Archive | July 2016

Brexit reso impossibile da Juncker: Comma 22

Da giorni si sentono gli “europeisti”, capeggiati da Juncker, intimare alla Gran Bretagna: “Sbrigati a notificare la tua volontà di ritiro alla commissione! Immediatamente applica l’articolo 50 del trattato d Lisbona! Che Londra se ne vada in fretta! Più in fretta! Cosa aspetta ad attivare l’articolo 50?”. L’europarlamento ha votato una mozione per scacciare il Regno Unito in fretta. Juncker, in un discorsetto pieno di livore, ha sancito: “Ho vietato – per ordine presidenziale, che non è da me – ai commissari di discutere con rappresentanti del governo britannico…non ci sarà alcuna discussione preventiva: no notification, no negotiation!”.

Perché tanta insistenza? Cosa nasconde questa durezza (a parte il dispetto e la rabbia)? Si vuol far credere che Londra stia esitando? Forse, ma c’è di peggio. Qui c’è un trucco, una porcheria dispotica, architettata da una eurocrazia che assume poteri dittatoriali, ma obliqui e storti.

Bisogna leggerlo, l’articolo 50. Che in teoria consente ad uno stato membro di uscire per sua volontà dalla UE : “Ogni stato può decidere di ritirarsi dall’Unione”. Ma deve “notificare la sua intenzione al Consiglio europeo”. Dopodiché “L’Unione negozia e conclude con questo stato un accordo fissante le modalità del suo ritiro, tenendo conto del quadro delle relazioni future con l’Unione. Questo accordo è negoziato in conformità all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato” e vario bla bla burocratico.

Poi però – attenzione – viene il seguente trucco: “i trattati cessato di essere applicabili allo stato di cui sopra a partire dalla data di entrata in vigore dell’accordo, o altrimenti, due anni dopo la notifica […] a meno che il Consiglio d’Europa non decida all’unanimità di prorogare”.

Capito? C’è una scadenza automatica: a due anni. Solo il Regno Unito deve domandare l’inizio della procedura ex articolo 50; ma appena lo facesse, scatta il conto alla rovescia. E il paese sarà sbattuto fuori automaticamente dopo due anni – ci sia stato negoziato o no. E’ evidente che Londra, appena “notifica”, si mette da sé in posizione negoziale di estrema debolezza; alla Commissione – palesemente ostile – basta tirare in lungo dei falsi negoziati, fino a che il paese si troverà fuori automaticamente, perdendo i più elementari diritti di acceso (al mercato europeo, come per esempio hanno Svizzera e Norvegia) L’ingiunzione dell’eurocrazia di “affrettarsi”, non è altro che la volontà della Commissione di privare lo Stato che l’ha offesa dei propri diritti.

Attenzione. Dei propri diritti di Stato-membro, perché ovviamente il Regno Unito è a tutti gli effetti tuttora membro della UE, non avendo ancora compiuto la “Notifica”. Così, per esempio, la decisione dei 27, mercoledì, il giorno dopo il referendum, tenere il Consiglio d’Europa cacciandone David Cameron, che non è stato autorizzato nemmeno a partecipare alla sessione di lavoro con cena della vigilia, è un atto che ha un solo nome: un sopruso. La dimostrazione che l’Europa Unita, quando vuole infrange le proprie stesse norme – carattere inconfondibile del sistema di governo chiamato “despotismo”. Del resto i dèspoti europeisti avevano fatto lo stesso con la Grecia, stato-membro paria.

Un regime d’arbitrario sopruso

Non basta: l’europarlamento i cui membri sono in numero di 666 – ha già “modificato la sua organizzazione interna per riflettere la volontà della maggioranza dei cittadini del Regno Unito di ritirarsi dalla UE”, ossia ha cacciato di fatto la componente britannica dai suoi organi di funzionamento, senza aver ancora ricevuto ufficialmente la notifica di quella volontà: pura prevaricazione, che rivela alla luce del sole fino a che punto lo “europeismo” sia una imitazione deforme del sistema pluralista, sotto cui si nasconde una dittatura del burocratismo arbitrario. Lo stesso parlamento ha immediatamente nominato tre “negoziatori” scegliendoli tra i più forsennati talebani dell’europeismo oligarchico: Guy Verhofstadt, sfegatato ideologo del federalismo (abolizione di ogni sovranità) , Elmar Brok, eurodeputato da 36 anni (!) e Roberto Gualtieri, PD, un complice di Draghi e commissario alla moneta unica, che funziona così bene (Gualtieri ha esultato con queste minacciose parole: “Finita l’epoca dei veti inglesi, ora l’integrazione sarà più facile”).

Costoro, ovviamente, intendono che il loro compito sia di escludere ogni elasticità e cordialità dal negoziato, per scoraggiare ogni altro paese che fosse tentato di seguire gli inglesi; e tutti gli esponenti dell’europeismo si sono prodotti in dichiarazioni incendiarie sul come bisognava far soffrire gli inglesi per a loro scelta. “Per scongiurare il contagio, bisogna che la separazione sia dolorosa per l’Inghilterra”, si è sentito dire nelle sedi più autorevoli.

