Archive | June 2018

I LEGAMI FRA BOERI, DE BENEDETTI E SOROS… ECCOVELI QUI

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Grazie ad un nostro attento lettore dalla memoria lunga (Grazie Fabrice) siamo in grado di darvi qualche chicca storica sui legami fra Deb Benedetti, Soros e Boeri

Un pezzo di Verdirami dal Corriere dell Sera di qualche anno fa

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell’ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l’idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l’agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia – commenta Pistelli – si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall’altro capo del telefono o del computer, c’ è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Quindi De Benedetti è in grado di metter in contatto diretto con Soros, con ui ha famigliarità. Del resto l’anello di congiunzione è il banchiere svizzero Edgar de Picciotto che è nel CdA di Quantum Fund , fondato da Soros, ma il cui figlio è stato nel CdA della Olivetti di De Benedetti negli anni 80. Per conoscere in quali affari sia De Picciotto e le sue banche TBA e CBI, cercate sul web….
Non possiamo poi dimenticare che SOROS fu invitato al Festival dell’Economia di trento nel 2012, proprio quando era presidente del comitato scientifico TITO BOERI, che non mancò di invitare, guarda caso, anche DE BENEDETTI.

Trovate in questa pagina l’invito a Debenedetti, e in quest’altra l’intervento di Soros.

Insomma TITO BOERI lavora a braccetto con chi sostiene la “Open Society”, cioè una società “Aperta” si, allo sfruttamento economico ed alla distruzione culturale. Perchè se una nazione vuole svilupparsi in modo autonomo, usando le proprie risorse, allora è “CLOSED”…

Con questo chiudiamo il quadro complessivo che spiega l’intervento di Tito Boeri tramite i suoi collegamenti con Soros e con De Benedetti…
Del resto, parliamo chiaro, è stato De Bendetti a volere all’INPS Boeri, come ricorda bene anche Dagospia…

Potete leggere l’articolo originale QUI.

“REPUBBLICA” BOERI APPOGGIA IL JOBS ACT, NE CHIEDE LA RAPIDA IMPLEMENTAZIONE, ATTACCA I SINDACATI E CHIUDE DICENDO CHE “ORA IL NOSTRO PAESE PUÒ FARCELA A RIPARTIRE”. INTANTO È RIPARTITO LUI!
Il segnale che Renzie voleva è arrivato sulle colonne di “Repubblica” proprio una manciata di giorni prima dell’ultimo consiglio dei ministri dell’anno. Ed è stato un segnale utile, perché ha portato alla nomina di Tito Boeri alla presidenza dell’Inps, non certo un esponente del “Giglio magico”, anzi. Ma com’è nata questa nomina che ha sorpreso un po’ tutti gli addetti ai lavori? E’ nata nelle segrete stanze, ma si è sviluppata su un giornale. Vediamo come.

Nelle settimane precedenti il Natale, in piena battaglia per l’approvazione del Jobs Act, Renzie era molto preoccupato di scoprirsi troppo sul fianco sinistro del proprio schieramento. Di passare per nemico dei lavoratori non gli andava proprio e poi c’era da far mancare in anticipo il terreno sotto i piedi a possibili scissionisti piddini. Per questo, in una conversazione con l’ottuagenario Carletto De Benedetti, il giovane premier ha chiesto la copertura del giornale-partito “Repubblica”.

Da bravo padrone del vapore, il Sor-Genio ha incassato con un sorriso benevolo la richiesta d’aiuto, ma ha subito domandato qualcosa in cambio, seppure con un minimo di eleganza. “Devi anche fare qualcosa di sinistra… – gli ha detto lesto – per esempio nominare uno come Boeri all’Inps”, riferendosi a Tito, l’economista che scrive per Repubblica e non è mai tenero con i governi, non capacitandosi di non essere il ministro dell’Economia.

MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A firenze
MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A FIRENZE
Renzie è rimasto preso in contropiede e ha fatto notare a Cidibbì che Boeri lo ha attaccato varie volte. Lui non avrebbe avuto problemi di principio a nominarlo, ma si sarebbe atteso un segnale pubblico per avere la certezza che Boeri è un tipo affidabile.

Il segnale è arrivato a mezzo stampa il 20 dicembre scorso. Ed è stato un segnale di gran classe. Boeri non si è messo a tessere le lodi sperticate del Jobs Act o, peggio, di Renzie. Sarebbe stato goffo e volgare, con la sua nomina in arrivo “ad horas”. In un articolo intitolato “Perché i giovani si sentono beffati”, Boeri ha semplicemente dato per scontato che la riforma tanto cara a Renzi sia cosa buona e giusta, chiedendo che sia rapidamente accompagnata dai decreti delegati. Un vero pezzo di bravura.

E dopo aver duramente attaccato Cgil e Uil, ovvero i sindacati che si oppongono al premier spaccone, Boeri si lanciava in un’edita professione di ottimismo: “Il nostro Paese può farcela a ripartire (…) La riforma del lavoro potrebbe essere la prima vera riforma del Governo Renzi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione”. Quattro giorni dopo Renzie non he perso l’occasione di nominare Boeri alla guida dell’ente previdenziale. Chissà quanto s’è divertito il Sor-Genio.

2. PERCHÉ I GIOVANI SI SENTONO BEFFATI (BOERI IN GINOCCHIO DA RENZI)
Tito Boeri per La Repubblica – Editoriale del 20 dicembre 2014

Sono state meno 15 per cento rispetto allo stesso mese di un anno prima, in cui si era in condizioni congiunturali ben peggiori. Presumibilmente i datori di lavoro aspettano ad assumere in attesa di capire cosa accadrà. Il governo ha chiesto e ottenuto dal Parlamento un’ampia delega per riformare il nostro mercato del lavoro e adesso ha il dovere di agire per eliminare questa ulteriore fonte di incertezza.

Dovrà varare nella prossima settimana i decreti attuativi se vuole che siano in vigore da metà gennaio, dando un mese di tempo al Parlamento per esprimere la propria opinione. L’augurio è che il consiglio dei Ministri di mercoledì prossimo vari i decreti più importanti: quelli su ammortizzatori sociali, contratto a tutele crescenti ed eliminazione dei contratti maggiormente precarizzanti.

