TURCHIA: I difficili rapporti con l’UE, ora che tutto trema (I-II)

I rapporti fra Unione Europea e Turchia sono destinati a cambiare, ma quale sia la direzione di questo cambiamento ancora non è chiaro. Ci sono dei temi che legano entrambe le parti a doppio filo, ma attualmente Bruxelles e Ankara sembrano ignorarsi e concentrarsi sui problemi interni.

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I. Lo scorso 15 novembre il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha compiuto una visita ufficiale ad Ankara incontrando la sua controparte turca, Mevlüt Cavusoglu, e il presidente Recep Tayyip Erdoğan. La visita del ministro tedesco si inserisce in un periodo incredibilmente critico per la politica turca, sia a livello domestico sia a livello di relazioni estere (in particolar modo i rapporti con l’UE).

La democrazia turca sta lentamente soffocando

In questi mesi EastJournal ha seguito da vicino la stretta progressiva che il governo dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della Giustizia e Sviluppo) ha messo in atto e continua a portare avanti nei confronti dei suoi oppositori quali elementi della società civile (arresto di accademici e giornalisti) oppure personale inserito nella vita militare e politica del paese: in seguito al tentato colpo di stato di questo luglio il governo ha infatti proclamato in Turchia lo stato d’emergenza, e dopo l’epurazione dall’ambiente militare di personale considerato pericoloso per la sicurezza del paese (perché contrario al governo dell’AKP) la paranoia è arrivata a tal punto da arrestare membri del Parlamento e in particolare del partito HDP, che rappresenta ad oggi l’unica opposizione istituzionale a Erdoğan.

Ultimo sviluppo da un punto di vista cronologico ma non certo per importanza è la destituzione di numerosi rettori di università pubbliche in tutta la Turchia, rimpiazzati da persone di fiducia nominate dal presidente.

Perché le parole di Steinmeier hanno un peso storico

La visita del ministro degli Esteri tedesco ha portato a una discussione su temi sensibili per entrambi i paesi e lui stesso ha sottolineato, al momento dei ringraziamenti per l’accoglienza ricevuta, come il dibattito intavolato non sia stata facile. Dall’accusa di Erdoğan al governo Merkel di sostenere i terroristi del PKK in suolo tedesco alla questione migranti, i temi sono stati caldi, e questo rende l’incontro ancora più importante e non solo da un punto di vista formale.

In un momento in cui la democrazia turca è a rischio più che mai dalla fondazione della Repubblica, il rappresentante di un paese che ha vissuto sulla sua pelle la nascita di un regime dittatoriale ha compiuto un viaggio per sottolineare come sia fondamentale per un paese garantire la libertà ai mezzi di informazione, prima che questo spazio diventi troppo stretto per riuscire ancora ad esistere. Il Ministro degli esteri tedesco ha in sostanza ricordato, in una visita ufficiale, che il passaggio ad un regime dittatoriale è una stretta che si chiude piano piano, e che l’ultimo colpo di coda è quello che si nota meno perché alla fine risulta inevitabile.

L’adesione turca all’UE torna a fare paura

A questo punto non sorprende che una delle questioni che più ha diviso l’opinione pubblica e i governi dei paesi membri dell’UE, il processo di adesione turco, sia tornato alla ribalta.

Il Parlamento europeo si è già espresso in maniera evidente in merito, con una votazione in cui si è espresso a favore di una sospensione momentanea dei negoziati (497 Sì contro 37 No). Riguardo a quali condizioni si sarebbe disposti a riaprire, una volta chiuso, non è ancora chiaro. La risoluzione votata dal Parlamento europeo non è legalmente vincolante, ma certo è sintomatica di una situazione già esasperata negli ultimi anni dal tentennamento dell’UE, e oggi apertamente sfidata dalla politica di regime che l’AKP sta attuando.

