Archive | May 2014

OPINIONI A CONFRONTO: NUOVA ECONOMIA, OBIETTIVO: “SCARDINARE GLI OLIGOPOLI”

Dopo quanto abbiamo letto dall’avv. Francesca Donato, porto alla riflessioni di noi studiosi l’opinione della dott.ssa Lidia Undiemi.

lidia1Il nostro progetto è chiaro: bloccare e poi sanare il trasferimento del rischio d’impresa (bancario e industriale) a noi contribuenti.

ROMA (WSI) – Lidia Undiemi, dottore di ricerca in diritto dell’economia, già autrice di dossier e numerosi articoli riguardanti il mondo economico, ritorna a scrivere su Wall Street Italia per contribuire ad approfondire tematiche economiche e politico-istituzionali riguardanti il futuro dell’Italia e dell’Europa. I suoi studi non riguardano l’economia ‘pura’ ma l’ordine giuridico del mercato, espressione di una determinata volontà politica, che caratterizza l’economia in uno Stato di diritto. Proprio per questa sua visione interdisciplinare, Lidia preferisce essere definita studiosa di economia e diritto. Ed in effetti già da questo suo primo contributo emerge con estrema chiarezza lo scopo dei suoi studi economico-giuridici. Tuttavia, per ragioni di sintesi, e comunque nel rispetto dell’ottica di una visione ampia di studi economici, noi di WSI preferiamo definirla ‘economista’. Da oggi Lidia Undiemi torna quindi a essere l’economista di Wall Street Italia, con una serie di articoli e studi che saranno intitolati Nuova Economia. Ecco il primo.

“Artificialità, giuridicità, storicità”, sono queste le parole con cui Natalino Irti – noto giurista – esprime sinteticamente la tesi che nega qualsiasi “naturalismo economico” che sopravvive alla ormai accantonata ideologia basata sull’esistenza di un diritto naturale contrapposto al diritto positivo che da corpo all’ordinamento giuridico di uno Stato (approf. sul suo libro, L’ordine giuridico del mercato, 2004).

In uno Stato di diritto l’economia di mercato è dunque “locus artificialis, e non locus naturalis“, basti pensare che il tanto acclamato rapporto di scambio che fa esistere l’economia assume efficacia vincolante fra le parti grazie alla possibilità di potere vantare un diritto sancito da un determinato assetto normativo.

Continua a leggere su http://www.wallstreetitalia.com/article/1632131/nuova-economia-obiettivo-scardinare-gli-oligopoli.aspx

 

ll grande bluff dei sistemi economici e sociali moderni:

gruppi di società, collegamenti societari e il c.d. gioco delle scatole cinesi

(Proposta di legge contro la crisi e lo sfruttamento del lavoro)

VERSIONE COMPLETA: CLICCA QUI.

NON E’ CONSENTITO L’USO POLITICO DELLA PROPOSTA DI LEGGE E DELLO STUDIO SENZA ESPRESSA AUTORIZZAZIONE DA PARTE DELL’AUTORE, CHE COMPRENDE L’ACCETTAZIONE DI UN PROGETTO DI ATTUAZIONE POLITICO-ISTITUZIONALE SECONDO QUANTO SUCCESSIVAMENTE CONCORDATO.

Questo lavoro è il frutto di tanti anni di sacrifici, un atto dovuto, un omaggio per il nostro paese e per le persone che stanno subendo, loro malgrado, i soprusi di un potere sempre più aggressivo e conscio del fatto che l’oppressione di un popolo necessita dell’uso sapiente del diritto.

Il principale campo di battaglia su cui si gioca il futuro della nazione e del resto d’Europa è quello della conoscenza economica e giuridica, un patrimonio dal valore inestimabile che deve essere collettivizzato e non chiuso in una cassaforte al solo fine di essere utilizzato per scopi di arricchimento personale, peccato immortale di cui si sono macchiati moltissimi intellettuali italiani che hanno venduto il proprio sapere per una manciata di consulenze d’oro, pur sapendo che così facendo avrebbero segnato un destino nefasto per milioni di persone. Nessuna bomba o carro armato, solo “diritto”.

Lo scopo di questo progetto è quello di segnare un punto di svolta rispetto a questo percorso degenerativo che sembra inarrestabile.

L’unione degli studi giuridici ed economici accompagnati da un costante lavoro sul campo a sostegno dei lavoratori coinvolti in grandi e complesse vertenze mi ha consentito di assumere una visione piuttosto chiara dei principali meccanismi giuridici che stanno alla base del fallimento dei mercati “reali” e del crollo dell’occupazione. A mio parere, la ricerca scientifica nei campi dell’economia e del diritto si appresta a varcare dei confini oltre i quali l’evoluzione di entrambe le discipline dipende dalla capacità di dialogo e di interazione fra coloro a cui è affidato il compito di farle progredire.

Questo progetto rappresenta un pezzo fondamentale della mia vita, probabilmente il più importante perché mi ha fatto comprendere sino in fondo il senso del “noi”, di quanto sia piccolo il potere dei soldi di fronte al benessere della collettività. Una persona a me molto cara sostiene che “le cose migliori sono quelle che non si comprendono”. Io non riesco tutt’ora a capire dove abbia potuto trovare la forza per realizzare tale contributo, di cui oggi intravedo il punto di arrivo anche se non riesco a carpirne l’origine. Esso rappresenta la sintesi di un percorso a cui ho dedicato gran parte del mio tempo, un impegno gratuito che ha richiesto non poche privazioni e scelte difficili che mi hanno tuttavia donato la libertà di essere quel che volevo essere.

Ci vorrà un po’ di tempo affinché altri possano comprenderne l’importanza, probabilmente molti incontri di presentazione e sicuramente una rappresentanza politica all’altezza della situazione per storia e “pulizia”.

 

Guida alla lettura

Il progetto è composto alcune proposte di modifica legislativa accompagnate da una relazione di presentazione e una sintesi degli studi scientifici condotti prevalentemente durante il corso di dottorato di ricerca.

Per coloro che volessero approfondire gli aspetti giuridici del fenomeno che si intende regolamentare si consiglia di leggere la tesi di dottorato pubblicata su www.lidiaundiemi.it.

