Archive | April 2014

RINALDI: L’EURO? UN FALLIMENTO

Il 9 maggio alle 08.30, a CANALE ITALIA CH 53,  ascolteremo il Prof. Nino Galloni, economista già alto funzionario dello Stato, autore del libro “Chi ha tradito l’economia italiana”, il Prof. Antonio Maria Rinaldi, autore del recente libro “Europa Kaputt“preceduto daIl fallimento dell’Euro“, Costantino Rover e Mario Donnini entrambi de I Grilli Parlanti – Dolo per Economia 5 Stelle e Ivan Palasgo, Presidente di Apindustria Venezia. Si parlerà di Euro, Europa, Unione Europea, crisi economica. Conduce Paolo Girotto Presidente di Radiogamma 5.

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Leggiamo questa intervista al Prof. Antonio Maria Rinaldi* su Euro, Europa, Unione Europea, crisi economica

La prima domanda, dunque è: perché l’euro è fallito? Ed è stato un fallimento voluto? Eventualmente, da chi?

La mia prima esperienza “letteraria” è avvenuta due anni fa con “Il fallimento dell’euro” in cui ho voluto esternare tutto il mio disappunto nei confronti della costruzione monetaria europea perché, ormai, si stavano iniziando a intravedere gli enormi disagi che quest’aggregazione aveva comportato, non solo in Italia, ma nella gran parte delle economie dei paesi euro-dotati. Questo proprio perché l’origine stessa della moneta comune è stata l’origine di una scelta politica e non tecnica. Sappiamo benissimo che siamo giunti a una convergenza monetaria essenzialmente per decisione della Francia e della Germania dopo la caduta del Muro di Berlino per dare un nuovo assetto economico e per riallineare gli equilibri che si erano modificati dopo la caduta del Muro: cioè la parte dell’est Europa. Si è voluto procedere con una scelta politica un po’ affrettata e si è, soprattutto, affidato a un meccanismo (i famosi meccanismi di convergenza previsti dal Trattato di Maastricht e i successivi) quest’aggregazione monetaria non tenendo conto, nella maniera più assoluta, di alcune caratteristiche insite dei vari Paesi, tra i quali anche l’Italia. Anzi, l’Italia è stato il paese che si è più svantaggiato da questa unione, proprio perché  i parametri a supporto della costituzione della nuova moneta e del suo mantenimento erano dei presupposti che andavano contro le sue “logiche economiche“. Sappiamo benissimo che, storicamente, noi abbiamo sempre avuto un debito pubblico elevato e uno dei parametri è proprio il rapporto deficit/Pil. Inutile entrare nelle polemiche, ma pensiamo, ad esempio, al famoso 3% del deficit che non ha nessun fondamento scientifico se pensiamo che fu scelto da Mitterand quando era Primo Ministro in Francia  per tenere buoni e a bada i suoi ministri, e tirò fuori questo 3% perché gli ricordava la Trinità. Basta andare a vedere su Google e ci sono dichiarazioni di alti dirigenti del Ministero che, purtroppo, confermano questo fatto. L’Unione Europea, evidentemente, ha ritenuto che, avendo Mitterand escogitato questo 3%, ci fosse dietro chissà quale considerazione economica. Invece era solo un escamotage per non farsi assillare dai propri ministri a sforare i bilanci. Già capiamo, dunque, che siamo partiti con il piede sbagliato. Sicuramente l’Italia ha molte colpe, moltissime, ma ci stiamo accorgendo che questo disagio è anche degli altri Paesi, a partire dalla Francia.

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In un’intervista rilasciata a Rischio Calcolato, Lei ha affermato che, così come il Professor Paolo Savona, crede che l’Italia abbia un PIANO B. In cosa consisterebbe, secondo lei, questo Piano B?

Paolo Savona è stato mio professore sin dai tempi dell’Università a metà degli anni ‘70, è un mio onore, e per questo so benissimo che è stato sempre profondamente critico nei confronti dell’aggregazione monetaria europea, soprattutto con i mezzi e i metodi che sono stati adoperati. Scherzando dico sempre che il Prof. Savona è critico nei confronti dell’euro da quando ancora si chiamava ECU, il famoso acronimo unità di conto europeo. Ebbene, è chiaro che una classe politica consapevole dovrebbe avere nel cassetto un Piano B per un’uscita ordinata dall’euro. Anche perché ci siamo resi conto che gran parte delle problematiche che hanno investito la sopravvivenza dell’euro sono problematiche che provengono dall’esterno: abbiamo visto l’influenza della crisi americana com’è stata devastante nei confronti dei Paesi dell’area monetaria europea. Lo vediamo proprio nel caso dell’Italia, per quanto possa essere stata brava a fare i propri “compiti“, e lo è certamente stata dato che sono due o tre anni che abbiamo un avanzo primario fra i migliori in assoluto in Europa, mentre la stessa cosa non la può dire, ad esempio, la Francia. Chiaramente, però, poi dopo non riusciamo a essere “virtuosi” perché abbiamo un costo per il sostentamento del debito che ci assorbe circa 2.5/2.7 punti annui del Pil e, quindi, la “virtuosità” che abbiamo nei confronti del deficit del disavanzo, vengono immediatamente annullati dal costo del debito. Altrimenti saremmo più che “virtuosi“. Il problema è che siamo soggetti agli tsunami che provengono dall’estero e, quindi, se dovesse verificarsi qualche problema a livello finanziario – non voglio evocare la Lehman Brothers, ma qualcosa di analogo – noi saremmo aggrediti oltremodo da parte dei mercati finanziari, con una pressione incredibile sui nostri titoli e, a quel punto, noi dovremmo entrare nell’ordine di idee di attuare un Piano B. D’altronde il Piano B esiste, esiste eccome!, e ci sono dei segnali inequivocabili che lo fanno capire. Innanzitutto c’è il Trattato di Lisbona perché l’articolo 50 dice che un paese dell’Unione può recedere dall’Unione Europea: quindi fa trasparire, in maniera più che ovvia, che sono previsti dei “patti segreti” per poter uscire anche dall’euro. Perché, altrimenti, come sarebbe conciliabile il fatto di poter uscire dall’Unione Europea, ma dover conservare la moneta unica? È chiaro, dunque, che, sin dai tempi del Trattato di Maastricht, è prevista la possibilità di poter uscire dall’unione monetaria. D’altronde nel dicembre 2011 il Prof. Savona mise al corrente l’aula della telefonata che ebbe con l’allora Ministro dell’Economia Tremonti che gli confermava dell’esistenza di un Piano B, dopo che Savona aveva scritto diversi articoli sui giornali nazionali sull’argomento. Tremonti lo confermò. Ma è ovvio, è normale, fa parte della strategia di sicurezza nazionale, così come esistono dei piani militari contro invasioni generiche. Anzi, sarei preoccupato se questo non ci fosse. D’altronde, la stessa esperienza del Prof. Savona al Centro Studi della Banca d’Italia con Guido Carli negli anni ’60 e nei primi anni ’70 fa ritenere che la stessa Banca d’Italia abbia sicuramente predisposto un credibile e serio Piano B per un’uscita ordinata dall’euro perché non possiamo affidarci all’improvvisazione se dovesse succedere qualcosa di irreparabile. È normale, è auspicabile che esista un Piano B come, d’altronde, lo hanno tutti i Paesi dell’area euro. Ci mancherebbe!

Se Lei dovesse spiegare con poche parole cos’è l’euro a un normale cittadino, che parole userebbe?

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Premetto che ho un’enorme fiducia nei confronti dei cittadini anche perché sono sì un economista, ma un economista dell’economia reale e, per questo, mi confronto quotidianamente con le persone e mi sono reso conto che il cittadino comune, l’uomo della strada, è molto più preparato di tanti che si dicono economisti o che ritengono di dover dire la loro opinione sui fatti economici. I cittadini hanno capito perfettamente qual è la situazione. Gli italiani sono certamente rimasti affascinati dall’idea di appartenenza all’Unione Europea e la stessa moneta unica rappresenta un traguardo più che nobile, solo che purtroppo da un punto di vista tecnico è stato utilizzato il peggiore dei modi possibile e si è trasformata in una specie di gabbia dove, purtroppo, abbiamo potuto constatare che c’è un solo Paese, la Germania, che se ne sta avvantaggiando oltremodo. Io sono un grandissimo estimatore della Germania e del suo popolo, io contesto solo il fatto che essa abbia imposto un modello economico che non è replicabile ed esportabile agli altri Paesi. Va bene per la Germania, ma non può andare bene per Paesi come l’Italia o la Spagna, per non parlare degli altri Paesi ancora più periferici del nostro. Noi, infatti, siamo ancora la seconda impresa manufatturiera, dopo la Germania, dei 27 (tra poco 28) Paesi dell’Unione Europea e aver affidato la nostra economia a questo modello economico ci consuma come una candela. Noi abbiamo, invece, bisogno di rifarci a dei modelli economici diversi. D’altronde, molti hanno interpretato male l’Unione Europea pensando, la gran parte ingenuamente, che significasse la trasformazione del concetto di concorrente in partner. Così facendo, però, noi abbiamo fornito delle armi formidabili nelle mani dei nostri concorrenti. Faccio un esempio che vale per tutti: oggi se non ci fosse la moneta comune euro, ma avessimo tutti quanti in dotazione le nostre valute nazionali, la Germania rapporterebbe il marco nei confronti del dollaro a non meno di 1.75/1.80 contro gli 1.32 dell’euro. Cosa vuol dire? Vuol dire che, rispetto ai fondamentali economici dell’economia tedesca, la valuta euro è una valuta estremamente sottovalutata, mentre invece gli altri Paesi, a iniziare dal nostro che, ripeto, siamo la seconda impresa manufatturiera e, quindi, esportatori per propensione, avere questo tipo di euro significa esserci dotati di una valuta estremamente sopravvalutata. Questo, naturalmente, fa soffrire la nostra economia, perché se avessimo ancora la Lira noi non ci rapporteremmo a questi livelli nei confronti del dollaro, che non è soltanto la principale valuta del mondo, ma è anche la valuta con cui noi compriamo le nostre materie prime. Certamente se avessimo la Lira compreremmo le materie prime a un prezzo più elevato, è vero, ma proprio perché l’Italia è un grandissimo Paese di “trasformazione” dove diamo spesso un valore aggiunto enorme alle materie prime stesse, è un prezzo marginale nella formazione del costo finale, poiché abbiamo la capacità di incrementare il valore in maniera molto significativa e, quindi, il valore della materia prima ha un significato molto marginale nella formazione finale del prezzo.

Se la situazione politica, economica e sociale dovesse rimanere quella che è attualmente, come vede il futuro per un giovane universitario o per un giovane lavoratore? E quale consiglio si sentirebbe di dargli?

