Archive | September 2016

5 Stelle, la crisi viene da lontano.

La crisi politica dei 5 Stelle non è un dato positivo per la democrazia italiana: affermazione questa non di tendenza, lo comprendiamo. Ma, un’analisi neutra e spoglia di passioni, qui porta. L’eventuale défaillance di Virginia Raggi, a pochi mesi dall’insediamento, non gioverebbe né a Roma, né alla politica italiana. Abbiamo visto solo qualcuno pensarla così. In questi giorni di scenari obiettivi se ne sono visti pochi. C’è stata l’esibizione di cori del “non aspettavamo altro, finalmente”. Un habitus mentale, anche di fini editorialisti, distante da quello di Amerigo ne La giornata di uno scrutatore (Mondadori) di Italo Calvino: «Si buttava allora coi suoi pensieri nella direzione d’un possibilismo tanto agile da permettergli di vedere con gli occhi stessi dell’avversario le cose che dianzi l’avevano sdegnato, per poi ritornare a sperimentare con più freddezza le ragioni della sua critica e tentare finale un giudizio sereno».

Osservatori anti 5 Stelle: “moderati”, “minacciati”, “vendicativi”, “giustizieri”
C’è un’area di osservatori “moderati” che per costituzione culturale, per ascendenza intellettuale, per linea editoriale, gongola. Questione di principio: la caduta nella polvere dei “rivoluzionari” è per loro conferma del proprio statuto morale, del loro essere al mondo; una conferma che la loro visione storica è quella giusta, perchè quella opposta fallisce. Sono coloro che “era chiaro fin da principio “, “non poteva che finire così”. C’è poi la voce di quanti hanno da perdere, rappresentano interessi costituiti: vedono nell’amministrazione dei 5 Stelle a Roma – domani al governo – una minaccia, un pericolo per posizioni che hanno consolidato grazie a partiti e gruppi politici “di prima”; e auspicano un default per ritornare all’ancient regime che li ha favoriti o aiutati. Lobby e blocchi sociali, gruppi di pressione, mondi imprenditoriali, burocrazie, ma talvolta comitati d’affari di alto o losco livello. I quali combattono la loro battaglia con i clan, veri o presunti, che accompagnerebbero l’ascesa di uomini e donne di Grillo e Casaleggio Associati. E si capisce.

Segue – ma, se volete, mettetelo al primo posto – il Pd e lo stesso presidente del Consiglio, con al seguito media governativi, Rai e gangli vitali dello Stato – Cantone farebbe bene a tirarsi fuori – che sparano a zero, a prescindere: lì la lente d’ingrandimento è utilizzata anche per le cose minime e la serenità delle valutazioni è offuscata da odio allo stato puro e palese spirito di vendetta. Infine, c’è il presidio giustizialista – portavoce Travaglio – che fa da guardiano della rivoluzione: il “marcio” va eliminato. Le dimissioni dell’assessore Muraro e, se necessario, della sindaca Raggi, s’impongono. Perché poi il “marcio” – se tale è – cominci a esserci troppo spesso dalle parti dei grillini, è questione che chi “custodet ipsos custodes” non sembra porsi. Nessuna di queste correnti di opinione sembra sapere o volere risalire alle sorgenti del “male oscuro” che ha preso il Movimento 5 Stelle: tutte le vicende Muraro-De Dominicis-Minenna-Raineri-Marra-Romeo sono i sintomi, non la malattia.

