PROCEDURA EX ART. 90 COSTITUZIONE PER GIORGIO NAPOLITANO

il Movimento 5 Stelle presenta la messa in stato di accusa

“Questa mattina il movimento 5 Stelle ha presentato, in entrambi i rami del Parlamento, la denuncia per la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica italiana“. Lo ha detto in aula il capogruppo M5s al Senato, Vincenzo Maurizio Santangelo, chiedendo quindi una sospensione della seduta di due ore “per consentire al nostro gruppo di riunirsi” anche alla luce dei fatti di mercoledì alla Camera. Il reato per cui i grillini accusano Napolitano è quello di attentato alla Costituzione.

Il riferimento è alla decisione del presidente di Montecitorio, Laura Boldrini, di applicare la cosiddetta ghigliottina al decreto Imu-Bankitalia, sospendendo la discussione in aula e procedendo direttamente al voto per potere convertire il provvedimento in scadenza a Mezzanotte, mandando su tutte le furie i deputati M5s.

Mancato rinvio alle Camere di leggi incostituzionali; abuso del potere di grazia; grave interferenza nei procedimenti giudiziari relativi alla trattativa Stato-mafia: sono tra le accuse per il presidente della Repubblica contenute nella richiesta di impeachment presentata da movimento di Beppe Grillo. I Cinque Stelle, inoltre, contestano a Napolitano di aver esercitato pressioni improprie sul Parlamento per imporre una procedura derogatoria dell’articolo 138 della Costituzione per le riforme e di non aver fermato l’abuso della decretazione d’urgenza da parte del governo. “Napolitano è un eversore della Costituzione – dice il senatore M5s Mario Giarrusso – perché la sovverte, la calpesta, la viola e noi non gli consentiamo di farlo nel silenzio e nella compiacenza di tutti”.

Intanto è rissa in commissione Affari costituzionali della Camera dove i deputati del M5s bloccano nell’aula i parlamentari delle altre forze politiche. La commissione ha votato il mandato al relatore della legge elettorale tra le urla dei parlamentari 5 stelle. Sono intervenuti i commessi.

Nel blog di Beppe Grillo è stato pubblicato il testo della denuncia contro il capo dello Stato.

Il Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano, nell’esercizio delle sue funzioni, ha violato – sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e con modalità formali ed informali – i valori, i principi e le supreme norme della Costituzione repubblicana. Il compimento e l’omissione di atti e di fatti idonei ad impedire e a turbare l’attività degli organi costituzionali, imputabili ed ascrivibili all’operato del Presidente della Repubblica in carica, ha determinato una modifica sostanziale della forma di stato e di governo della Repubblica italiana, delineata nella Carta costituzionale vigente. Si rilevano segnatamente, a seguire, i principali atti e fatti volti a configurare il reato di attentato alla Costituzione, di cui all’articolo 90 Cost.

1. Espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d’urgenza 
La nostra Carta costituzionale disegna una forma di governo parlamentare che si sostanzia in un saldo rapporto tra Camere rappresentative e Governo. La prevaricazione governativa assoluta, caratterizzata da decretazione d’urgenza, fiducie parlamentari e maxiememendamenti configura, piuttosto, un ordinamento altro e diverso che non conosce più il principio supremo della separazione dei poteri. Il predominio legislativo da parte del Governo, attraverso decreti legge, promulgati dal Presidente della Repubblica, viola palesemente sia gli articoli 70 e 77 della Costituzione, sia le norme di primaria rilevanza ordinamentale (quale la Legge n. 400 del 1988), sia numerose sentenze della Corte costituzionale (tra tutte: sentenza n. 29 del 1995, n. 22 del 2012 e n. 220 del 2013). Ma al di là del pur impressionante aspetto quantitativo che, comunque, sotto il profilo del rapporto costituzionale tra Parlamento e Governo assume fortissima rilevanza, è necessario rimarcare, parallelamente, una preoccupante espansione della loro portata, insita nei contenuti normativi e, soprattutto, nella loro eterogeneità. 
Aspetto ulteriormente grave è la reiterazione, attraverso decreto- legge, di norme contenute in altro decreto-legge, non convertito in legge. La promulgazione, da parte del Presidente della Repubblica, di simili provvedimenti è risultata in palese contrasto con la nota sentenza della Corte costituzionale n. 360 del 1996, che ha rilevato come «il decreto- legge reiterato – per il fatto di riprodurre (nel suo complesso o in singole disposizioni), il contenuto di un decreto-legge non convertito, senza introdurre variazioni sostanziali – lede la previsione costituzionale sotto più profili». 
La forma di governo parlamentare, alla luce dell’attività normativa del Governo, pienamente avallata dalla connessa promulgazione da parte del Presidente della Repubblica, si è sostanzialmente trasformata in «presidenziale» o «direttoriale», in cui il ruolo costituzionale del Parlamento è annientato in nome dell’attività normativa derivante dal combinato Governo-Presidenza della Repubblica.