Non possiamo permetterci un rinvio per non peggiorare ulteriormente la gravissima situazione occupazionale. Ma non possiamo neanche permetterci l’ennesima finta riforma, perché è nella ripresa del nostro mercato del lavoro che si giocano le prospettive di ripresa dell’economia italiana nel 2015.

Da troppo tempo i giovani nel nostro Paese vengono presi in giro. Abbiamo avuto 5 governi negli ultimi 7 anni che hanno promesso di «farla finita con il precariato giovanile » (governo Prodi), «dare priorità all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro» (Berlusconi), «scommettere sui giovani» (Monti), «aiutare le aziende ad assumere i giovani» (Letta).

Da quando si sono spese queste nobili parole la disoccupazione giovanile è passata dal 20 per cento a quasi il 45 per cento. Adesso è il momento di agire. Se vogliamo una riforma vera, bisogna eliminare o fortemente scoraggiare l’utilizzo di contratti come le associazioni in partecipazione, i contratti a progetto o le collaborazioni coordinate e continuative per rapporti di lavoro alle dipendenze.

Il nuovo contratto a tutele crescenti non vuole nascere come un prolungamento di contratti precari. Contestualmente alla riforma dei contratti a tempo indeterminato per i nuovi assunti, bene perciò ridurre la durata massima dei contratti a tempo determinato (ad esempio da tre anni a due) e prevedere meno proroghe sullo stesso posto di lavoro di quanto previsto dal decreto Poletti.

Il nuovo contratto a tempo indeterminato dovrebbe partire fin da subito con tutele crescenti, senza periodo di prova. In principio, la conta dei mesi di esperienza sulla base dei quali si calcolano le compensazioni in caso di licenziamento dovrebbe partire dalla data di prima assunzione, contratto a tempo determinato incluso. Non vogliamo che tra co.co.pro, contratti a tempo determinato e periodo di prova, il giovane passi attraverso un cursus honorum ( forse meglio parlare di forche caudine) lungo sei anni.

E bene che le tutele crescano gradualmente con l’anzianità aziendale, evitando discontinuità che potrebbero spaventare i datori di lavoro, incoraggiandoli a interrompere un rapporto anche quando questo ha grandi potenzialità.

Oggi, come documentano anche recenti studi dell’Ocse, c’è un tappo alla crescita delle imprese attorno alla soglia dei 15 dipendenti e le imprese più grandi ricorrono maggiormente ai contratti temporanei delle imprese più piccole, alimentando così un turnover più elevato delle imprese minori.
Per togliere il tappo alla crescita dimensionale delle imprese e per ridurre l’abuso dei contratti temporanei, bene che tutti i lavoratori passino alla nuova normativa non appena l’impresa supera la soglia dei 15 addetti. Si avrà comunque un rafforzamento delle tutele dei lavoratori la cui impresa cresce e si darà un potente stimolo ai datori di lavoro ad aumentare il numero di dipendenti.

La riforma degli ammortizzatori si propone di estendere le tutele a chi oggi non è coperto. Vedremo se sarà così nei fatti, a partire dalle risorse messe a disposizione, dato che, di quelle elencate, è l’unica riforma che non sia a costo zero per le casse dello Stato.

Cgil e Uil ieri hanno minacciato di reagire alle tutele crescenti con delle “lotte crescenti”. Ma cosa c’è di crescente dopo uno sciopero generale? La rivoluzione? Viene da chiedersi a vantaggio di chi vada questa radicalizzazione del sindacato. Rischia di concentrarsi sempre di più nel pubblico impiego e di abbandonare i giovani e il settore privato. I dati delle indagini campionarie questo ci dicono: negli ultimi 10 anni, il sindacato ha perso un iscritto su cinque fra chi ha meno di 35 anni, è diminuito del 15% al di fuori del pubblico impiego, rafforzandosi lievemente solo fra chi ha più di 65 anni.
Come si può pensare di reclutare fra chi non ha mai avuto diritto a un sussidio di disoccupazione e a una compensazione del proprio datore di lavoro, essendo stato di fatto licenziato fino 50 volte in meno di dieci anni? Come si fa a parlare di tutela di diritti a chi se li è visti sistematicamente calpestare in nome di quelli degli altri? Mentre lamenta la rottamazione dei diritti, il sindacato rischia di rottamarsi con le sue stesse mani. Sarà un caso, ma due segretari confederali su tre hanno cambiato mestiere negli ultimi mesi.

Il nostro Paese può farcela a ripartire. Coi tassi di interesse a lungo termine attuali, scesi da tempo ai livelli degli Stati Uniti, sono soprattutto i problemi di natura strutturale, quelli legati al funzionamento del nostro mercato del lavoro in primis, che impediscono all’economia italiana di ripartire. La riforma del lavoro potrebbe essere la prima vera riforma del Governo Renzi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione, soprattutto ora che Spagna e Portogallo hanno cambiato i regimi di contrattazione, rendendoli più attrattivi per la grande impresa.

Festival dell’Economia di Trento 2012boeri-soros

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Cicli di vita e rapporti tra generazioni
dal 31 maggio al 3 giugno a Trento e Rovereto
Anteprima a Bari il 19 maggio

Il Festival dell’Economia di Trento, giunto alla sua settima edizione, si conferma come l’appuntamento dell’anno per il dibattito e la discussione delle grandi questioni del nostro tempo. Dal 31 maggio al 3 giugno economisti, giuristi, imprenditori, politici, sociologi, filosofi si confrontano su un tema cruciale per le scelte di politica economica: Cicli di vita e rapporti tra generazioni. Anche quest’anno anteprima fuori casa.
Il 19 maggio il Festival si trasferirà per un giorno a Bari dove ci saranno due appuntamenti sul tema Giovani, creatività e impresa. I dettagli nel programma.