Uno stato membro trattato da nemico

Insomma da un momento all’altro uno stato-membro viene trattato come un nemico, un nemico bellico: verso cui sono sospese non solo le garanzie e normative europee, ma persino il diritto internazionale. Per questi europeisti (quelli che “la UE è nata per metter fine alle guerre”, la “UE è la pace”, ci vuole “Più Europa”), il popolo britannico, colpevole di aver votato male, è oggi un nemico da trattare come un nemico. Si fa’ fretta a Londra, rendendole allo stesso tempo chiaro che da parte della “Europa Unita” non c’è alcuna volontà di trovare una soluzione umana, cordiale, fraterna e che preservi gli interessi comuni – oltre che i legami storici e culturali: ma di quelli, gli europeisti se ne infischiano, come s’è vito quando un finlandese ha suggerito ad Atene di vendersi il Partenone per pagare i debiti.

E’ la situazione del “Comma 22”: un’’apparente possibilità di scelta in una regola o in una procedura, dove in realtà, per motivi logici nascosti o poco evidenti, non è possibile alcuna scelta ma vi è solo un’unica possibilità. Tipicamente:

«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»

Appena Londra notificherà la volontà popolare di uscire dalla UE, sa già che sarà in mano a “negoziatori” dell’atra parte che le sono nemici, e a cui basta far scadere i due anni per espellerla senza alcun diritto. E’ ovvio che non si abbia fretta di fare la notifica; bisognerebbe fare negoziati preliminari – che sono esattamente quelli che Juncker ha proibito ai suoi commissari e direttori generali di aprire, con un atto di dispotismo imperial-burocratico. E’ una siuazione di stallo, che la commissione non vuole sbloccare: contando evidentemente nei “ripensamenti”, nelle secessioni minacciato da Scozia e Irlanda, nel nuovo referendum richiesto da manifestanti anglo-europeisti, insomma nella destabilizzazione interna della Gran Bretagna, che dovrebbe poi strisciano richiedere ai burocrati di essere riammessa – a quel punto la Prigione dei Popoli chiamata UE si richiuderebbe su tutti noi; con sbarre ancora più grosse, e un sistema di governo che ha dimostrato la più chiara volontà di arbitrio. Quel disprezzo e violazione delle norme e del diritto che ha potuto esercitare in piena impunità e con gli applausi di tutti i “Progressisti europeisti” – durante lo strappo britannico.

E’ perfettamente coerente con la natura dispotica e incivile della UE, che essa – mentre tratta il paese di Shakespeare, Chesterton e Tolkien come nemico – stia continuando alla chetichella a preparare l’adesione alla sua “Europa” della Turchia di Erdogan, e staia per far entrare nella UE l’Albania, come esige Washington. Contro l’adesione della Turchia, va’ notata a la nobile reazione di Vienna: se averà, avrete lo Austrexit.

Invece, non conforta il fatto che la Merkel abbia messo in giro la voce che si libererà “entro l’anno prossimo” di Jean-Claude Juncker, per il modo in cui ha gestito il Brexit sotto alto tasso alcolico. Ciò non fa che confermare l’ordinamento dispotico che ha assunto il regime UE: il capo della Commissione viene comunque scelto, è il caso d dire, dal RE di Prussia.

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Due papi come mai nella storia, da vero “stato d’eccezione” papi

 

Ricevo e pubblico.

LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI E L’OMBRA DI CARL SCHMITT
di Guido Ferro Canale

Il recente intervento di Mons. Georg Gänswein sulla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato ha suscitato clamore e riflessioni soprattutto perché sembrerebbe offrire un supporto alla teoria dei “due papi”. Senza entrare nel dibattito su quest’aspetto, o sulla problematica distinzione tra esercizio attivo e passivo del ministero petrino, vorrei attirare l’attenzione su un punto differente del testo, le cui implicazioni mi paiono meritevoli di approfondimento.

Mi permetto di esordire additando, in primo luogo, il titolo scelto dall’illustre Autore: “Benedetto XVI, la fine del vecchio, l’inizio del nuovo”. Egli lo giustifica in esordio, affermando che egli “ha incarnato la ricchezza della tradizione cattolica come nessun altro; e che – nello stesso tempo – è stato talmente audace da aprire la porta a una nuova fase, per quella svolta storica che nessuno cinque anni fa si sarebbe potuto immaginare”. In altri termini: l’“inizio del nuovo” non lo ravvisa in uno qualsiasi dei molti atti di governo o di magistero, ma proprio nella rinunzia e nella situazione inedita che essa crea.

Situazione che egli non descrive solo nei termini della dicotomia nell’esercizio del ministero. Impiega anche – sebbene in modo meno evidente – un’altra categoria, lo stato di eccezione.

La introduce in maniera obliqua, come riferendo un’opinione altrui: “Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo”. Tuttavia, poi, la fa propria, come estendendola all’intero pontificato ratzingeriano: “Dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), rispetto al quale il sobrio cardinale Sodano, reagendo con immediatezza e semplicità subito dopo la sorprendente dichiarazione di rinuncia, profondamente emozionato e quasi preso dallo smarrimento, aveva esclamato che quella notizia era risuonata fra i cardinali riuniti ‘come un fulmine a ciel sereno’”.

La lettura sembra piuttosto chiara: quello di Benedetto XVI diventa un “pontificato di eccezione” in forza della rinuncia e nel momento della rinuncia.

Ma perché l’espressione è riportata anche in tedesco, come “Ausnahmepontifikat”?

