Archive | May 2018

REFERENDUM CONTRO I TRATTATI EUROPEI E ABROGAZIONE ART.81

Visto che se ne riparla:
Venerdi 6 aprile andammo in Cassazione a depositare la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per chiedere il referendum contro i Trattati dell’Unione Europea. A seguire, la raccolta di firme nelle piazze intorno a questa proposta di legge, insieme a quella che chiedeva la riscrizione dell’art.81 (obbligo del pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact) arbitrariamente inserito nella Costituzione.

A Bologna, sabato 24 marzo, Eurostop ha fatto il punto della situazione, approfondendo sia gli aspetti costitutivi del sistema di trattati Ue, sia le conseguenze dirette sulla vita di tutti noi. Da una parte, infatti, vediamo la battaglia per “rafforzare la Ue” o almeno l’Eurozona – lanciata da Macron e Merkel, che hanno fretta di “stringere” per contenere gli sfilacciamenti euroscettici (Est europeo e “populismi” vari) – in modo tale da ridurre al minimo i margini di manovra dei vari governi nazionali; dall’altra le politiche di austerità hanno conformato una catena di comando – tramite il cosiddetto “patto di stabilità” – che va da Bruxelles all’ultimo Comune di questo paese.

Solo per fare un esempio: ci sono ormai parecchi Comuni in “stato di pre-dissesto”, ossia ad un passo dal commissariamento governativo. Una situazione che affonda certamente in pessime gestioni passate (centrodestra e centrosinistra hanno fatto a gara verso il peggio), ma che è diventata ora irrisolvibile proprio in forza dei “vincoli esterni” (europei) che si sono estesi fino a diventare “vincoli interni”, impedendo di fatto ogni possibile scelta amministrativa anche solo un poco autonoma. Stiamo parlando di grandi comuni come Napoli, o di media rilevanza come Terni; ma la condizione “vincolata” dal patto di stabilità vale ormai per tutti.

E’ insomma un problema politico immediato, e dovrebbe discuterne con maggiore attenzione e passione proprio chi sta con la testa soltanto alla prossima tornata elettorale (le amministrative di fine maggio, in una ventina di comuni capoluogo), ma che invece si diletta ancora con le vecchie alchimie di “alleanze” posticce, che non si traducono più in percentuali di voti necessari ad un seggio.

E’ un problema, dunque, che riguarda direttamente anche Potere al Popolo, che ha giustamente inserito tra i suoi punti di programma il “rompere l’Unione Europea dei trattati” e ora deve articolare questo obiettivo in azione concreta, “tra le masse”, visto che non esiste in pratica nessun problema sociale (dalla casa ai salari, dalla disoccupazione ai diritti, ecc) che non abbia nell’Unione Europea il suo “decisore di ultima istanza”. Tanto più che, a maggio, il nuovo governo in formazione dovrà varare una manovra correttiva di parecchi miliardi e la “legge di stabilità 2019” dovrà contenere misure che soddisfino l’entrata a regime del Fiscal Compact (un taglio del debito pubblico pari al 5% ogni anno, per venti anni); e dunque bisognerà mobilitarsi immediatamente per far crescere la resistenza (e la capacità d’aggregazione) del nostro “blocco sociale”.

A questo scopo risulta particolarmente importante la campagna di raccolta firme per l’abolizione dell’obbligo al pareggio di bilancio (un trattato Ue) all’interno dell’art. 81 della nostra Costituzione; una mostruosità che già ora sta portando a sentenze della Consulta in cui i “diritti universali” garantiti dalla Carta costituzionale vengono subordinati agli obiettivi di bilancio. In pratica, se un diritto comporta una spesa, non è più un tuo diritto esigibile…

I compagni di Eurostop convenuti a Bologna da diverse regioni hanno portato contributi di buon livello anche e soprattutto da parte dei più giovani. E l’insieme va a costruire un patrimonio di informazione/analisi cui possono attingere facilmente attivisti e militanti di qualsiasi formazione politica, per chiarirsi le idee sulla realtà effettiva della Ue e cominciare a immaginare una via di uscita praticabile. Ossia, che non rimandi a una lisergica “presa di coscienza” contemporanea – nello stesso preciso momento – di tutti i popoli d’Europa.

A questo fine, dunque, ci sembra particolarmente importante che la campagna sull’art. 81 sia affiancata dalla raccolta firme per il referendum anche sui Trattati europei. Conosciamo le obiezioni avanzate su questo punto, assolutamente infondate. Vero è che la Costituzione, art. 75, esclude dalla possibilità di sottoporre a referendum abrogativo “le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Ma non esclude affatto di poterle sottoporre a referendum consultivo – che ha ovviamente meno potere vincolante, ma segnala con forza il “parere” del Paese, incidendo comunque sulla sua vita politica e la “disinvoltura” con cui i partiti obbediscono alla Ue.

Si può fare? Certamente sì! Ne è stato tenuto uno, il 18 giugno 1989, per sondare la volontà popolare in merito al conferimento o meno di un ipotetico mandato costituente al Parlamento europeo, i cui rappresentanti italiani venivano contestualmente eletti. Allora – sia detto per inciso – l’80% disse “sì”, sperando che “l’Europa” ci potesse aiutare a superare molti dei difetti nazionali. Dopo 30 anni la verifica è totalmente negativa, dunque non dovrebbe far scandalo un referendum con lo scopo opposto.

Sappiamo bene che il confronto “a sinistra”, sul tema decisivo dell’Unione Europea, è viziato dal “pensiero unico” dell’avversario, capace di creare un linguaggio e un immaginario che impedisce ormai di distinguere tra “cosmopolitismo capitalistico” (la globalizzazione, peraltro in aperta crisi) e “internazionalismo dei lavoratori). Paradossalmente, e l’abbiamo verificato nel corso della campagna elettorale, è più facile discutere di Unione Europea con la gente in fila alla posta che non con certa “compagneria” inzeppata di luoghi comuni.

Sappiamo dunque bene che ogni confronto corre il rischio di trasformarsi in una sterile contrapposizione tra “europeisti perché internazionalisti astratti” e critici dell’Unione che vedono la concreta possibilità di rompere questa gabbia creando un’area euromediterranea solidale, socialista e democratica.

Per superare questo stallo risulta molto utile il documentario Piigs (alcune copie son state donate dagli autori: Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre), che affronta il “dilemma Ue” facendo vedere come si sta trasformando – in negativo – il modello sociale europeo e mettendo a confronto intellettuali anche molto diversi tra loro (Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Erri De Luca, ecc) in un racconto che mette in parallelo l’evoluzione della crisi gestita con politiche di austerità e la nascita-vita-morte di una cooperativa sociale.

Non perché il documentario “rifletta” la posizione di Eurostop, ma perché permette di visualizzare e dunque problematizzare meglio una discussione altrimenti – e facilmente – astratta, alla lunga inconcludente.

Insomma, quella di Bologna è stata una conferenza per nulla “di maniera”. Al contrario, traccia una linea di confronto serio, alto, concreto, per costruire ex novo la rappresentanza politica del nostro blocco sociale, martoriato da crisi e politiche di austerità.

La mossa di Savona: “Voglio un’Europa più forte ma più equa”.

Governo, Conte da Mattarella alle 19: colloquio formale.
Il ministro dell’Economia in pectore si difende dalle accuse di antieuropeismo. Dice di credere all’unione politica. Valorizza il ruolo dell’Europarlamento. Padoan: “Il problema non è Savona, ma le idee della maggioranza sulla Ue”. Galantino (Cei): “Troppi diktat non previsti dalla Carta”
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceverà il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, alle 19 di questa sera. Tutto quel che si è appreso, è che non si tratta di un colloquio informale. La speranza di Conte è di arrivare all’apertura dei mercati con la squadra pronta e il giuramento concluso. Ma la partita resta apertissima. Nelle ultime ore erano circolate molte ipotesi di mediazione. Una (come anticipato da Repubblica in edicola), riguardava lo spacchettamento del ministro dell’Economia: da una parte le Finanze, dall’altra il Bilancio. Anche se la Lega aveva fatto resistenza. Si era parlato anche di un ruolo di viceministro dell’Economia affidato alla pentastellata Laura Castelli, con ampie deleghe: un modo per depotenziare i poteri di Savona. Un’ipotesi, questa, poi smentita da fonti M5s.