8 settembre, Berlusconi, Grillo: il carattere nazionale non cambia
La prima questione, politica e fondante, riguarda gli elettori di Grillo. Al quale, in proporzione, capita ciò che accadde con la caduta del fascismo, dopo l’8 settembre del ’43 (del quale ieri cadeva l’anniversario); o, più vicino nel tempo, ciò che è successo con la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel ’94. Non ci fu – espressione cara a Salvini – nessuna sostituzione etnica: gli italiani antifascisti erano gli stessi italiani che poco prima erano stati fascisti. E gli elettori che votarono il “nuovo” rappresentato da Forza Italia, erano gli stessi che avevano votato per i vecchi partiti della Prima Repubblica: democristiani, socialisti, laici. Li sostenevano, facevano campagna elettorale. E frequentavano le segreterie degli “onorevoli”, ottenevano da loro “favori” e aiutini vari. Ne erano clientes. Poi, li hanno mollati. E hanno scelto il “nuovo”. Che oggi non è più nuovo; ne ha preso il posto un altro “nuovo”: i 5 Stelle. Al M5S dovrebbero capire che i loro elettori non sono “nuovi”. Non sono né “puri”, né marziani, ma italiani che votano da anni, da decenni; in molti casi erano agit-prop, militanti, quadri dirigenti di “quelli che c’erano prima”. E talvolta ne rappresentavano i colori sociali nelle istituzioni, negli enti locali, nella burocrazia, nella cultura, nei giornali, nelle banche; anche nei mondi, apparentemente più neutri, dell’economia e della finanza. Adesso “quelli di prima” il Movimento 5 Stelle se li ritrova tra i suoi sostenitori. Convinti. Ferocissimi. Com’è sempre stato a ogni cambio di regime o di sistema politico. E com’è nel nostro carattere nazionale. È “normale” che la sindaca Raggi sia consigliata dall’avvocato Samnarco (Previti), abbia come assessore la Muraro (Cerroni, Panzironi, Buzzi), si tenga come vice capo di gabinetto Marra (Alemanno, Polverini). Il presente è anche il passato. Non si possono cancellare migliaia o milioni di donne e uomini; in un certo senso sono insostituibili: è inevitabile si finisca per pescare persone che c’erano già. Il mare è lo stesso: la società italiana. Ed è esercizio difficile quello di trovare “alternative”: ci sono fisicità e competenze difficili da surrogare. Al di là se è giusto o no mandarle al macero, per la sola ragione che hanno servito “quelli di prima”. La Raggi oggi fa i conti con un’ideologia – quella del suo movimento – che crede nell”uomo nuovo”. In una mutazione antropologica che la politica presente ritiene di potere produrre solo per il fatto di essere arrivata lei. Il “nuovo” non cambia le teste. Non può. È qualcosa che ha a che fare con la costruzione o decostruzione dell’”italianità”. Occorrono secoli.

Il problema della classe dirigente: non c’è un ante e post 5 Stelle
Cacciare questo o quello, appena all’inizio di un governo, serve a poco. L’indomani può essere come oggi. Il fatto può riprodursi con altre “maschere”. Lo stato di rivolta permanente, in cui nei pentastellati si gioca a nominare e poi revocare, decidere e subito dopo mettere in discussione, se portata avanti senza un finale coagulo di energie, non dà il senso di uno “stato nascente”, ma di una anarchia permanente che si scontra con la domanda di stabilità che, dopo la caduta degli idoli, richiedono tutte le comunità organizzate. Pena: l’implosione. Un rischio che il M5S corre. E serve a poco nascondere secondo canoni vecchissimi pre-streaming; o nascondersi dietro Grillo che, con l’occasione, ha dovuto mettere una pezza a colori su bisticci e pasticci dei leader-ragazzini.

A guerra finita, anche prima, Palmiro Togliatti si prese buona parte di classe dirigente, intellettuali, giovani che avevano aderito al fascismo. Comprese che erano quadri già formati che poteva introdurre nel partito e nelle istituzioni al servizio del “nuovo”, il Pci. Ciò spiega – al di là della facile e non infondata polemica su opportunisti e “voltagabbana” – perché molti “fascisti” diventarono comunisti. Anche di vertice. Le storie – dal nero al rosso – pur diverse, ma esemplari, di Pietro Ingrao, Renato Guttuso e Dario Fo (neogrillino) sono parte di questa Storia. E tante altre nella pubblica amministrazione, nell’editoria, nella magistratura. Non sembrò paradossale, né scandaloso, a Togliatti, divenuto ministro della Giustizia, prendersi come capo di gabinetto Gaetano Azzariti, che era stato presidente del Tribunale della Razza e giurista firmatario del Manifesto della Razza. Altro che Marra e Romeo.

E l’imprenditore Berlusconi, uomo pratico, al di là di marketing e agiografie interessate, non ha mai creduto di plasmare l’”homo berlusconis”: si prese per la sua Forza Italia larga parte del mondo socialista (Bonaiuti, Brunetta, Cicchitto, Frattini, Sacconi, Caldoro, Stefania Craxi), uomini della Dc (Pisanu, Scajola, La Loggia), qualche liberale (Biondi). Utilizzò largamente il “materiale umano” della Prima Repubblica.

