Archive | November 2014

NO ALL’UCRAINA NELLA NATO

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A quasi tre mesi dalla loro stipula e dalla dichiarazione della successiva tregua, è ormai palese che gli accordi di Minsk del 6 settembre non hanno mai avuto l’obbiettivo di iniziare un processo di pace coi ribelli del Donbass, né tantomeno con la Russia. La tregua ha di fatto soltanto congelato le posizioni sul campo, su una linea del fronte che in Agosto era stata in continuo arretramento per Kiev, senza che le ostilità e i danni per la popolazione civile finissero realmente. Durante la tregua di Minsk nell’Ucraina Orientale sono morte circa mille persone, quasi un terzo di quelle uccise dall’inizio del conflitto. I combattimenti sempre più intensi negli ultimi giorni hanno portato di nuovo la battaglia a Lughansk, Donetsk, Dobaltsovo e in direzione delle coste del Mar Nero dove i ribelli avanzano verso Mariupol, città che del resto è data allo sbando e sull’orlo di un’insurrezione autoctona.

Sul fronte diplomatico per Kiev le cose non vanno meglio. L’amministrazione americana, come dichiarato da Biden, era stata costretta a fare forti pressioni sui leader europei per ottenere l’embargo contro la Russia, oggi questi stessi leader stabiliscono i limiti di retroguardia della loro collaborazione sul fronte Est. Nel giro di una settimana il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni, quello tedesco Steinmaier e fonti della diplomazia francese si sono detti contrari all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Soltanto gli Stati Uniti continuano a perorare la causa di Kiev nell’alleanza atlantica, ma difficilmente gli europei si lasceranno coinvolgere fino a questo punto nella costruzione di quello che sembra il detonatore perfetto per la Terza Guerra Mondiale. Poroshenko si trova pericolosamente schiacciato tra le proprie promesse agli ucraini e le difficoltà nel mantenerle: entrata nella Nato e nella UE, forniture di gas, prosperità economica, vittoria nel Donbass, nulla va come sperato. Mentre una nuova maggioranza di destra ultranazionalista si sta formando intorno al premier Yatsenjuk, con dentro anche la fanatica anti-russa Giulia Timoshenko, Kiev ha fatto infuriare anche l’OCSE quando in pochi giorni due volte gli osservatori sono finiti sotto il fuoco di truppe ucraine, per fortuna uscendone indenni.

Il cessate il fuoco non è servito soltanto ad arrestare l’avanzata dei ribelli ma anche a permettere il riarmo delle truppe di Kiev. Accordi per una collaborazione in questo senso sono stati presi da Poroshenko con la Lituania e la Polonia paesi dove, insieme alle altre due Repubbliche Baltiche, in la presenza Nato si sta rafforzando. Si ammassano gli eserciti verrebbe da dire, mentre nelle scorse settimane si sono moltiplicati gli allarmi sulla stampa occidentale su presunti sconfinamenti di aerei (poi rivelatisi almeno in un caso di altra nazionalità) e di sommergibili (mai provati) russi in tutta Europa, oltre a una quantità di strali contro nuove invasioni di truppe meccanizzate provenienti da Mosca, ad oggi mai dimostrate nei fatti. Putin sembra invece impegnato in un vero e proprio tour de force nel quale sta incontrando uno dopo l’altro i leader dei Brics e degli altri paesi emergenti (da ultimo anche il Vietnam), nel tentativo di rafforzare gli accordi commerciali e l’eventuale appoggio all’ONU in caso di risoluzioni sfavorevoli, le alleanze militari sono invece tutt’altra questione dove Putin non può sperare di ottenere molto. Il Cremlino sta anche cercando di combattere una battaglia diplomatica che non sia soltanto difensiva, di qui la condanna dei fatti di Ferguson e la mozione all’ONU contro la glorificazione del nazismo (leggasi riabilitazione del gerarca Bandera da parte di Kiev), cui hanno votato contro soltanto tre paesi: USA, Canada e Ucraina. Si cerca di far emergere le contraddizioni dell’occidente, ma la tattica di far leva sui diritti umani non è di ampio respiro per i russi: da un lato perché l’Occidente ne detiene il monopolio ideologico, dall’altro perché la leadership semi-democratica di Putin non ha un curriculum neppure decente sul tema.

Tutto lascia pensare che la guerra sia sul punto di scatenarsi ad un nuovo livello di intensità, resta da capire quante possibilità abbia l’escalation di coinvolgere in modo diretto le forze che attendono fuori dai confini Ucraini. Lo scontro militare è rimasto finora al livello di guerra civile (Ucraina, Novorossia) soltanto formalmente, la dimensione regionale è alle porte (Russia, Polonia, paesi baltici) e quella globale (Russia, Nato), se forse non dietro l’angolo non è distante come l’opinione pubblica occidentale sembra ancora credere.

