Archive | October 2016

La rivolta M5S contro Di Maio.

FICO GUIDA I 70 PARLAMENTARI CHE STANNO PROCESSANDO IL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA: “COMUNQUE VADA, NON MI RICANDIDO.NON HO FATTO L’ATTIVISTA DAL 2005 PER VEDERE IL MOVIMENTO TRASFORMARSI IN QUESTO MODO. DEVO FARE IL POSSIBILE”. LE RIVELAZIONI NEL NUOVO CAPITOLO DEL LIBRO DEI DUE EX COLLABORATORI DI CASALEGGIO.

 

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Incredibile: c’è vita su Marte. Nel Movimento cinque stelle è in corso la Rivolta contro Luigi

Di Maio; la prima vera rivolta organizzata dentro il gruppo parlamentare, cioè con delle truppe, dei colonnelli, anche se di aree interne differenti, forse un po’ troppo tra loro, e un capo: Roberto Fico. Che tra i due, il napoletano e il giovane di Pomigliano d’Arco, le distanze politiche fossero ormai enormi era chiaro, ma i contenuti, i personaggi, le frasi sprezzanti, e tantissimi dettagli inediti della rivolta in corso sono adesso rivelati nel terzo e ultimo capitolo di lancio di Supernova. Come è stato ucciso il Movimento cinque stelle (il libro di Nicola Biondo e Marco Canestrari, il primo per un anno e mezzo capo della comunicazione M5S alla Camera, e assai stimato da Gianroberto Casaleggio, il secondo web developer che ha lavorato 4 anni in Casaleggio, e era l’uomo che accompagnava fisicamente Grillo nei primi Vday. Il libro uscirà tra due mesi e si finanzia in crowdfunding sul sito http://www.supernova5stelle.it).

 

Insomma, per la prima volta è in corso un’operazione politica che vorrebbe riportare il Movimento a qualcosa dei suoi esordi e della sue premesse. L’apparente ritorno in campo di Grillo – dalla kermesse di Palermo in poi – è stato solo una recita, che provava a ricompattare truppe ormai molto divise. Sono tante, le facce della rivolta, anche di aree politiche molto diverse e quasi incompatibili, all’apparenza; da Fico, il leader integro, alle ex talebane Paola Taverna e Roberta Lombardi, messe da parte e accantonate, alla pasionaria Carla Ruocco, di fatto una portavoce informale di Grillo, molto delusa per gli andazzi e i comportamenti del giro Di Maio. Soprattutto, la Rivolta anima tanti parlamentari del nord, alcuni tra i più seri militanti e tra i parlamentari più competenti. Il punto debole è la loro eterogeneità: cosa li tiene insieme? Hanno un disegno?

 

Processo a Di Maio

Secondo Biondo e Canestrari, Grillo è ormai «solo una statuina di questo presepe, ma la trinità è un’altra». Ossia: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista (che, nonostante l’apparente differenza caratteriale da Di Maio, opera ormai in simbiosi totale con lui) e Davide Casaleggio, il figlio di Gianroberto che ha ereditato le chiavi dell’azienda e, soprattutto, fonda (a suo nome) e gestisce l’Associazione Rousseau, alla quale è intestato il blogdellestelle (che non è più, neanche terminologicamente, il blog di Beppe Grillo). Di fronte a questa triade e alla sua smania di potere, scrivono i due autori, «per la prima volta succede che nel Movimento vengono a galla malumori. E non sono lamentele solitarie. Molti parlamentari, anche agli antipodi tra loro, cominciano a vedersi e a riunirsi, scoprendo di avere in comune un malessere che non può essere più taciuto».

