Archive | March 2014

IL CAPO DELLO STATO COME ORGANO SUPER PARTES

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Se quella di organo super partes è la funzione fondamentale del capo dello Stato, se e quando esso esiste come organo distinto dall’organo Governo, è evidente che ci si aspetta che egli si comporti come l’arbitro che riavvia la partita, e non come un giocatore che cerca di determinare il risultato. Con altre parole, ci si aspetta, come tutti dicono, che egli sia super partes: il capo dello Stato non deve parteggiare per nessuno dei partiti e degli uomini politici, perché la scelta della maggioranza e degli uomini al governo spetta o direttamente al corpo elettorale quando elegge il parlamento in modo da selezionare col voto anche la maggioranza del parlamento e il capo sia di questa maggioranza che dell’organo governo (il primo ministro) o al parlamento se il corpo elettorale si è limitato ad attribuire seggi ai diversi partiti lasciando ad essi il compito di selezionare il governo ed eventualmente cambiarlo.

Si capisce allora che a questo organo, così caratterizzato, diventi opportuno attribuire anche altre funzioni, se queste chiedono di essere esercitate nell’interesse dell’intero ordinamento o comunque senza favorire alcuna parte politica: si pensi in Italia alla promulgazione delle leggi, alla indizione delle elezioni, alla indizione del referendum, in generale a tutti quegli atti che riguardano i vertici dello Stato e che secondo Costituzione sono atti dovuti, alla nomina di cinque senatori a vita, alla nomina di cinque giudici della Corte costituzionale, al rinvio delle leggi.

PERCHÉ È TANTO COMPLICATO ACCEDERE ALLE INFORMAZIONI SECRETATE DI PALAZZO SAN MANCUTO?

 

NEI  GIORNI SCORSI, ABBIAMO RICORDATO LA MORTE DI ALPI E HROVATIN, IL TRAFFICO DEI RIFIUTI, LE NAVI DEI VELENI AFFONDATE NEL MEDITERRANEO. ABBIAMO  PLAUDITO ALLA DECISIONE DI PROCEDERE ALLA DESECRETAZIONE DI QUEI DOCUMENTI, MA CHI SA DIRE QUANTI DOCUMENTI SIANO RIMASTI E QUANTI SIANO STATI PREMUROSAMENTE “ARCHIVIATI” DAI SERVIZI ALTRUI?  PER COMPRENDERE QUANTO MALATO SIA QUESTO STATO, RICORDIAMO ALTRI GRANDI ITALIANI VITTIME DI QUESTO REGIME: ENRICO MATTEI, CON MAURO DE MAURO, PASOLINI, FALCONE, BORSELLINO E, PER IL GRANDE STATISTA ALDO MORO, ECCO UN’ALTRA EFFERATEZZA:

“L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri”. Ferdinando Imposimato, al tempo giudice istruttore della vicenda del sequestro e dell’uccisione di Moro, intervenne così sul Caso Moro da Reggio Calabria:

“Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti – ha aggiunto – li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia”.

“Quei politici – ha detto Imposimato – sono responsabili anche delle stragi: da Piazza Fontana a quelle di Via D’Amelio.
Lo specchietto per le allodole si chiama Gladio. A Falcone e Borsellino rimprovero soltanto di non aver detto quanto sapevano, perché avevano capito e intuito tutto, tacendo per rispetto delle istituzioni. Per ucciderli Cosa Nostra ha eseguito il volere della Falange Armata, una frangia dei servizi segreti”.

La strage di via Fani, dove il 16 marzo 1978 fu rapito Aldo Moro : un colonnello e due agenti Sismi su moto per agevolare l’azione delle BR.

Gli ingredienti di un giallo ci sono tutti: la confessione post mortem, l’indagine di un poliziotto, la distruzione delle prove e la magistratura – quella romana – che comunque indaga: fine. Ma non è così se si parla del caso Moro. “Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani. Diede riscontri per arrivare all’altro, quello che guidava la moto”. Enrico Rossi, ispettore di Ps in pensione, racconta all’ANSA la sua inchiesta passeggiando sulle colline di Torino, a due passi da Superga. Spiega con puntiglio e gentilezza sabauda che, secondo colui che inviò la lettera anonima – che si qualificava come uno dei due sulla moto – gli agenti avevano il compito di “proteggere le Br da disturbi di qualsiasi genere. Dipendevano dal colonnello del Sismi Camillo Guglielmi che era in via Fani la mattina del 16 marzo 1978”.

La lettera che ha aperto l’inchiesta – Tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata a un quotidiano nell’ottobre 2009. Eccola: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi,il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”. L’anonimo forniva elementi per rintracciare il guidatore della Honda: il nome di una donna e di un negozio di Torino. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 in modo casuale. Non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani che secondo un testimone ritenuto molto credibile era a volto scoperto e aveva tratti del viso che ricordavano Eduardo De Filippo.

 

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Riscontri negati – “Non so bene perché ma questa inchiesta trova subito ostacoli. Chiedo di fare riscontri ma non sono accontentato. L’uomo su cui indago ha, regolarmente registrate, due pistole. Una è molto particolare: una Drulov cecoslovacca; pistola da specialisti a canna molto lunga, di precisione. Assomiglia ad una mitraglietta”. “Per non lasciare cadere tutto nel solito nulla predispongo un controllo amministrativo nell’abitazione. L’uomo si è separato legalmente. Parlo con lui al telefono e mi indica dove è la prima pistola, una Beretta, ma nulla mi dice della seconda. Allora l’accertamento amministrativo diventa perquisizione e in cantina, in un armadio, ricordo, trovammo la pistola Drulov poggiata accanto o sopra una copia dell’edizione straordinaria cellofanata de La Repubblica del 16 marzo”. Il titolo era: “Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse”. “Nel frattempo – continua Rossi – erano arrivati i carabinieri non si sa bene chiamati da chi. Consegno le due pistole e gli oggetti sequestrati alla Digos di Cuneo. Chiedo subito di interrogare l’uomo che all’epoca vive in Toscana. Autorizzazione negata. Chiedo di periziare le due pistole. Negato. Ho qualche ‘incomprensione’ nel mio ufficio. La situazione si ‘congela’ e non si fa nessun altro passo, che io sappia”. “Capisco che è meglio che me ne vada e nell’agosto del 2012 vado in pensione a 56 anni”.