«La crisi ? come scrive Tito Boeri, responsabile scientifico del Festival ? è destinata a lasciare cicatrici profonde nelle generazioni che si sono trovate, loro malgrado, ad entrare nel mondo del lavoro in questi frangenti. Gli eventi negativi lasciano spesso tracce persistenti nei comportamenti degli individui, ne pregiudicano carriere, i tempi con cui costruiscono una famiglia, li espongono a futuri rischi di disoccupazione, possono avere effetti anche a molti anni di distanza sulla loro salute. Il rischio è di avere intere generazioni di perdenti anche perché la crisi ci lascerà in eredità anche un alto debito pubblico i cui oneri finiranno per gravare come un macigno sulle generazioni che iniziano oggi a lavorare.» Il tema cruciale dei rapporti tra generazioni si traduce nella ricerca di un sistema che sappia da un lato valorizzare la longevità e dall’altro offrire opportunità ai giovani. Insomma – riflette ancora Boeri – «la Grande Recessione e poi la crisi del debito hanno aperto, non solo in Italia, una grande questione giovanile e una grande questione degli anziani. I primi hanno seri problemi ad entrare nel mercato del lavoro e a iniziare il loro ciclo di vita. I secondi faticano a chiuderlo serenamente perché hanno seri problemi di liquidità verso la fine della loro esistenza.»È davanti agli occhi di tutti la delicatezza di questo particolare momento storico, non solo per il nostro paese, ma per tutta l’economia mondiale. E Trento si conferma un appuntamento irrinunciabile dove mettere a confronto, analisi, prospettive e possibili soluzioni. La qualità del dibattito è come sempre testimoniata dall’altissimo livello degli ospiti del Festival, che vede anche quest’anno un ricco calendario di incontri. I premi Nobel sono di casa. Quest’anno saranno in tre: Christopher Pissarides e Dale T. Mortensen, Premi Nobel per l’Economia 2010 che illustreranno gli effetti della recessione sul mercato del lavoro; Eric S. Maskin Premio Nobel per l’Economia nel 2007 che spiegherà perché tendiamo a scaricare sulle generazioni future decisioni rilevanti di natura economica. Tanti gli economisti internazionali, tra gli altri Barry Eichengreen, tra i massimi esperti del sistema monetario; Olivia S. Mitchell tra le maggiori esperte di sistemi pensionistici e assicurativi; Thomas Piketty, docente di Economia alla Paris School of Economics, tra i massimi analisti dell’interazione tra sviluppo economico e distribuzione del reddito e della ricchezza; Adair Turner, presidente della Financial Services Authority del Regno Unito, un’economista che si divide tra business, politica economica e ricerca universitaria.

Numerosi gli ospiti protagonisti del dibattito economico e politico nazionale. Parteciperanno ai diversi incontri fra gli altri: Susanna Camusso, Segretario generale della CGIL, Corrado Clini ministro dell’Ambiente, Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e Trasporti, Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marco Rossi Doria e Elena Ugolini, sottosegretari al Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. Come ha sottolineato Boeri “si parlerà molto anche di ingresso nel mondo del lavoro e di formazione sul posto di lavoro. Verranno esaminati inoltre i patti intergenerazionali informali, così importanti nel campo dell’assistenza alle persone non autosufficienti, dai genitori che aiutano i figli nella cura dei nipoti soprattutto quando mancano gli asili nido, ai figli che assistono i loro genitori. Perché c’è un patto intergenerazionale anche in molte scelte all’interno della famiglia. E sono quasi sempre le donne che si devono prendere cura dei genitori e dei suoceri, sottraendo tempo al proprio lavoro, alla propria realizzazione professionale e, dunque, ritoccando all’ingiù le loro pensioni future”.

Come Testimone del tempo del tempo giovedì 31 maggio apre Carlo De Benedetti che ci racconterà come si è trasformato il mercato del lavoro in Italia negli ultimi cinquant’anni e come sono mutati meccanismi di selezione della classe dirigente, a partire dal management delle grandi imprese. Venerdì 1 giugno Testimone del tempo sarà la figura del maestro di scuola, da sempre cerniera fra diverse generazioni. Non solo. La scuola tutta riceverà una particolare attenzione in questa edizione del Festival. Sabato 2 giugno sarà, invece, la volta di due magistrati in prima fila nella lotta al crimine organizzato. Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, e Michele Prestipino, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, risponderanno alle domande di Gaetano Savatteri sui rapporti tra generazioni all’interno delle cosche mafiose. Come ogni anno tante le voci di autorevoli economisti, tra gli altri Orazio Attanasio, Alberto Bisin, Pietro Garibaldi, Andrea Ichino, Annamaria Lusardi, Michele Polo, Lucrezia Reichlin, Salvatore Rossi, Pier Luigi Sacco, Michele Salvati.

Il Festival ha la sua forza anche per la partecipazione di personalità che vengono da esperienze diverse e portano il loro punto di vista nel dibattito economico. Per citare solo qualche nome: Andrea Beltratti, Paolo Bertoluzzo, Remo Bodei, Andrea Carandini, Gianluca Comin, Ilvo Diamanti, Oscar Giannino, Gustavo Pietropolli Charmet, Alessandro Profumo, Federico Rampini, Chiara Saraceno, Pierluigi Stefanini, Silvia Vegetti Finzi, Pierluigi Stefanini. Confermati tutti format: Pro e contro, Parole chiave, Alla frontiera, Visioni, Focus, Dialoghi, Intersezioni. Lo stesso vale per gli “Incontri con l’autore” a cura di Tonia Mastrobuoni, dove partendo dai libri si affrontano grandi temi dell’ economia e della politica con intellettuali e protagonisti del dibattito pubblico.

Festival dell’Economia di Trento

Responsabile scientifico: Tito Boeri

Comitato Promotore: Provincia autonoma, Comune e Università degli Studi di Trento

Progettazione: Editori Laterza, in collaborazione con Gruppo 24 Ore e Comune di Rovereto

Partner: Intesa Sanpaolo

Main sponsor: Gruppo Dolomiti Energia, Fiat S.p.A.,Vodafone Italia

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SOROS E LA CRISI: “TUTTA COLPA DELLA GERMANIA”

“L’intransigenza della Germania e di Angela Merkel sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea”. Senza mezze parole, George Soros, vero ‘guru’ della finanza speculativa, attacca la cancelliera tedesca.

Lo fa dal festival dell’Economia di Trento, dove il miliardario di origine ungherese è stato invitato per una lectio magistralis sull’economia internazionale.

Ma più che ‘economia internazionale’ Soros ha parlato di economia europea, definendo l’Ue un “oggetto fantastico” messo a rischio “dai creditori, dalla Germania di Angela Merkel e dalla Bundesbandk”. Unione europea che venne fondata “sui principi della società aperta, democratica, pluralista e rispettosa dei diritti umani i cui nodi ora sono venuti al pettine”.

