Archive | November 2016

CAOS LIBIA/ Trump “regala” all’Italia (se vuole) un nuovo ruolo

La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane e la sconfitta di Sarkozy alle primarie del centro-destra in Francia possono essere viste, tra le altre cose, come dei possibili segnali di cambiamento nella politica estera ed in particolare, in quella mediterranea. In questo contesto, la Libia rappresenta il paese che più ci interessa da vicino e che più può essere considerato la cartina al tornasole degli errori della precedente amministrazione americana e della politica estera francese di Sarkozy.

La partita francese in Libia ha inizio molti anni fa, nel 1881, consueto che dalla stampa italiana di allora venne chiamato “lo schiaffo di Tunisi”. Il governo della Terza Repubblica Francese, con un azione di forza,stabilì il protettorato sulla Tunisia, obiettivo dei propositi coloniali del Regno d’Italia, costringendoci a ripiegare su quello che allora sembrava soltanto “uno scatolone di sabbia”. Salvo, poi, rivelarsi una miniera d’oro nero. nel 1949, dopo la conclusione dell’epoca coloniale italiana, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, col beneplacito della Francia e della Gran Bretagna, che avevano guadagnato il compito di amministrare le tre regioni libiche, decise per l’unità del paese in unostato indipendente e sovrano. Potremmo dire, con sarcasmo, che le potenze internazionali unirono ciò che, molti anni dopo, avrebbero nuovamente diviso.

La missione della NATO in Libia a supporto dei ribelli anti-regime, non è certo una novità, è stata voluta dal governo francese guidato da Sarkozy che, pochi giorni dopo lo scoppio delle rivolte, chiese una riunione urgente al Consiglio di Sicurezza per prendere adeguate misure nei confronti della repressione delle insurrezioni contro Muhammad Gheddafi. Una solerzia riconducibile a motivazioni dettate da meri interessi nazionali piuttosto che da reale volontà di porre fine all’azione messa in atto dal mais. Le elezioni imminenti e la popolarità in drastico calodel presidente, la necessità di allargare la fetta petrolifera d’oltralpe e la volontà di porre fine al “fastidioso”trattato di amicizia cooperazione italo-libico del 2008, sono alcune delle mire di grandeur che hanno spinto la Francia ad agire nello scacchiere libico. Tali obiettivi, qualora l’accaduto dovesse essere confermato, evidentemente valevano molto di più dei 5 miliardi di di dollari che il rais avrebbe “spedito” a Parigi per finanziare la campagna elettorale del futuro capo dell’Eliseo. Gli Stati Uniti, fedeli alla politica del disimpegno mediterraneo del leading from behind, hanno assecondato l’intervento, forse più per pigrizia che per reale convincimento, salvo, poi,  a più di 5 anni di distanza, fare un tardivo mea culpa. Il Presidente americano Barack Obama , in una nota intervista rilasciata al The Atlantic lo scorso marzo, ha definito l’intervento in Libia il più grosso errore della propria politica estera, voluto dagli “opportunisti europei”.

Difficile cercare una maggiore coerenza nell’atteggiamento italiano, ma è certo che abbiamo pagato per condurre una guerra contro i nostri interessi.

Dopo il tentativo fallito di Sarkozy di impossessarsi delle risorse della Libia e l’incapacità di Obama di gestire il dopo Gheddafi, cosa cambierà con Donald Trump? MICHELA MERCURI(Pubblicato il Thu, 24 Nov 2016 06:08:00 GMT)EFFETTO TRUMP/ Donald…

Se l’intervento della “coalizione dei coscritti” del 2011 non ha brillato per coerenza, non si può certo dire che negli anni a seguire le politiche occidentali abbiano intrapreso una strada più lineare. Ancora un “redivivo Obama” mette, nella già citata intervista, di aver troppo confidato negli europei per il follow-up, un termine diplomatico per dire che quei paesi che avevano caldeggiato l’intervento militare, hanno poi colpevolmente lasciato virare la Libia verso il fallimento. Nella polarizzazione del Paese fra Tripoli e Tobruck, che neppure il tardivo sforzo dell’ONU per un governo unitario, è riuscito a mitigare, la Francia ha poi, contravvenuto a tutti gli impegni internazionali. appoggiando il generale Haftar, di fatto principale oppositore della soluzione unitaria. Gli Stati Uniti, invece, hanno preferito restare coerenti con la linea unitaria di Serraj, supportati dall’Italia, che si è impegnata anche con l’invio di un continente medico, oggi, a Misurata per “soccorrere” le milizie fedeli al governo di accordo nazionale, che combattono contro lo stato islamico a sirte.

In questo contesto, se da un lato con l’elezione di Donald Trump e la sua possibile convergenza con l’asse Putin-Al Sisi-Haftar, l’Italia rischia di rimanere fuori dai giochi, dall’altro questa potrebbe essere l’occasione per mettere in risalto il nostro ruolo.

Infatti, per quanto ora la bilancia sembri pendere dalla parte del generale di Tobruck, la stabilità in Libia richiede anche il coinvolgimento degli attori di Tripoli, misurazioni in primis. Da questo punto di vista,  il nostro ruolo e la nostra esperienza nell’area tripolina potrebbero renderci interlocutori forti, molto più dei francesi. Starà a noi riuscire a far vlere la nostra posizione o “regalare” questa opportunità ad altre potenze come, ad esempio, la Gran Bretagna, che sembra aver già messo gli occhi sulla capitale libica.

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A dicembre votare pensando all’Europa

Sembra ormai chiaro che il referendum su cui gli italiani si pronunceranno il 4 dicembre verte essenzialmente sul tema del trade-off tra garanzie istituzionali e governabilità. È un vecchio dilemma comune a tutti gli ordinamenti liberali: l’unico modo per garantire le libertà è limitare il potere del governo, ma un esecutivo con troppi vincoli rende la politica lenta e poco incisiva, cioè inefficiente. Purtroppo ognuno dei due aspetti (garanzia ed efficienza) può essere potenziato solo a scapito dell’altro. Se un piatto della bilancia sale, l’altro scende. Il problema è trovare il punto di equilibrio.

I padri costituenti della repubblica italiana erano dominati dalla volontà di fugare una volta per tutte lo spettro del ventennio fascista, il che giustifica la loro preferenza per un sistema a forte vocazione parlamentare nel quale le prerogative del governo fossero ridotte il più possibile. Questa scelta ha garantito che i successivi decenni di vita politica corressero sui binari della democrazia e del diritto, però ha avuto un’evidente controindicazione: un meccanismo decisionale pesante e farraginoso, che ha reso la politica troppo lenta a soddisfare una domanda crescente di riforme.

A questo inconveniente se ne sommava un altro legato alla legge elettorale, un proporzionale puro che assicurava una rappresentanza ampia della società italiana ma consegnava parlamento e governo in ostaggio a un sistema dei partiti pulviscolare, inchiodando il paese a un’instabilità che gli ha regalato un numero impressionante di governi con una durata media di un anno: altro trade-off – questa volta fra governabilità e rappresentanza – fatalmente associato alla vita di qualsiasi democrazia.

Adesso, davanti alla proposta di semplificare l’iter legislativo limitando quasi per intero alla Camera dei deputati la funzione legislativa (associata a una riforma della legge elettorale che permetterà a un solo partito di governare, ma che non rientra nei quesiti del referendum ed è, peraltro, in corso di modifica) una fetta importante della società italiana riscopre il timore che un parlamento dimidiato e la fine delle coalizioni tra partiti lascino troppo spazio a un governo più efficiente, e perciò stesso più forte.

