coincide con la perdita della chance di operare delle singole specifiche scelte di vita, quanto piuttosto nella lesione di un bene che è già di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale e che quindi, attestato il colpevole ritardo diagnostico da parte del medico, non richiede alcun ulteriore onere di allegazione argomentativa o probatoria e può legittimare una condanna del sanitario al risarcimento del danno fondata su di una liquidazione equitativa.

La qualità della vita del paziente
Con la sentenza numero 16993/2015, invece, la Corte di cassazione ha parlato di migliore qualità della vita” che il paziente, a seguito dell’omissione della diagnosi del processo morboso terminale del quale è affetto, ha perso la chance di conservare, così rinunciando “alla possibilità di programmare (anche all’esito di una eventuale scelta di rinunzia all’intervento o alle cure…) il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito”.

Già qualche anno prima, nella sentenza numero 23846/2008, la Corte aveva sul punto affermato che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in quanto nega al paziente, oltre che di essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, anche di essere messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista e fino a quell’esito, integra l’esistenza di un danno risarcibile alla persona”.

Ritardo dell’intervento palliativo
La stessa sentenza del 2008 ha anche specificato che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cd. palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire del detto intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto, sua pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze”.

Responsabilità medica: l’onere della prova nei giudizi contro la struttura

In tema di responsabilità medica, nei giudizi contro la struttura sanitaria le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano sull’attore
di Valeria Zeppilli –

Con la recente sentenza numero 16828/2018 qui sotto allegata, la Corte di cassazione è tornata sul tema della ripartizione dell’onere della prova nel campo della responsabilità medica, in particolare soffermandosi sull’ipotesi in cui sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione medica.

Prova per il danneggiato e l’obbligato
I giudici, nel dettaglio, hanno ricordato che:

– il danneggiato deve provare: il contratto, l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, il nesso di causalità tra tale circostanza e l’azione o l’omissione dei sanitari;

– la struttura sanitaria, invece, deve dimostrare che la prestazione professionale dei sanitari sia stata eseguita diligentemente e che gli esiti lamentati dal danneggiato siano derivati da un evento imprevisto e imprevedibile.

Incertezza sulla causa del danno
Da tale ripartizione dell’onere della prova discende che se, all’esito dell’istruttoria, la causa reale del danno lamentato dal paziente resta incerta, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano sull’attore.

Del resto, “Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile”.

In altre parole, se il paziente si duole in giudizio delle conseguenze di un intervento chirurgico, solo dopo che tale soggetto ha dimostrato che la patologia lamentata sia causalmente riconducibile all’intervento, la struttura sanitaria è chiamata a dimostrare che la patologia è stata determinata per una causa imprevedibile e inevitabile che ha reso impossibile l’esecuzione esperta della prestazione medica.

Quindi, per i giudici, “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere”.