Il fascicolo è a Roma – Tempo dopo, una ‘voce amica’ di cui mi fido – dice l’ex poliziotto – m’informa che l’uomo su cui indagavo è morto dopo l’estate del 2012 e che le due armi sono state distrutte senza effettuare le perizie balistiche che avevo consigliato di fare. Ho aspettato mesi. I fatti sono più importanti delle persone e per questo decido di raccontare l’inchiesta ‘incompiuta'”. Rossi ricorda, sequestrò una foto, che quell’uomo aveva un viso allungato, simile a quello di De Filippo: “Sì, gli assomigliava”. Fin qui l’ex ispettore, che rimarca di parlare senza alcun risentimento personale ma solo perché “quella è stata un’occasione persa. E bisogna parlare per rispetto dei morti”. Il signore su cui indagava Rossi è effettivamente morto – ha accertato l’ANSA – nel settembre del 2012 in Toscana. Le pistole sembrerebbero essere state effettivamente distrutte, ma il fascicolo che contiene tutta la storia dei due presunti passeggeri della Honda è stato trasferito da Torino a Roma dove è tuttora aperta un’inchiesta della magistratura sul caso Moro. 23 marzo 2014.

INFINE, SE VOLETE CANCELLARE DALLA MENTE QUALUNQUE SENTIMENTO DEMOCRATICO SUPERSTITE, GUARDATE A CHI SONO STATI I RESPONSABILI DEI COSIDDETTI SERVIZI NEGLI ANNI E, PER FINIRE, ANDATE A LEGGERE IN “PROFONDO NERO” DI GIUSEPPE LO BIANCO E SANDRA RIZZA, COME FU ASSASSINATO UN ALTRO GRANDE ITALIANO: ENRICO MATTEI, CON IL COMANDANTE BERTUZZI, SUO PILOTA ED EROE DEI CIELI D’ITALIA.

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UNA NUOVA POLITICA COSTITUZIONALE