Nessuno vince da solo: affinità elettive e alleanze a destra?
I 5 Stelle – seconda questione – devono sapere: scopriranno sempre, appena messo il naso fuori dalla tana, che il personale da cui selezionano assessori, presidenti, amministratori delegati o direttori generali, tecnici, insieme al know-how ha anche un back-ground. Un passato che non può passare. Ne devono prendere atto. Come? Non cadendo nell’errore di volere mettere tutti “i loro” in ruoli pubblici, che poi non è una grande originalità. Nel non coltivare la retorica della verginità e del distacco. E nel non credere che il M5S abbia un compito messianico; che la storia politica e istituzionale, al centro e in periferia, segni un “ante” e un “post” a partire da loro. Dal Comune di Roma, domani – se accadrà – a Palazzo Chigi, la necessità di fare “rotture”, non può portarli a pensare di fare a meno degli “altri”. Di tutti gli altri. Molti dei quali grillini non sono e non lo saranno mai.

Negli annali della Repubblica, nessuno ha mai vinto da solo. Né sul piano politico, né su quello sociale. Nè su quello elettorale. Nemmeno De Gasperi. Neppure Berlusconi. La domanda piuttosto da porsi è se la crisi scatenata al Comune di Roma sia una crisi di crescita o l’emergere di un limite incapacitante. È una lezione da cui il Movimento 5 Stelle potrà imparare qualcosa? Ad esempio, che l’evocazione dei poteri forti è l’alibi di politici deboli; che la mediazione alta, le alleanze sociali e politiche – perché no, anche a destra, ad esempio con Lega e Fdi con cui ci sono affinità elettive non trascurabili – e sociali, insieme alla capacità, in una certa misura, di essere “eredi” sono importanti non meno della voglia di cambiare, d’incarnare la discontinuità. Se si vuole costruire una cultura politica duratura. E dare prova di un “populismo di governo” che non abbia niente e nessuno da fare rimpiangere. La Raggi, che si agita tra voglia di autonomia ed eterodirezioni varie, ad oggi non pare sapere interpretare questo “populismo di governo”, che pure leghisti e post-fascisti in qualche modo e con molti limiti impersonarono nel ventennio berlusconiano. Ma è giusto dare tempo a lei e al M5S. Per rivedere, maturare, correggere. E guardarsi intorno. Comunque la si pensi. È interesse anche della “rive droit”, libera di un berlusconimo alla fine del suo percorso.

LA “STORIA” RACCONTATA DA PRESA DIRETTA IL MIO SALTO SULLA POLTRONA di Filippo Giannini

Presa diretta è un programma, diciamo politico, trasmesso settimanalmente da Rai/3 (una volta indacata come Radio Kabul). Ebbene il giorno 2 settembre 2013, il conduttore Riccardo Lacona, scrupolosamente con un brillantino all’orecchio sinistro, certamente per essere consono alla way of life yankee, ad un certo punto della trasmissione intervistò un signore. Questi era seduto in uno stanzone, dietro a lui, sullo sfondo, si intravedeva un grande quadro raffigurante Karl Marx; rispondendo ad una domanda del conduttore disse che per uscire dalla crisi che ci attanaglia, dovremmo fare quel che fece negli anni ’30 Franklin D. Roosevelt. Data l’enormità della bestemmia non potei trattenermi dal fare un balzo dal divano dove ero seduto.
Provo a spiegarne il motivo.
Per prima cosa prego i lettori di leggere attentamente e di tenerlo ben presente anche oltre la fine della lettura, quanto ebbe a dire l’allora futuro Presidente Usa Woodrom Wilson. Questi tenne una lezione alla Columbia University e, sfacciatamente, così caricò la mentalità predatoria degli studenti americani:

.

