TORNIAMO A PARLARE DI TTIP

I negoziati per il Transatlantic trade and Investment Partnership procedono lentamente mentre in Europa cresce la disapprovazione di noi cittadini. Questo perché il TTIP (CETA quello per il Canada) produrrà gravissimi danni alla civiltà europea ed italiana in particolare. Questo in termini di distruzione del welfare pubblico e dei beni comuni, di distruzione dell’ambiente, dell’agricoltura di qualità ed in particolare di quella basata sui cicli corti, ecc.

Vorrei dare un senso a questa nostra partecipazione con una serata nella quale presentare i vostri approfondimenti su questo e su gli altri problemi che emergono da questo trattato sul piano economico e geopolitico.

Immagine Per chi non ha seguito. Dove ci porta il TTIP/CETA:

L’obiettivo è dar luogo ad un trattato di libero scambio tra Europa e Nord America che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti dei due continenti, in modo da non aver più alcun ostacolo alla libera circolazione  delle merci e alla libertà di investimento e di gestione dei servizi. Questo significa abolire i dazi (bassi per il vero: 5,2 USA e 3,5 UE), ma soprattutto uniformare i regolamenti Usa e Ue in modo da costruire un unico grande mercato. Per dare una idea dell’enorme importanza di questa operazione, occorre tener presente che tra gli argomenti trattati vi è: “l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, gli appalti pubblici, gli investimenti materiali, l’energia e le materie prime, le materie regolamentari, le misure sanitarie e fitosanitarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, lo sviluppo sostenibile, le piccole e medie imprese, la composizione delle controversie, la concorrenza la facilitazione degli scambi, le imprese di proprietà statale”. Le sole produzioni audiovisive sono state tolte dalla trattativa grazie alla meritoria opposizione del governo francese.

Ovviamente i nostri governanti magnificano gli elementi positivi che scaturiranno da questa ulteriore liberalizzazione del mercato, parlando di significativi aumenti del Pil e del reddito pro capite oltre a milioni di nuovi posti di lavoro. Questa tesi ovviamente non ha fondamento, in quanto non si capisce perché un ulteriore aumento di concorrenza al ribasso sui costi dovrebbe far aumentare il prodotto interno lordo.

Il punto più rilevante però non è dato dalle solite promesse infondate che vengono fatte dai nostri governanti. Il punto più pericoloso è che l’uniformazione dei regolamenti tra Usa e Ue produrrà tendenzialmente una uniformazione al ribasso. Questa ipotesi è così vera che Obama ha chiesto di togliere dal negoziato i mercati finanziari, portando a motivazione che le regole in vigore negli Stati Uniti sono più severe di quelle europee (vero) e dando quindi per scontato che nella trattativa verrebbero rimosse le regole più severe che proprio la sua amministrazione ha inserito.

Questa uniformazione al ribasso delle regole avrebbe delle ricadute disastrose sull’Europa ed in particolare sull’Italia.

Per quanto riguarda l’agricoltura, negli Usa infatti è possibile coltivare prodotti Ogm, è possibile utilizzare gli ormoni nell’allevamento degli animali destinati all’alimentazione, così come non riconoscono la denominazione d’origine controllata. Sarebbe così possibile commercializzare Chianti o Barolo prodotto in California e denominare Parmigiano reggiano qualsiasi formaggio duro.

Per quanto riguarda i servizi si ipotizza di escludere dalla trattativa solo quelli per i quali non esiste offerta privata: l’acqua , la sanità, l’istruzione e cioè il complesso dei beni comuni e del welfare rischiano di essere completamente privatizzati e snaturati.

Per quanto riguarda l’ambiente le regole Usa sono molto meno vincolanti: non esiste la carbon tax e le aziende potranno contrapporre la loro aspettativa di guadagno alla difesa della salute attuata dagli stati. Emblematico – nell’ambito del trattato di libero commercio tra Usa e Canada (Nafta) – che lo stato del Quebec – che ha votato una moratoria sull’estrazione dello shale gas in nome della difesa della salute della popolazione – sia stato portato di fronte al tribunale arbitrale del Nafta dalle industrie Usa del settore, a causa della perdita di potenziale guadagno derivante dalla sua decisione.

