Archive | January 2015

Chi era il Comandante Junio Valerio Borghese

Manoscritto del Comandante Junio Valerio Borghese, Lino Mancini 25/11/2013 Manoscritto del Comandante Junio Valerio Borghese  X^ Flottiglia MAS

Presentazione del quadernetto del Comandante Borghese:
La X^ flottiglia MAS

Comandante-X-Mas-Borghese-a
Comandante X Mas Borghese

Per comprendere le motivazioni che spinsero il comandate Junio Valrio Borghese a scrivere una relazione su un quadernetto, durante la sua prigionia dopo la fine della repubblica del Nord, è necessario partire proprio dalle sue vicissitudini che iniziarono con lo scioglimento della X^ MAS avvenuta a Milano il 26 Aprile del 1945.

Sciolta la X^ Mas, il Comandante Borghese fu preso in consegna, su richiesta dei servizi segreti americani, dai comandanti partigiani Sandro Faini, vice comandante del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e Corrado Bonfantini, comandante della brigata partigiana “Matteotti”.

Questi, con vari cambi di sede, lo tennero nascosto a Milano fino all’ 11 maggio sottraendolo alla ricerca dei partigiani più scalmanati.

Questa operazione, a difesa dell’incolumità di Borghese, fu possibile per gli accordi precedentemente sottoscritti tra i servizi segreti alleati e il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Faini e Bonfantini rappresentarono, sia per la decima che per Borghese, due figure di alta civiltà e umanità nelle nefandezze perpetrate da italiani contro altri italiani nella guerra civile scatenatasi dopo il venticinque aprile.

Il com.te Borghese, successivamente, fu trasferito da Milano a Roma a cura del Capitano di Fregata Carlo Resio del S.I.S. (Servizio Informazioni Segrete) Marina e da James Angleton (detto Jimmy), agente dell’ O.S.S. (Office Secret Service): il trasferimento avvenne il 19 maggio 1945.
Comandante Junio Valerio Borghese

Da questo momento il Comandante Borghese, nonostante i processi a cui fu sottoposto e la detenzione comminatagli, rimase di fatto sotto la protezione dei servizi segreti statunitensi con i quali aveva già stabilito rapporti prima della fine della guerra.

Proprio l’agente Angleton raccontò, in un’intervista rilasciata al giornalista Livio Caputo negli anni settanta, che Borghese era stato contattato dagli alleati già dal febbraio del 1945.

A contattarlo fu proprio altro esponente della X^ MAS, il Cap. del Genio Navale Antonio Marceglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare per l’affondamento della corazzata inglese “Queen Elizabeth” ad Alessandria.

Marceglia era rientrato dalla prigionia dopo l’otto settembre come collaborazionista avendo accettato di aderire al regno del sud, era stato catturato ad Alessandria dopo l’azione da lui effettuata. Fu reintegrato nei quadri della Marina del sud e destinato al nuovo reparto assaltatori (Mariassalto) costituito a Taranto.
Comandant Flottiglia X MAS – Junio Valerio Borghese

Nel febbraio del 1945 fu inviato al Nord per contattare Borghese ma, appena passato il fronte nei pressi di Carrara, incappò in un rastrellamento tedesco e fu fatto prigioniero. Ebbe però, su sua richiesta, la possibilità di contattare Borghese che gli fornì una copertura inquadrandolo nella sua unità.

Era riuscito, comunque, nella sua missione che consisteva nel portare a Borghese la richiesta alleata; gli veniva chiesto di collaborare, impedendo così ai tedeschi di attuare il loro piano che prevedeva, durante il loro ritiro dall’Italia del Nord, la distruzione dei porti e delle infrastrutture industriali.

Borghese accettò e impedì la distruzione del porto di Genova e di molte fabbriche, tra cui gli stabilimenti FIAT.
Borghese Comandante X^ MAS
Comandante Borghese ed un ufficiale tedesco – 1944

Il Comandante Borghese, con il trasferimento a Roma, iniziò il suo periodo di carcerazione che terminerà il 17 febbraio del 1949 con la conclusione dei processi a cui fu sottoposto.

