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MdT. 12 luglio 1911: la strage dei sardignoli (di Romina Fiore)

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A Itri, un paese ora in provincia di Latina ma allora di Caserta, anche loro erano arrivati coi barconi della speranza. Era un ammasso di circa 400 affamati che, insieme alla miseria e agli stenti, portava con sé picconi e badili, onorate armi da lavoro per la costruzione del quinto tronco della nuova linea ferroviaria Roma-Napoli.
Un’accozzaglia di disgraziati sardi sbarcava nelle coste del Continente e ognuno di loro santificava quel reclutamento regolare che gli permetteva di abitare nei suoi sogni a occhi aperti.
Almeno per il tempo del viaggio.

Paragrafo 2. Ci rubano il lavoro.

Agli itrani non piacevano affatto quei sardignoli arrivati lì a scippare il pane dalle loro bocche, avevano caratteristiche fisiche che facevano presagire un’indole cattiva e violenta. Erano atipici, inconsueti, sicuramente cattivi. Oltretutto è in Sardegna che gli studi antropometrici di Cesare Lombroso individuavano il delinquente nato, secondo i quali il temperamento etnico del pastore sardo coincideva con la propensione alla vendetta e al crimine sociale.
Guardavano con ostilità quegli esseri che, schiacciati dalla disperazione, erano disposti ad accettare salari più bassi e orari di lavoro intollerabili.
Bisognava rispedirli a casa a calci nel culo.

Paragrafo 3. Non si adeguano alle nostre regole.

I sardi accettano di vivere in condizioni brutali: ricoveri di fortuna, stamberghe, catapecchie. E, nonostante sia evidente la fame scolpita nei loro volti, si dà avvio a una speculazione selvaggia che non risparmia alcun genere di consumo.
Ma non basta.
C’è la camorra che pretende il pizzo da ogni operaio e che si vede sbattere in faccia il rifiuto perentorio di chi, con ancora fresche le ferite della strage di Buggerru, in nome dei diritti conquistati, non si piega alle richieste.
Non resta altro che fomentare la popolazione locale e imbandire una tavola con pietanze a base di ingratitudine, furto di lavoro, spregio delle direttive, incapacità di adattamento al sistema.
Ecco che, dopo aver armato il braccio ignorante del razzismo, finalmente la diffidenza si converte in odio.

Paragrafo 4. Maledetti buonisti.

Poco tempo prima due avvocati, Nardone e Di Lauro, si erano fatti promotori di una pregevole iniziativa che sotto il nome di Unione operaia della Direttissima si prefiggeva l’obiettivo di strappare i lavoratori allo sfruttamento dei cantieri e che ora annoverava tra le sua fila proprio gli operai sardi. Un’organizzazione strutturata e disciplinata che resiste con tenacia alle pressioni della camorra.

Paragrafo 5. Tutti criminali.

Il 12 luglio ogni pedina è al suo posto, si prepara la tempesta perfetta. Esploderà per un motivo banale: un sardo viene urtato da un mulo carico di sughero, lui protesta e l’uomo in sella all’animale reagisce con uno schiaffo. Seguono urla, offese e colpi. Si passa alle armi, bastoni e fucili inspiegabilmente già pronti, imbracciate da una folla esaltata. Una miscela disgustosa di razzismo, violenza e pregiudizio anima la caccia all’uomo, all’animale sardo da sterminare, con una spietatezza e una malvagità inconcepibili.
Urlano “fuori i sardignoli”.

Paragrafo 6. Tornatevene a casa vostra.

Molti operai sardi cadono a terra annientati e uccisi. La folla è imbestialita, non risparmia i feriti, li raggiunge e procede al linciaggio. Una furia cieca che non può escludere nessuno, né lo vuole. Neanche lo stesso sindaco e nemmeno alcuni gendarmi che imbracciano fucili da cui escono bagliori rossi. I superstiti scappano nelle campagne.
Tornano l’indomani per reclamare i caduti, con la paura che strappa via il fiato per respirare.
La caccia ricomincia, ancora più brusca. Ancora più serrata.
I sopravvissuti vengono rimpatriati nella loro isola: alcuni col foglio di via delle autorità, altri fuggono autonomamente per timore di ritorsioni.
Altri ancora, acquattati come cani che hanno fatto la pipì nel tappeto, vengono stanati e arrestati perché rissosi.
I giornali si fanno portavoce del resoconto fornito dalle autorità di Itri: la causa di quel massacro è stata l’indole violenta dei sardi.

 

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