Archive | June 2014

PROGRAMMA NAVALE 2015

Operazione Mare Nostrum: Un’altro insuccesso per la Nostra Marina!

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Non bastava aver consegnato e, poi, cinicamente riconsegnato due sottufficiali ai mambruchi indiani, adesso abbiamo la Divisione Navale Pompe Funebri! Ci manca di affidarla al comando di uno schiattamuorte e siamo a posto. Questa è l’ultima di tante tragedie battute dalle agenzie:
“Sono morti probabilmente per asfissia durante la traversata perché erano stipati in una parte angusta di un barcone in viaggio nel Canale di Sicilia. Una trentina di migranti, il numero preciso non si conosce, sono morti su un’imbarcazione soccorsa nella notte tra domenica e lunedì dalla nave Grecale della Marina Militare. A bordo ci sarebbero state oltre 600 persone attese nella mattinata di lunedì a Pozzallo. Nulla da fare per le vittime: la posizione in cui si trovavano ha impedito cure immediate e successivamente il recupero dei corpi. Oltre 2 mila in totale i profughi partiti dalle coste africane e salvati da venerdì.”
E, allora? Ma che si usano così le navi da guerra? Quanto costa un miglio di moto e qual’è la durata della loro vita operativa? Una soluzione c’è e sta nel PROGRAMMA NAVALE 2015: Acquisizione di n°. 3 traghetti, di seconda mano e di 1 nave frigorifero per i cadaveri. Ah! Non dica così. Stiamo parlando di esseri umani.

L’ERF: IL MICIDIALE, ULTERIORE, MECCANISMO AUTOMATICO

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Dai palazzi di Bruxelles, gli eurocrati stanno preparando in silenzio la più micidiale delle trappole a danno dei paesi eurodotati; una sorta di punto di non ritorno nei confronti della totale abdicazione delle residue sovranità nazionali. E’ drammatico, e nel frattempo stesso patetico per le sorti del Paese, il modo con cui molti esponenti politici italiani trattano argomenti economici pubblicamente senza averne le più che minime conoscenze tecniche e ignorando completamente i vincoli e i dettami sempre più pressanti imposti dalle regole dei Trattati sottoscritti.DAL TRATTATO DI MAASTRICHT AL FISCAL COMPACT. Cerchiamo però di spiegarci meglio. Il “vecchio” Trattato di Maastricht, firmato nel 1992 e ribadito da quello di Lisbona entrato in vigore nel 2009, prevedevano essenzialmente la possibilità dell’indebitamento massimo del 3% rispetto al rapporto con il PIL e il contenimento del debito non oltre il 60%, sempre secondo l’indicatore della crescita. Successivamente si sono voluti irrigidire ulteriormente questi criteri di convergenza, introducendo il Trattato sulla Stabilità, meglio conosciuto come Fiscal Compact, dove veniva introdotto il principio del pareggio di bilancio, quindi la non più possibilità per uno Stato membro di ricorrere all’indebitamento, inserendo il vincolo anche nel dettame costituzionale, e una metodologia precisa e pianificata per il rientro delle eccedenze delle porzioni di debito pubblico superiori al citato 60% nel limite temporale di venti anni.

IL FISCAL COMPACT SECONDO IL PROF. GUARINO: Premesso che l’Italia è stato per ora l’unico Paese dei 25 firmatari ad averlo inserito in costituzione (art.81), ricordiamo che l’impianto del Fiscal Compact è illegittimo secondo le puntuali deduzioni del prof. Giuseppe Guarino, in quanto lo stesso testo precisa che si applica se non in contrasto con altri Trattati su cui si fonda l’Unione Europea (art.2) mentre questi ultimi specificano chiaramente che il limite dell’indebitamento è del 3% (art. 104 c di Maastricht e art.126 di Lisbona) e non lo 0% come invece recita l’art. 3, n.1, lett.a del Trattato in questione.

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Ma la bruciante crisi economica che da più di 5 anni attanaglia l’eurozona e che ha fatto precipitare tutti i dati macroeconomici, ha indotto la Commissione Europea ad “escogitare” un micidiale ulteriore meccanismo automatico per il rispetto delle regole previste dal Fiscal Compact che altrimenti rischiavano di rimanere lettera morta se affidate solamente alle “volontà” dei rispettivi governi nazionali.

LA SORPRESINA POST ELETTORALE ESCOGITATA DA BARROSO: Pertanto, mentre per soddisfare i fabbisogni finanziari in regime di “pareggio di bilancio”, per noi tollerato al 0,5%, dovremo far ricorso solo ed esclusivamente a tagli della spesa pubblica e/o aumenti della pressione fiscale a carico delle famiglie e del sistema delle imprese che saranno in questo modo considerati a tutti gli effetti i soli “prestatori di ultima istanza” e non come in tutto il resto del mondo dove questa funzione è svolta correttamente e proficuamente dalle proprie Banche Centrali, per ottemperare lo scoglio della riduzione del debito, la Commissione guidata da Barroso ci ha riservato una bella sorpresina post elettorale. Non guasta ricordare comunque in questa sede che la spesa primaria, cioè al netto degli interessi sul debito, è già comunque inferiore alla spesa sostenuta dalla media dei Paesi dell’eurozona, essendo minore a quella di paesi come la Francia, Finlandia, Austria, Belgio, Germania e Olanda (dati ufficiali AMECO) e che pertanto il futuro reperimento di fabbisogni finanziari sarà soddisfatto con sempre maggiore ricorso alla fiscalità e circostanziando il problema della spesa a criteri qualitativi e non quantitativi.

LE VARIE INTERPRETAZIONI: Poi c’è la questione sulla data di applicazione del Fiscal Compact perché anche qui piovono interpretazioni: nei gineprai dei Regolamenti europei ne spunta uno, il 1467/97 e successivi, che ci dà una piccola mano in quanto prevede che uno Stato membro, soggetto precedentemente a una procedura per disavanzi eccessivi, soddisfa i requisiti per un triennio a decorrere dalla correzione. Pertanto, essendo stata chiusa la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia il 29.5.13, secondo l’interpretazione della Banca d’Italia dovrebbe scattare dal 2015, perché le lancette le fa partire dal momento dell’inizio della manovra correttiva avvenuta nel 2012, mentre per il Ministero dell’Economia dal 2016, poiché considera invece la chiusura della procedura d’infrazione del maggio 2013!

QUANTO CI COSTERA’ LA STANGATA: In ogni caso se volessimo ad oggi simulare l’entità delle risorse necessarie per soddisfare la riduzione dell’eccedenza del debito così come previsto dal F.C. e tenendo conto dei dati previsionali forniti dal FMI sulla dinamica del debito e del PIL nel 2014 e 2015 nel nostro Paese, dovremmo reperire 38,4Mld di euro, ma a conti fatti potrebbero essere molti di più perché le elaborazioni che in genere fornisce il FMI sulla crescita si sono rivelate essere sempre troppo ottimistiche e non veritiere.

IL FAMIGERATO RUOLO DI UN COMITATO DI ESPERTI…: Ma in ogni caso il Fiscal Compact, almeno come lo conosciamo ora, quasi sicuramente subirà una terrificante evoluzione perché essendo la Commissione Europea conscia che in pochi riusciranno a rispettarlo, ha incaricato un Comitato di esperti di redigere un altro “pilota automatico” per il suo rispetto tecnico. Questo Comitato, composto da 11 titolati economisti europei di cui neanche uno italiano e presieduto dall’integerrima ex banchiera centrale austriaca Gertrude Trumpel-Gugerell, ha terminato i lavori a fine marzo facendo propria la proposta del German Council of Economics Expert avanzata alla fine del 2012 che prevede la costituzione di un Fondo Europeo di Redenzione, ovvero l’ERF, acronimo di European Redemption Fund. Questa proposta, su cui il sottoscritto era già sulle tracce già un anno fa, tanto da inserirla a pag.164 del saggio “Europa Kaputt” del giugno 2013, è stata presa a totale riferimento nel lavoro degli esperti incaricati da Bruxelles per ridurre coercitivamente le eccedenze di debito senza possibilità di moratorie e con modalità automatiche.

ECCO CHE COS’E’ IL FAMIGERATO ERF: Il micidiale ERF funziona essenzialmente in questo modo: tutti gli Stati aderenti conferiscono a un Fondo specifico le eccedenze delle porzioni di debito superiori al 60% del PIL e lo stesso Fondo, per finanziarsi e tramutare i titoli nazionali con quelli con garanzia comune, emetterà sul mercato dei capitali una sorta di super eurobond al cubo e avvalendosi della tripla A, concessa dalle Agenzie di rating alle emissioni della UE, potranno godere di tassi presumibilmente più bassi rispetto a quelli di molti paesi “periferici”.