Quali i motivi? Semplice. Per il finanziare ungherese-statunitense la causa della crisi risiede nel fatto che “all’integrazione monetaria non ha fatto seguito una vera e propria integrazione politica”.

Soros come Obama – La frenata crescita mondiale? “Colpa della crisi in Europa”. Così Barack Obama, venerdì, ha chiosato ad alcune domande dei cronisti durante la tappa in Minnesota del ‘tour’ per la sua campagna elettorale. E, come Obama, anche Soros ritiene che sia stato proprio il crollo dell’economia in Europa la causa della frenata dell’economia mondiale. E non invece che sia stata la bolla speculativa statunitense a far precipitare l’Europa in una crisi ad oggi incontrollata.

L’Unione europea, chiamato da Soros “quell’oggetto fantastico”, ha funzionato in un primo momento “perchè i tedeschi erano alle prese con l’unificazione e ha avuto la massima realizzazione con il trattato di Maastricht. Ma il giocattolo si è rotto quando si è capito che i tedeschi non erano disposti a condividere l’eccessivo indebitamento con gli altri paesi europei”.

Da qui, ‘la ricetta’ di Soros. Una ricetta tutta tedesca, che solo Angela Merkel potrebbe preparare: “Un sistema comunitario a copertura dei depositi delle banche per impedire la fuga dei capitali dall’Eurozona”. I tempi – Tempi stretti, però, per Soros: “Abbiamo tre mesi di tempo per invertire la rotta”.

Per Soros infatti “il rischio default della Grecia sarebbe la prima avvisaglia del baratro”. Un baratro dal quale “non si salverebbe nemmeno Berlino”. Il motivo è semplice: “Un ritorno del marco ‘pesante’ penalizzerebbe le esportazioni tedesche”.

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Ingabbiato dai conti

Il sottosegretario M5S all’Economia Castelli parla di “manovrina”, il reddito di cittadinanza si allontana. Dopo il nodo coperture sul dl Dignità, per Di Maio si fa dura. Cari Salvini e Di Maio,dopo la parziale affermazione di Conte a Bruxelles,l’immigrazione continuerà. A Roma,è sempre la squadra di Padoan (FMI) a condizionarvi dai ministeri della spesa.Ogni promessa del contratto passa,perciò,per il dicastero guidato da Tria. Bocciate al centro.

L’estenuante negoziato affrontato da Giuseppe Conte al Consiglio europeo sui migranti è solo l’antipasto. Quello più importante per onorare la lunga e costosa sequela di promesse contrattuali – ma ancora tutto da intavolare – viene per il momento celato dalle ripetute e roboanti dichiarazioni dei due vicepremier, concentrati in queste ore più ad alimentare le aspettative che non a soddisfarle. Ma la sua eco arriva anche a Bruxelles, mentre Conte è intento a rispondere alle domande dei giornalisti sulle conclusioni Ue in tema di migranti: “Manovra correttiva? Vedremo, fatemi parlare con il ministro dell’Economia e gli altri ministri, non sarei serio a rispondere ora”, ha detto il premier.

A ritirare fuori il tema manovra bis è stata Confindustria due giorni fa, parlando della possibilità di un intervento da circa 9 miliardi. “Fantasie”, le ha bollate il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Poche ore prima il sottosegretario all’Economia Laura Castelli (M5S) era di ben altro avviso: “Manovra correttiva? Non lo so, perché la verità è che pare di sì, ma ancora non ci sono delle informazioni così chiare. Se ci sarà la necessità di fare una manovra correttiva noi ovviamente saremo in grado di farla”.

Mentre il ministro per il Sud Barbara Lezzi, anche lei grillina, ha rilasciato a Radio1 una dichiarazione che è un po’ come mettere le mani avanti: “Sappiamo bene cosa significa ereditare dei conti sfasciati come quelli che abbiamo. Ricevere eredità così pesante ci farà agire in maniera più responsabile. Non possiamo inserire tutte le nostre proposte nella prossima legge di bilancio, ci siamo dati una scadenza di cinque anni di legislatura. Affronteremo pian piano le priorità”.

Se da un lato i leader politici del Governo, Di Maio e Salvini, continuano a tener vive con cadenza quotidiana le costose promesse, dalla flat tax al reddito di cittadinanza fino alla Fornero, dall’altro c’è chi misura minuziosamente le parole senza sciogliere i leciti dubbi su come si possano conciliare le costose promesse di cui sopra e le sue dichiarazioni improntate alla responsabilità e alla concertazione in sede europea: il ministro dell’Economia Giovanni Tria per ora ha rimandato ogni decisione alla stesura della nota di aggiornamento al Def, prendendo così tempo sulle sue prossime mosse. Per ora i tecnici del suo ministero (quasi tutta la squadra di Padoan è rimasta al suo posto) hanno “placato” il vicepremier Di Maio nella stesura del decreto Dignità, slittato per l’occasione al Cdm di lunedì per il più classico dei nodi: le coperture. Il pacchetto fiscale salvo sorprese verrà riscritto in una versione più light, con un probabile intervento sullo split payment solo per i professionisti e un rinvio della cancellazione dello strumento legato all’entrata in vigore della fatturazione elettronica per tutti. Anche le misure per contrastare il gioco d’azzardo con lo stop alla pubblicità apportano un minor gettito, così come spesometro e redditometro.

Se reperire le risorse per un provvedimento con un impatto economico modesto come il dl Dignità è arduo, figurarsi per le altre misure contenute nel contratto. Sulla scia dei dati sulla povertà rilasciati dall’Istat, Di Maio è però tornato alla carica all’assemblea di Confartigianato assicurando che il reddito di cittadinanza “si farà subito, ci sto lavorando notte e giorno”. È noto che sul fiore all’occhiello delle proposte M5S ci sia da giorni un tira e molla con il ministero dell’Economia. Perché Tria è restio ad assumere impegni prima di avere un quadro completo dei suoi margini d’azione, da concordare per forza di cose in sede europea. E per il 2018 ha lasciato la porta aperta solo a misure “a costo zero”, e non è certo il caso del reddito di cittadinanza.