Nei testi delle varie sezioni è possibile trovare dei collegamenti ipertestuali su altro materiale.

E’ stata realizzata una presentazione schematica al fine di facilitarne la comprensione. Si badi bene, alcuni casi concreti sono stati citati al solo fine di mettere in evidenza determinati meccanismi che sono di per sé leciti, anche se discutibili dal punto di vista politico. Non si entra in alcun modo nel merito degli eventuali risvolti delle vicende. A tal fine si consideri inoltre che tale presentazione è aggiornata al 19-09-2011.

Se ritenete necessario fornire aggiornamenti e/o correzioni utili scrivete a li.undiemi@gmail.com.

Copyright

Questa opera (comprese le proposte di modifica legislativa) è coperta da copyright. E’ consentita la riproduzione per fini esclusivamente informativi adottando le seguenti regole:

– breve presentazione con citazione dell’autore.

– rinvio alla fonte originaria per la lettura del testo completo.

Al fine di evitare distorsioni, strumentalizzazioni per scopi di “arricchimento elettorale” e operazioni di depotenziamento l’uso politico del progetto richiede una esplicita autorizzazione da parte dell’autore. Anche in questo caso è da ritenersi obbligatoria la citazione dell’autore e il rinvio alla fonte originaria.

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L’EUROPA CHE VORREI

Maserà di Padova, 21 maggio 2014

Le campagne elettorali per le prossime elezioni europee sono incentrate, tutte, sul destino dell’euro. Ma le case si costruiscono partendo dalle fondamenta e non dal tetto, come dire che prima si fa l’unione degli Stati, intesi come persone giuridiche e, poi, si fa la moneta unica.  Ho desiderato liberare la mia forte vocazione civile divulgando nei meetup del veneto la nostra Costituzione e, quindi, i trattati europei. Nella relazione di questa serata non mi prefiggo di suscitare gli interrogativi dei fautori e dei detrattori dell’euro, ma, più semplicemente, di condurvi alla radice del problema Europa, che è, prima di tutto, politico e, poi, economico.  Mario Donnini

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ELEZIONI EUROPEE: OPINIONI A CONFRONTO

pubblichiamo qualcosa di “fuori dal coro” made in Italy per capire l’Italia che ci circonda e anche perché alla serata di presentazione dei 5 stelle di Camisano Vicentino abbiamo ascoltato parole simili, troppo simili alle nostre, dall’avv. Francesca Donato:

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PERCHE’ NOI DI SINISTRA VOTIAMO BORGHI e DONATO Candidati indipendenti per la Lega Nord

Pubblichiamo questo appello/analisi elaborato dalla ottima Sil_Viar, con la collaborazione di Mauro Poggi e altri amici del gruppo dei Dalmata, che spiega le ragioni per cui molti, provenienti dalle fila della sinistra, sono arrivati alla decisione di dare il proprio il voto a Claudio Borghi e Francesca Donato, candidati dalla Lega Nord.
In questa situazione occorre dare il proprio voto ad occhi aperti, a coloro che portano avanti da tempo, con coraggio, chiarezza e coerenza, la battaglia per l’uscita dalla funesta moneta unica e dal suo antidemocratico metodo  di governo. Il documento esiste anche come volantino da stampare per spiegare le nostre ragioni agli amici e conoscenti che ragionano ancora “per appartenenza”, senza accorgersi o volersi accorgere che la “casa” è stata requisita ed è sotto occupazione…

PERCHE’ NOI – DI SINISTRA – IL 25 MAGGIO VOTIAMO

CLAUDIO BORGHI al Nord Ovest e Centro

FRANCESCA DONATO al Nord Est e Isole

Candidati indipendenti al Parlamento Europeo per la Lega Nord

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Questa crisi, la più lunga e profonda dall’Unità d’Italia, non finirà, se non uscendo dall’euro che ne è la causa, riconosciuta da TUTTI gli economisti, e riprendendo la piena sovranità monetaria e l’intervento dello Stato nell’economia, applicando il dettato Costituzionale.

 

La crisi è dovuta agli squilibri commerciali tra i paesi dell’eurozona, è di DEBITO PRIVATO ESTERO, come riconosciuto da TUTTI, compresa la BCE. L’Irlanda, prima ad essere colpita, aveva debito pubblico al 25% nel 2007, dopo i salvataggi delle banche PRIVATE è ora al 124%.

Chi parla di crisi causata dal debito pubblico ha ben altri interessi che risolverla, e soprattutto non fa gli interessi dell’Italia e degli italiani. Chi parla della corruzione omettendo che questa non incide sulla crescita economica, come provano Cina o la stessa Germania la cui Siemens è stata condannata alla multa più alta della storia per corruzione internazionale, compie la stessa disinformazione di chi ha pagato le rivolte arabe e ucraine per eliminare governi eletti. Chi parla di “mafie” in un contesto di libera circolazione dei capitali, senza controllo, e toglie allo Stato gli strumenti, e le risorse per le forze dell’ordine, non fa gli interessi della società. Chi parla dei costi della politica intende limitare la democrazia in favore dell’oligarchia finanziaria, perché i dati relativi al solo 2012 dicono questo:

 

Nell’eurozona c’è un unico grande creditore, la Germania, che ha prestato sconsideratamente, attuando, nel 2002, una svalutazione competitiva interna (tagliando stipendi e precarizzando il lavoro – le “riforme” – e ha 10 milioni, il 25%, di lavoratori poveri); ha così impedito l’acquisto di merci estere e tenuto bassi i prezzi, e impedito la redistribuzione del reddito tra i suoi cittadini. Anche quest’anno il suo surplus commerciale è di 200 miliardi, a fronte di una crescita economica ridicola (in media 0,63% all’anno), grazie all’euro il cui valore è tenuto basso (per lei) dalle economie fragili degli altri paesi.

 

L’Italia ha perso il 10% del PIL, il 25% della produzione industriale, il 30% degli investimenti: è una catastrofe, numeri da Paese in guerra. Nonostante questo si chiede allo Stato di ridurre la spesa pubblica, una delle più basse dell’UE, invece di agire a sostegno dell’economia e della vita delle persone come richiederebbe la razionalità economica e come è scritto nella nostra Costituzione.