2. Riforma della Costituzione e del sistema elettorale
Il Presidente della Repubblica ha formalmente e informalmente incalzato e sollecitato il Parlamento all’approvazione di un disegno di legge costituzionale volto a configurare una procedura straordinaria e derogatoria del Testo fondamentale, sia sotto il profilo procedimentale che sotto quello degli organi deputati a modificare la Costituzione repubblicana. 
In particolare, il disegno di legge costituzionale governativo presentato alle Camere il 10 giugno 2013, sulla base dell’autorizzazione da parte del Capo dello Stato, istituiva una procedura di revisione costituzionale in esplicita antitesi sia rispetto all’art. 138 Cost., sia rispetto all’art. 72, quarto comma, della Costituzione che dispone: «La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale». 
Il Capo dello Stato ha, dunque, promosso l’approvazione di una legge costituzionale derogatoria, tra le altre, della norma di chiusura della Costituzione – ovvero l’art. 138 Cost. – minando uno dei principi cardine del nostro ordinamento costituzionale: la sua rigidità. Egli ha tentato di trasformare la nostra Carta in una Costituzione di tipo flessibile. Flessibilità che, transitivamente, si sarebbe potuta ritenere espandibile, direttamente ed indirettamente, alla Prima Parte della Costituzione repubblicana, in cui sono sanciti i principi fondamentali della convivenza civile del nostro ordinamento democratico. 
Il Presidente della Repubblica ha, inoltre, in data 24 ottobre 2013, nel corso dell’esame parlamentare riferito alla riforma della legge elettorale, impropriamente convocato alcuni soggetti, umiliando istituzionalmente il luogo naturalmente deputato alla formazione delle leggi. Si tratta, segnatamente, del Ministro per le Riforme Costituzionali, del Ministro per i Rapporti con il Parlamento e Coordinamento delle Attività di Governo, dei Presidenti dei Gruppi Parlamentari “Partito Democratico”, “Popolo della Libertà” e “Scelta Civica per l’Italia” del Senato della Repubblica, e del Presidente della Commissione Permanente Affari Costituzionali del Senato.

3. Mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale
Il Presidente della Repubblica, recita l’articolo 74 della Costituzione, prima di promulgare un progetto approvato dalle due Camere, può rinviarlo al mittente, chiedendo una nuova deliberazione. Il rinvio presidenziale costituisce una funzione di controllo preventivo, posto a garanzia della complessiva coerenza del sistema costituzionale. 
Spiccano, con evidenza, alcuni mancati e doverosi interventi di rinvio presidenziale, connessi a norme viziate da incostituzionalità manifesta. 
Possono, in particolare, evidenziarsi sia con riferimento alla legge n. 124 del 2008 (c.d. «Lodo Alfano»), sia con riguardo alla legge n. 51 del 2010 (c.d. «Legittimo impedimento»). Nel primo caso, le violazioni di carattere costituzionale commesse ad opera della Presidenza della Repubblica sono risultate duplici, stante sia l’autorizzazione alla presentazione alle Camere del disegno di legge governativo, sia la sua relativa promulgazione; norma, questa, dichiarata integralmente incostituzionale dalla Consulta con sentenza n. 262 del 2009. Nel secondo caso, la legge promulgata è stata dichiarata parzialmente illegittima dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 23 del 2011 ed integralmente abrogata con referendum popolare del giugno 2011.