Va da sé che non si tratta di sottigliezze, e il timore espresso dai sostenitori del “no” va soppesato con molta attenzione. C’è però un aspetto su cui il dibattito tende a sorvolare con troppa disinvoltura, mentre andrebbe considerato con la stessa attenzione: il sistema che il governo vorrebbe riformare non esiste in un vuoto, ma in Europa. L’Italia – paese fondatore – è un membro chiave dell’Unione europea, e l’Unione europea è in un momento della sua storia in cui devono essere prese decisioni vitali per il futuro dei suoi cittadini. Non so se a qualcuno sembreranno dettagli. A me sembra il lato giusto da cui impugnare la questione.

I fascismi degli anni Venti e Trenta nacquero e crebbero sul terreno fertile dell’anarchia internazionale, in un’Europa dominata da stati sovrani in competizione fra loro, senza alcun legame politico o giuridico che non fossero effimere alleanze in vista di questo o quello scopo immediato. L’Europa di oggi è una realtà profondamente diversa. E anche ammettendo che la riforma della costituzione, associata alla nuova legge elettorale, sbilancerebbe in qualche misura l’equilibrio dei poteri su cui si regge la democrazia italiana, immaginare una deriva autoritaria è difficile, se non impossibile, per un paese così robustamente incastonato in una realtà sovranazionale a cui ha già devoluto competenze forti come la politica monetaria.

È strano che di questo non si faccia mai menzione nella diatriba referendaria – o forse non lo è affatto, considerato il modo svagato in cui gli italiani si rapportano da sempre al contesto europeo. Fungendo per i suoi stati membri da esoscheletro istituzionale, l’Unione europea offre una garanzia aggiunta, forse la più certa, alla tenuta delle loro democrazie; lo ha fatto per decenni e lo farà ancor più in futuro, nella misura in cui i suoi poteri verranno accresciuti. È un aspetto da tenere nella debita considerazione se temiamo che una governance più disinvolta al livello nazionale possa mettere a repentaglio le garanzie democratiche: un fattore che – nel dilemma governabilità/garanzie – ci permette di spostare l’accento sulla governabilità e goderne i benefici con un rischio molto più contenuto che in passato.

In verità, neppure con uno sforzo riusciremmo a concepire un’Italia post-democratica disposta a imboccare la strada dell’autarchia: via dall’euro, via dal mercato comune, via da quello che, un tempo, si chiamava in Europa il “consesso delle nazioni”, e che oggi è qualcosa di ben più significativo, di ben più effettivo, e di ben più necessario. Chi trema davanti allo spettro di un nuovo Ventennio può rassicurarsi davanti all’evidenza che non esistono strade alternative all’integrazione europea: né quella autarchica, né quella imperiale, necessario complemento della prima per una nazione che non volesse morire di pura e semplice asfissia economica, ma anche politica, sociale, culturale.

Un’Italia imperialista nel XXI secolo?… Non scherziamo. Piuttosto un’Italia soggetta a qualche imperialismo extra-europeo, costretta a cercarsi un padrone tra USA, Russia e Cina, e sempre alle prese con il mondo arabo e le sue convulsioni.

Qualcuno potrebbe spingere l’immaginazione fino a figurarsi il crollo di un’Unione europea minata dal prevalere di tendenze illiberali e antidemocratiche in questo o quel paese membro, magari a braccetto con l’Ungheria di Orbán e in combutta con la Russia di Putin: una specie di tramonto wagneriano degli dei con tanto di incendio del Walhalla… Ma, allora, meglio adoperarsi perché il progetto europeo non fallisca, e anzi si compia fino in fondo. Non sarebbe un male se gli italiani comprendessero appieno in che misura il destino della loro democrazia è intrecciato a quello dell’Unione: perché di questo si tratta, con o senza riforme costituzionali.

Non sfugge a nessuno – neppure ai più svagati – che il progetto europeo sta attraversando una crisi profonda, forse la più grave dai tempi del suo varo. Se l’Europa ha bisogno di qualcosa è di rimettere la prua sulla rotta dell’unità e tenercela, e per questo serve che i suoi membri più influenti si assumano la responsabilità di un’iniziativa coraggiosa, mettendo mano a un atto rifondativo che dia all’Unione – ma in primo luogo all’Eurozona – la fisionomia compiuta di quella federazione politica che è nata per diventare, se la Dichiarazione Schuman non mentiva.

Come altre volte negli ultimi decenni, i paesi che hanno in mano il destino dell’Unione sono Germania, Francia e Italia. Tra questi l’Italia sta giocando il ruolo più dinamico nel rimettere in cima all’agenda europea la questione dell’integrazione e del suo rilancio: con questo spirito il governo ha indetto le celebrazioni del 60° anniversario dei Trattati di Roma, che ricorrerà il 25 marzo dell’anno prossimo e in occasione del quale i leader dei paesi membri si riuniranno nella capitale italiana. Ha anche manifestato la volontà di fare di quella data un momento di riflessione su come imprimere alla politica europea un nuovo corso. Sarà – dovrà essere – l’opportunità per riprendere in mano il progetto di Spinelli e Monnet.

Il 4 dicembre ognuno voterà secondo coscienza. Ma prima di allora sarebbe bene che gli italiani si convincessero di una cosa: se la ricorrenza del 2017 dovesse rivelarsi l’ennesima occasione perduta, se il processo di integrazione degli stati europei dovesse smarrire completamente la strada e allontanarsi dal suo vero obiettivo – l’unità politica –, allora non sarebbero questa o quella costituzione nazionale, questo o quel sistema elettorale a evitare il collasso delle nostre democrazie. Sarebbe, piuttosto, lo scacco degli stati nazionali di fronte a una globalizzazione che non sono in grado di governare.

È un deficit di governo, molto più che un eccesso, a minacciare oggi la democrazia in Europa. E chi (con dubbio senso di responsabilità) vede nel referendum l’occasione per detronizzare un premier sgradito dovrebbe prima chiedersi a chi gioverebbe ripiombare l’Italia nell’instabilità e nell’irrilevanza, nel momento esatto in cui dovrebbe dare il suo contributo più incisivo al rilancio del progetto europeo.

C’è un solo modo per esorcizzare il timore che un governo nazionale più efficiente possa mettere a rischio la democrazia di un paese dell’Unione: costruire la democrazia europea. Devolvere altre quote di sovranità al Parlamento europeo, rafforzare la capacità di governo dell’Eurozona nei settori più importanti, mentre a livello nazionale si snellisce – come promette di fare in Italia la riforma della costituzione – l’iter legislativo per il recepimento delle direttive comunitarie.

Il 4 dicembre gli italiani si esprimeranno su un quesito importante. Vinca il migliore. Ma nessuno vincerà alcunché se, contestualmente, non sarà fatto il necessario per completare quel processo di integrazione che da sette decenni attende di approdare all’unità federale.

Cose turche e cose europee

È almeno dagli anni Sessanta che esiste una “questione turca”, relativa ai rapporti della Turchia con le istituzioni europee, ma è dai primi anni Duemila che la questione si è trasformata in un dilemma vero e proprio, quando l’Unione europea, pressata dagli Stati Uniti, si è lasciata andare a una promessa di adesione che non poteva mantenere. Se esiste il libro degli errori storici, questo vi sarà debitamente annotato.