In italiano, “pontificato di eccezione” suona semplicemente come “fuori del comune”. Ma il riferimento alla sua lingua materna fa capire che Mons. Gänswein non ha in mente una simile banalità, bensì la categoria dello “stato di eccezione” (Ausnahmezustand).

Una categoria che qualunque tedesco di media cultura associa immediatamente alla figura e al pensiero di Carl Schmitt.

“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. […] Qui con stato di eccezione va inteso un concetto generale della dottrina dello Stato, e non qualsiasi ordinanza d’emergenza o stato d’assedio. […] Infatti non ogni competenza inconsueta, non ogni misura o ordinanza poliziesca d’emergenza è già una situazione d’eccezione: a questa pertiene piuttosto una competenza illimitata in via di principio, cioè la sospensione dell’intero ordinamento vigente. Se si verifica tale situazione, allora è chiaro che lo Stato continua a sussistere, mentre il diritto viene meno” (C. Schmitt, “Teologia politica”, in Id., “Le categorie del politico”, Bologna, 1972, pagg. 34 e 38-9).

“Aus-nahme”: letteralmente, “fuori-legge”. Uno stato di cose che non può essere regolato a priori e quindi, se si verifica, obbliga a sospendere l’intero ordinamento giuridico.

Un “Ausnahmepontifikat”, dunque, sarebbe un pontificato che sospende, in qualche modo, le regole ordinarie di funzionamento dell’ufficio petrino o, come dice Mons. Gänswein, “rinnova” l’ufficio stesso.

E, se l’analogia corre, questa sospensione sarebbe giustificata, o piuttosto imposta, da un’emergenza impossibile ad affrontarsi altrimenti.

In un altro testo, “Il custode della costituzione”, Schmitt ravvisa il potere di decidere sul caso di eccezione nel presidente della repubblica di Weimar e lo ritiene funzionale alla custodia della costituzione. Forse questo aspetto del pensiero schmittiano non è pertinente, ma certo dà l’idea della gravità della crisi richiesta da uno stato di eccezione.

Possibile, allora, che un concetto dalle implicazioni simili sia stato impiegato con leggerezza, in modo impreciso, magari solo per alludere alla difficoltà di inquadrare la situazione creatasi con la rinuncia secondo le regole e i concetti ordinari?

Non mi sembra possibile, per tre ragioni.

1) L’improprietà di linguaggio non si presume, a fortiori trattandosi di uno dei concetti più conosciuti di uno studioso che, almeno in Germania, è noto “lippis et tonsoribus”.

2) L’enfasi, evidente fin dal titolo, su effetti e portata della rinuncia, che non è certo considerata una possibilità di rara occorrenza ma tranquillamente prevista dal codice di diritto canonico (si consideri che è definita, tra l’altro, “ben ponderato passo di millenaria portata”);

3) I possibili riferimenti alla situazione critica concreta che mi sembra di ravvisare nell’intervento di Mons. Gänswein.

Si consideri quanto egli dice sull’elezione di Benedetto XVI “a seguito di una drammatica lotta”: “Era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a ‘una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’ aveva contrapposto un’altra misura: ‘il Figlio di Dio e vero uomo’ come ‘la misura del vero umanesimo’.”.

Uno scontro dove, se non in conclave, nel cuore della Chiesa?

Se ne indicano anche i protagonisti. E non è un mistero per nessuno, ormai, che il “gruppo di San Gallo” è tornato in azione nel 2013.

Quanta parte delle difficoltà del pontificato di Benedetto XVI si può spiegare proprio con questo scontro magari sotterraneo, ma incessante, tra chi resta fedele all’immagine evangelica del “sale della terra” e chi vorrebbe prostituire la Sposa dell’Agnello alla dittatura del relativismo? Questo scontro, che non è solo una lotta per il potere, ma semmai una lotta sovrannaturale per le anime, è la ragione principale per cui gli uni hanno amato Benedetto XVI, gli altri lo hanno odiato.

E proseguiamo nella lettura.

“Durante l’elezione, poi, nella Cappella Sistina fui testimone che visse l’elezione come un ‘vero shock’ e provò ‘turbamento’, e che si sentì ‘come venire le vertigini’ non appena capì che ‘la mannaia’ dell’elezione sarebbe caduta su di lui. Non svelo qui alcun segreto perché fu Benedetto XVI stesso a confessare tutto questo pubblicamente in occasione della prima udienza concessa ai pellegrini venuti dalla Germania. E così non sorprende che fu Benedetto XVI il primo papa che subito dopo la sua elezione invitò i fedeli a pregare per lui, fatto questo che ancora una volta questo libro [di Roberto Regoli] ci ricorda.”.

Ma più del “soprattutto mi affido alle vostre preghiere” pronunciato subito dopo l’elezione, non ricordiamo forse l’invito drammatico della messa per l’inizio del ministero petrino: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”? Nella parabola del Vangelo il cattivo pastore non fugge per paura. Fugge perché “è un mercenario, e non gli importa delle pecore”.

Credo, quindi, che Benedetto XVI stesse confessando una paura concreta. E che pensasse a lupi molto concreti. Credo anche che questo spiegasse shock, turbamento e vertigini.

E forse un altro riferimento si trova nell’accenno ad una critica piuttosto frequente: “Regoli non sottace l’accusa di scarsa conoscenza degli uomini che spesso è stata mossa al geniale teologo nei panni del Pescatore; capace di valutare in modo geniale testi e libri difficili e che ciononostante, nel 2010, con franchezza confidò a Peter Seewald quanto trovasse difficili le decisioni sulle persone perché ‘nessuno può leggere nel cuore dell’altro’. Quanto è vero!”.