GLI EFFETTI NEFASTI PER L’ITALIA: Ma siccome nessuno ti regala nulla per nulla, tantomeno i ragionieri esattori europei, in cambio viene pretesa a garanzia l’asservimento dei rispettivi asset patrimoniali nazionali, riserve valutarie e auree e parte del gettito fiscale (es. IVA). In questo modo si firmano cambiali in bianco e la riduzione del debito avverrà automaticamente con la vendita dei beni patrimoniali seguendo la logica del curatore fallimentare più orientata a soddisfare i diritti del creditore che del debitore se non si sarà in grado di versare gli importi previsti ogni anno e per vent’anni! Praticamente per noi una specie di euro Equitalia esattrice-liquidatrice o come avviene con la cessione del quinto stipendio, rimanendo però con il residuo del debito (il 60%) da onorare senza più contare sul “collaterale” patrimoniale!

LA TRISTE FINE DELLE PARTECIPAZIONI DI STATO: Le partecipazioni di ENI, Finmeccanica, Poste, ENEL ecc., beni immobiliari pubblici, riserve auree e valutarie, saranno liquidate automaticamente con il pericolo che saranno letteralmente svendute a favore dei soliti noti, per soddisfare il criterio della riduzione ventennale del debito, visto che attualmente la nostra eccedenza di debito ammonta a circa 1170 Mld., pari al 73% del PIL essendo ora al 133%.

LA TOTALE ABDICAZIONE DELLA SOVRANITA’: Inoltre in questo modo il nostro debito, anche se attualmente espresso in euro, ma di fatto valuta per noi estera in quanto non la stampiamo, almeno è ancora sotto la giurisdizione italiana, mentre con la conversione in emissioni comuni (eurobond), si tramuterebbe in giurisdizione internazionale e non più convertibile in valuta nazionale in caso di uscita poiché non più applicabile il principio di Lex Monetae previsto dagli artt.1277 e 1278 del nostro codice civile. Si tratterebbe dell’abdicazione più totale di qualsiasi residuo di sovranità e saremo depredati di tutto il nostro patrimonio pubblico. E poi per la nota massima “Moneta buona scaccia la cattiva”, il residuale di debito del 60% sul PIL, che rimarrebbe comunque in nostro carico, subirebbe un forte deprezzamento in termini di tassi pur espresso sempre in euro!Ma possiamo star pur certi che la nostra classe politica, già fortemente deficitaria sulla conoscenza del funzionamento del Fiscal Compact nonostante l’abbia votato e inserito in Costituzione, ignora completamente cosa stiano tramando a Bruxelles e la decisione politica sull’applicazione dell’ERF, il cui iter è da scommettere inizierà un minuto dopo la chiusura delle urne il 25 maggio prossimo, li troverà totalmente impreparati.Ma questa volta c’è in gioco il destino, il futuro e l’identità del nostro Paese e sono certo che la corretta informazione preventiva farà in modo che la coscienza dei cittadini italiani compenserà l’incapacità dimostrata fino ad ora dalla classe politica nel non comprendere l’irreversibilità di certe scelte scellerate!

ESPOSTO CONTRO I GOVERNI ITALIANI PER ESSERSI PRIVATI DI UNA BANCA PUBBLICA, CONTRO L’INTERESSE DELLO STATO

 

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Con una qualsiasi banca pubblica chiunque, persino Renzi, potrebbe far risparmiare allo Stato almeno 65 miliardi sugli 85 miliardi di interessi che annualmente paghiamo per il debito pubblico.
Scopriamo subito che l’Italia, caso raro in Europa, non ha una sola banca interamente pubblica. La Cassa depositi e prestiti lo è all’80,1%, mentre la Banca d’Italia è al 94,33% privata, rappresentando il più sconvolgente caso di conflitto d’interessi in Italia, in quanto il controllore e il controllato sono lo stesso soggetto, di fronte a cui il conflitto d’interessi di Berlusconi fa sorridere, anche se chissà perché nessun magistrato se n’è finora accorto.
Nei prossimi giorni su iniziativa di Loris Palmerini, sistemista informatico, assistito da Marco Della Luna, avvocato, autore di CimitEuro e SbankItalia, coadiuvato da Giovanni Zibordi, analista finanziario e Claudio Bertoni, imprenditore, verrà presentato alla Corte dei conti un esposto denuncia contro i governi italiani per aver operato, privandosi di una banca pubblica, contro l’interesse dello Stato e contro il bene della popolazione.
La soluzione ai nostri guai, che da Ciampi a Dini ai tempi della lira e poi soprattutto con Monti è stata perseguita con la scure dell’austerità, è in realtà scritta nell’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Scopriamo che il governo italiano può tranquillamente creare una banca statale con cui finanziarsi al minor tasso d’interesse. La banca statale può accedere al prestito da parte della Banca centrale europea, anch’essa banca privata di diritto pubblico, al tasso dello 0,25% accordato alle banche commerciali, per poi prestarlo allo Stato a un tasso anche dell’1% rispetto alla media del 4% con cui lo Stato s’indebita con le banche commerciali.
Ciò che i governi e mezzi di comunicazione ci raccontano è che in Italia siamo rimasti senza soldi perché per decenni abbiamo speso più di quanto non ci saremmo potuti permettere, accumulando una montagna di debiti che impone a tutti noi di stringere la cinghia, accettare durissimi sacrifici, per far rientrare i conti. In realtà il problema non è la spesa pubblica, che rientra nella media europea, ma gli interessi sul debito che in negli ultimi trenta anni sono stati pari a 3.100 miliardi. È addirittura vero il contrario: l’Italia è il Paese al mondo che spende meno rispetto a quanto guadagna attraverso le tasse, registrando dal 1992 un avanzo di bilancio pari a 740 miliardi. Nonostante più di 20 anni di austerità lo Stato non è riuscito a ridurre il debito pubblico a causa dell’inarrestabile crescita degli interessi. L’Italia si è auto-condannata al suicidio costringendosi a indebitarsi con le banche per ripianare il debito, mentre fino al 1981 il debito era una semplice partita di giro tra il Tesoro e la Banca d’Italia, che riacquistava i titoli invenduti ad un tasso inferiore a quello dell’inflazione.
Con una banca pubblica che presterebbe denaro allo Stato al tasso dell’1% anziché del 4%, considerando che debito pubblico è di 2mila miliardi, significherebbe arrivare a pagare interessi per 20 miliardi invece di 85 miliardi.
Noi il suggerimento a Renzi l’abbiamo dato. Se a questo punto anziché dar vita a una banca pubblica per avere denaro a un interesse risibile dovesse proseguire a indebitare lo Stato acquisendo il denaro a elevati interessi dalle banche private, facendo gravare il costo sui cittadini, vorrà dire che anche Renzi ha più a cuore le banche che non gli italiani.

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AGGIORNAMENTO FRATTALICO: VERSO IL 25 LUGLIO OVVERO “DEL SUICIDIO IN DIRETTA”

da Orizzonte 48, via Francesca Donato, un post di Luciano Barra Caracciolo

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1. Interrompiamo momentaneamente i post su “Le incerte opzioni di salvezza…” per fare un intermezzo frattalico che ci pare senz’altro pertinente.
Fissiamo subito i punti:
a) la aperta pretesa di disattivazione della sovranità democratico-costituzionale italiana non accenna ad attenuarsi alla luce della recentissima presa di posizione del Consiglio Europeo circa le esigenze di interventi fiscali correttivi, ulteriori, in Italia;
b) nonostante il deteriorarsi della situazione occupazionale italiana (e dell’area UEM intera, peraltro), nessuna pallida concessione all’esistenza di un problema di caduta della domanda interna viene minimamente affrontato da Bruxelles, come se le elezioni al Parlamento UE, e lo avevamo anticipato sebbene in versione quasi-ottimistica, non avessero segnalato un diffuso malcontento dei popoli su questa specifica spiegazione della crisi;
c) il presupposto da cui muove la risoluzione-raccomandazione del Consiglio sulla situazione italiana è che il pareggio di bilancio, per quanto ritardabile al 2016, sia il perno unico e solo di ogni possibile politica economico-fiscale;
d) questa linea inequivocabilmente ribadita riflette l’assoluta egemonia tedesca nell’imporre le politiche UEM e, considerata l’unicità del rigore sul deficit pubblico imposta all’Italia, ribadisce che noi, proprio noi, siamo considerati l’oggetto principale ed essenziale del fiscal compact (non certo il paese che, per dimensione, ne costituisce la più vistosa e prolungata deviazione, cioè la Francia);
e) l’acquiescenza a questo “fatto politico”, sempre più manifesto, può derivare solo dalla scelta politica interna, italiana, di considerare tale egemonia un interesse prevalente su quello nazionale, e, quindi, nei fatti più che concludenti, l’esistenza di un Asse Roma-Berlino che ci vede ormai come alleati del tutto asserviti all’interesse della Nazione più forte;
f) gli effetti pratici di ciò, che cercheremo sinteticamente di analizzare (richiamando analisi già in gran parte effettuate) portano alla debellatio economica italiana, in una situazione equivalente a quella di un paese militarmente occupato, come nella seconda parte del 1943;
g) l’esatto riprodursi di questa situazione pone il potere governativo italiano in una situazione che, trasposta dal piano militare a quello finanziario (in cui la Storia si sta ripetendo in “farsa”…non particolarmente incruenta, peraltro), è inevitabilmente analoga a quella che nel giugno 1943 si poneva per il regime fascista. La corrispondenza di “congiunture” può essere cronologicamente più o meno precisa, ma la sostanza rimane straordinariamente simile.