Che la Turchia non possa diventare un membro dell’Unione è cosa che riesce chiara ai più. Né culturalmente, né storicamente è mai stata europea, e, come sappiamo fin troppo bene, il cammino che deve fare per avvicinarsi al modello democratico-liberale è ancora lungo. Sarebbe ingenuo pensare che l’UE resterebbe se stessa incorporando uno Stato così “altro” che in più diverrebbe, sul piano demografico, il più importante dei suoi membri dopo la Germania, e questo è un problema che gli europei devono porsi: se l’Europa vuol essere “qualcosa”, non potrà essere “qualsiasi cosa”. L’identità ha un prezzo, o più semplicemente una sua logica.

Inoltre, un’adesione della Turchia all’Unione europea non è realmente necessaria. Quello che davvero è necessario è che l’Europa riesca a esercitare su di essa un’influenza moderatrice e riformatrice (in senso appunto democratico-liberale) ma per questo si può ricorrere ad altre forme di associazione che non siano l’ingresso a pieno titolo. Il caso è analogo a quello dell’Ucraina, altro Stato-cerniera che l’Europa ha buone ragioni per non inglobare e ragioni altrettanto buone per non abbandonare a se stesso.

In effetti il destino della Turchia deve ancora giocarsi, in bilico com’è tra Occidente e mondo musulmano e sempre a rischio di derive autoritarie o fondamentaliste, o di tutt’e due. Per questa ragione l’Europa non può lavarsene le mani, ma dovrebbe fare il possibile per instaurare con essa una relazione pacifica e costruttiva. Dal momento che i vicini non si scelgono, e in ogni caso dovrà essere un corpo a corpo, che sia un abbraccio piuttosto che una zuffa.

Ma la soluzione vera del dilemma sarebbe ancora un’altra. Se l’Europa ha lasciato irrisolti i propri rapporti con il vicino turco ed è stata così goffa nel gestirli è perché essa stessa è qualcosa di irrisolto, non avendo mai deciso se restare un’associazione fra Stati sovrani (che peraltro non è più a tutti gli effetti) o completare la propria evoluzione in una federazione di Stati (che ancora non è). Dieci anni fa ha optato per l’allargamento, portando il numero dei suoi membri a 25 e poi a 28, ma lo ha fatto con una specie di cattiva coscienza, consapevole che in realtà la mossa giusta da fare era – prima o piuttosto – l’approfondimento istituzionale al suo interno.

Se all’epoca i governi europei avessero avuto a cuore gli interessi dei loro cittadini piuttosto che dei cittadini (poniamo) americani, probabilmente questa è la politica a cui avremmo assistito. Gli Stati membri disposti a farlo si sarebbero maggiormente integrati, dando vita a un’unione federale dentro l’Unione confederale, composta dagli Stati che avrebbero preferito rinviare l’adesione, e l’Unione a due velocità che ne sarebbe risultata avrebbe sciolto il rebus degli Stati che l’Europa non può inglobare ma che non può neppure respingere. Si pensi ad esempio alla Gran Bretagna, che a quel punto non avrebbe avuto nessun bisogno di uscire dall’UE per andarsene chissà dove, a fare chissà che.

Perfino l’opzione di un’adesione turca sarebbe forse tornata nell’ambito del concepibile, e in ogni caso non c’è dubbio che un’Europa federata, promossa al rango di soggetto politico e di vera potenza regionale, avrebbe avuto miglior gioco nell’esercitare sul governo turco l’influenza necessaria a garantirne un’evoluzione in senso democratico.

Invece i governi europei, che sono e restano i padroni dell’Europa, hanno scelto di non scegliere scegliendo così, come capita, il peggio: hanno illuso la Turchia sulla possibilità di un’adesione effettiva all’Unione, per poi tirarsi indietro e dare inizio a un balletto politico-diplomatico che doveva portare il governo turco e i suoi cittadini all’esasperazione. Forse Bush senior avrebbe saputo concepire una politica più rozza: ma ne dubito.

Le conseguenze le vediamo ormai quotidianamente: una Turchia fuori controllo, sempre più distante dal modello democratico e sempre più vicina a quello di una dittatura islamica, che si sottrae con spavalderia crescente alle sollecitazioni dell’Unione europea in tema di diritti e democrazia, e dall’altra parte un’Unione indebolita dalle proprie divisioni interne e dalla propria cattiva coscienza che presta il fianco a recriminazioni e ricatti. E questo è l’ultimo frutto avvelenato, in ordine di tempo, che l’Europa intergovernativa ha regalato ai propri cittadini.

Come forse si sarà notato, mi sono imposto di usare il condizionale presente ogni volta che – alla luce degli ultimi sviluppi – sembrava più naturale usare il passato: “sarebbe stato meglio” invece di “sarebbe meglio”… È perché non mi rassegno all’idea che i giochi siano fatti, e che l’Europa abbia perduto la sua ennesima partita politica. La verità è che c’è ancora tempo: tempo perché l’Unione si dia un’identità precisa e faccia chiarezza, così, nei suoi rapporti con i propri vicini e con il resto del mondo; tempo perché la Turchia rientri – o sia ricondotta – sul sentiero della democrazia.

Ma quel tempo dovrà essere riempito dalla migliore politica che l’Europa è in grado di esprimere: a cominciare dalla decisione di darsi un governo federale, con un’unica politica estera e un esercito comune. Altrimenti a questo frutto velenoso ne seguiranno molti altri, l’instabilità politica ed economica dentro e fuori i confini dell’Europa non farà che accrescersi e il prezzo che gli europei dovranno pagare sarà più alto di quanto, probabilmente, oggi riescano a immaginare.

CAMBIARE LA COSTITUZIONE LE RAGIONI DEL NO DI DOMENICO GALLO

1. Non una revisione, una sostituzione.
Dalla semplice lettura del titolo: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione” ci rendiamo conto che la riforma che il popolo italiano sarà chiamato ad approvare o a rifiutare con il referendum prossimo venturo non è una semplice legge di revisione della Costituzione. Si tratta di un intervento che modifica o sostituisce ben 47 articoli, oltre un terzo dell’intero corpo normativo, realizzando in questo modo la sostituzione dell’ordinamento democratico previsto dalla Costituzione del 48 con un altro ordinamento, ispirato a principi e ragioni affatto differenti da quelle che avevano guidato i padri costituenti. Si tratta, pertanto, di un progetto ambizioso simile a quello che in Francia nel 1958 determinò il passaggio dalla IV alla V Repubblica con la riforma De Gaulle.

2. Un metodo inaccettabile: la Costituzione di minoranza.
La prima critica che si deve muovere alla riforma costituzionale concerne il metodo con cui è stata approvata. La Costituzione della Repubblica italiana fu approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli e 62 contrari. I deputati dell’Assemblea costituente furono eletti con sistema proporzionale, rappresentavano tutte le componenti politiche sociali e culturali presenti nel popolo italiano e vararono la Costituzione con un accordo quasi unanime. Si trattava di edificare le mura della casa comune per unire il popolo italiano e trasformarlo in una comunità politica unita da un destino comune. La nuova Costituzione fu scritta ad iniziativa e ad impulso esclusivamente del Parlamento, senza che il Governo potesse mettervi becco. Quando l’Assemblea Costituente discuteva del progetto della Costituzione i banchi del Governo rimanevano vuoti. Tutto il contrario di quello che è successo quest’anno con l’approvazione della revisione costituzionale. Quando il capo del Governo si è presentato in Parlamento l’11 aprile per concludere la discussione finale sulla sua nuova Costituzione, i banchi del Parlamento erano vuoti, mentre il banco del Governo era strapieno. Questo dovrebbe far riflettere sulla totale delegittimazione politica del percorso che ha portato una maggioranza risicata, frutto di un Parlamento eletto con una legge maggioritaria dichiarata incostituzionale (Corte Cost. sentenza n.1/2014), ad approvare sotto dettatura dell’esecutivo la più pesante riforma della Costituzione della storia repubblicana.