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È ancora possibile una politica costituzionale? La questione non riguarda soltanto l’Italia, né si esaurisce nel controllo di conformità delle leggi a singole norme della Costituzione. Ma, quando si segnala questo tema, accade spesso di ricevere risposte infastidite, quasi che si volesse mettere la politica sotto una incombente e inammissibile tutela del diritto.
La realtà è del tutto diversa. Oggi la politica appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica. Il recupero della sua autonomia, non dirò del suo primato, non può che essere affidato alla sua capacità di tornare ad essere espressione visibile di principi democraticamente definiti, appunto quelli che si rinvengono nei documenti costituzionali, dunque espressione di un progetto che ingloba il futuro, né volubile, né arbitrario. È una questione che ha un rilevante significato generale. E che, nell’attuale situazione italiana, va seriamente discussa, perché è destinata ad incidere fortemente sul modo in cui vengono affrontate la riforma elettorale e quella costituzionale.
Nell’ultima fase storica si è determinato un passaggio dallo Stato di diritto allo Stato costituzionale di diritto, connotato dal controllo di costituzionalità sulle leggi e dalla istituzione di uno spazio dei diritti fondamentali. Proprio questo modello appare oggi in discussione, scosso dalla globalizzazione del mondo e dalla sua riduzione alla dimensione finanziaria. Costituzioni e diritti appaiono un impaccio, lo si proclama talvolta apertamente, sempre più spesso si agisce come se non esistessero. Lo vediamo in Italia, ne abbiamo conferma in Europa, dove la Carta dei diritti fondamentali è stata cancellata, malgrado abbia lo steso valore giuridico dei trattati. Lo Stato costituzionale di diritto sarebbe dunque alla fine, viviamo in una fase in cui la mancanza di un quadro istituzionale riconosciuto favorisce l’espandersi di poteri incontrollati?
Rivolgendo lo sguardo alle cose di casa nostra, vi è un grave rischio di cui è bene avere piena consapevolezza. La corsa ormai senza freni verso soluzioni maggioritarie, con seri rischi di incostituzionalità, può determinare un appannarsi di importanti garanzie costituzionali. Se vi è ancora memoria della nostra storia, si dovrebbe sapere che quelle garanzie erano state affidate dai costituenti a maggioranze calcolate con riferimento ad un sistema elettorale proporzionale, che consentiva un ampio pluralismo delle forze presenti in Parlamento. Di
conseguenza, non v’era una concentrazione di potere in un partito o in una coalizione tale da consentire interventi in materia costituzionale affidati ad un solo soggetto, magari costruito artificialmente grazie a premi di maggioranza. Nel 1953, contro la “legge truffa” si adoperò proprio l’argomento di una concentrazione di potere nelle mani dei vincitori che poteva alterare gli equilibri costituzionali. E si deve aggiungere che il rischio oggi è maggiore, visto che quella legge tanto esecrata prevedeva che il premio di maggioranza scattasse solo se la coalizione superava il 50% dei voti.
È indispensabile, allora, una politica costituzionale che ridisegni il quadro delle garanzie, prevedendo maggioranze più larghe per la revisione costituzionale, l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali, mettendo in sicurezza proprio le istituzioni di garanzia e i diritti fondamentali. Non è un compito da affidare al futuro, ma un processo da avviare in parallelo con l’incombente forzatura maggioritaria. Altrimenti, eletta la “governabilità” a feticcio indiscutibile, sarebbe travolto il sistema delle tutele, alterando in un punto nevralgico gli equilibri democratici. Serve una “ricostituzionalizza-zione”, analoga a quella necessaria in Europa ridando il suo ruolo alla Carta dei diritti fondamentali. Bisogna ricostruire il nesso tra le varie parti della Costituzione, cancellato da una sottocultura che vede la “macchina” dello Stato come dotata di una logica
che può essere manipolata secondo gli interessi di una maggioranza transitoria, e non come lo strumento per realizzare i principi e i diritti sui quali la Costituzione si fonda.
Ma la politica costituzionale è indispensabile anche per uscire da una schizofrenia che da anni affligge il nostro sistema. I diritti fondamentali sono scomparsi dall’orizzonte parlamentare, dove le poche leggi approvate sono state ideologiche e repressive. La loro tutela è stata tutta affidata alla giurisdizione, Corte costituzionale e Corte di Cassazione, dove per fortuna è rimasta vigile una cultura delle garanzie. Ora il Parlamento deve riassumere le proprie responsabilità, affrontando grandi questioni individuali e sociali, di cui non v’è traccia nell’agenda del Governo. O la necessità di salvaguardare i precari equilibri di maggioranza ci condannano ad una minorità civile? Qualche esempio. Il riconoscimento effettivo delle unioni anche tra persone dello stesso sesso, non come una mancia data a malincuore e al ribasso, ma come tutela di diritti fondamentali, secondo la linea tracciata dai giudici costituzionali e della Cassazione. Una normativa coerente al posto delle macerie lasciate dalla superideologica e incostituzionale legge sulla procreazione assistita. Una nuova disciplina sugli stupefacenti senza concessioni a furbizie e colpi di mano come quello tentato dalla ministra per la Salute. Regole minime per eliminare ogni dubbio sul diritto di morire con dignità. Altrettanto urgente, dopo il monito del Consiglio d’Europa, è un intervento che cancelli lo scandalo del dilagare delle obiezioni di coscienza dei medici all’aborto, che negano un diritto delle donne che la legge vuole pienamente garantito dalle istituzioni pubbliche. Tutte questioni che toccano “valori non negoziabili” e che mettono a rischio la tenuta dell’attuale maggioranza? Ma qui non v’è nulla da negoziare. Vi è soltanto il dovere di dare attuazione a diritti costituzionalmente garantiti, che non possono essere assoggettati a ricatti e convenienze. Ineludibili politiche costituzionali, appunto.
Nello spazio tra i silenzi parlamentari e i provvidi, ma insufficienti, interventi dei giudici si è manifestata negli ultimi tempi una importante attenzione delle istituzioni locali. Una legge della Regione Abruzzo ha aperto la strada all’uso terapeutico della cannabis. Molte delibere comunali saffrontano temi importanti, dai testamenti biologici alle unioni civili, dalla cittadinanza “civica” dei figli degli immigrati alle garanzie per i detenuti (segnalo per la sua ampiezza il “pacchetto” del comune di Parma). A Bologna è stato approvato un regolamento per la collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura dei beni comuni. Iniziative simboliche in alcuni casi, ma sempre politicamente significative, perché volte a ricostruire, attraverso l’attenzione per i diritti e la partecipazione. i rapporti tra istituzioni e cittadini. La politica costituzionale si sta insediando nei luoghi della democrazia di prossimità?
Questa lezione può essere messa a frutto dal Parlamento in molti modi. Rafforzando il suo rapporto con i cittadini con semplici modifiche regolamentari che diano forza alle iniziative legislative popolari (e invece arrivano segnali timidi e inadeguati). Cogliendo tutte le occasioni per mettere in evidenza l’irriducibilità dei diritti fondamentali alla pura logica di mercato (un segnale eloquente è venuto dallo scandalo dei prezzi di farmaci prodotti da Roche e Novartis). Ricostituzionalizzando il diritto del lavoro con la cancellazione dell’articolo che consente negoziati in azienda anche in deroga alla legge, che azzera storiche garanzie, e approvando una legge sulla rappresentanza sulla linea indicata dalla Corte costituzionale. Solo così il Parlamento potrà recuperare un po’ della legittimazione perduta per il fatto d’essere stato eletto con una legge incostituzionale e per l’ormai radicata sfiducia dei cittadini.

Tags: Costituzione, Stefano Rodotà

“UN WELFARE PER L’EUROPA”

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mercoledì 19 marzo 2014 alle 21.00                 mario donnini in streaming da Marcon

“UN WELFARE PER L’EUROPA” Mercoledì 19 marzo ore 21,00 (on Wednesday, March 19, 9:00 PM) 
È possibile scegliere di partecipare a questo incontro attraverso gli altoparlanti e la telecamera del computer. Per partecipare, si prega di cliccare questo Codice di Accesso ai partecipanti: 

https://www.anymeeting.com/773-070-656

Please click here to join this meeting on Wednesday, March 19, 9:00 PM

 

Parliamo di welfare e parliamo di Europa. E’ un fatto inconfutabile che la grande sfida dell’Europa, come la vorremmo, si svolgerà sui temi del welfare. I sistemi di protezione sociale devono adattarsi alle nuove circostanze, non possono più essere quelli sviluppati decenni or sono in situazioni molto diverse: se le economie si adattano al mondo attuale, altrettanto devono fare i sistemi di protezione. Il disegno dei nuovi sistemi dovrebbe essere una sfida importante per i candidati alle elezioni europee, e in particolare per i “non politici” che fanno parte della Commissione europea.

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Tofalo (M5S) : “Servizi segreti, faldoni scomparsi, funzionari disattenti e politici distratti”. Dopo vent’anni, la morte di morte di Alpi e Hrovatin attende la verità.

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In questi giorni alcuni articoli di stampa hanno lasciato emergere quanto sia complicato accedere alle informazioni secretate di palazzo San Mancuto anche da parte di chi dovrebbe valutarne l’importanza stessa.