Paolo Savona, l’uomo indicato dalla Lega e dai Cinquestelle come ministro dell’Economia, ha provato a sbloccare l’impasse sul suo nome. In un comunicato affidato a Scenarieconomici.it dice: “Le mie posizioni sono note. Voglio un’Europa diversa, più forte ma più equa”. Un tentativo di smontare le accuse di antieuropeismo, legate alle sue prese di posizione critiche sull’euro e sul ruolo della Germania, fonte di preoccupazione al Quirinale. Savona parla di “polemiche scomposte” maturate nelle ultime ore. E fa riferimento al contratto di governo tra Lega e M5S. Con la richiesta all’Unione Europea di una “piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo”.

Insomma, pieno ancoraggio ai trattati europei. Poi auspica l’attribuzione “al Parlamento europeo di poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale”. Propone di “creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica”. Sempre facendo riferimento al contratto, parla di un impegno a ridurre debito pubblico e deficit “non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità”, bensì “attraverso il tramite della crescita del Pil”.

POLITICA
Bce, europarlamento, debito: il comunicato di Savona
Dichiarazioni nate ovviamente con l’intento di offrire rassicurazioni al Colle. Vanno nella stessa direzione le affernazioni del grillino Danilo Toninelli secondo cui “Mattarella ha tenuto un percorso assolutamente lineare non essendo il presidente della Repubblica un organo di governo, ma un organo di garanzia e di unità nazionale. L’organo di governo è il presidente incaricato”. Tutto questo quando sono trascorsi ormai 83 giorni dalle elezioni senza la nascita di un governo: un record per la Repubblica. Matteo Salvini intanto twitta: “Io fino all’ultimo non mi arrendo!”, con tanto di foto di un aereo Alitalia (segno del ritorno a Roma dopo il comizio di ieri sera in provincia di Bergamo”).

Tutto finisce a tarlassi e vino: Savone è pro euro e Mattarella ha espresso solo opinioni.

Paolo Savona e il ruolo chiave nell’ideazione del Mose: “Indispensabile. Critiche sono senza fondamento”

L’uomo che Matteo Salvini vuole a ogni costo al vertice del ministero dell’Economia ha interpretato una parte fondamentale nella progettazione dell’opera pubblica più costosa di sempre. Era presidente del Consorzio Venezia Nuova – in quanto rappresentante di Impregilo – negli anni cruciali in cui il governo decise che andava fatta e sarebbe stata finanziata. E al Corriere diceva: “Non creerà nessun danno alla laguna”
di Giuseppe Pietrobelli | 27 maggio 2018

VENEZIA – L’opera pubblica più costosa di sempre, ovvero il Mose che dovrebbe salvare Venezia dalle acque alte, porta l’impronta anche dell’economista Paolo Savona, che ha ricoperto il ruolo-chiave di presidente del Consorzio Venezia Nuova negli anni cruciali in cui il governo decise che andava fatta e sarebbe stata finanziata. Il ruolo dell’uomo che Matteo Salvini vuole a ogni costo al vertice del ministero dell’Economia è tutto da raccontare, perchè riflette i giochi di potere e gli interessi economici che si sono spartiti una torta che alla fine ha superato abbondantemente quota 5 miliardi di euro. E ancora il Mose non è realizzato, anzi secondo test e sperimentazioni i problemi di efficienza delle paratie mobili alle bocche di porto e i dubbi sui fenomeni corrosivi del mare sono più che mai attuali.

E pensare che il professor Savona, intervistato nel marzo 2001 dal Corriere della Sera, aveva manifestato grande ottimismo verso un progetto che era ancora in costruzione. “Le paratoie del Mose saranno una macchina semplice da gestire e affidabile nei risultati. Le nuove tecnologìe non lasciano alcun margine agli errori temuti, come quelli di un loro blocco o di un loro cedimento”. Una dichiarazione di fiducia nella scienza, ma necessitata, visto che Savona occupava la poltrona (che poi sarebbe stata di Giovanni Mazzacurati, il grande tangentiere veneziano) in quanto rappresentante del colosso delle costruzioni Impregilo di cui era presidente. Non avrebbe potuto dire nulla di diverso, visto che una settimana prima dell’intervista aveva cominciato un quinquennio cruciale per far passare il Mose dalle carte degli ingegneri, all’operatività dei cantieri. Si può dire che la missione fu compiuta, con l’aggiunta della lucrosa cessione delle quote di Impregilo, soffocata dai debiti, alla padovana Mantovani, diventata poi il crocevia del grande scandalo che si consumò in laguna, sulla pelle dei contribuenti italiani.

Lette oggi, dopo gli arresti che nel 2014 hanno sconvolto il panorama politico e imprenditoriale del Veneto (e non solo), le parole di Savona fanno, comunque, impressione. Fu presidente dle Consorzio dal 25 febbraio 2001 al 3 giugno 2005, subentrando a Franco Carraro, socialista presidente del Coni e sindaco di Roma, che aveva preso il posto di Luigi Zanda, divenuto poi esponente del Pd. Il Mose è sempre stato un’opera bipartisan, approvata in successione dai governi Ciampi, Amato e D’Alema. La prima pietra (una lapide lo ricorda) fu poi posata da Silvio Berlusconi il 14 maggio 2003. Ma la benedizione definitiva venne nel 2008 anche dal governo di Romano Prodi. Cosa disse Savona al quotidiano di via Solferino? “Le critiche sono prive di fondamento, il progetto delle opere mobili è tra i più studiati e più moderni del mondo”. Potrà causare danni alla Laguna? “Gli esperti ci hanno detto di no” fu la replica, che nel tempo è stata smentita dalle verifiche sul grado di abbassamento dei fondali. E poi l’epilogo: “Il Mose è un’opera indispensabile per la salvaguardia di Venezia”.

Le inchieste penali hanno poi dimostrato che fu un’opera indispensabile per i politici corrotti, per le imprese che facevano parte del Consorzio e per il cerchio magico di Mazzacurati. Che lo sia anche per salvare Venezia dalle acque alte non è ancora comprovato dai fatti. Comunque la presidenza Savona, se fu indenne dallo scandalo scoppiato dieci anni dopo, fu decisiva per il via alle opere. Già il 5 marzo 2001 ci fu una prima decisione del consiglio dei ministri presieduto da Giuliano Amato, convalidata poi dal Comitatone del 6 dicembre 2001, quando il premier era Berlusconi. E Savona, che in alcune intercettazioni telefoniche aveva manifestato ottime entrature nel governo di centrodestra, riuscì a centrare gli obiettivi che si era prefissato. Il Comitatone decise che il Magistrato alle Acque e il Cvn avrebbero redatto il progetto definitivo, non solo delle opere mobili (Mose), ma anche delle opere complementari e della conca di navigazione alla bocca di Malamocco. La consegna definitiva avvenne il 30 settembre 2002 e fu approvata dal Comitato tecnico del Magistrato alle acque l’8 novembre 2002. Il 29 novembre 2002 il Cipe assegnava un primo finanziamento da 450 milioni di euro per il Mose. Il 20 gennaio 2004 la Commissione per la Salvaguardia di Venezia dava parere favorevole al progetto definitivo, con prescrizioni. Ed ecco, nell’aprile successivo, la consegna dei lavori per gli interventi alle tre bocche di porto. Intanto il Cipe aveva ritoccato il finanziamento portandolo a 638 milioni di euro e il Tar (20-21 maggio 2004) aveva bocciato i ricorsi degli ambientalisti, sentenza confermata dal Consiglio di Stato il 17 dicembre 2004.

Mentre Savona seguiva lo sviluppo dell’iter, Impregilo, che era gravata dai debiti, realizzò un ottimo colpo nel 2004 quando cedette la sua quota nel Consorzio Venezia Nuova all’Impresa Mantovani della famiglia Chiarotto di Padova. Vennero pagati 57 milioni e mezzo di euro, che consentirono al gruppo di realizzare una plusvalenza di 55 milioni di euro. Mantovani significò poi Piergiorgio Baita, che ne divenne presidente e che è considerato il grande ideatore, assieme a Mazzacurati, dell’architettura delle tangenti pagate per far procedere la realizzazione del Mose.

Cosa c’è scritto nel contratto di Governo 5 stelle e Lega

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Nel contratto messo a punto da Movimento 5 stelle e Lega non c’è più la parte relativa all’uscita dall’euro e non sarebbe previsto nemmeno il referendum sulla moneta unica.