3. La Costituzione è un bene comune: non appartiene ad un partito o ad un Governo
La riforma della Costituzione dovrebbe fiorire da un dibattito collettivo, aperto e condiviso perché in essa sono scolpite le basi della convivenza civile. Le Costituzioni si modificano infatti con assemblee costituenti, in ogni caso con Parlamentari eletti con sistemi proporzionali a seguito della più ampia condivisione tra le forze politiche. Le Costituzioni sono fatte per unire un popolo, per questo non possono essere imposte da una fazione politica.
La Costituzione italiana ha unito il popolo italiano costituendolo in comunità politica che si riconosce in un destino comune. Quel destino che i padri costituenti vollero garantire alle generazioni future, ancorandolo ad una serie di beni pubblici repubblicani, quali: l’eguaglianza, la pace, il pluralismo, l’istruzione, la solidarietà sociale, la salubrità dell’ambiente, la dignità del lavoro, che sono tutt’ora di straordinaria attualità anche se da molti anni languono nei palazzi della politica, quando non sono apertamente ripudiati. Grazie alla Costituzione, il popolo italiano è rimasto unito anche quando si sono verificate drammatiche rotture storiche, come la guerra fredda. E’ la Costituzione che ha impedito che la guerra fredda ci trascinasse nella tragedia della guerra civile, com’è avvenuto in altri Paesi. E’ la Costituzione che, attraverso l’indipendenza della magistratura, ci ha salvato da sbocchi autoritari ed ha tenuto unito il popolo italiano nelle drammatiche contingenze della strategia della tensione e del terrorismo. Adesso che, per le vicende della globalizzazione e delle crisi politiche del dopo 89, si sono sfaldate le grandi organizzazioni di coesione sociale, come i sindacati, i partiti e le associazioni di massa, nella società liquida in cui l’individualismo imposto dal mercato trionfa, la Costituzione è l’unico baluardo che mantiene l’unità del popolo italiano, che ci consente di essere ancora un comunità politica unita da un destino comune in cui tutti possiamo riconoscerci.

4. Le patologie istituzionali: quelle reali… e quelle immaginarie!
Per le ragioni che abbiamo detto, se la nuova Costituzione sarà confermata dal referendum, le istituzioni non saranno più la casa comune del popolo italiano. In effetti già adesso non godono di buona salute, perchè le leggi elettorali hanno prosciugato i canali di collegamento fra il Parlamento e la società, fra la società civile e la società politica, che si è resa autonoma dal popolo sovrano ed è diventata autoreferenziale attraverso la manomissione dei meccanismi della rappresentanza politica. Una crisi profonda testimoniata, a tacer d’altro, dalla totale perdita di fiducia degli italiani nei partiti politici (3%) e nel Parlamento (8%), tanto che nel linguaggio corrente la rappresentanza politica viene percepita come una casta. Solo che per curare la malattia ci viene proposto di uccidere il malato. La cura suggerita con questa riforma è peggiore del male. La ricetta proposta è sbagliata perché è rivolta a risolvere delle patologie immaginarie.

5. Il convitato di pietra: la riforma elettorale.
Sebbene taciuto, in realtà esiste un legame inestricabile fra la riforma elettorale e quella costituzionale, l’una sorregge e giustifica l’altra e viceversa, e tutte e due insieme concorrono a delineare il nuovo volto della democrazia italiana che verrà fuori dal processo delle riforme.
Anzi la riforma costituzionale è tributaria della riforma elettorale, costituisce un adattamento della Costituzione formale alle esigenze imposte dal nuovo sistema elettorale, sciogliendo dei nodi altrimenti inestricabili. A questo punto dobbiamo chiederci: a cosa servono le elezioni.
La democrazia – scriveva Schumpeter nel suo saggio del 1942, Capitalismo, socialismo e democrazia – è “lo strumento per giungere a decisioni politiche , in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”.
Secondo questa concezione, la vera funzione del voto è quella di consentire ai cittadini di scegliersi un governo “direttamente o attraverso un corpo intermedio che a sua volta genererà un esecutivo”. Ciò che davvero conta è che dalle elezioni emerga l’indicazione chiara ed univoca di un Governo e del suo capo. Insomma la democrazia, secondo questa concezione che oggi è ritornata in voga, si risolve nel diritto dei cittadini di scegliere da chi vogliono essere comandati. La riforma elettorale, italicum, è perfettamente coerente con questa visione. Il giorno stesso del voto sapremo a quali individui è stato conferito il potere di prendere le decisioni politiche ed è irrilevante che siano prescelti da una minoranza di elettori. Non è questa la democrazia che i padri costituenti avevano promesso al popolo italiano quando scrivevano che la sovranità spetta al popolo e che tutti i cittadini hanno diritto di concorrere a determinare la politica nazionale. Nella loro ingenuità pensavano che il popolo dovesse contare veramente qualcosa.
Se questa è la concezione della democrazia che emerge dalla riforma elettorale, allora è evidente che la Costituzione formale deve essere modificata per raccordarla a questo sistema.
La prima cosa che si deve eliminare è che ci siano due Camere legislative elette direttamente dal popolo. Non possiamo più permettercelo, perché nessuna alchimia elettorale può garantirci che gli elettori investiranno del potere di governare lo stesso gruppo di individui sia alla Camera che al Senato. Col sistema proporzionale per oltre 40 anni ci sono state maggioranze omogenee sia alla Camera che al Senato, però se si taroccano i risultati del voto non possiamo più aspettarci che ci sia omogeneità politica. Poiché il premio di maggioranza si vince o si perde anche per un solo voto, avere due Camere elettive sarebbe un azzardo che potrebbe portare all’ingovernabilità più assoluta se il premio venisse assegnato alla Camera dei Deputati ad una lista ed al Senato ad un’altra lista concorrente. Questo spiega perché l’abolizione del Senato elettivo venga considerato – dai sostenitori delle ragioni del si – una risposta efficace ad una emergenza istituzionale. Dove sta l’emergenza? E’ tutta qui, se si vuole la democrazia dell’investitura, il Parlamento non può essere diviso in due Camere politiche, bisogna assolutamente eliminare una Camera elettiva.

6. I limiti del bicameralismo perfetto: alibi per una controriforma
Da oltre vent’anni in Italia si punta il dito sull’anomalia rappresentata da un sistema legislativo incentrato su due Camere che hanno uguali competenze e che comportano una duplicazione del procedimento legislativo. Tuttavia le statistiche parlamentari – disponibili online sul sito del Senato – smentiscono radicalmente coloro che si strappano le vesti sulla lunghezza dei tempi di approvazione delle leggi. Nella legislatura 2008-2013 le leggi di iniziativa del governo, che assorbono in massima parte la produzione legislativa, sono arrivate alla approvazione definitiva mediamente in 116 giorni. Addirittura, per le leggi di conversione dei decreti legge sono bastati 38 giorni, che scendono a 26 per la conversione dei decreti collegati alla manovra finanziaria. E’ singolare che si elimini il Senato, corpo politico elettivo di rappresentanti dei cittadini, per inventare un preteso Senato rappresentativo delle istituzioni territoriali, proprio quando si è esaurito il ciclo espansivo dei regionalismo e si prevede di ricondurre allo Stato centrale competenze che, troppo superficialmente sono state assegnate alle Regioni con la riforma del titolo V del 2001.

