IL SENATO NELLA COSTITUZIONE E NELLA RIFORMA

venerdì 27 giugno 2014, a Dolo, alle 21.00, I Grilli Parlanti del Dolo presentano:

La riforma costituzionale del Senato e del titolo V, spacciata dal governo per una semplificazione efficientistica e benefica, va, invece, a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato. Un Senato delle autonomie va a sostituire il Senato delle garanzie in un assetto istituzionale dove le autonomie regionali appaiono molto ridotte. Infine, ma non ultimo, anche la procedura dell’art. 138 ne risulterà indebolita. Questi e altri aspetti, taciuti dal governo dei non eletti, devono essere conosciuti dai cittadini prima che ricevano l’imprimatur del Parlamento illegittimo e del doppio Capo dello Stato.Immagine

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3 responses to “IL SENATO NELLA COSTITUZIONE E NELLA RIFORMA”

  1. gendiemme says :

    22 giugno. Depositati gli emendamenti.
    «È stata trovata la quadra: sono stato depositati gli emendamenti alla riforma costituzionale che quindi è in grado di partire serenamente. Chi l’ha dura la vince!». L’annuncio trionfante è del leghista Roberto Calderoli, relatore insieme ad Anna Finocchiaro (Pd) della riforma del Senato ormai giunta all’«ultimo miglio» verso l’approvazione in prima lettura a palazzo Madama. Per Renzi, si tratta di «un ottimo punto d’arrivo», pervarie ragioni: «Il Senato non sarà elettivo. Infrastrutture, energia, commercio con l’estero, promozione turistica sono materie che passano dalle Regioni allo Stato, il Cnel viene abolito, le indennità dei consiglieri regionali diventano come quelle dei sindaci».

    Renzi: la Lega mette bandierine, a noi interessano le riforme
    Alla fine, spiega Calderoli – sintetizzando la nuova intesa raggiunta in senso alla maggioranza e con Forza Italia e Lega Nord che si è tradotta nelle modifiche al testo base depositate ieri in serata dai relatori – «andiamo verso un vero Senato delle Autonomie come quello tedesco dotato di pieni poteri, le regioni incrementeranno la propria autonomia e finalmente i principi del federalismo fiscale saranno costituzionalizzati». Da parte sua, il premier commenta con tono distaccato le parole del vicepresidente del Senato: «a Lega adesso prova a mettere la sua bandierina. Facciano pure, se hanno bisogno di visibilità. A noi interessano le riforme».

    Le funzioni del nuovo Senato
    Una modifica all’articolo 1 del testo di riforma riguarda le funzioni del nuovo Senato della Repubblica, che «rappresenta le istituzioni territoriali», e «concorre, nei casi e secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica». Inoltre, «Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi dell’Unione europea» e «Valuta l’attività delle pubbliche amministrazioni, verifica l’attuazione delle leggi dello Stato, controlla e valuta le politiche pubbliche». Concorre anche «a esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo».

    Voto di fiducia solo alla Camera
    Un altro emendamento prevede assegna alla sola Camera dei deputati la titolarità del «rapporto di fiducia con il governo» e l’esercizio della «funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del governo».

    Solo 100 senatori: 95 delle Autonomie, 5 “del presidente”
    Quanto alla composizione della nuova Camera alta, questa sarà composta «da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica» (tra questi rientrano gli attuali senatori a vita). Tra i 95 senatori, «74 sono eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano fra i loro membri, in proporzione alla loro composizione». Nessuna Regione potrà avere «un numero di senatori inferiore a tre; il Molise, la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e le Province Autonome di Trento e di Bolzano ne hanno uno».