Lo spiegano all’agenzia di stampa Dire fonti del Movimento 5 stelle. Le stesse fonti confermano che “il lavoro sul contratto è finito” e il segretario della Lega Matteo Salvini e il capo politico del M5s Luigi Di Maio si stanno incontrando per derimere gli ultimi punti dell’accordo e, soprattutto, per dividersi i ministeri e concordare il nome del presidente del Consiglio da proporre al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Lega e 5 stelle, spallata alla Ue: “No condono del debito, ma riscriviamo le regole”

Intanto una bozza del contratto di governo è stata già consegnata al Quirinale lunedì scorso nel corso delle ultime consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con M5s e Lega, ma dal Quirinale fanno sapere che Mattarella attende di leggere il testo finale del “contratto” con il programma del governo Lega-5stelle.

Il contratto del governo Lega – 5 stelle

Il contratto del governo del Cambiamento è un documento di oltre 40 pagine. Rispetto alle bozze circolate nelle ultime ore non ci sarebbe più la parte relativa all’uscita dall’euro.

Entrano una serie di punti, moltissimi, tra cui anche un capitolo sui vaccini, e il codice etico per i membri del Governo.

Tra le misure previste dall’accordo di governo c’è il reddito di cittadinanza, la flat tax, revisione della Legge Fornero (in pensione con quota 100 o 41 anni di anzianità contributiva), e la pensione di cittadinanza, taglio delle pensioni dei parlamentari, e l’impegno a mantenere l’acqua pubblica. Ma anche una particolare attenzione all’agricoltura e al Made in Italy con l’impegno a “difendere la sovranità alimentare dell’Italia”.

Un capitolo anche sul sostegno alla green-economy e all’economia circolare, previste sovvenzioni per favorire l’acquisto di auto elettriche.

Sul debito pubblico la proposta giallo-verde verte sulla esclusione dal calcolo del rapporto debito-PIL dei titoli di stato acquistati dalla banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing.

Per il comparto difesa si prevedono nuove assunzioni nelle forze dell’ordine. In ambito politiche estere, si valuta un’apertura alla Russia quale partner economico e commerciale.

Il governo Lega-5stelle punta a sterilizzare la clausole di salvaguardia che comportano l’aumento dell’IVA ed eliminare eliminare le “componenti anacronistiche” delle accise sulla benzina. Previsto inoltre un sistema di “sconti sulle assicurazioni auto” per chi non commette infrazioni alla guida.

In ambito economico la parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, e dalla instaurazione di una “pace fiscale” con i contribuenti: “Via spesometro e del redditometro”.

Pensata anche l’introduzione di un Ministero del Turismo (con scorporazione delle competenze turistiche fuori dal MiBACT) e un Ministero delle Disabilità, un’Agenzia Nazionale della Ricerca, la revisione delle attuali competenze del CONI, e riforme costituzionali tra cui ritorna l’abolizione del Cnel e maggiore autonomia alle Regioni che lo richiedano. Prevista inoltre una “Banca” per gli investimenti.

Prevista al chiusura di tutti i campi nomadi irregolari,

“Poi ci saranno anche le riforme per le imprese, interventi importantissimi che riguardano la lotta al gioco d’azzardo e alle patologie correlate”. spiega Luigi Di Maio.
Il Comitato di riconciliazione resterà, riveduto e corretto, anche nella stesura finale del contratto di governo tra M5s e Lega. Pensato per dirimere gli eventuali dissensi in Consiglio dei ministri, l’articolo è stato rivisto per evitare che vi sia il rischio di contrasto con norme di legge e costituzionali che regolano il funzionamento dell’organo di governo.

Nuovo patto per Roma. Verrà sancito un nuovo patto tra la Repubblica e la sua Capitale, restituendole nuova e definitiva dignità”

Di Maio chiama gli italiani in piazza: “Weekend nei gazebo”

“Ora indietro non ci si può tirare” scrive Luigi Di Maio sul blog del Movimento 5 stelle: “Ora questo Governo s’ha da fare. Ora l’Italia deve cambiare davvero”.

Nel frattempo quella appena finita è stata una giornata dove i mercati finanziari hanno “attaccato” le indiscrezioni circolate sull’accordo: lo spread ha toccato i 151 punti base il livello più alto da quattro mesi, mentre la Borsa di Milano ha subito uno scossone: l’indice Ftse Mib chiude in calo del 2,32% e scende sotto la soglia del 24mila punti, a 23.734.

Il mercato guarda con apprensione ai possibili piani d’azione di un governo Lega-M5s, a partire dall’ipotesi di una richiesta di cancellazione dei 250 miliardi di debito con la Bce. Il rendimento del titolo decennale italiano è in rialzo al 2,10%.

Tutti gli iscritti alla Fiamma erano considerati “pericolosi”

Ancora con fascismo e antifascismo, anziché parlare di Stati sociali e di capitali globalisti.

di Massimiliano Mazzanti

Caro direttore,

pensare che certe cose accadano o siano accadute è una cosa, verificarle senz’ombra di dubbio, però, è tutt’altra questione. Di cosa si sta parlando? Di quella che si poteva immaginare come una “leggenda esagerata”, secondo la quale militare nella Destra, nel dopoguerra, poteva essere, oltre che rischioso per la propria incolumità fisica, motivo di automatica schedatura da parte della Polizia, a prescindere dall’aver commesso reati o dall’assumere atteggiamenti sospetti. No, non era una leggenda, ma la pura e semplice verità. Di recente, la Questura di Bologna – e probabilmente tutte le Questure italiane – hanno provveduto a “versare” all’Archivio di Stato di competenza documenti relativi all’attività svolta nei decenni appena passati. Ebbene, un giovane ricercatore, compulsando questa nuova documentazione, si è imbattuto in un nome conosciuto in città – quello di Anselmo Raspadori, storico dirigente missino degli anni ’60 e ’70 -, il cui fascicolo è stato definitivamente archiviato in quanto “defunto di recente” (espressione che ricalca l’esatta classificazione sempre della Questura) e inserito niente meno che nella categoria “A8”. Persona specchiata, incensurata, eppure bollata così: “A8”. Una lettera, una cifra, un giudizio implacabile: “Persona pericolosa per la sicurezza dello Stato”. Nella busta col suo nome sopra, però, non ci sono documenti e informative riferite a chissà quali attività eversive, ma solo copie di “rapportini” in cui il Raspadori, con diversi altri, viene identificato come appartenente al Msi e, di conseguenza, catalogato come “sovversivo”. E in quei “rapportini” non c’è solo lui ovviamente, ma alcune altre decine di persone, le quali, presumibilmente, sono ancora classificate “A8” nei capienti scaffali della Digos di Bologna. Per esempio, il 23 marzo 1976, l’allora “Ufficio politico” della Polizia di Bologna – con una “riservata-raccomandata-in doppia busta” – si premura di comunicare la nuova composizione della direzione provinciale cittadina, all’epoca guidata da Pietro Cerullo, il giovane deputato che uscirà dal Msi per fondare e diventare segretario di Democrazia nazionale. E dev’essere stata una preoccupazione non da poco, se la relazione, stilata, come detto, dall’“Ufficio politico”, venne trasmessa a Roma a firma del questore (all’epoca, il dottor Palma). Anche se, in verità, i solerti funzionari non dettero ai superiori notizie di particolare interesse, dal momento che di 8 dei 10 nomi si puntualizza essere “già noto a codesto ministero”, rivelando che la schedatura dei missini era pratica antica. Degli altri due – un responsabile degli enti locali e il presidente del Fuan (il documento dimostra che le informazioni sul Msi erano precisissime) -, essendo fino a quel momento sconosciuti alla Polizia, si precisa per entrambi: “studente, celibe, risulta di regolare condotta e incensurato”. Un’espressione, questa, che tradisce non solo la raccolta d’informazioni, ma anche una qualche, seppur sommaria, attività d’indagine. L’analogo documento del 14 novembre del 1979 differisce dal primo solo per l’intestazione: sciolti i vecchi “uffici politici”, tocca alla neocostituita Digos indagare sui missini. Segretario provinciale, dopo il congresso di Napoli, è diventato Filippo Berselli, anche lui “già noto” in quel frangente, ma la nuova divisione investigativa dimostra maggior solerzia rispetto ai colleghi d’un tempo: del segretario amministrativo, Carlo Calanca, per esempio, si precisa non solo che è “coniugato, incensurato”, ma anche che “è iscritto al Msi-Dn e fa parte della corrente rautiana”. Ed è curioso, se non grottesco, che la Digos si senta in dovere di precisare al Ministero dell’Interno come il Calanca – individuato come componente la nuova direzione provinciale missina col ruolo di segretario amministrativo – sia anche “iscritto al Msi”. Anche in questo secondo caso, i nominativi nuovi furono oggetto certamente d’indagine, come dimostra la nota relativa ad Adi Arpetti, la nuova segretaria femminile, di cui si segnala la residenza; il fatto d’essere sposata (c’è anche il nome del marito), ma separata di fatto dal 1966; di aver due figli (indicati per nome e con le rispettive età: 13 e 11 anni); di essere titolare di una copisteria, alla quale (precisa sempre il documento) sono cointeressati il consigliere regionale e il consigliere provinciale del partito; di essere “iscritta al Msi-Dn” e di far “parte della corrente romualdiana”. Un terzo documento della “Busta Raspadori”, infine, testimonia come non fosse necessario assumere un “ruolo ufficiale” nel Msi, per finire schedato tra gli “A8” della Repubblica: bastava parcheggiare l’auto nel posto “sbagliato”. In questo caso, si evince anche la collaborazione tra Questure diverse, nell’individuazione e nell’attenzione verso queste persone “pericolose per la sicurezza dello Stato”. Si tratta, infatti, di un documento Digos di Bologna che, trattando segnalazioni della Digos di Forlì, trasmette al Ministero e ad altri uffici verifiche effettuate su targhe d’automobili recatesi a Predappio in occasione del “I° centenario della nascita di Benito Mussolini” (messo tra virgolette perché è proprio l’“oggetto” del rapporto). I nomi sono per lo più quelli dei documenti già citati, ma per ciascun nome vengono comunque segnalati nuovamente dati su dati, anche nel caso di chi, come l’allora consigliere regionale Alessandro Mazzanti, doveva essere altro che “già noto” e attenzionato in almeno un paio di chili di carte analoghe. Anzi, sarebbe meglio dire “è attenzionato”, poiché la particolare dicitura della declassificazione della “Busta Raspadori” – “deceduti di recente” – fa intendere come i fascicoli di chi è ancora vivo o le cui informazioni vengono per qualsiasi ragione ritenute ancora utili, siano ancora “attivi” negli archivi delle Questure e del Ministero dell’Interno, continuando ad annoverare decine di migliaia di ex-missini italiani – forse, qualche centinaio di migliaia – tra le “persone pericolose per la sicurezza dello Stato”. Insomma, a dispetto della realtà e delle vicende politiche, per la storia tutti i missini restano e resteranno “A8”.