7. Ridurre i poteri delle Regioni.
Uno degli obiettivi della riforma costituzionale – decantato nella propaganda del si – è proprio quello di ridurre i poteri delle Regioni, alle quali vengono sottratte competenze tipicamente regionali come il controllo del territorio e la possibilità di partecipare ai processi decisionali nelle questioni che riguardano la produzione e la distribuzione dell’energia e le grandi opere, attività che incidono profondamente sulla salubrità dell’ambiente, sull’economia e sulle condizioni di vita delle popolazioni locali.
La riforma mette in mutande le Regioni spogliandole della loro autonomia legislativa e trasformandole in Enti sostanzialmente amministrativi come le Province. In pratica la riforma cerca di introdurre in Costituzione alcuni principi contenuti nella legge sblocca Italia che prevedono l’esclusione delle Regioni dai processi decisionali in materia energetica ed infrastrutturale, che la Corte costituzionale ha bocciato per violazione degli artt. 117 e 118 Cost. Infatti con la sentenza n. 7/2016, la Corte ha dichiarato:
1) l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi 2 e 4, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 11 novembre 2014, n. 164, nella parte in cui non prevede che l’approvazione dei relativi progetti avvenga d’intesa con la Regione interessata;
2) l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 10-bis, del d.l. n. 133 del 2014, nella parte in cui non prevede che l’approvazione del Piano di ammodernamento dell’infrastruttura ferroviaria avvenga d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni;
3) l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 11, del d.l. n. 133 del 2014, nella parte in cui, ai fini dell’approvazione, non prevede il parere della Regione sui contratti di programma tra l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) e i gestori degli scali aeroportuali di interesse nazionale.
Come se non bastasse, con l’introduzione della “clausola di supremazia”, che alcuni giuristi hanno qualificato come “clausola vampiro” il Governo si riserva il potere di intervenire anche nelle materie riservate alla competenza esclusiva delle Regioni.

8. Gli obiettivi della riforma: il premierato assoluto
Nessuno si oppone, pertanto, ad un’opera di manutenzione della Costituzione che possa rimediare agli inconvenienti del bicameralismo perfetto, ma la grande riforma Renzi/Boschi non interviene sulle inefficienze del bicameralismo. Essa persegue un altro obiettivo: quello di aggredire la centralità del Parlamento, cominciando ad eliminare una Camera ed assoggettando l’altra, eletta con metodo supermaggioritario, alla supremazia del Governo, che, essendo già padrone della maggioranza parlamentare, con la riforma, imponendo l’approvazione delle leggi a data fissa, nel termine di 70 giorni, si impadronisce dell’agenda dei lavori parlamentari.
In questo modo viene appannata la distinzione fra potere legislativo e potere esecutivo, dal momento che il capo del partito politico “vincitore” delle elezioni, è a capo del potere esecutivo e controlla la maggioranza parlamentare, da lui stesso creata. A questo capo di partito che esercita un potere di fatto quasi senza limiti possono opporre solo un debole argine le istituzioni di garanzia, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale. Attraverso le riforme, viene consolidato il passaggio da una democrazia rappresentativa, fondata sulla centralità del Parlamento, ad una democrazia dell’investitura, fondata sulla prevalenza dell’Esecutivo sul Parlamento e del governo centrale sulle autonomie regionali. Il risultato finale è quello di instaurare una sorta di Premierato assoluto.

Roma, 27 ottobre 2016
Domenico Gallo

“NOI DICIAMO”… E CONTINUEREMO CON ANCOR PIU’ DETERMINAZIONE A DIRE. Francesco Pallante

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Ratificata dal Governo la data in cui si dovrà tenere il referendum sulla revisione costituzionale – è superfluo ricordare che dal punto di vista sostanziale sono stati ”i sondaggisti” a stabilirla in virtù di un calcolo dei tempi necessari a spostare il maggior numero possibile di voti dalla parte del Sì – a questo punto non sarà più possibile sbagliare. Ogni errore potrebbe comportare uno spostamento degli equilibri, anche perché il margine tra le due posizioni si sta assottigliando, la campagna referendaria orchestrata dal presidente del Consiglio presenta in termini organizzativi delle cifre imponenti e, soprattutto, il numero dei votanti ancora indecisi è elevato e sarà determinante nel raggiungimento del risultato finale.

In questo scenario, per conseguire l’obiettivo primario che è quello di salvare la Carta Costituzionale da questa inconcepibile deformazione, non è più sufficiente confidare nel fatto che il dialogo ed una politica del ragionamento saranno sufficienti per convincere i cittadini a respingere il quesito referendario, ma sarà necessario -purtroppo- mettere da parte ogni forma di ‘galanteria istituzionale’. Pertanto il dibattito che si andrà a sviluppare nei prossimi due mesi dovrà essere affrontato con un piglio diverso e dovrà essere abbandonata quella non troppo celata convinzione, oggi esistente, di poter raggiungere senza particolari affanni la vittoria.

E’ forte la sensazione che la validità delle argomentazioni sostanziali contrarie alla riforma, abbiano alimentato inconsciamente nel fronte del No un senso di sicurezza che ha avuto come effetto quello di impostare, sotto il profilo comunicativo, una campagna referendaria basata su schemi desueti, che non sono in grado di contrastare l’aggressività verbale e gli slogan governativi che diverranno, in un crescendo, sempre più invasivi.

Come risulta francamente improduttivo soffermarsi ancora nella valutazione e censura della strategia avversaria ed evidenziare la violazione sistematica delle regole del confronto e la costante disinformazione messa in atto dal Governo. Non resta che prenderne atto e sarà così fino al giorno del silenzio elettorale.

A questa situazione e contro chi ha come disegno quello di comprimere gli spazi democratici, bisognerà resistere con ancora più forza e determinazione. Rispetto a questo passaggio referendario si percepisce un rilevante interesse dei cittadini, che si sostanzia sia nel capire affondo quali saranno i cambiamenti della Carta Costituzionale, sia nel non assumere una posizione sostanzialmente di indifferenza rispetto ad un momento politico-istituzionale di fondamentale importanza. Ma, al contempo, è altrettanto immediata e netta la percezione dell’esistenza di un consistente nucleo di elettori assolutamente disorientato, che dovrà essere intercettato, prima che lo stesso venga adulato e convinto dalle promesse provenienti dagli abili comunicatori arruolati dal comitato per il Sì.

Ed è proprio a tal fine che sarà necessario ricalibrare le modalità di comunicazione e sfruttare sia quei pochi spazi che verranno concessi dai media, sia competenze e professionalità, individuando e selezionando all’interno dei vari comitati contrari alla riforma, autorevoli figure, siano essi accademici, giornalisti, professionisti, che non solo siano in grado di rappresentare o, meglio, sintetizzare in termini chiari le ragioni di merito per le quali la revisione costituzionale è destinata a non portare quei miglioramenti al sistema tanto sbandierati, ma che, soprattutto, siano dotati di grandi capacità comunicative, affinché nelle occasioni di confronto ad elevata visibilità mediatica (saranno numerosi nelle prossime settimane i dibattiti televisivi), si possa riuscire a contrastare in maniera efficace la facile demagogia, le menzogne e le camuffate e impercettibili inesattezze cui fanno continuamente ricorso gli agguerriti e ben indottrinati esponenti del Sì.