 

Il «Gallo Cedrone»

Nell’ex direttorio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia praticamente non si parlano più con Di Maio e Di Battista (che, leggiamo in Supernova, si conquista il soprannome di Gallo Cedrone da parte dei suoi colleghi parlamentari). Nel mirino finiscono gli incontri di Di Maio con ambasciatori, direttori, lobby. «“Io vorrei sapere – accusa un deputato del nord – una cosa: Luigi ha mai informato qualcuno dei suoi incontri? Li organizza a titolo personale? Chi lo aiuta? Questo non è il Movimento, è diventato un trampolino di lancio personale…”». Un altro parlamentare si sfoga, raccontando che ormai imbarazza anche il gruppo parlamentare il livello di acquiescenza di tanti media verso i cinque stelle: «Ma è possibile che prima avevamo tutti i giornalisti che ci criticavano e adesso nessuno dice niente di fronte certe cose?».

 

Il caso Spadafora

Il riferimento, spiegano gli autori, è al caso clamoroso di Vincenzo Spadafora, uno degli uomini per cui Di Maio è più attaccato: «Ma chi è questo Spadafora, chi lo ha portato qui? L’avete letta l’intercettazione che lo riguarda? In altri tempi Grillo questi personaggi qui li prendeva per il culo sul palco e adesso invece ce li prendiamo noi…», sbottano i rivoltosi. Spadafora era spuntato intercettato, anche se non indagato, anche con Balducci ai tempi delle indagini sulla Cricca. E Di Maio che fa? Lo prende e ne fa uno degli uomini più potenti del suo staff. Nella Rivolta c’è chi critica i soldi usati dal vicepresidente della Camera, apprendiamo dal libro: «E i centomila euro in tre anni rendicontati da Luigi come “eventi sul territorio”? Questa è costruzione di una corrente altro che attività politica, e pure con i soldi pubblici…”».

 

Cene e riunioni

Cene, riunioni quasi assembleari ma anche al chiuso delle stanze dei rivoltosi. Dentro il gruppo parlamentare M5S Di Maio è in un momento di massima debolezza. Leggiamo nel libro: «Troppe bugie, troppe fughe in avanti per continuare a fare da semplici comparse. Luigi che non condivide nulla dei suoi incontri e delle sue conoscenze. Luigi che non affronta i problemi territoriali, da Quarto a Pizzarotti. Luigi con una struttura di comunicazione parallela e uno staff personale. Ecco perché il Direttorio va in frantumi. Perché quando arrivano le difficoltà, quelle vere, il patto del silenzio viene meno e i nodi vengono al pettine».

 

Tutti guardano a Roberto Fico, perché lui è il Movimento originario, è uomo disinteressato, un militante vero, antico, e con un rapporto diretto con Grillo. Ma Fico è scorato, perché già si è rivolto a Grillo, ma ottenendo questo magrissimo e elusivo contentino: «Sapete cosa mi ha risposto Beppe? – confessa agli amici più cari – Ci riuniamo in una stanza tu io e Luigi, voi vi dite le cose che vi stanno sullo stomaco e poi riprendiamo a lavorare». Eppure Roberto è deciso ad andare avanti, scrive Supernova. Non vuole vedere il Movimento trasformarsi in quello che diceva di non essere: un partito, e nelle mani di comportamenti arrivisti e gruppi di pressione esterni, e opachi. È così che il presidente della Vigilanza Rai, in una delle riunioni della Rivolta, si spinge a dire: «Comunque vada, non mi ricandido. Non ho fatto l’attivista dal 2005 per vedere il Movimento trasformarsi in questo modo. Devo fare il possibile…», confessa ai suoi. E in ogni caso, chiarisce, «qui dopo due mandati andiamo tutti a casa». Segno che c’è stato eccome – scrivono Biondo e Canestrari – chi ha pensato e tentato di mettere in discussione quella regola, che è il totem del Movimento.

 

Grillo diventa ago della Bilancia. Certo, le foto in cui si mostra al funerale di Dario Fo accanto solo alla triade Di Maio-Davide Casaleggio-Di Battista non sembrano un viatico incoraggiante per i rivoltosi M5S. Il capitolo si chiude così: «Fino a che prezzo Grillo è disposto a tollerare questa “rivoluzione a metà”, per usare le parole di Fico? Quanto è prigioniero della leadership di Luigi Di Maio? Da quale parte si schiererà?»