Cassazione civile, sez. III, 26/06/2018, n. 16828
Fatto
1. D.F.V. e D.R.A., in proprio e nella qualità di genitori esercenti la potestà sulla figlia minore D.F.D.M., convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Milano l’Azienda Ospedaliera (OMISSIS) chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali connessi alla emiparesi destra sofferta da quest’ultima, causalmente ricondotta dagli attori a un episodio di cianosi verificatosi il terzo giorno di vita durante la degenza post-natale presso il detto nosocomio.
Espletata c.t.u. collegiale, della quale era anche disposta la rinnovazione con incarico attribuito ad altro collegio di periti, il tribunale rigettava la domanda ritenendo non provato il nesso causale tra l’episodio predetto e il danno sofferto dalla minore.
2. Tale decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Milano che, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello degli attori, condannandoli alle spese del grado liquidate in Euro 7.000, oltre accessori.
I giudici d’appello hanno infatti ritenuto giustificato il rigetto della domanda alla luce delle conclusioni esposte nelle tre relazioni peritali, depositate da due diversi collegi di ausiliari, rimarcando che la nomina di questi “è stata scrupolosamente disposta a seguito di critiche specifiche mosse dal consulente di parte attrice”.
Tali conclusioni sono così riportate in sentenza:
“il (OMISSIS) la piccola D. si trovava presso il nido della clinica (OMISSIS) quando, di prima mattina, si verificò un “episodio di cianosi” qualificata come “intensa” e “riferita”;
“circa sei mesi dopo, nel giugno 2000, si riscontrò una “emisindrome destra” attribuibile a “piccolo esito in parte glicolico in parte malacico al livello di corona radiata centro semiovale di sinistra da riferirsi a esito su verosimile base ipossico ischemica (come documentato anche la risonanza magnetica)”;
“la cartella clinica presenta vistose lacune poichè in particolare non dà atto dell’orario di insorgenza dell’episodio di cianosi, nè della sua durata, nè dell’identità dell’operatore, sicchè è impossibile delineare i precisi contorni del preteso fatto lesivo;
“i dati obiettivi – ossia “pH al limite dell’alcalosi con bicarbonati normali (23,6 mmol/L) e pCO2 bassa” – che furono riscontrati qualche ora più tardi possono certo considerarsi spia di iperventilazione, ma non sono sufficienti per inferirne univocamente che si fosse in presenza di un fenomeno compensatorio atto a eliminare un eccesso di CO2 causato da ipossiemia grave con cianosi “intensa”;
“gli episodi di cianosi ab ingestis sono frequenti nei neonati e perciò prevedibili; “nessun intervento d’urgenza si imponeva alla luce di tali accertamenti;
“il lungo intervallo fra la cianosi del 14 dicembre e la scoperta dell’emiparesi, avvenuta ben sei mesi dopo, quand’anche siffatto episodio avesse avuto gravità lesiva, rende impossibile risolvere il problema della diagnosi differenziale rispetto a possibili altre e diverse cause, che potrebbero essere intervenute durante quei sei mesi”.
Sulla base di tali elementi la Corte d’appello, condividendo le valutazioni del primo giudice, ha osservato che “la mancanza di specifici elementi relativi ad ulteriori segni clinici nel periodo trascorso prima dell’accertamento della lesione cerebrale, depone per la insussistenza di nesso causale tra l’episodio di cianosi e il danno”, essendo essa (mancanza) “poco coerente rispetto alla gravità dell’insulto e, di conseguenza, (agli) effetti esteriori che esso avrebbe dovuto provocare anche durante quei sei mesi”.
Al riguardo, già il primo collegio peritale – si rimarca in sentenza -ha evidenziato “l’incongruenza del fatto che la lesione cerebrale sia stata evidenziata con quadro neurologico particolarmente grave dopo sei mesi ma senza che nel frattempo fosse documentata una coerente storia clinica sicchè risulta impossibile stabilire l’eziopatogenesi dell’insulto cerebrale che condizionò poi la situazione invalidante”. Il secondo collegio di consulenti, “pur severamente criticando le lacune della cartella clinica”, ha a sua volta in tal senso rilevato che “il lungo intervallo tra la cianosi e la scoperta dell’emiparesi ben sei mesi dopo – quand’anche siffatto episodio per mera ipotesi avesse avuto effettiva gravità lesiva – rende impossibile risolvere il problema della diagnosi differenziale con altre possibili cause che potrebbero essere intervenute nel lasso di tempo”.
3. Avverso tale decisione D.F.V. e D.R.A., in proprio e nella spiegata qualità, propongono ricorso per cassazione sulla base di cinque motivi, cui resiste, depositando controricorso, l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Nord Milano, quale successore in universum ius della Azienda Ospedaliera (OMISSIS).