commenti

Mario Salvatore MANCA di VILLAHERMOSA
16 MAGGIO 2018
Ma a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale ha ancora un senso parlare di fascismo o di antifascismo? Alla fine dei conti NON SIAMO TUTTI ITALIANI?..

16 MAGGIO 2018 –
Certamente in quei giorni turbolenti post guerra (1946/47 ) deve essere stato difficile capire chi era e chi non era…

La libertà non è gratis, e nemmeno la politica (di Alberto Bagnai)

Maurizio Blondet 11 maggio 2018
(MB. Mi permetto di postare qui il messaggio che Alberto Bagnai, oggi senatore, ha postato sul suo blog. Vi sono alcune parole e uno stile qui che mi aspettavo da 50 anni, invano, da un politico. Giudicate voi. Premetto che non conosco personalmente l’uomo)

di Alberto Bagnai (da Goofynomics)

Prima di immergermi nella lettura del DEF, del quale dovrei essere relatore in Commissione Speciale […] vorrei ricordare una cosa a tutti quelli cui questo blog ha insegnato a leggere la realtà con occhi diversi, a unire i puntini in un quadro coerente.

Se oggi potete ascoltare queste parole, o queste parole, cioè se potete sentirvi rappresentati nelle nostre istituzioni, se potete sperare che alle parole seguano i fatti, se avete una ragionevole e fondata speranza che il nostro paese riprenda coscienza della propria dignità, e che nelle istituzioni si torni a ragionare in termini di interesse nazionale e non di pensiero magico, se questo è accaduto, lo dovete certo alla tenacia di Claudio [Borghi] e mia, alla nostra volontà di combattere per il nostro paese, per il nostro (cioè anche vostro) interesse: questa, naturalmente, era una condizione necessaria.

Tuttavia, non sarebbe stata sufficiente.

Affinché queste idee buone, per quanto non particolarmente originali, anzi, direi: buone proprio perché non particolarmente originali, al limite del tautologico (un accordo monetario insostenibile è insostenibile, regole fiscali procicliche sono procicliche), affinché queste idee, dicevo, potessero trasformarsi in prassi politica, potessero giungere nel Palazzo, un altro snodo è stato indispensabile. Il vero punto di svolta è stato l’ascolto che Matteo Salvini ha dato al nostro messaggio. Quello che vi permette oggi di vedervi rappresentati in Senato e alla Camera è stata l’umiltà intellettuale e l’apertura di spirito con cui Salvini ha accettato, a differenza di tutti (cioè tutti) gli altri politici italiani, di confrontarsi con una visione del mondo alternativa. Aggiungo che anche questo non sarebbe bastato.

Se siamo arrivati dove per anni avete auspicato che noi arrivassimo è perché c’è una struttura, un partito, fatto di centinaia, migliaia di militanti, che da decenni lavorano in territori non sempre propizi, per creare quella rete territoriale che è, in democrazia, elemento imprescindibile per un reale esercizio della democrazia partitica. Queste persone, a loro volta, hanno avuto il buon senso e il coraggio di accogliere l’invito del loro leader a un profondo cambiamento di prospettiva.
Onore ai militanti

Inutile che vi dica l’ovvio: di questo partito io non ho condiviso la storia, e in passato ho spesso avversato le posizioni. Basta leggersi il mio primo articolo esplicitamente politico, quello del 2011, dove definivo la Lega una “destra becera e nazionalista”, aderendo totalmente al cliché che i media, dei quali pure sapevo la natura intrinsecamente truffaldina, mi proponevano. A mia discolpa posso dire che quella Lega era ancora la Lega Nord, animata da tensioni secessioniste, la Lega che aveva in Italia l’atteggiamento che la Germania ha in Europa: noi siamo migliori e gli altri si fottano. Questo atteggiamento è cambiato, e Matteo Salvini ha chiesto scusa al resto del paese, aprendo una nuova stagione. Capisco le diffidenze, capisco le ferite difficili da rimarginare, non voglio giudicare. Quella Lega, però, pur con i suoi limiti (se ha deciso di cambiare, significa che percepiva come un limite essere un partito regionale), stava costruendo la struttura che ha poi permesso a Claudio e a me di fare azione politica.

Da allora ho anche studiato molto, deponendo la saccenza dell’intellettuale di sinistra che sa di sapere, capendo che le nazioni non sono così male se consideri l’alternativa, e che il progressismo non è una buona idea se davanti a te c’è un baratro. Ma al di là dell’evoluzione del mio pensiero, che è avvenuta qui, con voi, cui tutti voi avete assistito e partecipato, resta un fatto: quelle persone che giudicavo in modo sprezzante stavano lavorando per me, anche se io non lo sapevo, e nessuno poteva saperlo.
Sono un soldato

Allora: io sono un soldato, e se ho scelto di mettermi sotto una bandiera non è per fare distinguo, ma per combattere. Esattamente come “right or wrong, this is my country”, “right or wrong this is my party”, e mi dispiace molto per gli altri che si sono privati di questa risorsa, e, in alcuni casi, si sono scelti questo nemico. Quindi, anche ieri, quando sono uscito da Montecitorio per andare a parlare con i risparmiatori delle banche venete espropriati nei modi che sapete, e che mi rimproveravano anche quello che la Lega avrebbe o non avrebbe fatto (come me lo hanno rimproverato i lavoratori dell’Alitalia, come me lo rimprovera ogni tanto chi incontro, inclusi i giornalisti della stampa estera), la mia risposta non è stata: “Io non c’ero“. La mia risposta è stata: “Sono qui“. Il mio modo per chiedere scusa ai miei nuovi compagni del giudizio affrettato col quale li liquidai sette anni fa è andare incontro alla gente senza prendere le distanze, ma anzi rivendicando e difendendo anche una storia che non mi appartiene, che in larga parte devo ancora studiare, ma della quale, con la mia scelta, ho evidentemente deciso di condividere luci e ombre.