Ricordiamo che da ormai 25 anni l’Italia chiude il proprio bilancio con un avanzo primario (il bilancio è in avanzo se non si contano gli interessi! ndVdE), ma che è costretta a nuove emissioni per coprire il deficit che deriva dal costo degli interessi. Una situazione che ha origine nel 1981, quando con una decisione che non ebbe alcun avallo parlamentare fu deciso il famigerato “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia, rinunciando così alla possibilità di pagare tassi reali negativi, e dando inizio a una conseguente gigantesca redistribuzione della ricchezza in favore delle rendite e a svantaggio dei redditi. Da allora l’ammontare degli interessi maturati ha raggiunto la cifra di 3.100 mld, di cui i 2.100 dell’attuale debito rappresentano la quota ancora non pagata, sulla quale maturano a loro volta interessi che producono ulteriore debito.

Ricordiamo che nonostante la grave crisi gli Italiani fino al  2013 hanno erogato 50 mld (44 mld ai “fondi salva-stati” ESFS e MES, e 6 mld  erogati bilateralmente) contribuendo al salvataggio non dei paesi in crisi, ma delle banche tedesche e francesi che avevano prestato troppo e male a questi paesi (Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo).

I paesi “bombardati” dall’euro sono: Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, Cipro, Slovenia, Francia. La Finlandia è in recessione, l’Olanda non garantisce più lo stato sociale, Malta, Belgio sono anch’essi colpiti dalla crisi, l’Austria sta effettuando pesanti salvataggi del sistema bancario con soldi pubblici (la Germania ha speso 300 miliardi € in salvataggi bancari).

In Grecia la crisi ha devastato il Paese, peggio della II Guerra Mondiale: 1/3 della popolazione non ha accesso alla sanità, l’80% dei cittadini di Atene non ha riscaldamento, 700.000 bambini non hanno cibo a sufficienza e accesso alle vaccinazioni, la mortalità neonatale è aumentata del 43%. La Grecia, dopo le “riforme” della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) è ORA tra i paesi “in via di sviluppo”.

 

Le politiche di austerità prescrivono le “riforme” fallimentari del Fondo Monetario Internazionale: svendita dei beni dello Stato, cioè nostri, privatizzazioni dei servizi e taglio alla spesa pubblica, quindi alla sanità, alle pensioni, alla scuola, taglio agli stipendi, riforme per lo più imposte da regimi totalitari e/o venduti al capitale e alle multinazionali, come quelli di Pinochet, Videla, Menem e Yeltsin.

L’euro ha lo stesso ruolo dei golpes: rimodellare le società in senso oligarchico, togliere la ricchezza del 99% (quella di cittadini e Stati) per convogliarla all’1% più ricco.

L’euro è la criminale shock economy della “scuola di Chicago” applicata al continente più ricco e socialmente avanzato, che non avrebbero mai accettato di buttare via lo stato sociale e le tutele frutto di decenni di lotte, insieme ai diritti costituzionali, se non fosse stata scientificamente applicata questa dottrina: approfittare di una stato di crisi, reale o indotto, affinché ciò che prima era politicamente improponibile diventi politicamente inevitabile.

L’ideologo dell’UE è von Hayek. Milton Friedman è il fondatore della “scuola di Chicago” da cui è partita la riscossa della scuola liberista che vede nello Stato che regola il capitalismo e nelle Costituzioni Democratiche il nemico da abbattere, in nome dell’internazionalismo del capitale che non vuole confini né regole:un’ideologia reazionaria e totalitaria, diventata dominante, a cui aderisce chiunque difenda l’euro.

 

La scienza economica aveva previsto, fin dal 1957, che una moneta unica per paesi così diversi avrebbe condotto a gravi crisi. TUTTI SAPEVANO, e lo hanno ripetutamente confessato, che le crisi sarebbero state lo strumento per imporci quanto deciso da “loro”: l’abbandono dei diritti Costituzionali, per primo il lavoro, che nei trattati UE è considerato SOLO merce e quindi soggetto alle leggi della domanda e dell’offerta, MAI un diritto da tutelare.

Nel sistema euro l’aggiustamento della competitività tra i diversi paesi passa dalla svalutazione del lavoro e dal taglio degli stipendi, dalla contrazione della domanda interna, per arginare le importazioni, ma che fa fallire le Piccole e Medie Imprese: si elimina così, di fatto, il diritto al lavoro e alla dignità delle persone su cui si incardina la nostra Costituzione. Le PMI sono svantaggiate dal cambio dell’euro troppo alto – o sono cannibalizzate attraverso il partneriato finanziario. Nel resto del mondo l’aggiustamento della competitività passa dal riallineamento del cambio rispetto alle altre valute secondo la legge della domanda e dell’offerta.

 

L’UE è nata per favorire la finanza e le multinazionali, ci sono 15.000 lobbisti registrati a Bruxelles (oltre a quelli non registrati): la lotta contro l’euro è quella dei piccoli contro i grandi e l’UE NON è riformabile: per cambiare i trattati ci vuole l’impossibile unanimità di 28 Paesi.

 

L’art. 11 della nostra Costituzione “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”: NON parla di “cessione” della sovranità, che appartiene PER INTERO al popolo, compresa quella economica e monetaria, ma soltanto delle “limitazioni” (e in parità con gli altri Stati, mentre la Germania ha assunto il ruolo di comando dell’eurozona), e solo per assicurare pace e giustizia TRA le nazioni, cioé un maggiore benessere, cosa che in eurozona non c’è, e non ci sarà mai, perché il pilastro dei trattati UE NON è la cooperazione/solidarietà tra le Nazioni per il maggior benessere, ma la competizione e il mantenimento del valore della moneta attraverso la svalutazione del lavoro.