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2. Vediamo cosa ci chiede, in concreto, questa nuova “lettera” quasi-estiva – che probabilmente preannuncia una escalation di diktat opportunamente reiterati “sotto l’ombrellone”.
Eccone i passaggi salienti (tratti da una riproduzione su twitter):

Dunque rimane fermissima la priorità inderogabile, fissata dal fiscal compact, del “raggiungimento degli obiettivi di bilancio”.
Prescindiamo dalla praticabilità di una revisione-rinegoziazione di tale trattato intergovernativo (non ascrivibile a rigore tra quelli “europei”), dato che l’attuale presa di posizione del Consiglio esclude, se mai ci fosse stato bisogno di chiarirlo, ogni spazio di trattativa.
Il “non liquet” di Bruxelles sullo spostamento del pareggio di bilancio al 2016 – cioè non bocciato ma neppure approvato, dopo la lettera di Padoan dell’aprile scorso- non può essere considerato in nessun modo una concessione: in primo luogo perchè, appunto, non è sanzionato da alcuna approvazione ufficiale, in secondo perchè la nuova “raccomandazione” si àncora agli obiettivi di bilancio del DEF, e quindi, nella sostanza (usando la logica!), si esprime come se la lettera di Padoan non ci fosse stata, dato che quest’ultima, notare bene, era una correzione del DEF sia sotto il profilo del pareggio di bilancio, sia sotto quello della indicazione di una minor crescita 2014, stimata ufficialmente in +0,3 anzicchè nel +0,8 in precedenza indicato nello stesso DEF.

3. Insomma, se quella che avevamo definito “burla” o “vaudeville” sta virando in tragedia, quali pallide possibilità di successo nel “battere i pugni sul tavolo” si possono mai prospettare, anche scontando la presunta utilità della presidenza del “semestre europeo” già abbondantemente smentita da quella finora esercitata dalla Grecia?

E vediamo perchè la virata è verso la (ridicola) tragedia di un alleato improvvidamente legato al carro tedesco che tira potentemente verso una direzione che, come premesso, è antitetica al nostro interesse nazionale, e cioè la finale deindustrializzazione italiana condita dalla escussione del suo patrimonio pubblico e privato (il famoso “tacchino da spennare”).

Partiamo da un dato: la crescita, ci viene detto dal massimo e più recente livello governativo in materia economica, sarà allo 0,3% del PIL.

Ma la lettera di Padoan faceva riferimento al quadro delle misure già varate e che, a quel momento, si sarebbero rivelate sufficienti per garantire un “certo” raggiungimento degli obiettivi di bilancio, cioè dandosi simultaneamente per scontata una “deviazione” nel 2014 dagli stessi obiettivi.
Si tratta, nell’ipotizzare tale deviazione, evidentemente, dello scontare “qualcosa” che, preannunciava Padoan in aprile, doveva motivare questa stessa deviazione: si può dire, senza mancare di obiettività, che si trattava di…esigenze elettorali, concretizzatesi nei famosi “80 euro in busta paga”, che avrebbe allentato il rigore. Peraltro, da un lato, servendo al suo scopo di un successo elettorale ragguardevole, dall’altro, fallendo ogni attivazione di una crescita aggiuntiva.
Quest’ultima deduzione è cruciale: se la deviazione “elettorale” si accompagnava alla stima di una minore crescita, vuol dire inevitabilmente che Padoan scontasse, già ad aprile, l’effetto delle misure già intraprese, tra cui la aggiuntiva tassazione sugli immobili creata dalla TASI (e, prima, dalla nuova TARES, per tacere delle sovraimposte locali sull’IRE); significava, cioè, che la crescita allo 0,3 già scontava questa “riappropriazione” della elargizione elettorale nei suoi effetti sulla domanda aggregata.
E questo in particolare sui consumi che infatti già si preannunziano, secondo l’Istat, in calo vistoso, “cautelativo”, rispetto ad ogni previsione, smentendo ancor più clamorosamente le stime del DEF e del governo Letta . Ma soprattutto smentendo l’effetto sbandierato dal governo degli “80 euro” (che tutt’al più compensa in parte, senza un saldo positivo, l’effetto negativo della tassazione già programmata).

4. Ora, invece, la raccomandazione UE quantifica in ulteriori 0,6 (0,7 che mancano all’appello per l’UE- 0,1 indicati dal nostro governo) punti di PIL la correzione fiscale da intraprendere entro il 2014.
Si tratta di una manovra da oltre 9 miliardi (9,4 alle stime attuali del PIL).
Come dovrebbe impattare sulla nostra economia e, quindi, sulla prevista crescita dello 0,3 (accreditando la precedente stima di Padoan, secondo noi persino ottimistica)?

Dunque, la auspicata ulteriore tassazione dei consumi dovrebbe appuntarsi sulle “aliquote ridotte”, cioè su, ad es;, generi alimentari di largo consumo e libri.
Per capirsi, aspettatevi di vedere colpiti i consumi più difficilmente comprimibili e di assistere a un’ulteriore ondata di chiusura di rivenditori alimentari fuori dalla grande distribuzione nonchè, ovviamente, di librerie. Con un non trascurabile effetto sulla occupazione.
Il gettito aggiuntivo che ne deriverebbe potrebbe essere persino modesto se non negativo, come attestano i dati diffusi dallo stesso Ministero dell’Economia rispetto ai precedenti incrementi delle aliquote IVA. Forse quello che si vuole ottenere è una “ripresina” dell’inflazione (dato il peso relativo dei beni colpiti sul paniere) o forse una contrazione ulteriore delle importazioni, dato che i generi alimentari sono in mano alla produzione estera che, non a caso, controlla la parte essenziale della grande distribuzione.

5. Per quanto riguarda gli immobili, si avrebbe la (già programmata) revisione delle rendite catastali “in linea con gli attuali valori del mercato”.
E qui sta un grande busillis: l’idea propinataci è che la tassazione patrimoniale colpisca i ricchi e incida modestamente sui redditi e sui consumi, per cui un aumento delle BASI IMPONIBILI delle varie imposte patrimoniali sugli immobili avrebbe un trascurabile effetto recessivo.
Molti accettano questa impostazione salvo prendere atto che il senso comune ci dice che le cose non stanno così.
Andiamo con ordine: la legge delega per la revisione del sistema fiscale è stata già approvata nel febbraio 2014 e già prevede la riforma del catasto.
Ma la cosa non è priva di problemi applicativi: l’operazione di rivalutazione di circa 60 milioni di immobili (di cui 33 milioni di abitazioni, tanto per capire quanto ricchi e “minoritari” siano i contribuenti interessati), dovrebbero durare 5 anni (secondo la stima del Sole24h.stesso)!
Per di più gli organi tecnici già incaricati da Monti stanno lavorando già da almeno due anni, il che significa che i valori riferiti agli “anni precedenti” all’entrata in vigore dei futuri decreti attuativi sarebbero determinati con riferimento ad una situazione del mercato che, semplicemente, non c’è più: cioè ignorando il calo dei vaolri immobiliari accumulatosi dal 2012 e in accelerazione fino ai nostri giorni. Secondo l’Osservatorio dell’Agenzia delle entrate, i prezzi sono calati, aggiuntivamente al trend già in corso, nel solo 2013, dell’8.9%.

6. Questo bollettino di guerra non sposta di un millimetro l’atteggiamento di Bruxelles. Converrà allora ricordare quanto già analizzato in precedenza:
a) “… data la difficoltà di stimare le basi imponibili (asseritamente) “di mercato”, cioè corrispondenti all’ammontare effettivo di ricchezza che si vuole colpire, il super-prelievo sugli immobili, sempre nella logica della “illusione finanziaria”, pare attualmente affidato più che ad una (sempre possibile) tassazione straordinaria aggiuntiva, al ben più “smooth” strumento della revisione delle rendite catastali sulla base dei prezzi di mercato rilevati negli anni precedenti (ovviamente).

