Archive | September 2014

I CCE, I CCF, OVVERO LA MONETA FIDUCIARIA. PRESENTAZIONE ALLA COMM.NE FINANZE DELLA CAMERA

Soluzione alla napoletana:

24 settembre 2014. Caserta, sequestrate banconote false per 17 milioni: un arrestoLe banconote, tutte da 50 euro, erano di ottima fattura e pronte per essere immesse sul mercato

IL LICENZIAMENTO E L’ARTICOLO 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) si applica solo alle aziende con almeno 15 dipendenti e afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il lavoratore può fare ricorso. Prima della Riforma del lavoro del 2012, il giudice – una volta riconosciuta l’illegittimità dell’atto di licenziamento – era obbligato ad ordinare la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro e il risarcimento degli stipendi non percepiti, oltre che il mantenimento del medesimo posto che occupava prima del licenziamento. In alternativa, il dipendente poteva accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio. La Riforma del 2012 La legge n. 92 del 2012 ha modificato il testo dell’articolo 18. Le nuove norme superano l’automatismo tra licenziamento ritenuto illegittimo e reintegrazione del lavoratore, distinguendo tra tre tipi di licenziamento: discriminatorio, disciplinare ed economico. Licenziamento discriminatorio È discriminatorio il licenziamento determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa; dall’appartenenza ad un sindacato a dalla partecipazione a scioperi ed altre attività sindacali; dal sesso, dall’età, dall’appartenenza etnica o dall’orientamento sessuale. In caso di licenziamento discriminatorio, come avveniva con la precedente normativa, l’atto viene dichiarato nullo ed applicata la sanzione massima: reintegrazione (o “reintegro”) con risarcimento integrale (pari a tutte le mensilità perdute ed ai contributi on versati). Le stesse regole si applicano in caso di licenziamento orale (cioè comunicato solo verbalmente), o quando il licenziamento è avvenuto in concomitanza col matrimonio, con la maternità o la paternità. Licenziamento disciplinare Quello disciplinare è il licenziamento motivato dal comportamento del lavoratore. Può essere per “giusta causa” – cioè quando si verifica una circostanza così grave da non consentire la prosecuzione, nemmeno provvisoria, del rapporto di lavoro – o per “giustificato motivo soggettivo”, cioè in caso di notevole inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore. Il giudice può ritenere che non ci siano gli estremi per il licenziamento per due motivi: perché il fatto non sussiste; oppure perché il fatto può essere punito con una sanzione di altro tipo. Però può decidere se applicare, come sanzione, la reintegrazione con risarcimento limitato nel massimo di 12 mensilità, oppure il pagamento di un’indennità risarcitoria, tra le 12 e le 24 mensilità, senza versamento contributivo. Licenziamento economico Il licenziamento può essere anche motivato da “giustificato motivo oggettivo”, cioè da ragioni inerenti “l’attività produttiva, l’organizzazione del lavoro e il regolare funzionamento di essa”. Ad esempio, quando una nuova modalità produttiva o una contrazione del mercato impongono all’azienda di ridurre il numero di addetti ad una certa mansione. Se il giudice accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo oggettivo, può condannare l’azienda al pagamento di un’indennità risarcitoria in misura ridotta, da 12 a 24 mensilità, tenendo conto dell’anzianità del lavoratore e delle dimensioni dell’azienda stessa, oltre che del comportamento delle parti. Se però ritiene che l’atto è “manifestamente infondato”, applica la stessa disciplina della reintegrazione dovuta per il licenziamento disciplinare.

UN ALTRO PASSO VERSO LA DITTATURA

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– 1. PER EVITARE GUAI PEGGIORI, RENZI PRONTO ALLO SCAMBIO: PER AVERE L’AGOGNATA FLESSIBILITÀ SUI CONTI, VIA LIBERA AL MONITORAGGIO DI BRUXELLES SULLE RIFORME

– 2. COME FUNZIONA? SI PREPARA UN PROGRAMMA DI INTERVENTI CON DELLE DATE CERTE E POI LA COMMISSIONE UE NE VERIFICA L’ATTUAZIONE, CON MISSIONI AD HOC NEL NOSTRO PAESE

– 3. IL GUADAGNO DI RENZI È CHE CON QUESTO SISTEMA RIESCE AD AVERE PIÙ FACILMENTE IL CONSENSO SULLA PARTE PIÙ AMARA DELLE RIFORME, OVVERO QUELLA SUL LAVORO