Io lo chiamo onore, voi fate un po’ come vi pare, ma se lo spettacolo vi piace ricordatevi di una cosa: non è gratis. I manifesti costano, le sale per le riunioni costano, gli uffici stampa costano, le trasferte per le manifestazioni nazionali costano, ecc. Eppure, per coprire tutti questi costi, potete fare una cosa che non vi costa nulla: dare il 2×1000 alla Lega.

E naturalmente, siccome se a/simmetrie non ci fosse stata, né io né Claudio avremmo mai potuto creare occasioni di incontro con tutti i politici italiani, né, quindi, essere chiamati in squadra dall’unico che ci ha ascoltato, vi chiedo anche di continuare a sostenere questo progetto culturale unico, che ha saputo coniugare la ricerca in campo economico con quella nel campo della comunicazione.

E l’8×1000? Bè, lì fate un po’ come vi pare! Presto, nel riquadro delle religioni, troverete anche l’euro: mi sentirei di sconsigliarvi di aderire al pensiero magico blasfemo di chi pensa, da essere umano, di aver creato qualcosa di irreversibile (poverini, hanno letto il Mas Colell, ma non la Genesi…). Quanto a me, io sto con S. Caterina: “La vita è un ponte: attraversalo, ma non porvi la tua dimora”. Quindi, ora, vi lascio: oggi il ponte mi porta a Salsomaggiore, e domani a Pisa, e lunedì a Atessa, e martedì in Commissione Speciale. Non so cosa ci sia dall’altra parte del ponte, ma non ho fretta di saperlo. Intanto, sotto, vedo che il fiume si ingrossa…

(…apro e chiudo una parentesi per ricordarvi che i giornalisti stanno parlando del nulla. Massimo rispetto, per carità! I giornali devono uscire ogni giorno, e se non c’è nulla, occorrerà riempirli di nulla! Non chiedo a tutti di avere l’intelligenza di capirlo, e regolarsi di conseguenza. Mi permetto solo di fare una raccomandazione: quanto più si innalza il livello delle provocazioni, tanto più deve abbassarsi l’attenzione che prestiamo loro. Non guardate, e passate…)

BOMBE ATOMICHE AFFONDATE NEL GOLFO DI NAPOLI?

Le autorità non hanno mai risposto
Posillipo e Vesuvio
Inquietante rapporto realizzato da VELENI DI STATO, Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, Sezione Campania

Secondo una Commissione Parlamentare d’inchiesta 20 missili nucleari sovietici furono affondati nel Golfo di Napoli nell’ambito di un’operazione rivolta quantomeno all’inquinamento radiologico delle località che ospitavano una delle più importanti basi navali americane del mondo. Quattro di essi giacerebbero addirittura tra Ischia e Procida.

La circostanza è stata scoperta alla fine del 2004, e ne furono investite la Protezione Civile, nella persona di Guido Bertolaso, e la Capitaneria di Porto di Napoli.

Eppure, da allora, nulla si è saputo di eventuali indagini o dell’adozione di provvedimenti.

Una totale mancanza di trasparenza o una negligenza ingiustificabile? E’ quanto si chiede la Sezione Campania del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, nato alcuni mesi fa per raccogliere i rappresentanti di numerose realtà territoriali e per chiedere alle autorità di individuare e bonificare le armi chimiche inabissate o interrate dagli angloamericani e dai tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale.

“Per una volta non ci occupiamo solo dei residuati chimici bellici, comunque venefici e pericolosi per la salute dell’ecosistema marino e dell’uomo, ma vorremmo una parola di chiarezza anche su questa inquietante vicenda che ha visto calare un inaccettabile silenzio tombale”, spiega il responsabile territoriale campano, Massimo Coppa, che aggiunge: “Cosa ne fu di quelle segnalazioni e di quelle ipotesi? È stata fatta un’indagine? Che ne è scaturito? Che iniziative sono state prese? Queste bombe atomiche ci sono o no? Sono pericolose?”.

Secondo un documento ufficiale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), datato settembre 2001, il 10 gennaio 1970 accadde nel Golfo di Napoli un “incidente non confermato” riguardanti missili nucleari inabissati e mai recuperati.

Sul misterioso riferimento è fatta un po’ di luce dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta che fu formata per indagare sul cosiddetto “dossier Mitrokhin”, relativo all’attività spionistica svolta dal KGB (i servizi segreti sovietici) nel territorio nazionale italiano, operativa dal 2002 al 2006.

Secondo la Commissione Mitrokhin, dunque, il 10 gennaio del 1970 un sottomarino sovietico della classe “November” avrebbe segretamente adagiato sui fondali del Golfo di Napoli venti testate nucleari. A quel tempo Napoli era una delle basi navali americane più importanti del mondo. Non si capisce tuttora se lo scopo della posa dei missili fosse di poterli far esplodere in caso di conflitto mondiale o quello, più subdolo, di inquinare con la radioattività il mare, con tutte le conseguenze del caso. La presenza di attività militare sovietica nel Mediterraneo in quel gennaio del 1970 è stata confermata dalla Nato, ma il portavoce della Marina russa, una volta emersa questa vicenda, smentì indignato ogni coinvolgimento delle forze armate di Mosca. Inoltre, sempre secondo la Commissione Parlamentare d’inchiesta, quattro di quei venti missili nucleari furono sganciati sul fondale marino tra Ischia e Procida dove, oltretutto, esisterebbe un canyon naturale a 150 metri di profondità: un passaggio sottomarino segreto ma conosciuto e utilizzato anche dalla Nato. E ancora: l’attività navale sovietica in queste zone è confermata anche da un misterioso incidente tenuto nascosto ai mass media e verificatosi tra il traghetto di linea”Angelina Lauro” e un piccolo sommergibile sovietico, di classe Foxtrot, che scortava il sottomarino principale incaricato della posa dei missili. Incidente confermato dall’equipaggio del traghetto, ma la cui relativa documentazione è poi misteriosamente sparita dalla Capitaneria di Porto di Napoli.

Il sommergibile incaricato dello sporco lavoro era presumibilmente il K-8, che pochi mesi dopo, nell’aprile del 1970, affondò nel Golfo di Biscaglia (oceano Atlantico) a causa di un incendio a bordo causato da due corto-circuiti. A nulla valsero i tentativi di impedire l’affondamento dell’unità (che giace a una profondità di 4.700 metri); morirono 52 membri dell’equipaggio. Quel sommergibile era dotato di 24 missili nucleari, ma al momento dell’incidente a bordo ce n’erano solo quattro. Perché gli altri venti erano appunto stati affondati nei mari di Napoli e Ischia?

Se così fosse, è davvero inquietante la possibilità che gli involucri delle testate nucleari, dopo oltre 40 anni, si stiano deteriorando, facendo trapelare radioattività nei nostri mari.

7 motivi per cui in Italia ha vinto il populismo

Dalle ragioni economiche a quelle politiche alla tendenza delle classi dirigenti ad assecondare le forze anti sistema per addomesticarle

Stefano Cingolani – 6 marzo 2018

Perché qui, perché in Italia i populisti hanno riportato quel successo elettorale che è mancato in Francia, in Germania, in altri paesi europei?

Perché altrove le forze politiche contrarie si sono difese e talvolta hanno rilanciato, spiazzando tutti e mettendo con le spalle al muro gli anti-sistema come ha fatto Emmanuel Macron, e in Italia invece non hanno trovato un comune terreno d’incontro?

Perché le istituzioni e le classi dirigenti nel resto d’Europa (persino in Grecia dove sono più deboli, per non parlare della Spagna) hanno immesso anticorpi che in Italia mancano?

Proviamo solo a mettere insieme alcune motivazioni di fondo.

1- Ci sono innanzitutto ragioni economiche. L’Italia ha pagato un prezzo più caro degli altri paesi. Nessuno ha attraversato un intero decennio in recessione. Oggi il prodotto lordo è ancora inferiore a quello del 2007, i redditi pro capite sono più bassi. Tutti gli altri paesi europei hanno recuperato quel che avevano perso in termini di crescita e benessere, l’Italia ancora no.

