Archive | January 2014

PROCEDURA EX ART. 90 COSTITUZIONE PER GIORGIO NAPOLITANO

il Movimento 5 Stelle presenta la messa in stato di accusa

“Questa mattina il movimento 5 Stelle ha presentato, in entrambi i rami del Parlamento, la denuncia per la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica italiana“. Lo ha detto in aula il capogruppo M5s al Senato, Vincenzo Maurizio Santangelo, chiedendo quindi una sospensione della seduta di due ore “per consentire al nostro gruppo di riunirsi” anche alla luce dei fatti di mercoledì alla Camera. Il reato per cui i grillini accusano Napolitano è quello di attentato alla Costituzione.

Il riferimento è alla decisione del presidente di Montecitorio, Laura Boldrini, di applicare la cosiddetta ghigliottina al decreto Imu-Bankitalia, sospendendo la discussione in aula e procedendo direttamente al voto per potere convertire il provvedimento in scadenza a Mezzanotte, mandando su tutte le furie i deputati M5s.

Mancato rinvio alle Camere di leggi incostituzionali; abuso del potere di grazia; grave interferenza nei procedimenti giudiziari relativi alla trattativa Stato-mafia: sono tra le accuse per il presidente della Repubblica contenute nella richiesta di impeachment presentata da movimento di Beppe Grillo. I Cinque Stelle, inoltre, contestano a Napolitano di aver esercitato pressioni improprie sul Parlamento per imporre una procedura derogatoria dell’articolo 138 della Costituzione per le riforme e di non aver fermato l’abuso della decretazione d’urgenza da parte del governo. “Napolitano è un eversore della Costituzione – dice il senatore M5s Mario Giarrusso – perché la sovverte, la calpesta, la viola e noi non gli consentiamo di farlo nel silenzio e nella compiacenza di tutti”.

Intanto è rissa in commissione Affari costituzionali della Camera dove i deputati del M5s bloccano nell’aula i parlamentari delle altre forze politiche. La commissione ha votato il mandato al relatore della legge elettorale tra le urla dei parlamentari 5 stelle. Sono intervenuti i commessi.

Nel blog di Beppe Grillo è stato pubblicato il testo della denuncia contro il capo dello Stato.

Il Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano, nell’esercizio delle sue funzioni, ha violato – sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e con modalità formali ed informali – i valori, i principi e le supreme norme della Costituzione repubblicana. Il compimento e l’omissione di atti e di fatti idonei ad impedire e a turbare l’attività degli organi costituzionali, imputabili ed ascrivibili all’operato del Presidente della Repubblica in carica, ha determinato una modifica sostanziale della forma di stato e di governo della Repubblica italiana, delineata nella Carta costituzionale vigente. Si rilevano segnatamente, a seguire, i principali atti e fatti volti a configurare il reato di attentato alla Costituzione, di cui all’articolo 90 Cost.

1. Espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d’urgenza 
La nostra Carta costituzionale disegna una forma di governo parlamentare che si sostanzia in un saldo rapporto tra Camere rappresentative e Governo. La prevaricazione governativa assoluta, caratterizzata da decretazione d’urgenza, fiducie parlamentari e maxiememendamenti configura, piuttosto, un ordinamento altro e diverso che non conosce più il principio supremo della separazione dei poteri. Il predominio legislativo da parte del Governo, attraverso decreti legge, promulgati dal Presidente della Repubblica, viola palesemente sia gli articoli 70 e 77 della Costituzione, sia le norme di primaria rilevanza ordinamentale (quale la Legge n. 400 del 1988), sia numerose sentenze della Corte costituzionale (tra tutte: sentenza n. 29 del 1995, n. 22 del 2012 e n. 220 del 2013). Ma al di là del pur impressionante aspetto quantitativo che, comunque, sotto il profilo del rapporto costituzionale tra Parlamento e Governo assume fortissima rilevanza, è necessario rimarcare, parallelamente, una preoccupante espansione della loro portata, insita nei contenuti normativi e, soprattutto, nella loro eterogeneità. 
Aspetto ulteriormente grave è la reiterazione, attraverso decreto- legge, di norme contenute in altro decreto-legge, non convertito in legge. La promulgazione, da parte del Presidente della Repubblica, di simili provvedimenti è risultata in palese contrasto con la nota sentenza della Corte costituzionale n. 360 del 1996, che ha rilevato come «il decreto- legge reiterato – per il fatto di riprodurre (nel suo complesso o in singole disposizioni), il contenuto di un decreto-legge non convertito, senza introdurre variazioni sostanziali – lede la previsione costituzionale sotto più profili». 
La forma di governo parlamentare, alla luce dell’attività normativa del Governo, pienamente avallata dalla connessa promulgazione da parte del Presidente della Repubblica, si è sostanzialmente trasformata in «presidenziale» o «direttoriale», in cui il ruolo costituzionale del Parlamento è annientato in nome dell’attività normativa derivante dal combinato Governo-Presidenza della Repubblica.