Il ministro grillino dei Rapporti con il Parlamento Fraccaro crede che “i fondi per realizzare il progetto di governo siano in gran parte da trovare ai tavoli europei, non solo all’interno del bilancio dello Stato”. Ai tavoli europei Tria ci è arrivato ereditando dal suo predecessore Padoan uno scostamento dall’obiettivo per l’anno in corso sull’aggiustamento strutturale del deficit. “L’Italia proverà a rispettare l’impegno a ridurre l’indebitamento netto strutturale di 0,3 punti di Pil nel 2018 ma la Commissione europea già si aspetta deviazioni per l’andamento meno favorevole della congiuntura rispetto alle previsioni”, aveva detto Tria alla fine dell’Ecofin in Lussemburgo una settimana fa. L’audizione del ministro in Commissione Bilancio di Camera e Senato martedì prossimo sarà certamente una buona occasione per fare chiarezza sulle linee programmatiche che intende seguire.

È indubbio però che in queste prime settimane del Governo del Cambiamento, ancora a secco di decreti licenziati in Cdm, si sia registrato uno scarto di incisività tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un po’ per l’avventato e quotidiano ricorso a dichiarazioni fragorose o ad atti unilaterali (come la chiusura dei porti alle Ong) ma a costo zero del secondo con l’ormai chiaro e proficuo intento di mettere in ombra gli alleati; un po’ per la fisiologica difficoltà del primo a dare immediato seguito alle sue promesse: guidando ministeri di spesa, ogni sua mossa non è affatto a gratis e va perciò concertata con il dicastero guidato da Tria, il vero rebus di questo governo.

TG e media di regime nascondono la verità agli italiani sullo spread

Spuntano carte e prove bollenti, crolla l’impero di Napolitano:
Alla sbarra i responsabili del crollo finanziario dell’Italia, per favorire il commissariamento del paese con la regia di Giorgio Napolitano? La prima banca tedesca, Deutsche Bank, con alcuni dei suoi ex top manager è indagata dalla Procura di Milano per la mega-speculazione in titoli di Stato italiani effettuata nel primo semestre del 2011. Operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i Btp e i Bund tedeschi e a creare le condizioni per dimissioni del governo Berlusconi, a cui subentrò l’esecutivo di Mario Monti, con in tasca la ricetta “lacrime e sangue” per l’Italia, dalla legge Fornero sulle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione. Secondo l’“Espresso”, che ricostruisce la vicenda svelandone i dettagli, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato, avvenuta attraverso operazioni finanziarie finite sotto la lente dei pm per un totale di circa 10 miliardi di Affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico cominciava a minacciare altri paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, scrive Marcello Zacché sul “Giornale”.

A onor del vero, scrive Zacché, l’indagine sul gruppo bancario di Francoforte è vecchia di due anni, avviata dalla Procura pugliese di Trani (già attivasi in altri procedimenti finanziari come per esempio quello contro le agenzie di rating). E nel Napolitanosettembre scorso è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini, con i magistrati pugliesi pronti a chiedere il rinvio a giudizio di cinque banchieri che guidavano il gruppo nel 2011 (tra cui l’ex presidente Josef Ackermann e gli ex ad Anshuman Jail e Jurgen Fitschen) e della stessa Deutsche Bank. Poi però non se n’era saputo più nulla. Ora invece si apprende che l’indagine è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della banca. «Come noto – ricorda il “Giornale” – la vicenda riguarda la forte riduzione negli investimenti in titoli di Stato italiani avvenuta nei primi sei mesi del 2011, quando Deutsche Bank smobilitò 7 dei circa 8 miliardi dei Btp che deteneva, comunicando tutto soltanto il 26 luglio». Una notizia bomba, tanto che il “Financial Times” titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’Eurozona». Ora l’indagine che i pm milanesi hanno riaperto ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca. E, secondo l’accusa, emergerebbe che già alla fine dello stesso mese di luglio del 2011, Deutsche Bank aveva ripreso a comprare Btp (per almeno due miliardi) senza annunciarlo, mentre altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano posseduti da un’altra società tedesca acquisita nel 2010 dalla stessa mega-banca. Il 26 luglio, dunque, «Deutsche Bank comunicò le vendite avvenute entro il 30 giugno, ma non gli acquisiti successivi», avendo quindi «venduto prima del crollo dei prezzi, e ricomprato dopo». Una speculazione «che sembra aver fatto perno sulla crisifinanziaria italiana, causandone poi anche quella politica». Mario Monti, incaricato da Napolitano, ha così avuto modo di fare quello che i “mercati” (la Germania) chiedevano da tempo: demolire la domanda interna del paese, il cui Pil è crollato di colpo del 10% insieme alla produzione industriale, calata vertiginosamente del 25% aprendo la porta all’acquisto, a prezzi di saldo, di alcune tra le migliori firme del made in Italy.

Forza Italia a un bivio: o cambia tutto (proprio tutto) o si consegna a Salvini

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Chi evoca lo «choc» e chi spera nel «miracolo». La Forza Italia ancora intontita dall’escalation di Matteo Salvini è oggi un luogo a metà tra un’infermeria e una sagrestia. Ma sia che si cerchi il guaritore o si pensi a un taumaturgo, il nome invocato è sempre uno: Silvio Berlusconi. Da quelle parti è così. Cascasse pure il mondo, il rimedio è sempre il salto all’indietro, all’intuizione del ‘94, al mito del partito liberale di massa inteso come prateria in cui far galoppare le pulsioni della sempre buona società civile. È la conferma, l’ennesima, della scarsa familiarità degli “azzurri” con la politica e della loro refrattarietà a praticare al proprio interno il primo e più semplice principio di un movimento liberal-democratico: la contendibilità della leadership. Mai un congresso, mai le primarie. Il leader è inamovibile in quanto infallibile. Se le cose vanno male è perché non c’è. E quando non vanno pure in sua presenza, è solo perché è mal consigliato. Il coro interno non ammette stecche né controcanti. Chi solo osa produrre un guizzo, uno svolazzo creativo capace di spettinarne il conformismo è costretto a migrare (vero, Fitto?) o a all’abiura (vero, Toti?). Nessuno, beninteso, dice che bisogna mettere in discussione il Cavaliere, ma solo che non dev’essere vietato farlo. Il tema del rilancio di Forza Italia passa proprio da qui, cioè dalla consapevolezza che anche i grandi leader non sono eterni e che la successione è un meccanismo complesso, tanto doloroso quanto necessario. Lo sa anche la dirigenza, ma al coraggio delle posizioni preferisce l’applauso codino e consolatorio. Avanti di questo passo e rischia seriamente di essere ricordata come l’unica nomenclatura di stampo nordcoreano senza occhi a mandorla. L’alternativa al coraggio è il vivacchiamento in attesa della soluzione geniale o dell’ennesimo coniglio estratto dal cilindro. Ma è come condannarsi all’irrilevanza. E all’orizzionte c’è Salvini. Che ha vento in poppa e commercio avviatissimo.