2- Ciò ha provocato un terremoto in una società già scossa da mutazioni strutturali. L’apertura dei mercati, la rivoluzione tecnologica permanente, oltre ai due terribili shock (2008 e 2011) hanno inciso nella carne viva del paese, rimescolando se non proprio ridisegnando categorie, ceti, classi.

Ha fatto irruzione il nuovo proletariato digitale, mentre i gruppi un tempo garantiti hanno perso le vecchie protezioni e oggi vogliono recuperarle, non a caso hanno vinto i partiti neo-protezionisti.

Lo stesso modello italiano, quello della piccola impresa sostenuta dalla famiglia e dalla rete locale che faceva perno sul comune e sulle banche popolari, viene rimesso in discussione, forse per sempre.

3- Così, una gran parte della popolazione si sente minacciata, mentre l’Italia sta realizzando solo adesso quella trasformazione tecnologica che è avvenuta molto prima negli Stati Uniti e nel resto dell’Europa occidentale.

I piccoli imprenditori nella manifattura e soprattutto nei servizi, chiusi finora nelle nicchie protette dei mercati nazionali, capiscono che il mondo sta erodendo le loro posizioni di rendita, ma, per reagire, dovrebbero attuare profonde riorganizzazioni che mettono in pericolo il loro controllo.

I manager delle grandi imprese pubbliche sanno che le loro posizioni si stanno esaurendo; tuttavia la libera concorrenza riduce gran parte del loro potere.

I banchieri grandi e, soprattutto, piccoli e medi, vedono che le nuove tecnologie erodono il loro quasi-monopolio nella gestione della ricchezza finanziaria delle famiglie e nel finanziamento alle imprese; però non comprendono quale modello realizzare senza perdere la centralità che hanno avuto nel modello italiano.

Il costo di una burocrazia inamovibile e radicata nei suoi privilegi è troppo elevato, se ne rendono conto gli stessi dipendenti pubblici, eppure resistono duramente al cambiamento.

4 – Anche sul mercato del lavoro privato, emerge chiaramente che una parte degli occupati non sa fare quello di cui avrebbe bisogno una economia moderna e competitiva, e ciò vale in modo particolare per chi esce dalle scuole secondarie e dalle stesse università (buona parte della disoccupazione giovanile dipende da questo), tuttavia pochi hanno il coraggio di accettare il cambiamento; del resto manca una vera politica di aggiornamento, riqualificazione, riconversione della forza lavoro.

E proprio questo è l’aspetto più debole del Jobs act. In un tale scenario, i migranti e non solo quelli irregolari diventano l’incarnazione di una guerra tra poveri, per strapparsi il lavoro che c’è e spesso anche quello che non c’è.

Tutto ciò spiega in gran parte perché sono stati premiati i partiti che hanno promesso di resistere, proteggere, assistere, in sostanza di chiudere le porte alla globalizzazione e riesumare vecchie debolezze. Promesse da marinaio perché non ci vuole uno scienziato spaziale per capire che non saranno mantenute, ma tant’è.

5 – Le ragioni socio-economiche sono importanti, ma non chiariscono tutto. Nel voto e ancor prima nell’intera campagna elettorale si è manifestata di nuovo la debolezza delle istituzioni.

Gli anticorpi in grado di difendere l’impalcatura costituzionale in Italia sono troppo flebili. In Francia contro i movimenti neofascisti o populisti è sempre scattato il patto repubblicano che induce i singoli partiti, di volta in volta i socialisti o i gaullisti, a rinunciare alle proprie posizioni particolari in nome di un interesse generale.

In Italia non succede. Ed è impensabile che possa accadere come in Spagna dove lo stato centrale è sceso in difesa dell’unità nazionale contro la secessione della Catalogna con l’appoggio di tutti i partiti, compreso Podemos, pur non rinunciando a criticare gli errori commessi dal governo Rajoy. Una tale solidarietà e fermezza in Italia sarebbe impensabile.

6- A tutto ciò si aggiungono motivi squisitamente politici. Tra gli errori commessi dalle forze anti populiste c’è il rifiuto di riformare l’architettura istituzionale per favorire la governabilità, così come una legge elettorale fatta apposta per impedire la formazione di una maggioranza.

Aggiungiamo poi la voglia di rivincita di Matteo Renzi dopo la sonora sconfitta al referendum sulla costituzione, che gli ha impedito di avere uno sguardo di lungo periodo e lo ha fatto chiudere nel suo fortino assediato, o le incertezze di Forza Italia e i cedimenti a Salvini sia nei programmi sia, ancor più, nella composizione delle liste, come ha sottolineato Gianni Letta.

7 – Detto questo, bisogna considerare una caratteristica, anzi una vera e propria tara, che non si ritrova in nessun altro paese democratico: la tendenza delle classi dirigenti, in particolare quelle economiche, ad assecondare, spesso coccolare se non proprio alimentare, le forze anti sistema allo scopo di addomesticarle.

Una speranza che, dal fascismo in poi, si trasforma sempre in una grande illusione. Questo sovversivismo dall’alto è impensabile nei paesi più forti e nelle democrazie mature, là dove il sistema si difende, anche riformando se stesso, senza chiudersi nel proprio passato. Magari perde, come è successo più volte nella storia, ma combatte. In Italia troppo spesso si arrende senza nemmeno metter mano alla fondina.

Lo sfregio ai 7 Fratelli Govoni

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Apr 29, 2012
FRATELLI-GOVONI-la-fossa-comune