2. Riforma della Costituzione e del sistema elettorale
Il Presidente della Repubblica ha formalmente e informalmente incalzato e sollecitato il Parlamento all’approvazione di un disegno di legge costituzionale volto a configurare una procedura straordinaria e derogatoria del Testo fondamentale, sia sotto il profilo procedimentale che sotto quello degli organi deputati a modificare la Costituzione repubblicana. 
In particolare, il disegno di legge costituzionale governativo presentato alle Camere il 10 giugno 2013, sulla base dell’autorizzazione da parte del Capo dello Stato, istituiva una procedura di revisione costituzionale in esplicita antitesi sia rispetto all’art. 138 Cost., sia rispetto all’art. 72, quarto comma, della Costituzione che dispone: «La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale». 
Il Capo dello Stato ha, dunque, promosso l’approvazione di una legge costituzionale derogatoria, tra le altre, della norma di chiusura della Costituzione – ovvero l’art. 138 Cost. – minando uno dei principi cardine del nostro ordinamento costituzionale: la sua rigidità. Egli ha tentato di trasformare la nostra Carta in una Costituzione di tipo flessibile. Flessibilità che, transitivamente, si sarebbe potuta ritenere espandibile, direttamente ed indirettamente, alla Prima Parte della Costituzione repubblicana, in cui sono sanciti i principi fondamentali della convivenza civile del nostro ordinamento democratico. 
Il Presidente della Repubblica ha, inoltre, in data 24 ottobre 2013, nel corso dell’esame parlamentare riferito alla riforma della legge elettorale, impropriamente convocato alcuni soggetti, umiliando istituzionalmente il luogo naturalmente deputato alla formazione delle leggi. Si tratta, segnatamente, del Ministro per le Riforme Costituzionali, del Ministro per i Rapporti con il Parlamento e Coordinamento delle Attività di Governo, dei Presidenti dei Gruppi Parlamentari “Partito Democratico”, “Popolo della Libertà” e “Scelta Civica per l’Italia” del Senato della Repubblica, e del Presidente della Commissione Permanente Affari Costituzionali del Senato.

3. Mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale
Il Presidente della Repubblica, recita l’articolo 74 della Costituzione, prima di promulgare un progetto approvato dalle due Camere, può rinviarlo al mittente, chiedendo una nuova deliberazione. Il rinvio presidenziale costituisce una funzione di controllo preventivo, posto a garanzia della complessiva coerenza del sistema costituzionale. 
Spiccano, con evidenza, alcuni mancati e doverosi interventi di rinvio presidenziale, connessi a norme viziate da incostituzionalità manifesta. 
Possono, in particolare, evidenziarsi sia con riferimento alla legge n. 124 del 2008 (c.d. «Lodo Alfano»), sia con riguardo alla legge n. 51 del 2010 (c.d. «Legittimo impedimento»). Nel primo caso, le violazioni di carattere costituzionale commesse ad opera della Presidenza della Repubblica sono risultate duplici, stante sia l’autorizzazione alla presentazione alle Camere del disegno di legge governativo, sia la sua relativa promulgazione; norma, questa, dichiarata integralmente incostituzionale dalla Consulta con sentenza n. 262 del 2009. Nel secondo caso, la legge promulgata è stata dichiarata parzialmente illegittima dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 23 del 2011 ed integralmente abrogata con referendum popolare del giugno 2011.

4. Seconda elezione del Presidente della Repubblica
Ai sensi dell’articolo 85, primo comma, della Costituzione «Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni». É, dunque, evidente che il testo costituzionale non contempla la possibilità dello svolgimento del doppio mandato da parte del Capo dello Stato. 
A tal riguardo, il Presidente Ciampi ebbe a dichiarare che: «Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato». 
In definitiva, anche in occasione della sua rielezione, il Presidente della Repubblica – accettando il nuovo e doppio incarico – ha violato la forma e la sostanza del testo costituzionale, connesso ai suoi principi fondamentali.

5. Improprio esercizio del potere di grazia
L’articolo 87 della Costituzione assegna al Presidente della Repubblica la possibilità di concedere la grazia e di commutare le pene. La Corte costituzionale ha sancito, a tal riguardo, con sentenza n. 200 del 2006, che tale istituto trova supporto costituzionale esclusivamente al fine di «mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie». 
Viceversa, in data 21 dicembre 2012, il Capo dello Stato ha firmato il decreto con cui è stata concessa al direttore del quotidiano “Il Giornale”, dott. Sallusti, la commutazione della pena detentiva ancora da espiare nella corrispondente pena pecuniaria. A sostegno di tale provvedimento presidenziale, il Quirinale ha «valutato che la volontà politica bipartisan espressa in disegni di legge e sostenuta dal governo, non si è ancora tradotta in norme legislative». 
Analogamente, il Presidente della Repubblica, in data 5 aprile 2013 ha concesso la grazia al colonnello Joseph L. Romano, in relazione alla condanna alla pena della reclusione e alle pene accessorie inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010. La Presidenza della Repubblica ha reso noto che, nel caso concreto, «l’esercizio del potere di clemenza ha così ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico». 
Con nota del 13 agosto 2013, inoltre, il Presidente della Repubblica ha impropriamente indicato le modalità dell’esercizio del potere di grazia, con riferimento alla condanna definitiva del dottor Berlusconi, a seguito di sentenza penale irrevocabile relativa a gravissimi reati. 
Dunque, anche con riguardo agli istituti di clemenza, il potere nelle mani del Capo dello Stato ha subito una palese distorsione, ai fini risolutivi di controversie relative alla politica estera ed interna del Paese.

6. Rapporto con la magistratura: Processo Stato – mafia
Anche nell’ambito dei rapporti con l’ordine giudiziario i comportamenti commissivi del Presidente della Repubblica si sono contraddistinti per manifeste violazioni di principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, con riferimento all’autonomia e all’indipendenza della magistratura da ogni altro potere statuale. La Presidenza della Repubblica, attraverso il suo Segretario generale, in data 4 aprile 2012, ha inviato al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione una lettera nella quale si chiedevano chiarimenti sulla configurabilità penale della condotta di taluni esponenti politici coinvolti nell’indagine concernente la trattativa Stato-mafia e, addirittura, segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta. Inoltre, il Presidente della Repubblica ha sollevato Conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, in merito ad alcune intercettazioni telefoniche indirette riguardanti lo stesso Capo dello Stato. Tale iniziativa presidenziale, fortemente stigmatizzata anche da un presidente emerito della Corte costituzionale, ha mostrato un grave atteggiamento intimidatorio nei confronti della magistratura, oltretutto nell’ambito di un delicatissimo procedimento penale concernente la presunta trattativa tra le istituzioni statali e la criminalità organizzata. Sempre con riferimento al suddetto procedimento penale, il Presidente della Repubblica ha inviato al Presidente della Corte di Assise di Palermo una missiva, al fine di sottrarsi alla prova testimoniale. In particolare egli ha auspicato che la Corte potesse valutare «nel corso del dibattimento a norma dell’art. 495, comma 4, c.p.p. il reale contributo che le mie dichiarazioni, sulle circostanze in relazione alle quali è stata ammessa la testimonianza, potrebbero effettivamente arrecare all’accertamento processuale in corso».