“Andare oltre o scomparire”: la destra politica a convegno a Roma

Sarà un confronto «senza reti e senza schemi prestabiliti» quello sul destino della destra politica italiana organizzato a Roma da una serie di movimenti e associazioni d’area. Il presupposto, come spiegato dagli organizzatori, è che questa famiglia politica, con le sue diverse espressioni, è «posta oggi di fronte ad un bivio drammatico: “Andare oltre o scomparire”». E proprio “Andare oltre o scomparire” è il titolo del convegno, che si terrà a Roma, giovedì 21 giugno, nella “Sala meeting Hespresso”, in via Genova 14.

Organizzato su iniziativa del Movimento nazionale sovranista, di Azione Popolare, di Pronti per il Sud, di Mezzogiorno Nazionale e La Nostra Destra, l’incontro sarà animato da esponenti della destra di governo come Gianni Alemanno, Mario Landolfi, Adriana Poli, Roberto Menia, Silvano Moffa e Pasquale Viespoli. Vedrà inoltre la partecipazione, tra gli altri, di Gennaro Malgieri, Giorgio Conte, Massimo Corsaro, Elena Donazzan, Silvia Pispico, Marcello Taglialatela, Daniele Toto e Vincenzo Zaccheo.

«Obiettivo dichiarato – spiegano i promotori – lanciare un patto federativo della destra diffusa a livello territoriale e/o civico, per contribuire al superamento dell’attuale centrodestra, con la riaffermazione dei valori di unità e sovranità nazionale».

Ma Casapound, Forza Nuova e L’Italia Agli Italiani non si sentono chiamati. Sono già andati oltre?

Cosa dice il diritto internazionale e quali sono gli obblighi e le norme sui salvataggi in mare, invasione a parte.

Dopo le dichiarazioni del Ministro degli Interni Matteo Salvini sulla chiusura dei porti italiani alle navi delle ong impegnate nelle attività di soccorso ai migranti davanti alla Libia, pubblichiamo 5 domande e 5 risposte sulla solidarietà in mare nel diritto internazionale tratta dalla Guida della CILD, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili. A questo link, inoltre, le regole d’ingaggio pubblicate dalla Guardia Costiera italiana.
1) Salvare la vita in mare è un obbligo?
Si. Il diritto del mare e la Costituzione italiana (art. 2) si fondano sulla solidarietà quale dovere inderogabile. Il diritto internazionale (convenzione di Montego Bay e altre) impone agli Stati di obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita, di informare le autorità competenti, di fornire ai soggetti recuperati le prime cure e di trasferirli in un luogo sicuro
2) Non prestare soccorso ai naufraghi è reato?
Si. In Italia, l’ingiustificata omissione di soccorso ai naufraghi costituisce reato ai sensi degli articoli 1113 e 1158 del codice della navigazione. Sono obbligati a prestare soccorso tutti i soggetti, pubblici o privati, che abbiano notizia di una nave o persona in pericolo in mare, qualora il pericolo di vita sia imminente e grave e presupponga la necessità di un soccorso immediato. Secondo la Convenzione di Amburgo tutti gli Stati con zona costiera sono tenuti ad assicurare un servizio di ricerca e salvataggio (SAR). L’acronimo SAR corrisponde all’inglese “search and rescue” ovvero “ricerca e salvataggio”. Con questa sigla si indicano tutte le operazioni che hanno come obiettivo quello di salvare persone in difficoltà.
3) Perché le navi delle ong non sbarcano a Malta?
Tutti gli stati costieri del Mediterraneo sono tenuti, alla luce della Convenzione di Amburgo, a mantenere un servizio di SAR, e le SAR dei vari stati devono coordinarsi tra di loro. Il Mar Mediterraneo, in particolare, è stato suddiviso tra i Paesi costieri nel corso della Conferenza IMO (International Maritime Organization) di Valencia del 1997. Secondo tale ripartizione delle aree SAR, l’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati. Tuttavia il governo maltese, responsabile di una zona vastissima, si è avvalso sinora della cooperazione dell’Italia per il pattugliamento della propria zona di responsabilità: nella prassi il Centro di Coordinamento regionale SAR maltese non risponde alle imbarcazioni che la contattano né interviene quando interpellato dal Centro di Coordinamento regionale SAR italiana. La mancata risposta dell’autorità maltese, tuttavia, non esime la singola imbarcazione che ha avvistato il natante in panne dall’intervenire. Di fatto, a seguito della mancata risposta (o risposta negativa) della SAR maltese, la singola imbarcazione chiederà l’intervento della SAR italiana che coordinerà l’intervento. La Libia e la Tunisia, pur avendo ratificato la convenzione di Amburgo, non hanno dichiarato quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR. L’area del Mar Libico confinante con le acque territoriali della Libia non è quindi posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. Di fatto, l’unico soggetto che presta soccorso (anche) nelle acque confinanti con le acque territoriali libiche è l’Italia. In Italia l’MRCC di Roma ha il compito di assicurare l’organizzazione efficiente dei servizi di ricerca e salvataggio nell’ambito dell’intera regione di interesse italiano sul mare, che si estende ben oltre i confini delle acque territoriali (circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati). Il Comando Generale, infatti, assume le funzioni di Italian Maritime Rescue Coordination Centre (I.M.R.C.C.), e cioè di Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo, cui fa capo il complesso delle attività finalizzate alla ricerca e al salvataggio della vita umana in mare. L’I.M.R.C.C. mantiene i contatti con i centri di coordinamento del soccorso degli altri Stati per assicurare la collaborazione a livello internazionale, prevista dalla Convenzione di Amburgo.
4) Cosa si intende per luogo sicuro dove condurre i soggetti recuperati? Il luogo di sicurezza (place of safety) è da intendersi come il luogo in cui può essere garantita innanzitutto l’incolumità e l’assistenza sanitaria dei sopravvissuti. In termini pratici questo vuol dire che finito il salvataggio in mare, l’operazione SAR non è ancora conclusa: i naufraghi devono essere condotti in un luogo dove possono essere fornite le garanzie fondamentali agli stessi (non solo le garanzie relative all’assistenza sanitaria, ma anche la garanzia a non essere sottoposto a torture o a poter presentare domanda di protezione internazionale). L’individuazione di tale luogo spetta alla SAR che coordina la singola azione di salvataggio, salvo che ci si trovi nelle acque territoriali dove resta la competenza esclusiva dello Stato costiero. Non sempre il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino al luogo ove avvengono le operazioni di soccorso. Non sono infatti considerati “sicuri” porti di paesi dove si possa essere perseguitati per ragioni politiche, etniche o di religione, o essere esposti a minacce alla propria vita e libertà. Ad esempio, l’UNHCR ritiene che la Libia non soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro allo scopo di svolgere procedure di sbarco in seguito a salvataggi in mare, alla luce della volatilità delle condizioni di sicurezza in generale e, più in particolare, nei riguardi di cittadini di paesi terzi. Queste condizioni, infatti, contemplano la detenzione in condizioni che non rispettano gli standard – e sono stati dimostrati frequenti abusi nei confronti di richiedenti asilo, rifugiati e migranti. Secondo un esposto dell’ASGI, il territorio libico non può ritenersi “luogo sicuro”, in quanto non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, né le principali Convenzioni in materia di diritti umani, e numerosi sono i rapporti internazionali che denunciano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti dei migranti.
5) È possibile bloccare l’accesso ai porti delle navi private che hanno effettuato il soccorso? Lo stato costiero, nell’esercizio della propria sovranità, ha il potere di negare l’accesso ai propri porti. Le convenzioni internazionali sul diritto del mare, pur non prevedendo esplicitamente l’obbligo per gli stati di far approdare nei propri porti le navi che hanno effettuato il salvataggio, impongono e si fondano sull’obbligo di solidarietà in mare, che sarebbe disatteso qualora fosse negato l’accesso al porto di una nave con persone in pericolo di vita, appena soccorse e bisognose di assistenza immediata. La chiusura dei porti comporterebbe in ogni caso la violazione di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati, a partire dal principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), qualora le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possano essere soddisfatti per effetto del concreto modo di operare del rifiuto stesso. Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU.