4. Seconda elezione del Presidente della Repubblica
Ai sensi dell’articolo 85, primo comma, della Costituzione «Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni». É, dunque, evidente che il testo costituzionale non contempla la possibilità dello svolgimento del doppio mandato da parte del Capo dello Stato. 
A tal riguardo, il Presidente Ciampi ebbe a dichiarare che: «Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato». 
In definitiva, anche in occasione della sua rielezione, il Presidente della Repubblica – accettando il nuovo e doppio incarico – ha violato la forma e la sostanza del testo costituzionale, connesso ai suoi principi fondamentali.

5. Improprio esercizio del potere di grazia
L’articolo 87 della Costituzione assegna al Presidente della Repubblica la possibilità di concedere la grazia e di commutare le pene. La Corte costituzionale ha sancito, a tal riguardo, con sentenza n. 200 del 2006, che tale istituto trova supporto costituzionale esclusivamente al fine di «mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie». 
Viceversa, in data 21 dicembre 2012, il Capo dello Stato ha firmato il decreto con cui è stata concessa al direttore del quotidiano “Il Giornale”, dott. Sallusti, la commutazione della pena detentiva ancora da espiare nella corrispondente pena pecuniaria. A sostegno di tale provvedimento presidenziale, il Quirinale ha «valutato che la volontà politica bipartisan espressa in disegni di legge e sostenuta dal governo, non si è ancora tradotta in norme legislative». 
Analogamente, il Presidente della Repubblica, in data 5 aprile 2013 ha concesso la grazia al colonnello Joseph L. Romano, in relazione alla condanna alla pena della reclusione e alle pene accessorie inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010. La Presidenza della Repubblica ha reso noto che, nel caso concreto, «l’esercizio del potere di clemenza ha così ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico». 
Con nota del 13 agosto 2013, inoltre, il Presidente della Repubblica ha impropriamente indicato le modalità dell’esercizio del potere di grazia, con riferimento alla condanna definitiva del dottor Berlusconi, a seguito di sentenza penale irrevocabile relativa a gravissimi reati. 
Dunque, anche con riguardo agli istituti di clemenza, il potere nelle mani del Capo dello Stato ha subito una palese distorsione, ai fini risolutivi di controversie relative alla politica estera ed interna del Paese.

6. Rapporto con la magistratura: Processo Stato – mafia
Anche nell’ambito dei rapporti con l’ordine giudiziario i comportamenti commissivi del Presidente della Repubblica si sono contraddistinti per manifeste violazioni di principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, con riferimento all’autonomia e all’indipendenza della magistratura da ogni altro potere statuale. La Presidenza della Repubblica, attraverso il suo Segretario generale, in data 4 aprile 2012, ha inviato al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione una lettera nella quale si chiedevano chiarimenti sulla configurabilità penale della condotta di taluni esponenti politici coinvolti nell’indagine concernente la trattativa Stato-mafia e, addirittura, segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta. Inoltre, il Presidente della Repubblica ha sollevato Conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, in merito ad alcune intercettazioni telefoniche indirette riguardanti lo stesso Capo dello Stato. Tale iniziativa presidenziale, fortemente stigmatizzata anche da un presidente emerito della Corte costituzionale, ha mostrato un grave atteggiamento intimidatorio nei confronti della magistratura, oltretutto nell’ambito di un delicatissimo procedimento penale concernente la presunta trattativa tra le istituzioni statali e la criminalità organizzata. Sempre con riferimento al suddetto procedimento penale, il Presidente della Repubblica ha inviato al Presidente della Corte di Assise di Palermo una missiva, al fine di sottrarsi alla prova testimoniale. In particolare egli ha auspicato che la Corte potesse valutare «nel corso del dibattimento a norma dell’art. 495, comma 4, c.p.p. il reale contributo che le mie dichiarazioni, sulle circostanze in relazione alle quali è stata ammessa la testimonianza, potrebbero effettivamente arrecare all’accertamento processuale in corso».