Il Presidente della Repubblica in carica non sta svolgendo, dunque, il suo mandato, in armonia con i compiti e le funzioni assegnatigli dalla Costituzione e rinvenibili nei suoi supremi principi. Gli atti e i fatti summenzionati svelano la commissione di comportamenti sanzionabili, di natura dolosa, attraverso cui il Capo dello Stato ha non solo abusato dei suoi poteri e violato i suoi doveri ma, nei fatti, ha radicalmente alterato il sistema costituzionale repubblicano. 
Pertanto, ai sensi della Legge 5 giugno 1989, n. 219, è quanto mai opportuna la presente denuncia, volta alla messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica per il reato di attentato alla Costituzione.

MoVimento 5 Stelle, Camera e Senato

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SICUREZZA, IGIENE E APPALTI NELLE SCUOLE

Scuole sporche, scuole chiuse, contorsioni mentali di Prefetto, sindaci, direttori; ma, sopra tutto, bambini di cinque, sei anni in mano a uomini qualunque delle ditte appaltatrici e nello sporco. Questo è quanto ci ha dato il governo Letta. Il coordinamento regionale M5S è all’opera. I nostri deputati sono in allerta, ma si parla di contratti di appalto e non della tutela dei diritti: il bersaglio più alto. Un buon tacer non fu mai scritto perciò il silenzio accompagna spesso “l’ignoranza”, in questo caso, dei diritti fondamentali, solo in parte scusabile, perché indotta dalla deriva della politica europea, che pone l’economia al di sopra dei diritti sanciti dalla Costituzione, garantiti da chi più non si sa. Il diritto alla salute degli alunni, il diritto all’istruzione, la Dignità sono fra questi, al pari di Libertà, Eguaglianza, Solidarietà. Non sono materia su cui legiferare violandoli per mere valutazioni di natura economica del governo; se così può chiamarsi un assieme di non eletti. Devono essere pretesi da chi ha responsabilità istituzionali precise, dalla politica, dai cittadini, ma non possono essere messi in discussione o, peggio, violati dal governo e dalla P.A. Devono essere tutelati dal garante della Costituzione e a costui deve rivolgersi l’azione della politica, attraverso i rappresentanti eletti. I diritti fondamentali non sono materia da contrattare, men che meno con appaltatori, con tavoli e tavolini dei prefetti, con volantini o con l’ansia delle mamme.

Convegno “LAVORO e IMPRESA” , Castelbrando, 7 febbraio 2014

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                                                                                                                                                                        Intervento proposto di Mario Donnini

Per parlare di ripresa, è necessario diminuire la corruzione sistemica e il peso della burocrazia allo scopo di migliorare sia la nostra affidabilità sia la competitività e le esportazioni; ma non basta, perché è anche necessario agire nel breve periodo, diminuendo l’inflazione. Tutti sappiamo che il modo più rapido per ottenere questo risultato è aumentare la disoccupazione. Ecco spiegato, allora, l’assalto all’art. 138, le riforme, la deflazione salariale e la precarizzazione del mercato del lavoro, attuate dai recenti governi. e che sono ben sintetizzate nella curva di Phillips sul Rateo dell’inflazione, dove vediamo che l’aumento della disoccupazione fornisce alla curva una spinta al galleggiamento, attenuando l’inflazione. che si porta a valori più bassi. Purtroppo, l’aumento della disoccupazione ha l’effetto di abbattere la domanda interna, ha effetti recessivi sul PIL e produce una grave iniquità sociale. Per quanti credono nel valore fondante della Costituzione, le politiche adottate dai recenti governi – come le abbiamo sintetizzate – contrastano con l’art. 1 della Costituzione e con il suo principio lavoristico. E’ appena il caso di ricordare che, di per se, i principi costituzionali non sono norme e che, perciò, non hanno valore giuridico, tranne il caso in cui costituiscono le fondamenta di una Costituzione rigida; cioè, a dire, una costituzione che non soggiace ai mutevoli indirizzi politici  del succedersi al governo delle diverse maggioranze, perché è resa rigida da una procedura di garanzia per i suoi aggiornamenti e per le riforme costituzionali: una procedura più gravosa di quella prevista per una legge ordinaria. Ecco, allora, che ben si comprende e che più si apprezza il risultato colto dal Movimento contro l’assalto portato all’art. 138. Una battaglia vinta, ma ricordiamolo: bisognerà vincere la guerra. Il principio della “Repubblica fondata sul lavoro” acquista valore giuridico dall’art. 138 e imporrebbe, perciò, al legislatore di tutelare i diritti dei lavoratori.           E’ evidente, invece, il suo contrasto con le scelte politiche scellerate dei recenti governi, imperniate su deflazione dei salari e del welfare, su tassazione e disoccupazione; per le quali la piena occupazione non è né un obiettivo da perseguire, né un diritto da garantire. Ma più ancora questa nostra Costituzione contrasta con i Trattati europei, a principiare dal Trattato di Lisbona, la costituzione truffa – quella che ha reintrodotto la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali -, che conclude il suo modesto Titolo X dedicato al Lavoro, sancendo come prioritaria sulla sua tutela l’esigenza di garantire la competitività economica dell’Ue sui mercati. Per non parlare degli effetti del Trattato fiscale o Fiscal Compact, che dir si voglia. La ripresa e la crescita nell’eurozona non si possono e non si devono ottenere con il meccanismo della deflazione che fonda sulla miseria e sulle privazioni dei lavoratori e dei ceti più deboli. Questa non è competitività. Cambiamo il nostro modo di vedere l’Europa e cambieremo l’Italia.