Il Circolo di Messina di Libertà e Giustizia in questa campagna referendaria ha assunto un ruolo attivo, organizzando un primo dibattito – tenutosi giovedì 15 settembre 2016 presso la saletta delle conferenze della libreria “La Feltrinelli di Messina – incentrato non solo sull’esposizione delle ragioni del No, ma che è stato aperto al confronto ed all’ascolto anche delle argomentazioni di chi si dichiara favorevole alla riforma, nella speranza che l’approccio al voto sia il più possibile ragionato e sia munito di quel necessario grado di consapevolezza.

L’incontro non è stato modulato secondo la forma della conversazione politica, ma è stato strutturato in una prospettiva di analisi più rigorosa e funzionalmente destinata a evidenziare i profili tecnici della riforma, che sono stati sapientemente esposti da due studiosi di Diritto Costituzionale, il professor Luigi D’Andrea, ordinario presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Messina e il professor Francesco Pallante, docente associato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino.

Particolarmente interessante è stato l’intervento di D’Andrea, cui va il duplice plauso di aver accettato l’invito a confrontarsi su un tema che, nel suo progredire, sarebbe potuto divenire insidioso, anche in virtù della posizione di minoranza rivestita in seno al dibattito, e di aver espresso il proprio convincimento, favorevole alla revisione, sviluppando un ragionamento esclusivamente basato su ragioni teoriche e scientifiche.

Il costituzionalista dell’Università degli Studi di Messina, senza alcuna divagazione o inutili giri di parole, pur riconoscendo che le nuove disposizioni costituzionali dal punto di vista della loro formulazione appaiono deboli, ha affrontato e indicato nel merito i motivi per i quali il nuovo sistema, seppur con alcune correzioni, potrebbe essere “trapiantato” senza alcun rigetto all’interno della nostra Carta.

Alla voce di Luigi D’Andrea ha fatto da contraltare l’ intervento di Francesco Pallante il quale -attraverso la rappresentazione di argomentazioni particolarmente incisive e di difficile confutabilità che hanno riempito ampi spazi del dibattito – ha descritto quali saranno i possibili effetti negativi sul sistema che, con ogni probabilità, discenderanno dalla legge di revisione costituzionale laddove questa dovesse superare il vaglio referendario. Sono state, altresì, indicate le criticità presenti nella struttura della nuova legge elettorale dalla cui applicazione, secondo il docente torinese, deriverà una inevitabile compressione degli spazi di rappresentatività democratica.

Gran parte degli interessanti spunti offerti da Pallante durante l’incontro del 15 settembre, si possono ritrovare nel libro edito da Laterza, scritto dal costituzionalista dell’Università di Torino insieme a Gustavo Zagrebelsky, dal titolo “Loro diranno, Noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali”.

Siamo in presenza un saggio che costituisce un ottimo strumento di conoscenza e che conduce il lettore lungo un percorso analitico attraverso il quale è possibile conoscere appieno le ragioni per opporsi a questa riforma. Al contempo, si contraddistingue per essere un testo accessibile anche ai non operatori del diritto ed i cui principali elementi caratterizzanti si individuano nel rigore delle argomentazioni, con cui gli autori efficacemente rappresentano le ragioni del No, censurando in maniera decisamente tranciante le motivazioni addotte dal legislatore a sostegno della revisione.

Questo rigore nell’argomentare non si rinviene solo nella prima parte contenente la critica della ratio politico-istituzionale che ha guidato il legislatore, ma si ritrova anche nei successivi passaggi, ove in maniera puntuale, tramite precisi riferimenti alle norme presenti nei regolamenti parlamentari, gli autori denunciano le violazioni procedurali e le forzature compiute durante l’iter parlamentare di formazione della legge costituzionale.

Inoltre, nel nucleo centrale del saggio si trova una accurata valutazione delle nuove disposizioni costituzionali, accompagnata da una particolareggiata spiegazione del perché gli obiettivi perseguiti dai riformatori – individuati in una maggiore efficienza e velocità del procedimento legislativo associate ad una presunta riduzione dei costi di gestione – con queste modifiche e con questo nuovo sistema, in concreto, non saranno raggiungibili.

La completezza e la validità di questo scritto, tuttavia, non sono date solo dalla critica ragionata al nuovo progetto di costituzione, ma derivano anche dalla capacità propositiva degli autori, la cui posizione è di chiusura solo rispetto alla riforma sostenuta dall’attuale governo, ma non a una futura revisione della Carta, che dovrà essere necessariamente il frutto di una reale concertazione e condivisione tra tutte le forze politiche sia nel metodo che nelle finalità.

In tal senso risulta di assoluto interesse il capitolo in cui il professor Zagrebelsky evidenzia al ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento, i possibili correttivi che sarebbe necessario apportare, proponendo un modello costituzionale alternativo che, nell’ottica di un superamento del bicameralismo perfetto, possa risolvere “i problemi di convivenza delle due Camere”.

Perche sui barconi non arrivano “questi”?

Maurizio Blondet 26 luglio 2015 55
“Caro Blondet, la foto che allego è di guerriglieri del Sud Sudan nella prima guerra di indipendenza. Individui in zona di guerra e di carestia hanno questo aspetto. Delle foto scattate questa è l’unica rimasta non cancellata dalle muffe tropicali.

I guerriglieri mi avevano pregato di non pubblicarle per non fare vedere agli Arabi del Nord Sudan in che condizioni fossero. Infatti, ho fatto vedere solo foto di guerriglieri piuttosto in carne, almeno all’epoca degli scatti.

Mangiavamo al giorno una ciotola di manioca, o di durra, provenienti dall’Uganda, condita con una sugo di arachidi al peperoncino rosso. Mai insalata e verdura e carne. I pochi appezzamenti coltivati venivano individuali dai soldati del Nord e bruciati dagli elicotteri sovietici col napalm.

Io integravo la mia alimentazione con un po’ di latte in polvere e con ottima carne in scatola della Nuova Zelanda, (che ricordavo come la stessa che ci davano i Polacchi dopo il passaggio del fronte nelle Marche), che spartivo con i due ufficiali del mio gruppo.

Oggi, osservo che i fuggitivi dalle guerre e dalla carestie (quali guerre e quali carestie? non ce lo dicono) sono in carne, come lo sono i bambini che salviamo.

Pure al mio amico Tullio Moneta, alto ufficiale del 5 Commando anglosassone in Congo contro i Simba, e successivamente nell’intelligence sudafricana e occidentale anticomunista, operante per cinquanta anni in tutto il territorio africano, nei Balcani, in Medio Oriente, Afghanistan, eccetera, l’aspetto dei clandestini appare piuttosto sospetto.

Sono troppo in carne. Per cui pensa, come lo penso io, che gatta ci cova. Forse molti di questi Africani già stavano il Libia all’epoca di Gheddafi.

Altri ci arrivano oggi, sapendo per passaparola che in Italia si è accolti bene e si mangia a sbafo. Li stiamo ingannando. Da giovane sentivo la parola d’ordine “l’Africa agli africani”, e “ora dateci con una mano ciò che ci avete rubato con l’altra”. Hanno avuto indipendenza e aiuti. Purtroppo la democrazia non si esporta e la formazione di una classe dirigente non la si inventa a tavolino.