    • gendiemme says :

      Immunità ai senatori, Pd si spacca. Zampa: “Sconvolgente. Alla Camera non passerà”
      Prevista dalla Costituzione, esclusa nel testo della riforma voluta da Matteo Renzi, l’immunità per i senatori torna in gioco grazie ad un emendamento presentato da Finocchiaro e Calderoli. Una novità che agita le acque in casa dem: “Sono esterrefatta – spiega la vice-presidente del Pd al FattoQuotidiano.it – i relatori ci hanno provato: è un tentativo per mantenere in vita un privilegio del passato”. Critico anche Giuseppe Civati
      Nel testo presentato dal governo era stata eliminata, ora un emendamento firmato Pd-Lega la reintroduce. Uscita dalla porta, l’immunità parlamentare per i senatori viene fatta rientrare dalla finestra nel testo che disegna il ruolo e le funzioni del nuovo Senato. L’emendamento 6.1000 firmato da Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega) sopprime, infatti, l’articolo 6 della riforma presentata dall’esecutivo e reintroduce per i membri della futura assemblea di Palazzo Madama le garanzie previste dall’articolo 68 della Costituzione per tutti i parlamentari. Una garanzia che la Carta prevede per due rami del Parlamento che hanno il medesimo peso e le medesime funzioni. Ma che – secondo un’opinione diffusa nel Pd – non ha senso mantenere anche per un’assemblea che nella riforma fortemente voluta da Matteo Renzi si avvia a perdere una parte consistente delle proprie prerogative. L’emendamento firmato con la Lega ha destato sorpresa nel Pd, nel cui orizzonte ora comincia ad intravedersi una nuova spaccatura.
      “E’ una cosa che lascia esterrefatti – spiega al FattoQuotidiano.it Sandra Zampa, deputata, vice-presidente del Partito Democratico – stamattina quando ho letto i giornali sono rimasta sconvolta: ho voluto controllare di persona che questa cosa fosse effettivamente accaduta. E purtroppo è tutto vero”. Prodiana di ferro, storica collaboratrice del professore ed eletta alla Camera nel 2008, la Zampa non nasconde il proprio disappunto: “Vorrei tanto capire come è nata questa idea. Secondo me, il governo non sapeva dell’emendamento. In ogni caso è un atto fortemente provocatorio: non posso pensare che due politici esperti come la Finocchiaro e Calderoli non sappiano cosa vuol dire lanciare nella discussione un elemento del genere. Non è certo una cosa che passa inosservata”. Quale lettura ne dà le Zampa? “Finocchiaro e Calderoli, senatori, ci hanno provato: è un tentativo per mantenere in vita un privilegio che di questi tempi e con la riforma che stiamo realizzando non ha più ragione di esistere”.
      Con gli scandali Expo e Mose che riverberano la propria onda lunga sulla discussione politica, le poche righe firmate dai relatori reintroducono una garanzia a tutela dei politici su cui la maggioranza aveva già discusso e che aveva deciso di escludere: “Renzi l’ha messo in chiaro fin dal primo minuto: i senatori non devono essere eletti, né pagati. Abbiamo preso una direzione nuova e adesso faccio fatica a spiegarmi perché prima si crei un Senato con ruolo e funzioni nuovi e poi per i suoi membri si restaurino privilegi che appartengono al passato”. Un dietrofront che anche l’opinione pubblica rischia di non capire: “Affermare la necessità dell’immunità fa parte di una tradizione politica di lunga data: una parte dei parlamentari più anziani resta convinto che questa tutela abbia un senso. Io, da quando sono in Parlamento, non mi sono mai imbattuta in casi in cui l’immunità sia stata utile: anzi, è sempre stata un intralcio sulla strada della trasparenza. Bisogna capire che i tempi sono cambiati: noi dobbiamo rispondere ai cittadini, esausti di fronte agli scandali di cui i politici sono protagonisti. Intendiamoci: quello della politica non è peggiore o più colpevole di altri settori della società. Ma in questo momento dobbiamo dare un segnale forte di discontinuità e questo emendamento va in direzione nettamente contraria”. Una cosa è certa: “Questa roba dovrà arrivare anche da noi alla Camera – conclude la vice-presidente del Pd – e non credo proprio che riuscirà a passare“.