Il Magistrato Paolo Ferraro lancia un appello al Nuovo Ordine Mondiale.

Un appello semplice e diretto al quale aderiamo senz’altro. Il Magistrato Paolo Ferraro ha subito l’oppressione del sistema perché aveva scoperto che il programma di manipolazione e controllo mentale denominato Mk-Ultra (o Monarch) era, ed è, utilizzato correntemente in Italia da un insieme insolito di personaggi militari e civili da anni. Si tratta dell’operazione di rapimento e condizionamento di donne, uomini e bambini per fini inconfessabili e sinceramente disgustosi da descrivere. Giustamente il Magistrato include in un solo appello istanze solo apparentemente distanti come il controllo dell’acqua e dell’aria attraverso la ridicola scusa economica e la ferale manipolazione delle scie chimiche. Si tratta solo di diversi aspetti della stessa volontà omicida e disumana che si sta impossessando di tutto il pianeta. Anche questa miserrima crisi finanziaria che ci attanaglia e deprime è solo il frutto di una strategia concertata per annichilirci e renderci innocui e proni. Dimostriamogli che hanno sbagliato a fare i conti e che un’umanità forte e determinata è sveglia e pronta a dargli ciò che meritano!

Vaccini-NANOCHIP: : PROGETTI ALLUCINANTI PER IL CONTROLLO UMANO NANOCHIP DA SORVEGLIANZA DI MASSA INSERITI NEI VACCINI GLAXO e Hitachi 9

Scritto da Valdo Vaccaro

Pubblicato il 22 dicembre 2017

PROGETTI ALLUCINANTI PER IL CONTROLLO UMANO
Ciao Valdo. Gianni Lannes ci spiega come le multinazionali del vaccino stanno mettendo le mani sui nano-chips, a completamento logico del progetto “vaccino più nanochips” per etichettare e sorvegliare la popolazione mondiale. Direi che qualsiasi commento sia superfluo!!! Un caro abbraccio.
Andrea Tassinari
ARTICOLO DI GIANNI LANNES
VACCINI DOMINIO ASSOLUTO
NON PIÙ UOMINI LIBERI MA AUTOMI TELECOMANDATI

La tecnocrazia ha soppiantato la democrazia.
Dall’uomo alla macchina.
Nei nuovi vaccini da sperimentare per la prima volta al mondo proprio in Italia ci sono i nanochip, ovvero dei microchip miniaturizzati che stanno dentro l’ago di una siringa ed entrano in circolo nel corpo umano e vanno ad interagire con il DNA. Il rischio e pericolo? Il controllo totale degli esseri umani trasformati in automi telecomandati.

NANOCHIP DA SORVEGLIANZA DI MASSA INSERITI NEI VACCINI

I nano-microchip invisibili all’occhio nudo sono una realtà già utilizzata in un’ampia gamma di applicazioni.
Questi nano-microchip sono stati inseriti all’interno dei vaccini per etichettare e sorvegliare la popolazione mondiale.

UN NANOMETRO È 100.000 VOLTE PIÙ SOTTILE DI UN CAPELLO

La nanotecnologia si occupa di strutture più piccole di un micron (meno di 1/30 del diametro di un capello umano), e comporta lo sviluppo di materiali e dispositivi di tale dimensione. Per fare un esempio, un nanometro è 100.000 volte più piccolo della larghezza di un capello umano.

MOLTITUDINE DI UTILIZZAZIONI IN ATTO

Tre lustri fa, tecniche a basso costo hanno migliorato la progettazione e la produzione di nano-microchip.
Ciò ha aperto la strada ad una moltitudine di metodologie per la loro fabbricazione ed il loro uso in una vasta gamma di applicazioni, in dispositivi ottici, biologici, ed elettronici.
L’uso congiunto della nano-elettronica, della fotolitografia, e di nuovi biomater?
iali, ha fornito la tecnologia necessaria per la costruzione di nano-robot per le applicazioni mediche comuni: strumenti chirurgici, per la diagnosi e per il rilascio dei farmaci.

