Archive | March 2014

CONSUMARE CANNABIS FIN DA RAGAZZI FA DIMINUIRE IL QI © Tomas Rodriguez/Corbis

Un nuovo studio ha misurato le prestazioni cognitive di un migliaio di persone dai 13 ai 38 anni, valutando possibili correlazioni con l’abuso di sostanze: i dati dimostrano che i forti consumatori di cannabis fin dall’adolescenza hanno un calo del quoziente d’intelligenza di otto punti, e che l’interruzione dell’abuso non sembra determinare un pieno recupero delle funzioni neuropsicologiche.

Otto punti in meno nel QI: è il calo delle prestazioni intellettive che può colpire chi consuma cannabis a lungo e fin dall’adolescenza, secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” a firma di Madeline Meier della Duke University di Durham, nel North Carolina, e colleghi.
Varie ricerche hanno cercato di valutare la possibile correlazione tra il consumo a lungo termine di cannabis e l’insorgenza di problemi neuropsicologici. La maggior parte di esse ha confermato l’effetto negativo della sostanza, mentre non sono univoci i risultati sulla possibile persistenza dei danni dopo il periodo di intossicazione acuta.

ImmagineIn quest’ultimo lavoro, gli autori hanno condotto un’analisi mirata dei dati raccolti in quasi 30 anni dal Dunedin Longitudinal Study, che valuta periodicamente il quoziente di intelligenza e altri indici neuropsicologici di 1037 neozelandesi nati negli anni 1972 e 1973 seguiti fino all’età di 38 anni. Per tutto il periodo dello studio, sono stati monitorati anche i comportamenti e le abitudini dei soggetti, tra cui appunto l’abuso di sostanze.

La lunghezza dello studio ha consentito quindi di confrontare i parametri cognitivi nella prima adolescenza (la prima valutazione è stata effettuata a 13 anni) e nelle età successive, rilevando che il QI tende a diminuire, ma con notevoli differenze correlate agli stili di vita. In chi non ha mai fatto uso di cannabis il calo è in media di un solo punto, ma arriva a circa otto punti nei più accaniti consumatori di cannabis che hanno iniziato a fumare in adolescenza.
La scoperta è ancora più significativa se si tiene conto che i ricercatori hanno controllato i fattori che avrebbero potuto confondere i dati, tra cui il livello di istruzione, l’abuso di altre sostanze, o l’insorgenza di patologie psichiatriche, come la schizofrenia. Inoltre, a carico dei soggetti con il maggior consumo di cannabis i ricercatori riportano altri problemi cognitivi, come la difficoltà di concentrazione. Infine, l’interruzione dell’abuso non sembra portare a un pieno recupero delle funzioni neuropsicologiche.
I risultati, concludono i ricercatori, dovrebbero indurre a una maggior attenzione ai problemi connessi al fumo di hashish e marijuana, soprattutto quando esso inizia nell’adolescenza, un periodo assai delicato per lo sviluppo neurofisiologico e quindi anche per le funzioni cognitive.

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LA CASTITA’ SI TRAMANDA DI PADRE IN FIGLIO

Napolitano junior, il principe ereditario. Immagine

Professore universitario dalle amicizie importanti: è lui il Gianni Letta della Terza Repubblica?

Alessandro Da Rold e Marco Fattorini

06/03/2014

Giulio Napolitano, figlio di Clio e del presidente Giorgio, vanta già numerosi soprannomi sebbene abbia appena 44 anni. Ne compirà 45 a luglio, ma nei palazzi romani c’è già chi lo definisce il “principe ereditario dell’aristocrazia comunista” o anche il “Gianni Letta della rottamazione”, nel senso che appare già come il candidato naturale per quel lavoro di tessitura economico-politica bipartisan, appaltato nella prima e nella seconda Repubblica all’ex direttore del Tempo. Nella Terza Repubblica targata Matteo Renzi e Enrico Letta s’inserisce Giulio insieme con il fraterno amico e avvocato Andrea Zoppini, titolare dell’omonimo studio legale tra i più importanti di Roma, attivi entrambi in questa fase così confusa per la Repubblica Italiana, tra cambi di governo in corsa e una partita sulle nomine nelle aziende pubbliche, da Eni a Finmeccanica, che toglie il sonno a tanti boiardi di Stato. Del resto il giovane Napolitano conosce bene la pubblica amministrazione e sa muoversi nel regno dell’apparato statale con grande disinvoltura.