 

Se non ci facciamo sentire niente li fermerà: oltre alla svendita del patrimonio dello Stato, alla svendita delle grandi aziende strategiche come ENI, ENEL e FINMECCANICA a gruppi stranieri, alla delocalizzazione, alla deindustrializzazione dell’Italia, sono pronti l’ERF: lo Stato sarà pignorato delle tasse riscosse e dovrà dare i suoi beni in garanzia del debito pubblico, e il TTIP, accordo di libero scambio con gli USA la cui trattativa è tenuta segreta dalla UE, ma se funzionerà come gli accordi con l’America Latina, significa che le multinazionali imporranno la privatizzazione di servizi come l’acqua e la sanità, le pensioni, il peggioramento delle regole del lavoro, portando a giudizio in arbitrati internazionali gli Stati stessi: l’Argentina è stata condannata a pagare un miliardo di dollari alle multinazionali per NON aver privatizzato l’acqua.

Ora capirete meglio perché gli USA ci abbiano “aiutato” con 10 armate a ristabilire la LORO democrazia!

 

E’ ora di dire BASTA a questo immenso trasferimento di ricchezza all’1%. Il tributo di vite umane è troppo alto, si susseguono i suicidi, censurati dall’informazione, acquisita in toto dall’oligarchia, e megafono di politici asserviti che ripetono che non si può uscire dall’euro.

Possiamo scegliere di non essere schiavi, prima che il processo di distruzione dell’economia divenga irreversibili.

 

Di questa analisi non c’è traccia nelle formazioni elettorali della cosiddetta sinistra, che si condanna all’irrilevanza e ci condanna all’indigenza.

Non ce n’è traccia neanche tra quelli che poco più di dieci anni fa hanno preso (o fatto prendere) delle manganellate per lottare contro il neoliberismo e la globalizzazione di cui l’euro è la faccia assunta in Europa.

In tempi “normali” saremmo lontani politicamente dalla Lega Nord, e dal professor Borghi a cui siamo grati per questa battaglia, oggi sono gli unici che presentano il problema per quello che è, e soluzioni che nel ‘900 sarebbero state considerate tranquillamente di sinistra: Banca Centrale pubblica dipendente dal Ministero del Tesoro, indicizzazione dei salari, difesa del patrimonio industriale e produttivo del Paese, difesa del diritto al lavoro e della DEMOCRAZIA

 

CHE DIRE?

Opinioni rispettabili, come tutte, ma partiamo sempre dal presupposto che  l’UE non è riformabile (serve unanimità di 28 stati) e che il “parlamento” europeo è un’assurdità (non può fare le leggi e non può cambiare i trattati), per cui votare persone di così elevato spessore politico è importante. Le elezioni decisive saranno quelle nazionali, per USCIRE DALL’UE con recesso unilaterale e riconquistare la sovranità. I trattati UE sono incompatibili con la nostra costituzione dirigista, non basta uscire solo dall’euro. L’UE è una costruzione voluta dagli USA per trasformare l’Europa in una DITTATURA DEL CAPITALE analoga agli USA (che solo apparentemente sono una democrazia). Ovviamente, a voler seguire fino  in fondo i ragionamenti occorrerebbe poi anche uscire dalla NATO e chiudere le basi americane in Italia… che si stanno, invece, rafforzando. Chissà perché?

FACCIA A FACCIA

rembrandt-gesu-scaccia-i-mercanti-dal-tempio  31 MAGGIO ORE 12.15

 

Per una volta tutti insieme. Quanti hanno condiviso la tristezza della incoronazione dei furbetti del quartierino di Padova, le autocandidature e le nomine dall’alto, l’occupazione degli organizer a tempo indeterminato e, perciò, la deriva del Movimento verso il partitismo odiato; quanti dubitano della fede per l’ideale comune, tutti Vi chiamo al confronto dialettico sulla nostra ragione e sul nostro diritto di seguire la via del rinnovamento, spazzando i miseri impostori che hanno occupato le nostre speranze per un volgare tornaconto. Avremmo individuato un agriturismo di Caltana: “Paperi e papere”. E’ gradita la partecipazione dei familiari. Attendo RSVP per prenotare. Mario

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“QUANDO NON SI E’ ABITUATI ALLA DEMOCRAZIA, C’E’ BISOGNO DI UN PO’ DI TEMPO PER IMPARARE LE REGOLE.

 

L’IRONIA DEL “MATTINO DI PADOVA” SFIORA LE AUTOCANDIDATURE

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PADOVA. Avevano promesso la rivoluzione. Ma hanno tralasciato di dire che era quella “francese”. Insomma, un po’ datata, senz’altro già vista. Con l’arrivo di Beppe Grillo in città erano annunciate rivelazioni scottanti sul «malaffare padovano». Ma chi, tra i 2.500 presenti al Palageox si aspettava una nuova tangentopoli, ha dovuto fare i conti – ancora – con la fusione tra AcegasAps ed Hera. Molto discussa, a suo tempo. Ma era il 2012. Dopo averla scandagliata, il Movimento 5 Stelle ha annunciato che oggi porterà le carte alla Corte dei Conti «sperando che qualche magistrato ci ascolti» sostiene il candidato sindaco Giuliano Altavilla. Ma l’impressione è che il vento che avrebbe dovuto spazzare via i poteri forti dalla città si sia fermato sul piazzale del Palageox. … Grillo: “Noi francescani, Bergoglio ci ha copiato”. Arriva all’improvviso sul palco del Palageox di Padova gremito. Beppe Grillo arriva e parla in veneto tra gli appalusi. «Applaudite prima di sentire quel che devo dire. Siete ottimisti – ha detto – abbiamo fatto un’operazione straordinaria, abbiamo creato un mostro. Noi siamo dei francescani, Bergoglio ha copiato tutto il nostro programma». «Vive male la persona per bene – ha continuato – gli onesti non hanno più un rapporto con lo Stato». Grillo ripete che occorre abolire Equitalia e che i padri fondatori della Repubblica una volta erano galantuomini, mentre oggi i politici passano da un gruppo all’altro «in svendita».

Non sembra molto disposto ad applaudire il grillismo questa giornalista, ma non è la sola a Padova a lamentarsi per il poco spessore delle candidature a 5 stelle.. e non sanno tutto di come sono state costruite, con pazienza certosina e malizia, alla faccia della buona fede degli iscritti! Dobbiamo fare una giornata di meditazione. L’Italia non ha bisogno di un altro partito, ma di rinnovarsi.

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L’autocandidato e l’ignaro apostolo del rinnovamento

PREGHIERA!