In primo luogo sul piano economico chi ci guadagnerà di più saranno gli Usa e non l’Europa. Banalmente i dazi medi che le merci europee pagano per entrare in Usa sono del 3,5% mentre i dazi medi che le merci Usa pagano per entrare in Europa sono del 5,2%. A questa piccola differenza si deve sommare il fatto enorme che gli Usa hanno un sistema sanitario ed educativo sostanzialmente privato. Negli Usa vi sono cioè le aziende private in grado di colonizzare il mercato europeo in settori ove l’Europa – e segnatamente l’Italia – ha un sistema pubblico che sarebbe semplicemente scardinato dalla concorrenza al massimo ribasso. Al contrario è del tutto evidente che una Asl o una università pubblica italiana non si metterebbero a concorrere negli Usa per aprire ospedali o università.

In secondo luogo, questo trattato di libero scambio accentuerà le differenze che ci sono in Europa. Mentre gli Stati esportatori come la Germania vedranno un aumento degli sbocchi di mercato per le loro merci, gli stati più deboli saranno letteralmente colonizzati nel complesso delle loro funzioni vitali. I danni prodotti dall’Europa neoliberista di Maastricht, si sommerebbero i danni dell’ulteriore allargamento di un mercato sregolato, in particolare sul welfare, sull’ambiente, sull’agricoltura. Tornano alla mente le parole del Presidente della Bce Draghi quando nell’estate scorsa concionava sul fatto che il welfare è troppo costoso e che l’Europa deve farne a meno. Il libero mercato è lo strumento attraverso cui distruggere il welfare, il sindacato e alla fine la democrazia intesa come effettiva sovranità popolare.

In terzo luogo, non sfugge a nessuno che la costruzione di un mercato Transatlantico – una vera e propria Nato economica – risponde ad un preciso disegno geopolitico. Nella crisi evidente della globalizzazione neoliberista gli Usa stanno ricostruendo le proprie aree di influenza e di egemonia economica e militare. Dapprima hanno fatto il trattato transpacifico che ha unito i paesi che affacciano sul pacifico salvo la Cina. Adesso questo trattato trans Atlantico. Se si guarda chi resta fuori è evidente l’operazione degli Usa di saldare una propria sfera di influenza contro i Brics e segnatamente Cina, Russia e America Latina.

In quarto luogo è evidente che la riorganizzazione del mondo attorno agli Usa per aree di libero scambio economico e alleanze militari, porta dritto dritto all’acuirsi dei pericoli di guerra. La dinamica è del tutto simile a quella della prima guerra mondiale in cui imperialismo militarista e liberismo economico globalizzato si saldarono in una miscela esplosiva. Non sfugge a nessuno che il passaggio dalla guerra commerciale aggressiva alla guerra guerreggiata non è così lungo.

La mia opinione è quindi che il Ttip sia un passo che distruggerà il livello di civiltà che abbiamo conquistato in Europa dopo la seconda guerra mondiale e con esso i diritti dei lavoratori e buona parte della democrazia; che contribuirà a centralizzare i capitali e a dividere ulteriormente tra paesi e aree ricche e paesi ed aree deboli e che porta in se la certezza della guerra commerciale e i germi della guerra guerreggiata.

Io penso che esista una strada alternativa su cui lavorare a partire dalla informazione su cosa sia il Ttip e dalla sua contestazione.

In primo luogo la scelta dell’Europa di giocare un proprio ruolo autonomo e di pace sullo scacchiere globale. L’Europa è il più grande produttore mondiale e il più grande mercato mondiale, ha un peso sufficiente a determinare il terreno di gioco e deve attuare una politica di disarmo e cooperazione con tutti, a partire dai paesi del mediterraneo.