Insegna diritto amministrativo all’Università Roma Tre, ateneo pubblico dai maligni anche definito “l’università dei Ds”. L’appellativo deriva da un incrocio di circostanze più o meno casuali che fanno dei palazzi lungo l’Ostiense una sorta di Quirinale bis. Da queste parti non è mai stato dimenticato il rettore Guido Fabiani, vero e proprio simbolo dell’ateneo capitolino. In carica per quattro mandati – celebre ancora oggi il voto in senato accademico con cui modificò lo statuto che ne consentiva al massimo due – ha lasciato nel 2013 dopo essere stato nominato assessore alle Attività Produttive e allo Sviluppo Economico della giunta regionale del Lazio di Nicola Zingaretti. Fabiani è sposato con Talia Binotti, sorella di Clio Napolitano, quindi cognato del Capo dello Stato. La figlia Anna Fabiani, cugina di Giulio, insegna Scienze Biologiche sempre a Roma Tre, mentre suo marito Alberto Tenderini è responsabile delle iniziative sportive nella stessa Università. A questo si aggiunga una nota di colore: nel medesimo ateneo si è mossa Clara Fraticelli, oggi avvocato e ieri dottoranda di ricerca in diritto amministrativo nota alle cronache del gossip per una storia d’amore proprio con Napo Junior.

Generazione quarant’anni, quindi, ma il curriculum di Giulio è tutt’altro che timido: un dottorato alla scuola Sant’Anna di Pisa, un contratto di ricerca alla Sapienza e poi il posto da professore associato all’Università della Tuscia. Nel mezzo una decina di volumi pubblicati per Il Mulino, paper, riviste scientifiche, commissioni di studio e consulenze per i ministeri. Gli vengono riconosciute «eccellenti competenze giuridiche», si muove tra regolazione di servizi pubblici, semplificazione amministrativa, enti sportivi e autorità indipendenti. Nel 2007 Roberto Tomei, dirigente Istat che aveva partecipato al concorso di professore associato in Molise con Napolitano, si rivolse al Tar perché sosteneva che la commissione esaminatrice avesse sopravvalutato i titoli presentati dal figlio del presidente della Repubblica. Il Consiglio di Stato gli diede ragione, ma non ci fu nulla da fare. «Mi arrendo a Napolitano junior» disse in un’intervista a Italia Oggi. Del resto sono in tanti, tra uomini e donne, a essersi arresi al secondogenito dell’ex dirigente del Pci.

Oltre al lavoro però ci sono le passioni, in primis quella per il calcio. La fede laziale di Giulio ha scandito la quotidianità del padre Giorgio. Anni Ottanta: si racconta che al termine di una delicatissima riunione del Pci Napolitano confessò di dover scappare a casa per consolare il figlio amareggiato dalle delusioni della squadra biancoceleste. Crescendo, la professione di fede non viene meno e Giulio continua a seguire la Lazio anche allo stadio Olimpico dove peraltro fu paparazzato al fianco dell’ex fidanzata Marianna Madia. L’attuale ministro per la Pubblica Amministrazione e la semplificazione prova a far chiarezza: «Con lui cominciai una storia sentimentale quando suo padre Giorgio era ancora solo un ex e illustre dirigente del Pci, poi sono stata a cena al Colle una sola volta».

Donne a parte, la passione di Giulio per lo sport si è trasformata in lavoro: in questi mesi il presidente del Coni Giovanni Malagò gli ha affidato la riscrittura della riforma della giustizia sportiva. Nel 2012 è stato nominato commissario ad acta della Federcalcio da Giancarlo Abete. «Si è messo subito al lavoro – faceva sapere l’ufficio stampa – per procedere all’adeguamento dello statuto federale». In un momento di tensione per il palazzo del calcio il compito era quello di sbrogliare la matassa della ripartizione dei seggi al Consiglio Federale. Il commissario Napolitano ha dovuto «individuare nell’ambito delle proprie competenze i nuovi pesi ponderati e i livelli di rappresentanza all’interno del consiglio». Andando a ritroso si arriva nel 2006, quando Giulio ha preso parte alla Commissione per la riforma della disciplina delle società sportive, mentre un anno prima era membro della Camera di conciliazione e arbitrato per lo sport che ha condannato il campione della terra rossa Adriano Panatta per una vicenda legata a sponsorizzazioni con la Federazione Italiana Tennis. Esperienza, quella della Camera di conciliazione, portata avanti con il «gemello» Andrea Zoppini, che all’epoca vestiva i panni di avvocato della Fit.