Da prima fu portato nel campo di concentramento di Cinecittà (Maggio – Ottobre 1945), poi nella Casa Penale di Procida (Ottobre 1945- Settembre 1947), nel carcere militare di Forte Boccea (Settembre 1947 – Gennaio 1948) per la fase d’istruttoria processuale e per ultimo nel carcere di Regina Coeli (Gennaio 1948- Febbraio 1949) per i processi.

Gli anni trascorsi nelle patrie galere non sono da addebitare agli alleati che, per coinvolgerlo in una collaborazione anti russa o più propriamente anticomunista, gli assicuravano, come già detto, una loro protezione. Le difficoltà gli furono create proprio dagli italiani e più precisamente della Regia Marina che non riconosceva più in lui quel glorioso ufficiale, ancora Capitano di Fregata, decorato per le sue imprese di Medaglia D’oro al Valor Militare.

A dargli il colpo di grazia fu proprio un suo superiore diretto ai tempi del suo comando sul sommergibile Scirè, l’Ammiraglio di Squadra Raffaele de Courten, Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina, che aveva ufficialmente richiesto che Borghese fosse prelevato a Milano per essere trasferito a Roma e così dar corso a quel procedimento penale che lo stesso ammiraglio aveva avviato nei confronti di Borghese, subito dopo l’ 8 settembre, e successivamente ratificato con decreto luogotenenziale del 14 settembre del 1944.
Comandante Borghese X^ MAS – Milano 1944
Comandante Borghese – Milano 1944

Resio ed Angleton, una volta giunti a Roma da Milano, sempre il 19 maggio del 1945, si presentarono alle 23,30 a casa dell’Ammiraglio de Courten per avere disposizioni, Borghese era stato lasciato sotto casa in macchina. L’ammiraglio consigliò, come lui stesso riporta in una sua deposizione, quanto segue:

“ …..Consigliai loro la soluzione più opportuna per evitare che il caso fosse posto ad immediate sanzioni, le quali non avrebbero potuto essere di carattere estremamente grave e per mettere Borghese in condizioni di essere giudicato in tempi di maggiore serenità ed obiettività. E così è infatti avvenuto”.

Di fatto, de Courten disponeva che Borghese fosse arrestato per dar corso ai procedimenti penali che lui stesso aveva richiesto. Proprio per difendersi e per lasciare una traccia autografa di quelle che erano state le sue vere intenzioni nel fare le scelte che fece in quella tragica sera dell’8 settembre 1943, nel periodo di carcerazione trascorso tra Cinecittà e Procida, il com.te Borghese compilò su un quaderno una relazione dal titolo “La X^ Flottiglia MAS”.
Comandante Borghese – Maresciallo Graziani
Borghese – Bardelli
Borghese – Bardelli

L’idea di trascrivere una relazione su un quadernetto gli venne il “20 maggio del 1945″ quando, prigioniero a Cinecittà, ricevette la visita di un capitano Inglese che lo invitò a mettere per scritto il suo interrogatorio non avendo, questi, tempo per interrogarlo. Borghese chiese un quaderno e su questo iniziò a scrivere: il 16 giugno 1945 consegnò il suo lavoro, le prime sessantadue pagine dell’attuale quadernetto, chiedendone la restituzione che avvenne qualche decina di giorni dopo.

Successivamente, l’8 agosto gli fu sequestrato e definitivamente riconsegnato il 22 ottobre 1945, prima del suo trasferimento nella casa circondariale di Procida. Il quadernetto lo completò durante la detenzione a Procida.

Nel settembre 1947, il com.te Borghese, ricondotto a Roma nel carcere militare di Forte Boccea per l’istruttoria dei suoi processi, volle mettere al sicuro questo quadernetto, contenente quello che può essere definito un suo testamento spirituale, consegnandolo di nascosto ad una sua ex fidatissima ausiliaria della X^ MAS che gli aveva fatto visita in carcere.
Borghese – Carallo

Questo quaderno, nel 1948, l’ausiliaria lo affidò a un sergente della X^ MAS, Antonio Pasqualis, che aveva conosciuto a La Spezia nell’aprile del 1944 durante un bombardamento.