Il Movimento non è e non deve diventare un partito cui giurare fedeltà, ma uno strumento con cui i cittadini vogliono riappropriarsi della loro democrazia e un portatore dei valori che essa rappresenta. A questi valori noi, sì, abbiamo giurato fedeltà, impegnandoci a osservare e propagandarne i principi.
Da un anno e più a questa parte, in Veneto sicuramente, ma non soltanto, i nostri principi sono offesi da eletti, candidati e organizer, in primis e non bastano più i sentimenti che Grillo profonde e riscuote, suscitando il nostro entusiasmo.
La prima causa di ciò è nella volontà di non creare una struttura, sia pure rotazionale e leggera e un vertice, che la natura stessa delle cose genera, invece spontaneamente, in loro mancanza. E, infatti, abbiamo un vertice, negato e sconosciuto, ma lo abbiamo e abbiamo una gerarchia, quella mutuata dalla stessa piattaforma meetup, che con la democrazia diretta e le 5 stelle non ha nulla a che vedere; ma che, da strumento, si è fatta regola e ci asfissia.
Risultato: si è creato un partito: il peggiore, perché la competenza e la rappresentatività e le regole interne sono assenti ed ecco le comunelle fra gli organizer a tempo indeterminato, le autocandidature amministrative, le disparità fra i candidati e nelle campagne elettorali, le espulsioni, quelle bugiarde di Mira, – soprattutto, le repulsioni – e alcune gravi carenze nella comunicazione e nei programmi.
Solo gli ignoranti, gli stolti e gli immaturi e coloro che sono in mala fede e a qualunque livello, possono accettare tutto questo, magari atteggiandosi a integralisti. Solo i poveri di spirito, avidi di riscattare la loro nullità attraverso lo stupro della nostra speranza, possono tradirci. I credenti nella missione del Movimento, NO! In alto i cuori e occhi aperti! Come Cesare Battisti, verso il patibolo, disse “Tirem innanz”, anche noi dobbiamo andare avanti e batterci per affermare i nostri principi. Non permettiamo a questi stolti e a questi poveri di tramutare la mia, la vostra, la nostra speranza e il sogno di un uomo onesto in un illusione. Per l’Italia e per gli italiani. Mario vostro

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INTERVISTA DEL “CORRIERE” A BAGNASCO

 

 

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«Attenti a quei poteri occulti che puntano a una società più debole»
il cardinale Bagnasco: «Esistono interessi economici e politici con una volontà precisa»

L’intervista di Cazzullo.

Cardinale Bagnasco, oggi il Papa incontra gli scolari italiani a San Pietro. La Chiesa denuncia da tempo l’emergenza educativa. La scuola italiana non è una delle componenti di questa emergenza?

«L’emergenza educativa è l’obiettivo pastorale del decennio per i vescovi italiani. Ed è sotto gli occhi di tutti. Vede come primi soggetti la famiglia, la scuola, la Chiesa e la società nel suo insieme. Siamo tutti in emergenza, compresa la società. Dobbiamo non soltanto rifare le strutture scolastiche, ma soprattutto rifare la struttura dell’umano e la struttura culturale del nostro Paese. Che a mio avviso sta perdendo le proprie caratteristiche essenziali e storiche – ideali, valori, visione antropologica -, in nome di un mondialismo che è un valore solo se fa confluire e non azzera tutte le identità culturali».

Intende dire che l’Italia sta perdendo la sua identità?
«Certo. C’è un decadimento dell’identità culturale del nostro Paese. Ma dove va a finire il dialogo tra le culture, se si cammina verso l’omologazione? Si dialoga quando qualcuno ha da apportare qualcosa di proprio. Se invece si va verso un’uniformità che azzera le diverse identità, non si ha un arricchimento culturale e civile; si ha una poltiglia indistinta».

Quali sono le cause? L’immigrazione? La globalizzazione?
«Ma no. La causa più remota e più vera, al di là dei fattori che vengono indicati di solito, è una volontà precisa di azzeramento, di uniformità, di omogeneizzazione. Il risultato è un indebolimento delle persone e delle società».

Una «volontà precisa» da parte di chi?
«Di coloro che hanno interesse a che le società siano sempre più deboli, smarrite, quindi facili preda di interessi economici, politici, ideologici. Di fronte allo smarrimento e alla debolezza, chi è più forte e ha le idee più chiare ha buon gioco».

Si riferisce al laicismo, al relativismo?
«Sono ancora denominazioni troppo vaghe. Qualcuno parla di poteri occulti. Ognuno veda».

Poteri economici? O forze spirituali?
«Penso innanzitutto ai poteri economici e finanziari. Esistono centrali internazionali, forze e centri di potere più o meno chiari che non hanno nulla di istituzionale e nessuna legittimità democratica».

Esiste anche una lettura dietrologica del fenomeno…
«Non bado alle dietrologie. Bado ai segni».

Quali sono i segni?
«Siamo di fronte a un’esplosione a catena. La violenza dilagante. La corruzione. Il
La simpatia per il Papa fa bene all’anima, lui non vuole certo promuovere un culto della sua persona
dissolvimento di un codice deontologico che non può essere solo individuale, per cui ognuno dà testimonianza di sé e ha finito. Questo è insufficiente. C’è un codice deontologico che deve essere sociale. Una società ha un suo volto; e il volto della società, come il volto di un uomo, è fatto anche di valori morali e di ideali alti. Il decadimento del quadro valoriale è concomitante con il forte individualismo, dove l’io individuale diventa una prigione a se stesso, tagliando i ponti con gli altri e diventando così legge autoreferenziale. Il bene e il male, la verità e la menzogna sono giudicati solo in base al proprio giudizio individuale, a prescindere dal bene comune. E il bene comune richiede sempre il sacrificio personale».

La pensa così anche il Papa?
«Il Santo Padre spessissimo condanna la logica del profitto selvaggio. Già il Concilio disse che se il profitto prende il sopravvento sull’uomo e sulla società, la uccide, la devasta. L’abbiamo visto, lo stiamo ancora vedendo. Anche se vedo segni di cambiamento. In diversi ambienti avverto una presa di coscienza che occorre avere valori morali di onestà, di correttezza, di giustizia, di equità, di spirito di sacrificio, senza i quali la società affonda. Si comincia a capire che non si possono pretendere i profitti più alti possibili nel minor tempo possibile. Ragionare in questi termini vuol dire creare un disastro economico e finanziario, come abbiamo visto».