In secondo luogo l’Europa dovrebbe uscire dal Wto che ha sregolato completamente il mercato globale e dotarsi di una propria sovranità economica e finanziaria continentale. A partire dalla messa in discussione del Wto l’Europa dovrebbe proporre un sistema di relazioni internazionali multilaterali e bilaterali cooperative che permettano di migliorare la condizione umana sul globo nel rispetto dei diritti del lavoro e della natura.

In terzo luogo l’Europa deve modificare se stessa, superando il trattato di Maastricht e le successive regolamentazioni neoliberiste e assumendo la piena occupazione, lo sviluppo del welfare, il superamento delle diseguaglianze interne e la riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni come obiettivo comune. A tal fine proponiamo che l’Italia disobbedisca ai trattati europei a partire dal Fiscal Compact.

Utopie? Per combattere la barbarie che sta avanzando nell’incapacità del capitalismo di uscire dalla sua crisi, non basta lamentarsi, occorre avere una visione.Immagine

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5 responses to “TORNIAMO A PARLARE DI TTIP”

  1. gendiemme says :

    Il pensiero a 5 Stelle: Noi crediamo che bisognerebbe approfondire la questione informando l’opinione pubblica e sottolineando alcuni aspetti che davvero non ci convincono.

    Il cuore dell’accordo consiste nel rendere compatibili le diverse normative tra USA E UE che regolano i settori economici in modo da non aver più ostacoli alla libera circolazione di merci e alla libertà di investimento e di gestione dei servizi. In questo modo, ad esempio, sarà possibile per le aziende statunitensi chiedere l’abbassamento degli standard europei in materia di diritti del lavoro mentre le aziende europee potranno mirare ad una modifica delle severe normative USA sui medicinali.

    Inoltre, l’accordo prevede la possibilità per le multinazionali di denunciare presso una Corte speciale un Paese firmatario nel caso in cui adotti politiche restrittive sulla loro vitalità commerciale, sanzionandolo pesantemente per aver ridotto i probabili futuri profitti della multinazionale denunciante. Quindi, se il governo italiano riconoscesse finalmente l’esito del referendum sull’acqua del 2011, potrebbe essere oggetto di sanzioni per aver impedito futuri possibili profitti per le multinazionali del settore. Follia allo stato puro.

    SIAMO ALLE PRESE, EVIDENTEMENTE, CON L’ENNESIMO TENTATIVO DI COLPO DI MANO DEI GRANDI STAKEHOLDERS FINANZIARI CHE CON L’ALIBI DELLA CRISI MONDIALE SDOGANANO LE POLITICHE DI AUSTERITÀ E RIDUCONO IL DIRITTO AL LAVORO, AI BENI COMUNI, ALLA NATURA E ALL’INTERA VITA DELLE PERSONE.

  2. gendiemme says :

    Anche in Italia parte la Campagna nazionale STOP TTIP ITALIA per fermare l’attacco del libero commercio contro la democrazia e diritti sociali e ambientali

    [Bruxelles/Roma – 13 Marzo] – Da stamattina a Bruxelles i movimenti sociali D19-20 Alliance, Alter Summit, Seattle to Brussels Network, European ATTAC Network and Blockupy si sono dati appuntamento dalle 10 davanti alla sede della DG Trade per contestare il negoziato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che tecnici della Commissione Commercio dell’Unione europea e del ministero del commercio Usa stanno trattando proprio in questi giorni nella capitale europea nalla più assoluta segretezza.