Zoppini ha lo studio legale attualmente più forte sulla piazza romana. Il suo studio è stato consulente di Poste Italiane nell’aumento di capitale di Alitalia. In passato ha avuto a che fare anche con Ferrovie dello Stato, già sottosegretario alla Giustizia del governo Monti fu costretto alle dimissioni perché indagato per frode fiscale in un’inchiesta poi archiviata dalla procura di Verbania. Aziende statali sembra essere la parola d’ordine per la coppia Zoppini-Napolitano. Nel caso di Giulio oltre all’università c’è stato spazio per incarichi come quello alla presidenza dell’Organo di Vigilanza in Telecom Italia. I maligni sussurrano che negli ultimi mesi l’attivismo del secondogenito dei Napolitano sia mal digerito dallo stesso Renzi. Già molto calda, la situazione diventerà rovente a metà aprile quando ci sarà la lista dei nomi per le 600 poltrone nelle grandi aziende statali dove un tempo decideva Letta, spesso in combinata con il faccendiere Lorenzo Bisignani.

531763_377440238954255_740891036_n       ndr senza cattiveria:  ma ci sono anche i figli di italiani di serie……..

E Giulio, proprio come Gianni Letta, è figlio, non per sua colpa, della Roma intarsiata di salotti, amicizie facoltose, teatri e tennis club. Perfettamente inserito negli ambienti giusti sin dagli anni dell’adolescenza (gli studi classici al liceo Visconti) Giulio non disdegna la Toscana. È questo il refugium peccatorum di borghesia illuminata e classe dirigente pariolina che ciclicamente apparecchia il proprio esodo dal Grande Raccordo Anulare per atterrare in zona Argentario. A Capalbio, avamposto dei salotti estivi che contano, Napolitano Junior è stato avvistato per momenti di relax e vacanza. Nella stessa cittadina era solito frequentare la casa dell’editore Angelo Rizzoli, elegante cenacolo bipartisan dove il rampollo Napolitano ha incrociato anche Renata Polverini e Fabrizio Cicchitto. Nella vicina Ansedonia, siamo sempre in provincia di Grosseto, si è concesso passeggiate in riva al mare con Sabino Cassese, il giudice costituzionale di cui Giulio è stato allievo curandone anche il Dizionario di diritto pubblico edito da Giuffrè.

Con un papà di tale stazza politica tenersi fuori dall’agone è impresa ardua, forse impossibile. Nello scorso aprile, durante le votazioni in Parlamento per l’elezione del nuovo capo dello Stato spuntò anche un voto per Giulio, «che però non ha i requisiti poiché non raggiunge i 50 anni di età». Scherzo beffardo, per molti un antipasto della riconferma al trono di papà Giorgio, il Re. Ma Giulio non ha fatto mancare il suo contributo personale, anzitutto da militante. Chi lo conosce bene non esita a definirlo «un riformista di sinistra» e i più puntigliosi ricordano quella volta che al congresso dei Democratici di Sinistra votò per la mozione Morando. In una conversazione con Claudio Cerasa de Il Foglio, Giulio Napolitano spiega la politica vista dalla plancia dei quarantenni: «Siamo figli dell’età post ossessioni ideologiche, un’età in cui la cultura della conciliazione, grazie anche alla nascita dell’Unione Europea, ci ha aiutato a seguire un percorso autonomo, molti di noi sono maturati all’interno di esperienze aggregative diverse dalle sezioni e dai circoli di partito. Chi è nato nei nostri anni il collante politico-culturale se l’è dovuto costruire e chissà, magari la partecipazione a centri di ricerca, uffici studi, fino ai famigerati think tank nasce proprio da qui».

