DALLE SOCIETÀ PARTECIPATE DEGLI ENTI PUBBLICI POTREMMO RISPARMIARE ALMENO 12,8 MILIARDI”

Le tre regole che potremmo adottare per creare nuovo lavoro, far ripartire l’economia e ridare competitività al paese, sono: la riduzione della corruzione, la semplificazione burocratica e la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia.

Partendo da questo assunto, in un momento nel quale si cercano disperatamente risorse per ridurre il peso del fisco e l’Unione europea chiede nuovi e più concreti interventi per ridurre il debito pubblico, nel mirino del Centro Studi di Confindustria è entrato l’utilizzo delle società partecipate, fonte sempre più spesso di abusi, perchè sfruttano posizioni dominanti sul mercato e consentono di eludere i vincoli della finanza pubblica, nel reclutamento del personale e nell’acquisto di beni e servizi.

Cosa sono le società partecipate e controllate.

Una società partecipata è una società di diritto privato, esterna all’Ente pubblico locale, ma nella quale il capitale sociale è di proprietà dell’Ente e, soprattutto è dipendente da esso.

Diciamo che, solo nominalmente, sono aziende perché fatturano principalmente grazie agli affidi dell’Ente pubblico.

Abbiamo, invece, una società controllata quando l’Ente pubblico detiene la maggioranza assoluta delle quote societarie.

Da quando esistono le società partecipate?

Dall’inizio degli anni ottanta quote sempre maggiori di ricchezza regionale sono gestite attraverso le società ‘controllate’. L’esternalizzazione di alcuni servizi di competenza degli enti locali, è stata motivata – con più o meno convincimento – con la non convenienza di svolgerli in proprio. Quindi, con risorse economiche pubbliche, sono state create società di capitali esterne che hanno occupato i campi dell’economia pubblica: viabilità, energia, ambiente, informatico, gioco d’azzardo, alberghiero, immobiliare industriale, edilizio; così, per esemplificare.

Dove  sono i problemi?

In primo luogo, i cittadini e gli enti locali non partecipano alla gestione di questo tipo di economia pubblica. Non c’è coinvolgimento popolare nella guida, nelle responsabilità e nei benefici di questa azione economica. Una parte sostanziale dell’economia pubblica è affidata a società di cui quasi nessuno sa in realtà a chi devono rispondere delle loro scelte.

Chi decide nelle società partecipate?

Gli organismi di gestione delle partecipate sono il Consiglio di amministrazione o un amministratore unico indicato da chi detiene le azioni nella società.

La nomina degli amministratori, le decisioni strategiche di acquisizione, fusione, dismissione, investimento, assunzione di personale delle società partecipate non sono prese dall’Ente pubblico, azionista di queste società; gli eletti stessi non sono a conoscenza delle strategie e dei risultati delle azioni di queste società.

In realtà, rispetto alla pubblica amministrazione, queste società hanno mostrato e mostrano, finora, una maggiore elasticità finanziaria, per cui i pagamenti alle ditte vengono fatturati con maggiore celerità. Inoltre queste società funzionano a volte come camera di compensazione in caso di difficoltà, poiché seguono di norma una legislazione differente rispetto agli enti pubblici. Ad esempio in tema di assunzioni e licenziamenti di personale, in termini di debiti che possono essere temporaneamente scaricati sulla partecipata (ma successivamente bisogna risanarla). Comunque le leggi stanno diventando più restrittive per le partecipate in house, anche se spesso i provvedimenti nazionali vengono poi cambiati e si fa marcia indietro.

Le Amministrazioni locali, ad oggi, hanno 39.997 partecipazioni in 7.712 società partecipate, le quali generano 22,7 miliardi di oneri a carico dei contribuenti, circa l’1,4% del Pil e più del doppio di quanto prevede il piano che il governo Renzi sta mettendo in piedi per alleviare il peso del cuneo fiscale (10 miliardi).

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Secondo il Centro studi di Confindustria, sei aziende su dieci, il 63,9% per la precisione, non erogano servizi pubblici. Non è d’altra parte una voce isolata. Pochi giorni fa, in una relazione parlamentare sull’attuazione del federalismo fiscale, la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme: una società su tre è in perdita! e ha puntato il dito contro la giungla di queste partecipazioni, molte volte organizzate “in scatole cinesi” per sfuggire al controllo del Patto di Stabilità o generare poltrone.