Il Presidente della Repubblica in carica non sta svolgendo, dunque, il suo mandato, in armonia con i compiti e le funzioni assegnatigli dalla Costituzione e rinvenibili nei suoi supremi principi. Gli atti e i fatti summenzionati svelano la commissione di comportamenti sanzionabili, di natura dolosa, attraverso cui il Capo dello Stato ha non solo abusato dei suoi poteri e violato i suoi doveri ma, nei fatti, ha radicalmente alterato il sistema costituzionale repubblicano. 
Pertanto, ai sensi della Legge 5 giugno 1989, n. 219, è quanto mai opportuna la presente denuncia, volta alla messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica per il reato di attentato alla Costituzione.

MoVimento 5 Stelle, Camera e Senato

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4 responses to “PROCEDURA EX ART. 90 COSTITUZIONE PER GIORGIO NAPOLITANO”

  1. gendiemme says :

    Nella costituzione, si prevede una procedura di impeachment del Presidente che all’atto pratico è pochissimo attuabile. Infatti,costui, serenamente, avrebbe replicato: “Che la procedura faccia il suo corso”. E’ praticamente impossibile giungere ad un risultato concreto, attivando la procedura, che riportiamo, per rinfrescare la memoria, perché non è ipotizzabile raggiungere la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento in seduta comune:
    Art. 90 Cost. “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
    In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.”

    • gendiemme says :