Ma i fattori che hanno causato la crisi sono ancora tutti qui.
«Non siamo assolutamente fuori dalla crisi. Forse non potremo mai esserlo, perché siamo nel tempo e nella natura umana. Certo uscire dalla crisi per ritornare come prima sarebbe una lezione persa. Dobbiamo ritrovare la sicurezza occupazionale e un livello medio di vita più dignitoso per tutti, soprattutto i più deboli e i giovani; ma con una sapienza nuova. Se ricominciamo a ragionare come prima, allora non abbiamo capito nulla. E tutto sarà peggio di prima».

Di solito, quando si parla di scuola, la Chiesa chiede diritti e aiuti per la scuola privata. Si riferisce a questo?
«Non è così. Ma lo Stato democratico non deve pretendere il monopolio dell’educazione. Deve riconoscere la libertà e il diritto nativo dei genitori di educare i figli secondo le proprie visioni, dentro un quadro generale garantito dallo Stato. Non a caso non si parla più di scuole private ma di scuole paritarie. Non dobbiamo averne paura. Vanno riconosciute anche sul piano pratico. Oggi i genitori devono pagare due volte: le tasse allo Stato e le rette alla scuola; e questa è ingiustizia».

Che impressione le fa l’entusiasmo che circonda papa Francesco? Non c’è il rischio che nasca una sorta di culto?
«Il Papa è molto consapevole di questo, disincantato, realista. Non vuole certo promuovere o alimentare un eventuale culto alla sua persona. Questa espressione di grande simpatia è cosa buona, fa bene all’anima. Non credo che si potrà parlare di un culto, che certo è totalmente fuori dall’orizzonte del Santo Padre».

La Conferenza episcopale che lei presiede viene a volta pensata come un retaggio della Chiesa ratzingeriana. C’è del vero?
«I vescovi seguono il Papa sempre e comunque. Basta leggere quello che papa Francesco dice e scrive. Parlare di contrapposizione è pretestuoso. Il prossimo 19 maggio sarà il Santo Padre a introdurre l’assemblea generale della Cei. Gliel’ho chiesto io, lui l’aveva già nel cuore, e quindi ha aderito molto volentieri».

Non vede però elementi di discontinuità tra il pontificato di Francesco e quello di Benedetto XVI? Nell’intervista al Corriere , papa Bergoglio ha detto di non riconoscersi nell’espressione «valori non negoziabili», finora pietra miliare della Chiesa.
«In questo caso direi che è ampliato il concetto dei valori, che sono profondamente connessi l’uno all’altro. Nello stesso tempo, il Santo Padre ha scritto nell’Evangelii Gaudium e ha detto al Pontificio consiglio per la vita che la vita umana è sacra e inviolabile, dal concepimento a tutte le sue fasi, ed è il fondamento di tutti gli altri diritti. La lettura che mira a contrapporre un Papa a un altro mi pare totalmente infondata, pur riconoscendo che siamo di fronte a personalità e a stili comunicativi diversi. Il fatto che Francesco ci abbia chiesto subito di rivedere lo statuto della Cei con la massima libertà è un segno interessante, che abbiamo colto molto volentieri.
Tutta l’opera pastorale e di governo del Santo Padre in questo primo anno di pontificato ha portato segni di novità che rispondono alla sua forte personalità».

Sarà ancora il Papa a scegliere il capo della Cei?
«L’orientamento dei vescovi italiani è che la nomina, previa una consultazione, spetti sempre al Papa, in nome del peculiare legame che come vescovo di Roma ha con la Chiesa italiana».

Dai Sinodi sulla famiglia verranno aperture sulle unioni civili, almeno sul piano dei diritti individuali?
«La dottrina della Chiesa e anche i vescovi italiani hanno sempre manifestato il rispetto per le scelte individuali di ciascuno, dentro però a una valutazione di tipo morale che corrisponde alla dottrina cattolica. È stato rilevato molte volte come in ambito giuridico non pochi diritti che vengono invocati siano già riconosciuti dal codice civile. Sotto questo profilo, a livello di individui non mi pare ci siano novità da prevedere. Diverso sarebbe il discorso di diritti legati a una coppia, analogamente al matrimonio».

Qui la vostra contrarietà è assoluta?
«Sì».

Come giudica il lavoro di Renzi?
«Cerca di muoversi con velocità. Questo è un dato in se stesso apprezzabile. Bisogna vedere se a questa buona intenzione corrisponderanno conclusioni che incidano sulla carne viva della gente, che brucia per la sofferenza del lavoro che non si trova o viene perduto, per la mancanza della casa, per le sofferenze delle famiglie».

Voi cosa chiedete? Il quoziente familiare?
«Il Santo Padre ha detto che la famiglia è disprezzata e maltrattata. Aggiungerei, se posso: disprezzata sul piano culturale, maltrattata sul piano politico e sociale. Il numero dei figli deve pesare. Deve essere un criterio per la fiscalità, non solo con detrazioni ma anche con incentivi diretti. L’inverno demografico investe anche l’Italia, a cominciare dalla mia Genova. Mentre altri Paesi vicini, come la Francia, sono demograficamente meno poveri di noi».

Quando la Chiesa parla di fiscalità vengono subito in mente l’Ici e l’Imu…
La Chiesa paga le tasse sugli immobili. Un vescovo guadagna 1.300 euro: la spending review l’abbiamo fatta
«La Chiesa paga le imposte sugli immobili. Le ha sempre pagate. Con le disposizioni prese dai precedenti governi, se c’erano punti da chiarire sono stati chiariti. Una fetta consistente degli introiti dello Stato viene dalla Chiesa. Venga a fare un giro con me nei vicoli di Genova: vedrà i migliaia di pasti che prepariamo nelle nostre mense, i piccoli alloggi che abbiamo allestito per le ragazze madri e per i padri separati, che dormono in macchina, se ancora ce l’hanno. Sento lamentele per il tetto di 240 mila euro agli stipendi pubblici. Sa quanto guadagna un vescovo? Milletrecento euro. Il parroco e il curato ancora meno. Sono sei anni che non ci sono aumenti. Nessuno si lamenta, nessuno fa il martire. Diciamo che la spending review l’abbiamo già fatta».