      Critiche anche da Giuseppe Civati. “Cosa comporterebbe questo? – scrive il capo della fronda interna al Pd in un post dal titolo ‘Il sindaco immune‘ pubblicato sul suo blog – che un sindaco nei confronti del quale si procedesse per fatti commessi durante il suo mandato amministrativo (tristemente noti) potrebbe usufruire, in quanto senatore, delle immunità di cui all’articolo 68 (commi 2 e 3). Non proprio un aiuto al contrasto ai numerosi episodi di corruzione cui purtroppo assistiamo (anche) a livello locale“. Poi Civati allarga lo spettro della critica: “Si tratta, naturalmente, solo di uno dei problemi del doppio incarico. Che mentre la Francia ha appena eliminato (non a caso) l’Italia vuole introdurre (peraltro dopo che alla fine della scorsa legislatura era stata sancita – a seguito dell’intervento della Corte costituzionale – l’incompatibilità tra la carica parlamentare e quella di sindaco)”. Infine, l’auspicio: “Chissà se questa è l’ultima bozza che ci viene presentata: in comune con le precedenti ha numerose e palesi contraddizioni. Speriamo soltanto che non sia l’ultima versione“, conclude Civati.
      In base all’accordo maggioranza-FI-Lega, l’Assemblea di Palazzo Madama sarà composta da 100 senatori, anzi di 95 più 5: i primi eletti dai consigli regionali in rappresentanza di Regioni e Comuni, i secondi nominati dal presidente della Repubblica. Tra i 95 “territoriali” 74 sono scelti tra i consiglieri regionali, gli altri 21 tra i sindaci. In Lombardia, Sardegna e Campania (soltanto per citare i casi più recenti) negli ultimi mesi decine di consiglieri sono finiti sotto inchiesta per malversazioni varie. Ma la lista dei casi scoppiati negli ultimissimi anni è lunghissima. Il futuro Senato rischia quindi di essere formato da politici provenienti da una classe dirigente protagonista di scandali di ogni tipo, che una volta a Palazzo Madama beneficerebbe dell’immunità. Riguardo i sindaci, poi, l’emendamento 2.1000 elimina un altro elemento di oggettività: se nel testo del governo “il Senato delle Autonomie è composto (…) dai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione e di Provincia autonoma” (…) e da due sindaci eletti, con voto limitato, da un collegio elettorale costituito dai sindaci della Regione”, nelle modifiche proposte dal tandem Finocchiaro-Calderoli si legge che “ventuno senatori sono eletti dai Consigli regionali (…) fra i Sindaci dei comuni della Regione”. Una ulteriore elezione, un ulteriore passaggio che rischia di rendere opaco il processo di reclutamento.
      Nel Pd iniziano a levarsi le prime voci di dissenso. Bisognerebbe “dare un segnale equiparando davanti alla giustizia i ‘senatori regionali’ ai normali cittadini – commenta Stefano Pedica, membro della direzione Pd – dopo gli ultimi scandali, tra cui quello del Mose, non si capisce perché dovrebbe essere reintrodotta una norma che non prevede l’arresto di un senatore regionale se non dopo il via libera di un Senato depotenziato nella funzione. Spero in un futuro senato composto da 100 onesti e non altro. Chi sbaglia paga e la regola deve valere per tutti. Mi auguro che Renzi intervenga presto su questa imbarazzante decisione che lascia perplessi tutti, ministro Boschi compresa”. Che, a margine di un seminario a Massa Marittima (Grosseto), ha commentato laconica: “E’ una proposta dei relatori, vedremo che accadrà in seguito”.
      Ma c’è anche chi nell’emendamento non vede nulla di strano. Danilo Leva, già responsabile Giustizia del Pd, minimizza: “Non ci vedo un elemento di stravaganza, l’emendamento aggiunge semplicemente un nuovo elemento alla discussione che verrà fatta in Aula”. A destare dubbi è la dinamica con cui l’immunità per i senatori è tornata nel testo della riforma che l’aveva esclusa, ovvero attraverso un emendamento: “Non ci sono retropensieri e soprattutto non credo sia questo l’elemento più importante di cui discutere riguardo la riforma del Senato”. Non sarà il più importante, ma la questione resta sostanziale: un Senato depotenziato nei fatti (non sarà più titolare di un rapporto di fiducia con il governo, non approverà più leggi, almeno in prima istanza) continua a godere delle stesse garanzie della camera che conserverà le prerogative più importanti: “Il depotenziamento è nei fatti – continua Leva – ma Palazzo Madama continuerà a svolgere in ogni caso funzioni di alto livello istituzionale. Inoltre non si tratta di un privilegio per pochi, ma di una garanzia per l’intera istituzione. Ovviamente non siamo parlando di un’immunità totale, ma di una garanzia che esiste già ed è sottoposta al parere dell’Aula: basta guardare alla conclusione del caso Genovese, la Camera ha votato per il suo arresto“.

