PERCHE’ “ EURO “ ???

 C’è chi dice:

“Che nell’euro così com’è molte cose non vadano nessuno ormai lo contesta. Il dibattito si sposta su come riformare la moneta unica o come abbandonarla. Quest’ultima opzione suscita grandi timori, non tutti fondati. Prima di parlarne, osservo che il punto dirimente è quello politico, non quello tecnico. Faccio un esempio: per i tedeschi entrare nell’euro ha significato abbandonare una valuta forte, il marco. Perché questo non ha causato panico? Semplicemente perché si era raggiunto un consenso intorno all’idea che l’euro avrebbe comunque portato benefici. Allo stesso modo oggi per gli italiani tornare alla lira significherebbe abbandonare una valuta forte, l’euro. Se però ci si convincesse, a torto o a ragione, dei benefici di un’uscita dall’euro, si creerebbero le condizioni politiche per una transizione senza panico.”.

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Ma il problema non è il panico in Italia, ma gli effetti nei confronti del mondo finanziario internazionale.

“l’obiezione secondo cui l’uscita è impossibile perché i trattati non la prevedono è infondata. La convenzione di Vienna stabilisce che un trattato può essere risolto, anche in assenza di clausole espresse, quando mutino i presupposti in base ai quali esso è stato concluso (è il principio rebus sic stantibus). L’attuale disastro fornisce una base giuridica sufficiente per un recesso. Lo ammette la stessa Bce in un documento del 2009. “

Non è certamente nemmeno un problema di ostacoli all’uscita.

Nemmeno l’argomentazione che:

“uno stato sovrano ha il diritto di decidere in quale conio sono definiti i contratti che cadono sotto la sua giurisdizione. Nel nostro codice civile questo principio è disciplinato dagli articoli  1277 e seguenti. L’uscita avverrebbe quindi tramite una ridenominazione in nuove lire dei contratti regolati dal diritto italiano. A quale cambio? L’opzione più semplice da gestire è che si usi un cambio uno a uno. Lo stipendio passerebbe da 1500 euro a 1500 nuove lire, la rata del mutuo da 500 euro a 500 nuove lire, ecc.”

è sostenibile, in quanto internamente potremmo denominare il cambio in qualsivoglia modo.

“il passaggio al nuovo conio sarebbe seguito da un riallineamento del cambio sui mercati valutari. Una rivalutazione dei Paesi «forti» e una simmetrica svalutazione della nuova lira, che restituirebbe respiro al nostro export con effetti positivi su reddito e occupazione.”

Forse potrebbe verificarsi tutto ciò, e se non fosse così?

Viste le condizioni diverse rispetto agli anni 80, oggi qual è la nostra produzione da esportare??

…e il costo dell’importazione delle materie prime?

“La svalutazione non ci schiaccerebbe sotto il costo delle materie prime? Non è detto. Secondo gli studi più recenti, il riallineamento atteso è dell’ordine del 30%, distribuito lungo l’arco di almeno un anno. Certo, in capo a un anno le materie prime costerebbero  un 30% in più. Ma le materie prime sono solo una componente del costo del prodotto finito. Ad esempio, il riallineamento del cambio non influirebbe sul costo del lavoro in valuta nazionale.”

…e allora la nostra capacità di esportare come si modificherebbe?, …ed il potere di acquisto dei nostri stipendi e pensioni manterrebbe l’integrità solo su prodotti nazionali??

E questi prodotti non si avvalgono per la loro produzione di prodotti almeno in parte importati (energia, petrolio, derivati, materie prime)?

“Nel caso dei carburanti, poi, la componente fiscale è preponderante. Per questo motivo si osserva che solo un terzo di una svalutazione si traduce in un incremento del prezzo alla pompa. Con una svalutazione del 30%, l’incremento atteso del prezzo alla pompa sarebbe di circa il 9%, distribuito in più di un anno (ne abbiamo avuti di maggiori con l’euro).

Secondo gli studi occorre un anno perché il 36% di una svalutazione si trasferisca sui prezzi interni. Ha torto chi dice che se svalutassimo del 30% saremmo tutti più poveri del 30% in una notte! Del resto, da un anno a questa parte l’euro ha guadagnato circa l’8% sul dollaro.”

In parte è vero, ma non confondiamo la pressioni fiscale italiana, con una sostanziale stabilità dei prezzi alla fonte di prodotti petroliferi, che, nel caso di una moneta “perdente” nei confronti del dollaro, non avremmo certamente avuto.

In Europa i prezzi dei carburanti sono generalmente inferiori rispetto all’Italia, tuttalpiù tale argomentazione dovrebbe sostenere una unificazione di regime fiscale in area Euro.

“D’accordo, si obietta, ma comunque il debito estero andrebbe pagato in valuta forte, e saremmo schiacciati dall’onere del debito! Non è corretto. Solo i contratti regolati dal diritto estero subirebbero questa sorte. Non ricade fra questi la maggior parte dei titoli pubblici. Va bene, ma allora i mercati, penalizzati dalla svalutazione, non ci isolerebbero, rifiutandoci altro credito? Non è detto.”