un altro colpo alla nostra sovranità economica: La privatizzazione della Banca d’Italia

Neanche la dittatura fascista ha fatto tanto danno all’Italia. In questi giorni, il governo dei non eletti, compie un’altra grande demolizione della nostra Nazione ed è la volta della Banca d’Italia, furbescamente chiamata Bankitalia spa, per meglio mimetizzare questo delitto. Infatti, pure se la composizione della Banca d’Italia è costituita da società private (vedi l’elenco ufficiale in calce), Bankitalia spa è un falso, non esiste perché è un Ente di diritto pubblico. I comuni cittadini non possono acquistarne le azioni e gli stessi istituti partecipanti al capitale della Banca d’Italia non possono comprare e vendere quote, neppure quelle da loro possedute. Inoltre, i voti cui hanno diritto non corrispondono esattamente al numero delle quote possedute. Soltanto il direttorio: governatore, direttori generali, vicedirettori generali – sovraordinati all’Assemblea dei partecipanti e al Consiglio superiore, possono proporre di variare e variare l’assetto dei partecipanti e questo avviene quando un istituto di credito fallisce o si divide. Infine, circa il profitto, caratteristica delle società private, dato il rendimento delle quote (0,5%) e il valore dell’inflazione, i partecipanti sono, sostanzialmente, in perdita e venderebbero ben volentieri le loro quote. Il potere dei partecipanti è limitato all’elezione del Consiglio superiore di Amministrazione, che si occupa di ordinaria amministrazione. Le decisioni di politica monetaria sono, invece, appannaggio del direttorio, composto da membri di nomina sostanzialmente pubblica perché vengono nominati a loro volta dal Governatore della Banca d’Italia, che viene scelto dal Presidente della Repubblica. Quindi chi partecipa al capitale non ha voce in capitolo su quella che è la funzione della Banca d’Italia e non può condizionare il direttorio. Crolla, così, ogni tentativo o tesi volta ad affermare la natura privatistica della Banca d’Italia.

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La Banca d’Italia è la banca centrale della Repubblica italiana ed è parte del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e dell’Eurosistema. E’ un istituto di diritto pubblico. Persegue finalità d’interesse generale nel settore monetario e finanziario: il mantenimento della stabilità dei prezzi, obiettivo principale dell’Eurosistema in conformità al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea; la stabilità e l’efficienza del sistema finanziario, in attuazione del principio della tutela del risparmio sancito dalla Costituzione (Art. 47 – La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito), e gli altri compiti ad essa affidati dall’ordinamento nazionale.

Nell’esercizio delle proprie attribuzioni la Banca opera con autonomia e indipendenza, nel rispetto del principio di trasparenza, secondo le disposizioni della normativa comunitaria e nazionale.
Coerentemente con la natura pubblica delle funzioni svolte e consapevole dell’importanza dei propri compiti e responsabilità, l’Istituto cura la diffusione di dati e notizie con la massima ampiezza informativa.

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La privatizzazione della Banca d’Italia prosegue a tappe forzate la marcia. Il motivo per cui il governo sta mettendo le mani sulla Banca d’Italia e si prodiga con velocità inquietante per modificarne lo status, è quello di permettere a chi ha condizionato le politiche economiche e sociali italiane tramite l’euro, di poterlo fare anche in futuro tramite la “nuova” lira.

Ecco, dunque, che dopo 119 esercizi finanziari, vediamo avviata la definitiva privatizzazione della Banca d’Italia, nel silenzio totale e che questo Governo, che non trova un euro per dare anche risposte parziali alla tragedia della Nazione, trova ancora una volta il modo di regalare miliardi alle banche.

Ricordiamo l’arroganza e il totale disprezzo per il Parlamento con cui, dal Consiglio di amministrazione, fu indetta per il 23 dicembre l’assemblea straordinaria che ha chiuso il percorso avviato dal governo Letta in nome e per conto delle grandi banche italiane, prima, cioè, della conversione del decreto legge da parte del Parlamento. La domanda che ci si pone è: A cosa dobbiamo il silenzio di tutte le forze politiche?

Il ministro Fabrizio Saccomanni, riferendosi al provvedimento che ha rivalutato le quote di capitale della Banca d’Italia secondo il documento che Bankitalia ha reso pubblico e che ha chiarito la natura dell’operazione, ha precisato che “la misura che riguarda il capitale della Banca d’Italia serve essenzialmente a migliorare la patrimonializzazione delle banche”. Traduciamo: Serve a fare l’ennesimo regalo alle banche private, forse, anzi senza forse, anche a quelle straniere.

Il ministro ha spiegato che “Bankitalia (!) si trasformerà in public company” (quanti italiani sanno cosa significa?…il meno possibile); parlando del provvedimento per la rivalutazione delle quote, ha detto:. Il tetto al 5% per la partecipazione, infatti, “lascia la porta aperta a investitori europei”. Insomma sarà una struttura da public company “di cui nessuno avrà il controllo”. Naturalmente, voleva dire: “Nessuno di noi!”

Il decreto amplia, infatti, “il novero dei soggetti italiani ed europei che possono detenere quote del capitale della Banca d’Italia”. I soggetti autorizzati saranno quindi: banche, fondazioni, assicurazioni, enti ed istituti di previdenza, inclusi fondi pensione. Per effetto di questa modifica normativa, “le banche potranno essere autorizzate ad includere le quote nel patrimonio di vigilanza, rafforzandone la base di capitale”

Capisco che Unicredit ed Intesa abbiano la necessità di portarsi a capitale per l’anno trascorso il regalo di 3,5 miliardi del governo; ma la Banca d’Italia è nostra e siamo sicuri che si possa fare un cosi grave affronto istituzionale al Parlamento? E che questo sia possibile utilizzando il solito decreto che asfalta il Parlamento e che si occupa di tutt’altro: l’ultima rata Imu 2013.  Perché – sia chiaro – il decreto IMU serve a dar via la Banca d’Italia all’insaputa dei cittadini. Nel decreto Imu esistono articoli che aumentano il valore delle quote della banca centrale in mano agli azionisti privati, ossia le maggiori banche, assicurazioni, Inps e Inail.

