NO ALL’UCRAINA NELLA NATO

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A quasi tre mesi dalla loro stipula e dalla dichiarazione della successiva tregua, è ormai palese che gli accordi di Minsk del 6 settembre non hanno mai avuto l’obbiettivo di iniziare un processo di pace coi ribelli del Donbass, né tantomeno con la Russia. La tregua ha di fatto soltanto congelato le posizioni sul campo, su una linea del fronte che in Agosto era stata in continuo arretramento per Kiev, senza che le ostilità e i danni per la popolazione civile finissero realmente. Durante la tregua di Minsk nell’Ucraina Orientale sono morte circa mille persone, quasi un terzo di quelle uccise dall’inizio del conflitto. I combattimenti sempre più intensi negli ultimi giorni hanno portato di nuovo la battaglia a Lughansk, Donetsk, Dobaltsovo e in direzione delle coste del Mar Nero dove i ribelli avanzano verso Mariupol, città che del resto è data allo sbando e sull’orlo di un’insurrezione autoctona.

Sul fronte diplomatico per Kiev le cose non vanno meglio. L’amministrazione americana, come dichiarato da Biden, era stata costretta a fare forti pressioni sui leader europei per ottenere l’embargo contro la Russia, oggi questi stessi leader stabiliscono i limiti di retroguardia della loro collaborazione sul fronte Est. Nel giro di una settimana il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni, quello tedesco Steinmaier e fonti della diplomazia francese si sono detti contrari all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Soltanto gli Stati Uniti continuano a perorare la causa di Kiev nell’alleanza atlantica, ma difficilmente gli europei si lasceranno coinvolgere fino a questo punto nella costruzione di quello che sembra il detonatore perfetto per la Terza Guerra Mondiale. Poroshenko si trova pericolosamente schiacciato tra le proprie promesse agli ucraini e le difficoltà nel mantenerle: entrata nella Nato e nella UE, forniture di gas, prosperità economica, vittoria nel Donbass, nulla va come sperato. Mentre una nuova maggioranza di destra ultranazionalista si sta formando intorno al premier Yatsenjuk, con dentro anche la fanatica anti-russa Giulia Timoshenko, Kiev ha fatto infuriare anche l’OCSE quando in pochi giorni due volte gli osservatori sono finiti sotto il fuoco di truppe ucraine, per fortuna uscendone indenni.

Il cessate il fuoco non è servito soltanto ad arrestare l’avanzata dei ribelli ma anche a permettere il riarmo delle truppe di Kiev. Accordi per una collaborazione in questo senso sono stati presi da Poroshenko con la Lituania e la Polonia paesi dove, insieme alle altre due Repubbliche Baltiche, in la presenza Nato si sta rafforzando. Si ammassano gli eserciti verrebbe da dire, mentre nelle scorse settimane si sono moltiplicati gli allarmi sulla stampa occidentale su presunti sconfinamenti di aerei (poi rivelatisi almeno in un caso di altra nazionalità) e di sommergibili (mai provati) russi in tutta Europa, oltre a una quantità di strali contro nuove invasioni di truppe meccanizzate provenienti da Mosca, ad oggi mai dimostrate nei fatti. Putin sembra invece impegnato in un vero e proprio tour de force nel quale sta incontrando uno dopo l’altro i leader dei Brics e degli altri paesi emergenti (da ultimo anche il Vietnam), nel tentativo di rafforzare gli accordi commerciali e l’eventuale appoggio all’ONU in caso di risoluzioni sfavorevoli, le alleanze militari sono invece tutt’altra questione dove Putin non può sperare di ottenere molto. Il Cremlino sta anche cercando di combattere una battaglia diplomatica che non sia soltanto difensiva, di qui la condanna dei fatti di Ferguson e la mozione all’ONU contro la glorificazione del nazismo (leggasi riabilitazione del gerarca Bandera da parte di Kiev), cui hanno votato contro soltanto tre paesi: USA, Canada e Ucraina. Si cerca di far emergere le contraddizioni dell’occidente, ma la tattica di far leva sui diritti umani non è di ampio respiro per i russi: da un lato perché l’Occidente ne detiene il monopolio ideologico, dall’altro perché la leadership semi-democratica di Putin non ha un curriculum neppure decente sul tema.

Tutto lascia pensare che la guerra sia sul punto di scatenarsi ad un nuovo livello di intensità, resta da capire quante possibilità abbia l’escalation di coinvolgere in modo diretto le forze che attendono fuori dai confini Ucraini. Lo scontro militare è rimasto finora al livello di guerra civile (Ucraina, Novorossia) soltanto formalmente, la dimensione regionale è alle porte (Russia, Polonia, paesi baltici) e quella globale (Russia, Nato), se forse non dietro l’angolo non è distante come l’opinione pubblica occidentale sembra ancora credere.

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