E’ vero “non è detto”, ma non è detto nemmeno il contrario!

Il problema dei titoli pubblici è soggetto al grado di fiducia che il nostro paese godrebbe nei confronti dell’estero.

Saremmo dunque ritenuti con un rischio minore degli altri paesi europei?

I conti pubblici non si modificherebbero dall’oggi al domani! ….visto che negli ultimi trenta anni sono sempre peggiorati!!

“E poi, chiedo, un imprenditore preferisce pagare un po’ di più le materie prime, ma ricominciare a fatturare, o essere «protetto» dalla valuta forte che però gli impedisce di vendere all’estero?”

Ma il problema dell’Italia è la mancanza di export a causa dell’euro??   E la Germania che ha export in crescita e …anche l’Euro??

E l’incremento di solo l’asserito 30% (non mi sembra poco!) non ridurrebbe oltremodo la nostra capacità di competere sui mercati internazionali, senza tenere conto di una eventuale quotazione sfavorevole della nostra valuta nazionale (non dimentichiamo che siamo in regime di cambi flessibili e NON fissi)??

In macroeconomia, è difficile valutare gli effetti di una scelta di politica economica, perché manca una stima credibile del “controfattuale”, di quello che sarebbe successo a un paese senza quella scelta.

Nemmeno un’indagine retrospettiva ha molto significato, se non accademico.

Non dimentichiamo che in economia il ruolo di ogni singolo operatore può influenzare in modo considerevole gli eventi ed esserne a sua volta influenzato in una relazione fortemente intrecciata cosicché sia quasi inutile effettuare ipotesi teoriche nel passato.

Come si sarebbero modificati gli eventi passati se il punto di partenza fosse stato diverso?? Possiamo fare solo ipotesi senza la certezza del riscontro nella realtà.

Ciò che comunque si deve tener conto è dei rischi a cui siamo disposti ad andare incontro, considerando le ipotesi peggiori da cui non si ritorna indietro.

Oserei dire che in economia è quasi diventato un assioma, e quindi inconfutabile, che l’incertezza viene penalizzata.

Di fronte ad una declaratoria che segue a favore dell’Euro di questo tenore quello su cui si deve agire è l’eliminazione delle storture di quanto si è creato, non del concetto stesso.

Si deve agire perché l’impegno sia profuso in egual misura da tutti, senza pensare di poter essere alle spalle degli altri senza aver almeno intrapreso un percorso comune a suo tempo condiviso, consapevoli dei vantaggi che si voleva teoricamente condividere.

“Grazie all’euro, non solo vengono eliminati i rischi di fluttuazione e i costi di cambio e viene rafforzato il mercato unico, ma si creano anche le condizioni per una più stretta cooperazione tra gli Stati membri ai fini della stabilità della moneta e dell’economia, di cui beneficiamo tutti.

I benefici dell’euro sono molteplici e si avvertono a vari livelli, da quello dei singoli e delle imprese a quello dell’intera economia. Vediamoli:

•            maggiore scelta e stabilità dei prezzi per i consumatori

•            maggiore sicurezza e maggiori opportunità per le imprese e i mercati

•            maggiore stabilità e crescita economica

•            maggiore integrazione dei mercati finanziari

•            maggior peso dell’UE nell’economia mondiale

•            presenza di un segno tangibile dell’identità europea.

Molti di questi benefici sono legati tra di loro. Ad esempio, la stabilità economica è un fattore positivo per l’economia di un paese in quanto consente al suo governo di pianificare il futuro, ma giova altresì alle imprese in quanto riduce le incertezze e incentiva gli investimenti.

(costo del debito pubblico- titoli di stato)

Prima dell’euro, il cambio delle valute comportava costi aggiuntivi, rischi e una minore trasparenza nelle transazioni transfrontaliere. Con la moneta unica, le imprese dell’area dell’euro possono operare con costi e rischi minori.

Allo stesso tempo, la possibilità di confrontare i prezzi favorisce gli scambi transfrontalieri e ogni tipo di investimenti, sia per i singoli consumatori alla ricerca del prodotto meno costoso, sia per le imprese che acquistano il servizio con il miglior rapporto qualità-prezzo, sia, infine, per i grandi investitori istituzionali che possono investire in maniera più efficiente all’interno dell’area dell’euro senza il rischio insito nelle fluttuazioni dei tassi di cambio. All’interno dell’area dell’euro, vi è attualmente un unico grande mercato integrato che utilizza la stessa moneta.

Le dimensioni e l’oculata gestione sono, inoltre, fattori di stabilità economica per l’area dell’euro, che risulta meno vulnerabile ai cosiddetti “shock” economici esterni, vale a dire quei mutamenti economici improvvisi che possono verificarsi al di fuori dell’area dell’euro e mettere in difficoltà le economie nazionali, quali, ad esempio, l’aumento dei prezzi mondiali del petrolio o le turbolenze sui mercati valutari mondiali.”

 

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