L’AKP non solo si sta giocando le sue chances di entrare (chissà quando) nell’UE, ma sta smascherando allo stesso tempo la politica incoerente che l’Unione Europea ha portato avanti in questi anni in merito alla sua candidatura: la cosa preoccupante è che la Turchia non sembra soffrire per questo legame che si sta sciogliendo ma anzi comincia a sembrare sorda alle campane d’allarme che proprio in Europa iniziano a squillare.

II. Mentre il parlamento europeo propone di bloccare il processo di adesione turco all’UE, in Turchia viene presentata una riforma costituzionale che trasforma la repubblica costituzionale kemalista in uno stato presidenziale, garantendo enormi poteri a Erdogan e snaturando il sistema di check & balance. I due schieramenti sembrano sempre più due vicini che hanno deciso di voltarsi le spalle.

La libertà di informazione in Turchia non esiste più

E’ recente la divulgazione di un’analisi svolta da tre istituti che si occupano di monitorare la libertà di stampa (RSF, CPJ e HRW) secondo cui la Turchia detiene il triste record di arresti per giornalisti e attivisti per i diritti umani e civili: sono 144, ma è impossibile accertare il numero esatto dato che il ministro della Giustizia Bekir Bozdag ha impedito il rilascio di cifre ufficiali. I dati si riferiscono non solo a giornalisti di professione ma anche blogger e free lance. Per non parlare dell’ultimo giro di vite di arresti che ha pesantemente colpito il partito di opposizione HDP.

Questione migranti: una soluzione mai cercata

L’accordo sui migranti resta una delle questioni più dubbie e oscure nella storia delle relazioni fra UE e Turchia: assomiglia più a un accordo capace di essere usato come leva di ricatto dalla Turchia piuttosto che un patto effettivamente studiato per una soluzione, anche se parziale, sul tema migrazioni. Un accordo costato caro all’UE, che con i soldi impegnati poteva predisporre un meccanismo di accoglienza a livello europeo funzionante, invece che delegare tutto al vicino. Questo accordo rappresenta un vuoto (giuridico, politico e logistico) alla situazione che i migranti soffrono: quanto potrà essere usato dalla Turchia per ricattare l’UE? E quanto l’UE ha intenzione di finanziare, vedendo come i soldi vengono utilizzati?

Diritti umani: questioni interne

All’interno della Turchia il governo dell’AKP continua a portare avanti la sua personalissima guerra al PKK. Non si intende in questo articolo prendere le parti di uno o di un’altro attore presente in questo conflitto: entrambi gli schieramenti hanno una storia alle spalle capace di spiegare le reciproche posizioni, e questo non è il contesto nel quale affrontarle. E soprattutto, in nessun caso, un comportamento che porta ad atti terroristici può essere giustificato: ma è quello che sta succedendo sul suolo turco. Questa guerra di logoramento con il PKK, che sembrava essere entrata in una fase di raffreddamento proprio grazie alla politica inclusiva dell’AKP, vive oggi dei momenti di recrudescenza terribili. Gli attentati nelle città principali fra cui la pluri-martoriata Istanbul, che quest’anno sembra soffrire anche fisicamente di tutte le ferite che questa politica di governo bieca e violenta le sta infierendo, sono solo la superficie.

Quello che non viene detto, e certo non pubblicizzato dal governo turco sulle tv internazionali, è la sofferenza che viene imposta agli abitanti del Kurdistan: un tragico rapporto di Amnesty affronta il tema delle deportazioni che gli abitanti del centro storico di Diyarbakır stanno vivendo a causa di questa guerra al confine sud-est. Il governo sta fisicamente privando i suoi cittadini, perché curdi, dei loro diritti, al fine di continuare le operazioni militari.

Un sistema di governo presidenziale: quale futuro?

Infine è necessario menzionare la spinta verso il presidenzialismo. A prescindere dalla portata enorme di questo cambiamento per la Turchia stessa, quale peso potrebbe avere sulle relazioni con l’UE? Come ha ricordato il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, la libertà di informazione è un bene prezioso per un paese, e storicamente ogni volta che questo bene è stato sacrificato lo è stato fatto a caro prezzo. Quale prezzo sia disposta a pagare la Turchia lo stiamo vedendo giorno per giorno, quale che sia quello dell’Europa ancora non è chiaro forse perché l’Europa stessa non si sta rendendo conto che dovrà iniziare a pagare in ogni caso.