Quando i lupi sono travestiti da agnelli, o da pastori; quando i loro pensieri non sono stampati su carta e passibili di raffinata analisi teologica; come smascherarli? Come capire di chi fidarsi, e a chi affidare parte dell’autorità sul gregge del Signore?

Per questo, mi sembra che anche la frase “Benedetto XVI era consapevole che gli veniva meno la forza necessaria per il gravosissimo ufficio” acquisti un senso meno anodino e, forse, più sinistro. Gravosissimo sarebbe, l’ufficio, non per la molteplicità di impegni esteriori, senz’altro stancanti, ma per l’estenuante lotta interna. Tanto estenuante che, non sentendosi più in grado di sostenerla…

Forse sto leggendo troppo all’interno di questo testo. Forse Mons. Gänswein ama le immagini colorite o le frasi ad effetto. Di sicuro qualcuno non mancherà di dirlo. E sono il primo ad ammettere che il gusto per l’analisi mi può prendere la mano.

Ma se posso sbagliare nella ricostruzione dell’emergenza concreta, non credo che sia possibile liberare la rinuncia dall’ombra che vi getta quell’espressione pesante come un macigno: “Ausnahme”. Non ho evocato io l’ombra di Carl Schmitt: mi sono limitato ad indicare il punto in cui Mons. Gänswein l’ha resa visibile, oserei dire palpabile.

Resta aperto un interrogativo, però: in che modo, in che termini la rinuncia, con l’introduzione del “papa emerito”, costituirebbe una reazione adeguata all’emergenza?

Si può pensare alla forza spirituale dell’esempio di distacco dal potere, o più semplicemente al fatto che l’esercito di Cristo avrebbe avuto un nuovo comandante, non ancora logorato dalla lotta in questione e in grado di condurla meglio. Ma queste ragioni valgono per la rinunzia, non per l’“emeritato”.

Forse, un accenno può emergere dall’affermazione che Benedetto XVI ha “arricchito” il papato “con la ‘centrale’ della sua preghiera e della sua compassione posta nei giardini vaticani”.

La compassione, di questi tempi sarà il caso di ricordarlo, non è la misericordia. In teologia ascetica o mistica, è l’unirsi alle sofferenze di Cristo crocifisso, offrendo sé stessi per la santificazione del prossimo.

Un servizio di com-passione da parte del papa si rende necessario – a mio avviso – solo quando la Chiesa pare vivere in prima persona il Venerdì Santo. Quando debbono riecheggiare le parole amarissime: “Haec est hora vestra et potestas tenebrarum”.

Beninteso, con questo non denuncio complotti e non formulo accuse: lo stato di eccezione può essere benissimo “voluto dal Cielo”, dato che le tenebre non avrebbero potere alcuno senza una permissione divina. E noi sappiamo che esiste pure una misteriosa necessità del “mysterium iniquitatis”: “È necessario che sia tolto di mezzo ciò che lo trattiene”. A maggior ragione, dunque, rientreranno nel piano di Dio gli anticristi minori e le ore di tenebra.

Io non possiedo né posso offrire risposte certe sulle cause concrete della rinunzia di Benedetto XVI, né sulle ragioni teologiche o personali che possono averlo indotto a definirsi “papa emerito”, meno ancora sui piani soprannaturali della Provvidenza. Ma che oggi gli anticristi siano scatenati – soprattutto quelli che dovrebbero pascere il gregge del Signore – mi sembra incontestabile.

Allora, comunque ci si sia arrivati, è senz’altro tempo di com-passione.

Tempo di opporre la speranza cristiana all’“impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”, allo “pseudo messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne” (Catechismo della Chiesa cattolica, 675).

Tempo di affrettare con la sofferenza cristiana, l’arma spirituale più potente che ci sia dato impiegare, il momento in cui Iddio interverrà, nel modo a lui noto “ab aeterno”, per ristabilire verità, diritto e giustizia.

Kyrie, eleison!

LETTERA DA PARIGI. LA COSIDDETTA LOI TRAVAIL

 

Quando il 18 febbraio 2016 la proposta di riforma del codice del lavoro avanzata dalla ministra El Khomri è stata svelata per la prima volta, era difficile passasse inosservata. Per comprendere la portata della sorpresa presso l’ala più a sinistra del partito al governo, i sindacati e la società civile, basti ricordare la reazione, ripresa dal sito de Le Monde, del consigliere regionale UMP d’Ile de France, Pierre-Yves Bournazel.

Un movimento spontaneo si è dunque organizzato dando vita a una petizione on line per il ritiro della proposta di legge – arrivata a più di un milione di firme – e a un appello a rassemblement in place de la République alle 14 del 9 marzo, data inizialmente prevista per la discussione del progetto di legge al consiglio dei ministri, successivamente rinviata di un paio di settimane. I sindacati (CGT, FO, FSU, Solidaires, UNEF, UNL, FIDL) dal canto loro, hanno aderito alla protesta indicendo una manifestazione alle 12:30 dello stesso giorno con partenza dalla sede del Medef (la Confindustria francese). Gli studenti cominceranno la mattina, con assemblee e dibattiti. Insomma, una grande mobilitazione. Quali ne sono allora le ragioni?