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ALLE REGIONALI TRIONFA L’ASTENSIONE. ELEZIONI META’

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Regionali. Crolla l’affluenza alle urne, sei su dieci elettori non hanno votato. In Calabria vince Mario Oliverio, 61 anni, cosentino, politico di lunghissimo corso e candidato governatore del centrosinistra. Sconfitta nel centrodestra, disunito e scioglimento del Movimento Cinque Stelle con Cono Cantelmi che si attesta intorno al 4%.
In Emilia-Romagna,si è recato alle urne soltanto il 37,7% degli elettori contro il 68,1 delle elezioni precedenti e contro il 70% delle europee. La Lega, con il 19,4%, è il secondo partito. per il Pd voti dimezzati rispetto alle Europee. Il Movimento Cinque Stelle, invece, con Giulia Gilbertoni, si attesta al 13,3 per cento. Situazione: Gli italiani si son rotti le palle. Forza Italia e M5S hanno chiuso e spariranno. Nel Centro Destra, prevalgono la sfiducia e la rassegnazione; la Lega sale e Italia Unica scalda i muscoli. Nel Centro Sinistra il PD è il padrone, ma padrone di che? fra TTIP e Unione Europea che bussano alla porta c’è poco da pradoneggiare. Ascoltiamo Luciano Barra Caracciolo:

Allora, la prima cosa che deve essere chiara è che per capire i risultati del “test” regionale di ieri occorre far riferimento al numero assoluto di voti riportati rispetto alle precedenti elezioni post 2011: cioè alle politiche del 2013 ed alle europee 2014.
Esiste infatti lo spartiacque del 2011: “dopo”, nulla è come prima. Perchè?
Perchè è l’anno in cui inizia ufficialmente e visibilmente l’era della politica italiana come sub-holding dell’UEM.
Non che prima le cose stessero molto diversamente nella sostanza, ma è la percezione di ciò che muta, essendosi tale realtà palesata come inequivocabile anche all’elettore meno accorto e più condizionato dalla grancassa mediatica.

2. Posto questo criterio, possiamo formulare un’ipotesi dinamica, e non statica, dell’evoluzione del voto: la dinamica permette di individuare come vincitore chi abbia mantenuto il numero dei voti rispetto alle tornate elettorali del 2013 e del 2014, nonostante il crescente astensionismo. In termini di flussi di consenso, infatti, ciò equivale ad una mobilitazione attrattiva rispetto ad un elettorato che definire “in fuga”, sarebbe eufemistico.
Ovviamente vale anche il viceversa: chi abbia, al di là delle percentuali, perso in numero assoluto di voti rispetto a tali occasioni, ha perduto capacità di mobilitazione e attrattiva. E, va sottolineato, all’interno di un processo che è solo agli inizi.
E più oltre vedremo perchè.
Ed infatti, di fronte alla fuga degli elettori, – che certo non è un fatto positivo ma l’indizio della diffusa percezione della “inutilità del voto” di fronte all’immutabilità delle politiche che comunque ne scaturirerebbero-, l’unica domanda sensata è capire perchè qualcuno sia riuscito ad evitare la fuga stessa.

3. Ognuno, usando questo criterio, – ovviamente con le dovute approssimazioni dovute alla mera “indicatività” dei dati relativi a specifiche realtà regionali-, si può non solo comprendere chi siano “vincitori e vinti”, ma anche intuire l’evoluzione possibile della situazione del consenso dei prossimi mesi.
Oggi si deve solo dare atto ad una forza politica di aver superato la prova sotto questo standard; praticamente unica e sapete quale sia.
Il messaggio centrale, che ho appena rivisto su Twitter, è “la gente ci chiede più lavoro e meno tasse”. And that’s it: certo poi ci sono prese di posizione su problemi correlati, come l’indubbia strumentalizzazione dell’immigrazione no-limits come spallata alla tenuta di un mercato del lavoro in caduta libera verso la deflazione salariale.
La saldezza di questo trend rinvia poi a ragioni ancora più profonde: il “ridisegno” della società italiana, inarrestabilmente perseguito in nome dell’€uropa, che sappiamo essere ad uno stadio molto avanzato.