Ha mai conosciuto il suo concittadino Grillo?
«Lui dice di sì, ma io non ricordo di averlo mai incontrato personalmente».
Il Movimento 5 Stelle è il primo partito tra i giovani italiani. Che effetto le fa?
«Da una parte, preoccupa. Dall’altra, ammaestra. Preoccupa perché è un fenomeno di rivolta, di ripulsa, di rifiuto; in sostanza, di sfiducia. Ma se una società non è tenuta insieme dalla fiducia reciproca, degenera nel tutti contro tutti. Distruggere non basta, occorre costruire. Però per chiedere fiducia occorre essere affidabili, onesti, coerenti. Non solo la politica, tutti i soggetti che hanno responsabilità pubbliche, dagli imprenditori ai media alla magistratura, sono chiamati più degli altri a riflettere se sono davvero credibili e degni di fiducia, affinché la contestazione vuota, il “tutti a casa”, si converta in una posizione costruttiva e propositiva».

Sta dicendo che i politici non hanno capito che devono cambiare?
«Ai politici ho detto che devono prendere molto sul serio il disagio diffuso specialmente tra la gente media e più povera. E tra i giovani che non trovano lavoro. Non basta dichiarare buone intenzioni, se ogni giorno viene fuori un fatto che sembra andare in senso opposto: corruzione, privilegi. Nello stesso tempo, si tende a mettere in prima pagina i sospetti e a enfatizzarli per giorni e giorni, anziché cercare la verità. Se la società intera deve diventare educativa, allora tutti – la politica, i media, i vari corpi dello Stato – devono riflettere sul proprio modo di parlare, informare, non per nascondere la verità ma per dare il giusto peso alle cose».
10 maggio 2014 | 07:42
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LE GUERRE DEI MERCANTI DEL DENARO

Putin e Assad sono come baluardi contro i mercanti del denaro: il primo difende l’orso russo e il secondo l’ISLAM.

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Leggiamo dal Sole 24 ore: i ribelli siriani, con un patto raggiunto grazie alla mediazione dell’ambasciatore iraniano a Damasco e appoggiato dall’Onu, hanno lasciato a centinaia Homs dopo tre anni di battaglie feroci nella città definita “la capitale della rivoluzione contro il regime”. Una vittoria più che simbolica _ politica e militare _ per Bashar Assad a meno di un mese dalle elezioni presidenziali del 3 giugno. L’assedio finisce ma cosa rimane?
Homs è il ricordo incancellabile del grido lacerante della fotografa Caroline Poiron piegata in due dal dolore, con la macchina fotografica ancora in pugno, che raccoglie il corpo senza vita del marito Gilles Jacquier, inviato di France 2, colpito alla schiena dalla scheggia di una granata. E’ il fotogramma di una vita spezzata come altre migliaia di vite inghiottite in tre anni di assedio della città.

Il sangue di Gilles Jacquier, l’11 gennaio 2012, macchiava l’asfalto mescolandosi con quello di civili, guerriglieri, soldati e miliziani di Bashar Assad, intorno c’erano viali ostruiti dalle macerie e piazze che non esistevano più. Il quartiere di Bab Amro, roccaforte dei ribelli, era un cumulo di rovine, Piazza dell’Orologio, dove si è combattuto fino a ieri, ricordava la Linea Verde di Beirut, scorci di Mogadiscio o Sarajevo.
Questo è quanto rimasto di Homs, un tempo un milione di abitanti, oggi una sorta di città fantasma adagiata nella valle dell’Oronte: ma proprio qui, a 30 chilometri dal confine libanese, si è combattuta una battaglia strategica e l’ha vinta Assad con l’aiuto di migliaia di combattenti sciiti libanesi di Hezbollah.

Con la sconfitta della guerriglia a Homs e Qusayr, e nei villaggi intorno all’aerea nevralgica della direttrice verso Aleppo, il regime può controllare una buona parte delle comunicazioni sia verso Nord che verso Ovest, in direzione dei porti mediterranei di Latakia e Tartous, la fascia costiera delle città alauite da sempre fedeli a Bashar Assad. Il regime è quindi riuscito a spezzare le linee di rifornimento dei gruppi ribelli dal Libano e da Nord, al confine con la Turchia.
La svolta nella battaglia per Homs era avvenuta nella primavera dell’anno scorso quando sembrava che nessuna delle due parti potesse prendere il sopravvento. Ma la situazione stava per volgere a favore del governo di Damasco con l’ingresso in campo dei miliziani libanesi Hezbollah che al prezzo di centinaia di perdite erano riuscite a conquistare al Qusayr, mettenedo un’ipoteca decisiva sul controllo di Homs.Il fronte dei ribelli aveva cominciato così a indebolirsi mentre avanzava un nuovo gruppo jihadista, estremamente violento e composto prevalentemente da non siriani, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante che è entrato in conflitto con altre frange dell’opposizione armata come il Fonte qaidista Jabat al Nusra. Una mano fondamentale ad Assad l’ha data ovviamente anche il mancato intervento internazionale nell’agosto-settembre dell’anno scorso, quando il regime fu accusato di avere usato armi chimiche nel quartiere di Ghuta a Damasco. Con l’opposizione della Russia e dell’Iran, allora fu la diplomazia di Putin a prevalere sulle minacce militari di Barack Obama. E oggi la storia sembra ripetersi in Ucraina mentre la Siria continua a sprofondare: 150mila morti, tre milioni profughi all’estero, sei milioni di rifugiati interni. Ma al momento nessuna una soluzione diplomatica è in vista mentre Bashar Assad, nelle previsioni dei suoi avversari, doveva cadere già tre anni fa. Un altro tragico errore di calcolo nel cuore del Medio Oriente.