Ecco i punti più controversi della cosiddetta « loi travail »:

Diminuzione degli stipendi e aumento delle ore di lavoro
Tramite un semplice accordo aziendale, per ragioni non necessariamente determinate da difficoltà economiche, il datore di lavoro potrà, per una durata massima di cinque anni, imporre una diminuzione dello stipendio o un aumento delle ore di lavoro. I dipendenti saranno obbligati ad accettare, pena il licenziamento.

Tempo di lavoro e straordinari
Attualmente la durata settimanale di un contratto di lavoro a tempo pieno è fissata a 35 ore. Al di là, cominciano le ore supplementari, pagate almeno il 10% in più, a meno che l’accordo di settore non preveda un tasso più vantaggioso per il salariato. Con la nuova legge, anche qualora un accordo di settore preveda un tasso più vantaggioso, prevarrà l’accordo aziendale.

La durata massima di ore settimanali è fissata a 44 ore e quella giornaliera a 10 ore. La nuova legge prevede che con un semplice accordo aziendale si possa passare a 46 ore settimanali e a 11 giornaliere.

Licenziamento per ragioni economiche
Attualmente un datore di lavoro può licenziare qualora l’azienda si trovi in difficoltà economiche oppure sia costretta a chiudere. La nuova legge ridefinisce il concetto allargandolo al caso in cui l’azienda consideri che una riorganizzazione sia “necessaria al mantenimento della competitività sul mercato”.

Se licenziato per ingiusta causa, l’indennizzo che il salariato potrà reclamare ai prud’hommes, avrà, con la nuova legge, un tetto massimo che andrà dai 3 mesi, per chi ha meno di due anni di anzianità, ai 15 mesi, per chi ne ha più di venti.

Congedo per il decesso di un familiare
Attualmente fissata dalla legge ad almeno due giorni, la durata del congedo sarà decisa da un accordo di settore oppure aziendale.

La reperibilità
Le ore di reperibilità saranno considerate alla stregua delle ore di riposo settimanale e di conseguenza non retribuite.

And so on…

Una protesta senza fine. Nel giorno in cui il Senato francese ha adottato in prima lettura la contestata riforma del lavoro i sindacati sono scesi per l’undicesima volta nelle piazze di Francia per chiedere il suo definitivo ritiro.
La versione approvata dai senatori è ancora “più dura” rispetto a quella dei deputati, commentano gli esperti, mentre la Cgt, il principale sindacato opposto alla Loi Travail annuncia battaglia per “tutta l’estate”. Il via libera definitivo è atteso per il 20 luglio.
Mentre il presidente François Hollande e il premier Manuel Valls ripetono che non cederanno, Philippe Martinez, il baffuto leader della Cgt promette una nuova giornata di protesta per il 5 luglio. Peggio. Se necessario ci saranno “iniziative per tutta l’estate”, ha avvertito, lasciando planare la possibilità di altri scioperi.
Oggi il numero di manifestanti è stato inferiore rispetto a quello delle precedenti mobilitazioni: 200.000 mila secondo la Cgt, 64.000 per la polizia. A Parigi, dopo le violenze perpetrate dai casseurs a metà giugno, l’itinerario del corteo, dalla Bastiglia a Place d’Italie, è stato blindato da un muro di 2.500 agenti.
In pieno Euro 2016 la capitale vuole evitare il ripetersi di scene da guerriglia urbana come quelle di due settimane fa.
Le forze dell’ordine hanno controllato zaini e borse di chiunque volesse aderire alla manifestazione, e già prima della partenza, intorno alle 14:30, hanno proceduto al fermo di una trentina di individui a rischio. Il bilancio è di 81 persone portate in commissariato per accertamenti in tutto il Paese.
A Lille, in 450 hanno protestato davanti alla sede della polizia per chiedere la liberazione di otto militanti fermati mentre bloccavano una rotatoria. Ma a parte qualche piccolo incidente, questa volta la sicurezza ha retto, nuovi scontri non ci sono stati, a Parigi il corteo si è svolto in modo pacifico e sereno.
Domani e dopodomani, il premier Valls riceverà sindacati e Medef (la confindustria francese) per un’ennesimo tentativo di concertazione. La speranza è che si riesca a trovare una via d’uscita ma dopo quattro mesi di muro contro muro in molti non ci credono più.

