A dicembre votare pensando all’Europa

Sembra ormai chiaro che il referendum su cui gli italiani si pronunceranno il 4 dicembre verte essenzialmente sul tema del trade-off tra garanzie istituzionali e governabilità. È un vecchio dilemma comune a tutti gli ordinamenti liberali: l’unico modo per garantire le libertà è limitare il potere del governo, ma un esecutivo con troppi vincoli rende la politica lenta e poco incisiva, cioè inefficiente. Purtroppo ognuno dei due aspetti (garanzia ed efficienza) può essere potenziato solo a scapito dell’altro. Se un piatto della bilancia sale, l’altro scende. Il problema è trovare il punto di equilibrio.

I padri costituenti della repubblica italiana erano dominati dalla volontà di fugare una volta per tutte lo spettro del ventennio fascista, il che giustifica la loro preferenza per un sistema a forte vocazione parlamentare nel quale le prerogative del governo fossero ridotte il più possibile. Questa scelta ha garantito che i successivi decenni di vita politica corressero sui binari della democrazia e del diritto, però ha avuto un’evidente controindicazione: un meccanismo decisionale pesante e farraginoso, che ha reso la politica troppo lenta a soddisfare una domanda crescente di riforme.

A questo inconveniente se ne sommava un altro legato alla legge elettorale, un proporzionale puro che assicurava una rappresentanza ampia della società italiana ma consegnava parlamento e governo in ostaggio a un sistema dei partiti pulviscolare, inchiodando il paese a un’instabilità che gli ha regalato un numero impressionante di governi con una durata media di un anno: altro trade-off – questa volta fra governabilità e rappresentanza – fatalmente associato alla vita di qualsiasi democrazia.

Adesso, davanti alla proposta di semplificare l’iter legislativo limitando quasi per intero alla Camera dei deputati la funzione legislativa (associata a una riforma della legge elettorale che permetterà a un solo partito di governare, ma che non rientra nei quesiti del referendum ed è, peraltro, in corso di modifica) una fetta importante della società italiana riscopre il timore che un parlamento dimidiato e la fine delle coalizioni tra partiti lascino troppo spazio a un governo più efficiente, e perciò stesso più forte.

Va da sé che non si tratta di sottigliezze, e il timore espresso dai sostenitori del “no” va soppesato con molta attenzione. C’è però un aspetto su cui il dibattito tende a sorvolare con troppa disinvoltura, mentre andrebbe considerato con la stessa attenzione: il sistema che il governo vorrebbe riformare non esiste in un vuoto, ma in Europa. L’Italia – paese fondatore – è un membro chiave dell’Unione europea, e l’Unione europea è in un momento della sua storia in cui devono essere prese decisioni vitali per il futuro dei suoi cittadini. Non so se a qualcuno sembreranno dettagli. A me sembra il lato giusto da cui impugnare la questione.

I fascismi degli anni Venti e Trenta nacquero e crebbero sul terreno fertile dell’anarchia internazionale, in un’Europa dominata da stati sovrani in competizione fra loro, senza alcun legame politico o giuridico che non fossero effimere alleanze in vista di questo o quello scopo immediato. L’Europa di oggi è una realtà profondamente diversa. E anche ammettendo che la riforma della costituzione, associata alla nuova legge elettorale, sbilancerebbe in qualche misura l’equilibrio dei poteri su cui si regge la democrazia italiana, immaginare una deriva autoritaria è difficile, se non impossibile, per un paese così robustamente incastonato in una realtà sovranazionale a cui ha già devoluto competenze forti come la politica monetaria.

È strano che di questo non si faccia mai menzione nella diatriba referendaria – o forse non lo è affatto, considerato il modo svagato in cui gli italiani si rapportano da sempre al contesto europeo. Fungendo per i suoi stati membri da esoscheletro istituzionale, l’Unione europea offre una garanzia aggiunta, forse la più certa, alla tenuta delle loro democrazie; lo ha fatto per decenni e lo farà ancor più in futuro, nella misura in cui i suoi poteri verranno accresciuti. È un aspetto da tenere nella debita considerazione se temiamo che una governance più disinvolta al livello nazionale possa mettere a repentaglio le garanzie democratiche: un fattore che – nel dilemma governabilità/garanzie – ci permette di spostare l’accento sulla governabilità e goderne i benefici con un rischio molto più contenuto che in passato.