b) Ciò, infatti, dovrebbe portare l’insieme cumulato delle attuali tasse a titolo patrimoniale (incluse quelle incidenti periodicamente sulle plusvalenze e sui trasferimenti) a livelli praticamente raddoppiabili: e con essi, appunto raddoppiando o almeno aumentando sensibilmente il gettito. Cosa che, tatticamente, devastando in direzione prociclica un mercato che ha già scontato flessioni dei prezzi intorno al 25% dai picchi ante-crisi, parrebbe, “ricardianamente”, più che sufficiente per trasformare il pregresso risparmio delle famiglie: e cioè in entrate dello Stato da girare essenzialmente a garanzia/pagamento dei creditori esteri, nonchè a deprimere i prezzi a favore (oggettivamente) degli acquirenti stranieri, dotati di capitali, che volessero investire vantaggiosamente in Italia (fenomeno in corso e intenzionalmente incentivato dai nostri governi).”
c) Per quanto concerne la ricchezza reale, secondo Bankitalia, (essenzialmente abitazioni e altri immobili), la propensione marginale al consumo delle famiglie italiane è pari a circa 2,5 centesimi per ogni euro di ricchezza reale.” Dunque una patrimoniale che innescasse una perdita anche solo del 10% del valore reale degli immobili (via credit crunch o tassa ricorrente) produrrebbe una calo di 12 miliardi in meno in termini di consumi. (5000mld*10%*2.5%=12.5miliardi).”
Partendo da queste premesse, l’ennesimo “fate presto” dettato dall’Europa in termini di aumento delle rendite immobiliari, potrebbe condurre più che ad una revisione sistematica delle stesse in base alla lunga e difficile riforma del catasto, alla solita fissazione di un ulteriore “moltiplicatore” delle rendite già vigenti: poniamo un 20% di aumento di quelle che sono le attuali basi imponibili e del conseguente relativo gettito. in pratica ciò significa che, in questa situazione congiunturale, il prezzo degli immobili potrebbe ben calare con un’elasticità praticamente pari ad 1, realizzando tra il 2014 ed il 2015 (dipende anche dal “panico” con cui verrà scontata la nuova tassazione) un calo ulteriore di valori di circa il 18-20%.
Quest’ultimo, rapportato alla propensione marginale consumo della ricchezza reale ed al valore stimato correntemente da Bankitalia (fino a ieri ovviamente), di circa 5500 miliardi, significherebbe oltre 1000 miliardi di perdita di valore (stimati prudenzialmente).
A cui conseguirebbe una contrazione dei consumi – aggiuntiva a quella determinata dalla sottrazione di reddito in sè, cioè necessaria per corrispondere gli aumentati tributi- di circa 25 miliardi.
Si tratterebbe, in un mercato già stressato ai suoi minimi termini, di un effetto recessivo pari a circa 2 punti di PIL (considerati gli effetti complessivi di ulteriore tassazione e contrazione dei consumi per…”effetto ricchezza” al contrario).
Il che porterebbe, a voler considerare buona la precedente stima di crescita dello 0.3 nel 2014, – ed isolando questa sola voce di nuove misure fiscali- una recessione 2014 praticamente certa e un ritorno di essa nel 2015, per almeno 1,7 punti.
Questa “decrescita” è stimabile scaglionando gli effetti pro-rata in tale biennio, a seconda del momento di riscossione delle relative imposte, di cui si aumenta la base imponibile.
E non consideriamo gli ulteriori effetti dei tagli di spesa della spending review che dovrebbero subentrare in corso d’esercizio nello stesso anno, nonchè gli effetti, da compensare in bilancio, delle minori entrate correnti per utili non più percepiti dallo Stato a causa delle privatizzazioni!

7. Non indaghiamo oltre e ci limitiamo a sottolineare che se il governo, pur rafforzato (pare) da queste elezioni europee, seguisse la linea dettata dall’Europa, il disastro sarebbe di dimensioni tali da equivalere ad un suicidio: rammentiamo, oltretutto, che con un calo di PIL di circa 2 punti, per quanto ripetiamo distribuibile sul 2014-2015, le entrate “aggregate” (cioè derivanti dalla pressione fiscale complessiva sulla base imponibile nazionale) diminuirebbero di almeno 0,90 (o,45×2) punti di PIL, peggiorando il saldo del deficit in misura corrispondente e facendo saltare gli “obiettivi di bilancio” sia del 2014 -che l’Europa intendeva correggere!- sia, ancor più, del 2015.
E l’Europa sarebbe ben capace, come ha fatto costantemente fino ad oggi, di addossarne la colpa all’Italia che non fa altro che osservare le sue imposizioni!!!

8. Per tornare alla ipotesi frattalica da cui siamo partiti, poichè il “suicidio” politico-economico è un’alternativa che dovranno considerare concretamente pure gli attuali “inconsapevoli” (eufemisticamente) membri della compagine di maggioranza, la prospettiva di un 25 luglio, rispetto alla morsa tedesca notificata via “€uropa”, parrebbe una conclusione quasi inevitabile.
E magari proprio nella stessa fase estiva. O forse qualche mese più in là, poco importa ai fini pratici della “traiettoria” frattalica…
Altrimenti, rassegniamoci al suicidio collettivo (sancito, ci dicono, dai numeri elettorali) e attendiamo fiduciosi le mirabolanti misure anticonvenzionali di Draghi…che non sortirebbero alcun effetto tempestivo (anche applicando la “Taylor Rule”) sulle certezze distruttive che ci infligge l’Europa…della pace tra i popoli.

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Appello contro la svolta autoritaria

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Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.
Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.
Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.

Primi firmatari:
Nadia Urbinati
Gustavo Zagrebelsky
Sandra Bonsanti
Stefano Rodotà
Lorenza Carlassare
Alessandro Pace
Roberta De Monticelli
Salvatore Settis
Rosetta Loy
Corrado Stajano
Giovanna Borgese
Alberto Vannucci
Elisabetta Rubini
Gaetano Azzariti
Costanza Firrao
Alessandro Bruni
Simona Peverelli
Nando dalla Chiesa
Adriano ProsperiFabio Evangelisti
Barbara SpinelliPaul Ginsborg
Maurizio Landini
Marco RevelliBeppe Grillo
Gianroberto Casaleggio
Gino Strada
Paola PatuelliTomaso Montanari
Antonio CaputoUgo Mattei
Francesco Baicchi
Riccardo Lenzi
Pancho Pardi
Ubaldo Nannucci
Maso Notarianni
Ferdinando Imposimato
Cristina Scaletti
Laura Barile
Raniero La ValleLuciano GallinoIda Dominijanni
Domenico Gallo
Ermanno Vitale
Tommaso Fattori
Dario Fo
Fiorella Mannoia
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L’AVANZATA IRRESISTIBILE DELLO STATO ISLAMICO DELL’IRAQ E DEL LEVANTE (ISIS)

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Il Passaparola di Massimo Fini, giornalista e scrittore
Quello che sta accadendo in Iraq, con questa avanzata irresistibile dell’Isis, alias Stato islamico dell’Iraq e del Levante, è un fenomeno che può cambiare la storia non solo di quella regione, ma anche dell’Occidente, nel senso che qui non siamo più a una guerra interna irachena tra Sunniti e Sciiti di cui non fregava niente a nessuno perché se la vedevano tra di loro. Questi dell’Isis, in realtà, sono una specie di internazionale del radicalismo islamico. Ci sono i Sunniti (la parte orientale dell’Iraq), ma a questi si sono uniti gli islamici di altri Paesi, dalla Siria alla Somalia. E tra l’altro ci sono anche volontari europei. Ci sono 500 britannici, 300 francesi… Quindi l’obiettivo dell’Isis non è semplicemente quello di conquistare parte dell’Iraq, ma di muovere una guerra totale al mondo occidentale. Non è più una questione interna all’Iraq.
Questa situazione è paradossale: che cosa avevano fatto gli americani? Avevano creato questo governo fantoccio, come hanno fatto in Afghanistan, e avevano finanziato un esercito (a sua volta fantoccio). Infatti, di fronte all’avanzata dell’Isis si è immediatamente liquefatto, non opponendo alcuna resistenza. L’unica resistenza, adesso, la può fare l’Iran, mandando le sue truppe. Si creerebbe, così, questa alleanza curiosa tra Stati Uniti e l’odiato nemico di sempre, il pericolo numero uno, uno dei Paesi dell’asse del male: l’Iran. Gli Stati Uniti, dunque, hanno ottenuto un bel risultato… Ora si devono alleare con l’Iran, ma non è detto che ce la facciano a respingere l’Isis, perché questi sono infinitamente più motivati e poi, ripeto, stiamo parlando di una internazionale del radicalismo. Ci sono più o meno tutti. Manca la Turchia. La Turchia sta quieta e cauta, perché in questa avanzata l’Isis ha lasciato perdere i curdi, con cui non hanno contrasto, e infatti avanzano verso Baghdad, verso il centro l’Iraq. E la Turchia ha una enorme paura (da sempre) che i Curdi iracheni possano unirsi in una guerriglia con i curdi turchi, che sono 12 milioni di persone. E se si scatenano i curdi turchi la Turchia è fottuta. Per questo motivo gli americani per tanto tempo hanno massacrato i curdi, per interposta persona. Proprio per impedire che l’indipendentismo curdo si espandesse anche in Turchia. C’è da tenere presente che i Curdi sono gli unici, veri, che avrebbero diritto a avere uno Stato, perché tutta quella zona lì si chiama Kurdistan (c’è dentro Iraq, Turchia, Azerbaijan, Iran).
Il fatto, ripeto, è che l’Isis non incontra una resistenza da parte del esercito regolare, quello di al-Maliki. Perché i soldati non vogliono combattere e quando succede questo è l’inizio della fine. Un po’ come la Rivoluzione d’ottobre, dove lo Zar continuava a mandare eserciti contro i rivoluzionari, che erano 4 gatti, e gli eserciti si liquefacevano durante il percorso. E’ quello che sta accadendo. Non c’è un vero esercito che difende, in questo momento, l’Iraq creato dagli americani, l’Iraq di al-Maliki.
Gli americani spostano navi, spostano droni, ma questa gente tu la puoi fermare solo con battaglie di terra e gli americani non sono in grado di fare battaglie di terra, perché non hanno le palle per fare le battaglie di terra. Possono essere equipaggiati come vogliono. Ecco perché è necessario un intervento iraniano, perché loro a fare la guerra come si deve sono abituati, l’hanno fatta per 10 anni contro Saddam Hussein. Pensare di poter fare la guerra solo con i droni e con l’intelligence o con gli aerei, non è pensabile in una situazione di questo genere. E poi gli americani non possono permettersi altri morti dopo l’impressionante numero di vittime in Afganistan (anche se i numeri occultati).
Tutto, insomma, dipenderà dallo scontro, da chi vincerà lo scontro tra Isis e Iran. L’Iran è un Paese molto strutturato, però non è una brigata internazionale, quindi difficilmente controllabile e non facilmente battibile. E poi continua ad appropriarsi delle armi che altri lasciano, quindi continua a rafforzarsi.
Bisognerebbe chiedersi perché si è arrivati a questa situazione. L’Iraq è un paese creato cervelloticamente dagli inglesi nel 1930, che hanno messo insieme queste tre comunità che non c’entravano niente l’una con l’altra, e solo un dittatore feroce poteva tenerle insieme, cioè Saddam Hussein. Lungi da me difendere Saddamh, ma avere eliminato lui ha creato prima la guerra civile tra Sunniti e Sciiti, e oggi questa (che è assolutamente nuova) di queste brigate internazionali che qualcuno definirebbe del terrore. Sono radicalisti islamici che hanno le palle piene dell’occidente, oltre che degli Sciiti, perché sono Sunniti.
La mia idea è sempre stata che la guerra ha una sua ecologia, se vai a metterci il dito crei sempre sconquassi peggiori di quelli che volevi evitare. Certe situazioni hanno un loro senso, penso alla Libia, tu hai ucciso Gheddafi, con cui avevi fornicato fino al giorno prima e la Libia oggi è una terra totalmente ingovernata e ingovernabile, che diventa un pericolo per i francesi e per gli occidentali in generale, che l’hanno aggredita.

