LA LEGGE ELETTORALE DEL M5S

LEGGE ELETTORALE M5S

La legge elettorale del M5S sarà sviluppata on line a partire dalla prossima settimana INSIEME agli iscritti certificati al M5S (ad oggi circa 100.000) con il supporto di Aldo Giannulli che illustrerà ogni singola scelta alla quale seguirà una consultazione on line. La legge elettorale del M5S dovrebbe essere completata per il mese di febbraio e sarà la posizione ufficiale del M5S da discutere in Parlamento quando un Parlamento legittimo sarà insediato. Il Parlamento attuale è infatti incostituzionale, i suoi eletti sono stati nominati, il premio di maggioranza è abnorme. In Parlamento siedono 150 abusivi eletti grazie al premio di maggioranza del Porcellum. Gli abusivi sono di PD, SEL, Centro Democratico e SVP. La loro elezione non è neppure stata convalidata.

La legge elettorale del M5S dovrebbe configurare un proporzionale con correttivi maggioritari, che prevede le preferenze, nessuna possibilità di coalizzarsi e uno sbarramento fissato all’1 o al 2% a livello nazionale. È stata questa la proposta messa sul tavolo dal Movimento 5 Stelle per superare il Porcellum. come l’ha spiegata Danilo Toninelli, il deputato che ha tenuto le redini del dibattito. Più in particolare:

I punti qualificanti sono già stati messi definiti: “Il testo base prevede un proporzionale con circoscrizioni elettorali molto piccole, delle dimensioni, per capirci, delle attuali Province, nell’ambito delle quali attribuire i seggi. Per il Senato si sta studiando qualche correttivo, ma sono questioni tecniche in via di risoluzione”.

“In questo modo – ha spiegato Toninelli – il correttivo in senso maggioritario sarebbe insito nella legge, perché in collegi dove vengono eletti quattro o cinque deputati è automatico che vengano conquistati unicamente dai due o tre partiti dalle percentuali più alte”.

 “La ripartizione dei seggi non avverrebbe più con il metodo dei quozienti più alti, ma con il sistema d’hondt, Il metodo D’Hondt, inventato e descritto per la prima volta dallo studioso belga Victor D’Hondt nel 1878, è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. Questo sistema prevede che si divida il totale dei voti di ogni lista per 1, 2, 3, 4, 5… fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e che si assegnino i seggi disponibili in base ai risultati in ordine decrescente. Il sistema, da lui ideato, è trattato nel libro Système pratique et raisonné de représentation proportionnelle, edito a Bruxelles.

Alle elezioni del Parlamento composto da 10 seggi, si presentano cinque partiti. I risultati elettorali sono i seguenti:

• Voti validi: 87.800 schede

• Partito A: 30.000 preferenze

• Partito B: 26.000 preferenze

• Partito C: 17.000 preferenze

• Partito D: 9.500 preferenze

• Partito E: 5.300 preferenze

L’applicazione del metodo D’Hondt prevede la formazione di una tabella in cui si dividano i voti ottenuti dai vari partiti per un numero crescente di un’unità, fino all’ identificazione decrescente del numero di seggi disponibili (nell’esempio, i numeri divisori dovranno essere quanto basta per ottenere i risultati cercati):

Numeri divisori A B C D E

1 30.000 26.000 17.000 9.500 5.300

2 15.000 13.000 8.500 4.750 2.650

3 10.000 8.667 5.667 3.167 1.767

4 7.500 6.500 4.250 2.375 1.325

5 6.000 5.200 3.400 1.900 1.060

Vengono dunque evidenziati, come accade nella tabella qui sopra, i dieci numeri più alti presenti nella tabella stessa, essendo dieci i deputati da eleggere. Ad ogni casella evidenziata, corrisponde un candidato eletto. Il Parlamento sarà dunque composto da:

• quattro deputati del partito A

• tre deputati del partito B

• due deputati del partito C

• un deputato del partito D

• nessun deputato del partito E

Qualora ci fossero due quozienti uguali, si assegnerebbe un deputato ad entrambi i partiti.