E’ da poco trascorsa la celebrazione del 25 aprile di Liberazione italica, stiamo per prepararci alla festività lavorativa del Primo maggio e, mentre echeggiano ancora poderose le sante parole di Nonno Napolitano che esorta il Bengodi tutto alla più fervida unità e diffida da facili demagogie, ecco che ancora una volta, e sempre dippiù, viene meschinamente infangata la memoria storica di un’orrenda e barbara carneficina passata da sempre nel più assordante ed inaccettabile silenzio. Quello della vergogna. Quello del sangue dei vinti. E dimenticati.
Siamo a Pieve di Cento – la mia patria – e su uno dei manifesti che, come ad ogni stagione, annunciano l’anniversario della morte dei 7 Fratelli Govoni, trucidati l’11 maggio ’45, appaiono due scritte ignobili ed assurde al tempo stesso, che riaprono una ferita storica lancinante. A cui qualche balordo imbecille di strada o – ancor peggio – una manica di stolti militanti politici (e millantanti brigatisti) ha pensato bene di buttarci dentro una manciata di sale, attraverso uno spregevole sfregio provocatorio lanciato, non a caso, a pochi giorni dal rito di festeggiamento del salvifico e liberatorio intervento alleato-partigiano.
E forse nessuno avrebbe mai udito che la famigerata “Brigata Paolo”, un commando di partigiani comunisti definitosi “d’azione patriottica”, stronco’ in modo disumano la giovanissima vita dell’unica femmina dei sette – Ida, 20 anni – strappandola di forza alla neonata che stava allattando, e violentandola senza scrupoli sino all’ultimo respiro di terrore. E sicuramente nessuno avrebbe avuto notizia del supplizio agonizzante dei due genitori Govoni, ed in particolare della madre Caterina che, mentre si dannava e si affannava alla ricerca di un indizio che la portasse ai resti dei figlioli, venne per anni derisa e coperta di insulti, tanto che qualcuno le consigliò, per facilitarne il compito, di armarsi di un buon cane da tartufo. E tanto meno nessuno di noi comuni mortali saprebbe (e neppure ne potrebbe rimanere sconcertato) che, dopo tutta questa infinita sequela di orrendi e terribili crimini, l’esimio Stato italico, dopo aver tergiversato assai, decise di liquidare i due anziani Govoni con una pensione di 7000 lire mensili. Mille lire per ogni figlio massacrato.
E di sicuro neanche il fine udito di quella finta-neobrigatista mano che si è divertita a scarabocchiare l’affissione dei 7 Fratelli, avrebbe mai appreso che dopo un calvario omertoso – per recuperare i resti di ossa spezzate e sfracellate – durato ben sei anni, e dopo un processo che condannò all’ergastolo “Drago” Caffeo e tre dei suoi compagni della “squadra della morte”, gli assassini prima furono coperti e fuggirono, poi vennero sollevati da ogni condanna, perchè i reati a loro ascritti poterono godere dell’amnistia togliattiana. Venne cioè riconosciuto loro il sommo motivo della lotta contro il nazifascismo. Una sorta di sterminio per giusta causa.
Con ogni probabilità i codardi e fuggitivi writers della furtiva notte pievese neppure conoscono o mai hanno sentito parlare delle vicende che legano indissolubilmente i Fratelli Govoni alla Storia di questo Paese. Una storia drammatica e pazzesca, la loro. Una storia, colpevolmente, di serie C. Che in pochissimi sanno, e che ancor meno han voluto parlarne e scriverne le memorie. Se non fosse stato per il buon Giorgio Pisanò, che tra il ’65 ed il ’66 compose il volume “Storia della guerra civile in Italia” dedicando un capitolo ai sette pievesi, probabilmente nessuno – oltre le quattro Porte di Pieve – avrebbe mai conosciuto questa efferatissima realtà del primissimo dopo guerra.
Nessuno avrebbe saputo che questi ragazzi ed uomini, con età compresa tra i 41 ed i 20 anni, furono prelevati e deportati senza motivo alcuno da una banda di briganti, percossi e seviziati per quasi un intero giorno, e seppelliti – ancora vivi e rantolanti – in una specie di fossa comune, privati di abiti e derubati dei preziosi di valore. E forse nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza, senza Pisanò prima e con Giampaolo Pansa (“Il Sangue dei Vinti”, 2003) e Bruno Vespa (“Vincitori e Vinti”, 2005) poi, che solo uno dei sette era iscritto al PFR (partito fascista repubblichino), mentre un altro era stato combattente in Africa per la R.S.I.E su entrambi, a guerra finita, non pendeva la benchè minima accusa. E con tutta probabilità nessuno avrebbe neppure imparato che un’intera famiglia, quasi del tutto estranea alla politica attiva, fu sterminata esclusivamente per poter seminare il terrore ed avere il controllo di certe zone dell’Emilia. E seppoi erano sette come i Cervi, tanto meglio, così si faceva pari e patta.
La triste ed invisibile storia dei Govoni è stato uno dei simboli della diametrale differenza di trattamento dei morti della Resistenza italica, ed emiliana in particolare, dove le vittime di un certo rossiccio colore politico sono sempre state accolte tra fanfare, onori e lapidi monumentali, mentre quelle di presunto segno opposto anzichè neutrali hanno dovuto attendere decenni per ottenere il minimo sindacale riconoscimento.
Com’è accaduto per i 7 Fratelli che, dopo esser stati ripudiati dal proprio comune per il funerale del ’51 (svoltosi nella vicina Cento, ndr), hanno ottenuto solo dopo parecchi anni l’asilo politico nella loro natale Pieve, dove risiedono (assieme ai genitori) in un’anonima ed umilissima lapide. E se, nel lontano secondo dopo guerra poteva essere comprensibile il timore di celebrare queste vittime per paura di altro terrore e rappresaglie, dopo il ritrovamento dei resti e le pFRATELLI GOVONI, Caterina mamma Coraggioubblicazioni su i delitti, appare ancor’oggi inconcepibile come un Comune così sensibile agli aspetti socioculturali, e tanto più appartenente ad una delle Regioni più evolute e progredite d’Europa, sia ancora miseramente ed in modo meschino così ancorato a queste puerili etichette di un assurdo luogo comune medioevale. Che neanche ai tempi di Peppone e Don Camillo.
Pieve non ha fatto alcunchè per riconoscere e far conoscere la storia di questi suoi figli. Anzi, peggio ancora, ha cercato di insabbiare. Perchè non ha mai avuto l’elementare e basico coraggio di uscire da quel latente immaginario collettivo, che non avrebbe mai potuto accettare tali cerimonie, perchè in onore di coloro che erano nemici, che stavano dalla parte sbagliata, e che non avrebbero mai meritato un’accoglienza pari a quella degli altri. Quelli bravi e valorosi, s’intende. Quelli che stavano e stanno dalla parte giusta.
Tant’è che, almeno dopo aver ceduto alle pressioni che ne volevano la celebrazione della messa dell’anniversario nel paese dove hanno sempre vissuto sin dal primo vagito, la vicenda dei Sette Fratelli, a Pieve, è sempre stata vissuta e guardata con un certo distacco e diffidenza. Lasciando colpevolmente che della loro memoria se ne occupassero frange politiche di Destra che negli anni hanno voluto onorare le vicende di questa laboriosa famiglia contadina. E creandosi dunque una sorta di giustificazione preconcetta, destituendo con sollievo il Comune dalle proprie responsabilità, forte anche del fatto che ora la comunità avrebbe visto ancor più questa vicenda colorata di inequivocabili tinte fasciste. Mettendo così la “grana Govoni” a tacere, per sempre. Con buona pace dei familiari. Che ora si possono almeno consolare con la santa messa. Amen.
La coltre di ignoranza sulla vicenda in questi ultimi tempi si è assai diradata, anche grazie alla rete ed alcuni buoni speciali del Vespone nazionale. Ma questa efferatissima pagina criminosa rimane purtroppo ancora di seconda o terza fascia, e questi caduti, solo perchè non hanno lottato per un ideale di liberazione, considerati come indegni di appartenere al vasto libro della Resistenza peninsulare. Solo perchè non si sono battuti per qualcosa di nobile o perchè, come disse Faustino Bertinotti «quegli altri (i Govoni, ndr) non hanno fatto niente, sono sì vittime, ma non possono essere ricordati come attori della storia. Ci sarà pure una differenza, o no?». No, caro Fausto, sono e devono essere ricordati quanto e come i Cervi, perchè il loro inconcepibile sacrifizio ha rappresentato uno dei capitoli più bui e opachi del primissimo dopoguerra italico. Tanto che dovrebbe essere raccontato, descritto e impaginato anche sui libri di scuola. I sette fratelli Govoni, con le loro atroci sofferenze e quelle acerbe vite spezzate, seppur non essendo eroi nazionali, hanno contribuito a fare luce e chiarezza su quello che era l’ordigno ad orologeria partigiana dell’epoca, pronto ad esplodere puntualmente appena dopo la liberazione alleata.
FRATELLI GOVONI, la fossa comunePerciò non si aggiunga ulteriore omertà alla Loro memoria, e per una santa volta si condanni senza SE e senza MA questi atti inverecondi che, seppur compiuti da stupidi scemuniti di quartiere, accrescono a dismisura i sentimenti di vergogna e di collera, per una famiglia che ha vissuto nel terrore e che neppure da defunta riesce a trovare quella serena pace eterna che le spetterebbe di diritto.
Per tanto, a voi, poveri e ridicoli infangatori da quattro soldi, va tutta la nostra più alta commiserazione. Perchè il vostro goffo e grave gesto non merita che un compatimento nazional popolare, bipartisan. A Lei, invece, Comune di Pieve di Cento, prima di immergersi nel fervore dei preparativi dell’amato primo maggio, chiediamo che si affretti a scrivere sul proprio sito due semplici righe ufficiali di ferma e decisa condanna a questo infame atto d’inciviltà. Perchè è stata offesa la memoria, perchè è stata pugnalata una famiglia, e perchè sono stati violentati sette suoi figli. Per l’ennesima volta. Caro Comune.
Basta poco, serve volerlo. Perchè non si attenda il solo conforto della giustizia divina per poter riconoscere le vite di Marino, Dino, Primo, Augusto, Ida, Emo e Giuseppe come quelle di tutti gli altri. Come quelle di ogni altro cittadino di Pieve. Comunista o missino che esso sia.
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Massimo cade ancora. E adesso ha paura IN SILENZIO. PER RICORDARE I 7 FRATELLI GOVONI. STATE SERENI
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23 Commenti
Poseidon Automazioni Pneumatiche il 29 aprile 2012 alle 08:12
Complimenti!!
Pulito, Essenziale e Ineccepibile. Quoto++++
Anonymous il 29 aprile 2012 alle 13:58
la memoria non puo’ essere infangata da una stupida mano comunista.
Giorgio
Mauro Boldini il 29 aprile 2012 alle 18:52
E’ stupido ma non sprovveduto. Chi lo ha scritto conosce la storia dei 7 fratelli Govoni. Non ha scritto “spie” a caso. L’uccisione è avvenuta fra Stiatico e Funo, perchè si pensava che due dei fratelli avessero partecipato attivamente alla cattura della staffetta partigiana Irma Bandiera (tesi infondata).
Anonymous il 29 aprile 2012 alle 16:46
Una vergogna. Uno schifo! Onore a loro.
massi
Mauro Boldini il 29 aprile 2012 alle 18:48
La storia fa pagare il conto ai perdenti. Chi ha ucciso lo ha fatto appropriandosi di un valore di rivalsa tanto infondato quanto stupido. E’ stata la guerra civile, sporca, ignobile, sanguinosa. Ma va identificata in un periodo di grande odio e di inesistenza delle istituzioni. La violenza è stata anche quella di oscurare la resa dei conti. A scuola non si parla di guerra civile, non si parla delle Foibe, di Porzus, della cartiera di Oderzo, della corriera fantasma. Non si parla perché si ha vergogna della realtà dei fatti. Il 25 Aprile non è e non sarà mai una festa.
Anonymous il 29 aprile 2012 alle 23:17
Condivido la tesi, Mauro, non la conclusione. Il 25 aprile è arrivata la liberazione angloamericana, ed è giusto festeggiare.
Come però è giusto commemorare e dedicare lapidi e strade a chi è morto in un modo tremendo, senza alcun senso.
Giovanni B.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 08:50
Cos’è la corriera fantasma Maurino? scusa l’ignoranza ma non lo so…
E.
Mauro Boldini il 30 aprile 2012 alle 20:12
La “Corriera Fantasma” è stata così denominata in quanto ci riferisce ad un camion messo a disposizione del Vaticano per il rientro a Roma di alcuni militari dell’RSI dopo il ’45.
Partita da Oderzo, dotata di effige pontificia, con il benestare del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) doveva trasportare 43 persone. Dopo diversi punti di controllo gestiti da militari incapparono in un posto di blocco a San Possidonio nel modenese. Da cui il carico fu diviso in due per permettere gli interrogatori da parte della banda partigiana locale (consuetudine in quei tempi) e 9 dei trasportati furono arrestati e trattenuti a Concordia.
Dei 36 passeggeri rimasti, dopo il benestare al passaggio, non si seppe più nulla.
A Concordia è stato eretto qualche hanno fa un monumento in loro memoria.
Il caso è stato riaperto recentemente visto il ritrovamento avvenuto nei primi anni ’60 nella campagna persicetana di una fossa comune. Ora si sta procedendo alle verifiche forensi.
Allego link:http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2012/04/11/695489-sangiovanniinpersiceto-scheletri-cimitero-riesumati.shtml.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 22:26
finalmente qualcosa in cui non sei il solito banale, Mauro. Almeno nella rossa Concordia un monumento è stato fatto, nella viola Pieve, invece, il nulla.
Francesco C.
Mauro Boldini il 30 aprile 2012 alle 22:44
Da notare che il ceppo attualmente posto è stato eretto su un lotto di terreno comprato da privati, un professore universitario e altri due professionisti ferraresi. Da qualche hanno è stata aggiunta anche una statua fatta da una scultrice anch’essa ferrarese. Raffigura una donna che piange i propri figli.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 22:51
era da dire che non fosse stato comunale, il ceppo. “Anno” senz’h…
F.C.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 00:53
penso che siano scritte troppo lucide e pianificate per essere catalogate come stupide e stolte. Chi ha scritto sapeva ciò che voleva fare e suscitare e, nel suo, ci è riuscito.
Marco G.
Anonymous il 30 aprile 2012 alle 19:39
Bastardi vigliacchi comunisti! non cambiate mai.
Robby C.
lucio il 1 maggio 2012 alle 12:52
Il manifesto in questione è stato strappato con incuranza dalla sua posizione originaria. L’amministrazionev pievese si sarà vergognata dei suoi elettori “imbratta mortori” e ha cercato l’insabbio tadivo? Per me si, è nel loro stile.
Ai morti almento lasciate la pace.
Anonymous il 1 maggio 2012 alle 16:36
non c’erano dubbi, tanto più che i manifesti sono stati appesi da un privato, non dal Comune ovviamente.
simone
Mauro Boldini il 1 maggio 2012 alle 20:45
Conosco il privato che ne ha voluto l’affissione a Pieve e in altri comuni. Mi fate sapere cortesemente dov’era posizionato il manifesto che è stato imbrattato e successivamente rimosso?
grazie
Anonymous il 1 maggio 2012 alle 21:30
a fianco da Filizòn – Porta Cento. Chi è costui?
simone
Anonymous il 1 maggio 2012 alle 23:11
Mauro, se sai qualcosa parla. Bisogna arrivarci in fondo
E.R.
Anonymous il 2 maggio 2012 alle 23:34
Parla Mauro, o verrai messo al muro.
Mauro Boldini il 3 maggio 2012 alle 18:27
Non vi dico chi ha espressamente chiesto la distribuzione dei manifesti perché prima vorrei parlarne con lui (mi pare siate d’accordo con me). Vi posso però dire che l’agenzia che ne ha curato l’affissione lo ha fatto molto volentieri visto il messaggio che si voleva rappresentare.
Vi invito però a non soffermarvi solo su questo evento. Se avete ancora i nonni o conoscete persone anziane, fate domande, informatevi.
Ricordo che nella fossa dei fratelli Govoni sono stati rinvenuti 21 corpi. Una maestra di Asia, un professore di San Pietro, suo figlio, ecc….
Ho conosciuto una persona che ha passato a Pieve la sua adolescenza.
Mi diceva che metà dei suoi amici in compagnia, nei primi anni ’60, non hanno avuto notizie del padre dopo il 25/04/45.
Anonymous il 4 maggio 2012 alle 00:09
il tuo impegno e passione sono commoventi, Mauro. Rimani banale, ma ora sei anche utile.
Giorgio
Mauro Boldini il 4 maggio 2012 alle 21:41
Giorgio, perché banale? Ritieni i miei interventi scontati? Non è in questa sede che cerco di essere accattivante….
Anonymous il 5 maggio 2012 alle 02:40
Seguendo come te questo blog ritengo che la maggior parte dei tuoi interventi siano stati molto banali, ma su questo tema sei stato fondamentale. Nelle altre sedi non posso giudicare, ti conosco solo in questa.
Giorgio M.
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CHI SA LA VERITA’, SA ANCHE PERCHE’ NON NE USCIAMO FUORI.