Commissioni speciali, comitati e magistratura si trovano troppo spesso a richiedere informazioni puntuali, su eventi di grande pertinenza rispetto al lavoro che si sta svolgendo, e purtroppo non sempre le risposte di funzionari ed enti governativi sono chiare e risolutive.

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Dal traffico dei rifiuti, alle navi dei veleni affondate nel Mediterraneo, complessivamente, considerando quattro commissioni d’inchiesta sui rifiuti e quella sulla morte di Alpi e Hrovatin, i consulenti di Montecitorio hanno sottoposto alla presidenza poco più di un centinaio di dossier da avviare alla desecretazione.

Che fine hanno fatto gli altri fascicoli?

Nel marzo 2012 il generale Sergio Siracusa testimoniò, al Tribunale di Roma, la presenza di più di 8000 documenti relativamente al caso Alpi/Hrovatin.

Leggo sul Manifesto che una fonte anonima risponde: «Quei documenti non avevano un inventario per cui abbiamo dovuto stabilire dei necessari criteri di ricerca».

Alla fine, delle migliaia di documenti inviati dai servizi di intelligence alla Commissione Alpi-Hrovatin, delle migliaia di dossier acquisiti dalle commissioni sui rifiuti (più di 600 solo per la Commissione Pecorella) sono stati selezionati solo 152 da avviare alla desecretazione, 70 sono dell’Aise, il servizio di intelligence estera (40 documenti segreti e 30 riservati), 5 dell’Aisi (il servizio di intelligente interna), 20 del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, e una cinquantina di atti giudiziari. Di tutti gli altri documenti non verrà nemmeno chiesta la desecretazione.

I giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Erano in Somalia per indagare su un traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici illegali. Ed è per questa ragione che sono stati assassinati. Dopo venti anni siamo ancora in attesa di conoscere tutta la verità su quella vicenda.

Questa verità potrebbe essere contenuta nella pila di carta (ottomila documenti) che i servizi di sicurezza militare, l’ex Sismi, oggi Aise hanno accumulato su fatti che attengono all’esecuzione dei due giornalisti.

Carte messe sotto chiave negli archivi della Camera a cui sembra essere stato negato l’accesso dall’Agenzia Aise – come rivela un’inchiesta de “Il Manifesto” firmata dai giornalisti Andrea Palladino e Andrea Tornago – che pare “abbia negato l’autorizzazione a un ufficio di Montecitorio che chiedeva la declassificazione dei documenti riservati acquisiti dalla Commissione parlamentare sui rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella”.

Come i politici in quest’aula devono entrare in contatto con burocrati di Stato per garantire una equa valutazione delle proprie idee ed azioni politiche così chi entra in contatto con atti secretati deve mediare le proprie esigenze informative con i funzionari abilitati alle ricerche dei dossier.

Il MoVimento 5 Stelle è entrato nelle istituzioni per liberare la politica da una sudditanza psicologica verso le figure che, dopo decenni di lavoro nel sottobosco operativo dell’amministrazione pubblica, si sono abituate ad un sistema ormai insufficiente a garantire lo svolgimento democratico dell’azione parlamentare.

Proprio perché è evidente che questo modus operandi è l’ennesima garanzia di autoconservazione e di mantenimento dello status quo, è fondamentale che queste carte siano rese pubbliche e che ai cittadini sia data la possibilità di sapere” ha affermato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi. Vogliamo che siano desecretati questi documenti fondamentali sui traffici dei rifiuti tossici”per squarciare “il muro di gomma” dei poteri che hanno ostacolato la ricerca della verità.

VOTO CRIMEA: IL 95% SCEGLIE MOSCA. NON RISERVA SORPRESE IL VOTO SULL’ANNESSIONE DELLA PENISOLA UCRAINA ALLA RUSSIA.

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Massiccia affluenza al referendum che si è svolto correttamente ed è valido. Gli abitanti della Crimea hanno deciso di unirsi alla Russia? Auguri nella nuova Patria! Ma sia l’Ue che gli Stati Uniti non riconoscono il risultato del referendum che sancisce la secessione dall’Ucraina da Kiev. Peccato che in Ucraina, il mese scorso, ci sia stato un colpo di stato che ha deposto il presidente eletto, Yanukovich. Chi lo ha fatto cadere era consapevole che entrare in Europa significherebbe solo un peggioramento della vita economica. Lo hanno capito,  invece, i crimei: meglio russi che europei!!!!!! Ma adesso, a Bruxelles, non vale neanche un referendum? Oggi, riunione dei ministri degli Esteri europei per ufficializzare le sanzioni economiche e diplomatiche contro la Russia.

L’affluenza al referendum è stata del 75%. Il sì ha vinto con il 95%.  Ma le urne in cui gli elettori depositavano la scheda erano di vetro, dunque trasparenti. Nessun osservatore indipendente ha vigilato sullo svolgimento della consultazione. Si votava invece sotto lo sguardo dei soldati di Putin o delle milizie filorusse. A tarda sera migliaia di persone sono scese in piazza nelle strade della capitale della Crimea, a Simferopoli e Sebastopoli, per festeggiare.

Gli elettori erano chiamati a rispondere a due quesiti in tre lingue, russo, ucraino e tataro: “Sostieni la riunificazione della Crimea con la Russia?” e “Sostieni il ripristino della Costituzione della Repubblica di Crimea del 1992 mantenendo lo status della Crimea come parte dell’Ucraina?”. Al voto oltre 1,5 milioni di persone. Per chi conosce la storia dell’Ucraina e dell’Unione Sovietica, ricorderà che fu Kruscev a regalare all’Ucraina la Crimea e la parte est dell’attuale Ucraina popolate in maggioranza da Russi. Fu un atto autoritario e contro la volonta’ delle popolazioni interessate. Ora, se l’Occidente vuole continuare a sbandierare la sua democrazia, deve prendere atto della volontà del popolo. Anche l’Europa deve sanare con il rispetto ciò che fu un abuso stalinista, perpetrato dall’allora governo Sovietico, sicuro, comunque, del suo pugno di ferro.

