LE GUERRE DEI MERCANTI DEL DENARO

Putin e Assad sono come baluardi contro i mercanti del denaro: il primo difende l’orso russo e il secondo l’ISLAM.

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Leggiamo dal Sole 24 ore: i ribelli siriani, con un patto raggiunto grazie alla mediazione dell’ambasciatore iraniano a Damasco e appoggiato dall’Onu, hanno lasciato a centinaia Homs dopo tre anni di battaglie feroci nella città definita “la capitale della rivoluzione contro il regime”. Una vittoria più che simbolica _ politica e militare _ per Bashar Assad a meno di un mese dalle elezioni presidenziali del 3 giugno. L’assedio finisce ma cosa rimane?
Homs è il ricordo incancellabile del grido lacerante della fotografa Caroline Poiron piegata in due dal dolore, con la macchina fotografica ancora in pugno, che raccoglie il corpo senza vita del marito Gilles Jacquier, inviato di France 2, colpito alla schiena dalla scheggia di una granata. E’ il fotogramma di una vita spezzata come altre migliaia di vite inghiottite in tre anni di assedio della città.

Il sangue di Gilles Jacquier, l’11 gennaio 2012, macchiava l’asfalto mescolandosi con quello di civili, guerriglieri, soldati e miliziani di Bashar Assad, intorno c’erano viali ostruiti dalle macerie e piazze che non esistevano più. Il quartiere di Bab Amro, roccaforte dei ribelli, era un cumulo di rovine, Piazza dell’Orologio, dove si è combattuto fino a ieri, ricordava la Linea Verde di Beirut, scorci di Mogadiscio o Sarajevo.
Questo è quanto rimasto di Homs, un tempo un milione di abitanti, oggi una sorta di città fantasma adagiata nella valle dell’Oronte: ma proprio qui, a 30 chilometri dal confine libanese, si è combattuta una battaglia strategica e l’ha vinta Assad con l’aiuto di migliaia di combattenti sciiti libanesi di Hezbollah.

Con la sconfitta della guerriglia a Homs e Qusayr, e nei villaggi intorno all’aerea nevralgica della direttrice verso Aleppo, il regime può controllare una buona parte delle comunicazioni sia verso Nord che verso Ovest, in direzione dei porti mediterranei di Latakia e Tartous, la fascia costiera delle città alauite da sempre fedeli a Bashar Assad. Il regime è quindi riuscito a spezzare le linee di rifornimento dei gruppi ribelli dal Libano e da Nord, al confine con la Turchia.
La svolta nella battaglia per Homs era avvenuta nella primavera dell’anno scorso quando sembrava che nessuna delle due parti potesse prendere il sopravvento. Ma la situazione stava per volgere a favore del governo di Damasco con l’ingresso in campo dei miliziani libanesi Hezbollah che al prezzo di centinaia di perdite erano riuscite a conquistare al Qusayr, mettenedo un’ipoteca decisiva sul controllo di Homs.Il fronte dei ribelli aveva cominciato così a indebolirsi mentre avanzava un nuovo gruppo jihadista, estremamente violento e composto prevalentemente da non siriani, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante che è entrato in conflitto con altre frange dell’opposizione armata come il Fonte qaidista Jabat al Nusra. Una mano fondamentale ad Assad l’ha data ovviamente anche il mancato intervento internazionale nell’agosto-settembre dell’anno scorso, quando il regime fu accusato di avere usato armi chimiche nel quartiere di Ghuta a Damasco. Con l’opposizione della Russia e dell’Iran, allora fu la diplomazia di Putin a prevalere sulle minacce militari di Barack Obama. E oggi la storia sembra ripetersi in Ucraina mentre la Siria continua a sprofondare: 150mila morti, tre milioni profughi all’estero, sei milioni di rifugiati interni. Ma al momento nessuna una soluzione diplomatica è in vista mentre Bashar Assad, nelle previsioni dei suoi avversari, doveva cadere già tre anni fa. Un altro tragico errore di calcolo nel cuore del Medio Oriente.

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