Inoltre, in molti casi (il 12% del totale) il rosso dei bilanci di queste aziende pubbliche si protrae costantemente da almeno un triennio. Un aspetto che riveste particolare importanza è dato, poi, dalle dimensioni di certe aziende, per cui nel confronto con esse, i politici stessi e i funzionari degli enti locali vengono facilmente a trovarsi in posizione disparitaria.

Nel momento di difficoltà attuale, le società partecipate si stanno rivelando strutture sovradimensionate, dove i dipendenti si trasformano in nulla facienti, mantenuti. Perciò, vista l’impossibilità di reinternalizzare i servizi assorbendo il loro personale all’interno degli enti locali e vista la difficoltà di individuare sempre nuovi campi di attività con i quali giustificarne la sopravvivenza, assistiamo a continui ripianamenti dei loro debiti. Perché, appunto, di ripianamenti dobbiamo parlare e non di compensi per i servizi svolti.

Quanto detto, basta a confermare che la gestione libertaria delle partecipazioni sta creando una grave difficoltà al conseguimento dell’equilibrio del bilancio pubblico.

Ora, bisogna distinguere tra aziende pubbliche che producono servizi d’interesse generale e quelle, invece, che sono un improprio ampliamento dell’intervento pubblico nell’economia. Una volta operata questa distinzione, si potrebbe pensare di mettere in liquidazione le seconde, accollando agli enti locali le loro passività. Ciò avrà un costo ulteriore in termini di disoccupazione, ma costituirà un passo ulteriore verso la ritirata dello Stato dal sistema economico. Non c’è molto altro da scegliere, anche perché le norme varate negli ultimi anni si sono rivelate inefficaci nel contenere il fenomeno, anzi, la legge di Stabilità 2014 ha indebolito ulteriormente i presidi di rigore imposti negli anni precedenti.

Se pure questo processo richiederà di essere spalmato nel tempo, tuttavia, la parola d’ordine è “razionalizzazione”.

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One response to “DALLE SOCIETÀ PARTECIPATE DEGLI ENTI PUBBLICI POTREMMO RISPARMIARE ALMENO 12,8 MILIARDI””

  1. gendiemme says :

    Fausto Gerometti ci propone questo articolo, fuori dai denti, di Paolo Vivian (Confindustria Vicenza)

    Le società in house sono la longa manus degli enti locali che li controllano con un potere assoluto di direzione, coordinamento e supervisione. A tal fine l’intero capitale deve essere pubblico e i poteri di controllo del proprietario molto penetranti. Deve trattarsi, dicono i giuristi, di una relazione equivalente ad una subordinazione gerarchica: la Giunta o il Sindaco comandano e la società in house obbedisce. Queste società possono inoltre possedere il requisito della strumentalità quando l’oggetto sociale è rivolto esclusivamente a favore degli enti proprietari per il perseguimento dei fini istituzionali, come una società il cui scopo sia quello di erogare formazione professionale ai dipendenti comunali. Ovviamente, quasi tutte le società strumentali sono in house e possono acquisire affidamenti senza gara dagli enti promotori. Purtroppo, il referendum del 2011, quello della salvezza dell’acqua di tutti, appoggiato più per viltà e calcolo politico che per convinzione dal Pd, ha cancellato l’articolo. Arriva il governo Monti. Con il comma 1 dell’art. 4 del d.l. 95 del 2012 si impone all’ente locale la vendita a gara o la messa in liquidazione delle società controllate dalle pubbliche amministrazioni che ricavino più del 90% del fatturato da commesse della PA. Ma il comma 8 dello stesso articolo dispone che l’affidamento diretto di servizi a favore di società in house a capitale pubblico è ancora consentito. Se questo è vero, le società in house non vanno privatizzate e possono continuare ad evitare la concorrenza. Peccato che quelle che andrebbero vendute, le società strumentali, siano quasi tutte in house.. I cittadini non vogliono privatizzare: preferiscono un servizio pessimo e senza concorrenza pur di affermare principi altisonanti come nel caso del referendum di ‘Sorella Acqua’ che ha sfasciato anche ciò che con l’acqua non c’entrava. I partiti vogliono rimanere attaccati alla greppia delle società pubbliche, fonte di clientelismo e potere. I burocrati non sanno scrivere le leggi o fanno finta di non saperlo fare. Le Regioni non rinunciano ai loro privilegi senza combattere. I giudici volteggiano in punta di diritto e se ne infischiano della sostan.Una storia tutta italiana.

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