Io sono costantemente a diretto contatto con i giovani perché insegno in due università, la Gabriele D’annunzio di Chieti-Pescara e la Link Campus di Roma, e dico sinceramente che ci sono moltissimi ragazzi preparati e mi piange il cuore, dopo che hanno studiato e fatto il loro percorso formativo universitario, vedere che tornano da me dicendomi: “Professore, ma cosa devo fare? Io ho studiato tanto, lei lo ha visto, mi ha dato bei voti. Ho fatto sacrifici, ma adesso però non riesco ad avere nessun tipo di accesso“. Leggo negli occhi di questi ragazzi la loro delusione. Io li aiuterei volentieri tutti ma, purtroppo, sono solo un modesto docente universitario e non ho questa possibilità, ma gli dico di tenere duro perché, prima o poi, qualcosa dovrà succedere e mi dispiace che la loro massima aspirazione sia quella di andare all’estero per potere avere uno straccio di lavoro che sia, almeno, attinente alla loro preparazione. Questa è l’amarezza con cui, purtroppo, mi confronto sempre. Io dico che la classe politica dirigente non ha capito una cosa: non ha capito che deve, nella maniera più assoluta, ribadire gli interessi dell’Italia e degli italiani, esattamente come fanno gli altri Paesi. Noi abbiamo avuto un concetto di Europa troppo idealistico, non rendendoci conto che invece gli altri hanno comunque continuato a fare i propri interessi, e farli anche molto bene. C’è un caso che mi piace ricordare: la decisione, cioè, della Corte costituzionale tedesca in merito alla decisione di aderire, da parte della Germania, ai programmi di sostegno ai titoli dei debiti sovrani dell’area euro. Ebbene, al di là della tecnicità, la Corte ha ribadito un concetto fondamentale, cioè che la Germania subordina l’ordinamento dell’Unione europea a quello nazionale, prima c’è l’ordinamento e gli interessi nazionali e poi il diritto europeo. In questo modo ha certificato, di fatto, quello che avevamo capito da tanto, cioè che la Germania considera l’Unione Europea, non con spirito di aggregazione, ma con un semplicissimo criterio contabile: se ci conviene lo facciamo, altrimenti no. Ed è esattamente l’inverso di quello che stanno facendo altri Paesi, a iniziare dal nostro, e mi piace ricordare l’articolo 11 della Costituzione italiana che ribadisce il concetto che l’Italia è disponibile a cedere porzioni di sovranità, ma a pari condizioni. Noi, invece, abbiamo sempre ceduto in maniera unilaterale e non abbiamo mai verificato se queste cessioni erano supportate da pari vantaggi. Sarebbe il caso che i politici, di qualsiasi colore, se ne rendessero conto e facessero qualcosa: non bisogna avere paura di sbattere i pugni a Bruxelles, anche perché gli altri lo fanno e ci riescono e, in particolare, la Germania e la Francia. Noi, invece, non abbiamo ancora capito e siamo ancora nel sogno europeo, ma sappiamo benissimo che si sogna solo quando si dorme e, quando si dorme, come dice il detto, non si prendono pesci.

Lei, così come tanti economisti, italiani e non, dichiara che l’Euro ormai è fallito. Siamo, però, di assistere a una “calma apparente estiva“, rotta soltanto dalla condanna di Silvio Berlusconi. Questa situazione, però, ritiene che possa essere interpretata come una “calma prima della tempesta” e foriera di disordini sociali?

Questo è un pericolo che, purtroppo, condivido pienamente perché abbiamo visto come la situazione si stia depauperando giorno dopo giorno. Abbiamo visto, fra l’altro, che c’è una situazione di estremo disagio a qualsiasi livello. Vediamo e sentiamo ogni mese che, purtroppo, i dati macroeconomici dell’Italia sono sempre in declino. Vediamo che la disoccupazione aumenta, per non parlare di quella giovanile che ormai si avvicina al 40% e in alcune aree italiane, inutile dirlo, siamo ormai all’80% (gli economisti fanno sempre riferimento alla famosa poesia di Trilussa, La Statistica, quella che dice che ogni italiano mangia un pollo l’anno, ma poi, nella pratica, sappiamo che qualcuno ne mangia diversi e qualcuno, invece, non ne sente neanche l’odore). Questo è ciò che avviene in Italia, anche se i media ci bombardano quasi quotidianamente dicendoci che ci sarebbe la ripresa. Io la chiamo la ripresa del trimestre successivo. Ormai sono anni che ce lo stanno dicendo, ma una cosa è certa: i consumi diminuiscono, ed è notizia di questi giorni che il gettito IVA è diminuito del 6%. Ce ne rendiamo perfettamente conto perché siamo cittadini che vivono la realtà quotidiana, vediamo che purtroppo la situazione in Italia peggiora. Peggiora perché nessuno è in grado di spezzare in maniera forte questo giogo a cui ci siamo affidati. Nessuno ha la capacità, la forza e la lungimiranza di dire: “Cari signori, abbiamo tutti lo spirito europeo e siamo tutti per il bene del continente, ma abbiamo completamente sbagliato il sistema di aggregazione“. Dovremmo entrare nell’ordine di idee, senza rinunciare alla mission europea che può essere perseguita per altre strade, di ritornare ognuno alla propria valuta, perché questo darebbe la possibilità di poter gestire, com’è avvenuto in passato, autonomamente la propria economia in maniera ottimale. Anche perché abbiamo visto che la gestione comune purtroppo non è possibile perché, e l’abbiamo visto soprattutto negli ultimi anni, ci sono aree che diventano sempre più ricche e aree che diventano sempre più povere. Queste cose non le dico io ma sono note, tutta la letteratura economica in merito alle Aree Valutarie Ottimali (le AVO) lo dice da sempre: non si è mai verificato nella storia che un’area valutaria con le caratteristiche simili a quella dell’Unione Europea abbia avuto successo. Purtroppo è così. La postfazione di Alberto Bagnai al mio ultimo libro, “Europa Kaputt“, lo dice in maniera magnifica. Riconoscere i propri errori è un atteggiamento adulto. Non significa una sconfitta, significa riconoscere che si sono fatti degli errori e questo significa essere adulti, essere maturi. Dire: c’abbiamo provato, era una via obbligata, forse, all’inizio, per trovare nuovi equilibri dopo la caduta del Muro di Berlino ma, purtroppo, quegli ideali e quegli obiettivi non sono stati raggiunti. Vogliamo continuare e ostinarci? Questi sono gli effetti. Noi non siamo disponibili. Noi vogliamo rivedere il nostro Paese nel suo giusto ruolo e, siccome siamo perfettamente convinti che l’Italia e gli italiani siano un grandissimo Paese e un grandissimo popolo che hanno delle potenzialità enormi se ben gestite e ben indirizzate, pensiamo che esistano vie diverse per poterle raggiungere. Non è certo questa. D’altronde, quello che mi dispiace e rattrista è che tutti quanti i presidenti del Consiglio, appena ottenuta la fiducia da parte del Parlamento, compiano tutti quanti all’unisono lo stesso rito: vanno alla Corte di Berlino a ribadire la fedeltà, facendo due errori enormi: primo, riconoscono sempre più la leadership tedesca e, soprattutto, certificano in questo modo la bontà della politica economica da loro imposta che, invece, non va bene. La stabilità dei prezzi e il contenimento dell’inflazione, che è il loro chiodo fisso, non si sposa con i modelli economici degli altri Paesi. Un esempio per tutti: cosa ce ne facciamo noi di un’inflazione che è ormai all’1.1% se poi, per poterla perseguire, ci ritroviamo con una disoccupazione ai massimi? Noi ai tempi dell’inflazione a due cifre avevamo, però, la disoccupazione ai minimi, perché il nostro modello prevedeva questo effetto. Purtroppo ci siamo affidati al modello tedesco, sapendo benissimo che da noi non erano replicabili tutte le riforme e tutta la disciplina che, invece, era stata compiuta preventivamente in Germania. Ma questo non significa dannarsi, è un esperimento che purtroppo è andato male, abbiamo ancora uno spazio di sovranità che ci consente di tornare indietro, utilizziamolo! L’ostinazione, invece, di rimanere in questa condizione ci ucciderà ulteriormente.

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Ritiene che attualmente esista una forza politica in grado di canalizzare una battaglia contro l’euro? E come valuta le recenti posizioni di Beppe Grillo e del suo movimento?

Innanzitutto tengo a precisare che sono indipendente: non ho fatto parte e non faccio parte di nessun tipo di coalizione politica. Ho notato, chiaramente, che ultimamente ci sono stati diversi partiti politici, a cominciare dal Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, ma anche il Pdl (o Forza Italia?) di Berlusconi e la stessa Lega che si sono espressi in maniera estremamente critica nei confronti dell’euro. Però, con la stessa sincerità, debbo dire che sono tutti interventi “spot“, non sono finalizzati in maniera precisa. Si leggono dei comunicati, poi per 15 giorni non si sente nulla e, magari, dopo si ritorna sull’argomento. Per poter, invece, affrontare seriamente quest’argomento è necessario avere delle idee estremamente chiare e perseguirle. Attualmente, dico la verità, questo disegno preciso ancora mi sfugge.

L’Europa corre, secondo Lei, un reale pericolo democratico dato che, attualmente, la maggior parte delle forze politiche anti-euro e anti-UE si rifanno, nella maggior parte dei casi, a ideologie di estrema destra, dal Front National francese ad Alba Dorata in Grecia?

Questo è un problema molto serio e si rifà ai concetti espressi precedentemente. Quando ho detto che questo modello economico imposto dalla Germania non va bene per gli altri Paesi, è perché il modello prevede il contenimento dei prezzi, cioè dell’inflazione. Perché? Perché i tedeschi, proveniendo dall’esperienza della Repubblica di Weimar che fu dilaniata dall’iper-inflazione, pensano che essa abbia spianato la strada all’ascesa del Nazismo. L’errore, però, è proprio qui: non è stata l’inflazione a favorire l’avvento del Nazismo, ma sono state le politiche deflazionistiche per contenere l’inflazione. E le politiche deflazionistiche, ricordo, sono: il taglio della spesa pubblica in maniera lineare, licenziamenti, taglio del welfare e del sociale. Cioè le stesse politiche proposte attualmente dai vari governi dell’area euro e vediamo che, laddove sono state proposte con maggiore forza, come ad esempio in Grecia, hanno prodotto la nascita di partiti estremistici, che è esattamente ciò che è avvenuto negli anni ’30 in Germania dopo la Repubblica di Weimar. Hitler andò al potere proprio per la protesta nei confronti delle politiche deflazionistiche. La storia si ripete sempre e io dico: attenzione, perché chi non conosce la storia è condannato a riviverla. Ne vale la pena? Stiamo attenti, siamo nel 2013, ma anche questo è un enorme pericolo che dobbiamo valutare. D’altronde, anche dall’altra parte non è che la democrazia è esaltata: vediamo, infatti, che l’Europa è in mano a un’oligarchia autoreferenziale composta da personaggi non eletti direttamente dai cittadini, ma da accordi sottobanco fra Stati e di scarsissimo profilo. Tutta la Commissione Europea, purtroppo, è infatti governata da persone che non è che abbiano avuto nei rispettivi Paesi delle grandi storie alle proprie spalle, né politiche né tantomeno tecniche e professionali, ma ce li ritroviamo però a gestire delle situazioni estremamente complesse e ne vediamo, poi, i risultati.