IL NOSTRO COMMENTO:

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Vista così, la politica estera statunitense è stata ed è un fallimento. Ma sarebbe più proficua una sua lettura alla luce delle logiche della finanza che domina gli USA e, sicuramente, il mondo occidentale e che, poi, è il vero nemico degli integralisti, con motivazioni da non sottovalutare.

Un “clandestino” nel nuovo Consiglio Comunale di Padova

di Lorenzo Filippi.

PUBBLICO QUESTO GRIDO DI DOLORE PERCHE’ NE SIAMO UN PO’ TUTTI RESPONSABILI. Questa storia addolora per due motivi: Il primo, che sul cadavere di questa Italia si sono avventati gli affamati portati da un pifferaio sul treno della speranza. Il secondo, che un uomo ha profittato dell’onestà di molti e di questo suo devotissimo amico per creare un ufficio di collocamento degli sfigati, quasi sempre sfigati non per caso e disposti a qualsiasi imbroglio pur di rimontare dal profondo del loro cesso. Eccoli, dunque,profittare della maledetta abitudine di troppi di noi a delegare la tutela dei propri principi e dei propri diritti e tramutarsi in istituzioni senza vergogna alcuna per la loro pochezza e tramestare profittando di una gerarchia impostora che non dovrebbe esistere. Addolora, la ferita di Lorenzo, che ha creduto nel suo amico divenuto simbolo e ora, consapevolmente o inconsapevolmente, traditore. Addolora, in particolare, chi come me ha dedicato la sua vita alla Patria e ben sa di quanti animi nobili sia la culla. Fuori gli indegni dalle istituzioni, dal Senato, dalla Camera, dal Comune. Pulizia! con le stelle o senza stelle! Ma Lorenzo deve poter sperare ancora: a Vigonza, a Cadoneghe, Cittadella, nella Bassa Padovana, per citare alcuni, ci sono gruppi e persone che fanno onore ai suoi principi. Voglia il cielo che anche Beppe si desti dal suo letargo per restituirci fiducia e serenità.

 

00_749 costituzione-italiana-i-principi-fondamentali_1d292a3e7e07a1Può appartenere al M5S solo chi RISPETTA I PRINCIPI FONDAMENTALI del Movimento: ONESTA’, trasparenza, coerenza, libertà di pensiero ed espressione, dovere di essere cittadini informati e consapevoli, principio elettivo, rispetto dei diritti degli individui, Democrazia Diretta.

Va tenuto presente che, prima della Democrazia Diretta, valgono i principi fondamentali, le leggi dello Stato, i diritti e la coscienza degli individui. Qualsiasi decisione presa, anche a maggioranza, al di fuori dei principi suddetti, della legge, della coscienza e dei diritti degli individui, non può avere alcuna validità.

Di validità NULLA è pertanto la SENTENZA di ESPULSIONE emessa durante la RIUNIONE FARSA del Gruppo Attivi di Padova del 19/06/2014, che ha trattato con grande disprezzo questi PRINCIPI e che ha NEGATO il diritto alla conoscenza degli atti, alla DIFESA e ad avere un GIUDICE IMPARZIALE.

Tanta fretta ha avuto Giuliano Altavilla, per portare la mia espulsione in Consiglio Comunale come TROFEO.

Il sottoscritto si sente DI FATTO appartenente al M5S, essendo iscritto sia al M5S Nazionale che a quello Veneto, ed avendo sempre anteposto l’ONESTA’ e gli altri principi all’interesse personale (non mi sono candidato).

E’ giusto pertanto che i nuovi Consiglieri vengano informati del modo, del tutto contrario ai principi del M5S, in cui Giuliano Altavilla si è autonominato “candidato Sindaco” per il M5S, nella riunione del 21-02-2014, evitando di venire sottoposto alla scelta degli Attivi, al giudizio degli elettori tramite le preferenze e facendo suoi tutti i voti espressi con una croce sul simbolo “beppegrillo.it”.

Nella citata riunione, convocata con email solo il giorno precedente, quando i componenti del cosiddetto “gruppo di potere occulto” (triade) erano sicuri dell’assenza del sottoscritto, due dei tre candidati sindaco propostisi nella riunione del 10-01-2014, si ritiravano all’ultimo minuto, lasciando solo Giuliano Altavilla che, dopo animate proteste dei presenti (la più moderata era: “neanche in Bulgaria succedono queste cose”), si autoproclamava “di fatto candidato sindaco”. E’ chiaro che questo “trucco delle tre carte” era concordato da tempo, non giustificando la mancanza di preavviso di entrambi i ritirati, ma anche perché una candidata propostasi poco dopo il 10-01 è stata “caldamente” invitata a ritirare la propria candidatura (per non rovinare il giochetto predisposto). E’ ovvio che, se fosse stato presente il sottoscritto, si sarebbe opposto con tutte le proprie forze a questa vera e propria “truffa” nei confronti di iscritti, attivi ed elettori, che non ha nulla a che vedere con il M5S.

Pertanto, le mie denunce al M5S Veneto, cui sono iscritto, sono state CONSEGUENTI e NON PRECEDENTI a questi comportamenti scorretti, proprio per salvare il buon nome del Movimento stesso. E’ VIGLIACCO considerare le mie dovute denunce come diffamatorie, rifiutando di discutere I FATTI che ne sono stati causa.

Purtroppo la storia insegna che chi comincia con un IMBROGLIO, deve continuare con gli IMBROGLI. E in effetti, dopo questo vergognoso fattaccio del 21-02-2014, Giuliano Altavilla ha abusato della propria posizione di coordinatore del M5S di Padova, in conflitto di interessi con quella di “candidato sindaco”, per ripetute immissioni nel Gruppo Attivi di nuovi elementi da lui scelti e addestrati (yesman), senza chiedere il consenso al gruppo, al fine di spostare l’esito delle votazioni dello stesso gruppo sempre più a favore di quanto proponeva la Triade di potere, e contro l’opposizione che si assottigliava sempre più, anche per l’impossibilità di discutere e la CENSURA delle mail del Gruppo Attivi. Fino a compilare, negli ultimi momenti prima della presentazione, una lista composta per la maggior parte da SCONOSCIUTI (come qualche partito che chiamava alle primarie i cinesi). In combinazione con le pressioni esercitate nei confronti di coloro cui aveva promesso un posto in lista, che poteva venire tolto se si opponeva.

La campagna elettorale di Giuliano Altavilla e’ stata incentrata sullo slogan “L’onestà andrà di moda”. Ma non sarebbe stato meglio il vecchio proverbio “non rimandare a domani, ciò che puoi fare (ed essere) oggi”?

Un’amica mi ha scritto: “Ritengo che in questo m5s manchi qualche cosa. E’ odioso vedere il furbetto farsi largo. E’ violenza pura. Perché è tanto faticoso portare alla luce il giusto?”

Questa è la triste storia dell’anomalo M5S di Padova. Cosa c’entra tutto questo con il vero M5S? Cosa c’entra con quello che afferma nei comizi Beppe Grillo?