Lo sapeva bene John Garang, che non ho conosciuto, ma Tullio Moneta sì, che avrebbe voluto un Sud Sudan confederato con il Nord, in quanto il Sud non era pronto ad avere una benché minima forma di amministrazione. Perciò è stato fatto fuori con un attentato all’elicottero che lo riportava nel Sud dall’Uganda. Abbiamo creato miti come Mandela, astutissimo nell’abbandonare il potere per non fare la fine di un Nyerere o, peggio, di un Mugabe, per diventare così padre della patria. Ma, delle carneficine di immigrati dello Zimbabwe da parte dei neri sudafricani non si parla. Delle ricchezze accumulate da Zuma e dai nipoti di Mandela e da un altro milione di neri sudafricani, mentre tutti gli altri neri sono nell’indigenza, non si parla.

Abbiamo sbagliato a dare l’indipendenza a quelle popolazioni tribali senza prima pensare a formare una classe politica e amministrativa.

Me ne accorsi in Congo, all’epoca della ribellione Simba: avevamo dato l’indipendenza a povera gente incapace di gestirsi oltre la visione tribale. Quindi, pronta a cadere in mano ad astuti opportunisti, ladri e sanguinari.

Lo stesso sta avvenendo nel Sud Sudan indipendente: la fazione Dinka contro la fazione Nuer, per prendere i potere e i proventi del petrolio. I miei amici Ferdinando Goi, Joseph Oduho, padre Saturnino Lohure, e il carissimo capitano Manasse Atot, che mi salvò la vita portandomi a spalla per chilometri, sono morti invano… E, ciò che è peggio, noi Occidentali siamo incapaci di rimanere un faro verso cui indirizzare le popolazioni del pianeta bisognose di aiuto.

Esiste qualcuno che riesce a spiegare cosa nasconde effettivamente questo esodo africano e musulmano verso l’Italia?

La gente comune sta mordendo il freno e non vorrei che il branco scaricasse la rabbia su immigrati, mentre la responsabilità è di questa politica inetta e sottomessa.

Cordialmente, Giorgio Rapanelli.

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Sono piuttosto in carne

Adesso, caro Maurizio, siamo nel bel mezzo di una guerra sotterranea, non dichiarata, ma esistente. Leggo sul Foglio di Ferrata una articolo in apertura di Giulio Meotti dal titolo “Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale.

Arriva la dittatura morbida della gay colture”.

Siamo all’inizio di una Grande Persecuzione. A cosa serve la proposta di legge Scalfarotto? A tapparci la bocca.

Io sono alla base della gente e ascolto ogni giorno la disperazione della gente, che non ci capisce più nulla. Ma, lei, che è in ambienti di cerniera, può aiutare a trovare una strada, a svelare qualcosa di nascosto?

Caro Maurizio, ho l’impressione che stiamo sulla piana di Armagedon. Ciò che avveniva in Alto, adesso si è sposato in Basso. Non siamo più alla Rivoluzione Protestante, né al Nazismo. Siamo a qualcosa di troppo esteso. Toccherà a noi bere l’amaro calice che ci siamo preparati. Va bene, siamo in ballo e balliamo.

Sa quale è lo stato d’animo che porta quella povera gente sui barconi, rischiando la vita? E’ il fatalismo. Rischiano; sanno di rischiare; forse per volere di Dio ce la faranno. E’ ciò che si prova stando in Africa. In Congo stavo per essere fucilato, insieme a due missionari e ad un belga ferito, e non provavo nulla. E’ come se non riguardasse te. Ne parlavo con Tullio Moneta proprio stasera. Mi diceva che quando arrivavano ad ondate i Simba e li abbattevano a venti metri da loro, egli e i suoi soldati non pensavano a ieri e al domani, ma all’attimo fuggente. Se era destino che un colpo di kalashnikov li colpisse, voleva dire che così doveva andare. Lo stesso avviene per quelli dei barconi. Ma io mi getterei in mare per salvarli, perché forse affogare insieme potrebbe rappresentare per entrambi la salvezza.

Chi mi ha scritto questa lettera è Giorgio Rapanelli, classe 1937. Uno che è stato iscritto al PCI, che ha passato decenni in Africa prima come documentarista, e poi – visti gli orrori, il caos e le violenze seguiti alla de-colonizzazione – come combattente. In Congo, negli anni 1964-66, ha visto la rivolta d ei “Simba” (leoni in swaili), giovanissimi guerriglieri fanatizzati dai loro stregoni, che li convincevano di essere invulnerabili alle pallottole che si abbandonavano ad ad inenarrabili orrori, eccidi, stupri ed atti di cannibalismo. Il Tullio Moneta di cui parla, è stato un comandante del 5 Commando, un corpo di contractors – militari veri – inquadrati nella Armée Nationale Congolaise, che debellò l’orrore dei Simba. Moneta, nativo di Fiume, passaporto sudafricano, oggi ha 78 anni.

Rapanelli ha sostenuto attivamente la causa dei sudanesi del Sud massacrati dal governo di Khartoum fino a diventare il rappresentante in Italia dell’Azania Liberation Front; nel 1970, è stato con i combattenti del Southern Sudan Liberation Front (guerriglieri anya-nya) del colonnello Joseph Lagu.

Sono nomi, eventi e tragedie che ai giovani non diranno nulla, e che si stingono nella memoria anche degli anziani come me; eventi che restano marchiati a fuoco nella memoria dei bianchi che “ci sono stati”, con le armi in mano, mossi – molto più di quanto si voglia far credere – da uno strano miscuglio di avventura ed idealismo, di mal d’Africa e di volontà di fare qualcosa, di arginare l’orrore demoniaco degli inenarrabili tribalismi, crudeltà senza nome, carestie e morti che l’abbandono dell’Africa da parte dell’uomo bianco aveva prodotto. Quel miscuglio è stato ben reso nel film “I Quattro dell’Oca Selvaggia”, con Richard Burton, ispirato proprio alle imprese del 5 Commando.

“Mi son reso subito conto”, rievoca Rapanelli, “che concedere l’indipendenza alle popolazioni africane, impreparate a gestire il potere in forme democratiche occidentali, è stato un crimine”.

E’ dunque uno che conosce l’Africa da dentro, Rapanelli. Uno che vi è affondato dentro per anni, e non l’ha vista da un hotel Hilton. Io sono affondato molto meno in quell’orribile buco nero. Non ho molti ricordi. Una intervista sul fiume Giuba al “generale” Aidid che parlava di politica internazionale in politichese italiano, e tutt’attorno bambini prossimi alla morte per denutrizione, vecchi sccheletrici dai piedi piagati perché avevano fatto decine di chilometri per la razione di pappa dell’Onu, e il corpo di una nonnetta tutta ossa, che i cani avevano già cominciato a rosicchiare. Un campo profughi di angolani nello Zambia ridotto alla fame per quella che il funzionario delle Nazioni Unite chiamò “the donor’s fatigue”, dopo tanti anni i “donatori” occidentali si stancano di dare, e le razioni in questi campi profughi si riducono a nulla – alla fame. Ricordo le bambine cacciate dalla famiglia perché avevano “fatto il malocchio” allo zio infettandolo di AIDS (lo zio le aveva violentate), e raccolte da suore francesi che le salvavano dalla fame – nessuno nutriva delle “streghe”. Ricordo la popolazione di Luanda abitare su montagne, vere e proprie montagne di spazzatura marcita e incancrenita, stratificata nei decenni – e Luanda era famosa nelle statistiche per essere la città più cara del mondo, dove la vita era più costosa, perché le major petrolifere erano tutte lì coi loro bianchi in bungalows e compound, a fare la bella vita.