    Il TTIP viene spacciato come una delle più efficaci soluzioni possibili alla crisi economica che ci attanaglia, ma si risolverebbe nell’ennesimo taglio ai servizi pubblici per compensare le perdite della finanza e della speculazione.
    Anche le valutazioni d’impatto condotte dalla stessa Commissione dimostrano che al massimo il TTIP porterebbe a una crescita dell’ 0,05% del PIL europeo, a fronte dell’ennesima ondata di liberalizzazione ma, quello che è più grave, ad un azzeramento progressivo degli standard di qualità e di sicurezza dei nostri prodotti agricoli, alimentari, industriali, chimici, della sicurezza sul lavoro, e quindi delle regole e garanzie che democraticamente nazioni e territori hanno conquistato, che vengono liquidati in queste trattative come semplici ostacoli al commercio di cui liberarsi. Per negoziare indisturbati e senza consentire repliche ai cittadini, per di più, i testi legali in discussione sono sottoposti al segreto commerciale, e dunque non disponibili alla lettura nemmeno ai Parlamentari europei regolarmente eletti.
    Per questo movimenti sociali, associazioni, organizzazioni contadine e sindacati d’Europa e d’America si sono dati appuntamento a Bruxelles per sviluppare una strategia comune, mentre in contemporanea in Italia parte la Campagna STOP TTIP ITALIA promossa da una larga rete di associazioni, organizzazioni sociali, sindacati, comitati.
    La rete italiana contro il TTIP promuoverà nelle prossime settimane appuntamenti di confronto, formazione e mobilitazione con il fine di informare circa gli effetti che avrebbe l’approvazione del trattato e fare pressione affinchè tale rischio sia scongiurato.
    Tra gli appuntamenti previsti:
    – il 20 marzo ore 17 presso Scup, via Nola a Roma, per discutere delle iniziative da mettere in campo il prossimo 27 e 28 marzo in occasione dell’arrivo del presidente USA Barack Obama in Italia
    – il 21 marzo “Fermiamo il TTIP”, sala conferenze Cobas, viale Manzoni 55, Roma
    – il 12 e il 13 aprile due giornate di approfondimento e di confronto con il sostegno dalla Fondazione Rosa Luxembourg presso l’Associazione Altramente, via Castruccio Castracane n° 28.
    Come movimenti e organizazioni sociali italiane, abbiamo deciso di mobilitarci per opporci a un disegno politico che ha nella mercificazione dei diritti e nella tutela dei mercati il suo obiettivo principale. Ci appelliamo a tutte le forze sociali , sindacali e politiche del nostro Paese, perché convergano su una mobilitazione comune per fermare il negoziato TTIP, esattamente come è successo alla fine degli anni ’90 con l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti, nel decennio scorso con la Direttiva Bolkestein, o più recentemente con il negoziato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che con la scusa della lotta alla ‘’pirateria’’ informatica e della salvaguardia del diritto d’autore avrebbe attentato al diritto alla privacy e al libero accesso alla rete dei cittadini.

    • gendiemme says :

      Roberto Guido dice:
      Vedo purtroppo che su temi come questo non c’è molto interesse.
      Eppure credo che non sia poi tanto diverso dal fatto che l’Elettrolux decida di andare a fare le lavatrici in Polonia perchè è più conveniente.
      Il mondo oggi è veramente strano. Ci sembra lecito che società finanziarie spostino capitali e aziende da un capo all’altro del mondo, ma non consentiamo ad un uomo di scappare da una terra dove la vita non è più sostenibile. Permettiamo che un conteiner pieno di merci prodotte senza nessuna tutela per i lavoratori e per i consumatori varchi l’oceano e poi lasciamo che competa sul mercato con le merci prodotte a casa nostra con un sovraccarico di tasse insostenibile.
      Forse ci vorrebbe una visione nuova e unitaria di tutto questo

      • gendiemme says :

        C’era un tempo in cui liberalizzare significava abbattere dazi e tariffe tra Paese e Paese. I prodotti arrivavano, così, a costare meno e i container volavano più veloci verso gli orizzonti della globalizzazione. Gli Stati che rinunciavano a tassare le importazioni perdevano anche gran parte del proprio bilancio pubblico. Scelta dolorosa per i più, visto che molti tra i Paesi più poveri dipendono quasi del tutto da queste tasse.