Lorenzo Filippi

Padova

Tel: 049-606882

Udite: Il cerchio magico del Movimento 5 Stelle: ecco chi ne fa parte.

Leggo Andrea Signorelli da Vittorio Veneto 5 stelle e rifletto, anzi, riflettiamo:

“Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno fatto, momentaneamente, un passo indietro. A tirare le fila adesso sono altri.

In origine il cerchio magico fu quello della Lega Nord, con riferimento alle poche persone che circondavano l’allora leader del Carroccio Umberto Bossi influendo pesantemente, e in maniera non disinteressata, sulle sue decisioni. Adesso siamo nel pieno del cerchio magico berlusconiano, che funziona un po’ alla stregua di quello leghista, e infatti non sono pochi gli esponenti di Forza Italia che si lamentano di non essere più in grado di raggiungere il Cavaliere, a causa proprio di quel cerchio che gli è stato stretto attorno. Oggi è il turno del cerchio magico del Movimento 5 Stelle, che però qualche differenza con i due precedenti ce l’ha.

Innanzitutto non nasce per influenzare le decisione dei leader, ma più che altro perché al momento i due leader sono decisamente sotto traccia: Beppe Grillo in vacanza, Casaleggio non si fa trovare con facilità. E dopo la batosta alle europee, i parlamentari romani si sentono non poco disorientati da questa improvvisa virata. Virata che ha comportato anche il recente cambio di strategia del Movimento 5 Stelle, scopertosi dal giorno alla notte pronto alla trattativa. Ma chi ha deciso, visto che i due capi indiscussi sono al momento dietro le quinte?

Il fatto è che la pesante sconfitta alle europee ha lasciato una ferita molto più difficile da rimarginare di quanto non sia sembrato dall’esterno. E in quella ferita sono riusciti a inserirsi non i dissidenti, bensì i fedelissimi che qualche tentazione di cambiare comunque passo ce l’avevano (solo che non l’hanno mai esternato pubblicamente). Tra questi, probabilmente, c’è Luigi Di Maio, il vicepresidente della Camera che studia da prossimo candidato premier del Movimento 5 Stelle. Ormai punto di riferimento politico e televisivo del M5S, è chiaramente colui che sta seguendo in prima persona la trattativa (o la trappola) che il M5S sta cercando di intavolare con il Pd.

Ed ecco quindi l’esponente centrale di questo cerchio magico, a fianco del quale si trova il figlio di Gianroberto, Davide Casaleggio. In seconda linea troviamo i responsabili comunicazione (non immuni da colpe nella sconfitta alle europee) Claudio Messora e Rocco Casalino, assieme alla new entry Ilaria Loquenzi e l’allenatrice per le partecipazioni tv Silvia Virgulti. Ecco, in questa fase complicata sono loro a gestire le prossime mosse dei Cinque Stelle. Cosa che però sta suscitando il fastidio di molti, che si trovano a dover accettare a scatola chiusa delle decisioni (come quella della trattiva col Pd) prese da altri, senza nessuna consultazione. E questa volta, ad aggirare il confronto, non sono nemmeno più i due fondatori.”

Bene. Credo poco che Grillo sia in vacanza, ma se fosse… Invece, mi sembra di condividere l’accento posto sulle responsabilità della comunicazione e, a quanto pare, sempre di comunicazione parliamo.

L’HANNO CHIAMATO DEMOCRATELLUM

Il contenuto della proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati.

Quando, all’inizio dell’anno (leggi QUI), Renzi lanciò la sua offensiva sulla nuova legge, tre furono le opzioni avanzate: il sistema delle comunali, il Mattarellum, il sistema spagnolo. Poi, pochi giorni dopo, previo accordo con Berlusconi, quell’offensiva produsse il mostruoso Italicum, un incredibile incrocio tra il doppio turno delle comunali ed il premio di maggioranza del vecchio Porcellum, con l’aggiunta di soglie di sbarramento di tipo turco.

Per adesso questo obbrobrio giace su un binario morto. Lo sbruffone fiorentino ha dalla sua la forza di chi ha vinto nettamente le elezioni europee, ma deve fare i conti con le resistenze, più o meno sommerse, di chi a gennaio aveva sottoscritto il “Patto del Nazareno”. Vecchie, presunte, convenienze stanno forse venendo meno.

E’ in questo quadro che va letta l’iniziativa del M5S. Un tentativo di inserirsi in uno scenario assai fluido per cercare di “limitare i danni” della legge renziana.

Chi scrive non dubita affatto dello spirito democratico di questa mossa, dubita piuttosto della qualità democratica della proposta messa in campo. Una proposta che ricalca nell’essenziale il modello spagnolo, un sistema che distorce fortemente i principi della rappresentanza e dell’uguaglianza del voto, e che applicato in Italia potrebbe produrre effetti distorsivi anche maggiori.

Si fa presto a dire “proporzionale”

Come mai il prestigiatore Renzi indicava a gennaio le tre opzioni richiamate sopra? Fu quella una mossa meramente tattica? Forse sì, ma non sarà un caso se i tre sistemi indicati – il doppio turno, il Mattarellum e lo spagnolo – hanno in comune una cosa: produrre notevoli effetti maggioritari senza un esplicito premio di maggioranza. Con il vantaggio di poter ottenere gli stessi effetti del Porcellum senza però incappare in una nuova bocciatura della Corte Costituzionale.

Va detto che, per non farsi mancare niente, e per meglio evidenziare il suo assoluto disprezzo dei principi costituzionali, il futuro premier chiedeva già allora l’aggiunta di un premio di maggioranza del 15% da inserire tanto nel Mattarellum, quanto nel modello spagnolo qualora si fosse optato per uno di questi sistemi. Non per caso si è poi arrivati al cosiddetto Italicum, una delle peggiori leggi elettorali mai concepite al mondo.

Ora il problema è quello di opporsi a questo mostro antidemocratico. Ed è comprensibile che una forza come il M5S cerchi di farlo mettendo pienamente in gioco la forza parlamentare di cui dispone.

Ma la legge elettorale è materia delicata, è un tassello decisivo della democrazia, uno dei perni su cui poggia l’intero ordinamento istituzionale. E, dunque, proporre una legge elettorale significa anche mettere in campo la propria visione della democrazia e dello stato. Ne consegue che la logica non può essere quella della “riduzione del danno”, perché tale “riduzione” può essere semmai perseguita attraverso i normali strumenti della battaglia parlamentare, laddove ogni convergenza è benvenuta quando serve a conseguire risultati concreti.

Una delle caratteristiche del M5S, ed un suo incontestabile punto di forza, è il costante riferimento alla democrazia. Ma purtroppo, nella proposta di legge presentata, il principio “uno vale uno”, un tempo si sarebbe detto “una testa, un voto”, cioè il principio proporzionale, viene di fatto accantonato.

Certo, così non è nella forma. Ma nella sostanza? Il fatto è che si fa presto a dire “proporzionale”, ma si fa altrettanto presto a disproporzionalizzare la base proporzionale con l’aggiunta dei famosi “correttivi”, paroletta assai malefica che fornisce la vera chiave di lettura della proposta del M5S.

Ricordiamoci che proporzionale era anche la base del Porcellum, stravolta però da un forte premio di maggioranza verso l’alto e da due soglie di sbarramento verso il basso. Proporzionale è anche la base dell’Italicum, stravolta ancor di più da premi e soglie da autentico regime.

Dire proporzionale dunque non basta. E questo vale anche per la legge dei Cinque Stelle. Certo – ci mancherebbe altro! -, la proposta del M5S è ben diversa dalla legge Calderoli e da quella del duo Renzi-Berlusconi, ma si allontana fortemente dai principi democratici della rappresentanza e dell’uguaglianza del voto tipici di una vera legge proporzionale.

La proposta di legge del M5S

Entriamo dunque nel merito.

Per brevità tralascio qui la questione delle preferenze. Dico solo che mentre è positiva la loro reintroduzione, trovo sbagliate le idee della “preferenza disgiunta” (la possibilità di scegliere un candidato di una lista che non si è votata) e quella della “preferenza negativa” (la cancellazione di candidati della lista prescelta). Meccanismi fra l’altro inconciliabili con la posizione fin qui tenuta dal M5S sul “mandato imperativo”. Posizione assai discutibile, e di certo non condivisa da chi scrive, ma mai messa in discussione dal Movimento.

Ma veniamo al cuore della proposta.

Il M5S prevede un sistema basato su 42 circoscrizioni di diversa ampiezza. Ogni circoscrizione elegge i propri parlamentari con il metodo proporzionale, ma senza riporto dei resti nel collegio unico nazionale. In questo modo ogni circoscrizione ha una sua soglia di sbarramento implicita, normalmente molto alta, con l’eccezione delle aree metropolitane di Roma, Milano e Napoli, dove la soglia si abbassa sensibilmente per garantire il cosiddetto “diritto di tribuna”. Entreremo nel dettaglio più avanti, ma per capire di cosa stiamo parlando basti dire che in 15 circoscrizioni (su 42) la soglia di sbarramento sarà ben superiore al 10%, mentre in altre 19 andrà a collocarsi tra il 5 ed il 10%.