      Commento alla sentenza n. 1 del 2013 della Corte costituzionale Prof.ssa Lorenza Carlassare
      Sentenza difficile per i giudici costituzionali, chiamati a dare soluzione dignitosa a un imbarazzante conflitto, stretti tra due esigenze non sempre componibili: decidere lo specifico caso in modo da non deludere le molte attese e riaffermare principi generali per non ipotecare il futuro. Qualche contraddizione era inevitabile.
      Appena noto il dispositivo si disse che la Corte ha recepito in pieno gli argomenti della parte che ha sollevato il conflitto. E’ proprio vero? Senza dubbio la richiesta specifica è accolta nella sostanza; ma gli argomenti non sembra proprio.
      L’ammissibilità del conflitto, dubbia è sempre rimasta benché la Corte si fosse preliminarmente pronunziata. Quel controllo, richiesto dalle norme, non chiude in modo definitivo il problema. I dubbi, fin dall’inizio apparivano gravi, innanzitutto riguardo alla norma costituzionale invocata nel ricorso, l’art.90, utile solo in un’interpretazione giuridicamente insostenibile e già respinta dalla Corte nel 2004 : che il Capo dello Stato sia un soggetto immune dalla giurisdizione. Una lettura che la Corte, con fermezza, respinge di nuovo, andando di contrario avviso all’Avvocatura ,benché le diventi assi più arduo e poco convincente affermare il divieto assoluto di intercettare comunicazioni del Presidente di qualsiasi tipo e nature, dirette o casuali. Com’era stato presentato, il ricorso sarebbe stato inammissibile, sull’art.90 non poteva essere fondato.
      Abbandonato l’art.90, per superare l’ostacolo la sentenza ricorre all’interpretazione sistematica della Costituzione e alla posizione complessiva del Capo dello Stato: “Per svolgere efficacemente il proprio ruolo di garante dell’equilibrio istituzionale e di ‘magistratura di influenza’, il Presidente deve tessere costantemente una rete di raccordi allo scopo di armonizzare eventuali posizioni in conflitto ed asprezze polemiche”. E per farlo efficacemente è “indispensabile che il Presidente affianchi continuamente ai propri poteri formali,… un uso discreto di quello che è stato definito il ‘potere di persuasione’, essenzialmente composto di attività informali”. Ma efficacia e praticabilità delle funzioni di raccordo e persuasione “sarebbero inevitabilmente compromesse dalla indiscriminata e casuale pubblicizzazione dei contenuti dei singoli atti comunicativi”. Se il problema riguarda i contenuti, perché si vuole preclusa non solo la divulgazione, ma la stessa valutazione della rilevanza delle intercettazioni?
      Esisteva anche un’altra la ragione d’inammissibilità; per superarla la Corte corregge il tiro rispetto all’originaria formulazione del ricorso: l’Avvocatura dello Stato aveva chiesto “che l’Ecc.ma Corte adita dichiari che non spetta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo omettere l’immediata distruzione delle intercettazioni telefoniche casuali del
      Presidente della Repubblica”. Era facile obiettare che il pubblico ministero era obbligato sempre a rivolgersi al giudice. La Corte provvede subito a raddrizzare la richiesta, dandone un’interpretazione correttiva che evita l’inammissibilità: “Riguardo poi alla richiesta che sia riconosciuto l’obbligo della Procura palermitana di procedere ‘immediatamente’ alla distruzione del materiale acquisito, risulta chiaro, alla luce del tenore complessivo dell’atto di promovimento, come la scelta dell’avverbio non evochi affatto un ruolo diretto ed esclusivo del pubblico ministero nella procedura. Il termine vale piuttosto a significare,…, come il ricorrente ritenga che la distruzione non debba essere preceduta da quegli adempimenti ‘intermedi’ che la Procura palermitana intende compiere, cioè la cosiddetta ‘udienza stralcio’ e, inoltre, la procedura camerale partecipata di cui all’art. 269 cod. proc. pen.”. In realtà, afferma la Corte, “il ricorrente – come confermato dall’Avvocatura dello Stato nella propria memoria – ha inteso dolersi del fatto che la resistente non abbia prontamente promosso la distruzione del materiale, facendone istanza al giudice”. Ma è cosa completamente diversa, un soggetto viene sostituito ad un altro, e comunque neppure il giudice seguendo la legge potrebbe distruggere le intercettazioni senza la famosa udienza. Per superare l’ostacolo, con un’ardita quanto improbabile mossa, la Corte passa ad altra disposizione: da applicare non era l’art.269 cod. proc. pen., ma l’art. 271 per il quale il giudice dispone la distruzione della documentazione delle intercettazioni di cui è vietata l’utilizzazione. Vale a dire quelle riguardanti il segreto professionale (art. 200 c.p.c.) cui sono tenuti medici, avvocati, investigatori privati, sacerdoti in confessione!
      Le intercettazioni delle conversazioni del Presidente della Repubblica “ricadono in tale ampia previsione, ancorché effettuate in modo occasionale”; in tal caso, essendo casuale e quindi non evitabile, la funzione di tutela del divieto si trasferisce alla fase posteriore all’intercettazione, con l’obbligo per le autorità che l’hanno disposta “di non aggravare il vulnus alla sfera di riservatezza delle comunicazioni presidenziali, adottando tutte le misure necessarie e utili per impedire la diffusione del contenuto delle intercettazioni”.La soluzione del presente conflitto, dunque, “non può che fondarsi sull’affermazione dell’obbligo per l’autorità giudiziaria procedente di distruggere, nel più breve tempo, le registrazioni casualmente effettuate di conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica”.
      In questa sentenza faticosamente argomentata, la Corte viene palesemente incontro all’Avvocatura sull’ammissibilità del conflitto, ma in tal modo ne risulta confermata la tesi dei pubblici ministeri che la distruzione delle intercettazione debba essere decisa solo dal giudice .
      Anche sul merito viene data ragione al ricorrente. Ma la coincidenza fra argomenti del ricorso e pronuncia costituzionale non si riscontra: palese è il rifiuto dell’interpretazione dell’art.90 su cui il ricorso si fondava. Ed è fondamentale che venga ribadito che l’irresponsabilità di cui
      all’art.90 riguarda solo i reati funzionali ( esclusi i due casi più gravi) mentre fuori dalla funzione il Presidente della Repubblica risponde come ogni altro cittadino: persino alcuni costituzionalisti ne dubitavano.
      I segni della duplice esigenza segnalata all’inizio si rivelano in pieno nella contraddittorietà fra affermazioni utili risolvere il caso e affermazioni più generali. Lo si è visto per l’art.90, ma in generale la Corte sembra non voler pregiudicare il futuro: infatti, l’accoglimento del ricorso porta con sé, nella parte finale della sentenza, un tarlo che in qualche modo lo neutralizza.
      Come si concilia un’affermazione grave come la seguente -“Nel caso di specie nessuna valutazione di rilevanza è possibile, alla luce del riscontrato divieto di divulgare, ed a maggior ragione di utilizzare in chiave probatoria, riguardo ai fatti oggetto di investigazione, colloqui casualmente intercettati del Presidente della Repubblica” – con quella finale? Un’affermazione che apre spazi non lievi nella corazza difensiva del Capo dello Stato e implica la valutazione della comunicazione intercettata da parte del giudice. La sentenza finisce infatti con queste parole: “l’Autorità giudiziaria dovrà tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzionali supremi: tutela della vita e della libertà personale e salvaguardia dell’integrità costituzionale delle istituzioni della Repubblica (art. 90 Cost. In tali estreme ipotesi, la stessa Autorità adotterà le iniziative consentite dall’ordinamento”. Ossia manderà gli atti al Parlamento per l’apertura di un procedimento d’accusa per attentato alla Costituzione, o investirà il Tribunale dei Ministri. E per farlo, ovviamente dovrà esaminare il contenuto delle intercettazioni e valutarlo, come è già chiaro dove si legge che controllo del giudice sulla distruzione è “garanzia di legalità con riguardo anzitutto alla effettiva riferibilità delle conversazioni intercettate al Capo dello Stato, e quindi, più in generale, quanto alla loro inutilizzabilità, in forza delle norme costituzionali ed ordinarie fin qui citate”.
      Ma, allora, l’inutilizzabilità riguarda unicamente il caso oggetto del conflitto?
      Non mi pare che in prospettiva siano aumentai i poteri del Capo dello Stato , mentre certamente appare più dura la tutela della sua posizione. Mi sembra vano tuttavia evocare scenari di ‘presidenzialismo’ del tutto impropri: sarebbe bellissimo che i nostri organi di vertice fossero tutelati come il Presidente degli Stati Uniti! Nessuna difesa lo circonda, ogni atto di qualsiasi giudice dev’essere rispettato e prontamente eseguito.