      • gendiemme says :

        27 giugno.- «Siamo ad un passo dalla riforma del Senato, è normale che nel corso del dibattito ci sia la presentazione di diversi emendamenti ma il percorso procederà secondo la direzione e con i tempi previsti», assicura il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini. Ad ora sono 18 i senatori della maggioranza che hanno presentato emedamenti contrari alle proposte dei relatori e pronti a votare «no». Il nodo principale resta l’elezione dei senatori che i malpancisti del Pd guidati da Chiti e Casson, vorrebbero mantenere diretta e non attraverso i consigli regionali.
        A questo punto diventano decisivi i voti di Lega e Fi. Silvio Berlusconi ha ribadito di voler sostenere l’intesa raggiunta nonostante i malumori che serpeggiano anche all’interno di Fi. Ieri nella riunione del gruppo al Senato, sia Denis Verdini che Giovanni Toti hanno confermato che «si va avanti» sull’accordo raggiunto con il ministro Boschi nonostante sia Augusto Minzolini che altri tre senatori abbiano preannunciato che senza il ritorno all’elezione diretta voteranno «contro». Gli azzurri hanno però ottenuto dal Governo la disponibilità a rivedere i criteri per l’assegnazione dei seggi al Senato che sarà su base proporzionale. «È un argomento serio», ha sottolineato la presidente della commissione Affari costituzionali, la democratica Anna Finocchiaro, confermando quindi che su questo punto Fi sarà soddisfatta.
        Anche il Ncd di Angelino Alfano ha presentato emendamenti non “in linea”. A partire da quelli sull’elezione diretta dei senatori e sull’immunità. Ma come spiega Gaetano Quagliariello c’è «un’ampia disponibilità» a discutere: «Non faremo le barricate su questo o quel punto – ha aggiunto il coordinatore di Ncd – purchè la riforma abbia una sua coerenza». Una coerenza che probabilmente va anche oltre la riforma del Senato e investe quella elettorale. La convinzione nel Pd e in Fi, è che i partiti minori stiano puntando i piedi per ottenere margini di trattativa sull’Italicum, primo fra tutti: l’abbassamento delle soglie di sbarramento. E in quest’ottica andrebbe interpretata anche la proposta di legge di Ncd sul presidenzialismo, presentata ieri assieme a quella del fisco e della giustizia.
Lunedì in commissione Affari costituzionali si comincerà a votare sui venti emendamenti presentati da Finocchiaro e dall’altro relatore Roberto Calderoli, che rappresentano la sintesi dell’intesa raggiunta tra Pd, Fi e Lega sul superamento del bicameralismo perfetto e l’elezione indiretta dei senatori.
        A questi si sono aggiunti ieri i subemendamenti presentati da 16 senatori del Pd (Chiti ed altri), più quelli di Mario Mauro (Pi), che ha definito «autoritaria» la riforma del governo, di Salvatore Buemi e di 17 esponenti dell’opposizione (Sel ed M5s) che puntano a rimettere in dicussione i capisaldi del ddl del governo: elezione indiretta e superamento del bicameralismo. Ma l’esito del voto in commissione, dopo le sostituzioni dei dissidenti Mineo e Mauro, non è a rischio. È il successivo passaggio in aula quello che desta maggiori preoccupazioni. Attualmente la maggioranza può contare a Palazzo Madama su 169 voti su 315. Senza Fi e Lega la riforma non avrebbe i numeri. Ma quell’accordo per ora resiste. «Lunedì si comincia a votare, siamo alla vigilia di una riforma epocale», ha detto ieri sera il ministro Maria Elena Boschi che ritiene a portata di mano anche una «soluzione ragionevole» sull’immunità parlamentare dei senatori.

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