IL CHIP CHE PARLA E DIALOGA COI MEDICI

Un microchip cutaneo permetterà di monitorare lo stato fisico di una persona, trasmettendo i dati dell’ospedale mediante un server. Tale microchip è stato ideato da Abderrazek Ben Adballah, ingegnere informatico tunisino che lavora all’università giapponese di Aizu. Alimentato dalla bioenergia e da reazioni chimiche nell’organismo, il microchip fornirà ai medici indicazioni su pressione sangue, temperatura organica, dati cardiologici e altro ancora. Si pensa a prossima sperimentazione su persone anziane.

LA HITACHI È IN POSSESSO DI UN CIRCUITO INTEGRATO MINUSCOLO QUANTO UN GRANELLO DI POLVERE

L’Hitachi giapponese ha infatti affermato di avere sviluppato il microchip più piccolo e più sottile del mondo, che può essere incorporato nella carta per rintracciare i pacchi o per provare l’autenticità di un documento. Il circuito integrato (CI) è minuscolo come un granello di polvere.

DIETRO A QUESTO SINISTRO PROGETTO CI STA LA GLAXO

Provate a indovinare chi sta dietro?
Facile: Glaxo Smith Kline.
Addirittura all’Ibm il 31 marzo 2016 l’allora primo ministro Matteo Renzi, mediante un accordo segreto ha concesso i dati sanitari sensibili della popolazione italiana, in cambio di un investimento di appena 150 milioni di dollari a Segrate.

PROGETTO WATSON DECOLLATO A OTTOBRE IN LOMBARDIA SULLA PELLE DI UNA POPOLAZIONE DEL TUTTO IGNARA

Il progetto Watson è decollato un mese fa in Lombardia sulla pelle di 3 milioni di ignari residenti, grazie al beneplacito di Roberto Maroni.
Il 3 luglio scorso ho chiesto pubblicamente a Matteo Renzi di spiegare la provenienza di ben 4 milioni di euro recapitati alla sua fondazione Open.
A tutt’oggi non ho avuto alcuna risposta. Chi ha dato a Renzi tutti quei soldi e perché

Scritto da Valdo Vaccaro

Lo Spread

Che cos’è lo spread, perché aumenta e diminuisce, per quale motivo è importante che resti basso e quali sono le conseguenze sull’economia se sale troppo:
analisi di mercato finanziario con borsa e spread in salita
di Annamaria Villafrate –

In questi giorni di profonda instabilità politica del paese, dopo la decisione di Mattarella di rifiutare il contratto Lega- M5S, si torna a parlare di spread, ossia il differenziale di rendimento tra BTP e gli equivalenti BUND tedeschi, il cui valore è condizionato dal comportamento degli investitori nei mercati secondari.

Se lo spread è basso, c’è fiducia nei titoli di Stato, se aumenta no, con effetti negativi sul debito pubblico, il risparmio, il credito e i consumi.

Cerchiamo quindi di capire che cos’è lo spread, che cosa ne provoca l’aumento e la diminuzione e quali sono le ripercussioni sull’economia se il suo valore sale troppo:

Spread significa “divario”. Nel linguaggio economico indica la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani (in particolare i BTP ossia i Buoni del tesoro pluriennali) e gli stessi titoli pubblici tedeschi, ossia i BUND. Il raffronto avviene con i titoli tedeschi e tra buoni a lungo termine perché:

l’economia della Germania è da sempre considerata forte e affidabile;
perché i titoli statali a lungo termine sono quelli che consentono di investire senza troppi rischi.

Spread: perché aumenta e diminuisce

Il valore dello spread dipende dai movimenti di acquisto e di vendita sul mercato obbligazionario secondario. Nel momento in cui gli investitori non hanno fiducia nei titoli obbligazionari di uno Stato, a causa dell’instabilità politico economica di quest’ultimo, tenderanno a venderli sul mercato secondario, ossia quello dei titoli già emessi e in circolazione. Per renderli più appetibili agli investitori però sarà necessario diminuirne il prezzo e offrire un tasso di rendimento più elevato, con conseguente aumento dello spread. Questo comporta che, se il Paese deve emettere nuovi titoli per finanziarsi, sarà costretto ad adeguarsi ai valori del mercato secondario, ossia vendere a basso costo con tassi di rendimento elevati. Nel momento in cui invece uno Stato è stabile, gli investitori saranno tranquilli e non tenderanno a sbarazzarsi dei suoi titoli. In questo caso lo spread resterà stabile o diminuirà.

Spread: perché è importante che resti basso

Il valore dello spread è uno dei fattori da cui è possibile determinare lo stato di salute economica di un Paese. In uno Stato stabile i titoli pubblici, pur garantendo rendimenti (tassi di interessi) più bassi agli investitori, risultano decisamente più sicuri. Per questo, più il divario (spread) tra BTP italiani e BUND tedeschi è alto, più investire nei titoli italiani e quindi “prestare” soldi all’Italia risulta rischioso.

Spread alto: le conseguenze sull’economia
Gli effetti sull’intero sistema economico di uno spread elevato sono i seguenti:

aumento del debito pubblico: questo perché l’innalzamento dello spread provoca quello dei tassi di interesse dei BTP che lo Stato è costretto a pagare. Uno Stato che deve pagare interessi elevati agli investitori ha meno denaro da spendere per i servizi pubblici dei cittadini, per soddisfare i quali è costretto a indebitarsi ulteriormente, dando vita ad un aumento del suo debito, difficile da ripianare;
crisi delle banche: perché sono quelle che possiedono più BTP. Uno spread elevato costringe infatti anche le banche ad innalzare i tassi di interesse dei titoli divenuti ” rischiosi”, per attirare gli investitori;
difficoltà di accesso al credito: l’innalzamento dei tassi di rendimento dei BTP costringe le banche a innalzare gli interessi di mutui e finanziamenti, per pagare gli investitori. Risparmiatori, imprese e privati hanno quindi più difficoltà ad accedere al credito, per l’aumento dei tassi di interesse da rimborsare;
diminuzione dei consumi: in un sistema in cui le banche possono fare credito a imprese e privati a costi elevati è logico che, più soldi si devono alle banche, meno se ne hanno in tasca per spendere in consumi e far girare l’economia.