Sta qui, nella cancellazione del collegio unico nazionale, la prima pesantissima correzione del sistema proporzionale. Ma, come se non bastasse, ce n’è anche una seconda che riguarda il divisore adottato. Mentre il tradizionale metodo D’Hondt prevede la divisione dei voti di lista per 1, 2, 3, eccetera, fino al numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione, i parlamentari M5S propongono quello che essi stessi definiscono “divisore corretto”. I voti di ogni lista vengono così divisi per 1, 1,8, 2,6, 3,4, 4,2, eccetera. Questo passaggio da uno scalino 1 ad uno scalino 0,8 determina un ulteriore vantaggio alle liste maggiori e naturalmente un’altra penalizzazione per le liste minori.

Il combinato disposto di queste due vistose correzioni produce una notevole disproporzionalità. In questo modo il premio di maggioranza da esplicito (come nell’Italicum) diventa implicito, e così pure le soglie di sbarramento. Come dire: il sistema parlamentare salva la sua faccia, ma la democrazia ne esce comunque pesantemente ammaccata. Per evitare troppi tecnicismi riportiamo da l’Espresso uno studio realizzato dallo stesso M5S in base ai risultati delle elezioni europee. Secondo questo studio il Pd, con il 40,8% dei voti otterrebbe il 50% dei seggi, il M5S con il 21,2% dei voti avrebbe il 24,1% dei seggi, Forza Italia con il 16,8% dei voti incasserebbe il 17,6% dei seggi. Se c’è chi ci guadagna deve esserci ovviamente chi ci perde. Ed infatti: la Lista Tsipras con il 4% dei voti si fermerebbe all’1,1 dei seggi, Fratelli d’Italia con il 3,7% avrebbe solo lo 0,5% dei seggi, e la stessa Lega Nord – benché favorita dal suo carattere territoriale – porterebbe a casa solo il 4,6% dei seggi contro il 6,2% dei voti.

Naturalmente il nostro confronto è con un sistema elettorale puro. Si può dunque obiettare che il confronto va fatto semmai con quel che prevede l’Italicum. Obiezione accoglibile solo fino ad un certo punto, dato che attualmente, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del dicembre scorso, è in vigore una legge proporzionale con soglie di sbarramento al 2 e al 4%, a seconda che si sia “apparentati” o meno.

Comunque, a beneficio dei lettori, facciamo tutti i confronti prendendo il caso della Lista Tsipras, di una lista cioè che possiamo definire medio-piccola (nella graduatoria delle elezioni di maggio è arrivata sesta, assai vicina al quinto posto di Ncd). In base ai voti delle europee essa otterrebbe i seguenti seggi: zero con l’Italicum, 7 con la legge del M5S, 26 con la legge in vigore [quella emersa dalla sentenza della Corte Costituzionale, Ndr].

Vedete che differenze, e pensare che si tratta di 3 leggi tutte con base proporzionale! Forse sarà ora più chiaro quanto sia poco innocente parlare di “correttivi”, quasi si trattasse di quisquilie cui non importa prestare attenzione.

I correttivi pesano eccome, sia quando producono effetti espliciti, come nel caso dei premi di maggioranza e delle soglie di sbarramento, sia quando essi sono solo impliciti, non dichiarati ma ugualmente operanti.

Certo, come si evince dai dati riportati, la legge del M5S non è mostruosa come quella del “Patto del Nazareno”. Non garantisce automaticamente a chi vince la maggioranza assoluta, e lascia una specie di “diritto di tribuna” alle forze minori altrimenti cancellate. Ma basta questo per dire che si tratta di una buona legge? Per quanto mi riguarda, assolutamente no.

Un sistema alla spagnola, con qualche piccola correzione

Il sistema proposto dal M5S è una duplicazione di quello spagnolo, dal quale si differenzia in maniera sensibile solo sulle preferenze, che in Spagna non ci sono, dato che anche nel paese iberico vige il sistema delle liste bloccate. Per la precisione c’è anche un’altra piccola differenza: mentre in Spagna, oltre alle soglie implicite dovute alle dimensione dei collegi, ve n’è anche una esplicita (al 3%) di fatto operante soltanto nelle due maggiori circoscrizioni, quelle di Madrid e Barcellona; nella proposta dei Cinque Stelle c’è solo la soglia implicita. Il che significa che se a Madrid ho bisogno di raggiungere il 3% per ottenere seggi, a Roma mi basterà forse il 2,5%.

Che si sia di fronte ad uno Spagnolo a 5 stelle ci viene confermato dai dati delle elezioni tenutesi nel paese iberico nel 2011. Il Partito Popolare con il 45,2% dei voti raggiunse la maggioranza assoluta del 53,1% dei seggi; il secondo partito, il PSOE, ottenne il 31,4% dei seggi con il 29,1% dei voti; la sinistra di Izquierda Unida con il 7,02% dei voti si fermò al 3,1% dei seggi.

Come si vede, il premio di maggioranza c’è eccome, anche se non garantisce sempre il raggiungimento della maggioranza assoluta; le forze principali (in Spagna 2, in Italia 3) vengono comunque avvantaggiate; le forze minori, anche se consistenti, sono pesantemente sotto-rappresentate; quelle più piccole del tutto cancellate: una fotografia sostanzialmente sovrapponibile al quadro disegnato per l’Italia dallo studio del M5S di cui abbiamo detto sopra.

Naturalmente ogni paese ha la sua storia e la sua strutturazione politica. In Spagna, ad esempio, i numerosi partiti regionalisti si trovano assai bene con il sistema delle piccole circoscrizioni. In Italia, dove l’unico partito regionalista è la Lega, questo sistema finirebbe per favorire ancor di più i partiti maggiori.

La violazione del principio dell’uguaglianza del voto

Prima di giungere alle conclusioni c’è un altro aspetto che merita di essere esaminato. Giustamente, nella sentenza già ricordata, la Corte Costituzionale ha insistito molto sul concetto di “uguaglianza del voto”. Ora sappiamo benissimo che un tale principio non può mai essere del tutto applicato. Ad esempio, qualora io scegliessi una lista che si fermasse in tutta Italia a poche migliaia di voti, il mio voto andrebbe perso con qualsiasi sistema elettorale. Il mio voto varrebbe dunque zero, a differenza di quello espresso da chiunque avesse votato una lista che abbia ottenuto anche un solo seggio.

Tutto questo è evidente. Ma allora perché il richiamo della Consulta? Semplicemente perché i meccanismi distorsivi delle leggi elettorali della “Seconda Repubblica” vanno ben oltre il caso limite di cui sopra. Questo per l’effetto combinato di premi di maggioranza e di soglie di sbarramento, indipendentemente dal fatto che questi meccanismi siano espliciti od impliciti.

Nel caso della proposta del M5S c’è però un’aggravante. Un’ulteriore differenziazione tra elettori di serie A e di serie B. In questo caso perfino peggiore dell’Italicum. Vediamo di cosa si tratta.

Dividendo l’Italia in circoscrizioni di dimensioni diversissime, e (questo è il punto decisivo) avendo cancellato il collegio unico nazionale, avremo anche “diritti elettorali” (chiamiamoli così per capirci) diversissimi nelle varie zone del Paese.

Per comprendere la questione diamo la parola ai parlamentari del M5S, che nel testo di presentazione della legge hanno scritto:

«In 33 circoscrizioni su 42 (che assegnano 373 seggi, ossia il 60% del totale) lo sbarramento naturale è superiore al 5%; nelle altre 9 circoscrizioni (che assegnano 245 seggi, ossia il 40% dei seggi della Camera) lo sbarramento è inferiore al 5%».

Ammissione interessante e tuttavia piuttosto reticente.

Come avrete capito, e com’è inevitabile in un simile sistema, ogni circoscrizione (e dunque ogni elettore) avrà la sua soglia di sbarramento. Le differenze, però, non sono così marginali come la citazione di cui sopra vorrebbe far intendere.

Vediamo nel dettaglio il numero di circoscrizioni previste con i relativi seggi (tra parentesi la soglia di sbarramento, calcolabile solo in maniera approssimativa, per ottenere seggi):

– Una circoscrizione con un seggio (50%)

– Una circoscrizione con tre seggi (30%)

– 13 circoscrizioni da 5-9 seggi (dal 10 al 20%)

– 19 circoscrizioni da 11 a 19 seggi (dal 5 al 10%)

– 6 circoscrizioni da 21 a 24 seggi (dal 4 al 5%)

– 3 circoscrizioni da 32 a 42 seggi (dal 2,5 al 3%)

Come si vede le differenze sono abissali. Facciamo alcuni esempi. Mentre l’elettore di Milano dovrà confrontarsi con una soglia attorno al 2,5%, per quello di Alessandria essa sarà del 7%, salendo al 10% a Caserta, al 17% a Potenza ed al 30% a Campobasso. Queste città sono state scelte a caso, giusto per dare l’dea di una pesantissima differenziazione che tocca in realtà tutto il territorio nazionale.