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Intervista ad Aydin Engin, ultimo baluardo della libertà di stampa

Da ISTANBUL – Quartiere di Şişli, zona centrale della Istanbul europea. Superati i rigidi controlli di sicurezza, entriamo nella redazione di Cumhuriyet.

Aydin Engin, 75 anni, è circondato da giovani giornalisti; stanno lavorando all’edizione dell’indomani. Editorialista veterano, guida quello che può essere considerato l’ultimo quotidiano turco d’opposizione, da quando gli ultimi due direttori sono stati in qualche modo “eliminati” dal governo di Recep Tayyip Erdoğan. Prima Can Dündar, costretto a fuggire in Germania dopo essere stato arrestato nel 2015 per aver denunciato il passaggio di armi tra i servizi segreti turchi e un gruppo di miliziani dell’Isis. Poi Murat Sabuncu, arrestato, a fine ottobre, insieme ad altri giornalisti.

E Aydin continua a fare il suo mestiere, nonostante le recenti minacce di morte.

Molti dei giornalisti arrestati in Turchia sono di Cumhuriyet. Anche lei è stato arrestato a fine ottobre. Come è andata?

«Una mattina, molto presto, verso le 6.30, sono arrivati a casa mia otto poliziotti e, come se fossi un terrorista, hanno perquisito la mia casa senza un perché, mi hanno sequestrato computer, tablet e cellulare. Poi mi hanno portato via. Io pensavo che avrebbero prelevato solo me, ma hanno arrestato anche altri 14 colleghi. Tra questi, alcuni ricoprivano ruoli chiave all’interno della redazione, come il redattore capo e l’amministratore delegato del quotidiano.

Io sono stato fortunato perché, per motivi di età, sono stato rilasciato dopo quattro giorni. Altri dieci colleghi, invece, sono stati portati davanti al giudice e, al termine di udienze durate appena dieci minuti, si sono visti confermare l’arresto. Era evidente che applicavano una decisione già presa anticipatamente».

Perché Cumhuriyet è finito nel mirino del governo turco?

«In questo momento Cumhuriyet è l’unico quotidiano di opposizione. Circa il 70% dei media turchi è diventato un organo sotto il controllo del governo. I rimanenti sono diventati dei giornali “sterili”, noi li definiamo “media dei pinguini”, riferendoci ai fatti di Gezi Park.

Vogliono zittirci, ma non ci inginocchiamo. Nonostante gli arresti, continuiamo a fare il nostro lavoro. I colleghi giovani consentono comunque di pubblicare il giornale come prima, anzi, anche meglio di prima».

In Turchia sono stati arrestati, quest’anno, oltre 80 giornalisti. Qual è la situazione della libertà di stampa?

«Io sono un giornalista anziano ed esperto, ho vissuto tre colpi di stato, ma non ho mai vissuto un momento in cui la pressione sui media fosse pari a quella di oggi. Ci sono 146 giornalisti in carcere al momento e il numero potrebbe anche aumentare domani. In maggioranza sono giornalisti curdi. A mia memoria, questi sono senz’altro i giorni più pesanti in Turchia degli ultimi 30-40 anni».

Quanto è difficile lavorare qui ogni giorno per lei e la sua redazione, sapendo di essere sotto controllo?

«Ci siamo abituati. Non è la prima volta che Cumhuriyet si trova di fronte a pressioni di questo tipo. Oggi in Turchia difendere la democrazia, il laicismo, le libertà di idee e di stampa significa – ai nostri occhi – essere democratici. Ma agli occhi del governo tutto questo è un crimine. Siamo in pericolo, ma se mi chiedete che sentimento genera tutto questo, direi che è un bel sentimento. Vuol dire che facciamo buon giornalismo».

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