In verità, neppure con uno sforzo riusciremmo a concepire un’Italia post-democratica disposta a imboccare la strada dell’autarchia: via dall’euro, via dal mercato comune, via da quello che, un tempo, si chiamava in Europa il “consesso delle nazioni”, e che oggi è qualcosa di ben più significativo, di ben più effettivo, e di ben più necessario. Chi trema davanti allo spettro di un nuovo Ventennio può rassicurarsi davanti all’evidenza che non esistono strade alternative all’integrazione europea: né quella autarchica, né quella imperiale, necessario complemento della prima per una nazione che non volesse morire di pura e semplice asfissia economica, ma anche politica, sociale, culturale.

Un’Italia imperialista nel XXI secolo?… Non scherziamo. Piuttosto un’Italia soggetta a qualche imperialismo extra-europeo, costretta a cercarsi un padrone tra USA, Russia e Cina, e sempre alle prese con il mondo arabo e le sue convulsioni.

Qualcuno potrebbe spingere l’immaginazione fino a figurarsi il crollo di un’Unione europea minata dal prevalere di tendenze illiberali e antidemocratiche in questo o quel paese membro, magari a braccetto con l’Ungheria di Orbán e in combutta con la Russia di Putin: una specie di tramonto wagneriano degli dei con tanto di incendio del Walhalla… Ma, allora, meglio adoperarsi perché il progetto europeo non fallisca, e anzi si compia fino in fondo. Non sarebbe un male se gli italiani comprendessero appieno in che misura il destino della loro democrazia è intrecciato a quello dell’Unione: perché di questo si tratta, con o senza riforme costituzionali.

Non sfugge a nessuno – neppure ai più svagati – che il progetto europeo sta attraversando una crisi profonda, forse la più grave dai tempi del suo varo. Se l’Europa ha bisogno di qualcosa è di rimettere la prua sulla rotta dell’unità e tenercela, e per questo serve che i suoi membri più influenti si assumano la responsabilità di un’iniziativa coraggiosa, mettendo mano a un atto rifondativo che dia all’Unione – ma in primo luogo all’Eurozona – la fisionomia compiuta di quella federazione politica che è nata per diventare, se la Dichiarazione Schuman non mentiva.

Come altre volte negli ultimi decenni, i paesi che hanno in mano il destino dell’Unione sono Germania, Francia e Italia. Tra questi l’Italia sta giocando il ruolo più dinamico nel rimettere in cima all’agenda europea la questione dell’integrazione e del suo rilancio: con questo spirito il governo ha indetto le celebrazioni del 60° anniversario dei Trattati di Roma, che ricorrerà il 25 marzo dell’anno prossimo e in occasione del quale i leader dei paesi membri si riuniranno nella capitale italiana. Ha anche manifestato la volontà di fare di quella data un momento di riflessione su come imprimere alla politica europea un nuovo corso. Sarà – dovrà essere – l’opportunità per riprendere in mano il progetto di Spinelli e Monnet.

Il 4 dicembre ognuno voterà secondo coscienza. Ma prima di allora sarebbe bene che gli italiani si convincessero di una cosa: se la ricorrenza del 2017 dovesse rivelarsi l’ennesima occasione perduta, se il processo di integrazione degli stati europei dovesse smarrire completamente la strada e allontanarsi dal suo vero obiettivo – l’unità politica –, allora non sarebbero questa o quella costituzione nazionale, questo o quel sistema elettorale a evitare il collasso delle nostre democrazie. Sarebbe, piuttosto, lo scacco degli stati nazionali di fronte a una globalizzazione che non sono in grado di governare.

È un deficit di governo, molto più che un eccesso, a minacciare oggi la democrazia in Europa. E chi (con dubbio senso di responsabilità) vede nel referendum l’occasione per detronizzare un premier sgradito dovrebbe prima chiedersi a chi gioverebbe ripiombare l’Italia nell’instabilità e nell’irrilevanza, nel momento esatto in cui dovrebbe dare il suo contributo più incisivo al rilancio del progetto europeo.

C’è un solo modo per esorcizzare il timore che un governo nazionale più efficiente possa mettere a rischio la democrazia di un paese dell’Unione: costruire la democrazia europea. Devolvere altre quote di sovranità al Parlamento europeo, rafforzare la capacità di governo dell’Eurozona nei settori più importanti, mentre a livello nazionale si snellisce – come promette di fare in Italia la riforma della costituzione – l’iter legislativo per il recepimento delle direttive comunitarie.

Il 4 dicembre gli italiani si esprimeranno su un quesito importante. Vinca il migliore. Ma nessuno vincerà alcunché se, contestualmente, non sarà fatto il necessario per completare quel processo di integrazione che da sette decenni attende di approdare all’unità federale.

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