Oggi il parlamanento di Sinferopoli voterà l’ingresso nella Federazione russa. Da Washington arriva un avvertimento: “Mosca affronterà costi crescenti per l’intervento militare e la violazione del diritto internazionale nella penisola ucraina”. Ma il presidente russo Putin, durante una telefonata, ha detto al presidente americano Barack Obama, che il referendum rispetta perfettamente il diritto internazionale. I due leader hanno concordato che, nonostante le divergenze, c’è la necessita di trovare insieme una soluzione per stabilizzare la situazione.

Putin aveva ribadito anche alla cancelliere tedesca Angela Merkel che “Mosca rispetterà la scelta degli abitanti della Crimea, la cui volontà viene espressa nel pieno rispetto delle norme del diritto internazionale”. Durante un colloquio telefonico hanno ipotizzato l’invio di una missione di osservatori Osce.

Intanto, a sostegno di Obama(!) interviene il ministo degli Esteri, Federica Mogherini: “L’Italia, insieme con gli altri partner europei, ritiene illegittimo il referendum per la secessione”. L’Italia, fedele al Trattato di Malta, cammina muso a qlo degli USA…. e il governo americano è il più ipocrita del mondo, se questo fosse accaduto in un qualsiasi altro paese del mondo dove non ci fossero stati interessi americani i media non lo avrebbero neanche considerato .Immagine

TORNIAMO A PARLARE DI TTIP

I negoziati per il Transatlantic trade and Investment Partnership procedono lentamente mentre in Europa cresce la disapprovazione di noi cittadini. Questo perché il TTIP (CETA quello per il Canada) produrrà gravissimi danni alla civiltà europea ed italiana in particolare. Questo in termini di distruzione del welfare pubblico e dei beni comuni, di distruzione dell’ambiente, dell’agricoltura di qualità ed in particolare di quella basata sui cicli corti, ecc.

Vorrei dare un senso a questa nostra partecipazione con una serata nella quale presentare i vostri approfondimenti su questo e su gli altri problemi che emergono da questo trattato sul piano economico e geopolitico.

Immagine Per chi non ha seguito. Dove ci porta il TTIP/CETA:

L’obiettivo è dar luogo ad un trattato di libero scambio tra Europa e Nord America che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti dei due continenti, in modo da non aver più alcun ostacolo alla libera circolazione  delle merci e alla libertà di investimento e di gestione dei servizi. Questo significa abolire i dazi (bassi per il vero: 5,2 USA e 3,5 UE), ma soprattutto uniformare i regolamenti Usa e Ue in modo da costruire un unico grande mercato. Per dare una idea dell’enorme importanza di questa operazione, occorre tener presente che tra gli argomenti trattati vi è: “l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, gli appalti pubblici, gli investimenti materiali, l’energia e le materie prime, le materie regolamentari, le misure sanitarie e fitosanitarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, lo sviluppo sostenibile, le piccole e medie imprese, la composizione delle controversie, la concorrenza la facilitazione degli scambi, le imprese di proprietà statale”. Le sole produzioni audiovisive sono state tolte dalla trattativa grazie alla meritoria opposizione del governo francese.

Ovviamente i nostri governanti magnificano gli elementi positivi che scaturiranno da questa ulteriore liberalizzazione del mercato, parlando di significativi aumenti del Pil e del reddito pro capite oltre a milioni di nuovi posti di lavoro. Questa tesi ovviamente non ha fondamento, in quanto non si capisce perché un ulteriore aumento di concorrenza al ribasso sui costi dovrebbe far aumentare il prodotto interno lordo.

Il punto più rilevante però non è dato dalle solite promesse infondate che vengono fatte dai nostri governanti. Il punto più pericoloso è che l’uniformazione dei regolamenti tra Usa e Ue produrrà tendenzialmente una uniformazione al ribasso. Questa ipotesi è così vera che Obama ha chiesto di togliere dal negoziato i mercati finanziari, portando a motivazione che le regole in vigore negli Stati Uniti sono più severe di quelle europee (vero) e dando quindi per scontato che nella trattativa verrebbero rimosse le regole più severe che proprio la sua amministrazione ha inserito.

Questa uniformazione al ribasso delle regole avrebbe delle ricadute disastrose sull’Europa ed in particolare sull’Italia.

Per quanto riguarda l’agricoltura, negli Usa infatti è possibile coltivare prodotti Ogm, è possibile utilizzare gli ormoni nell’allevamento degli animali destinati all’alimentazione, così come non riconoscono la denominazione d’origine controllata. Sarebbe così possibile commercializzare Chianti o Barolo prodotto in California e denominare Parmigiano reggiano qualsiasi formaggio duro.

Per quanto riguarda i servizi si ipotizza di escludere dalla trattativa solo quelli per i quali non esiste offerta privata: l’acqua , la sanità, l’istruzione e cioè il complesso dei beni comuni e del welfare rischiano di essere completamente privatizzati e snaturati.

Per quanto riguarda l’ambiente le regole Usa sono molto meno vincolanti: non esiste la carbon tax e le aziende potranno contrapporre la loro aspettativa di guadagno alla difesa della salute attuata dagli stati. Emblematico – nell’ambito del trattato di libero commercio tra Usa e Canada (Nafta) – che lo stato del Quebec – che ha votato una moratoria sull’estrazione dello shale gas in nome della difesa della salute della popolazione – sia stato portato di fronte al tribunale arbitrale del Nafta dalle industrie Usa del settore, a causa della perdita di potenziale guadagno derivante dalla sua decisione.