Tale metodo è stato adottato in numerosi paesi, tra cui 13 dei 28 stati membri dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna), la Svizzera, la Turchia, Israele e, pur modificato, anche nella Repubblica di San Marino. In Italia era utilizzato per l’elezione dei Senatori della Repubblica nella precedente legge elettorale e per le elezioni provinciali.

Nessun premio di maggioranza, nessuna indicazione del candidato premier e uno sbarramento minimo a livello nazionale completano la bozza. “La piccola soglia minima che fisseremo, all’1 o al 2%, mira a ridurre il più possibile la frammentazione dei partiti. Anche se, con i collegi così piccoli, i partiti minori come Sel e Lega saranno costretti ad una vera e propria fusione con i possibili alleati, perché non sarà consentito coalizzarsi, sulla scheda non ci potranno essere simboli fra loro collegati”.

“Se si guarda, per contro, alla bozza proposta da Luciano Violante, questa invece, non supera il problema di costituzionalità, rappresentato dall’abnorme premio di maggioranza. Con il ballottaggio eventuale tra i primi due, poi, si andrebbe a penalizzare il M5S dal punto di vista della rappresentanza parlamentare”.

 

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3 responses to “LA LEGGE ELETTORALE DEL M5S”

  1. gendiemme says :

    Porcellum, incostituzionale, ma…
    “E’ arrivata la motivazione della Corte Costituzionale sul sistema elettorale. Una sentenza per alcuni versi interlocutoria che conviene leggere con attenzione fissando alcuni punti.
Il premio di Maggioranza
La Corte non esclude una certa premialità del sistema elettorale, ma fissa il criterio della sua “ragionevolezza”, per il quale non può esserci un meccanismo che, ad esempio, raddoppi la rappresentanza di uno schieramento rispetto alla sua consistenza proporzionale. Ed usa una espressione precisa: “foriera”, cioè la legge non può comportare il rischio, per quanto poco probabile, di un esito che stravolga la volontà popolare, con una eccessiva sovra rappresentazione del vincitore. Cioè non è necessario che questo sia l’esito più probabile, ma è sufficiente che sia possibile per determinarne l’incostituzionalità. Si badi che questo potrebbe riguardare anche il sistema dell’uninominale maggioritario, e magari in presenza di tre o più blocchi elettorali, per cui uno di essi, con il 25% dei voti potrebbe aggiudicarsi il 60% dei seggi. Anche se non è probabile che accada, ciò è possibile, per cui la sentenza preclude la strada ad una riforma in questo senso. Sembra, invece, che la Corte ritenga ammissibili due soluzioni: o che il premio attribuisca una percentuale fissa di seggi (ad esempio il 54% come era nel Porcellum), ma a condizione che lo schieramento vincente raggiunga una determinata percentuale (che si immagina non inferiore al 35.40%) oppure che non ci sia una soglia minima, ma il premio sia costituito da un numero fisso e non troppo grande di seggi (ad esempio 40-50).
Le preferenze e la scelta dei singoli candidati
Questo è il punto meno chiaro della sentenza, che non solleva il problema della libertà di scelta dell’elettore che, scegliendo un partito, automaticamente accetta il candidato o tutti i candidati che esso gli propone, ma di “conoscibilità” dei candidati stessi; per cui il Porcellum è illegittimo perché propone lunghe liste nelle quali l’elettore, con il suo voto, non sa quanti seggi contribuirà a far scattare e, quindi, chi sta eleggendo. Di conseguenza, la Corte ammette le candidature uninominali o piccoli listini di pochi candidati (come nel modello spagnolo, oppure nel “borsino” proporzionale come era nel