Una rivalutazione arbitraria e contestata da più parti ha portato l’ammontare delle azioni da 156mila euro (era il 1936) a 7,5 miliardi di euro. Pagata dalla stessa Banca d’Italia, che attingerà alle proprie, anzi, cominciamo a dire: alle nostre riserve, perché sono un bene pubblico, perché i profitti di una banca centrale sono ottenuti attraverso le sue funzioni pubbliche svolte, perciò, in regime di monopolio. Alle banche sarà garantito un dividendo del 6% (remunerazione senza eguali sul mercato per quanto riguarda asset free-risk) e dunque intascheranno sino a 450 milioni di euro sui profitti della Banca d’Italia. Allo Stato invece andranno gli spiccioli. In più, nessuno potrà detenere più del 3%, mentre oggi ci sono gruppi bancari che hanno quote molto più alte (solo Intesa e Unicredit assieme detengono il 64%), quindi molte azioni torneranno in ballottaggio. E potrebbero finire..siamo certi che finiranno a soggetti controllati da banche straniere. E’ un altro colpo alla nostra sovranità economica. Il M5S farà di tutto per evitare questo scandalo.” Mai come ora vale l’epiteto “GOVERNO LADRO”. Ci vorrebbero i Carabinieri! ma, dimenticavo, il Trattato di Velsen ne ha decretato lo scioglimento!

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Questa la lista completa della composizione alla Banca d’Italia in questo momento:

Banca e quote Qe % Voti
Intesa Sanpaolo S.p.A. 91035 30,3450% 50
UniCredit S.p.A. 66342 22,1140% 50
Assicurazioni Generali S.p.A. 19000 6,3333% 42
Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. 18602 6,2007% 41
INPS 15000 5,0000% 34
Banca Carige S.p.A. – Cassa di Risparmio di Genova e Imperia 11869 3,9563% 27
Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. 8500 2,8333% 21
Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. 7500 2,5000% 19
Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A. 6300 2,1000% 16
Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. 6094 2,0313% 16
Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A. 5656 1,8853% 15
Fondiaria – SAI S.p.A. 4000 1,3333% 12
Allianz Società per Azioni 4000 1,3333% 12
Banco Popolare s.c. 3668 1,2227% 11
Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A. 3610 1,2033% 11
Cassa di Risparmio di Asti S.p.A. 2800 0,9333% 9
Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A. 2626 0,8753% 9
Banca delle Marche S.p.A. 2459 0,8197% 8
INAIL 2000 0,6667% 8
Milano Assicurazioni 2000 0,6667% 8
Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia S.p.A. (CARIFVG S.P.A.) 1869 0,6230% 7
Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia S.p.A. 1126 0,3753% 6
Casse di Risparmio dell’Umbria S.p.A. 1106 0,3687% 6
Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A. 949 0,3163% 5
Banca di Legnano S.p.A. 873 0,2910% 5
Cassa di Risparmio di Ravenna S.p.A. 769 0,2563% 5
Banca Regionale Europea S.p.A. 759 0,2530% 5
Cassa di Risparmio di Fossano S.p.A. 750 0,2500% 5
Banca Popolare di Vicenza S.c.p.A. 687 0,2290% 5
Cassa di Risparmio di Cesena S.p.A. 675 0,2250% 5
Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno S.p.A. 653 0,2177% 5
Cassa di Risparmio di S. Miniato S.p.A. 652 0,2173% 5
Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna S.p.A. 605 0,2017% 5
Banca Carime S.p.A. 500 0,1667% 5
Società Reale Mutua Assicurazioni 500 0,1667% 5
Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana S.p.A. 480 0,1600% 4
Banca CARIM – Cassa di Risparmio di Rimini S.p.A. 393 0,1310% 3
Cassa di Risparmio di Bolzano S.p.A. 377 0,1257% 3
Cassa di Risparmio di Bra S.p.A. 329 0,1097% 3
Cassa di Risparmio di Cento S.p.A. 311 0,1037% 3
CARISPAQ – Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila S.p.A. 300 0,1000% 3
Cassa di Risparmio della Spezia S.p.A. 266 0,0887% 2
Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo S.p.A. 251 0,0837% 2
Cassa di Risparmio di Orvieto S.p.A. 237 0,0790% 2
Banca Cassa di Risparmio di Savigliano S.p.A. 200 0,0667% 2
Cassa di Risparmio di Volterra S.p.A. 194 0,0647% 1
Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti S.p.A. 151 0,0503% 1
Banca Popolare dell’Emilia Romagna S.c. 130 0,0433% 1
Cassa di Risparmio di Fermo S.p.A. 130 0,0433% 1
Cassa di Risparmio di Savona S.p.A. 123 0,0410% 1
TERCAS – Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo S.p.A. 115 0,0383% 1
Cassa di Risparmio di Civitavecchia S.p.A. 111 0,0370% 1
Credito Valtellinese S.c. 101 0,0337% 1
Cassa di Risparmio di Carrara S.p.A. 101 0,0337% 1
CARILO – Cassa di Risparmio di Loreto S.p.A. 100 0,0333% 1
Cassa di Risparmio della Repubblica di S. Marino S.p.A. 36 0,0120%
Banca CARIPE S.p.A. 8 0,0027%
Banca Monte Parma S.p.A. 8 0,0027%
Cassa di Risparmio di Rieti S.p.A. 8 0,0027%
Cassa di Risparmio di Saluzzo S.p.A. 4 0,0013%
Banca del Monte di Lucca S.p.A. 2 0,0007%

PERCHE’ “ EURO “ ???