– 4. IN CASI DEL GENERE, BRUXELLES PREFERISCE CHE IL PAESE SOTTO TUTORAGGIO ABBIA UN GOVERNO CON LA MAGGIORANZA PIU’ AMPIA POSSIBILE. OCCHIO ALLE MOSSE DI FORZA ITALIA

1. Noi ci prendiamo la flessibilità sui parametri di Maastricht, ma in cambio faremo le riforme sotto il controllo stretto di Bruxelles. E’ questo il senso di quello che dovrebbe dire domani alla Camera Renzi, quando esporrà il suo programma in vista della Legge di stabilità e degli appuntamenti sulle riforme, a cominciare da quella del lavoro.

2. Secondo le indiscrezioni che circolano tra Palazzo Chigi e il Tesoro, Roma si appresta a presentare una Legge di stabilità che non rispetterà l’impegno dell’1,8% nel rapporto deficit-Pil per il 2015, anche se resterà sotto il 3%. E non ci sarà nessuna riduzione dello 0,5% del deficit strutturale, al netto del ciclo economico sfavorevole. Renzi presenterà queste decisioni con il suo consueto tono muscolare, sottolineando che siamo comunque “tra i pochi paesi che rispettano i parametri”.

3. Il senso politico del suo discorso, però, è quello che riguarda le famose riforme. Renzi ripeterà al Parlamento, per pungolarlo, che “le riforme le facciamo noi”, ma secondo le attese della vigilia dovrebbe in qualche modo aprire un varco a Bruxelles anticipando che la Commissione ne verificherà la puntuale attuazione. Insomma, saremo controllati da vicino, secondo un meccanismo che il ministro Padoan ha già accettato nell’Ecofin informale di Milano.

4. In pratica Roma metterà per iscritto il programma di riforme che intende portare a termine, compresa la “time-table”, e lo consegnerà alla Commissione. La Commissione valuterà il piano, anche in termini di punti di Pil che ogni singolo intervento può valere, e poi ci starà addosso sul rispetto dei tempi e sulla qualità degli interventi, anche con missioni apposite nel nostro Paese.

5. Come spiega una fonte del ministero dell’Economia, “torneremmo alla situazione del 2011 post-vertice di Cannes, con il monitoraggio stretto che poi non fu messo in atto perché si ritenne sufficiente la nascita del governo Monti”. Ma Renzie cercherà di presentare l’operazione come utile per tutti, nel senso che anche a Bruxelles fa comodo muoversi insieme a lui, sulla base di un programma condiviso. Non solo, ma in questo schema Renzi avrebbe la copertura politica “esterna” per far passare quella parte di riforme più complicata da portare a casa, ovvero quelle sul lavoro.

6. Un passaggio delicato del monitoraggio stretto di Bruxelles sulle riforme riguarda la maggioranza politica che deve gestire in Italia questo meccanismo. La Commissione sarà favorevole a una maggioranza più ampia possibile, perché in casi del genere gli uomini di Bruxelles, come anche quelli del Fondo e della Bce, preferiscono che non si svolga una campagna elettorale sulle riforme concordate. Anche Renzi avrebbe interesse ad avere la garanzia che Berlusconi non “speculi” sopra le riforme, ma per ora non vuole allargamenti formali della maggioranza di governo. Berlusconi, per parte sua, da mesi manda segnali di “responsabilità”. Insomma, la partita è tutta da giocare.

7. In tutto ciò è ampiamente probabile che anche domani Renzi lanci qualche frecciata a costo zero a Bruxelles, tipo quelle sul piano Juncker da 300 miliardi, per non presentarsi come uno che piega la testa ai diktat europei. Ma non ha molte alternative a rilanciare e ad accettare il monitoraggio della Commissione per fare quelle riforme che finora non ha avuto la forza di fare da solo. Il rischio, diversamente, sarebbe quello di affrontare tre mesi terribili, tra Legge di stabilità, Tasi e altri pagamenti, e arrivare a gennaio con altri 15 punti in meno sul fronte del gradimento personale.

QUANTO CI COSTA IL PREDOMINIO DEL DOLLARO?