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Simone Beretta. Scusate se mi intrometto questo tipo di discorso,ma vorrei precisare che la morte di benito Mussolini e la signora petacci ad oggi è ancora un mistero,da premettere che i due dovevano arrivare vivi a Milano per ordine di non so chi a al comandante di quella brigata,inglesi e americani erano anche loro alla ricerca di benito Mussolini, ma per un caso strano i partigiani che avevano preso il sig benito Mussolini e consorte, decisero di non portare questi ultimi a Milano quindi deviarono per andare da una conoscente di questo famoso comandante di brigata,conoscente di famiglia,Benito Mussolini dicono che venne giustiziato 28 aprile alle ore 16:30 minuto più minuto meno,ma un testimone all’età di 9 anni dice di aver visto tre persone uscire da quella casa con al centro un uomo pelato,dopo qualche minuto si sentirono degli spari,dopo di che la signora petacci corse fuori dall’ abitazione urlando, probabilmente perché aveva intuito che Benito Mussolini era già stato giustiziato,nelle urla e nel panico la signora venne anche lei uccisa metro correva,con spari dietro la schiena,la testimonianza dice tutto questo era accaduto sotto mezzogiorno,si deduce che poi vennero portati davanti a villa maria o qualcosa del genere a pochi metri da li e vennero ancora fucilati(16:30),tutto questo però rimane un mistero,perché tante cose non quandrano,le domande che nascono sono ,perché il sig benito Mussolini non è arrivato a Milano vivo probabilmente per essere processato?,e perché i partigiani quel giorno deviarono il tragitto e decisero di giustiziare i coniugi?che contro ordine ricevettero? Chi decise quel giorno che Benito Mussolini non doveva arrivare vivo a Milano?ma!rimane tutto un dilemma.mi scuso se ci sono degli errori ortografici ma spero di avervi spiegato bene.saluti