Se molti economisti, e non solo, concordano sul fallimento dell’euro, diverse sono però le proposte per il suo superamento. Quali sono le sue proposte in merito?

La storia ci insegna che qualsiasi trattato, qualsiasi accordo a livello internazionale, può essere rivisto, annullato, ripudiato, riscritto. Chi dice, dunque, che ormai abbiamo firmato dei trattati, non dice delle cose corrette. Per poter uscire dall’euro, naturalmente, ci sono vari sistemi: io vorrei evitare, perché sarebbe la cosa più tragica, che ciò avvenga in maniera scomposta, cioè a causa di eventi finanziari esterni che inducano qualche Paese a prendere questa decisione. Uscire dall’euro deve essere, invece, qualcosa di programmato, anche perché in questo modo si potrebbero cogliere le migliori opportunità per la nazione che decida di uscire. Tra l’altro, sappiamo bene da molti rapporti di banche d’affari internazionali che l’Italia, dopo un periodo certamente di aggiustamento, sarebbe il Paese ad averne i maggiori vantaggi. Allora, la domanda che faccio io è questa: ci conviene permanere nell’euro in questa situazione dove c’è un depauperamento costante o prendere la decisione di uscita dall’euro prendendo, magari, all’inizio, sicuramente uno “schiaffone“, ma poi risorgiamo alla grande? Questa è una valutazione da fare, anche perché ci stiamo rendendo conto che questo tipo di impostazione delle regole europee ci ha fatto diventare, di fatto, una colonia tedesca e, per questo, sarebbe il caso di valutare l’opportunità di ritornare ad autodeterminarci riprendendoci la sovranità monetaria. Quando diciamo, infatti, di ritornare alla Lira, questo non vuol dire solo riavere in tasca le nuove lire, che comunque sarebbe una moneta completamente diversa dalla vecchia Lira che abbiamo ormai abbandonato il 31 dicembre 1998 con la determinazione dei cambi fissi, perché l’area euro significa un’unione di cambi fissi e, ricordo, che ad esempio nei confronti del marco noi abbiamo il cambio fisso da 14 anni a 989,999. Per questo ci troviamo in questa situazione. Ma, tornando al discorso di prima, sarebbe il caso di autodeterminarci, perché è molto meglio sbagliare con la propria testa che fare errori molto molto più grossi con la testa degli altri. Questo è ciò che pensiamo e professiamo nel campo dell’università. Abbiamo vicino molte persone che la pensano allo stesso modo: per ora ci esprimiamo con interviste, convegni e non di più. Speriamo che qualcuno ci dia voce, perché pensiamo che non sia un’idea da scartare, anzi tutt’altro da valutare, il fatto di ritornare all’autodeterminazione e alla sovranità monetaria che, ripeto, non significa soltanto ritornare alla moneta di provenienza, ma di poter compiere una politica economica esattamente tarata alle esigenze del Paese e con l‘euro, purtroppo, noi non stiamo facendo nel modo più assoluto gli interessi del nostro Paese e della nostra industria.

Lei ritiene che l’uscita dall’euro necessiti anche l’uscita dall’Unione Europea e dal mercato unico dei beni e dei capitali, cioè dal Liberoscambismo? E come valuta le proposte di alcuni di un ritorno ad alcune forme di protezionismo?

Bisogna valutare le diverse opzioni e, d’altronde, noi abbiamo visto che nell’ambito dell’Unione Europea ci sono 28 Paesi che ne fanno parte, ma soltanto 17 adottano l’euro. Il caso classico è la Polonia, il Paese più vicino da un punto di vista industriale all’Italia, che continua, e in maniera anche piuttosto orgogliosa, a mantenere la propria valuta, lo Zloty, che, fra l’altro, negli ultimi anni si è svalutato del 30% nei confronti dell’euro. Questo gli ha dato la forza per poter essere competitivo e, nonostante la crisi a livello globale, riesce ancora ad avere dei livelli di crescita del proprio Pil rispetto al declino dei paesi della zona euro, a cominciare dall’Italia. D’altra parte, però, continua a far parte dell’Unione Europea prendendosi i vantaggi da questa unione. È chiaro che l’appartenenza all’Unione Europea significherebbe anche una rivisitazione delle regole del mercato comune che, in questo momento, vanno sempre più verso una convergenza nei confronti della moneta unica. Bisognerebbe rivedere, quindi, anche il concetto di partecipazione al mercato comune, che è una cosa diversa dall’Unione Europea. Il mercato comune, infatti, è una cosa e l’Unione Europea è un’altra.

Alcuni critici della moneta unica e della politica europea associano la fine dell’euro e dell’Unione Europea a politiche di Deglobalizzazione. Qual è la sua opinione su tale concetto?

È un concetto molto importante. Si invoca tanto la Globalizzazione, ma per l’Italia cosa ha significato la Globalizzazione? Per noi, purtroppo, ha significato soltanto la delocalizzazione di importanti insediamenti industriali in Italia. Le fabbriche che delocalizzavano in altri Paesi, dalla Romania alla Cina, lo facevano per poter avere un contenimento dei costi che, invece, non gli consentiva la permanenza sul territorio nazionale. Poi, questa produzione delocalizzata serviva, guarda caso, per importare in Italia questi beni a dei prezzi inferiori. Il tutto, però, con il sacrificio di numerosi posti di lavoro, visto che non era certo prevista la mobilità del personale, visto che non credo che molti lavoratori sarebbero stati disponibili a trasferirsi in Cina o in Romania per percepire degli stipendi un terzo, un quarto, un quinto di quelli percepiti in Italia. Bisogna, quindi, anche rivedere il concetto di Globalizzazione perché noi, purtroppo, l’abbiamo intesa in questo modo. Altri Paesi, invece, hanno avuto certamente dei vantaggi perché hanno visto la Globalizzazione come l’insediamento di grandi aree industriali per la conquista di altri mercati. La Volkswagen, ad esempio, ha costruito gli stabilimenti in Cina, non per importare poi i prodotti in Germania, ma per conquistare quei mercati. Il fatto, quindi, di avere quegli insediamenti significava tarare il costo del prodotto finale su quei mercati. Noi, invece, abbiamo fatto l’opposto: abbiamo delocalizzato per poter importare in Italia e avere prezzi inferiori e questo ci ha, purtroppo, messo nelle condizioni di avere un’ulteriore “decrescita” interna. Inoltre, il fatto di appartenere a un’area valutaria che non è certo ottimale come l’euro, ha indotto i Paesi a compiere delle svalutazioni interne, che passano dai salari. La Germania lo ha fatto preventivamente, con la riforma del mercato del lavoro, l’Italia no, anche perché lì esistevano certi presupposti che non sono presenti nel nostro paese. Torniamo, quindi, al discorso che il modello adottato dalla Germania e imposto non è replicabile, poiché non ha funzionato non solo nei confronti dell’Italia, ma anche in tutti gli altri Paesi dell’area europea. Va bene solo per loro, ma a discapito di tutti quanti gli altri.

Siamo arrivati all’ultima domanda. Lei ritiene questa crisi esclusivamente economica oppure, come alcuni l’hanno definita, la ritiene una crisi sistemica? E, per questo, insieme all’euro e all’Unione Europea, bisognerebbe rimettere in discussione anche il concetto, in voga negli ultimi anni, del primato dell’economia sulla politica?

È sicuramente un problema di crisi finanziaria, ma è anche un problema di leadership. In Europa ci siamo resi conto, per nostra sfortuna, che non esiste una leadership da poter contrapporre a quella tedesca. I tedeschi sono sicuramente bravi, gliene do ampiamente atto, ma si trovano in questa condizione proprio perché non c’è nessun altro che possa proporre qualcosa di alternativo. Abbiamo visto, infatti, che negli ultimi anni c’è stato un ricambio politico in tutti i Paesi dell’Unione Europea, tutti i governi hanno dovuto, cioè, cedere il passo alle opposizioni. È avvenuto ovunque tranne che in Germania. Questo significa che esiste un disagio che non è soddisfatto, purtroppo, da proposte politiche alternative e da personalità politiche di alto livello. L’Europa, del resto, è stata fatta dai grandi padri fondatori che, però, purtroppo, non sono stati sostituiti da grandi statisti che potessero contrastare questa deriva a cui stava andando incontro l’Unione Europea. Tale incapacità è dimostrata anche dal fatto che non si è voluto mai dare una regolamentazione a una finanza “virtuale” che non aveva nessun tipo di corrispondenza con l’economia reale dei vari Paesi. Mi riferisco, ad esempio, al mercato dei derivati e vediamo, inoltre, come la maggior parte dei debiti sovrani dell’area euro sono soggetti agli attacchi della finanza speculativa. Per risolvere questo problema l’Unione Europea non ha fatto assolutamente nulla e, per questo, gran parte della responsabilità è anche sua. Questo succede perché non esiste una governance politica di livello che consenta di poter mettere in atto delle regolamentazioni. Per questo l’Italia dovrebbe entrare nell’ordine di idee di avere un Piano B da porre anche come deterrente nei confronti delle pressanti istanze  da parte dell’Unione. In poche parole, dirgli: “Guardate che se non fate anche quello che diciamo noi per le nostre esigenze, noi entriamo nell’ordine di idee di valutare l’uscita perché, a queste condizioni, è per noi estremamente penalizzante“. Tutto ciò potrebbe essere fatto solo se ci fosse una classe politica veramente di alto livello e di alto profilo. Il discorso, del resto, è semplice: perché ci siamo attaccati al cosiddetto carro europeo? Perché si pensava che con una tutela di vincoli esterni, la classe politica italiana compisse quegli atti che non sarebbe mai riuscita a fare in maniera autonoma. Questo è stato il motivo vero per il quale l’Italia si è impelagata nel progetto europeo, ma poi ci siamo accorti che, invece, questi vincoli esterni ci hanno praticamente ucciso. Questa è la verità. Se, invece, avessimo una classe politica veramente in grado di poter agire in maniera autonoma, l’Italia riconquisterebbe immediatamente il suo ruolo perché, ripeto, il nostro è un grandissimo Paese e gli italiani sono un grandissimo popolo, ma purtroppo se non lo sai bene indirizzare queste potenzialità non emergono.

 

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* Antonio Maria Rinaldi ha ricoperto numerosi incarichi nel campo finanziario mobiliare, passando dai più prestigiosi istituti bancari alla CONSOB, fino a ricoprire il ruolo di Direttore Generale della Capogruppo finanziaria dell’ENI. Attualmente è docente presso l’università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara in Finanza aziendale e presso la Link Campus University di Roma in Corporate&Investment Banking e Mercati finanziari&Commercio internazionale. Autore nel 2011 de “Il fallimento dell’euro” e nel 2013 di “Europa Kaputt“. Vincitore del premio giornalistico Lucio Colletti 2013.