5 MAGGIO 2016
Un reportage sulle recenti mobilitazioni a Parigi contro la legge sul lavoro, con alcune considerazioni sulla loro portata, le loro problematiche, le repressioni della polizia e le prospettive della lotta di classe. Dal sito Brescia Anticapitalista
Lettera da Parigi.
Ho avuto la fortuna di essere a Parigi durante le giornate di mobilitazione del 28 aprile e del 1° maggio scorso contro la legge sul lavoro. Il 28 aprile era sciopero generale (sia del privato che del pubblico): a Parigi, alla partenza, c’erano 15-20.000 persone (un numero probabilmente più vicino a 15mila che a 20mila), ma poi lungo il percorso si sono aggregati un po’ di altri lavoratori. Penso di non sbagliare dicendo che all’incirca era un corteo di 20mila persone. La Prefettura ha dato la cifra, riduttiva, ma non distante dalla realtà, di 15mila. Il 1° maggio c’era, ad occhio, tra il doppio e il triplo delle persone presenti il giovedì prima: anche qui una valutazione di 50mila manifestanti penso non sia troppo distante dalla realtà. La Prefettura ha dato la cifra ridicola (vachement ridicola, come dicono i francesi) di 17mila persone; la CGT di 70mila. Considerando che l’Île-de-France conta circa 12milioni di abitanti non sono numeri straordinari. E’ vero che in generale le grandi città sono i luoghi dove le mobilitazioni incontrano più difficoltà, rispetto ai centri medi e piccoli: in un altro grande centro, a Lione, il 1° maggio secondo la locale Prefettura c’erano 2mila persone, per gli organizzatori 5mila (Lione, come città, ha circa mezzo milione di abitanti). Comunque rispetto alla giornata di mobilitazione del 31 marzo il trend nazionale è in discesa: da 390mila/1milione di manifestanti il 31 marzo a 170mila/500mila il 28 aprile (dati rispettivamente della Prefettura e della CGT). Il 1° maggio per la Prefettura ci sono stati 84mila manifestanti a livello nazionale, mentre non sono a conoscenza di dati nazionali forniti dalla CGT. Ma naturalmente pensare che tutti i trend debbano essere sempre di tipo lineare è una sciocchezza…
Quali prospettive per queste mobilitazioni? Il Parti de Gauche ha distribuito un volantino in cui sostanzialmente dà l’indicazione di votare Mélenchon alle Presidenziali del 2017. Lutte Ouvrière aveva un manifesto che si concludeva con le parole “i lavoratori devono far sentire la loro voce!”. Un analogo manifesto della CGT recitava “Indignatevi! Mobilitatevi! Iscrivetevi alla CGT!”. Un po’ meno generici e vaghi i trotskisti sia del NPA sia di Ensemble! (parte costituente del Front de Gauche), che, insieme a Solidaires e agli anarchici della CNT, propagandano la “grève reconductible”: uno sciopero indetto un giorno dopo l’altro, in pratica uno sciopero prolungato in settori che riescono a reggerlo, lavorando alla loro generalizzazione. Che i lavoratori francesi siano pronti a questa prova di forza è tutto fuorché sicuro: non c’è in corso una “febbre degli scioperi” in Francia, a cui dare indirizzo e corso nazionale unitario attraverso la proclamazione della “grève reconductible”; nelle piccole realtà in cui si sono avute in queste settimane esperienze positive di scioperi radicali era in piedi un lavoro da anni di sindacalismo combattivo – nella stragrande maggioranza delle situazioni è difficile immaginare che la situazione di arretratezza possa essere superata in un pugno di giorni.
Quello che mi ha colpito delle manifestazioni parigine è che erano molto piacevoli: tutti molto “indignati”, ma non per questo queste manifestazioni erano anche mezza festa, mezza passeggiata in cui trovarsi “tutti insieme”. Niente a che vedere con lo sciopero, inizio anni ’50, descritto in un bel libro riedito in questi giorni in Francia (Louis Oury, Les prolos): “Giovedì 5 maggio, in una mattinata di primavera, ci ritroviamo in quindicimila metalmeccanici raggruppati sul terrapieno di Penhoët. Appollaiato sulla piattaforma di un vagone, per alcuni momenti sono rimasto sconvolto dall’impressione di potenza espressa da quindicimila uomini riuniti per un comune scopo, per una lotta vitale. Il potenziale di violenza mi faceva un po’ paura, anche se mi sentivo solidale con i miei compagni. Quindicimila maschi che dominano la dura materia per lunghi anni e si dichiarano apertamente pronti a prendere per le palle il direttore e i suoi aggiunti se non dànno loro i mezzi per vivere decentemente, questo mi faceva l’effetto di una doccia ghiacciata. Tanto più che le lezioni di catechismo sono sempre vive nella mia memoria, soprattutto « … panem nostrum quotidianum de nobis hodie ». Il pane quotidiano? A dire il vero gli operai non vogliono che glielo si dia, ma vogliono strapparlo, ottenerlo con la forza, per una semplice questione di dignità, per « non dover calar le braghe davanti al padrone »”.
Ecco: i quindici-venti mila uomini e donne riuniti a Parigi il 28 aprile non davano nessuna impressione di potenza, per una “lotta vitale” comune. E’ un “universo” diverso da quello inizio anni ‘50. Quello che si è perduto è la disponibilità, o la volontà, e la capacità di battersi – come classe contro una classe che le si fronteggia. E “battersi”, in ultima analisi, vuol sempre dire “menare le mani”. E’ il collettivo “potenziale di violenza” che emanava dalla manifestazione metalmeccanica francese di decenni fa. Sembra che oggi non ci sia da “prendere per le palle” nessuno – direttori, governanti, poliziotti; ma solo, ciascuno, votare per qualcuno o prendere la tessera di qualcun altro, pacificamente, come è di buon gusto in una società citoyenne, dove tutt’al più di classi si può discutere in modo amabile, l’importante è che non diventino delle realtà che facciano l’effetto di una “doccia ghiacciata”. A me le manifestazioni parigine, per quanto piacevoli e simpatiche, sono sembrate delle belle passeggiate fatte solo per far vedere che CGT e FO esistono e “hanno i numeri”. Niente a che vedere con la lotta di classe.
