Calabria: LA VANDEA ITALIANA (da Ruffo alle insorgenze anti-francesi)

[…] Arrivò il tempo delle idee massoniche in tutto il regno, ingrati verso i Borbone ed il loro governo, molti intellettuali predicavano queste nuove idee; in Calabria particolarmente operarono: Francesco Valitutti (Paola), Giovanni Labonia (Rossano), Giuseppe Logoteta (Reggio Calabria), l’abate Jerocades a (Pargherlia) e altri intellettuali calabresi che aderirono alle idee della massoneria.

A Parigi arrivava al potere Napoleone, esportando la rivoluzione in tutto il vecchio continente, all’arrivo delle truppe francesi, guidate dal generale Championnet, Ferdinando IV fu costretto a trovare rifugio in Sicilia, a Napoli venne proclamata la Repubblica Partenopea (Castel S. Elmo, 22 gennaio 1799).

Le truppe francesi entrarono a Napoli il 23 gennaio, ma avranno vita breve grazie all’eroismo di un cardinale calabrese.

Il cardinale Fabrizio Ruffo (San Lucido, 16 settembre 1744 – Napoli, 13 dicembre 1827 – Illustrazione 4), il 25 gennaio 1799 (giorno dell’insediamento di Ferdinando IV alla corte di Palermo), venne nominato vicario generale del regno.

Con sei persone, il cardinale sbarcò sulle coste calabresi (8 febbraio 1799), nei territori feudo della sua famiglia, sventolando una bandiera bianca, che diventerà il glorioso vessillo dell’Armata Sanfedista.

Il cardinale, incaricato dalla corte di Palermo, predicò l’insurrezione alle popolazioni calabresi, ancora poco contaminate dagli ideali massonici e rivoluzionari francesi: le parrocchie fecero suonare le campane per adunare la gente, la sollevazione diventò popolare, incontenibile.

Partì dall’attuale provincia di Reggio, organizzando meticolosamente la sua macchina bellica, marciavano prepotentemente, ingrossavano le fila con nuovi arruolamenti, espropriò beni come quelli del fratello stesso a Bagnara, teneva infervoranti discorsi, piegava mano a mano i paesi a fede repubblicana, intanto riceveva piccoli aiuti spediti da Messina: come cannoni ed una macchina per stampare proclami; ormai era forte di 17.000 uomini, che divise in due colonne bene armate e bene organizzate.

Arrivò a Crotone dove trovò e sbaragliò l’ultima grande resistenza repubblicana, sostenuta da un contingente di soldati francesi, fu un massacro, infatti il cardinale Ruffo, per evitare ulteriore spargimento di sangue, mandò precedentemente tre suoi parlamentari a trattare con i repubblicani crotonesi che per tutta risposta fecero trucidare i tre parlamentari non preoccupandosi di suscitare una carneficina ai danni della popolazione crotonese.

Il cardinale a malincuore inviò una delle due colonne sulla città, non riuscendo ad impedire i saccheggi e le devastazioni da parte dei suoi uomini, che erano pieni di zelo antifrancese e religioso, specie i briganti del famigerato Panzanera.

I fatti sanguinosi di Crotone costarono al cardinale molte critiche che fecero vacillare il suo esercito, ma, poichè il consenso era ancora forte, riuscì a radunare di nuovo 7.000 uomini marciando alla volta di Napoli: stavano per aggiungersi ad un migliaio di galeotti, fatti sbarcare in Calabria dagli inglesi (in funzione anti francese), questi furono assegnati al comando di un altro brigante, Panedigrano (Nicola Gualtieri), che utilizzò i galeotti inglesi con ferrea disciplina.

Durante il cammino da Crotone a Cassano, l’Armata gonfiò le sue fila arrivando ad oltre 16.000 uomini, composti da ex carcerati, truppe baronali, soldati irregolari, cavalieri, religiosi, contadini ed artiglieri.

L’Armata della Santa Fede raggiunse Napoli il 13 giugno, liberando la Capitale dai francesi nell’ultima battaglia al Ponte della Maddalena; i repubblicani superstiti della furia sanfedista, tentando un’ultima e disperata resistenza, si arroccarono nel Forte di Vigliena, facendosi in fine esplodere per evitare la cattura.

Si chiuse così la breve parentesi della Repubblica Partenopea.

Il cardinale Ruffo, sconfitti i francesi, tentò comunque di salvare i repubblicani napoletani dalle prevedibili repressioni, perché non voleva ulteriore spargimento di sangue, e contro il volere stesso dei Borbone, che da Palermo reclamavano la linea dura, sottoscrivendo un accordo con i comandanti inglesi, russi e polacchi (degli eserciti regolari che avevano partecipato all’assedio); tentò di fare fuggire i repubblicani con le truppe e le navi francesi in ritirata.