 

ALCIDE DE GASPERI: «LA NOSTRA PATRIA EUROPA»

 

 

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Primo presidente (1954) dell’Assemblea della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, Alcide De Gasperi fu tra i maggiori fautori dell’unificazione economica europea. Pensando anche alla storia personale di Alcide De Gasperi, è evidente che egli ereditò quel suo grande senso dello Stato, perché era nato in Trentino, un territorio che apparteneva all’impero austro-ungarico. L’imperatore Francesco Giuseppe aveva un impero multietnico nel cuore dell’Europa da amministrare e lui, come primo cittadino dello Stato e suo primo servitore, dava l’esempio, facendo una vita spartana e levandosi puntuale alla mattina per recarsi al suo ufficio.

austriaungheria Impero austro-ungarico

«La nostra patria Europa» è il titolo di un discorso pronunciato da Alcide De Gasperi il 21 aprile 1954 a Parigi alla Conferenza parlamentare europea. Conferenza che non sarà destinata a prendere decisioni politiche che spettavano ai parlamenti ma un foro nel quale si potranno confrontare pareri diversi e, come sottolineerà il presidente italiano, «tutti ugualmente preoccupati del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa».

De Gasperi, Schuman e Adenauer avevano lavorato a ritmo forzato per arrivare a lasciare al continente europeo ancora devastato dalla guerra la traccia di una strada «dalla quale non sarebbe stato possibile tornare indietro». Parliamo, scriviamo, insistiamo, non lasciamo un istante di respiro «che l’Europa rimanda l’argomento del giorno».

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Konrad Adenauer           e          Jean-Baptiste Nicolas Robert Schuman

Tuttavia i tre Padri d’Europa non erano degli illusi, sapevano tenere a bada il loro entusiasmo e, pur guardando alla novità di un’impresa tanto ardita, ne prevedevano la gradualità necessaria. «PER QUANTO RIGUARDA LE ISTITUZIONI – SCRIVEVA DE GASPERI – BISOGNA RICERCARE L’UNIONE SOLTANTO NELLA MISURA IN CUI CIÒ È NECESSARIO, O MEGLIO IN CUI È INDISPENSABILE».

È straordinario tuttavia come De Gasperi riconoscesse, nell’implicazione civile e culturale di altri popoli, il nostro essere europei quasi coinvolgendoli nel nostro futuro. Con una certa meraviglia infatti possiamo leggere nella relazione da lui svolta alla Conferenza della Tavola Rotonda di Roma il 13 ottobre 1953 queste parole: «Per quanto riguarda Roma io personalmente vi vedo il vertice, forse il più elevato, di quanto ha offerto la storia civile e politica degli uomini.

Ma in Europa non vi è soltanto Roma. Come trascurare l’elemento del vicino Oriente, l’elemento greco, l’elemento delle coste africane del Mediterraneo, l’elemento germanico, l’elemento slavo?… Le voci di tutte le epoche si armonizzano nel concerto europeo. Essi si fondano in una tradizione le cui radici sono classiche, ma che si estendono in ramificazioni lussureggianti e folte, una tradizione che ci ispira unendoci».

Egli certo non poteva immaginare quello cui noi oggi assistiamo: l’allargamento dell’Unione Europea fino a includere 28 Paesi e la loro sottomissione ad una oligarchia finanziaria, attuata attraverso l’infiltrazione maligna delle istituzioni. Un processo che già prevede di coinvolgere altri Paesi ancora: ecco la strada dalla quale dobbiamo tornare indietro, per ripartire dal percorso tracciato da questi padri. La vera unità d’Europa sarà tale quando potremo contare su un’autorità politica comune che ci renderà liberi di fronte ai mercanti del denaro e di fronte al mondo. Invito a leggere le parole del nostro grande statista, evidenziando in maiuscolo i passaggi – a mio avviso – fondamentali:

«È la volontà politica unitaria che deve prevalere. È L’IMPERATIVO CATEGORICO CHE BISOGNA FARE L’EUROPA PER ASSICURARE LA NOSTRA PACE, IL NOSTRO PROGRESSO E LA NOSTRA GIUSTIZIA SOCIALE CHE DEVE ANZITUTTO SERVIRCI DA GUIDA… TUTTA LA NOSTRA COSTRUZIONE POLITICO-SOCIALE PRESUPPONE UN REGIME DI MORALITÀ INTERNAZIONALE. I POPOLI CHE SI UNISCONO, SPOGLIANDOSI DELLE SCORIE EGOISTICHE DELLA LORO CRESCITA, DEBBONO ELEVARSI ANCHE A UN PIÙ FECONDO SENSO DI GIUSTIZIA VERSO I DEBOLI E I PERSEGUITATI. LO sforzo di mediazione e di equità che è compito necessario dell’Autorità europea le darà un nimbo di dignità arbitrale che si irradierà al di là delle sue giuridiche attribuzioni e ravviverà le speranze di tutti i popoli liberi».

A questo programma ci troviamo chiamati a tener fede oggi che siamo pronti a firmare, anche assieme a popoli più poveri, una Costituzione che dovrà diventare linea guida per 450 milioni di persone. Preghiamo perché il sogno dei Padri d’Europa raggiunga una sua dignitosa completezza.”

Queste parole ho voluto riproporre alla nostra meditazione, oggi che siamo chiamati ad esprimere in un voto la nostra rabbia e il nostro dolore per il tradimento di quell’ideale europeo perseguito dai suoi padri fondatori. essi non immaginavano, certo, che popoli di così grande tradizione di civiltà potessero cadere sotto il dominio di una spregevole oligarchia finanziaria, in spregio ai valori della rivoluzione cristiana e dello Stato sociale, che le scorie egoistiche hanno consegnato a un’ameba che ha per unico obbiettivo il profitto per il profitto, cioè, il nulla! Basta con l’europa dei mercanti, basta con l’euro: il suo strumento di dominio e basta con la beffa dei debiti pubblici. Per l’Europa degli europei.

RIFORMA RENZI DEL SENATO, OVVERO, I CITTADINI DERUBATI DEL DIRITTO DI VOTO. –

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Mentre l’attenzione mediatica è puntata sui due papi che santificano due papi, voglio esemplificare per voi come una testata rispettabile come il Sole 24 Ore, ci sciroppa l’ennesimo tradimento della Costituzione da parte di un parlamento (p minuscola) illegittimo, di un governo non votato e di un capo dello stato per 14 anni. Dico tradimento perché la garanzia del bipolarismo perfetto era espressione del voto democratico dei cittadini e non di quello della casta. La scelta del bipolarismo fu oggetto di lunga discussione da parte dei Padri Costituenti; ciò non toglie che possa essere rivisitata, ma la garanzia deve essere sostituita da un’equivalente garanzia, che non può essere prestata, sicuramente, dalle istituzioni come sopra nominate. Invece, sotto la parola riforme, passa il tradimento della democrazia, come sotto la parola missione di pace, passa la guerra e sotto l’espressione ordine pubblico passa la pena di morte per i dissidenti. Niente di nuovo, dunque! Leggete testualmente, con le spalle bene attaccate al muro e riflettete:

”I tempi delle riforme si allungano. Ma dopo settimane di braccio di ferro, con i partiti e dentro il Pd, a Palazzo Chigi si sono convinti che un primo compromesso sul Senato delle autonomie sia a portata di mano. La moral suasion del capo dello Stato sembra aver placato gli animi dei senatori e convinto anche i renziani che il prendere-o-lasciare sia un metodo rischioso quando di mezzo c’è la Costituzione. A parole i fedelissimi del segretario mantengono il punto e insistono nel dire che sul passaggio più controverso – la non elettività dei futuri senatori – il governo non cambia idea. Ma intanto, dietro le quinte, si tratta.

Il ministro Maria Elena Boschi e il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, hanno tenuto anche ieri i contatti con Denis Verdini e Paolo Romani per rabbonire Forza Italia e smussare alcuni spigoli del testo che non convincono Berlusconi. Lo scoglio più alto, però, resta l’ala «dissidente» del Pd e sul fronte interno oggi si muoverà Matteo Renzi: vedrà la presidente della commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro, parlerà con il capogruppo Luigi Zanda e, domani alle 9, affronterà i senatori. Non sarà una riunione al buio, perché il leader da giorni lavora a una possibile soluzione. Intervistato da Lucia Annunziata a In mezz’ora Renzi ha aperto uno spiraglio alle istanze della minoranza del Pd: «Oggi la linea di fondo è che i consiglieri individuano al proprio interno quale consigliere regionale va al Senato, questo può essere un punto di mediazione».

La relatrice Finocchiaro sta lavorando al testo base che sarà incardinato mercoledì a Palazzo Madama in tandem con il relatore di minoranza, Roberto Calderoli. E dai partiti trapela che i quattro pilastri di Renzi – i senatori non votano la fiducia, non percepiscono indennità, non votano leggi di bilancio e non vengono eletti dai cittadini – restano saldi. L’ultimo punto è il più delicato. Poiché in commissione si è saldato un fronte favorevole al disegno di legge di Vannino Chiti, che prevede l’elezione diretta, Renzi deve trovare un punto d’incontro per scongiurare che in Aula si scateni la battaglia degli emendamenti. Gaetano Quagliariello (Ncd) ritiene «una cosa di buon senso» l’apertura di Renzi alle proposte di Calderoli e del lettiano Francesco Russo sull’elettività e la spiega così: «Quando si eleggono i consigli regionali, alcuni consiglieri vengono designati come senatori e poi sarà il Consiglio a scegliere, tra i designati, chi dovrà andare a Palazzo Madama». Una via di mezzo tra elezione diretta ed elezione di secondo grado, che (nelle interpretazioni più spinte) prevede appositi listini collegati ai consigli regionali.

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IL GRANDE INGANNO: DA MAASTRICHT A LISBONA

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di Solange Manfredi – tratto da http://paolofranceschetti.blogspot.com/

Premessa
Nel corso di questi anni ho scritto diversi articoli sottolineando alcune sentenze o leggi che, a mio parere, presentavano diverse anomalie:
violazioni costituzionali nell’esercizio della politica monetaria;
attentato agli organi costituzionali;
La costituzione inesistente, abbiamo perso tutto;
Il lodo Alfano? Un falso bersaglio, l’Italia ha perso la tutela dei diritti umani.

Non riuscivo a spiegarmi, allora, perché questi fatti non venissero segnalati, commentati e, soprattutto, perché i media tacessero la “pericolosità” di quanto stava accadendo.
Oggi, probabilmente, ho capito il perché di quell’assordante silenzio.
Quella che vi sto per raccontare è la storia di un grande inganno, un inganno che parte da lontano, sin dalla fine della seconda guerra mondiale.
E’ la storia di un progetto (eversivo???) che vuole l’Europa governata da una oligarchia.
Poiché il progetto subisce, nel 1992, un’importante accelerazione,  è da tale anno che inizieremo a raccontare questa storia.