Diritto
1. Va preliminarmente rilevata l’irritualità della nomina di nuovo difensore da parte della controricorrente, in quanto effettuata attraverso il rilascio di procura speciale (non già nelle forme dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata, ma) in calce di c.d. “comparsa costitutiva di nuovo difensore”. Trattandosi di giudizio nella specie già pendente alla data di entrata in vigore della L. 18 giugno 2009, n. 69 (v. art. 58, comma 1), non può trovare applicazione il nuovo disposto dell’art. 83 c.p.c., comma 3, (come modificato dalla L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 9), che ora ammette (integrando, sul punto, la precedente versione della medesima norma) la costituzione in giudizio della parte anche mediante il conferimento della procura speciale con apposizione in calce o a margine “della memoria di nomina del nuovo difensore, in aggiunta o in sostituzione del difensore originariamente designato”.
Pertanto, nel caso in esame, ricadente sotto la previgente disciplina del citato art. 83 c.p.c., comma 3, per la nomina del nuovo difensore sarebbe stato necessario osservare, in via esclusiva, le forme prescritte dal comma secondo dello stesso art. 83 c.p.c., non essendo ammesse altre modalità (v. ex aliis Cass. 20/01/2016, n. 955; 21/11/2011, n. 24632; 09/02/2011, n. 3187).
2. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 1218 e 2697 c.c., per avere la Corte d’appello, recependo le indicazioni del tribunale, applicato i criteri di accertamento del nesso di causalità richiesti in sede penale (che deve tendere all’accertamento della responsabilità del reo al di là di ogni ragionevole dubbio), anzichè quelli richiesti per l’accertamento della responsabilità civile (che, ponendo attenzione alla figura del danneggiato, coerentemente alla sua funzione risarcitoria, richiede la preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non).
Lamentano, in tale prospettiva, che il primo giudice non ha riferito correttamente ciò che il primo collegio peritale aveva concluso, dal momento che quest’ultimo, pur non censurando l’operato dei sanitari, aveva posto in dubbio, non escludendola però, la sussistenza del nesso di causa tra l’episodio di cianosi occorso in terza giornata di vita e le lesioni cerebrali riscontrate sei mesi dopo. Rilevano inoltre che non sono stati in alcun modo, nè dalla convenuta nè tantomeno dai c.t.u.,
avanzate alternative ipotesi esplicative dell’emiparesi diagnosticata alla bambina sei mesi dopo la nascita.
3. Con il secondo motivo deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, rappresentato dalle omissioni, vuoti temporali e carenze nella tenuta della cartella clinica.
Rilevano, in sintesi, che, come stigmatizzato nella relazione del secondo collegio peritale, non si sa nulla di quanto accaduto nella mattina del terzo giorno di vita della neonata, “se non quanto – minimizzante – ha riportato un’entità sconosciuta ad una mano altrettanto sconosciuta che lo ha approssimativamente appuntato in cartella clinica” e che tale grave lacuna incide anche sull’accertamento dell’incidenza causale dell’episodio, che il primo collegio non aveva escluso ma sulla quale anzi aveva rilevato l’esistenza di “alcuni elementi di dubbio”.
4. Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, “violazione e falsa applicazione degli artt. 61,115,116,132 e 196 c.p.c. con riferimento al vizio di motivazione della sentenza di primo grado ed omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione tra le parti relativo alla acritica valutazione e recepimento della consulenza tecnica d’ufficio da parte della sentenza impugnata”.
La doglianza è costruita sulla base dei seguenti passaggi argomentativi: il primo collegio peritale aveva indicato nelle conclusioni l’esistenza di “alcuni elementi di dubbio circa la sussistenza del nesso di causa tra l’episodio di cianosi occorso in terza giornata di vita e le lesioni cerebrali rilevate sei mesi dopo”; il primo giudice aveva omesso di valutare tale rilievo; con l’appello essi avevano chiesto “chiarezza sulle considerazioni medico-giuridiche che avevano portato al rigetto delle domande”; anche la sentenza d’appello ha però di fatto recepito in maniera acritica la sentenza di primo grado, dimostrando di non aver esaminato approfonditamente le diverse consulenze depositate agli atti, poichè non ha confutato le tesi attoree.
Sottolineano i ricorrenti che, in entrambi i gradi del giudizio, essi avevano censurato la contraddittoria e parziale interpretazione da parte dei cc.tt.uu. degli elementi raccolti e la mancata risposta a “quesiti fondamentali” posti dei consulenti di parte. Di ciò – lamentano -nessun accenno viene fatto “nelle sentenze oggetto di censura” le quali sposano acriticamente (e parzialmente) le conclusioni degli ausiliari, senza curarsi delle mancate risposte ai rilievi di parte.