In primo luogo sul piano economico chi ci guadagnerà di più saranno gli Usa e non l’Europa. Banalmente i dazi medi che le merci europee pagano per entrare in Usa sono del 3,5% mentre i dazi medi che le merci Usa pagano per entrare in Europa sono del 5,2%. A questa piccola differenza si deve sommare il fatto enorme che gli Usa hanno un sistema sanitario ed educativo sostanzialmente privato. Negli Usa vi sono cioè le aziende private in grado di colonizzare il mercato europeo in settori ove l’Europa – e segnatamente l’Italia – ha un sistema pubblico che sarebbe semplicemente scardinato dalla concorrenza al massimo ribasso. Al contrario è del tutto evidente che una Asl o una università pubblica italiana non si metterebbero a concorrere negli Usa per aprire ospedali o università.

In secondo luogo, questo trattato di libero scambio accentuerà le differenze che ci sono in Europa. Mentre gli Stati esportatori come la Germania vedranno un aumento degli sbocchi di mercato per le loro merci, gli stati più deboli saranno letteralmente colonizzati nel complesso delle loro funzioni vitali. I danni prodotti dall’Europa neoliberista di Maastricht, si sommerebbero i danni dell’ulteriore allargamento di un mercato sregolato, in particolare sul welfare, sull’ambiente, sull’agricoltura. Tornano alla mente le parole del Presidente della Bce Draghi quando nell’estate scorsa concionava sul fatto che il welfare è troppo costoso e che l’Europa deve farne a meno. Il libero mercato è lo strumento attraverso cui distruggere il welfare, il sindacato e alla fine la democrazia intesa come effettiva sovranità popolare.

In terzo luogo, non sfugge a nessuno che la costruzione di un mercato Transatlantico – una vera e propria Nato economica – risponde ad un preciso disegno geopolitico. Nella crisi evidente della globalizzazione neoliberista gli Usa stanno ricostruendo le proprie aree di influenza e di egemonia economica e militare. Dapprima hanno fatto il trattato transpacifico che ha unito i paesi che affacciano sul pacifico salvo la Cina. Adesso questo trattato trans Atlantico. Se si guarda chi resta fuori è evidente l’operazione degli Usa di saldare una propria sfera di influenza contro i Brics e segnatamente Cina, Russia e America Latina.

In quarto luogo è evidente che la riorganizzazione del mondo attorno agli Usa per aree di libero scambio economico e alleanze militari, porta dritto dritto all’acuirsi dei pericoli di guerra. La dinamica è del tutto simile a quella della prima guerra mondiale in cui imperialismo militarista e liberismo economico globalizzato si saldarono in una miscela esplosiva. Non sfugge a nessuno che il passaggio dalla guerra commerciale aggressiva alla guerra guerreggiata non è così lungo.

La mia opinione è quindi che il Ttip sia un passo che distruggerà il livello di civiltà che abbiamo conquistato in Europa dopo la seconda guerra mondiale e con esso i diritti dei lavoratori e buona parte della democrazia; che contribuirà a centralizzare i capitali e a dividere ulteriormente tra paesi e aree ricche e paesi ed aree deboli e che porta in se la certezza della guerra commerciale e i germi della guerra guerreggiata.

Io penso che esista una strada alternativa su cui lavorare a partire dalla informazione su cosa sia il Ttip e dalla sua contestazione.

In primo luogo la scelta dell’Europa di giocare un proprio ruolo autonomo e di pace sullo scacchiere globale. L’Europa è il più grande produttore mondiale e il più grande mercato mondiale, ha un peso sufficiente a determinare il terreno di gioco e deve attuare una politica di disarmo e cooperazione con tutti, a partire dai paesi del mediterraneo.

In secondo luogo l’Europa dovrebbe uscire dal Wto che ha sregolato completamente il mercato globale e dotarsi di una propria sovranità economica e finanziaria continentale. A partire dalla messa in discussione del Wto l’Europa dovrebbe proporre un sistema di relazioni internazionali multilaterali e bilaterali cooperative che permettano di migliorare la condizione umana sul globo nel rispetto dei diritti del lavoro e della natura.

In terzo luogo l’Europa deve modificare se stessa, superando il trattato di Maastricht e le successive regolamentazioni neoliberiste e assumendo la piena occupazione, lo sviluppo del welfare, il superamento delle diseguaglianze interne e la riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni come obiettivo comune. A tal fine proponiamo che l’Italia disobbedisca ai trattati europei a partire dal Fiscal Compact.

Utopie? Per combattere la barbarie che sta avanzando nell’incapacità del capitalismo di uscire dalla sua crisi, non basta lamentarsi, occorre avere una visione.Immagine

DALLE SOCIETÀ PARTECIPATE DEGLI ENTI PUBBLICI POTREMMO RISPARMIARE ALMENO 12,8 MILIARDI”

Le tre regole che potremmo adottare per creare nuovo lavoro, far ripartire l’economia e ridare competitività al paese, sono: la riduzione della corruzione, la semplificazione burocratica e la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia.

Partendo da questo assunto, in un momento nel quale si cercano disperatamente risorse per ridurre il peso del fisco e l’Unione europea chiede nuovi e più concreti interventi per ridurre il debito pubblico, nel mirino del Centro Studi di Confindustria è entrato l’utilizzo delle società partecipate, fonte sempre più spesso di abusi, perchè sfruttano posizioni dominanti sul mercato e consentono di eludere i vincoli della finanza pubblica, nel reclutamento del personale e nell’acquisto di beni e servizi.

Cosa sono le società partecipate e controllate.

Una società partecipata è una società di diritto privato, esterna all’Ente pubblico locale, ma nella quale il capitale sociale è di proprietà dell’Ente e, soprattutto è dipendente da esso.

Diciamo che, solo nominalmente, sono aziende perché fatturano principalmente grazie agli affidi dell’Ente pubblico.

Abbiamo, invece, una società controllata quando l’Ente pubblico detiene la maggioranza assoluta delle quote societarie.

Da quando esistono le società partecipate?