Finalmente la verità….è la NATO che cerca la guerra sfidando la Russia con cinque basi a Est. Mentre Putin e il presidente Ucraino firmano una tregua, la NATO che fa? Viola gli accordi presi con Boris Eltsin, schiera 5.000 uomini e potenzia le sue basi ad est…. USA e UE stanno provocando Putin in tutti i modi possibili.

L’Europa in generale (Germania e Italia in primo luogo) riceverebbe un colpo brutale alla propria economia se si bloccasse l’import export con la Russia. Nel 2012, la Germania ha esportato merci in Russia per 38 miliardi di Euro, l’Italia per 10 e la Francia più o meno altrettanti. Ed in un un momento di crisi, è pensabile una caduta brusca del 10-12% dell’export?
Per non dire delle importazioni: nessuno ci ha ancora detto con cosa sostituiremo il gas russo nel prossimo inverno ed a che prezzi. Come dire che ci apprestiamo ad un capitombolo della bilancia commerciale (e, di riflesso, del Pil europeo) senza precedenti. Non voglio pensare che anche questo faccia parte del piano USA.

Ma gli USA hanno urgente bisogno di questa guerra prima che il dollaro crolli. Un giorno qualcuno conterà quanti milioni di morti è costato il predominio del dollaro.

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Da Pearl Harbour alle Twin Towers, gli americani sono ipocriti provocatori.. negli anni 50 scagliavano i loro bombardieri verso il confine polare dell’Unione Sovietica e all’ultimo momento li facevano rientrare, sorvolavano l’URSS con aerei spia e qualcuno è stato abbattuto…

STORIE GRILLESCHE DI UN ANNO FA, MA GLI ITALIANI SON GLI STESSI DEL 25 LUGLIO 1943.

Senato - Fiducia al governo Letta

Senatrice Gruppo Azione Partecipazione popolare (già gruppo Misto dal 15/03/2013 )

Ottobre 2013.-  Paola De Pin, senatrice che ha abbandonato tempo fa il MoVimento 5 Stelle, prende la parola a Palazzo Madama per annunciare che voterà la fiducia al governo Letta. Ma il suo è anche e soprattutto una requisitoria nei confronti del suo ex gruppo parlamentare.Paola De Pin, il MoVimento 5 Stelle e quelle mail a Casaleggio

La senatrice che ha criticato i “capi”ci racconta da dove è nato tutto: “Perché gli elettori devono sapere”
È sera, Paola De Pin, senatrice fuoriuscita dal Movimento 5 stelle, è più tranquilla. Le lacrime immortalate dagli obiettivi e quelle mani tremanti durante la lettura della dichiarazione di voto di fiducia al governo Letta sono ora ferme. De Pin è stata fortemente criticata da un suo ex collega di Movimento, il senatore Castaldi. La senatrice ha pubblicamente puntato il dito in aula contro i vertici del MoVimento. Davanti a tutti e sopratutto in una delle dirette streaming più seguite di Madama:
Tra i molti responsabili, appartenenti a quasi tutti i partiti rappresentati in quest’Aula, desidero, in quanto eletta nelle file del Movimento 5 Stelle, e quindi in diretta conoscenza dei fatti… (Commenti dal Gruppo M5S). I vertici, con la scusa della fedeltà formale nei confronti di un pezzo di carta, il «non statuto», essi hanno compiuto un tradimento sostanziale nei confronti degli elettori che domandavano il cambiamento…
Scusi se la disturbo…
Si figuri è la ventesima.
Ci sono stati attimi un po’ tesi oggi in Senato
Sono più tranquilla. Alle parole e agli insulti siamo abituati.
Lei oltre a dare la fiducia al governo Letta ha mosso delle accuse un po’ pesanti…
Partiamo a monte. Queste cose le ho dette perché d’accordo con gli altri senatori usciti dal gruppo 5 stelle. Ho dato il via, ma è una cosa di cui si discute da mesi. Certo è un pensiero, si può benissimo replicare, ma ci sono oramai dei fatti che confermano questo. Cosa è successo? Il MoVimento ha vinto le elezioni, quando sono entrata in Senato pensavo di poter fare realmente qualcosa per il Paese. Era il momento giusto, il consenso ce lo avevamo. A marzo scrissi a Casaleggio: una proposta di governo con delle personalità eccellenti…
Un accordo col Pd?
Non proprio un accordo, un sostegno esterno. Troviamo delle personalità, chiediamoli 3/4 punti.
Di che parlavano?
Ah ne avevo lanciati tanti. Uno era sulla legge elettorale, l’altro sulla abolizione finanziamento giornali-partiti, l’altro sulla questione Tav…
Che accadde?
Come di tutta risposta all’epoca ricevetti una telefonata che in sostanza mi diceva di non pensare, di non fare niente, “guai a te”, “allineati”. Una risposta che mi è rimasta sempre dentro. Nei mesi successivi ne parlavamo tra di noi, anche con Adele Gambaro e ci chiedevamo: ‘Perché i vertici non vogliono un cambiamento?’. Era lì, era a portata di mano. Io all’epoca quattro o cinque punti li avevo proposti. Da lì si cominciava no? Ho studiato scienze politiche, ma la politica non l’ho mai fatta. Se vuoi ottenere qualcosa però lo fai anche a piccoli passi. Non si può pretendere, se non sai camminare, di correre. Per me è stato come un tradimento. A marzo ho capito che qualcosa non andava, come se ci fossero dei poteri forti. La teoria e gli scritti di Federico Caffè no? L’allarmismo economico. Ecco creare allarme per non cambiare però nulla. Siamo in tanti, ci sono tanti ragazzi del Movimento. Sono delusi.
Dentro il Movimento?