Non è un caso che le consuetudini politiche del giovane Napolitano lo vedano frequentatore di alcuni tra i think tank più blasonati della cosa pubblica nostrana come Astrid, fondazione “per l’analisi, gli studi e le ricerche sulla riforma delle istituzioni democratiche e sull’innovazione nelle amministrazioni pubbliche”, presieduta da Giuliano Amato e Franco Bassanini. Ma Giulio ha scritto anche per la creatura dalemiana Italianieuropei, passando pure dal centro studi Arel di Nino Andreatta e dal cenacolo di Vedrò, feudo di Enrico Letta. All’ex premier, con cui condivide l’anno di nascita 1969, lo lega un’amicizia cementificata dai trascorsi professionali: Giulio è stato suo braccio destro e consulente giuridico quando Enrico sedeva alla poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Prodi, ma gli insider aggiungono un altro dettaglio: «Da anni Letta si avvale della collaborazione di Giulio in qualità di ghost writer». Letta ha fatto la sua parte firmando l’introduzione del libro di Napo Junior “Le autorità al tempo della crisi”, saggio poi presentato in pubblico, tra gli altri, da Ferruccio De Bortoli, Antonio Catricalà e Giulio Tremonti.

Al papà, Re Giorgio, viene rimproverato l’eccessivo interventismo sui governi, per questo s’è beccato la corona mediatica del monarca. E a lui, il figlio, ultimamente è stata addebitata qualche ingerenza di troppo a margine delle consultazioni per la formazione della squadra di governo. A metà febbraio è Paolo Granzotto sul Il Giornale a incorniciare il chiacchiericcio di palazzo riferendo che Giulio avrebbe partecipato a un summit del premier incaricato con Giorgio Napolitano. «Assolutamente falso», replica con una nota il direttore dell’ufficio stampa del Quirinale Maurizio Caprara, che sente il bisogno di precisare: «Mai è stato presente alcun familiare ai colloqui istituzionali del presidente Napolitano». Eppure nei palazzi si continua a mormorare.

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Dibattito sul tema allo studio: “Vincolo di mandato, gruppo misto, voto segreto”.

L’espulsione, anzi l’auto-espulsione di alcuni parlamentari volutamente e pervicacemente dissidenti dalla politica delle 5 Stelle, ben accetta da loro fino all’elezione, ha dato nuovo impulso allo studio sul Vincolo di mandato, gruppo misto e voto segreto, finalizzato ad una serata da programmare. Antonio Castellani ha aperto il dibattito, cui invito a partecipare:

Antonio Castellani  :  Ai temi in corso di studio riguardo il vicolo di mandato art.67 , aggiungersi anche il successivo art.68

mario donnini : Certamente Antonio, l’insindacabilità affermata dall’art. 68 della Costituzione, costituisce un ulteriore puntualizzazione di quella autonomia generale scaturente dall’elezione e costituisce una esplicazione del principio posto dall’art.67, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Questo principio fu adottato dai padri costituenti perché coerente con l’impianto dato alla Costituzione, ma non ha valore assoluto.

Noteremo anche come il mandato di portavoce che si attribuisce agli eletti dei 5 Stelle è palesemente divergente dal modello costituzionale. Tutto ciò, però, deve essere rapportato al quadro democratico prefigurato dall’art. 49 Cost. secondo cui, “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, dove il ruolo dei partiti e l’appartenenza ad essi obbedivano a una “morale” diversa e dove l’assoluta autonomia del parlamentare costituiva un elementare garanzia di democrazia.

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COSA SI RISCHIA IN UCRAINA? FACCIAMO UN PÒ DI STORIA DELLA CRIMEA.

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Quando il presidente Viktor Yanukovich è fuggito a Kiev questa settimana , si è stati tentati di supporre che la crisi dell’Ucraina era finita : Euromaidan aveva vinto e le forze della democrazia di stile occidentale avevano prevalso sulla repressione del Cremlino guidata di Yanukovich .

Se solo fosse così semplice, ma non lo è. Negli ultimi giorni tutti gli occhi sono puntati sulla penisola di Crimea meridionale dell’Ucraina e le cose non sembrano così rosee. La Crimea, la cui popolzione è per il 60 per cento di lingua russa, ospita la base della Flotta del Mar Nero della Russia. Abbiamo visto alcuni sviluppi preoccupanti negli ultimi giorni : Giovedi’, uomini armati hanno sequestrato gli edifici governativi nella capitale e vi si sono barricate dentro, alzando bandiere russe.