Si tratta di considerazioni medico legali, esposte alle pagg. 22-26 del ricorso, volte a sostenere la sussistenza del nesso causale in questione e che possono così riassumersi: a) è soddisfatto il criterio cronologico: essendo le lesioni obiettivamente documentate sin dall’immediatezza e particolarmente manifeste sin dal sesto mese di vita; b) è soddisfatto anche il criterio di esclusione di altre cause, non essendo emersi altri fattori eziopatogenetici, nè antecedenti, nè simultanei, nè sopravvenuti; c) il fatto che nel corso dei primi sei mesi di vita non fu rilevato alcun problema non può escludere il nesso di causa tra evento e lesioni neurologiche, occorrendo considerare che “la condizione neuro- patologica della piccola D. è stata caratterizzata, fin dalla sua insorgenza, da un disturbo della motricità dell’emisoma destro, associato a problematiche del linguaggio”, derivandone che tale condizione poteva “emergere clinicamente e in maniera significativa solo allorquando venivano raggiunte le prime tappe dello sviluppo psicomotorio, con inizio di movimenti finalisti ed evoluzione del linguaggio dalla lallazione alle bisillabe”; d) sul fatto che la condotta neonatologica di cui sopra sia stata astrattamente idonea a provocare la lesione neurologica non possono sussistere dubbi, considerata sia la potenziale idoneità neurolesiva dell’episodio di cianosi intensa, sia il ruolo svolto nella sua produzione dall’ipotizzabile ritardo con cui si giunse all’osservazione del neonato”.
5. Con il quarto motivo i ricorrenti denunciano poi “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1218,1226,2043,2056 e 2059 c.c., con riferimento alla mancata liquidazione del danno patito dai ricorrenti, in relazione le norme di cui all’art. 360 c.p.c. n. 3 e n. 5”.
Lamentano i ricorrenti il rigetto del gravame in punto di mancato riconoscimento del danno biologico permanente patito dalla vittima primaria e della responsabilità della convenuta, in punto di rigetto della domanda tendente al risarcimento del danno morale subito dai genitori era ancora in punto di mancato riconoscimento del danno esistenziale, del danno da perdita di chances e del danno patrimoniale pure sofferti dalla minore.
Sostengono che, in ambito di responsabilità contrattuale, una volta che il creditore-danneggiato dia prova della fonte negoziale o legale del proprio diritto e alleghi inadempimento di controparte spetti a quest’ultimo dimostrare la non imputabilità dell’inadempimento.
Ciò premesso, rilevano che nel caso di specie l’ente convenuto non ha allegato nè provato alcunchè, circa l’esistenza di altre cause, indipendenti dalla propria azione, idonee a generare la nuova patologia.
6. Con il quinto motivo i ricorrenti infine deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. nonchè vizio di motivazione in ordine alla condanna alla rifusione delle spese del secondo grado di giudizio.
Lamentano il mancato riconoscimento da parte della Corte d’appello dei gravi e giustificati motivi che avrebbero nella specie dovuto indurre quantomeno a compensare le spese di lite, “considerato che la risoluzione o quantomeno l’analisi delle questioni, tecniche e giuridiche, sottoposte dalle parti non era di facile e pronta soluzione, avendo impiegato notevoli sforzi e l’ausilio di ben due collegi peritali che hanno stigmatizzato l’incompletezza della cartella clinica”.
7. Il primo motivo è inammissibile, in quanto aspecifico, non cogliendo la ratio decidendi posta a fondamento della decisione impugnata.
Non si ricava infatti da questa l’applicazione di una regola di giudizio, in punto di accertamento del nesso causale, diversa da quella che a tale accertamento presiede in ambito di responsabilità civile.
La Corte d’appello, pienamente condividendo la valutazione sul punto del primo giudice, ha confermato il rigetto delle pretese risarcitorie, non già per il mancato raggiungimento di un grado di certezza razionale tale da escludere ogni ragionevole dubbio, bensì esprimendo sul punto un convincimento scevro da dubbi e che quantomeno non esprime alcuna valutazione probabilistica positiva (ma nondimeno ritenuta insufficiente).
Per il resto il motivo pone questioni di merito, che impingono nella ricognizione del fatto e nella motivazione che ne è data. Per tale parte la doglianza è estranea al tipo di vizio dedotto ed è comunque sovrapponibile alle censure che su tale piano sono svolte nei motivi secondo e terzo, al cui esame può pertanto farsi rimando.
8. Il secondo motivo è infondato.