Ma parlamentari?
No, dei meet up. Ci hanno incontrato. Parliamo con loro già da un mese. Si sentono traditi. Basti pensare cosa è successo alle amministrative di Roma. Tornando a me, oggi tenevo a far vedere cosa era il Movimento: violenza e improperi. Hanno raccolto questa pentola che bolle. I vertici hanno messo il coperchio: guai a cambiare.
Secondo lei ci sono delle pressioni…
Mantenere lo status quo. Oggi purtroppo Berlusconi ci ha spiazzato, ma le mie parole servivano per dire che la politica si fa in un altro modo. Si fa con le trattative. Ho fatto il commerciale. Tra portare una “casa zero” o un contratto è meglio il contratto. Per chi sta fuori tutta questa messa in scena non viene capita. Agli italiani interessa un solo punto: almeno la legge elettorale. Noi ex abbiamo tutti e quattro una linea: con grande sofferenza votiamo la fiducia. Andare alle elezioni, con questo allarmismo, va tutto a discapito degli italiani.
Alcuni colleghi hanno preso le distanze dal suo discorso, altri hanno recriminato le gesta di Castaldi…
Il Movimento così come è non va bene. Gli ideali erano davvero giusti, li abbiamo sposati. Ci credevamo. Il problema però è più grande: non si può andare avanti così senza dialogo, con invettive.
A quella mail le rispose Casaleggio?
No, un suo addetto. Noi non contiamo niente lì…
A proposito di staff Messora ha parlato sulla questione come “solo cittadini che litigano fra loro”
Non mi interessa. Sono felice del gesto che ho fatto. Lo sentivamo tutti i fuoriusciti. Noi riteniamo che abbiano tradito otto milioni di italiani.
Lei però faceva parte del Movimento…
La realtà era bella, se non hai potere. Uno valeva uno. Qui a Roma, dove effettivamente c’era da decidere, noi non contavamo più nulla.
Lei ha ricevuto delle minacce per le sue posizioni?
Sì a giugno, quando decisi di andarmene. Sono stata male per settimane. Adesso ho fatto gli anticorpi. Quello che è successo oggi è la replica di mesi fa. All’epoca mi chiusi a riccio. Ero spaventata. Non dormivo di notte. Adesso sono forte. Ci sono tante persone che la pensano come me.
Un ultima domanda. Lei ha davanti a sé un elettore 5 stelle, una persona che commenta sul blog, che magari si sta chiedendo come mai ancora la piattaforma ancora non parte…
Non la faranno mai, perderebbero il potere. Tutti gli altri non contano nulla. Sarà difficile lasciar decidere il popolo italiano. Ah, ma se fossi smentita sarei ben contenta. Significa che il MoVimento sta cambiando.

Che dire? Nulla è cambiato nel movimento dei rinnovatori. Alle europee di maggio il primo flop, bilanciato dall’aver mandato a Strasburgo un pizzaiolo con la terza media. Alle prossime regionali vedremo la corsa affannosa degli sfigati e delle baccanti che ormai sentono la terra franare sotto i piedi.
Mi complimento con la signora.. ci vuole molto più coraggio ad esprimere il proprio pensiero che a seguire il gregge.