        Oggi, però, si punta ancora più in alto: con il commercio globale che atomizza le filiere in migliaia di funzioni e componenti, in un contesto in cui vince chi riesce ad assicurarseli più a buon mercato, bisogna sbarazzarsi delle leggi. Ad esempio, delle molte regole sviluppate in duri anni di lotta e discussione politica in Europa sulla qualità del cibo e dei prodotti, sulle autorizzazioni per i farmaci, sui contratti di lavoro e sulla previdenza, sulla sicurezza nella chimica e nei posti di lavoro, sul principio di precauzione che blocca alla frontiera, ad esempio, Ogm e alimenti zeppi di ormoni a stelle e strisce: si sta cercando di far passare il messaggio che, in tempi di crisi, queste regole semplicemente “impicciano”, rallentano l’economia.

        E se la crescita dei Paesi emergenti, non solo in termini di Pil ma soprattutto di capacità politica, preoccupa Ue e Usa, i vecchi monopolisti del mercato globale puntano ad azzerarle per spianare la strada alla più grande area di libero scambio mai creata tra le due sponde dell’Oceano. Un programma serrato di integrazione del mercato transatlantico, che prevede un livellamento al ribasso delle regole come pre-condizione per una liberalizzazione radicale del commercio di prodotti, servizi e investimenti.
        Il TTIP, o Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, il mercato unico liberalizzato tra Usa e Ue, varrebbe, secondo i suoi promotori, 28mila miliardi di fatturati in più l’anno tra le due sponde, circa metà del totale a livello globale, e la promessa berlusconiana di 2 milioni di posti di lavoro in più.

        In realtà il Financial Times ha recentemente chiarito che una «partnership transatlantica» produrrebbe «vantaggi geostrategici», dal momento che l’Unione europea e gli Stati Uniti rappresentano la metà dell’economia mondiale e, quindi , insieme «potranno raggiungere il livello di potere sufficiente ad impostare standard globali che altri, tra cui la Cina, dovrebbero seguire» (1).

        Se guardiamo agli aspetti commerciali, le cifre parlano da sole: le esportazioni globali, che valevano nel 2012 9,838 miliardi di dollari, venivano effettuate per il 19% dall’Europa a 27, per il 16% dagli Usa, per il 15% dalla Cina, unico tra i cosiddetti “Paesi emergenti” ad emergere davvero visto che il Brasile esporta appena l’1% delle merci globali, India e Russia il 2%, nonostante abbiano strutturato negli ultimi anni tutto il proprio assetto produttivo per questa sfida, a colpi di land grabbing e doping ai capitalisti nazionali. All’interno di questi blocchi, chi riesce davvero a stare sul mercato globale si conta in un pugno: l’80% delle esportazioni di tutti gli Stati Uniti è in mano all’1% degli operatori.

        L’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel suo World Trade Report 2013, ci dice che se mettiamo insieme i primi 10 operatori Usa, otteniamo il 96% delle esportazioni nazionali. L’1% dei gruppi europei concentra il 10% delle esportazioni Ue, il 10% ne controlla l’85% circa. Anche la top ten delle imprese italiane si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (2).

        Ed ecco che diventa auto-evidente chi si avvantaggerà di questa massiccia deregulation e chi sta spingendo per ottenerla: una manciata imprese affacciate sulle due rive dell’oceano. Ma c’è di più. Il trattato, infatti, concederà alle corporations nuovo potere politico formale: un sofisticato “meccanismo” di protezione degli investimenti permetterebbe a tutte le aziende di citare in giudizio direttamente i governi su ciò che esse potrebbero percepire come “ostacolo agli investimenti” o come “minaccia ai profitti futuri”, legislazione compresa.