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Maastricht
Il 29 gennaio 1992 viene emanata la legge numero 35/1992 (Legge Carli – Amato) per la privatizzazione di istituti di credito ed enti pubblici.
Passano pochi giorni ed ecco un’altra data cruciale, il 7 febbraio 1992. In questa data avvengono due fatti estremamente importanti  per la realizzazione del progetto:
viene varata la legge 82 con cui il ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), attribuisce alla Banca d’Italia la “facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro”. Ovvero dal 1992 la Banca d’Italia decide autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro;

Giulio Andreotti come presidente del Consiglio assieme al ministro degli Esteri Gianni de Michelis e al ministro del Tesoro Guido Carli firmano il Trattato di Maastrich, con il quale vengono istituiti il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE). Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle Banche Centrali nazionali dei Paesi dell’Unione Europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.
I cittadini italiani non si rendono conto della gravità delle conseguenze che questi atti hanno, ed avranno, sulle loro vite. Ne subiscono le conseguenze e quando si domandano “perchè”, ogni volta  viene loro proposto un capro espiatorio diverso. L’importante è che i cittadini non riescano a capire quanto sta avvenendo.

I potenti, nel frattempo, continuano a lavorare al loro progetto e, il 13 ottobre 1995, il governo italiano, con il Decreto Ministeriale numero 561, pone il segreto su:
articolo 2) atti, studi, analisi, proposte e relazioni che riguardano la posizione italiana nellambito di accordi internazionali sulla politica monetaria…;
d) atti preparatori del Consiglio della Comunità europea;
e) atti preparatori dei negoziati della Comunità europea
Articolo 3. a ) atti relativi a studi, indagini, analisi, relazioni, proposte, programmi, elaborazioni e comunicazionisulla struttura e sullandamento dei mercati finanziari e valutari…; ecc. …)”.

Insomma, quanto il Governo sta facendo per realizzare il progetto europeo non si deve sapere, men che meno in ambito di politica monetaria.

Il 1 gennaio 2002 l’Italia ed altri Paesi europei (non tutti) adottano come moneta l’uro. I prezzi raddoppiano, gli stipendi no. La crisi economica si acuisce. Anche in questo caso viene offerto ai cittadini qualche capro espiatorio per giustificare una crisi che, invece, secondo alcuni analisti, è stata pianificata da tempo.

Il 4 gennaio 2004 Famiglia Cristiana rende note le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Si scopre così, per la prima volta (le quote di partecipazione di Banca d’Italia erano riservate) che l’istituto di emissione e di vigilanza, in palese violazione dellarticolo 3 del suo statuto (“In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici) è, per il 95% in mano a banche private e società di assicurazione (Intesa, San Paolo, Unicredito, Generali, ecc..). Solo il 5% è dell’INPS.

Da quando la Banca d’Italia è in mano ai privati? Come è potuto succedere tutto ciò? La risposta è semplice: con la privatizzazione degli istituti di credito voluta con la legge numero 35/1992 Amato- Carli, cui, l’ex governatore della Banca d’Italia, ha fatto subito seguire la legge 82/1992, che dava facoltà  alla Banca d’Italia di decidere autonomamente il costo del denaro.
In altri termini con queste due leggi la Banca d’Italia è divenuta proprietà di banche private che si decidevano da sole il costo del denaro sancendo così, definitivamente, il dominio della finanza privata sullo Stato. A questo stato di cose seguono i noti scandali bancari (Bond argentini, Cirio, Parmalat, scalata Unipol con il rinvio a giudizio del governatore di Banca d’Italia Fazio, ecc..) con grande danno per migliaia di risparmiatori.
Non è possibile che il ministro Carli, ex governatore della Banca d’Italia, non si sia accorto di tutto ciò. Ed ancora: è possibile che i politici, ministri del Tesoro, governatori non si siano accorti, per ben 12 anni, di questa anomalia? Comunque se ne accorgono alcuni cittadini, che citano immediatamente in giudizio la Banca d’Italia.

Il 26 settembre 2005 un giudice di Lecce, con la sentenza 2978/05, condanna la Banca d’Italia a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito monetario.
Nella sentenza viene sottolineato, inoltre, come la Banca d’Italia, solo nel periodo 1996-2003, si sia appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro a danno dei cittadini. Ma ancora non basta, perché la perizia del CTU nominato dal giudice mette in evidenza:

Per quanto concerne la Banca d’Italia:
come questa sia, in realtà, un ente privato, strutturato come società per azioni, a cui è affidata, in regime di monopolio, la funzione statale di emissione di carta moneta, senza controlli da parte dello Stato;
come, pur avendo il compito di vigilare sulle altre banche, Banca d’Italia sia in realtà di proprietà e controllata dagli stessi istituti che dovrebbe controllare;
come, dal 1992, un gruppo di banche private decida autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro.

Per quanto concerne la BCE:
come questa sia un soggetto privato con sede a Francoforte;
come, ex articolo 107 del Trattato di Maastricht, sia esplicitamente sottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea.
come la succitata previsione faccia si che la BCE sia un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale;
come, tra i sottoscrittori della BCE, vi siano tre Stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta leuro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei Paesi delleuro.

In altri termini la sentenza mette in evidenza come lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, dal 1992 l’abbia ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca d’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE (soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale).

Così facendo lo Stato ha violato due articoli fondamentali della Costituzione:
L’articolo 1 che recita: “… La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Infatti il popolo aveva delegato i suoi rappresentanti ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, non a cederla a soggetti privati;
L’articolo 11 della Costituzione che recita: “LItaliaconsente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’articolo 11 della Costituzione consente limitazioni (non già cessioni) della sovranità nazionale.
Inoltre, la sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità (le quote di partecipazione alla BCE non sono paritarie), vi fa parte anche la Banca d’Inghilterra che non fa parte dell’euro e partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato, senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna.
Ed ancora. Tale limitazione (non cessione) può essere fatta ai soli fini di assicurare “la pace e la giustizia tra le Nazioni”. I fini della BCE non sono quelli di assicurare pace e giustizia fra le nazioni, ma quello di stabilire una politica monetaria. La sentenza è, quindi, estremamente importante e, per taluni, anche estremamente pericolosa, visto che ai politici che illegittimamente hanno concesso la sovranità monetaria prima alla Banca d’Italia e poi alla BCE potrebbero essere contestati i reati di cui agli articoli:
241 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare lindipendenza dello Stato, è punito con lergastolo”.
283 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dallordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”.

I politici, infatti, hanno ceduto un potere indipendente e sovrano ad un organismo privato e, per quanto riguarda la BCE , anche esterno allo Stato. Il pericolo c’è, ma la paura di un possibile rinvio a giudizio per questi gravi reati dura poco. Per una strana coincidenza, a soli 5 mesi dalla sentenza che condanna la Banca d’Italia,  nell’ultima riunione utile prima dello scioglimento delle camere in vista delle elezioni, con la legge 24 febbraio 2006 numero 85 dal titolo “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione” vengono modificati proprio gli articoli 241 (attentati contro lindipendenza, lintegrità e lunità dello Stato); 283 (attentato contro la Costituzione dello Stato); 289 (attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali), ovvero le figure di attentato alle istituzioni democratiche del Paese, che, diciamolo, con i reati di opinione hanno ben poco a che vedere.

monti-guerraCosa cambia con questa modifica? Nella sostanza le figure di attentato diventano punibili solo se si compiono atti violenti. Se invece si attenta alla Costituzione semplicemente abusando di un potere pubblico non si commette più reato. I politici, dunque, non solo sono salvi per quanto concerne il passato, ma, da ora in poi, potranno abusare del loro potere pubblico violando la Costituzione senza più rischiare assolutamente nulla. Certo, questa modifica priva la nostra repubblica di qualsiasi difesa, ma di questo pare nessuno se ne accorga.

Pochi mesi dopo questa modifica arriva la sentenza 16.751/2006 della Cassazione a Sezioni Unite,  che accoglie il ricorso di Banca d’Italia avverso la succitata sentenza del giudice di Lecce. Nelle motivazioni si legge: “… al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.

In altri termini il giudice non può sindacare come lo Stato esercita le sue funzioni sovrane, neanche quando queste arrechino un danno al cittadino.

Ma, come abbiamo appena visto, il cittadino è rimasto privo di difese anche nel caso in cui, abusando di poteri pubblici, la sua sovranità venga svenduta a soggetti privati. E allora che fare? Al cittadino resta un’ultima flebile speranza? Può aggrapparsi alla violazione dell’articolo 3 dello Statuto della Banca d’Italia?  Assolutamente no, anche l’articolo 3 dello Statuto, ovviamente, è stato modificato a dicembre del 2006. Ora non è più necessaria nessuna partecipazione pubblica in Banca d’Italia. Tutto in mano ai privati per Statuto.
La sovranità monetaria è persa. Ma l’inganno è solo all’inizio, anche se è stato portato a termine un tassello importante del progetto, in fondo si sa, è il denaro che governa il mondo.

Lisbona
I potenti, sicuri della loro totale impunità, proseguono nel grande inganno e, visto che nel 2005 la Costituzione Europea (che presentava palesi violazioni con le maggiori costituzioni europee e pareva scritta per favorire le grandi lobby affaristiche in danno dei cittadini) era stata bocciata da francesi ed olandesi al referendum, decidono che, per far passare il testo, si deve agire in due modi:

evitare di far votare la popolazione;
rendere il testo illeggibile.

Il loro progetto prevede di lasciare la Costituzione Europea immutata e, per evitare il referendum, di chiamarla Trattato. Poi, per non far capire al cittadino che nulla è cambiato, rendono il testo illeggibile inserendo migliaia di rinvii ad altre leggi e note a piè pagina, come hanno confessato:
l’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”;
il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”;
il nostro Giuliano Amato: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”.

Nel 2007 tutto è pronto e il 13 dicembre i capi di governo si riuniscono a Lisbona per firmare il Trattato, ovvero la Costituzione Europea bocciata nel 2005 e resa illeggibile. Ora manca solo la ratifica dei vari Stati.
Il parlamento italiano ratifica il trattato di Lisbona l’8 agosto del 2008, approfittando della distrazione dei cittadini dovuta al periodo feriale. Nessuno spiega ai cittadini cosa comporti la ratifica del Trattato, ed i media, ancora una volta, tacciono.
In realtà con quella ratifica abbiamo ceduto la nostra sovranità in materia legislativa, economica, monetaria, salute e difesa ad organi ( Commissione e Consiglio dei Ministri) che non verranno eletti dai cittadini. Il solo organo eletto dai cittadini, il Parlamento Europeo, non avrà, nei fatti, alcun potere.
Ancora una volta i nostri politici, abusando del loro potere pubblico, hanno violato l’articolo 1 e 11 della nostra Costituzione.
L’articolo 1 perchè, come detto, lo Stato ha la delega ad esercitare la funzione sovrana in nome e per conto dei cittadini, non a cederla. E’ come se una persona avesse il compito di amministrare un immobile e lo vendesse all’insaputa del proprietario, abusando del potere che gli è stato conferito.