Dall’inizio degli anni ottanta quote sempre maggiori di ricchezza regionale sono gestite attraverso le società ‘controllate’. L’esternalizzazione di alcuni servizi di competenza degli enti locali, è stata motivata – con più o meno convincimento – con la non convenienza di svolgerli in proprio. Quindi, con risorse economiche pubbliche, sono state create società di capitali esterne che hanno occupato i campi dell’economia pubblica: viabilità, energia, ambiente, informatico, gioco d’azzardo, alberghiero, immobiliare industriale, edilizio; così, per esemplificare.

Dove  sono i problemi?

In primo luogo, i cittadini e gli enti locali non partecipano alla gestione di questo tipo di economia pubblica. Non c’è coinvolgimento popolare nella guida, nelle responsabilità e nei benefici di questa azione economica. Una parte sostanziale dell’economia pubblica è affidata a società di cui quasi nessuno sa in realtà a chi devono rispondere delle loro scelte.

Chi decide nelle società partecipate?

Gli organismi di gestione delle partecipate sono il Consiglio di amministrazione o un amministratore unico indicato da chi detiene le azioni nella società.

La nomina degli amministratori, le decisioni strategiche di acquisizione, fusione, dismissione, investimento, assunzione di personale delle società partecipate non sono prese dall’Ente pubblico, azionista di queste società; gli eletti stessi non sono a conoscenza delle strategie e dei risultati delle azioni di queste società.

In realtà, rispetto alla pubblica amministrazione, queste società hanno mostrato e mostrano, finora, una maggiore elasticità finanziaria, per cui i pagamenti alle ditte vengono fatturati con maggiore celerità. Inoltre queste società funzionano a volte come camera di compensazione in caso di difficoltà, poiché seguono di norma una legislazione differente rispetto agli enti pubblici. Ad esempio in tema di assunzioni e licenziamenti di personale, in termini di debiti che possono essere temporaneamente scaricati sulla partecipata (ma successivamente bisogna risanarla). Comunque le leggi stanno diventando più restrittive per le partecipate in house, anche se spesso i provvedimenti nazionali vengono poi cambiati e si fa marcia indietro.

Le Amministrazioni locali, ad oggi, hanno 39.997 partecipazioni in 7.712 società partecipate, le quali generano 22,7 miliardi di oneri a carico dei contribuenti, circa l’1,4% del Pil e più del doppio di quanto prevede il piano che il governo Renzi sta mettendo in piedi per alleviare il peso del cuneo fiscale (10 miliardi).

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Secondo il Centro studi di Confindustria, sei aziende su dieci, il 63,9% per la precisione, non erogano servizi pubblici. Non è d’altra parte una voce isolata. Pochi giorni fa, in una relazione parlamentare sull’attuazione del federalismo fiscale, la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme: una società su tre è in perdita! e ha puntato il dito contro la giungla di queste partecipazioni, molte volte organizzate “in scatole cinesi” per sfuggire al controllo del Patto di Stabilità o generare poltrone.

Inoltre, in molti casi (il 12% del totale) il rosso dei bilanci di queste aziende pubbliche si protrae costantemente da almeno un triennio. Un aspetto che riveste particolare importanza è dato, poi, dalle dimensioni di certe aziende, per cui nel confronto con esse, i politici stessi e i funzionari degli enti locali vengono facilmente a trovarsi in posizione disparitaria.

Nel momento di difficoltà attuale, le società partecipate si stanno rivelando strutture sovradimensionate, dove i dipendenti si trasformano in nulla facienti, mantenuti. Perciò, vista l’impossibilità di reinternalizzare i servizi assorbendo il loro personale all’interno degli enti locali e vista la difficoltà di individuare sempre nuovi campi di attività con i quali giustificarne la sopravvivenza, assistiamo a continui ripianamenti dei loro debiti. Perché, appunto, di ripianamenti dobbiamo parlare e non di compensi per i servizi svolti.

Quanto detto, basta a confermare che la gestione libertaria delle partecipazioni sta creando una grave difficoltà al conseguimento dell’equilibrio del bilancio pubblico.

Ora, bisogna distinguere tra aziende pubbliche che producono servizi d’interesse generale e quelle, invece, che sono un improprio ampliamento dell’intervento pubblico nell’economia. Una volta operata questa distinzione, si potrebbe pensare di mettere in liquidazione le seconde, accollando agli enti locali le loro passività. Ciò avrà un costo ulteriore in termini di disoccupazione, ma costituirà un passo ulteriore verso la ritirata dello Stato dal sistema economico. Non c’è molto altro da scegliere, anche perché le norme varate negli ultimi anni si sono rivelate inefficaci nel contenere il fenomeno, anzi, la legge di Stabilità 2014 ha indebolito ulteriormente i presidi di rigore imposti negli anni precedenti.

Se pure questo processo richiederà di essere spalmato nel tempo, tuttavia, la parola d’ordine è “razionalizzazione”.

L’UE INSISTE PER L’ACCORDO CON L’UCRAINA E FA IL PRESSING SU PUTIN

 

 

 