        La risoluzione delle controversie potrebbe essere affidata a un tribunale internazionale (si prefigura insediato presso la Banca mondiale), cui verrebbe data l’autorità di imporre sanzioni economiche contro qualsiasi Paese che abbia violato il suo verdetto. E quel poco di sovranità rimasta alle democrazie nazionali potrebbe, così, essere elegantemente bypassata dalla ragione più alta del profitto di pochi.

        Che fare? Innanzitutto informarsi. La Commissione europea è estremamente preoccupata che si diffondano i veri termini dell’accordo, tanto che ha segretato i testi negoziali anche per i membri del Parlamentoeuropeo.Sial’unicaversionesottrattafinora del mandato della Commissione (3), come che i report informali degli incontri tra i negoziatori che si sono succeduti tra Bruxelles e Washington, svelano come nascosti dietro argomenti quali democrazia, sviluppo sostenibile, diritti umani da spargere nel pianeta sulle ali di questo nuovo accordo, si nasconda il tentativo di creare una sorta di portaerei transatlantica puntata contro i Paesi emergenti, non nell’interesse di noi cittadini.

        La strategia segreta di comunicazione della Commissione europea, scoperta qualche settimana fa, guarda alle Elezioni europee del 2014 perché, prima che ciascuna famiglia politica si schieri, si arrivi a una definizione piena dei capitoli principali del TTIP in modo che tutti, partiti e votanti, non possano che ereditare il negoziato come un pacchetto chiuso dalla precedente legislatura e chiuderlo rapidamente entro il 2015.

        E’ urgente, quindi, che scombiniamo questo piano al più presto. Dobbiamo richiamare l’attenzione della nostra distratta politica, insieme a tutti i cittadini, le organizzazioni e i sindacati preoccupati da questa prospettiva,: bisogna chiarire ai candidati al nuovo Parlamento UE che consideriamo inaccettabile un loro sostegno al TTIP, ma anche un loro mancato schieramento alternativo rispetto alla politica commerciale attuale dell’Europa. La yankee Europa corporativa che ci vorrebbero imporre non ci piace, non la voteremo, e nel frattempo faremo di tutto per cambiarle i connotati.

        Le regole che oggi in Europa tutelano ancora il lavoro, la salute e l’ambiente sono in pericolo. Il TTIP, l’accordo transatlantico di libero scambio al centro dei negoziati tra Usa ed Unione Europea, e’ la piu’ grande operazione mai tentata di sottomettere al libero mercato i nostri diritti, trasformandoli in merci omologate e liberalizzate tra le due sponde dell’oceano.Per opporci a tutto questo convochiamo una prima assemblea il 5 gennaio 2014 dalle 14.30 a Roma, presso Scup, in via Nola. Vogliamo cominciare a delineare un percorso comune di azione, sensibilizzazione e mobilitazione sulla questione TTIP e per una giustizia economica, ambientale e sociale.

        Le reti internazionali per una giustizia economica e sociale hanno da tempo lanciato una chiamata alla mobilitazione per opporsi ad un trattato che, in nome dei profitti e della centralita’ dei mercati, sacrifichera’ diritti e tutele. Una delle novita’ piu’ pericolose che potrebbero essere introdotte dal TTIP entro il 2014 e’ la possibilita’ per le grandi imprese di citare a giudizio quei Governi che, a loro dire, minaccerebbero l’accumulo di profitto a causa di normative legittimamente decise ed approvate nell’interesse dei propri cittadini. Dobbiamo fermarli: informiamoci e mobilitiamoci!

  3. gendiemme says :

    Per quanti temono il rushment impresso dagli USA alle trattative:
    Il TTIP non verrà approvato prima delle elezioni Europee.
    I partiti che lo facessero rischierebbero troppo alle elezioni.
    E in ogni caso non vi sarebbe il tempo.
    Sono solo al quarto giro di negoziazioni.
    dal sito della EU:
    The general idea is that it should be possible to get an agreement within a couple of years, but, of course, the most important thing is to get a good result.

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