La lacunosità della cartella clinica è un fatto che non è per nulla trascurato dai giudici di merito, essendo anzi espressamente richiamato tra le premesse delle condivise valutazioni dei cc.tt.uu., ma ben diversamente è ritenuto irrilevante ai fini del giudizio, in quanto inidoneo di per sè a condurre all’affermazione del dedotto nesso causale e quindi della responsabilità della struttura sanitaria, in presenza di elementi di valutazione successivi ed estranei a quanto accaduto nel corso della degenza
nel reparto di neonatologia dell’ospedale convenuto, incoerenti con tale valutazione, aliunde ricavati.
Non è dunque dato ravvisare il vizio dedotto giacchè, oltre ad essere stata esaminata dal giudice di appello la circostanza della incompletezza della cartella clinica e della sua rappresentazione nelle cc.tt.uu. collegiali espletate in corso di giudizio, neppure assume carattere di decisività l’asserito omesso esame del fatto storico, stante l’anzidetto accertamento in positivo comunque raggiunto dal giudice del merito (segnatamente, in forza degli ulteriori elementi suindicati) in ordine alla mancanza di nesso causale tra condotta medica e danno.
9. Il terzo motivo è inammissibile.
I ricorrenti, pur denunciando apparentemente anche la violazione di norme di diritto, lamentano in realtà un’insufficienza dell’iter motivazionale della sentenza impugnata, in quanto fondata esclusivamente sulle valutazioni dei cc.tt.uu. (che si assume anche non siano correttamente riportate), senza considerare i rilievi critici di parte.
Sotto il primo profilo (se con esso si intende denunciare una non integralmente fedele considerazione delle conclusioni del primo collegio peritale) va innanzitutto rammentato che il travisamento, da parte del giudice del merito, delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, laddove esistente, integra un vizio revocatorio, denunciabile ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 (v. ex multis Cass. 14/11/2017, n. 26827; 17/05/2012, n. 7772).
Sotto il secondo profilo i ricorrenti richiamano il principio di diritto espresso da Cass. n. 10688 del 2008, secondo il quale “allorchè ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte (incorrendo, in tal caso, nel vizio di motivazione deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5)”.
Un tale principio non è però in realtà applicabile alla fattispecie in esame, facendo esso riferimento ad una nozione di vizio di motivazione più ampia rispetto a quella attualmente vigente.
Il detto principio esprime peraltro un indirizzo superato già nel 2009, con la sentenza n. 282 del 2009, il cui principio di diritto è stato integralmente richiamato e fatto proprio dalla sentenza n. 1815 del 2015 e da numerose altre successive, secondo cui “il giudice di merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, e non deve necessariamente soffermarsi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte, che, sebbene non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perchè incompatibili, senza che possa configurarsi vizio di motivazione, in quanto le critiche di parte, che tendono al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive” (v. Cass. 09/01/2009, n. 282; 02/02/2015, n. 1815; cui adde tra le più recenti, Cass. 27/12/2017, n. 30953; 29/01/2018, n. 2067; 27/03/2018, n. 7539).
In tale prospettiva, occorrendo rapportare le critiche alle valutazioni espresse dagli ausiliari, la censura si espone a un ulteriore rilievo di inammissibilità, dal momento che i ricorrenti omettono di riportare il contenuto specifico delle critiche sollevate nei precedenti gradi di giudizio e, soprattutto, omettono di trascrivere le valutazione al riguardo espresse dai cc.tt.uu. (v. tra le tante Cass. n. 26827 del 2017, cit.; 03/6/2016, n. 11482).
Rimane sotto tale profilo non assolto l’onere, posto a pena di inammissibilità della doglianza, di rendere pienamente intelligibili i contenuti della c.t.u. medico – legale, non provvedendosi nemmeno ad idonea localizzazione processuale di detti atti, alla stregua di quanto imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.
10. Il quarto motivo è in parte infondato, in altra parte inammissibile.
10.1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (v. ex multis Cass. 26/07/2017, n. 18392; 16/01/2009, n. 975; 09/10/2012, n. 17143; 20/10/2015, n. 21177; 12/09/2013, n. 20904).
Non solo il danno ma anche la sua eziologia è parte del fatto costitutivo che incombe all’attore di provare. Ne consegue che, se, al termine dell’istruttoria, resti incerta la reale causa del danno, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano sull’attore.