L’UE INSISTE PER L’ACCORDO CON L’UCRAINA E FA IL PRESSING SU PUTIN

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Nessun 1914, nessun 1968 e nessuna guerra fredda. Il mondo globalizzato non lo permette più. Chi è il mondo globalizzato? Vi piaccia, o no, è l’alta massoneria finanziaria, che come un’enorme anaconda ha ingoiato banche centrali e bandiere e, ora, detta la legge. Mentre, infatti, l’orso russo mostrava i muscoli, quelli economici, con il gas russo (l’Ucraina è dipendente dalla russa Gasprom per il gas), e quelli militari, la borsa di Mosca è caduta del 10%. Segno che anche la Russia ha contratto questa infezione. Dunque, i cannoni russi non possono più sparare? E, paradossalmente, ci chiediamo: è un bene o è un male? Putin, in risposta alle minacce della NATO e degli USA, ha minacciato di rimettere in discussione il trattato Start e il documento di Vienna tra i paesi dell’OSCE e, quanto meno, le modalità delle ispezioni al suo arsenale nucleare strategico impedendo con spari in aria l’accesso agli osservatori stranieri. Ma chi è il più imperialista: Putin che vuole annettersi la Crimea, con Sebastopoli, che, almeno fino al 2042 è la base della sua potenza sul mare Nero e sul Mare Mediterraneo, oppure l’Occidente, che con le operazioni sovversive degli USA e dell’Unione Europea, vuole impadronirsi di un nuovo mercato, inglobando l’Ucraina? Varrebbe la pena che i detrattori di Lenin, che hanno abbattuto le sue statue, rileggessero le sue pagine sull’imperialismo. Per quanto ci riguarda, più da vicino, l’Unione Europea, ancora una volta, ha dato una prova deludente della sua unità e della sua progettualità politica e non è riuscita a dare scacco alla Russia, offrendo all’Ucraina condizioni sufficienti per attrarla nel campo occidentale. Putin, invece, ha giocato una bella partita, con accortezza e determinazione e l’ha vinta. Sia Obama e sia Putin hanno convenuto che le buone relazioni fra gli USA e la Russia sono più importanti della posta in gioco. Ma la governante europea, con il vertice dei suoi capi di stato e di governo (Renzi! per l’Italia), non si da per vinta e prosegue, ineffabile, all’inglese (guarda caso) il suo pressing politico su Putin, bocciando come “illegale”  il referendum indetto per domenica prossima in Crimea (il 29,6% degli Ukrajini è di lingua russa) e minacciando una serie di sanzioni a scalare, per giungere, entro maggio a stipulare un accordo di associazione, almeno politica e, poi, commerciale, tra Europa e Ukraina. La partita, dunque, è tutt’altro che chiusa e gli USA, con la loro enorme produzione di gas, fino ad ora riservata al mercato interno, potrebbero spuntare una delle armi più efficaci di Putin.

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Il gigante Antonov An-225 Mriya: prodotto dalla Antonov, costruttrice di aeromobili con sede in Ucraina.

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L’importanza strategica della base di Sebastopoli è elevatissima per la Russia, in quanto è una sorta di porta per il Mediterraneo: grazie all’accordo stipulato recentemente, la flotta del Mar Nero continuerà a restare nella sua storica base fino al 2042, con possibilità di prolungare l’affitto fino al 2047.

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SI ALLARGA L’INCHIESTA ROCHE-NOVARTIS SUI MEDICINALI SALVAVISTA, SI INDAGA PER DISASTRO DOLOSO.

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Avrebbero dato vita a un cartello per condizionare la vendita di farmaci per la vista molto diffusi, a danno dei pazienti e del Sistema Sanitario Nazionale. Multa record da 180 milioni di euro dall’Antitrust – divisa in due – per altrettante grosse case farmaceutiche, Roche e Novartis.

Secondo il Garante per la concorrenza, i due gruppi si sono accordati in modo illecito per ostacolare la diffusione di un medicinale economico, Avastin, a vantaggio di un prodotto identico al primo ma molto più costoso, Lucentis. L’inchiesta dei magistrati piemontesi guidati dal procuratore Raffaele Guariniello sui due farmaci risale al 2012. Fu aperta a seguito di una denuncia della Società Oftalmologica Italiana (Soi) che ipotizzava possibili complicità all’interno dell’Aifa e di Ema, l’agenzia italiana del farmaco e l’agenzia medica europea.

. Il magistrato aveva aperto un fascicolo per truffa al servizio sanitario. Ma è battaglia tra Soi e Agenzia italiana del farmaco (Aifa): la prima ha chiesto di valutare anche il reato di corruzione. Secondo gli oftalmologi infatti l’adozione del Lucentis fu decisa con la motivazione che l’Avastin era meno sicuro del farmaco più costoso . L’Aifa ha risposto annunciando querela.

L’utilizzo dell’Avastin per la cura delle maculopatie venne permesso dall’Aifa nel 2007, ma con prescrizione sotto responsabilità del medico. Nel 2012 l’agenzia del farmaco, tuttavia, l’ha escluso dalla lista di quelli che possono essere utilizzati dal servizio sanitario nazionale, con una maggiore spesa per le casse statali da 45 milioni di euro. L’Avastin è un farmaco biotecnologico per la cura dei tumori metastatici al colon retto, all’ovaio, alla mammella, al rene e al polmone; in seguito si è scoperto che i pazienti colpiti anche dalla degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei Pesi industrializzati, sono finiti per guarire.

Per la Sanità pubblica italiana l’intesa ha comportato una spesa aggiuntiva di oltre 45 milioni di euro solo nel 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l’anno; fra le conseguenze segnalate nell’istruttoria, avviata nel febbraio 2013, l’impossibilità per molte persone di affrontare i costi delle cure.

Diverse le ipotesi di reato ipotizzate dalla Procura di Torino. Tra queste, anche associazione a delinquere, truffa al servizio sanitario, aggiotaggio e corruzioneSono disastro doloso, per immissione sul mercato di prodotti che possono aver messo in pericolo i pazienti, e associazione a delinquere i reati ipotizzati dalla Procura di Torino per il caso dei medicinali salva-vista Avastin e Lucentis. I magistrati piemontesi indagano anche per truffa ai danni del servizio sanitario nazionale (legato al rialzo o ribasso fradudolento di prezzi), aggiotaggio e corruzione.

Massimo riserbo degli inquirenti sui soggetti iscritti nel registro degli indagati. ma sembra certo che ci siano i vertici di Roche e Novartis, le due case farmaceutiche multate dall’Antitrust per un presunto cartello con lo scopo di ostacolare la diffusione del medicinale piu’ economico. Nel filone sulla corruzione, invece (stranamente, dico io), non ci sono indagati.