Vi sembra che il principio dell’uguaglianza del voto, e dunque dell’elettore, possa convivere con una simile differenziazione? Se, volendo contribuire a far scattare almeno un seggio, l’elettore di Campobasso avrà al massimo due opzioni, quello di Potenza ne avrà 3, quello di Caserta magari 4, quello Alessandria 5, quello di Milano probabilmente 10. Questi gli effetti devastanti di quella che possiamo definire solo come una vera e propria “discriminazione geografica”.

Il tentativo di giustificare l’ingiustificabile ha prodotto questa penosa e aberrante argomentazione:

«La varietà di ampiezza delle circoscrizioni non costituisce un limite al sistema, bensì una sua qualità. Infatti, nelle circoscrizioni in cui si assegnano pochi seggi ottengono seggi esclusivamente le forze più grandi, mentre nelle circoscrizioni in cui si assegnano molti seggi ottengono seggi anche i partiti piccoli. E’ una conseguenza coerente col tentativo di rendere “reali” e non “virtuali” la rappresentanza: le forze politiche piccole, infatti, hanno una struttura, un numero di militanti e di risorse concentrato nelle aree metropolitane, viceversa nelle comunità più piccole, tali forze politiche spesso non hanno un reale radicamento territoriale».

Che dire? Gli è venuta proprio male e, come spesso avviene, la pezza di questa rocambolesca giustificazione è perfino peggio del buco causato dalla palese lesione al principio dell’uguaglianza del voto.

O bianco o nero: rappresentanza e “governabilità” non possono stare insieme

Ora la domanda è questa: perché il M5S è arrivato a questa proposta?

Per capirlo conviene dare la parola ai presentatori della legge. Dice ad esempio il pentastellato Danilo Toninelli, a commento del 10% di premio di maggioranza che otterrebbe il Pd, che questo dimostra che quello proposto è un proporzionale «fortemente corretto», «un proporzionale governante».

Ecco, in quest’ultima formula c’è probabilmente la chiave di tutto. Come ci conferma la seguente affermazione, tratta dal testo di presentazione della Proposta di legge:

«La presente proposta si preoccupa di sciogliere il nodo fondamentale del rapporto tra l’esigenza di avere un Parlamento realmente rappresentativo e di favorire la governabilità del sistema disincentivando la frammentazione del sistema politico» Eh no, cari amici del M5S, proprio non ci siamo. E’ qui che cade l’asino: nel tentativo di conciliare l’inconciliabile. Forse gli estensori non lo sanno, ma – parola più, parola meno – la loro formulazione è simile a quel che ci è capitato di sentire da almeno trent’anni (30), cioè dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso. E che non certo per caso ha portato ai successivi disastri del Mattarelum nel 1993 e del Porcellum nel 2005.

Vogliamo continuare su quella strada, pensando magari di essere più bravi nell’escogitare magiche soluzioni che tengano insieme il Diavolo e l’Acqua Santa? Fate pure, ma sappiate che la parolina decisiva è “governabilità”, un termine tutt’altro che neutro che non significa, come forse pensate, “governo democratico”, bensì governo oligarchico, governo sempre più autonomo dalla società e dallo stesso parlamento.

Il fatto è che il principio della rappresentanza e quello della “governabilità” non possono stare insieme, sono in contraddizione tra loro. Il primo ci dice che è il principio democratico che deve prevalere, per cui ogni governo deve avere comunque una piena legittimazione democratica, che risiede in primo luogo nel detenere il consenso effettivo nella società. Il secondo afferma invece che il governo viene prima di tutto, che l’essenziale è che sia stabile e duraturo, preferibilmente quanto più autonomo possibile dalle dinamiche parlamentari, con un consenso non necessariamente della maggioranza assoluta, e da misurarsi solo ogni 5 anni con elezioni sempre più manipolate da sistemi elettorali disproporzionali.

Fino agli anni ’80 la parola “governabilità” praticamente non esisteva. In Italia diventa d’uso corrente solo con il craxismo, per poi sfondare negli anni successivi. Anni che, su scala globale, vedono una trasformazione in senso autoritario delle democrazie parlamentari. Questo non per caso, ma per effetto di due precisi fenomeni.
Il primo consiste nell’affermazione, al centro del sistema capitalistico, di potenti oligarchie finanziarie che abbisognano sempre più di un potere politico servile, dunque di governi, ma anche di partiti, sempre pronti a rispondere signorsì.

Il secondo deriva dalla generale crisi del consenso che vivono i partiti così trasformati, destinati inevitabilmente a separarsi sempre più dalla società. A questa crisi di consenso si risponde trasformando, per legge, in maggioranze assolute le modeste maggioranze relative conquistate da partiti sempre più strutturati come gruppi di potere ben integrati nel blocco dominante, egemonizzato a sua volta dalle oligarchie finanziarie, nazionali ed internazionali.

Questa è, in buona sostanza, la famosa “governabilità”: un principio del tutto inconciliabile con la democrazia.

Ma se accettare il principio della “governabilità” è grave, pensare di poterlo facilmente miscelare con quello della rappresentanza è assurdo. Non è che con l’applicazione del principio di rappresentanza non si abbiano più governi, come la storia italiana (e non solo) dimostra in abbondanza. E’ che con il principio della “governabilità”, quello della rappresentanza viene sempre ferito a morte.

E siccome i due termini non possono stare insieme, inevitabile diventa il prevalere del principio di “governabilità”. Ora, se da un lato si possono capire le buone intenzioni dei parlamentari M5S, mai bisogna dimenticarsi che di buone intenzioni è lastricata la via che porta all’inferno…

D’altra parte, se si accetta come cardine il principio della “governabilità”, allora cari miei ha ragione Renzi. Egli infatti vi dirà: “venite avanti ragazzi, vedo che vi siete applicati, e questo è bene. Tuttavia ancora non basta, perché il vostro sistema ci va vicino, ma per assicurare davvero la governabilità bisogna che la sera delle elezioni si conosca con certezza il vincitore, la maggioranza ed il capo del nuovo governo. Dunque: no alle mezze misure, sì o al ballottaggio o al premio di maggioranza, meglio a tutti e due messi insieme come nell’Italicum, una proposta che probabilmente modificheremo qua e là, ma senza venir meno a questo principio”.

Non nascondiamoci che su questo il berluschino fiorentino ha davvero un ampio consenso popolare. Purtroppo è così. Decenni di martellamento sulla bontà del maggioritario e sulla “governabilità” non si superano facilmente, specie se si rinuncia a condurre la battaglia politica e culturale per la democrazia, il principio di rappresentanza e dunque per il sistema proporzionale.

E questo, detto con lo spirito di chi il M5S l’ha votato, di chi si augura che il Movimento superi positivamente le difficoltà emerse con il risultato delle europee, è il vero problema della proposta di legge da poco presentata dai deputati a Cinque Stelle.

BRAVO RENZI, PRENDE 231 E PAGA 80

Il bonus che inganna gli Italiani!

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Alla fiera d’Italia, per 80 denari, un elettore Renzi comprò!!!
Forse ci basta canticchiare questa strofettina per capire quanto segue. 
Un mese fa è arrivato al Senato il decreto legge n. 66, meglio conosciuto come Decreto Spending Review o Decreto Irpef. 
In verità, tutti gli italiani lo conoscono per il bonus degli 80 euro in busta paga in favore dei lavoratori con un reddito annuo complessivo compreso tra 8.000 e 24.000 euro. 
Ciò che gli italiani, però, non sanno è che questo beneficio non è duraturo nel tempo, ma limitato solamente al 2014. 
Ed infatti, Renzi – illudendo bellamente gli italiani più ingenui e speranzosi – durante la sua campagna elettorale e le sue comparse televisive, non ha mai reso noto che questo regalo si limitasse a quest’anno.

Ma vi è di più! Non solo non ha mai detto agli italiani che questo contributo è di breve durata, ma, soprattutto, ha nascosto la vera natura di esso, che, nei fatti, si rivelerà una vera e propria contropartita che, anziché agevolare, penalizzerà i beneficiari. 
Il sorridente Premier ha messo in atto, nei fatti, un’evidente disparità di trattamento tra i soggetti percettori del bonus.

Il credito di imposta previsto per lavoratori dipendenti e assimilabili, infatti, sarà negato agli incapienti a livello fiscale e pensionati… insomma a chi davvero potrebbe avere bisogno di quel piccolo contributo e non certo a chi ha già un lavoro. 
Renzi dimentica che il Movimento Cinque Stelle tratta i cittadini sullo stesso piano.

Per questo, anziché dire sì ad un bonus per élite, preferisce un reddito di cittadinanza, espressione di una dignità perduta che si vuole ridare con forza e insistenza.

Ed invece, in una delle sedute delle Commissioni riunite, il Sottosegretario Enrico Morando non nasconde tutta la contrarietà del Governo alla nostra proposta, pur dichiarando che nella prossima legge di stabilità qualcosa verrà fatto in quella direzione. 
Insomma, il solito diniego ad una proposta stilata con la collaborazione di migliaia di cittadini, che, tuttavia, di recente ha ricevuto il plauso pure da parte dell’Istat. 
Noi siamo stanchi di rimanere inascoltati, desideriamo non promettere grandi cose, non siamo venditori di fumo, ma di speranze vere!