Inoltre ha violato  l’articolo 11 perché, come abbiano visto:  “LItaliaconsente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità”.

Lo Stato, invece, ancora una volta ha ceduto la sovranità e l’ha ceduta non in condizioni di parità. Infatti l’Inghilterra, che già non ha aderito all’euro, in sede di negoziato ha ottenuto diverse e importanti esenzioni per aderire al Trattato di Lisbona, eppure pare che il primo presidente europeo sarà proprio l’ex primo ministro inglese Tony Blair. La nomina a presidente europeo di Blair deve far riflettere, sopratutto in ordine alla cosiddetta  Clausola di Solidarietà presente nel Trattato di Lisbona. Detta Clausola prevede che ogni nazione europea sia tenuta a partecipare ad azioni militari quando si tratti di lottare contro “azioni terroristiche” in qualunque altra nazione. Il problema e che nessuno ha definito cosa si intenda per “azioni terroristiche”. Chi deciderà chi è un terrorista e perchè? Persone come Tony Blair, in passato coinvolto nello scandalo sulle inesistenti armi di distruzione di massa in mano a Saddam con cui è stata giustificata la guerra all’Iraq? A quante guerre ci sarà chiesto di partecipare solo perché qualche politico non democraticamente eletto avrà deciso di usare la parola “terrorista” o “azione terroristica”?

Si consideri che già, oggi, basta definire un cittadino “presunto terrorista” per poterlo privare dei diritti umani e permettere che i servizi segreti possano sequestrarlo a fini di tortura, attività criminale che potrà poi essere coperta con il segreto di Stato, come ha recentemente confermato con la sentenza 106/2009  anche la nostra Corte Costituzionale.

Ma il dato più allarmante è che con il Trattato di Lisbona viene reintrodotta la pena di morte. Ovviamente tale dicitura non è chiaramente presente nel testo, ma in una noticina a piè pagina (si continua nell’inganno).
Leggendo attentamente questa noticina, e seguendo tutti i rimandi, si arriva alla conclusione che con il Trattato di Lisbona accettiamo anche la Carta dell’Unione Europea, la quale dice “La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: Per eseguire un arresto regolare o per impedire levasione di una persona regolarmente detenuta; per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o uninsurrezione” (articolo 2, paragrafo 2 della CEDU).
La cosa è di estrema gravità. Infatti, anche in questo caso, chi deciderà che una protesta è sfociata in disordini tali da rendere lecito un omicidio? (l’Italia, poi, ha un triste primato in fatto di “agenti provocatori” pagati per trasformare una manifestazione in guerriglia). In quali casi si potrà sparare sulla folla disarmata? Chi deciderà quando potranno essere sospesi i diritti umani? Perché di questo si tratta.

Ecco la storia di un grande inganno, un inganno che inizia

– con il cedere illecitamente, proteggendosi con il segreto, la funzione sovrana dell’esercizio della politica monetaria a privati:
– nello sfuggire alle responsabilità del proprio operato depenalizzando le figure di attentato alla Costituzione;
– nell’approfittare delle ferie estive per ratificare un Trattato con cui vengono cedute le nostre restanti sovranità (legislativa, economica, monetaria, salute, difesa, ecc.) ad una oligarchia non eletta e che nessuno conosce;
– ed, in ultimo, nel dare il potere a qualche politico di poter privare i cittadini dei loro diritti umani semplicemente con una parola.

Così, quando i cittadini si renderanno conto che hanno perso tutto, che la loro vita viene decisa da una oligarchia di potenti non eletti democraticamente, quando si renderanno conto del grande inganno in cui sono caduti non sarà loro concesso neanche reagire o protestare, perchè basterà una sola parola per trasformare la reazione in “azione terroristica” o la protesta in “insurrezione”, legittimando così la sospensione dei diritti umani e l’applicazione della pena di morte. Il tutto, poi, verrà coperto con il segreto di Stato.

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FONDO CENTRALE DI GARANZIA E DECRETO FARE

Uno degli interventi previsti nella versione finale del testo del Decreto Fare approvato qualche giorno fa dal Consiglio dei Ministri, riguarda una riforma del Fondo Centrale di Garanzia per le PMI.

 

Finalmente sembrano accolte le richieste  portate all’attenzione del Parlamento e del Governo in più occasioni: in particolare, oltre al previsto rifinanziamento dello strumento che potrebbe essere previsto all’interno della prossima Legge di stabilità per un importo che si aggira intorno ai 2,9 miliardi di euro fino al 2016, esso prevederebbe una radicale rivisitazione dei parametri di accesso delle PMI le quali, con l’attuale crisi economica che si trascina da almeno due anni, si vedrebbero negato l’accesso alla garanzia seppure strutturalmente sane.
Viene inoltre previsto un innalzamento all’80% della percentuale massima di copertura su tutto il territorio nazionale, estendendolo inoltre sia alle anticipazioni di credito senza cessione verso imprese che vantano crediti nei confronti della PA (attualmente al 70%), che per le operazioni finanziarie con durata di almeno 36 mesi (anch’esse al 70%).
Verrebbe anche abolita la riserva dell’80% per le operazioni inferiori a 500mila euro, consentendo quindi operazioni più grosse e più verso il settore industria.
Viene inoltre precisato che il Fondo possa intervenire solamente su finanziamenti non ancora concessi, con l’esclusione per i finanziamenti già deliberati dalle banche, tranne che essi non siano condizionati all’acquisizione della garanzia stessa.
Attualmente si sta già lavorando sul tema della semplificazione delle procedure e in particolare sull’utilizzo maggiore di modalità telematiche: a breve saranno anche operative le disposizioni sulla trasparenza che renderà evidenti i vantaggi della garanzia pubblica alle PMI beneficiarie dell’intervento.
Sarebbe quantomai opportuno anche riportare le percentuali di controgaranzia in favore dei Confidi dall’attuale 80% al 90%, onde consentire un’ulteriore sblocco di risorse in seno al Confidi per poter rilasciare ulteriori garanzie alle PMI, permettendo anche un abbassamento dei costi di commissione.

IL MERETRICIO DEI POPOLI EUROPEI, OVVERO, LACRIME DAL CUORE DI UN ITALIANO

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Una legge – anzi – un decreto dopo l’altro, la trama dei principi costituzionali, l’ossatura della nostra società, cede alle bieche ragioni della finanza.

I Mercanti del denaro prevalgono ovunque sui Parlamenti. Restiamo senza parola, attoniti, come gli spettatori di una catastrofe, ad osservare ciò che gli occhi non vogliono vedere e la nostra mente rifiuta di credere. Gli europei non stanno vendendo agli sfruttatori i loro corpi, ma i principi fondamentali che animano le loro Costituzioni e lo fanno da spettatori incoscienti i più, ma, tutti, incapaci di difendersi dal nemico più subdolo che si sia mai incontrato: un nemico maligno che ha invaso e ha sottomesso subdolamente le istituzioni.

Nessuno di noi, infatti, vuole ed è psicologicamente preparato a contrastare le nostre Istituzioni. Eravamo accostumati al pensiero: “ciò che è Europa, è bene e fa bene alla democrazia e all’economia”.  Invece, attraverso l’Europa, attraverso il fallimento della sua unione politica, in nome dell’affrancazione dal dollaro, si sono affermati i mercanti del denaro e, imponendo una loro moneta di carta, hanno sottomesso i Parlamenti. Subiamo, perciò, l’invasione e la caduta della civiltà europea in modo inarrestabile, sempre più veloce.

Troppe parole per dire ciò che non si vuole, ma si deve subire. Parole al vento di un animo pesante! L’Europa delle patrie è un sogno tramontato. La sovranità del popolo è un’espressione, fatta ridicola.

 

Scritto da

Mario Donnini, esperto della Costituzione italiana e dei Trattati Europei

REALIZZARE LA COSTITUZIONE COSTITUISCE UN PROGRAMMA POLITICO

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Lorenza Carlassare

Paolo Flores d’Arcais, nel suo bell’articolo, in qualche modo ci incalza, ci spinge a guardare in faccia la realtà, a confrontarci con le esigenze imposte dalla dinamica politica. Anzi il percorso già lo traccia come esito inevitabile di ciò che abbiamo messo in moto.
Non credo però che i processi politici possano concludersi all’improvviso senza adeguata maturazione. Il pensiero che li muove, oltre a diffondersi (ed è questa la prima cosa), deve anche entrare a far parte delle convinzioni forti delle persone, radicarsi nelle coscienze. Altrimenti, senza radici, rimane effimero.
Partiamo allora dall’inizio: cosa vogliamo? Quali obiettivi ci siamo proposti nel firmare l’appello? Il primo, fondamentale, è riportare in primo piano la questione dell’attuazione della Costituzione, questione essenziale che va oltre il difenderla da modifiche che ne sovvertano intenti e valori, ma è anche e soprattutto difesa dinamica, lotta affinché le parole scritte non restino solo sulla Carta prive di realtà, ma diventino alimento e sostanza della nostra vita democratica, della vita di tutti noi.
La lotta per la difesa attiva della Costituzione, la coscienza di dover pretendere la sua attuazione, almeno in parte ha già iniziato il suo cammino. Che la realizzazione effettiva degli obiettivi indicati dalla Carta sia un’esigenza assolutamente improrogabile e solo attraverso “la via maestra” si possa uscire dall’attuale disastro è ormai discorso ricorrente. Un numero crescente di persone ha maturato la convinzione che la Costituzione non è qualcosa di astratto e lontano, ma interessa invece da vicino il nostro quotidiano, l’esistenza di ciascuno nei suoi molteplici aspetti – dal lavoro alla salute, dall’ambiente alla scuola, dal rispetto della coscienza alla distribuzione delle risorse, dalla pace al paesaggio, dall’arte alla scienza, dall’informazione alla tutela del corpo – nel nome della solidarietà e dell’eguaglianza, per consentire ad ogni persona un’esistenza “libera e dignitosa”.
Realizzare la Costituzione costituisce un programma politico, ribadisce qui Paolo Flores; ed è questo il primo messaggio essenziale che dev’essere percepito e diffuso e che, effettivamente, si va diffondendo. Chi rivendica diritti lo fa nel nome della Costituzione, con la Costituzione in mano; è questo il primo passo per la trasformazione radicale del sistema italiano, per ridare fiato a un paese esausto, sfibrato dalla miseria morale contro cui combatte ogni giorno e sembra invincibile. E’ un messaggio che, recepito e diffuso, può aprire l’orizzonte a cose belle e dimenticate, la solidarietà in primo luogo, e l’onore che l’art. 54 esige da tutti coloro ai quali sono ‘affidate’ pubbliche funzioni, un messaggio che può ridare fiducia, e con la fiducia speranza.
Con chi realizzarlo un programma così seducente, che fa della Costituzione la sua stella polare? Con quale forza politica ? E’ questa la sfida che ci viene lanciata ponendo con forza il grave problema della rappresentanza: senza accesso alle istituzioni, senza presenze in grado di sostenerle nelle sedi della decisione politica, le richieste dei cittadini rimangono senza voce, prive di efficacia. Ci vuole un leader disposto a farsene portavoce, ci vogliono liste elettorali è la conclusione che viene indicata qui come inevitabile. E comporta l’esigenza “improcrastinabile” di proporre “una Lista elettorale di coerenti ‘amici della Costituzione’, di quanti hanno per programma la sua realizzazione”. I leader ci sono, si afferma, Rodotà e Landini: toccherebbe a loro farsene carico.
Ma una simile conclusione non contraddice apertamente l’affermazione – che appare condivisa- di non voler creare nuovi partiti o partitini? Ed è, inoltre, una soluzione che nella sostanza crea divisioni anziché unità. Un conto è essere uniti nel pretendere l’attuazione della Costituzione, un conto è votare per una lista politicamente segnata che abbia al suo vertice Landini, ossia la FIOM, oppure Rodotà, egli pure, forse, non da tutti interamente condiviso.
“La Strada Maestra” vuol parlare a tutti, a tutti i diversi che abbiano in comune l’intento fermo di pretendere il rispetto e l’attuazione della Costituzione, la realizzazione dei suoi obiettivi, la coerenza politica con i suoi principi. Persone che possono divergere su precise questioni, ma unite nell’unico, grande obiettivo.
Sollecitare una mobilitazione popolare sempre più estesa al fine di premere sul potere e riuscire a scalfirne l’indifferente lontananza è il primo, essenziale, momento del nostro percorso. Far sentire che la nostra presenza è forte, imponente, in grado di spostare gli esiti elettorali. Questo, mio avviso, è l’importante obiettivo che deve seguire alla diffusione e al radicamento del messaggio. Quanto più il movimento è imponente, compatto e visibile tanto più è in grado di richiamare l’attenzione dei politici sulla necessità di tenerne conto, rendendo loro ben percepibile la non convenienza di ignorarlo. Importante è far capire a chi fa politica che uno spazio a sinistra c’è, uno spazio politicamente ampio, democratico e costituzionale, che comprende molte diversità e rilevanti sfumature, tutte disposte però a sostenere i diversi candidati che facciano della Costituzione il loro programma.
E’ un tentativo, s’intende, e non è detto che dia esiti immediati e sicuri, ma è comunque un cammino importante che inizia dall’aggregazione forte e visibile del popolo che lotta per l’attuazione della sua Costituzione. Se altri vogliono formare un partito nuovo, con liste nuove e nuovi candidati potremo tutti valutarne la serietà, la consistenza, la forza di attrazione, il programma : ma non saremo noi a farlo.