Mattarellum o nel sistema elettorale tedesco) che si immagina siano più facilmente conoscibili dagli elettori. Ma si tratta di una presunzione, non di una certezza. In primo luogo perché non si capisce chi dovrebbe stabilire se i candidati sono abbastanza conosciuti dagli elettori o no (infatti non è detto che i candidati, per quanto pochi, non possano essere degli emeriti sconosciuti, magari paracadutati da regioni lontane). In secondo luogo perché è possibilissimo che fra i 5 o 6 candidati ce ne siano due perfettamente sconosciuti ma messi al primo o secondo posto, che sono quelli che contano). 
Resta del tutto irrisolto il problema dello strapotere dei vertici nazionali dei partiti che, in questo modo, perpetuano la prassi del Parlamento dei nominati.
Questione della governabilità
La Corte, pur senza dare indicazioni concrete, pone il problema di un sistema che garantisca la governabilità. Ma, in una repubblica parlamentare come la nostra, un sistema maggioritario non garantisce affatto la governabilità se si mantiene il bicameralismo perfetto, perché possono prodursi maggioranze differenziate fra i due rami del Parlamento. Che è esattamente quello che è accaduto a febbraio e che, con ogni probabilità, accadrà ancora, data l’attuale divisione dell’elettorato in tre blocchi. Una stoccata la Corte la dedica alla soluzione delle coalizioni, perché dice esplicitamente che il desiderio di ottenere il premio spinge a coalizioni vaste ed eterogenee, che possono sciogliersi già poco dopo il voto (come, peraltro è sempre successo, senza eccezioni, in tutte le legislature dal 1994 in poi). Sembrerebbe quindi un’indicazione indiretta o ad assegnare il premio al singolo partito che ha ottenuto più voti, o a stabilire una regola per la quale, in caso di distacco di uno dei componenti della coalizione vincente, si vada automaticamente allo scioglimento delle Camere, in modo da scoraggiare questo tipo di comportamenti. 
Da questo punto di vista, il sistema più fragile, che potrebbe andare incontro a ripetuti casi di ingovernabilità, sarebbe proprio il sistema spagnolo (che peraltro non ha funzionato neppure in Spagna) che potrebbe produrre una mappa elettorale “arlecchino” per le diverse coalizioni o liste comuni collegio per collegio.
Vigenza del sistema elettorale e necessità di una riforma immediata
La Corte dice chiaramente che il Porcellum, emendato come da sentenza, è un sistema perfettamente funzionante, che può essere usato immediatamente come sistema proporzionale su lista, con apparentamento ed una sola preferenza esprimibile.
Dunque è esclusa ogni ipotesi di “reviviscenza” del Mattarellum (peraltro, la categoria della “reviviscenza” da un punto di vista giuridico non esiste); per quanto il Parlamento in carica abbia i titoli giuridici per operare una riforma elettorale, questa non è affatto indispensabile, perché non c’è alcuna “vacanza” da colmare.
Legittimità del Parlamento in carica
Come prevedibile, la Corte ha confermato che, per il principio di conservazione delle istituzioni, non si ammette vacanza nelle strutture dello Stato ed il Parlamento attuale gode di piena legittimità giuridica. Il che, però, non risolve il problema della proclamazione dei parlamentari eletti con il premio di maggioranza e non ancora proclamati. 
Ma, legittimazione giuridica o meno, questo Parlamento ha i titolo morali e politici per mettere mano ad una riforma del genere? Insomma chiediamo ad un Parlamento eletto con un sistema dichiarato in buona parte illegittimo di dirci come deve essere il prossimo sistema elettorale. Vi pare una cosa sensata?” Aldo Giannuli

  2. gendiemme says :

    PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO? da Aldo Giannuli

    Quando si parla di sistemi elettorali ci sono due problemi di fondo che bisogna affrontare, il problema della rappresentanza e quello della stabilità del governo. C’è chi ritiene che il sistema elettorale debba rappresentare nel modo più fedele possibile la volontà popolare in tutte le sue sfumature e ridurre al minimo il tasso di dis-rappresentatività, così si chiama tecnicamente, delle assemblee parlamentari rispetto al voto popolare.
    C’è chi invece ritiene più importante stabilire una norma che garantisca la stabilità di governo, che sottragga il governo a eventuali crisi ripetute. È evidente che tutte e due queste esigenze hanno ragione di essere, anche il più accanito sostenitore del principio di stabilità non negherà che, perché le assemblee siano legittime, devono esser rappresentative e, viceversa, anche il più accanito sostenitore del principio di rappresentatività, come principio più importante non negherà che in qualche modo il governo debba avere una sua stabilità.
    Qui però si impone una riflessione: non tutto dipende dalla legge elettorale. Per esempio, la stabilità di governo dell’esecutivo non è sempre determinata soltanto dalla legge elettorale e questo è un problema che si pone nelle repubbliche parlamentari, dove il governo deve avere la fiducia delle Camere, ma nelle repubbliche di tipo presidenziale o semi-presidenziale questo problema è annullato nelle repubbliche presidenziali, o fortemente attenuato nelle semi-presidenziali. C’è poi un altro modello, quello del Cancellierato, adottato in Germania, che anche in presenza di crisi parlamentari garantisce ugualmente una certa stabilità dell’esecutivo. In Germania non può cadere un governo se contestualmente non si è formata una nuova maggioranza. È la cosiddetta clausola della sfiducia costruttiva, quindi ci sono vari accorgimenti. In realtà il problema di fondo è che la legge elettorale deve essere raccordata al sistema costituzionale. Deve esserci una coerenza di fondo tra questi due elementi.
    Per esempio nessun sistema elettorale maggioritario è adottato in sistemi costituzionali bicamerali.
    Se c’è un sistema bicamerale c’è sempre un sistema di tipo proporzionale, questo è stato uno dei grossi errori che è stato fatto dai nostri parlamentari nel 1993 quando venne approvato il sistema maggioritario, dimenticando che il sistema maggioritario può produrre maggioranze diverse nei due rami del Parlamento e rendere la situazione ingovernabile, che è esattamente quello che è accaduto. In qualche modo bisogna avere un’ idea della Costituzione e del sistema nel suo complesso, ma su questo tema magari avremo modo di tornare.
    Maggioritario
    Sostanzialmente il maggioritario che cos è? È un sistema che trasforma una minoranza di voti in una maggioranza di seggi per garantire che ci sia un vincitore con una maggioranza parlamentare stabile, sottratto alle crisi parlamentari.
    Il sistema proporzionale invece si preoccupa di legittimare le assemblee parlamentari attraverso il minor numero di manipolazioni del sistema elettorale. I seggi devono corrispondere percentualmente il più possibile alla percentuale dei voti popolari ottenuti da ciascuna lista.
    Che caratteristiche hanno questi sistemi presi nella loro radicalità e polarità? Il sistema maggioritario rende molto più autonomo il governo, e quindi l’esecutivo prevale sul Parlamento, garantisce un certo tasso di manipolazione, però nello stesso tempo garantisce una certa dinamicità. In alcuni sistemi, per esempio quello inglese, del collegio binominale a turno singolo, ogni spostamento di voti segue la cosiddetta legge del cubo, corrisponde quindi a uno spostamento di seggi elevato al cubo.
    Mi spiego meglio. A uno spostamento del due per cento dei voti popolari corrisponderà tendenzialmente a uno spostamento dell’otto per cento dei seggi, quindi di due al cubo. Chi perde perde di più, chi guadagna guadagna di più.