Sarebbero sufficienti queste parole per comprendere “come siamo ridotti oggi!”. Ma non basta, tanto è sufficiente per esclamare: e pensare che in Europa ci sono ancora tanti idioti che festeggiano la data della “liberazione” del 1945!
Ma la lezione di Woodrom Wilson è solo un passaggio; vediamo le sue radici.
Quello che poi sarà il primo Presidente degli Stati Uniti, George Washington profetizzò quella che sarà la guerra contro l’Europa (cito a memoria):

. Pochi decenni dopo subentrò colui che sarà il quinto Presidente Usa, James Monroe con la sua famosa Dottrina, detta, impropriamente: Dottrina Monroe (2 dicembre 1823): essa sanciva che il continente americano (tutto, incluso quello meridionale!) non era un territorio destinato alla colonizzazione europea e che ogni tentativo delle potenze europee di estendere la loro influenza sul continente americano sarebbe stato considerato dagli Stati Uniti come una minaccia. In altre parole gli Stati Uniti ponevano la propria sovranità non solo sull’America del Nord (che sarebbe pure stato giusto e ovvio), ma su tutto il “continente americano”, quindi anche sull’America meridionale. Infatti non tardò molto che gli statunitensi si avvalsero di questo diritto (?).

E questo diritto sarà esercitato non solo sul continente americano tutto, ma su ogni angolo del mondo, grazie all’alleanza massonica della diabolica triade Francia-Gran Bretagna-Stati Uniti. Gli effettivi padroni del mondo, anche grazie alla scarsa capacità politica dimostrata nel XX Secolo. Le prime due cadranno da Potenze Mondiali, lasciando il posto alla terza, quella cioè, come ha scritto Bernhard Shaw:

. Quindi siamo messi bene! Da Bernhard Shaw, anche il direttore della rivista Harper’s:

. E siamo come stiamo!
Torniamo alla ci a zeta zeta a ta proferita dal capiscine di turno nella ricordata trasmissione Presa diretta e cioè che per uscire dalla crisi dovremo fare come Roosevelt negli anni ’30.
Anticipo che negli anni ’30 tutto il mondo – ad eccezione di Italia e Germania – affogavano nella crisi congiunturale iniziata nel 1929. Si facciano forza il capiscione e il signor Riccardo Lacona, ma quanto segue è la verità VERA. In merito sentiamo quanto hanno scritto su “L’Economia Italiana fra le due Guerre” Giorgio De Angelis, laureato in Scienze politiche all’Università di Roma:

. E, sempre nello stesso volume, il professor Gaetano Trupiano, a pag. 169, afferma:

.
Ed ora altre citazioni .
J.P. Diggins (L’America, Mussolini e il Fascismo) a pag. 45 ha scritto:

. E ancora: il giornale Noradni Novnij di Brno, il 15 dicembre 1933, scriveva: <(…). In Italia il piano Mussolini rende una popolazione felice e nuove città sorgono in mezzo a terre redente, coperte ovunque di biondi cereali>.

Caro Capiscione e caro signor Riccardo Lacuna, un invito accettatelo, se siete solo ignoranti vi suggerisco di andare a leggere la Storia (quella vera); se invece la vostra è solo malafede, beh! Continuate così. Però aggiungo: l’Italia sotto il male assoluto, pur essendo una piccola provincia in una grande Europa, tuttavia dettava leggi al mondo. Una prova? Una volta eletto Roosevelt, (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
Lucio Villari ha scritto:

. Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123):

. Molti economisti americani, vedevano nel Corporativismo italiano il coordinamento economico statale necessario davanti alla bancarotta liberista del lassez-faire, quindi suggerirono a Roosevelt di introdurre anche negli Stati Uniti qualcosa di simile al corporativismo italiano, il New Deal. Così nel 1933 (attenzione alla data signor Capiscione) Roosevelt firmò il First New Deal e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936.
Lo stesso Bernhard Shaw affermò che

. Fu un grande avvenimento, ma costituiva un ulteriore motivo di attrito con quei Paesi che adottavano il sistema liberista in economia e questo aggravato ancor più dal fatto che in quasi tutti i Paesi del mondo sorgevano partiti o movimenti tendenti a seguire l’esempio italiano.

Che l’Italia fosse sulla strada giusta è attestato proprio da colui che è considerato uno dei maggiori scrittori del secolo: Giuseppe Prezzolini. Giuseppe Prezzolini nacque per caso (così era solito dire) a Perugia il 27 gennaio 1882 (morì, centenario, a Lugano nel 1982). Iniziò la sua attività di giornalista ed editore appena ventunenne. Dopo aver partecipato alla Prima Guerra mondiale si trasferì negli Stati Uniti nel 1929; ma, come poi scriverà, non mancherà di tornare frequentemente in Italia. Dopo uno di questi viaggi compiuto nei primi anni Trenta, scrisse:

.