IL M5S VOTERA’ IL DDL SULLE RIFORME COSTITUZIONALI DEL SENATORE PD VANNINO CHITI

Con una mossa a sorpresa, il M5S si dice disposto a votare il ddl sulle riforme costituzionali del senatore Pd Vannino Chiti, che va in direzione diversa rispetto agli accordi Renzi-Berlusconi. Secondo quanto si legge in una nota del capogruppo al Senato Maurizio Buccarella, “il Movimento 5 Stelle giudica il ddl Chiti una buona proposta. Con una serie di miglioramenti in tema di democrazia diretta e partecipata siamo pronti a sostenerlo”.

“In particolar modo – spiega Buccarella – appoggiamo il dimezzamento dei deputati e dei senatori ed il taglio delle indennità dei parlamentari (già attuato dal M5S) facendo salvo il bicameralismo e gli equilibri Costituzionali con Camera e Senato totalmente elettivi, inserendo come da noi proposto elementi di democrazia partecipata e diretta: referendum propositivi senza quorum e listituto del recall, cioè la possibilità da parte di tutti gli elettori di un dato collegio, di sostituire un parlamentare in corso di legislatura come avviene in California e tanti altri Stati USA”.Immagine

Intanto sulle riforme c’era stato un botta e risposta fra Chiti e il ministro competente, Maria Elena Boschi, fedelissima renziana. “Niente di nuovo sotto il sole: ringrazio il ministro Boschi di darmi atto di una coerenza di impostazione e quindi di non piegare le convinzioni sui cambiamenti alla Costituzione alle contingenze politiche del momento” aveva detto Chiti. Il ministro Boschi gli aveva chiesto di ritirare la proposta alternativa alla riforma del Senato. “Ritengo – aggiunge Chiti – che nella situazione italiana, nel 2014 (che non è il 1996) con la crisi di fiducia tra cittadini e istituzioni e il desiderio, a cui dare una risposta, di partecipazione diretta, la soluzione preferibile per la riforma del Parlamento sia una forte riduzione del numero dei deputati e dei senatori e un Senato eletto a suffragio universale. La Costituzione va vista nel suo insieme: esige equilibri tra le istituzioni e tra i poteri. Non si può avere per la Camera una legge ipermaggioritaria, come è lItalicum, ricentralizzare molte competenze, come è nella proposta del governo del nuovo Titolo V, e indebolire le funzioni di garanzia oltre che di rappresentanza dei territori del Senato”.

LE FONDAMENTA DELL’EUROPA DEI POPOLI

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Leale Sobieski in Jeanne d’Arc

“Presa della Bastiglia”, 1830, dipinto di Jean-Pierre Houël

La Liberté guidant le peuple”, 1789, dipinto di Eugène Delacroix

“Repubblica di San Marco” dipinto di Giovanni Fattori

“Il quarto stato”, 1901, dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo

 

 

Dolo, 5 maggio 201.- Le campagne elettorali per le prossime elezioni europee sono incentrate, tutte, sul destino dell’euro. Ma il problema Europa è prima politico e, poi, economico. Le case si costruiscono partendo dalle fondamenta e non dal tetto. Negli obbiettivi di Maastricht, la moneta unica rappresentava il culmine dell’unificazione dei popoli. Ripartiamo dalle radici culturali comuni e dalle fondamenta delle Costituzioni, per proporre una ricostruzione dell’Europa e, insieme, la ricostruzione morale dell’Italia.

     Mario Donnini

Parliamo di Europa e, prima di tutto: Cos’è l’Europa? Anzi, cosa è l’Unione Europea? Se diciamo che è un’organizzazione di carattere sovranazionale e intergovernativo e che comprende 28 Paesi membri indipendenti e democratici del continente europeo, abbiamo dato una definizione fattuale, ma non abbiamo detto niente.E’ necessaria, preventivamente, una analisi dei fatti, perchél’Unione Europea non è una semplice organizzazione intergovernativa come le Nazioni Unite e neppure una federazione come gli Stati Uniti d’America. E’ un organismo sui generis, un’anomalia a cui gli Stati membri delegano una parte o, praticamente, tutta la propria sovranità, nei campi stabiliti nei Trattati sottoscritti dai loro governi. Avremo modo, poi, di vedere con quale legittimità viene ceduta questa sovranità dai governi e non dai popoli. Soprattutto, al di là delle apparenze, l’Unione è divenuta un’anomalia perché è una creatura della finanza e non della politica. … Partecipate numerosi il 5 maggio alle 21.00, a Dolo o da casa Vostra, in streaming, con il codice di accesso che sarà pubblicato sulla piattaforma meetup.

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STATUTO DELL’ASSOCIAZIONE “I GRILLI PARLANTI – DOLO, CITTADINI M5S CONSAPEVOLI”

Accogliamo l’invito dell’assemblea a pubblicare il nostro statuto:        

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                                                   STATUTO

STATUTO DELL’ASSOCIAZIONE

“I GRILLI PARLANTI – DOLO, CITTADINI M5S CONSAPEVOLI”

 

ART. 1. COSTITUZIONE

Si è costituita, ai sensi dell’art. 36 e seguenti del Codice Civile e con durata illimitata, l’associazione non riconosciuta denominata “I GRILLI PARLANTI – DOLO, CITTADINI CONSAPEVOLI”, ente non commerciale senza fini di lucro.

Art. 2. SCOPI DELL’ASSOCIAZIONE

–       L’Associazione intende operare senza fini di lucro in questi settori: divulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana e dei Trattati europei, promozione della cittadinanza attiva, informazione, formazione.

L’obiettivo è favorire la partecipazione consapevole e diffondere strumenti di conoscenza e di analisi critica per innescare e favorire processi di cambiamento sociale.
Gli ambiti di intervento riguardano i molteplici aspetti della vita del cittadino all’interno della sua comunità, del suo territorio, della Nazione e dell’Unione europea.

L’associazione si rivolge agli italiani volenterosi, nel nome della “Libertà, dell’Eguaglianza, della Dignità e della Solidarietà”, che, nella concordia e nell’unione di spiriti e di intenti, anteponendo a ogni loro giusta aspettativa il bene della Nazione e, per essa, il progresso del popolo italiano, operando nel solco tracciato dal loro Leader spirituale, Giuseppe Grillo,
 vogliono offrire la loro opera per:

–       accompagnare i cittadini, verso la conoscenza dei principi fondativi della Costituzione, dei principi fondativi dell’Unione europea; verso la coscienza dei propri diritti e dei propri doveri, nel cammino verso la democrazia diretta, attraverso l’attribuzione direttamente al popolo sovrano della funzione di determinare la vita politica della nazione.

–       approfondire e divulgare le ragioni delle menomazioni subite dalla sovranità della Repubblica e dai principi fondamentali della Costituzione, primi fra tutti, il lavoro e il sociale!

–       comprendere le radici della tragedia dell’economia italiana, della degenerazione del sogno europeo, della dittatura finanziaria attuata attraverso la Commissione europea;

–       comprendere ogni altro tema che possa avere rilevanza nei riguardi del diritto dei cittadini alla giustizia, alla salute, all’istruzione, alla cultura e al mantenimento, comunque, di un livello di vita dignitoso, allo sviluppo sostenibile e, in particolare, tutto ciò che attiene a: lavoro, alternative sociali, tutela del territorio, salute, economia, ambiente, funzioni delle pubbliche Amministrazioni, etc..

 

Art. 3. ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE

L’attività dell’Associazione si svolgerà secondo le norme di cui al presente Statuto e degli eventuali regolamenti che potranno essere emanati. È espressamente escluso dagli scopi associativi l’esercizio di ogni attività confessionale e lucrativa.
L’Associazione:

  1. Organizza attività di informazione e formazione: incontri, conferenze, dibattiti, letture, proiezioni, giornate di studio, giornate di approfondimento, corsi e laboratori, visite guidate, etc. Le attività possono essere riservate ai soci e/o aperte al pubblico; possono prevedere l’intervento di esperti; possono essere gratuite o possono prevedere all’occorrenza un contributo per coprire i costi vivi; possono tenersi nella sede dell’Associazione o in altre sedi sul territorio, in base alle necessità.
  2. Promuove e/o favorisce esperienze di applicazione concreta nell’ambito locale, attraverso il coinvolgimento attivo e consapevole della cittadinanza.
  3. Realizza materiali informativi: testi per il web, fascicoli, pubblicazioni, materiali multimediali, etc.
  4. Presenta le proprie attività sul sito web grilliparlantidolocittadiniconsapevoli.it, sul suo blog: grillidolo.wordpress.com e nel meetup I Grilli Parlanti – Dolo, le promuove a mezzo stampa, sui media locali, sul web, o con altri mezzi di comunicazione ritenuti idonei.