Il Pasqualis era un ragazzo di Laurana (Fiume) che nel luglio 1943, terminato il liceo classico, fu chiamato alla visita di leva e subito arruolato in Marina con l’obbligo di presentarsi a La Spezia il 7 settembre 1943. Come lui stesso scrive in una sua lettera:

“Potevo tornare indietro? No. Restai in Marina”.

Rimase nella Marina da Guerra della Repubblica Sociale Italiana, X^ MAS, e prestò servizio nel battaglione “Barbarigo”. Sempre dalla sua lettera:

“Assolsi il mio servizio militare il 30 aprile 1945, dopo aver accompagnato alle rispettive case, alcune Ausiliarie che abitavano nei pressi di Gorizia”.

Nel 1998, il Pasqualis, dopo aver letto degli articoli sulla Rivista Marittima, scrisse all’autore di questi articoli, l’Amm. Alberto Salvadori, quanto segue:

“Ammiraglio, ho letto e riletto con estremo interesse i Suoi lavori “La fine dei due Imperi”e “Dovere e valore” da Lei pubblicati su il Supplemento della Rivista Marittima del giugno 1998. Sono studi incisivi e ben condotti, con competenza ed elevato senso storico, difficile a trovarsi oggigiorno. Vorrei, se mi permette, chiarirle un punto del secondo lavoro e precisamente quando nella Nota N°14 (pag.87):

Lei afferma di essere sorpreso di come mai alla Famiglia di un “non collaborazionista” in odore di tradimento venisse corrisposto metà dello stipendio del Capo Famiglia. Troverà la risposta al pargrafo 13 (pag.73) della Memoria del Com.te Borghese, che mi permetto d’inviarLe. (Il Pasqualis invia all’ammiraglio una copia del quaderno in questione- n.d.r.) Sono passati ormai cinquanta anni dal giorno in cui detta memoria (scritta in carcere)mi fu affidata dal … … … … … del Servizio Ausiliario della X^ MAS. Quindi mi sento libero di fargliela pervenire…”… (nome dell’ausiliaria omesso per rispettare il suo desiderio di anonimato –n.d.r.)

L’Amm. Salvadori propose alla Rivista Marittima la memoria ricevuta ma non fu pubblicata perché l’allora direttore aveva fatto delle scelte editoriali che non prevedevano che la rivista continuasse nella pubblicazione di diari e memoriali; voleva che la rivista non diventasse una succursale dell’Ufficio Storico continuando in questo tipo di pubblicazioni (dichiarazione rilasciatami dall’Amm. D’Agostino, all’epoca Direttore della Rivista Marittima – n.d.r.).

Questo quadernetto , anche se non è stato mai pubblicato per intero, non è inedito perché alcuni ufficiali della X^ MAS ne erano a conoscenza. Nel 2003, infatti, ne ebbi conferma durante un mio colloquio con Mario Bordogna, “Ufficiale Addetto al Com.te Borghese” e poi Presidente dell’ “Associazione Combattenti X^ Flottiglia Mas”.

Il Bordogna mi disse che era a conoscenza del quaderno e che costituiva uno dei documenti di riferimento del suo libro “Junio Valerio Borghese e la X^ Flottiglia Mas – Settembre 1943 Aprile 1945”; due pagine del quadernetto, riprodotte, sono state inserite nel libro. Anche Sergio Nesi, Ufficiale dei Mezzi D’assalto di Superficie della Marina del Nord, nel suo libro “Decima Flottiglia Nostra”, cita questo quadernetto riportandone dei passi. Sempre Bordogna mi disse che questo quadernetto fu fatto circolare negli anni settanta.