 C’è chi dice:

“Che nell’euro così com’è molte cose non vadano nessuno ormai lo contesta. Il dibattito si sposta su come riformare la moneta unica o come abbandonarla. Quest’ultima opzione suscita grandi timori, non tutti fondati. Prima di parlarne, osservo che il punto dirimente è quello politico, non quello tecnico. Faccio un esempio: per i tedeschi entrare nell’euro ha significato abbandonare una valuta forte, il marco. Perché questo non ha causato panico? Semplicemente perché si era raggiunto un consenso intorno all’idea che l’euro avrebbe comunque portato benefici. Allo stesso modo oggi per gli italiani tornare alla lira significherebbe abbandonare una valuta forte, l’euro. Se però ci si convincesse, a torto o a ragione, dei benefici di un’uscita dall’euro, si creerebbero le condizioni politiche per una transizione senza panico.”.

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Ma il problema non è il panico in Italia, ma gli effetti nei confronti del mondo finanziario internazionale.

“l’obiezione secondo cui l’uscita è impossibile perché i trattati non la prevedono è infondata. La convenzione di Vienna stabilisce che un trattato può essere risolto, anche in assenza di clausole espresse, quando mutino i presupposti in base ai quali esso è stato concluso (è il principio rebus sic stantibus). L’attuale disastro fornisce una base giuridica sufficiente per un recesso. Lo ammette la stessa Bce in un documento del 2009. “

Non è certamente nemmeno un problema di ostacoli all’uscita.

Nemmeno l’argomentazione che:

“uno stato sovrano ha il diritto di decidere in quale conio sono definiti i contratti che cadono sotto la sua giurisdizione. Nel nostro codice civile questo principio è disciplinato dagli articoli  1277 e seguenti. L’uscita avverrebbe quindi tramite una ridenominazione in nuove lire dei contratti regolati dal diritto italiano. A quale cambio? L’opzione più semplice da gestire è che si usi un cambio uno a uno. Lo stipendio passerebbe da 1500 euro a 1500 nuove lire, la rata del mutuo da 500 euro a 500 nuove lire, ecc.”

è sostenibile, in quanto internamente potremmo denominare il cambio in qualsivoglia modo.

“il passaggio al nuovo conio sarebbe seguito da un riallineamento del cambio sui mercati valutari. Una rivalutazione dei Paesi «forti» e una simmetrica svalutazione della nuova lira, che restituirebbe respiro al nostro export con effetti positivi su reddito e occupazione.”

Forse potrebbe verificarsi tutto ciò, e se non fosse così?

Viste le condizioni diverse rispetto agli anni 80, oggi qual è la nostra produzione da esportare??

…e il costo dell’importazione delle materie prime?

“La svalutazione non ci schiaccerebbe sotto il costo delle materie prime? Non è detto. Secondo gli studi più recenti, il riallineamento atteso è dell’ordine del 30%, distribuito lungo l’arco di almeno un anno. Certo, in capo a un anno le materie prime costerebbero  un 30% in più. Ma le materie prime sono solo una componente del costo del prodotto finito. Ad esempio, il riallineamento del cambio non influirebbe sul costo del lavoro in valuta nazionale.”

…e allora la nostra capacità di esportare come si modificherebbe?, …ed il potere di acquisto dei nostri stipendi e pensioni manterrebbe l’integrità solo su prodotti nazionali??

E questi prodotti non si avvalgono per la loro produzione di prodotti almeno in parte importati (energia, petrolio, derivati, materie prime)?

“Nel caso dei carburanti, poi, la componente fiscale è preponderante. Per questo motivo si osserva che solo un terzo di una svalutazione si traduce in un incremento del prezzo alla pompa. Con una svalutazione del 30%, l’incremento atteso del prezzo alla pompa sarebbe di circa il 9%, distribuito in più di un anno (ne abbiamo avuti di maggiori con l’euro).

Secondo gli studi occorre un anno perché il 36% di una svalutazione si trasferisca sui prezzi interni. Ha torto chi dice che se svalutassimo del 30% saremmo tutti più poveri del 30% in una notte! Del resto, da un anno a questa parte l’euro ha guadagnato circa l’8% sul dollaro.”

In parte è vero, ma non confondiamo la pressioni fiscale italiana, con una sostanziale stabilità dei prezzi alla fonte di prodotti petroliferi, che, nel caso di una moneta “perdente” nei confronti del dollaro, non avremmo certamente avuto.

In Europa i prezzi dei carburanti sono generalmente inferiori rispetto all’Italia, tuttalpiù tale argomentazione dovrebbe sostenere una unificazione di regime fiscale in area Euro.

“D’accordo, si obietta, ma comunque il debito estero andrebbe pagato in valuta forte, e saremmo schiacciati dall’onere del debito! Non è corretto. Solo i contratti regolati dal diritto estero subirebbero questa sorte. Non ricade fra questi la maggior parte dei titoli pubblici. Va bene, ma allora i mercati, penalizzati dalla svalutazione, non ci isolerebbero, rifiutandoci altro credito? Non è detto.”

E’ vero “non è detto”, ma non è detto nemmeno il contrario!

Il problema dei titoli pubblici è soggetto al grado di fiducia che il nostro paese godrebbe nei confronti dell’estero.

Saremmo dunque ritenuti con un rischio minore degli altri paesi europei?

I conti pubblici non si modificherebbero dall’oggi al domani! ….visto che negli ultimi trenta anni sono sempre peggiorati!!

“E poi, chiedo, un imprenditore preferisce pagare un po’ di più le materie prime, ma ricominciare a fatturare, o essere «protetto» dalla valuta forte che però gli impedisce di vendere all’estero?”

Ma il problema dell’Italia è la mancanza di export a causa dell’euro??   E la Germania che ha export in crescita e …anche l’Euro??

E l’incremento di solo l’asserito 30% (non mi sembra poco!) non ridurrebbe oltremodo la nostra capacità di competere sui mercati internazionali, senza tenere conto di una eventuale quotazione sfavorevole della nostra valuta nazionale (non dimentichiamo che siamo in regime di cambi flessibili e NON fissi)??