Ma, sotto pressione dei Borbone, il trattato non venne accettato dall’ammiraglio inglese Nelson, gli sconfitti andarono incontro al loro destino ed i Borbone tornarono al trono.

Nel 1801 le truppe borboniche, tentarono di raggiungere la Repubblica Cisalpina, ma furono sconfitte a Siena da Gioacchino Murat; seguì l’armistizio di Foligno (18 febbraio 1801) e subito dopo la pace di Firenze, che prevedeva tra l’altro l’amnistia per i repubblicani.

Il Regno rimarrà governato dalla dinastia borbonica fino al 1806, quando le truppe napoleoniche invaderanno Napoli, aprendo così una nuova parentesi francese, di circa dieci anni: il cosiddetto periodo “murattiano”.

Alla momentanea ricaduta borbonica, venne nominato re Giuseppe Bonaparte che, dopo la nomina a re di Spagna nel 1808, lasciò il trono al generale francese Gioacchino Murat.

In tutto il periodo, fino alla ricaduta dei francesi, la Calabria si confermò una terra ostile e ribelle, conquistò in tutta Europa notorietà perché ostinatamente antifrancese: tanto da essere paragonata e considerata alla stregua della mitica Vandea (Regione rivoltosa della Francia, che non accettò mai i valori della rivoluzione francese tanto da essere quasi sterminata).

Con forza e volontà inaudita, nell’ultima decade di marzo del 1807 scoppiò la rivolta popolare contro i francesi, partita da Soveria Mannelli, era il 22 marzo, quando venne infastidita una ragazza locale da parte di un soldato francese che comandava il drappello a presidio di Soveria, i compaesani della bella giovane accorsero alle sue grida massacrando il drappello composto da poche unità, l’insurrezione così dilagò in un attimo in tutti i comuni vicini.

I francesi per tutta risposta bruciarono villaggi ed impiccarono i rivoltosi; la repressione non servì a nulla, infatti, il 4 aprile a Maida i Francesi furono sconfitti dai rivoltosi, sostenuti da alcune truppe inglesi.

I francesi abituati a vincere in tutta Europa (con una situazione lontanamente simile alla Calabria solo nella Gallizia), reagirono in maniera molto dura per via degli umilianti colpi ricevuti dal così tenace popolo calabrese.

Il 31 luglio venne proclamato lo stato di guerra nella Calabria, fu avviato un provvedimento formale, a legittimazione delle pesanti e feroci azioni repressive che i Francesi inflissero alle popolazioni della Calabria; si tratta di un provvedimento di legittimazione che ha pochi esempi in tutta la storia.

Nonostante la reazione molto dura la Calabria rimase in guerra fino alla caduta dei francesi.

Il questi anni di governo francese, ben poco fu fatto per la regione, si cercò di abolire la feudalità per decreto (come se bastasse una formalità scritta), molto probabilmente per colpire i nobili calabresi più che per aiutare il popolo.

Si mise mano alla strada principale calabrese che fu costruita dai Borbone (attuale statale 19 – ex strada delle calabrie), fu spostata la capitale della Calabria da Catanzaro a Vibo Valentia (allora Monteleone di Calabria), fatto che portò tuttavia il fiorire di molti mestieri e ripresa economica nella nuova capitale designata.

Ma la guerriglia della “Vandea italiana” continuava incurante di tali ed iniqui provvedimenti.

Arrivano i “cento giorni” e la sconfitta di Napoleone nella battaglia di Waterloo; è il tempo della restaurazione della monarchia, nel meridione d’Italia è quella di Ferdinando IV di Borbone con la soppressione del Regno di Napoli e Regno di Sicilia che erano divisi da due costituzioni diverse: tutto questo voluto dal Congresso di Vienna che durò dall’ 1 novembre 1814 all’8 giugno 1815 (curiosità: il congresso di Vienna abolì la tratta degli schiavi).

Gioacchino Murat cercò di ritornare da Rodi Garganico (dove s’era rifugiato) a Napoli con un pugno di fedelissimi per sollevarne la popolazione, ma il destino crudele volle che la sua nave dirottasse, a causa di una tempesta, in quella terra ostile che era la Calabria: fu arrestato e fatto fucilare nel Castello di Pizzo Calabro nell’ottobre del 1815 da un tribunale militare (oggi il castello porta il suo nome).

I titoli: Re Ferdinando IV (per il Regno di Napoli) e re Ferdinando III (per il Regno di Sicilia) diventarono un unico titolo re Ferdinando I, nasceva sotto la sua guida illuminata il Regno delle due Sicilie: era l’8 dicembre del 1816. […]

(Dalla tesi di laurea – Beni culturali intangibili di Calabria – di Davide Pirillo)

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