A sostegno dell’opposta tesi dedotta a fondamento della censura, i ricorrenti richiamano l’enunciazione del principio di diritto secondo cui nel giudizio di risarcimento del danno conseguente ad attività medico chirurgica, l’attore danneggiato ha l’onere di provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e di allegare l’inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, restando, invece, a carico del medico e/o della struttura sanitaria la dimostrazione che tale inadempimento non si sia verificato, ovvero che esso non sia stato causa del danno (Cass. Sez. U. 11/01/2008, n. 577; v. anche Cass. 30/09/2014, n. 20547; 12/12/2013, n. 27855; 21/07/2011, n. 15993).
Si tratta, però – come è stato chiarito (v. Cass. n. 18392 del 2017, cit., alla quale si rimanda per una più compiuta illustrazione dei passaggi logici presupposti dalle affermazioni di principio che qui di seguito verranno ribadite) – di contrasto apparente con il principio di diritto sopra richiamato in quanto la causa cui tali precedenti fanno riferimento non è quella della fattispecie costitutiva della responsabilità risarcitoria dedotta dal danneggiato, ma quella della fattispecie estintiva dell’obbligazione opposta dal danneggiante.
In ambito di responsabilità contrattuale, nella quale vengono in rilievo anche le cause estintive dell’obbligazione diverse dall’adempimento, e segnatamente quella rappresentata dalla impossibilità della prestazione per causa non imputabile al debitore (artt. 1218 e 1256 cod. civ.) occorre, invero, distinguere, da un lato, la causalità che lega il fatto all’evento (causalità materiale) e quella che lega l’evento lesivo al consequenziale danno (causalità giuridica), dall’altro, quella concernente la possibilità (rectius: impossibilità) della prestazione.
La causalità relativa all’evento ed al danno consequenziale è comune ad ogni fattispecie di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, e caratterizza negli stessi termini, sia in ambito contrattuale che extracontrattuale, gli oneri di allegazione e di prova del danneggiato. Il danno è elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ed essendo l’eziologia immanente alla nozione di danno anche l’eziologia è parte del fatto costitutivo dedotto che l’attore deve provare.
Ciò che piuttosto distingue, ai fini in discorso, la responsabilità contrattuale da quella extracontrattuale è l’emergenza, nella prima, di un secondo ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere.
Questo però acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore.
Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile.
Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all’intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l’intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l’esecuzione esperta dell’intervento chirurgico medesimo.
Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere.
10.2. La doglianza è poi inammissibile nella restante parte la quale attinge un tema di lite (riconoscimento e liquidazione dei pretesi danni patrimoniali e non patrimoniale) evidentemente precluso e assorbito dal rilievo della insussistenza di nesso causale tra gli stessi e la ipotizzata condotta colpevole dei sanitari e, dunque, dell’an della dedotta responsabilità.
11. Merita invece accoglimento il quinto motivo.
La peculiarità della vicenda umana trattata rende ingiustificata la condanna alle spese degli appellanti, non risultando possibile disgiungere la valutazione di soccombenza dalla considerazione della piena legittimità e umana comprensibilità della loro iniziativa processuale al fine dell’accertamento delle cause della grave lesione patita dalla minore e delle relative responsabilità, in presenza dei dubbi giustificati dalla lacunosa annotazione degli eventi verificatisi durante la degenza post-natale.
12. In accoglimento del solo quinto motivo la sentenza impugnata va pertanto cassata esclusivamente in punto di regolamento delle spese processuali; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa può essere su tale punto decisa con l’integrale compensazione delle spese (anche) del secondo grado di giudizio, confermata nel resto la decisione sul merito della lite.
Per analoghe considerazioni si ravvisano i presupposti per l’integrale compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
Non ricorrono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato.
P.Q.M.
accoglie il quinto motivo di ricorso, nei termini di cui in motivazione; dichiara inammissibile il primo e il terzo; rigetta il secondo e il quarto; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; decidendo nel merito, compensa integralmente le spese del giudizio di secondo grado, confermando nel resto la sentenza impugnata.
Compensa integralmente le spese del presente giudizio di legittimità.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, il 23 aprile 2018. Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2018