Probabilmente il Pasqualis non voleva che questa memoria andasse perduta e aveva fatto in modo che responsabili dell’ “Associazione Combattenti della X^ Flottiglia MAS” ne venissero a conoscenza. Ma questa è solo una mia supposizione in relazione al fatto che, da quanto risulta dalla lettera prima citata, sembrerebbe che il Pasqualis fosse l’unico custode del quaderno.

Copia di questo quaderno, indirettamente, l’ho ricevuta anche io dal Pasqualis. Infatti, un giorno, un mio collega, ex ufficiale di Marina come me, sapendomi interessato a questi argomenti, me ne donò una copia, riproducendola da quella ricevuta dal Pasqualis per il tramite di una parente di quest’ultimo.

Il Pasqualis forse pensava che il mio collega, per i suoi trascorsi in Marina, avrebbe potuto adoperarsi per una pubblicazione qualificata di questo quaderno senza infrangere la presunta volontà di Borghese, a suo tempo espressa alla fidatissima ausiliaria a cui aveva affidato il quadernetto, di non pubblicarlo prima di cinquanta anni dalla fine della guerra.

Personalmente, mi sarebbe piaciuto che Borghese fosse uscito di scena alla fine dei suoi processi, cioè nel 1949, e che quei giudici militari che lo condannarono lo assolvessero, che potesse essere riabilitato nel suo grado ed essere, quindi, ricordato come soldato e come eroe. Così non fu, il tribunale lo condannò a dodici anni di reclusione ed interdizione dai pubblici uffici, di cui nove anni gli furono condonati tenendo conto:

dell’amnistia di Togliatti
del suo glorioso passato militare
della collaborazione da lui fornita agli alleati
Naturalmente già così, come documenta Mario Bordogna, riportando nel suo libro prima citato una recensione della stampa dell’epoca, la reazione della stampa comunista fu violenta, ritenendo la condanna mite se rapportata alla sicura condanna a morte che i tribunali partigiani gli avrebbero comminato se fossero riusciti a catturarlo.

A nulla valsero i suoi ricorsi contro la sua sentenza sia in Appello che in Cassazione, il 10 settembre del 1950 quest’ ultima Suprema Corte la rese definitiva. Borghese continuò a combattere per la sua riabilitazione che alla fine gli fu concessa:

prima dalla Corte di Appello di Roma nel 1958
poi nel 1959 dal Tribunale Supremo Militare
Indefinita resta, come da lui stesso dichiarò in un’intervista rilasciata al giornalista Giampaolo Pansa nel dicembre 1970, due giorni prima del presunto”Golpe”, la sua posizione nei quadri della Marina Militare:

“Per essere esatto, sono stato cancellato dai ruoli degli ufficiali con un provvedimento del luogotenente nel 1944… Da allora non si è mai più bene saputo che cosa sono. Quando la Marina si rivolge a me ufficialmente mi chiama “Comandante”, ma credo che sia abusivo questo titolo dal punto di vista strettamente legale”.

Tuttavia al Comandante Borghese fu riconosciuta una pensione per il grado di Capitano di Fregata, ridotta come previsto da una legge speciale per chi ha subito condanne. Ma, come lui stesso dice, sempre nell’intervista,

“..Non è stato ricostituito il mio status giuridico.”

Le sua attività post 1949:

Presidenza Onoraria del Movimento Sociale Italiano (1952-1954)
Fondazione del “Comitato Tricolore Nazionale” (1964)
Fondazione del “Fronte Nazionale” (1968)
Il presunto golpe del 1970
lo fecero apparire come un estremista nostalgico. La lettura di questo quadernetto permetterà di comprendere perché un valoroso Ufficiale di Marina, l’ 8 settembre del 1943, si trovò costretto a fare una scelta dolorosa che come tale andrebbe giudicata ed alla pari delle scelte opposte fatte da altri, ricordata e rispettata.
C.V. Ferrini – Comandante Borghese – 1943 Caserma S. Bartolomeo
Cotroammiraglio Sparzani:
Consegna bandiera combattimento R.S.I. al Comandante Borghese – 1944

