LA STRADA GIURIDICA PER USCIRE DALL’EURO

Sul rapporto impossibile tra la nostra Costituzione e i Trattati europei vorrei oggi evidenziare, in particolare, questi due aspetti:
1) le limitazioni di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione, oltre a porre come barriere invalicabili le condizioni di reciprocità con gli altri Stati e la pace e la giustizia fra le Nazioni, si riferivano esclusivamente all’ONU. L’ipotesi europea fu scartata in sede di lavori preparatori alla Costituzione attraverso la bocciatura di un emendamento presentato dall’ on.le Lussu circa l’estensione delle “limitazioni” anche nei confronti di un’eventuale e futura costruzione europea;
2) l’introduzione dell’euro, benché la previsione fosse già tipizzata nel Trattato di Maastricht attraverso tre fasi successive, è avvenuta illegittimamente tramite un regolamento comunitario, cioè una “legge europea” direttamente applicabile senza alcuna facoltà di adeguamento da parte degli Stati membri e, in questo caso, aderenti alla moneta unica. Trattasi del regolamento comunitario n. 1466/1997, entrato in vigore il 1^ gennaio 1997, il quale prevedeva, oltre all’introduzione del sistema dei cambi fissi, anche l’obbligo del pareggio di bilancio, quindi in evidente contrasto addirittura col Trattato di Maastricht che, come ribadito successivamente anche dal Trattato di Lisbona, poneva il tetto del rapporto deficit/PIL al 3%, quindi spesa a deficit (seppur all’interno del predetto parametro) e non pareggio di bilancio.
Ciò detto, appare ulteriormente evidente l’incompatibilità tra i Trattati europei e la nostra Costituzione anche negli obiettivi dell’Unione, che si possono leggere all’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea: piena occupazione e progresso sociale all’interno della cornice capestro della stabilità dei prezzi e dell’economia di mercato fortemente competitiva. In pratica, per dirla con parole povere, la piena occupazione trova limite propedeutico sia nella stabilità dei prezzi che nella forte competitività, e ciò vuol dire più posti di lavoro (forse!) ma con salari bassi e qualità occupazionale di tipo schiavistico. Del resto, essendo l’euro un accordo di cambi fissi, non potendo i Governi dell’eurozona intervenire sul cambio, scaricano il peso della competitività sul lavoro (riduzione dei salari e contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore).
Detto questo, vediamo in breve quali sono le soluzioni giuridiche per l’uscita dall’euro:
1) decreto legge approvato dal Governo a mercati chiusi che preveda, oltre all’introduzione di una nuova moneta nazionale avente corso legale e valore intrinseco da convertire 1:1 con l’euro, anche la corretta applicazione nell’interesse nazionale del principio della Lex Monetae, cioè il combinato disposto degli artt. 1278 e 1281 primo comma del codice civile. Contemporaneamente il Governo dovrà provvedere alla conversione in nuova moneta nazionale di tutto il debito pubblico italiano ancora sotto giurisdizione nazionale, cioè circa il 96% del suo intero ammontare. In tutto questo trova rilevanza assoluta la corretta applicazione nell’interesse nazionale, come ribadivo poc’anzi, del principio della Lex Monetae, quindi, visto che stiamo parlando di un’evenfuale uscita unilaterale, dell’art. 1281 primo comma del codice civile in deroga all’art. 1278 c.c. (principio lex specialis derogat generali);
2) gli artt. 139 e 140 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ) prevedono la distinzione tra “Stati la cui moneta è l’euro” e Stati in deroga, cioè appartenenti all’Unione Europea e non all’Eurozona. Lo status di Stati “la cui moneta è l’euro” è premiale – secondo quanto previsto dai Trattati – rispetto agli altri Stati non aderenti all’euro, infatti per aderire alla moneta unica ciascuno Stato deve presentare richiesta di adesione, richiesta che deve essere preceduta dall’assolvimento da parte dello Stato richiedente di particolari obblighi capestro. Ciò detto vi sarebbe quindi la strada, per gli Stati “la cui moneta è l’euro”, di non rispettare più i requisiti capestro richiesti per la permanenza nell’euro e uscirne, tornando allo status di Stati in deroga.
Ovvio che, e concludo, nessuna delle due soluzioni esclude l’altra, quindi ciò che conta è uscire dall’euro nell’interesse nazionale, tutelando principalmente cittadini e imprese (soprattutto attraverso la corretta applicazione, nell’interesse dell’economia reale, del principio della Lex Monetae). L’argomento è approfondito nel mio e-book “€uroCrimine…”.
L’euro è una gabbia. Una gabbia che contrasta aspramente con i Principi Fondamentali di cui alla Costituzione, quindi uscirne sarebbe un atto di giustizia sociale, di democrazia sostanziale e di libertà.
Poi ci sarebbero anche ipotesi (anch’esse condivisibili) di non uscita traumatica dall’euro ma di introduzione di una nuova moneta nazionale parallela avente corso legale in Italia con la quale poter far fronte allo scambio di beni e servizi. Ma si tratta di argomento che merita certamente maggiore approfondimento in un ulteriore articolo.
Avvocato Giuseppe Palma

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