In macroeconomia, è difficile valutare gli effetti di una scelta di politica economica, perché manca una stima credibile del “controfattuale”, di quello che sarebbe successo a un paese senza quella scelta.

Nemmeno un’indagine retrospettiva ha molto significato, se non accademico.

Non dimentichiamo che in economia il ruolo di ogni singolo operatore può influenzare in modo considerevole gli eventi ed esserne a sua volta influenzato in una relazione fortemente intrecciata cosicché sia quasi inutile effettuare ipotesi teoriche nel passato.

Come si sarebbero modificati gli eventi passati se il punto di partenza fosse stato diverso?? Possiamo fare solo ipotesi senza la certezza del riscontro nella realtà.

Ciò che comunque si deve tener conto è dei rischi a cui siamo disposti ad andare incontro, considerando le ipotesi peggiori da cui non si ritorna indietro.

Oserei dire che in economia è quasi diventato un assioma, e quindi inconfutabile, che l’incertezza viene penalizzata.

Di fronte ad una declaratoria che segue a favore dell’Euro di questo tenore quello su cui si deve agire è l’eliminazione delle storture di quanto si è creato, non del concetto stesso.

Si deve agire perché l’impegno sia profuso in egual misura da tutti, senza pensare di poter essere alle spalle degli altri senza aver almeno intrapreso un percorso comune a suo tempo condiviso, consapevoli dei vantaggi che si voleva teoricamente condividere.

“Grazie all’euro, non solo vengono eliminati i rischi di fluttuazione e i costi di cambio e viene rafforzato il mercato unico, ma si creano anche le condizioni per una più stretta cooperazione tra gli Stati membri ai fini della stabilità della moneta e dell’economia, di cui beneficiamo tutti.

I benefici dell’euro sono molteplici e si avvertono a vari livelli, da quello dei singoli e delle imprese a quello dell’intera economia. Vediamoli:

•            maggiore scelta e stabilità dei prezzi per i consumatori

•            maggiore sicurezza e maggiori opportunità per le imprese e i mercati

•            maggiore stabilità e crescita economica

•            maggiore integrazione dei mercati finanziari

•            maggior peso dell’UE nell’economia mondiale

•            presenza di un segno tangibile dell’identità europea.

Molti di questi benefici sono legati tra di loro. Ad esempio, la stabilità economica è un fattore positivo per l’economia di un paese in quanto consente al suo governo di pianificare il futuro, ma giova altresì alle imprese in quanto riduce le incertezze e incentiva gli investimenti.

(costo del debito pubblico- titoli di stato)

Prima dell’euro, il cambio delle valute comportava costi aggiuntivi, rischi e una minore trasparenza nelle transazioni transfrontaliere. Con la moneta unica, le imprese dell’area dell’euro possono operare con costi e rischi minori.

Allo stesso tempo, la possibilità di confrontare i prezzi favorisce gli scambi transfrontalieri e ogni tipo di investimenti, sia per i singoli consumatori alla ricerca del prodotto meno costoso, sia per le imprese che acquistano il servizio con il miglior rapporto qualità-prezzo, sia, infine, per i grandi investitori istituzionali che possono investire in maniera più efficiente all’interno dell’area dell’euro senza il rischio insito nelle fluttuazioni dei tassi di cambio. All’interno dell’area dell’euro, vi è attualmente un unico grande mercato integrato che utilizza la stessa moneta.

Le dimensioni e l’oculata gestione sono, inoltre, fattori di stabilità economica per l’area dell’euro, che risulta meno vulnerabile ai cosiddetti “shock” economici esterni, vale a dire quei mutamenti economici improvvisi che possono verificarsi al di fuori dell’area dell’euro e mettere in difficoltà le economie nazionali, quali, ad esempio, l’aumento dei prezzi mondiali del petrolio o le turbolenze sui mercati valutari mondiali.”

 

COSTITUZIONE E LIBERTA’

La Costituzione è il binario sul quale scorre la vita politica della Nazione. La locomotiva sarà sempre il denaro. Il capotreno può essere chiunque sia votato, ma il binario ci garantisce. L’attuale Costituzione ci ha imposto la partitocrazia, che si è posta come terzo rispetto al governo e al popolo, usurpandone la sovranità. I Grilli Parlanti – Dolo si propongono come un MeetUp di analisi critica di questa Costituzione, perché ne scaturisca un dibattito fra i nostri elettori e si abbia una piena consapevolezza condivisa del quadro in cui operiamo.

 

 A distanza di più di sessantaquattro anni dalla entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana e a quasi settanta dalla fine della dittatura, il periodo che stiamo vivendo ci appare sempre più, nuovamente, come un nuovo spartiacque storico fra realtà contrapposte. Ieri segnava il passaggio definitivo dalla monarchia alla Repubblica, relegava alla storia il periodo della dittatura e dell’oppressione, dove le forme di libertà pubbliche erano state stravolte e deviate, le opposizioni cancellate, il Parlamento abolito, il diritto di voto cancellato, la libertà di stampa piegata in sostegno del regime del partito unico: Un partito non più inteso come forma di partecipazione politica, ma come strumento di dominio sulla società civile. La Repubblica ristabilì l’effettivo esercizio del voto e, con esso, la democrazia, sancendo il principio della sovranità popolare nella sua Costituzione.

Ieri, stavano le condizioni rovinose in cui l’Italia, in lutto, era uscita dalla guerra, oggi le condizioni disastrose in cui l’ha sprofondata una così detta politica, che politica non è; e, di nuovo, i lutti. Questa volta, non sono le vittime delle armi nemiche a segnare il tempo con il loro sangue: sono gli imprenditori ridotti al fallimento, le madri e i padri senza il pane, i giovani senza lavoro, senza un futuro. Ieri, fu il nemico vincitore a soccorrere l’economia, oggi è lo Stato a rastrellare quel poco di ricchezza lasciata dai banchieri, come ai cani; ma non può chiamarsi Stato, queste non possono chiamarsi istituzioni, ché troppo alto è il nostro concetto di queste.