    Viceversa il sistema proporzionale riflette fedelmente e riporta esattamente lo spostamento di voti tradotto in seggi. Quindi il sistema maggioritario assicura maggiore autonomia del governo, rispetto al Parlamento, maggiore autonomia della classe politica rispetto alla società civile perché riduce le sfide, anche su questo qualche parola di chiarimento. L’elettore non è totalmente libero in astratto, perché qualsiasi elettore fa in qualche modo i suoi conti, sulla base della considerazione dell’utilità del suo voto. Se un partito è molto piccolo o è la prima volta che si presenta, l’elettore più difficilmente lo voterà per paura di disperdere il suo voto e tenderà a dare il voto al partito più prossimo che abbia più possibilità di successo. Quindi in qualche modo il maggioritario sfavorisce la nascita di nuove formazioni politiche e aumenta la stabilità delle formazioni già presenti. Non crea automaticamente un sistema bipolare, come spesso si crede, ma una volta che c’è tende a conservarlo. In Inghilterra i partiti sono stati sostanzialmente gli stessi per un secolo e solo nella ultima elezione si è determinata una situazione in cui una ripresa del partito liberale ha portato a un Parlamento diviso in tre.
    Proporzionale
    Questo sistema accentua la dipendenza della classe politica dalla società civile e del governo dal Parlamento. Questo naturalmente pone dei problemi, per esempio la stabilità. Il sistema proporzionale è sensibile, registra gli spostamenti di umore, il sistema maggioritario, al contrario, tende a essere più stabile, a non farsi influenzare dagli spostamenti dell’elettorato e della società civile. Naturalmente uno dei problemi che si pongono con il sistema proporzionale è la tendenza alla frammentazione delle forze politiche. Che a sua volta si riflette nella possibile ingovernabilità o instabilità. Va detta però una cosa, a compromettere la stabilità non è soltanto la frammentazione partitica, ma anche altri elementi che ritroveremo in queste chiacchierate.
    La frammentazione particolaristica degli interessi oppure territoriale, soprattutto in un Paese con forti differenziali territoriali, è uno degli elementi di instabilità (questo anche nel caso in cui si abbia a che fare con un sistema maggioritario). Chi vuole un sistema più rappresentativo, che premi forze politiche più numerose, ma più omogenee, sceglierà un sistema proporzionale, chi invece vuole un sistema politico con un governo stabile e tendenzialmente di legislatura, all’interno di una Repubblica parlamentare, sceglierà il sistema maggioritario, nella speranza che questo dia luogo a un bipartitismo. Però attenzione, mentre i partiti del proporzionale sono più numerosi e più piccoli, ma più omogenei, nei sistemi di natura maggioritaria i partiti sono meno numerosi, tendenzialmente vanno verso due partiti, però sono molto meno omogenei all’interno, risentono molto di più delle influenze di natura territoriale, particolaristica, ideologica, etc., quindi spesso hanno comportamenti meno disciplinati.
    Queste sono le due polarità, però, proprio perché i sistemi hanno una loro razionalità che si cerca di correggere, esiste la possibilità di innestare in ciascuno di essi elementi dell’altro e quindi avere sistemi misti, che abbiano una natura prevalente, maggioritario o proporzionale, e un innesto di tipo opposto. Quindi correzione proporzionale nel maggioritario, correzione maggioritaria nel proporzionale.
    A questo proposito c’è una precisazione che va fatta, una delle tante sciocchezze che si dicono in questo periodo sui sistemi elettorali è quando si parla dell’attuale sistema elettorale detto Porcellum, come di un sistema proporzionale con la correzione maggioritaria. E’ esattamente il contrario! È un sistema maggioritario con una correzione proporzionale. La differenza è in questo: il sistema è proporzionale con correzione maggioritaria quando distribuisce la gran parte dei seggi in modo proporzionale e poi ha un premio di maggioranza, di solito fisso, 10 – 15 per cento dei seggi, che va al primo partito, alla prima coalizione. Viceversa il sistema è maggioritario quando una coalizione o un partito, anche per un solo voto, si aggiudica automaticamente la maggioranza dei seggi, esattamente come succede nel Porcellum, dove la coalizione di centrosinistra, con il 29 per cento dei voti popolari si è ritrovata il 54 per cento dei seggi alla Camera. Tutto il resto diventa invece la correzione proporzionale.
    Quindi il quesito di questa puntata è “Sistema proporzionale o maggioritario?” Il sotto-quesito che troverete è che vogliamo che questo sistema sia puro o sia corretto? Poi vedremo quali correzioni, ma intanto precisiamo questo, se vogliamo un sistema nell’ordine proporzionale puro, proporzionale corretto, maggioritario puro o maggioritario corretto.
    A partire da questa prima definizione del sistema potremo vedere come definire tutto il resto in relazione ai collegi, al voto di preferenza, alle eventuali clausole di sbarramento, etc., per adesso cerchiamo di fissare il concetto del principio ispiratore generale: maggioritario o proporzionale.” Aldo Giannuli