ALLE RADICI DELLA SOCIETA’

ImmagineParliamo ancora di fondamenta e parliamo di radici e di etica. Il nostro gruppo è nato per risolvere il deficit culturale che ha accompagnato la ventata di rinnovamento che ha riaccostato molti italiani alla politica, sia pure una politica ancora distante dalla purezza dell’idea aristotelica e ancora troppo vicina alla corruzione del principio di fratellanza che dovrebbe accompagnarne l’impegno.

Abbiamo detto deficit culturale e ci riferiamo alla malversazione del principio cantato dal rinnovatore e tradotto nella espressione “uno vale uno”. Principio che deve significare “c’è spazio per tutti” e non l’equivalenza fra cultura e ignoranza. Una più diffusa pratica sportiva avrebbe sicuramente giovato alla lettura autentica di questo principio. Nello spirito sportivo che accompagna il gioco di squadra c’è l’impegno a migliorare se stessi per meglio contribuire alla squadra e c’è il piacere nel passare il testimone per mirare insieme al risultato.

Non basta. Bisogna anche dare spazio ad ogni opinione, senza censurare o emarginare alcuno, come in un parlamento è dato a tutti di esprimersi – direi – con diritto di toga. Ecco, abbiamo delineato alcuni elementi assolutamente necessari ad un rinnovamento del modo di vivere la società e la politica.

Ma perché questo vento di rinnovamento riesca a risolvere il senso di vuoto, di solitudine e di diversità e produca il senso dell’appartenenza sul quale edificare la casa comune degli europei dobbiamo ricercare e valorizzare le radici comuni alle culture dei diversi popoli. Ricercarle significa anche fare chiarezza sugli errori del passato, senza, però, farli assurgere a steccato; significa dialogare e criticare, ma vigilando affinché la critica non divenga fine a se stessa, perché l’imperativo sia: “Andare oltre, avanti!”.

E, quando parliamo delle radici comuni alle culture dei diversi popoli europei, non dobbiamo dimenticare che l’identità che ne scaturisce non è limitata dal suo significato geografico di continente, ché le culture distribuite sulle coste del Mediterraneo mostrano caratteri ed espressioni diversificate, ma sono strutturalmente simili e, spesso, identiche fra loro, a formare un’identità dei popoli mediterranei.

L’importanza di questo concetto ci spinge a valutare le implicazioni umane, sociali e culturali di ogni fenomeno migratorio, quello di chi giunge alla nostra terra e quello di chi la lascia, entrambi costretti ad abbandonare una parte di se e bisognosi di pace.Immagine

AL MEETUP VENEZIANO DELLA CANNA

 

Andate a raccontarlo al meetup veneziano e al veneziano fautore della canna che una ragazzina s’è sentita male a scuola, che una canna di troppo l’ha obbligata in orizzontale e che è finita sull’ambulanza e poi in ospedale.
Una minorenne ha comprato la sua dose dietro quell’angolo mai troppo celato, come accade ultimamente vicino alle scuole, dentro le scuole, fin dentro la classe.
Una giovanissima ne ha fatto uso, badate bene, non ho detto abuso, ne ha preso qualche tiro la mattina, ma come qualcuno ostinatamente persiste a ripetere, è importante farlo responsabilmente, consapevolmente, tant’è finita su un lettino del pronto soccorso. Una adolescente che sentenza della Consulta o meno, non sarà mai autorizzata a comprarla legalmente, neppure in tempo di spaccio statuale.

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Di fronte a questo scempio di dignità calpestata, di libertà prese a calci in bocca, NEL MEETUP DI VENEZIA C’È CHI PERVICACEMENTE PORTA AVANTI LA TESI DI UN USO RESPONSABILE DELLA ROBA, come a dire: fumatela bene, fatelo con giudizio, sarete al sicuro, non potrà accadere niente di spiacevole, c’è addirittura chi propende per fare svolgere un’ora di ricreazione scolastica per formare al consumo responsabile della canapa.

A questo punto non ha più alcuna importanza se qualcuno per fare del ribellismo spicciolo, userà l’insulto per arginare la propria disonestà intellettuale, non me ne può fregare di meno beccarmi del proibizionista, del rigorista, del moralista.

Quel che mi interessa è mettere al bando le chiacchiere, le bugie, le mistificazioni, i sofismi che vorrebbero coniare nuove argomentazioni filosofiche a supporto di una droga buona, di una droga normale, insalutare quanto un bicchiere di vino, un pacchetto di sigarette.
Come diavolo è possibile sostenere che lo spinello non crea danni, non mette nei guai chi già è nei guai di un’età respingente. Come non dare conto ai tanti e troppi sì, a discapito dei pochi e vituperati no, come non sbatterci il muso in quel tempo da dedicare agli altri che non c’è mai, quel tempo che invece occorre trovare necessariamente per non dovere correre in ospedale a sincerarsi delle condizioni dei propri figli.

Con quale correttezza interiore è dapprima sottaciuta, poi licenziata sbrigativamente la risposta scientifica che indica la cannabis come droga che fa male, che crea dipendenza, contamina il sistema nervoso, con il rischio di diventare malattia se già non lo è.

Quella ragazzina, quegli altri giovanissimi, sono ritornati a casa, rincoglioniti e spaventati, fortunatamente vivi, quelli che hanno venduto la dose sono stati presi, la nuova pratica degli adolescenti che comprano, vendono, guadagnano, poi ricomprano per uso proprio e per spacciarla, ha esteso radici profonde, in questo modo a casa non spariranno più ori e danari, non si chiederanno più troppi soldi, evitando sospetti e tensioni.

Qualcuno vada a dirlo ai genitori di quella ragazzina, che vietare, proibire, equivale a moltiplicare trasgressioni e devianze, fatturoni e Peter Pan di periferia, vadano a dirlo a loro che non è niente di più e niente di meno di una bevuta di buon vino.

Ripetano a quegli adulti che quanto accaduto alla loro bambina è semplicemente un “evento critico”, ma questo/i sacrifici consentiranno di battere le mafie, faranno diminuire i tossicodipendenti, risolveranno il sovraffollamento quale problema endemico dell’Amministrazione Penitenziaria.
Vadano a dirlo a loro, confidando sulla buona sorte che ha risparmiato una vita, perché fosse andata diversamente, a quella porta nessuno avrebbe fatto sosta né passaggio, unicamente ammenda.

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