Manoscritto Comandante Junio Valerio Borghese

Istruzioni per leggere il manoscritto:

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La pubblicazione del quadernetto di Junio Valerio Borghese è stata autorizzata da Andrea Sciré Borghese, figlio del Comandante

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Calabria: LA VANDEA ITALIANA (da Ruffo alle insorgenze anti-francesi)

[…] Arrivò il tempo delle idee massoniche in tutto il regno, ingrati verso i Borbone ed il loro governo, molti intellettuali predicavano queste nuove idee; in Calabria particolarmente operarono: Francesco Valitutti (Paola), Giovanni Labonia (Rossano), Giuseppe Logoteta (Reggio Calabria), l’abate Jerocades a (Pargherlia) e altri intellettuali calabresi che aderirono alle idee della massoneria.

A Parigi arrivava al potere Napoleone, esportando la rivoluzione in tutto il vecchio continente, all’arrivo delle truppe francesi, guidate dal generale Championnet, Ferdinando IV fu costretto a trovare rifugio in Sicilia, a Napoli venne proclamata la Repubblica Partenopea (Castel S. Elmo, 22 gennaio 1799).

Le truppe francesi entrarono a Napoli il 23 gennaio, ma avranno vita breve grazie all’eroismo di un cardinale calabrese.

Il cardinale Fabrizio Ruffo (San Lucido, 16 settembre 1744 – Napoli, 13 dicembre 1827 – Illustrazione 4), il 25 gennaio 1799 (giorno dell’insediamento di Ferdinando IV alla corte di Palermo), venne nominato vicario generale del regno.

Con sei persone, il cardinale sbarcò sulle coste calabresi (8 febbraio 1799), nei territori feudo della sua famiglia, sventolando una bandiera bianca, che diventerà il glorioso vessillo dell’Armata Sanfedista.

Il cardinale, incaricato dalla corte di Palermo, predicò l’insurrezione alle popolazioni calabresi, ancora poco contaminate dagli ideali massonici e rivoluzionari francesi: le parrocchie fecero suonare le campane per adunare la gente, la sollevazione diventò popolare, incontenibile.

Partì dall’attuale provincia di Reggio, organizzando meticolosamente la sua macchina bellica, marciavano prepotentemente, ingrossavano le fila con nuovi arruolamenti, espropriò beni come quelli del fratello stesso a Bagnara, teneva infervoranti discorsi, piegava mano a mano i paesi a fede repubblicana, intanto riceveva piccoli aiuti spediti da Messina: come cannoni ed una macchina per stampare proclami; ormai era forte di 17.000 uomini, che divise in due colonne bene armate e bene organizzate.

Arrivò a Crotone dove trovò e sbaragliò l’ultima grande resistenza repubblicana, sostenuta da un contingente di soldati francesi, fu un massacro, infatti il cardinale Ruffo, per evitare ulteriore spargimento di sangue, mandò precedentemente tre suoi parlamentari a trattare con i repubblicani crotonesi che per tutta risposta fecero trucidare i tre parlamentari non preoccupandosi di suscitare una carneficina ai danni della popolazione crotonese.

Il cardinale a malincuore inviò una delle due colonne sulla città, non riuscendo ad impedire i saccheggi e le devastazioni da parte dei suoi uomini, che erano pieni di zelo antifrancese e religioso, specie i briganti del famigerato Panzanera.

I fatti sanguinosi di Crotone costarono al cardinale molte critiche che fecero vacillare il suo esercito, ma, poichè il consenso era ancora forte, riuscì a radunare di nuovo 7.000 uomini marciando alla volta di Napoli: stavano per aggiungersi ad un migliaio di galeotti, fatti sbarcare in Calabria dagli inglesi (in funzione anti francese), questi furono assegnati al comando di un altro brigante, Panedigrano (Nicola Gualtieri), che utilizzò i galeotti inglesi con ferrea disciplina.