  3. gendiemme says :

    COLLEGIO UNINOMINALE, NAZIONALE O INTERMEDIO

    L’ampiezza delle circoscrizioni elettorali.
    Ci sono due estremi. Il collegio uninominale, un solo candidato per ogni collegio, presente in Inghilterra e un unico collegio a livello nazionale, in cui tutti i candidati sono inclusi nel collegio nazionale, presente in Israele, poi ci sono varie soluzioni intermedie di collegi più o meno ampi.
    Prima di tutto dobbiamo però sfatare un equivoco per cui il collegio uninominale si accompagna al sistema maggioritario e il sistema su lista sarebbe accoppiato al sistema proporzionale.
    In realtà le cose non stanno così. Esistono sistemi proporzionali con collegi uninominali, come era per esempio al Senato in Italia, fino al 1994: i seggi venivano distribuiti proporzionalmente e poi veniva eletto il candidato all’interno di ciascun partito che aveva ottenuto la più alta percentuale nel suo collegio. Così come esistono sistemi su lista che sono maggioritari, per esempio nel caso dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti, che tutti pensano essere eletto direttamente dal popolo, non è così, è eletto dall’assemblea dei grandi elettori. Ogni Stato ha un certo numero di grandi elettori, il candidato che prende un voto più degli altri si aggiudica tutti i grandi elettori dello Stato. Quindi esistono sia sistemi uninominali maggioritari sia uninominali proporzionali e sistemi su lista proporzionali e sistemi su lista maggioritari.
    Quali sono i vantaggi e difetti di ciascuna di queste scelte?
    Il sistema uninominale avvicina l’eletto al suo collegio, al suo elettorato, però comporta due svantaggi. Il primo è il maggiore condizionamento delle forze presenti in loco, per esempio è ovvio che in alcune regioni di Italia questo significa un maggiore peso di organizzazioni criminali. Viceversa il sistema nazionale unico tende a allontanare l’eletto dal territorio, però produce una classe dirigente tendenzialmente di livello culturale maggiore e più distaccata da interessi settoriali o particolari territoriali.
    Il sistema uninominale sperimentato dal 1994 al 2001 ha spinto all’aumento delle richieste di natura creditoriale, come trasformare un paese in capoluogo di provincia, oppure costruire l’ennesimo aeroporto per dare più importanza al proprio collegio, per venire in contro alle esigenze, o istituire una università, in una località secondaria. Sempre con l’ottica del creare posti di lavoro, vantaggi, facilitazioni, per il proprio collegio elettorale. Quindi da un lato avvicina l’eletto ai suoi elettori, dall’altro spinge verso il particolarismo territoriale. Al contrario, il sistema nazionale, del collegio unico nazionale, comporta invece una classe politica sicuramente di livello maggiore e meno influenzabile dalle richieste particolaristiche territoriali, ma nello stesso tempo lo allontana, lo rende più molto autonomo dagli elettori.
    Qual è il senso di tutto questo? Molto dipende dal sistema elettorale che si adotta. Ad esempio, se c’è un recupero nel collegio unico nazionale questo non incide sulla distribuzione dei seggi, ma al massimo sul tipo di classe politica che si seleziona. Se invece non c’è un collegio unico nazionale per il recupero dei resti, che cosa succede? Più grandi sono le circoscrizioni e più facilmente le piccole liste otterranno qualche rappresentante, mentre più piccole sono le circoscrizioni e più difficile sarà per le piccole liste riuscire a entrare.
    Facciamo un esempio: in un collegio che elegge cinque deputati vuole dire che il collegio che la quota piena è il venti per cento. Se c’è un recupero dei resti si può dire che il 10 e mezzo – 11 per cento è una quota con cui si riesce a entrare, ma un partito che ha un 10 -11 per cento in una circoscrizione è un grande partito o è un partito a insediamento locale come la Lega. Riassumendo: collegi piccoli spingono al sindacalismo territoriale e a legare di più il deputato al contesto che lo ha espresso, di solito produce una classe politica di livello più basso, ma più legata alle tradizioni e interessi locali. Il collegio unico nazionale screma una classe politica di profilo più alto, ma nello stesso tempo più autonoma dall’elettorato, il collegio di dimensioni medie tende in qualche modo a mediare tra le due cose, magari con il recupero in un collegio unico nazionale.
    Quindi la domanda è questa: quale collegio dobbiamo scegliere? Qui abbiamo tre ipotesi: uninominale, collegio unico nazionale o collegio intermedio.
    Aldo Giannuli

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