Altre attività. L’Associazione:

  1. pone in essere ogni altra e qualsivoglia attività inerente o collegata con le precedenti;
  2. potrà iscriversi e partecipare alle attività di altri gruppi e meetup del M5S in diretta realizzazione degli scopi istituzionali;
  3. definisce e sottoscrive accordi di collaborazione e partnership con altri enti educativi e culturali pubblici e privati, riconosciuti e non riconosciuti (scuole, università, associazioni, etc.) per iniziative congiunte.

 

Art. 4. SEDE

La sede dell’Associazione è stabilita nel Comune di Dolo (VE), via Dauli, n. 5. L’Associazione potrà istituire o chiudere sedi secondarie o sezioni anche in altre città d’Italia o all’estero mediante delibera del Consiglio Direttivo. La sede potrà essere trasferita con delibera dell’Assemblea.

 

Art. 5 – SOCI

Sono componenti dell’Associazione tutti coloro che ne facciano esplicita richiesta, che siano in possesso dei requisiti morali compatibili con le finalità dell’Associazione. La loro ammissione è decretata dal Consiglio Direttivo. Sono soci di diritto gli iscritti al meetup I Grilli Parlanti – Dolo. Tutti i componenti sono ammessi a tempo indeterminato essendo esclusa ogni previsione di socio temporaneo o aderente all’Associazione solo a tempo limitato.
I soci iscritti partecipano di diritto alla vita culturale ed organizzativa dell’Associazione e non sussistono limitazioni all’esercizio dei relativi diritti. Tutti i soci hanno il diritto di voto nelle assemblee, sia ordinarie che straordinarie. Essi, in particolare, possono esercitare tale diritto per l’approvazione e per la modifica dello statuto e degli eventuali regolamenti, nonché per la nomina degli organi direttivi dell’associazione. Parimenti gli stessi possono essere eletti a tutte le cariche associative previste senza limitazione alcuna.
L’età minima per l’ammissione a socio è di anni diciotto. Non può essere ammesso come socio chi abbia riportato condanne penali passate in giudicato per delitti non colposi e chi si sia reso incompatibile con il Movimento 5 Stelle.

 

Art. 6 – PERDITA DELLA QUALIFICA DI SOCIO

La qualifica di socio si perde:
– per indegnità morale o incompatibilità conseguente al mancato rispetto delle norme e dello spirito del presente statuto e dello Statuto del Movimento 5 Stelle;
– per qualsiasi attività, diretta ed indiretta, mirante a politicizzare diversamente la propria adesione o il proprio contributo all’attività dell’associazione o agendo in modo tale da renderla strumento per il perseguimento di interessi personali in contrasto con gli scopi o con le norme del presente documento;
– per dimissioni volontarie;
L’esclusione dell’associato è deliberata dal Consiglio Direttivo.

 

Art. 7 – ORGANI SOCIALI

Gli organi sociali sono:
– l’Assemblea dei soci;
– il Presidente;
– il Consiglio Direttivo.
I soci minori di anni diciotto non possono ricoprire cariche sociali. Tutte le cariche sociali, considerato il loro carattere onorario, sono conferite ed accettate a titolo sostanzialmente gratuito. Esse non attribuiscono alcun diritto al rimborso delle spese sostenute per conto e nell’interesse dell’Associazione.

I componenti degli organi sociali si conformano a seguire il principio dell’alternanza, in ogni incarico che si renderà utile e necessario istituire per il raggiungimento degli scopi enunciati.

 

Art. 8 – L’ASSEMBLEA

L’Assemblea Generale dei soci è convocata in seduta ordinaria e straordinaria dal Consiglio Direttivo nelle forme prescritte.
L’Assemblea, in seduta ordinaria, è convocata obbligatoriamente entro il 30 giugno di ogni anno. La convocazione dell’Assemblea in seduta ordinaria o straordinaria può avvenire in qualsiasi momento su iniziativa del Consiglio Direttivo o in seguito a richiesta motivata di almeno un terzo dei soci aventi diritto al voto.
Ogni avente diritto può esprimere un solo voto, qualunque sia il valore della sua quota. Egli può farsi rappresentare da un altro socio che abbia diritto a partecipare. Ogni socio può essere portatore di una sola delega.

 

Art. 9 – CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA

L’Assemblea è convocata con avviso spedito via email o lettera ai soci almeno otto giorni prima dell’adunanza, nonché in ogni altra forma di pubblicità che il Consiglio Direttivo ritenga idonea al fine di garantire l’effettività del rapporto associativo. Con le stesse modalità deve essere inoltre garantita idonea forma di pubblicità e di conoscenza per le deliberazioni assembleari assunte. Saranno comunque considerate validamente costituite anche le assemblee non convocate nei modi previsti, qualora siano presenti o validamente rappresentati tutti i soci aventi diritto di voto, il Presidente dell’Associazione nonché il Consiglio Direttivo al completo.

 

Art. 10 – PARTECIPAZIONE ALL’ASSEMBLEA

Hanno diritto a partecipare all’Assemblea e ad esprimere il loro voto tutti i soci che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età, che abbiano un’anzianità di iscrizione di almeno tre mesi. Le Assemblee sono validamente costituite, in prima convocazione, qualora risulti presente almeno la metà dei soci avente diritto al voto; in seconda convocazione, da indirsi almeno un’ora dopo la prima, qualunque sia il numero dei soci convenuti. L’Assemblea è diretta dal Presidente dell’Associazione. In difetto, il Presidente dell’Assemblea viene nominato dai presenti. L’Assemblea nomina il Segretario, il moderatore e il verbalizzante. Delle riunioni delle Assemblee si redige relativo verbale, firmato da Presidente e Segretario. Il Presidente è tenuto a constatare la regolarità della convocazione, delle deleghe, del diritto di intervento e di voto.

 

Art. 11 – ATTRIBUZIONI DELL’ASSEMBLEA

All’Assemblea ordinaria sono attribuite le seguenti prerogative:

  • approvare la relazione del Consiglio Direttivo sull’attività svolta nell’anno sociale trascorso;
  • eleggere, al termine di ogni biennio associativo, il Presidente, il Vice Presidente ed i componenti del Consiglio Direttivo;
  • approvare i programmi dell’attività da svolgere;
  • decidere in merito a tutte le questioni che il Consiglio Direttivo ritiene opportuno sottoporle ed a quelle proposte dai soci.

L’Assemblea straordinaria delibera sulle modificazioni dello Statuto, sullo scioglimento dell’Associazione.
Le proposte dei soci devono pervenire al Consiglio Direttivo almeno quindici giorni liberi prima dello svolgimento dell’Assemblea, sia essa ordinaria o straordinaria.
Le deliberazioni dell’Assemblea ordinaria vengono approvate con la maggioranza costituita dalla metà più uno dei votanti mentre quelle di competenza dell’Assemblea straordinaria sono assunte con la maggioranza dei due terzi dei votanti.

 

Art. 12 – IL CONSIGLIO DIRETTIVO

Il Consiglio Direttivo è composto dal Presidente, dal Vice Presidente e dai Consiglieri eletti dall’Assemblea in numero di tre.
Il Consiglio Direttivo eleggerà il Segretario dell’Associazione, scelto anche al di fuori del suo seno, ma comunque tra i soci. In tal caso il Segretario non ha diritto di voto in Consiglio.
Il Consiglio Direttivo si riunisce, anche in streaming, su convocazione del Presidente. Esso si riunirà ogni qualvolta il Presidente o almeno tre soci lo riterranno opportuno. Le deliberazioni del Consiglio Direttivo sono valide con la presenza della maggioranza dei consiglieri aventi diritto di voto e sono assunte a maggioranza assoluta. Il voto di un Consigliere non può essere dato per rappresentanza.
Il Presidente è il rappresentante legale dell’Associazione. Egli presiede il Consiglio Direttivo, nel quale ha voto decisivo in caso di parità.
Il Vice Presidente sostituisce il Presidente, assumendone i poteri, in caso di impedimento o di sua assenza prolungata.

 

Art. 13 – ATTRIBUZIONI DEL CONSIGLIO DIRETTIVO

Al Consiglio Direttivo sono devolute tutte le attribuzioni inerenti l’organizzazione amministrativa e tecnica dell’Associazione.
Tra l’altro il Consiglio Direttivo:

  • stabilisce la data dell’Assemblea Ordinaria dei soci, da indirsi almeno una volta l’anno, e convoca l’Assemblea Straordinaria ogni qualvolta lo reputi necessario;
  • dà attuazione alle deliberazioni dell’Assemblea;
  • emana i regolamenti interni di attuazione del presente Statuto per il corretto ordinamento dell’attività sociale;
  • gestisce l’Associazione e decide su tutte le questioni sociali non rientranti nelle competenze dell’Assemblea.

 

Art. 14 – ARBITRATO E RINUNCIA ALL’AZIONE GIUDIZIARIA

Salvo quanto previsto dall’ultimo comma del presente articolo, ogni controversia che possa insorgere tra i soci ovvero tra gli organi della presente Associazione o tra i loro componenti per l’interpretazione del presente statuto, degli eventuali regolamenti emanati o per altro qualsiasi motivo comunque attinente all’attività associativa, sarà devoluta all’inappellabile decisione di un Collegio Arbitrale composto da tre membri, due dei quali scelti dalle parti ed il Presidente della Associazione.
I componenti del Collegio in tal modo costituito, perché così espressamente convenuto ed accettato, giudicheranno in forma libera ed irrituale quali amichevoli compositori, inappellabilmente e senza le formalità procedurali previste dal codice di procedura civile. L’inottemperanza alla decisione arbitrale così come l’adito ad azione avanti all’Autorità Giudiziaria Ordinaria comporteranno l’esclusione dai socio inadempiente dall’Associazione.

 

Art. 15 – NORMATIVA APPLICABILE

Per quanto non previsto dal presente Statuto trovano applicazione le norme previste dal codice civile in materia di associazioni non riconosciute.

I soci fondatori:

Mario Donnini                        Carlo Zanatto

Alido Fanton                           Luca Martinello

Antonio Lucca                        Antonio Brianza

Renato Basato                        Fausto Gerometti

Michele Furlan                        Giancarlo Quadarella

Massimo Giacon                        Roberto Pattaro

Chiara Piazza                              Paolo Longhi

Sergio Ferranti                        Lialisa Beretta Faccanoni

 

Dolo, 3 marzo 2014

Il Presidente Mario Donnini