Durante il cammino da Crotone a Cassano, l’Armata gonfiò le sue fila arrivando ad oltre 16.000 uomini, composti da ex carcerati, truppe baronali, soldati irregolari, cavalieri, religiosi, contadini ed artiglieri.

L’Armata della Santa Fede raggiunse Napoli il 13 giugno, liberando la Capitale dai francesi nell’ultima battaglia al Ponte della Maddalena; i repubblicani superstiti della furia sanfedista, tentando un’ultima e disperata resistenza, si arroccarono nel Forte di Vigliena, facendosi in fine esplodere per evitare la cattura.

Si chiuse così la breve parentesi della Repubblica Partenopea.

Il cardinale Ruffo, sconfitti i francesi, tentò comunque di salvare i repubblicani napoletani dalle prevedibili repressioni, perché non voleva ulteriore spargimento di sangue, e contro il volere stesso dei Borbone, che da Palermo reclamavano la linea dura, sottoscrivendo un accordo con i comandanti inglesi, russi e polacchi (degli eserciti regolari che avevano partecipato all’assedio); tentò di fare fuggire i repubblicani con le truppe e le navi francesi in ritirata.

Ma, sotto pressione dei Borbone, il trattato non venne accettato dall’ammiraglio inglese Nelson, gli sconfitti andarono incontro al loro destino ed i Borbone tornarono al trono.

Nel 1801 le truppe borboniche, tentarono di raggiungere la Repubblica Cisalpina, ma furono sconfitte a Siena da Gioacchino Murat; seguì l’armistizio di Foligno (18 febbraio 1801) e subito dopo la pace di Firenze, che prevedeva tra l’altro l’amnistia per i repubblicani.

Il Regno rimarrà governato dalla dinastia borbonica fino al 1806, quando le truppe napoleoniche invaderanno Napoli, aprendo così una nuova parentesi francese, di circa dieci anni: il cosiddetto periodo “murattiano”.

Alla momentanea ricaduta borbonica, venne nominato re Giuseppe Bonaparte che, dopo la nomina a re di Spagna nel 1808, lasciò il trono al generale francese Gioacchino Murat.

In tutto il periodo, fino alla ricaduta dei francesi, la Calabria si confermò una terra ostile e ribelle, conquistò in tutta Europa notorietà perché ostinatamente antifrancese: tanto da essere paragonata e considerata alla stregua della mitica Vandea (Regione rivoltosa della Francia, che non accettò mai i valori della rivoluzione francese tanto da essere quasi sterminata).

Con forza e volontà inaudita, nell’ultima decade di marzo del 1807 scoppiò la rivolta popolare contro i francesi, partita da Soveria Mannelli, era il 22 marzo, quando venne infastidita una ragazza locale da parte di un soldato francese che comandava il drappello a presidio di Soveria, i compaesani della bella giovane accorsero alle sue grida massacrando il drappello composto da poche unità, l’insurrezione così dilagò in un attimo in tutti i comuni vicini.

I francesi per tutta risposta bruciarono villaggi ed impiccarono i rivoltosi; la repressione non servì a nulla, infatti, il 4 aprile a Maida i Francesi furono sconfitti dai rivoltosi, sostenuti da alcune truppe inglesi.

I francesi abituati a vincere in tutta Europa (con una situazione lontanamente simile alla Calabria solo nella Gallizia), reagirono in maniera molto dura per via degli umilianti colpi ricevuti dal così tenace popolo calabrese.

Il 31 luglio venne proclamato lo stato di guerra nella Calabria, fu avviato un provvedimento formale, a legittimazione delle pesanti e feroci azioni repressive che i Francesi inflissero alle popolazioni della Calabria; si tratta di un provvedimento di legittimazione che ha pochi esempi in tutta la storia.

Nonostante la reazione molto dura la Calabria rimase in guerra fino alla caduta dei francesi.

Il questi anni di governo francese, ben poco fu fatto per la regione, si cercò di abolire la feudalità per decreto (come se bastasse una formalità scritta), molto probabilmente per colpire i nobili calabresi più che per aiutare il popolo.