La situazione di Crimea è, per molti versi causata dalla crisi politica in Ucraina, derivata da una storia complicata. Per la maggior parte in America e in Europa occidentale questa storia è probabilmente oscura – non c’era una guerra o qualcosa lì ? Diamo uno sguardo indietro. Che significa anche la Crimea ?

Come ho scritto alla fine dell’anno scorso, l’uso una volta diffuso del nome “Ucraina ” ha spesso irritato proprio gli ucraini, molti dei quali considerano che l’implicazione è che l’Ucraina è una regione, non è un paese e, quindi, potrebbe essere conquistata da maggiori poteri. La stessa logica potrebbe essere applicata alla Crimea: Per secoli la penisola di Crimea, che occupa una posizione di importanza strategica sul Mar Nero, è stata contesa da varie forze straniere .

Prima di essere conosciuta come Crimea, per esempio, la penisola era conosciuta come ” Tauride ” dai greci e dai romani; entrambi incorporarono la regione nei loro regni e imperi. Queste non erano le uniche forze straniere che dominavano la Crimea, e in altri periodi del suo passato è stata invasa e governato dalle tribù gotiche, lo stato della Rus ‘di Kiev, gli imperi di Bisanzio e dei Mongoli, tra molti altri. Dalla metà del 1400 esisteva come Khanato di Crimea, un protettorato dell’Impero Ottomano, durante il quale divenne il centro di un commercio di schiavi fiorente.

Il moderno nome di ” Crimea” sembra provenire dalla lingua del tartari di Crimea, un gruppo etnico turco che è emerso durante il Khanato di Crimea. I tartari chiamarono la penisola ” Qırım “. Mentre la Russia, che annesse lo Stato nel 1783, ufficialmente aveva cercato di cambiare il nome nella Taurica. Crimea è stato ancora utilizzato in modo informale e, infine, è riapparso ufficialmente nel 1917.

In ” I tartari di Crimea : ritorno in patria : Studi e Documenti “, Edward A. Allsworth spiega che il suo nome potrebbe essere stato derivato dal paesaggio aspro e dalla posizione strategica della penisola e può aver significato “fortezza ” o ” roccaforte “. Se questo è esatto, il nome Crimea è forse più conosciuto nella lingua inglese per la guerra di Crimea, che ha avuto inizio nel 1853 e ha coinvolto per tre anni in sanguinosi combattimenti la Russia e l’alleanza dell’impero ottomano, la Francia , la Gran Bretagna e la Sardegna. Benché la Russia alla fine abbia perso la guerra di Crimea e abbia subito notevoli danni, la penisola è rimasta parte della Russia.

La penisola ha vissuto un XX° secolo molto difficile.

Tank Panzer IV e soldati tedeschi in Crimea nel 1942 ( Bundesarchiv ).

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre che ha determinato la fine dell’ impero russo, nel 1917, la Crimea per un breve tempo si trovò ad essere uno Stato sovrano, che, però, non durò a lungo: Fu subito coinvolto nella guerra civile russa, dove divenne una roccaforte per l’Armata Bianc. A seguito del succedersi dei governi in pochi anni, la Crimea divenne la Crimea Repubblica socialista sovietica autonoma nel 1921 ed entrò a far parte dell’Unione Sovietica . Rimase così fino al 1945, quando divenne la Crimea Oblast, una regione amministrativa della Russia .

Come per gran parte del fronte orientale, l’esperienza della Crimea nella seconda guerra mondiale fu incredibilmente traumatica: E ‘ stata occupata dalla Germania nazista e la città portuale di Sebastopoli fu quasi distrutta nei combattimenti. Una volta che l’Armata Rossa ebbe riconquistato la Crimea nel 1944, con la forza deportò l’intera popolazione dei tartari di Crimea nell’Asia centrale come punizione per la collaborazione data alle forze tedesche. Quasi la metà si ritiene siano morti lungo la strada. Al popolo tartaro, che aveva abitato nella penisola per secoli, non è stato permesso di tornare in Crimea fino alla fine della Unione Sovietica. Essi non hanno mai dimenticato le loro sofferenze.

Con i tartari di Crimea deportati dalla penisola, insieme a un gran numero di greci e armeni, la Crimea divenne un territorio molto russo. Poi, nel 1954 , qualcosa di insolito è accaduto : la Russia l’ha ceduta all’ Ucraina .