Il grande banchiere americano John P. Morgan sembra condividere l’opinione di Prezzolini:

.

E questo, e tanto altro ancora in Italia, mentre l’America in quegli anni ancora navigava nella grande congiuntura che portava centinaia di persone al suicidio per la disperazione e la miseria.
La grande Nazione americana doveva provvedere ad assistere 13 milioni di disoccupati. Questo, mentre l’Italia fascista era impegnata in una pianificazione economica di vasta portata. Il Presidente americano intravide nel piano italiano i mezzi necessari per porre rimedio ai mali esplosi nel 1929; nel contempo quegli stessi mezzi potevano essere utilizzati per evitare che nel futuro il Paese potesse cadere nella medesima crisi. Roosevelt imboccò quella strada utilizzando, però, mezzi e leggi non proprio conformi ad una democrazia. Con questa definizione ci riferiamo all’Executive Order 6102 a firma di Franklin D. Roosevelt: con tale Order veniva imposto agli americani di consegnare tutto l’oro alla Federal Riserve. A questa imposizione faceva eccezione l’oro utilizzato per scopi professionali, ad esempio, per i dentisti. Chi non ottemperava rischiava una pena di 10 mila dollari (del valore del tempo) e fino a 10 anni di carcere. In Italia, invece, proprio in quegli anni, sotto la dittatura mussoliniana vennero offerti alla Patria, con spontaneità ed entusiasmo, oltre 33 mila chili d’oro e più di 94 mila chili d’argento. Il testo, in lingua originale dell’Executive Order, viene riportato in Appendice n° 3 e 4 nel mio ultimo libro Le Guerre di Mussolini? (attenzione al punto interrogativo).
Oggi la triade gangsteristica, Usa, Gran Bretagna e Francia, o quel che rimane dei soliti noti, stanno organizzando un nuovo attacco, questa volta tocca alla Siria, Le giustificazioni sono le solite banali, e pre-costruite.
E la solita storia che si ripete da almeno quattro secoli.
Il Film, presentato con enorme successo di pubblico e di critica in anteprima mondiale al “Montreal Film Festival” e al Marché du Film a Cannes, ha come protagonista l’attore Lorenzo Flaherty accompagnato da un ricchissimo cast dove oltre a Ernesto Mahieux e Ciro Petrone si sono affiancati, Tony Sperandeo, Rosalinda Celentano, Franco Neri, Nando Irene, Simona Borioni, Mario Donatone (già protagonista nella pellicola il Padrino 3) e molti altri. Il regista Federico Rizzo si è avvalso inoltre della partecipazione di Francesca Testasecca, Miss Italia 2010, e di alcune finaliste delle varie edizioni come Benedetta Piscitelli (partenopea anche lei), Anna Munafò e Sara Izzo. La colonna sonora del film è stata realizzata da Luigi Seviroli (già noto per “Il Capo dei Capi”) edizione Macchiavelli Music International.
La trama: Angelo Bianco (Lorenzo Flaherty) è un ragioniere milanese con origini pugliesi con il vizio del gioco e del rischio. In una puntata sbagliata al casinò matura un debito che non può saldare che mette a rischio la sua vita, ma grazie alla sua abilità con i numeri il suo creditore gli fa una proposta che egli non può rifiutare: diventare “il Ragioniere della Mafia”, anzi delle Mafie. Dovrà gestire su scala mondiale i profitti delle maggiori organizzazioni criminali italiane, destreggiandosi come un equilibrista tra la vita e la morte, tra le richieste dei Capi Famiglia. Stretto in questa sudditanza che gli toglie il fiato, il ragioniere decide di rilanciare: inizia a compiere operazioni sempre più rischiose il cui esito positivo gli consente una “scalata” nell’organizzazione. Entrato in pieno nel gioco, Angelo Bianco sfida i narcotrafficanti colombiani e riorganizza un vero e proprio piano di marketing per superare la crisi del dopo Falcone e Borsellino. Questo lo porta sempre più vicino alla vetta del potere ma sempre più lontano da sé stesso fin quando, oltrepassando tutte le regole del gioco, si rende conto di aver perso il bene più prezioso: la liberta. E per riacquistarla dovrà vincere la sfida più difficile: uscire vivo dalla Mafia e realizzare uno dei piani più ingegnosi nella storia del crimine…