Se CGT e FO, per far vedere che esistono, devono far appello alle passeggiate di massa, altre strutture – di dimensioni minuscole – per far vedere che esistono devono inscenare degli happening, da un lato assolutamente innocui, ma dall’altro con un forte impatto mediatico. Sto parlando dei famosi cagoulés (persone con passamontagna in testa), i casseurs (il vocabolario recita un buffissimo “rompitutto”), che hanno inscenato gli “scontri” con la polizia, sia il 28 aprile che il 1° maggio. Ridimensiono quello che è successo: sono stati lanciati all’indirizzo della polizia un po’ di sanpietrini e di bidoni dello sporco (non quelli enormi e di metallo di Brescia, ma quelli minuscoli e di plastica, che se vuoti possono essere sollevati da un bambino), e qualche vetrina rotta. Qui non è in gioco nessuna classe, ma solo (piccole) dinamiche di (piccoli) gruppi. Nessun obiettivo, scopo. Nessuna controparte reale (le controparti preferite sono, non a caso, quelle simboliche). Che la polizia gradisca queste sceneggiate, e giochi al loro stesso gioco, è testimoniato dal fatto che talvolta, impaziente, ricorra ad alcuni falsi cagoulés per riscaldare l’ambiente, e “chiamare in scena” quelli veri, perché finalmente lo spettacolo inizi (è successo così il 1° maggio: dopo la manifestazione sono state pubblicate alcune foto di cagoulés in rapporti molto amichevoli con la polizia), e trasmissioni televisive, giornali e personalità possano finalmente indignarsi dei “violenti”. Alla fine, burocrati sindacali e cagoulés non si differenziano più di tanto, nel loro approccio alle classi: si potrebbe dire che, finalmente, hanno realizzato l’ “unità del movimento”!
La classe lavoratrice francese è in un terribile momento. Borghesia, governo, poliziotti e pennivendoli sono scatenati contro di lei, a favore di una “riforma” del Code de travail che avrà impatti disastrosi sulle condizioni di vita e di lavoro di chi sgobba tutti i giorni per arrivare a fine mese. Addirittura le condizioni per i lavoratori francesi saranno peggio di quelle italiane (i francesi vogliono sempre primeggiare, e chissà quanto si sono rosi il fegato negli ultimi anni a vedere che l’Italia era in testa nella classifica delle controriforme contro il lavoro). In particolare, Le Monde non ha pubblicato una riga sullo sciopero generale del 28 aprile, prima del suo svolgimento: lo sciopero era una non-realtà, che come fantasma ha preso la sua rivincita – il giorno dopo era Le Monde a essere davvero una non-realtà, non uscito a causa dello sciopero. In generale, quanto avvenuto il 1° maggio è stato particolarmente rivoltante: in pratica Prefettura e polizia hanno annullato il corteo. In Boulevard Diderot, dopo che erano iniziate alcune azioni dei cagoulés, la polizia ha ritenuto che bloccarli e versare un po’ d’acqua fredda su queste “teste calde” era troppo pericoloso, e ha ritenuto che bloccare tutto il corteo era più semplice e facile. Sitôt dit sitôt fait. Tutto fermo per un’ora. I manifestanti, che all’inizio non avevano apprezzato particolarmente l’happening dei cagoulés, hanno capito che il problema era invece la polizia, e hanno iniziato anch’essi a lanciare quel poco che c’era. Ma l’effetto è stato nullo: i poliziotti francesi sono particolarmente buffi, conciati come gli antichi centurioni romani, caschi, pettorine, copri spalle, copri avambraccio, proteggi-palle, copri stinco. Da fermi reggono sanpietrini e bidoncini dello sporco senza problemi. Il vero problema per loro è se devono muoversi: con vento a favore fanno i 100m in non meno di 30 minuti. Poi la Prefettura ha comunicato ai sindacati che potevano entrare in Place de la Nation per un’altra via: così un pezzo di corteo è riuscita ad arrivarci verso le 18.30. E qui c’è stato il vero coup de théâtre: la Prefettura ha ordinato – esattamente alle 18.30 – che la Place de la Nation doveva essere sgomberata. Ti abbiamo fatto sudare sette camicie per arrivarci? Appena arrivato, sciò, vattene via subito. Un po’ di manifestanti si sono fermati, nonostante tutto: la polizia ha deciso di svuotare in parte i propri magazzini di lacrimogeni, e ha affumicato oltre alla piazza tutti i quartieri circostanti. Poi, lentamente, 3.000 poliziotti sono avanzati nella piazza e sono riusciti ad avere la meglio di poche centinaia di “irriducibili” senza nulla in mano. Lo spettacolo era riuscito tanto bene che è stato replicato la sera a Place de la République. Vi piace vincere facile, eh?, recitava una volta una simpatica pubblicità. Tanta prova di eroismo poliziesco non è stata invece dimostrata nella lotta al terrorismo. Proprio in questi giorni è uscito un rapporto d’inchiesta sui fatti del 18 novembre scorso a Saint Denis, una freddissima giornata che ho vissuto in diretta. Quel giorno la polizia francese (addirittura le sue unità d’élite) sparò per ore contro un caseggiato dove, in un appartamento, c’erano due terroristi e una ragazza. Gran parte della zona nord di Parigi era bloccata. L’unica arma a disposizione dei tre era una pistola che