Perché il Premier Nikita Khrushchev decise di trasferire la Crimea Oblast alla Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina ? In un messaggio informativo sopra a Slate, Joshua Keating riprende alcune possibilità . Per prima, la Crimea – un luogo strategicamente importante anche ottimo per l’agricoltura – è stato visto come un “dono” per l’Ucraina, il cui popolo aveva sofferto terribilmente durante la seconda guerra mondiale. I contadini di Crimea potrebbero ora essere ricompensati con terreni in Ucraina. Krusciov, anche se aveva preparato la sua strada attraverso il partito comunista ucraino, probabilmente sentiva un legame con la regione.

E probabilmente anche non avvertiva un grosso problema, al momento.  Ai tempi dell’Unione Sovietica, la differenza tra l’Ucraina e la Russia forse era solo nominale. Dal 1991 e dopo il crollo sovietico, le cose assunsero un’importanza ovviamente un po ‘diversa. Mentre per molti, il nuovo Presidente Boris Yeltsin, apparentemente, sembrava incline a richiedere che la Crimea fosse restituita alla Russia, questo non è mai avvenuto . (Come nota a margine, quando hard- liners hanno cercato di costringere il presidente Mikhail Gorbaciov a un colpo di stato nel 1991, il leader sovietico era nella sua casa di vacanza – in Crimea) .

Quando l’Ucraina ha tenuto il referendum per l’indipendenza nel dicembre 1991, il 54 per cento degli elettori della Crimea ha votato a favore dell’indipendenza dalla Russia. E ‘stata la maggioranza, ma la meno grande che si sia avuta in Ucraina. Dopo una breve bagarre con il governo ucraino, poco indipendente da Mosca, la Crimea ha accettato di rimanere a  far parte dell’Ucraina, ma con autonomia significativa ( compresa la propria Costituzione e legislazione e – per breve periodo – il proprio presidente ). Nel 1997, l’Ucraina e la Russia hanno firmato un Trattato bilaterale di amicizia , cooperazione e partenariato, che formalmente ha permesso alla Russia di mantenere la sua Flotta del Mar Nero a Sebastopoli .

Allora perché accade tutto questo adesso?

Le proteste Euromaidan sono state spesso dipinte come una battaglia tra l’Occidente filo-europeo e l’ Est pro-russo; un retaggio della dominazione russa nella storia Ucraina. Questo potrebbe apparire come qualcosa di una semplificazione eccessiva, certo, ma è un’idea che prevale, sia all’estero che all’interno dell’Ucraina .

Dato che la Crimea ha una storia moderna intrinsecamente legata con la Russia; che contiene la maggior parte della popolazione di etnia russa all’interno dell’Ucraina; che ospita una parte significativa della marina russa a Sebastopoli, la Crimea è chiaramente una penisola importante in questo contesto. Aggiungigli  la minoranza tartara della Crimea (12 per cento nel 2001) che ha abbastanza buon motivo per diffidare di Mosca , oltre a un sacco di ucraini , e la situazione potrebbe facilmente diventare esplosiva.

Naturalmente, ripercorrere la storia della Crimea non significa automaticamente prefigurare un conflitto. Mentre, in questi ultimi giorni,  ai nazionalisti russi in Crimea è stato prestato molto favore, alcuni, invece, sostengono che non sono una forza coerente. Ellie Knott , candidato al dottorato alla London School of Economics, che svolge attività di ricerca in Crimea, ha sostenuto in modo convincente che i separatisti nazionalisti e i russi della Crimea sono in pratica ostacolati dalle proprie divisioni interne, e che molti russi etnici in Crimea hanno un senso più complicato dell’identità nazionale di quanto potrebbe apparire a prima vista . E, mentre la Russia non si è mostrata disposta a farsi coinvolgere negli affari degli Stati post-sovietici, più di recente, con la Georgia e con lo stato secessionista dell’Ossezia del Sud, alcuni prevedono, invece, che in un vicino futuro, sarà apertamente portata a farsi coinvolgere in una disputa con l’Ucraina in qualunque momento.

Se c’è una cosa che si può dire sulla storia della Crimea , è che è stata ricca di sorprese .Il suo futuro potrebbe esserlo, troppo.

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