Si mise mano alla strada principale calabrese che fu costruita dai Borbone (attuale statale 19 – ex strada delle calabrie), fu spostata la capitale della Calabria da Catanzaro a Vibo Valentia (allora Monteleone di Calabria), fatto che portò tuttavia il fiorire di molti mestieri e ripresa economica nella nuova capitale designata.

Ma la guerriglia della “Vandea italiana” continuava incurante di tali ed iniqui provvedimenti.

Arrivano i “cento giorni” e la sconfitta di Napoleone nella battaglia di Waterloo; è il tempo della restaurazione della monarchia, nel meridione d’Italia è quella di Ferdinando IV di Borbone con la soppressione del Regno di Napoli e Regno di Sicilia che erano divisi da due costituzioni diverse: tutto questo voluto dal Congresso di Vienna che durò dall’ 1 novembre 1814 all’8 giugno 1815 (curiosità: il congresso di Vienna abolì la tratta degli schiavi).

Gioacchino Murat cercò di ritornare da Rodi Garganico (dove s’era rifugiato) a Napoli con un pugno di fedelissimi per sollevarne la popolazione, ma il destino crudele volle che la sua nave dirottasse, a causa di una tempesta, in quella terra ostile che era la Calabria: fu arrestato e fatto fucilare nel Castello di Pizzo Calabro nell’ottobre del 1815 da un tribunale militare (oggi il castello porta il suo nome).

I titoli: Re Ferdinando IV (per il Regno di Napoli) e re Ferdinando III (per il Regno di Sicilia) diventarono un unico titolo re Ferdinando I, nasceva sotto la sua guida illuminata il Regno delle due Sicilie: era l’8 dicembre del 1816. […]

(Dalla tesi di laurea – Beni culturali intangibili di Calabria – di Davide Pirillo)

COMMIATO TRAGICO

Vi sareste attesi parole vuote, verità negate, nessun progetto, nessuna partecipazione alla tragedia del popolo da un due volte, anzi, doppio Presidente? Da un uomo che ha vissuto fra le braccia del potere per sessanta anni? Come possiamo chiamare Presidente chi, dopo nove anni ai vertici del Paese – quasi, o senza quasi, una dittatura, perché democrazia non può essere -, ci ha liquidato con quattro chiacchiere banali, inutili, come uno stanco parroco di campagna? Questo comunista – dice lui – ci ha espropriato del diritto di voto sostituendosi al popolo sovrano. Ha mancato al sacro dovere di tutela della Costituzione. Sbagliato giustificarlo con l’altro suo dovere di assicurare la governabilità. Ha condizionato la guida del Paese nominando e disfacendo i governi, funzionali ad un disegno eversivo. Sì, eversivo, perché non trovo altro modo per qualificare un programma politico di cessione della sovranità nazionale e, perciò anche, di sovversione dellaforma dello Stato, della trama dei suoi principi, della sua natura sociale: Tutto senza un voto del popolo sovrano. Per cederlo a chi, poi? a uno zombie politico di un potere finanziario straniero, mortifero, demenziale, quanto disumano. A novant’anni, un uomo dovrebbe parlare come una sorgente limpida, libera e al di sopra di ogni condizionamento. Neanche l’odio potrebbe ancora trovarvi albergo. Soltanto un uomo vuoto, lontano anni luce dai miei valori, pavido, forse onusto da scheletri inconfessabili, può chiudere la sua vita da un sì alto scranno, salutandoci senza un cenno di spontanea, sincera, affettuosa partecipazione per la nostra tragedia. Quasi il compimento di un compitino, dettato da quei poteri che stanno disossando la nostra Costituzione: i mercanti del denaro, che negano la spiritualità dell’uomo. Ùn maligno! ma un maligno che ha già deciso per noi il suo successore. Pietà, per la mia Patria! Pietà per il mio popolo! Pietà per i nostri morti, caduti invano.paragrafo_sacrario_redipuglia1