  2. mario donnini says :

    Come volevasi dimostrare: ROMA, 11 FEB – Il Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha archiviato la richiesta del M5s per l’impeachment del Presidente; infatti è stata approvata la proposta per l’archiviazione presentata dal Pd con 28 voti favorevoli, otto contrari (M5S). Forza Italia – guarda caso – , animata da sinceri intenti di democrazia e non da interesse, non ha partecipato alle votazioni. Un atto di chiarezza: ha spiegato Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera.
    “Noi vogliamo la verità su quello che è acceduto tra l’estate e l’autunno del 2011. Su quello strano avvicendamento tra Berlusconi e Monti, guidato a Palazzo Chigi dalle cancellerie europee e, come sembra dalle ultime rivelazioni, dal volere quirinalizio”.
    Un gesto di protesta, dunque, quello dei deputati “azzurri” contro l’accellerazione – voluta dal Pd- delle votazioni nonostante la loro richiesta di approndimenti dopo le rivelazioni del libro di Friedman.
    Di fatto, però, Forza Italia però ha preso le distanze dal Movimento 5 Stelle, con un atteggiamento che ha facilitato l’esito della votazione. Per arrivare al pronunciamento della Corte Costituzionale su quello che impropriamente viene chiamato impeachment, diversi sarebbero, però, i passaggi previsti, tanto che non si è mai arrivati a completare il percorso. Così, dopo il caso Cossiga, anche questa volta non avremo modo di valutare l’efficacia reale dell’art. 90.

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