sparò in tutto undici colpi, oltre a una cintura esplosiva che servì ai due terroristi per suicidarsi. Reparti della polizia scambiarono gli spari di altri reparti della polizia come se fossero provenienti dai terroristi (anche un cane poliziotto venne ucciso da “fuoco amico”). Nessuno ebbe il coraggio di entrare nel caseggiato prima di sette ore, dopo aver sparato tra i 1.500 e i 5.000 colpi (nessuno dei quali colpì i terroristi, morti da tempo), lasciando morire asfissiata la ragazza sotto i detriti. Se l’inefficienza e l’inettitudine della polizia belga nella lotta al terrorismo è oramai diventata un luogo comune a livello mondiale, bisogna dire che quella francese non ha nulla da invidiare a quella belga. Queste polizie non sanno far altro che reprimere i lavoratori, se non “vincono facile” non vincono. Stesso ragionamento potrebbe esser fatto per gli “stati d’emergenza”: del tutto inutili nella lotta al terrorismo, sono invece utilissimi nella lotta a chi si oppone a borghesie e governi.
I mass media, dopo il 28 aprile e il 1° maggio, hanno naturalmente urlato a squarciagola contro i “violenti” e chi non li condanna. Lo “stile” usato in questi articoli e programmi televisivi riesce addirittura a superare in grettezza le campagne mediatiche italiche. Il livello della propaganda è talmente squallido da ribaltarsi e diventare ridicolo. Il simbolo di questo è Valls, un primo ministro la cui nullità e la cui idiozia superano perfino quelle del nostro premier (i soliti francesi che vogliono primeggiare in tutto…). Gli unici problemi in Francia non sono lavoro, terrorismo, ecc. ecc., ma cagoulés e casseurs, e chi non li condanna (in primis “La nuit debout”, alla fine tutti i manifestanti anti-legge sul lavoro), potenziali cagoulés e casseurs. Ho detto che a mio avviso i casseurs del 28 aprile e 1° maggio si riducono a piccoli gruppi che si autoperpetuano in questo modo. Ma il continuo arretramento della condizione lavorativa (anche grazie alla “riforma” Valls-Hollande) farà sì che pian piano diventi espressione di settori sociali ridotti alla disperazione, sia dal punto di vista reddituale, sia dal punto di vista esistenziale. In modo intermittente, fiammate di rivolte senza prospettive incendieranno qui e là la Francia. E’ una storia conosciuta: è la storia delle banlieues e della loro rabbia, la cui ultima impressionante testimonianza fu quella del novembre 2005. Una prefigurazione per ampi settori della classe dei lavoratori, se nel frattempo non si arresta l’offensiva borghese. Ma la distinzione tra “violenza” come happening e violenza come espressione di strati sociali disperati è una distinzione che non concerne i mass media francesi: per loro la Repubblica è citoyenne, e ciascuno si comporta in una logica esclusivamente individualistica, sottoposta al diritto (penale, in questo caso), e in cui il “sociale” non c’entra per definizione. Valls è un bravo cittadino e per questo non farebbe mai queste cose. E’ una storia vecchia come il cucco, messa in berlina dal famoso e bel film di John Landis, Una poltrona per due. Chi scommette un euro che Valls, senza più il rolex, neanche un soldo, un vestito decente, maltrattato e preso a botte dalla polizia, con tutti gli amici che lo abbandonano, la moglie che non ne vuole più sentire niente di lui, senza casa, senza sapere come fare a mangiare la sera di questo stesso giorno, ecc. ecc. diventi un delinquente, un volgare casseur, come un poveraccio qualsiasi? Nel film naturalmente Valls diventa casseur, ma grazie all’organizzazione tra proletari (il Valls divenuto nullatenente, un accattone, una prostituta e un domestico) e alla loro intelligenza (cambiando il film aggiungerei: eccetto quella di Valls) niente più violenza senza prospettiva e senza scopo: alla fine riescono ad averla vinta e a distruggere i due esponenti della più arrogante élite finanziaria del paese, e godersi la meritata ricchezza in un’isola paradisiaca.
In questo frangente drammatico, quale prospettiva per la classe lavoratrice francese? Personalmente penso che non ci siano né scorciatoie, né sostituti più o meno temporanei, alla lotta della classe lavoratrice contro la borghesia. La classe lavoratrice non è ancora disposta e capace a battersi come lo era un tempo? Verrà battuta ancora una volta, e nulla per ora la salverà, né Mélenchon, né i burocrati della CGT e di FO, né l’attivismo di tanti piccoli gruppi, né le idee illuminate di tanti intellettuali, né un fantasmatico “movimento”, né un governo “veramente” di sinistra (si vedano i percorsi di tanti governi, dal PT brasiliano al Syriza greco). Crederlo è mantenere le illusioni presenti, illusioni che portano i lavoratori a pensare che non sia davvero necessario battersi – ci penseranno altri per loro. La classe lavoratrice ritroverà la sua strada, se non oggi, domani, o dopodomani, solo quando queste illusioni si dissiperanno, e anziché émeutes vi sarà senso di potenza collettiva, organizzazione, intelligenza e humour. A mio avviso come rivoluzionari il nostro primo compito è proprio dissolvere queste illusioni (quando invece molte organizzazioni “rivoluzionarie” le ricreano, pur in buona fede, in ossequio allo spirito del tempo, per vie laterali) e aiutare, nella piccola misura realisticamente possibile, i lavoratori a ritrovarsi (ritrovarci). L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi: con tutti i pro e tutti i contro che questo comporta.
(lettera firmata) Parigi, 2 maggio 2016