 

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THE TELEGRAPH: ”L’ITALIA E’ AVVIATA AL FALLIMENTO, PER SALVARSI DEVE USCIRE ORA DALL’EURO”

euroxit3-1“La situazione di alcuni Stati, come l’Italia – scrive l’economista Roger Bootle, presidente esecutivo di Capital Economics, sul quotidiano britannico The Telegraph – esemplifica bene i problemi dell’Unione Europea. Il fallimento economico del paese, con il default, sarebbe molto piu’ pericoloso di quello della Grecia: si tratta dell’ottava potenza del mondo, con una presenza in importanti settori industriali”.

Queste esatte parole campeggiano oggi in prima pagina sul quotidiano britannico, che senza mezzi termini mette in grande evidenza la bancarotta dell’Italia, dandola come un evento non solo possibile, ma probabile.

“Dal lancio dell’euro, nel 1999 – prosegue l’articolo – il prodotto interno lordo dell’Italia e’ cresciuto complessivamente del tre per cento, che è un dato umiliante. Nello stesso periodo, per fare un confronto, quello spagnolo e’ aumentato del 30 per cento e quello statunitense del 35 per cento (con eleganza, l’economista evita di citare la crescita del Pil britannico negli ultimi 16 anni, ma basti dire che dal gennaio del 2015 è cresciuto fino ad oggi di oltre il 5%)”.

“La modesta performance dell’Italia – continua l’economista – comporta varie conseguenze. La più grave delle quali è la disoccupazione nel paese: il tasso nazionale italiano di disoccupazione e’ dell’undici per cento ma al Sud si arriva al venti e tra i giovani al 35”. Ed è interessante osservare come il Jobs Act non venga neppure preso in considerazione, data la sua totale inefficacia.

Ma l’economista Roger Bootle non si ferma alla disoccupazione per tratteggiare il quadro di un’Italia avviata al default: “Il debito pubblico italiano è al 130 per cento del Pil. I prestiti non performanti delle banche sono il 17 per cento, contro il due per cento della Germania e il quattro della Francia. Le cause hanno principalmente radici interne, in un sistema politico che sembra incapace di attuare riforme radicali, ma la ragione principale è un’altra: l’adozione della moneta unica e’ stata un disastro per un paese non competitivo che ha perso la possibilita’ di svalutare la propria moneta”.

Parole chiare e nette, analisi centrata al cento per cento e come sempre ignorata in Italia.

Infine, la conclusione di Bootle sulla prima pagina del Telegraph, uno dei più autorevoli e seguiti quotidiani britannici: La combinazione tra le pratiche italiane e i valori tedeschi è stata devastante per l’Italia. Il caso italiano dimostra anche che vari presunti fattori di miglioramento delle performance economiche offerti dall’Ue non sono poi cosi’ rilevanti. L’Italia fa parte del mercato unico, siede al tavolo delle decisioni, non ha barriere doganali e tariffe, ha alcune compagnie di successo ed e’ stata a lungo tra i paesi piu’ euroentusiasti. Ora, pero’, la situazione sta cambiando profondamente, la crisi la sta avviando al fallimento e l’euroscetticismo e’ in crescita. Lasciare l’euro a questo punto arrivata, per l’Italia sarebbe la salvezza e sarebbe un buon inizio di rinascita” conclude Bootle.

Micidiale. E come sempre, del tutto ignorato dalla stampa italiana a senso unico a sinistra.

Fonte: Il Nord

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Il Governo Renzi si consegna nelle mani dei grandi banchieri

In un articolo del Wall Street Journal viene svelato all’opinione pubblica internazionale a chi il Governo Renzi ha chiesto di risolvere i problemi degli istituti di credito del Belpaese. La scoperta ha dell’incredibile.