4. Due cose, fin da ora, caratterizzeranno nel prossimo futuro (e nella sostanza) l’acuirsi inevitabile del trend attuale di disaffezione elettorale, cioè di scontento impossibilitato a trovare una qualsiasi forma di rappresentanza istituzionale.
Il “rimodellamento”, infatti, sta giungendo ad una fase cruciale: finora, la c.d. coesione sociale si è retta su una scommessa, cinicamente operata nelle dark rooms che danno vita agli slogan su cui sono imperniate le ramanzine colpevolizzatrici dei media e le “battute” ad effetto dei decisori politici (meramente “formali”: e sempre più percepiti come tali, che se ne rendano conto o meno).
La scommessa è che gli italiani siano stati, nei decenni precedenti, talmente “garantiti” dal sistema costituzionale democratico – che la strategia partita da Maastricht intende svuotare- che, tra pensioni, residue posizioni lavorative “stabili” (il sovrastimato dualismo del mercato del lavoro), e patrimonializzazione in immobili, siano in grado di operare un welfare endo-familiare de facto; cioè gli italiani sono stati, in forza della spietata austerità cui li ha sottoposti il “lo vuole l’Europa”, chiamati a supplire – in luogo dello Stato, che semmai, ha creato gli “esodati”- agli effetti della gigantesca disoccupazione giovanile di massa, nonchè a resistere in presenza di quella generale disoccupazione incrementata in ogni fascia di età.
Alle risorse residue del risparmio delle famiglie è stato implicitamente affidato il compito di provvedere alla sedazione di una situazione altrimenti esplosiva, apprestando il “minimo vitale di tolleranza”, naturalmente al costo della distruzione dei residui risparmi accumulati in passato (e ora centellinati in una logica precauzionale che, sul piano degli investimenti, segna il destino di una catastrofe senza precedenti).

5. Ma entro breve, anche questa scommessa rischia di rivelarsi come l’ennesimo calcolo sbagliato (cioè regolarmente sovrastimato, come la promessa della ripresa annualmente errata).
Ed infatti abbiamo due misure che difficilmente, nel quadro delle implacabili ed occhiute “revisioni” €uropee delle politiche (formalmente) italiane, non spiegheranno un effetto combinato già nel corso del 2015:
a) la messa a regime del nuovo mercato del lavoro;
b) l’inasprimento della imposizione immobiliare.

Su questi punti, al di là dei tempi dichiarati di attuazione, difficilmente non si arriverà, appunto, ad un effetto combinato.
Il nuovo mercato del lavoro, al di là della polemica ormai sterile sull’art.18, è disegnato per determinare un effetto il più rapido possibile: l’espulsione, programmaticamente concentrata ed intensa, dei baby-boomers dall’occupazione e la loro pronta sostituzione, incentivata con tutte le leve legislative disponibili, con assunzioni di giovani in situazione di prevalente irreversibile precarizzazione e conseguente minor retribuzione, mantenuta, mediante le misure legislative adottate, per tutta la vita lavorativa.
Il simultaneo sacrificio delle “competenze” che ciò produce, è ignorato come un male del tutto trascurabile, anticipandosi una visione di Italia come “grande” (per modo di dire in rapporto al passato) fabbrica-cacciavite e come hub di erogazione di servizi ad alta intensità di manodopera e bassa intensità di investimenti, il tutto preferibilmente in mano alla proprietà di investitori esteri, invocati ad ogni pie’ sospinto.

Sulla tassazione immobiliare, poi, si dice che la riforma del catasto, con l’adeguamento delle rendite a presunti valori attuali “realistici” di scambio, richiederà 5 anni.
Ma tutto questo non appare credibile, in termini di stretta sul gettito, nel momento in cui si moltiplicano aliquote e titoli di imposizione immobiliare – e l’accorpamento altro non è che “illusione finanziaria” per cristallizzare tutto questo. Ed infatti, il Consiglio UE, come pure la Commissione, insistono sullo “spostamento dell’imposizione verso i consumi e i beni immobili”.

E’ infatti ufficiale questo schemino: la legge di stabilità è fatta passare in attesa del monitoraggio di fine marzo, quando si potranno “scorporare gli effetti della recessione sui conti fiscali”. L’ennesimo ribaltamento contorsionistico!
In realtà è proprio il contrario: è la politica di aggiustamento selvaggio dei conti pubblici che provoca dal 2011 la recessione e, perciò, inevitabilmente, registrandosi un prossimo primo trimestre 2015 di ulteriore recessione, si chiederanno nuovi aggiustamenti fiscali recessivi, secondo la consueta logica della “estorsione”.