In questi ricordi c’è un denominatore comune, per cui mi associo alla domanda di Giorgio, il vero esperto:

Perché gli africani che arrivano sui barconi sono così in carne?

Migrants from sub-Saharan Africa rest inside a detention center in the Libyan capital Tripoli on June 4, 2015. Authorities, acting on a tip off, stormed a hideout where more than 500 illegal migrants, mostly men from African, were waiting for people smugglers to take them to boats to Europe, migration officials in Tripoli said. AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA

Perché non sono come i guerriglieri che Giorgio ha ritratto nel 1970 ad Adodi, Sud Sudan?

Sud Sudan 1970 villaggio di Adodi, guerriglieri.

Ci dicono che fuggono da guerre e carestie: quali guerre? Quali carestie?

Guardate la foto scattata da Giorgio ai guerriglieri del Sud Sudan. Quelli sono gli africani che ho visto nel buco nero. Gente che mangia una volta al giorno una ciotola di qualche polenta innominabile condita con peperoncino, che non vede mai verdura, mai carne. Dico mai. Sono africani del tipo che, nemmeno con la colletta tra i familiari della famiglia più allargata, sono in grado di raccogliere i 3 o 4 mila dollari per pagarsi il passaggio lungo il Sahara su autocarri, né tantomeno gli scafisti in Libia.

Come mezzo di trasporto hanno solo le loro gambe; e come vedete, sono così filiformi che non li portano tanto lontano.

Questo è l’africano che ha bisogno di aiuto. L’africano che appena scoppia qualche guerra civile, o qualunque altro scontro tribale, subito si vede ridotta la ciotola dell’unico pasto quotidiano, già insufficente, della metà; che non ha una gallina ovaiola, che non ha altro che salsa di arachidi col peperoncino per condire la polenta di kassava, di valore nutritivo zero..questo è l’Africa, questo è il buco nero.

Non questi giovanotti con lo smartphone, non queste belle mammine in carne con bambini pasciuti. Perché ci dicono che sono “siriani” quando sono eritrei, e ancor più spesso africani equatoriali, gabonesi, ivoriani? Il presidente d ella Costa d’Avorio, si chiama Ouattara, in 4 anni di potere ha ammassato 27 miliardi di dollari.. il Buco Nero è anche questo ed evidentemente non è cambiato. D’accordo, ma se ne occupino i francesi; è amico di Sarkozy.

Per questo odio e mi rivolta lo stomaco la “cultura dell’accoglienza”, il pietismo bavoso sugli “Immigrati” che rischiano la morte sui barconi e vanno curati, vestiti, alimentati, forniti di scheda SIM perché possano telefonare a casa…perché non è solo falso, ma malvagio. Quelli che “accogliamo” non sono i poveri; sono gli intraprendenti, e persino – sulla misura africana – ricchi. In questa nostra “carità”, non comprendiamo mai quegli africani con le gambe filiformi, che non hanno smartphone né tremila dollari, anzi nemmeno mezzo – che dico – nemmeno dieci centesimi per comprarsi un uovo. E che hanno veramente bisogno, loro, che basterebbe solo mezzo euro per migliorare la loro razione. A casa loro.

Li ho visti e lo so. Odio la nostra pelosa e viscida “carità” mediatica, clericale, sinistrista.

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Russia: “Non siate stupidi, Isis è uno strumento USA per destabilizzare il Medio Oriente”
“Il processo di trasformazione del gruppo terroristico dell’Isis in uno Stato con un proprio esercito, polizia, bilancio, tasse e strutture sociali non sarebbe mai avvenuto senza l’aiuto dell’Occidente e delle monarchie del Golfo Persico”.
Gli analisti russi, ripresi dall’agenzia di stampa TASS, puntano il dito contro l’Occidente e gli Stati Uniti per quel mostro (lo Stato islamico) che secondo loro sarebbe stato partorito a tavolino.
di Franco Iacch ( analisidifesa)
L’Isis nasce come una cellula di al-Qaeda in Iraq nel 2013. In pochissimo tempo è cresciuto a dismisura, riuscendo a dichiarare guerra ad alcuni paesi. Nell’estate dello scorso anno i fondamentalisti conquistano Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq e dichiarano la nascita di un califfato che si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla provincia di Diyala, a est dell’Iraq, con una popolazione di sei milioni di persone.
“Nonostante fosse ad un livello embrionale, l’Isis già riceveva finanziamenti e rifornimenti da diversi paesi. Tra questi il Qatar, lo stesso paese che ospita il comando delle forze armate degli Stati Uniti in Medio Oriente”.
Sappiamo che ad un certo punto, dal Qatar sono stati trasferiti allo Stato islamico una somma di 300 milioni di dollari tramite conti correnti fittizi. Il principale conto era registrato in una banca svizzera a Berna (poi sequestrato). Proprio da questo fondo, l’Isis avrebbe attinto per porre le sue basi.
“Lo Stato Islamico, oggi, ha risorse finanziarie proprie. Oltre alle azioni tipiche dei terroristi (sequestri, estorsioni, opere d’arte), il califfato ricava cospicui utili dalla vendita del petrolio alla Turchia, Giordania e Siria”.
E’ strano come l’Occidente (così come una certa stampa) non si ponga questa domanda: il governo del presidente siriano Bashar Assad acquista il petrolio dallo Stato islamico a prezzi gonfiati. Perché? Proprioil contrabbando è la terza fonte principale di reddito dello Stato islamico.
“Mettono in scena degli spettacoli. Non sono mica stupidi. I terroristi distruggono delle copie in gesso. Il patrimonio trafugato è stato già venduto al mercato nero e magari è già esposto in qualche villa miliardaria”.
L’intero studio è un attacco agli Stati Uniti rei, secondo i russi, di aver creato lo Stato islamico.
“Suvvia. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, creata apparentemente per combatter lo Stato islamico, è una farsa. Dei 60 paesi membri, solo due o tre effettuano raid con truppe di supporto sul campo. Solo una nuova coalizione internazionale con Siria, Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Russia e Stati Uniti sarebbe in grado di sconfiggere lo Stato islamico. La leadership russa ha sottolineato questa idea più di una volta”.
“Il bilancio dell’Isis? Centinaia di miliardi di dollari. Fondi illimitati che gli consentono di disporre di un esercito di 150 mila militanti a libro paga. Senza il sostegno esterno, lo Stato islamico non sarebbe mai stato in grado di mantenere i territori sequestrati”.
“Cosa è lo Stato islamico? lo strumento principale di Washington creato per destabilizzare la situazione in Medio Oriente. Lo scopo degli Stati Uniti è quello di stravolgere la situazione nella Regione con l’obiettivo finale di riconquistare posizioni chiave in Medio Oriente”.
E se i russi avessero ragione?
Se cosi fosse, la strategia USA sarebbe chiara. Perché se l’Isis riuscisse a spodestare Assad, potrebbe poi rivolgersi verso l’Asia Centrale ed il Caucaso del Nord, da dove sarebbe in grado di rappresentare una minaccia alla sicurezza della Russia e della Cina.
Concludono gli analisti russi: “In Europa il piano ha funzionato. Centinaia di migliaia di profughi dalla Siria e dal Nord Africa richiedono costi colossali per sostenere il programma di assistenza, che porterà ad un danno economico nell’Unione europea. Gli Stati Uniti hanno potranno portare avanti facilmente il progetto di cooperazione transatlantica”.
Tratto da: Fonte