Incredibile davvero ma dal “fiorentino” tutto appare possibile. Dopo aver coordinato tentativi ripetuti e sinora infruttuosi tesi a soccorrere le banche più in difficoltà del paese, il governo italiano si è gradualmente orientato verso un improbabile salvatore: il presidente e amministratore delegato di J.P. Morgan Chase & Co., James Dimon. Il finanziere, riferisce il “Wall Street Journal”, è un “italofilo”: la sua banca ha istituito da tempo una presenza consolidata nel paese ed ha stretto solidi legami con le sue istituzioni.

Al contrario di molte banche europee, può vantare un bilancio in grado di sostenere importanti operazioni di riordino. Resuscitare le banche italiane più sofferenti “è un compito sconfortante e denso di rischi, una delle sfide fondamentali poste dalla finanza europea”: gli istituti di credito del Belpaese, com’è noto, sono gravati da una quantità eccessiva di sofferenze bancarie, e i regolamenti post-crisi impediscono allo Stato di intervenire con decisione per risolvere il problema.

In questo contesto, J.P. Morgan è gradualmente emersa come la migliore speranza dell’Italia (sic!), forse l’ultima: lo scorso luglio ha fatto da parte i competitori ed ha capitanato un ambizioso piano di salvataggio di Monte dei Paschi di Siena (Mps), dopo essersi appellato al consiglio di amministrazione dell’istituto di credito senese, ed dopo aver intrattenuto colloqui di alto livello con funzionari del governo italiano. La J.P. Morgan figura anche tra i soggetti che si sono attivati per sostenere la più grande banca italiana, UniCredit Spa, a sua volta alle prese con un difficile processo di riordino patrimoniale. Recentemente, il gruppo di Dimon ha anche aiutato Banca Popolare di Bari SpA a liberarsi di mezzo miliardo di crediti deteriorati.

Il ruolo della grande banca d’investimenti statunitense, sottolinea il “Wall Street Journal”, non è passato inosservato: “Credo che J.P. Morgan stia esercitando una influenza eccessiva negli affari bancari italiani”, ha recentemente affermato Pietro Laffranco, esponente del partito Forza Italia e membro della commissione Affari finanziari della Camera dei deputati. Questa estate Dimon ha visitato l’Italia per celebrare i cento anni di attività della sua banca nel paese; l’ad non ha perso l’occasione per ribadire il suo amore per l’Italia: “Mi piacerebbe potervi trascorrere più tempo”, ha dichiarato.

Il dossier Mps, però, si preannuncia un rebus non indifferente anche per un colosso come J.P. Morgan: non è chiaro come la banca statunitense e gli altri soggetti che riuscirà a coinvolgere riusciranno ad assorbire un aumento di capitale da 5 miliardi di euro e 28 miliardi di crediti deteriorati. Il problema è anzitutto la fiducia: sinora nessuna banca si è impegnata a sottoscrivere l’aumento di capitale di Mps. Potenzialmente più allettante è il piano, per ora soltanto abbozzato, per la creazione di un veicolo separato preposto allo smaltimento delle sofferenze, finanziato da prestiti di diverse banche. Questa entità, scrive il “Wall Street Journal”, potrebbe fruttare alle banche coinvolte diverse centinaia di milioni di dollari sotto forma di commissioni e interessi.

Tra gli investitori, comunque, domina perlopiù lo scetticismo: gli otto miliardi di euro che Mps ha raccolto dagli investitori negli ultimi anni si sono volatilizzati, ed ora la banca italiana ha una quotazione di mercato di appena 550 milioni di euro. Se il piano di salvataggio dovesse fallire, e i partecipanti trovarsi con un pugno di mosche, il panico potrebbe propagarsi con effetti devastanti all’intero settore bancario italiano. Se invece J.P. Morgan avrà successo, scolpirà nella pietra il suo ruolo di interlocutore privilegiato del governo italiano per il settore bancario, e spalancherà le porte al rilancio di una serie di altre banche locali che necessitano di ristrutturazioni o fusioni.

Fonte: Katehon | via Controinformazione