Questi aggiustamenti, stando alle già chiarite richieste dell’€uropa, passeranno o per un’anticipazione degli aumenti dell’IVA, o per un inasprimento, già nel corso del 2015, delle aliquote o, meglio ancora, delle basi imponibili della imposizione immobiliare, ovvero, in una combinazione delle due cose: esito tra i più probabili, quanto più le partite correnti non registreranno un incremento, o anche solo una tenuta, dell’attivo, in concomitanza con l’aggiustamento valutario e delle rispettive partite correnti intrapreso praticamente da tutte le aree economiche principali del mondo. Ovviamente all’interno dell’UEM, ma anche da Cina, BRICS e non ultimi, gli USA.

A seconda del livello di tenuta “mediatica” della situazione politica e sociale, questa combinazione potrà assumere anche una sua versione “emergenziale”: cioè con l’adozione di un prelievo patrimoniale straordinario appuntato sia sul patrimonio reale che su quello finanziario-monetario.

6. Se quindi si calcola che simultaneamente inizieranno ad agire il jobs act e la decontribuzione per i nuovi assunti, l’effetto di distruzione del “welfare endofamiliare” de facto prima menzionato, è praticamente sicuro.
Crescente disoccupazione tra ex risparmiatori e crescente imposizione immobiliare sui medesimi, – in quanto contraenti di mutui e, comunque, contribuenti a titolo patrimomiale deprivati sempre più del livello di reddito per potervi far fronte-, determinerà il “taglio” a cascata del welfare endofamiliare: emergerà allora non solo la disperazione delle fasce giovani più deboli, – la cui possibile minor disoccupazione sarà accompagnata da redditi inidonei a sostenerne il livello di vita in perenni condizioni “non di povertà”-, ma anche la insostenibilità della situazione di vita dei babyboomers, travolti dal nuovo e finale rimodellamento sociale imposto dall’€uropa.

7. E allora torniamo alla questione del consenso elettorale “in fuga” e a come reagirà il corpo sociale a questa ulteriore “spallata” imminente e che occorre non sottovalutare nel suo effetto “aggiuntivo” nel rimodellamento della società italiana: se viene meno l’ultima ridotta in cui sono barricati i babyboomers, disorientati e tendenzialmente conservatori (nell’illusione di poter ancora conservare qualcosa di un modus vivendi strenuamente difensivo), ogni forza politica che si trovi o si sia trovata ad eseguire il disegno di rimodellamento €uropeo perderà il “core” della sua base elettorale, per così dire, “inerziale”.
Quella base che gli consente (più o meno) di sopravvivere nonostante il default delle percentuali di votanti.
In quel momento, però, l’inerziale diviene soggetto alla modificabilità del suo moto (uniformemente decelerato) per l’operare di una qualsiasi forza esterna che sia capace di attualizzare il seguente messaggio:
“In questo stato di cose non hai un futuro, nè come padre/madre nè come figlio/figlia. L’€uropa non te lo consente. La Costituzione democratica, invece, questo tuo futuro lo prevede come un obbligo inderogabile a carico delle Istituzioni rappresentative di indirizzo politico”.
Posta in questi termini non pare una scelta difficile.

8. Ovviamente, questo discorso, – relativo alla “capacità” di inviare un messaggio di questo tipo-, vale ancor più per quelle forze che, pur presentandosi come “nuove”, sono totalmente tetragone a far proprio il modello socio-economico contenuto nella nostra Costituzione, cercando di importare soluzioni improvvisate che alludono ad una facile popolarità che che quel modello tendono invece a distruggere.
Chi non saprà cogliere PROPRIO NELLA SOSTANZA, e quindi anche al di là delle etichette sorrette da una più o meno corretta analisi culturale, la centralità della salvezza “costituzionale” è destinato a perdere la partita del consenso.
Troppi fatti stanno dissolvendo, davanti agli occhi sgomenti dei cittadini comuni, sogni antichi e utopie improvvisate…

UN NUOVO CENTRO DESTRA

ROMA, 4 NOV -“La Lega Nord rimarrà tale,è forte e in crescita. Ma si è creato un vuoto, c’è la richiesta di un nuovo soggetto politico, di un nuovo centro destra libero, nuovo, aperto a tutti quelli che ci stanno”. Così il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, a margine di una conferenza stampa. “Laddove non esiste la Lega nascerà questo soggetto che radunerà speriamo la maggioranza degli italiani, tutti gli elettori che attendono una alternativa a Renzi”, ha chiarito Salvini. “Si voterà in primavera. Renzi farà saltare il tavolo”. Lo afferma Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24, sulla possibilità di andare al voto in primavera. “Tutti i dati economici stanno condannando il governo Renzi, che promette tante cose – continua Salvini – Secondo me Renzi fa saltare il tavolo e si sceglie altri tre nemici. Poi dice ‘non mi fanno governare'”.