Oggi, nuovamente, come allora, dopo il passaggio dalla dittatura di un partito alla repubblica partitocratica, il popolo italiano anela un nuovo passo: dalla partitocrazia alla Repubblica dei cittadini. Non vogliamo affermare che la partitocrazia abbia generato una nuova dittatura; ma i partiti politici, eretti a strumento insuperabile, determinante, della vita politica nazionale dall’art. 49 della Costituzione, si sono, di fatto, consociati e sostituiti ai cittadini nel rapporto con il governo che essi stessi esprimono, per i loro fini. E i cittadini sono divenuti terzi, a seguito dell’ampia delega lasciata ai partiti per troppo tempo. Essi non possono più chiamarsi liberi e quando una Costituzione non garantisce i diritti di libertà, abbiamo una “tirannide” .

Anche oggi, come allora, i cittadini vogliono riappropriarsi della vita politica. Anche oggi, le forme di libertà sono deviate. I corrotti, i traditori del popolo siedono fra i banchi delle istituzioni. Bisogna riscrivere il reato di Alto Tradimento! Invece, il reato di vilipendio viene contestato a dei ragazzi ventenni che di fronte al crollo della morale, cercavano, malamente, ma un dialogo. La democrazia è ferita: al voto di nove milioni di elettori: il 25%  dei voti, non corrisponde alcuna rilevanza istituzionale; il Parlamento è stato congelato per due mesi, per non dare voce al loro voto: Rappresentano la prima forza politica della nazione, ma i mezzi d’informazione, i pennivendoli li beffeggiano, perché sono stati prezzolati con le leggi o comprati con i soldi dei cittadini da imperi privati di pseudo imprenditori, cresciuti nel sottobosco politico.

Da qualche decennio, da più parti, politiche e non, si sente dire che la Costituzione della Repubblica Italiana non è aggiornata, non è più adeguata alle mutate esigenze della nazione; che, in parte, non è stata attuata o, addirittura deviata. La critica più condivisa è la sostanziale sovrapposizione dell’attività delle due camere, mentre, la posizione del premier nei confronti dei singoli ministri e quindi nei confronti dei diversi partiti che fanno parte della coalizione è stata rafforzata con la legge  n. 400/1988, come modificata dal D. Lgs. 303/1999. Si parla sempre di più della elezione diretta del Capo dello Stato e – perché no? – del Presidente del Consiglio. Tuttavia, poiché queste riforme dovrebbero essere votate dai partiti, che, perciò, verrebbero a perdere parte del loro potere, esse sono rimaste fino ad oggi, lettera morta: fino ad oggi, cioè, fino all’affermazione del Movimento 5 Stelle.

Quella Italiana sembrò una costituzione moderna, perché affermò il valore sociale del lavoro. E’ rigida, perché prevale sulle leggi ordinarie; perché il procedimento per il suo aggiornamento è aggravato. E’ programmatica, perché gli obbiettivi che si propone rappresentano un programma per le forze politiche. Sarebbe democratica perché, nelle parole, conferisce al popolo la sovranità e afferma la strumentalità necessaria dei sindacati e dei partiti politici. Ma proprio al ruolo centrale, diremo, sproporzionato che la Costituzione assegna ai partiti, sono da attribuire gran parte delle cause della presente situazione di crisi, che è, prima di tutto, morale e non solo economica. Senza mutare l’impianto partitocratico della Costituzione, la Repubblica non sopravviverà.

 

I PARTITI NELL’ATTUALE COSTITUZIONE COME STRUMENTO PER L’ESERCIZIO CONTINUO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE.

Negli Stati a democrazia a rappresentanza indiretta i partiti politici sono lo strumento attraverso il quale i cittadini dovrebbero avere una partecipazione permanente e continua alla politica nazionale.

Infatti, l’esercizio diretto della sovranità popolare, a livello nazionale, si attua solo

con il referendum, laddove è previsto – ma il suo carattere è inevitabilmente eccezionale e saltuario – e

con il diritto di voto, per sua natura, a lunga periodicità e dominato dal monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle liste elettorali.

N O T A

Altro strumento, diverso dai partiti politici, è la lista civica elettorale presentata alle elezioni amministrative, movimento politico locale autonomo rispetto ai partiti tradizionali, con un programma che mira ad affrontare e risolvere problemi locali. Le liste civiche possono talvolta riunirsi in occasionali o stabili federazioni nazionali

 

Ma, i partiti sminuiscono le autonome possibilità di azione politica dei singoli cittadini e dei raggruppamenti episodici, a tal punto che detengono ed esercitano il potere politico reale, al di fuori del Parlamento, tale che anche il voto di fiducia delle Camere ne risulta condizionato.

La sostanziale democraticità dell’ordinamento politico dello Stato partitocratico (Parteienstaat, état partitaire) viene a dipendere esclusivamente dalla lealtà e dall’efficienza dei partiti politici: dalla loro effettiva capacità di assolvere la delicata funzione di strumenti permanenti di espressione della volontà politica popolare.

In questo modello, la genuinità, l’onesta e l’adeguatezza degli organi rappresentativi e della Pubblica Amministrazione non dipendono più dal senso dello Stato dei cittadini, ma dai partiti.

A differenza dei governi parlamentari ottocenteschi, in cui i partiti erano gruppi elettorali senza una organizzazione permanente,

in una nazione moderna, la somma degli interessi che fanno capo ai partiti è tale per cui

la funzione di canalizzazione e di espressione della volontà politica popolare si traduce in una mera utopia.

Il libero cittadino diviene facilmente suddito, impotente e senza altra voce in capitolo che il diritto di voto e il referendum; ma, il primo, può essere disatteso dal candidato eletto, libero anche di cambiar bandiera e, il secondo, lo è stato costantemente.

 

 

I PARTITI NELLA COSTITUZIONE, QUALI EFFETTIVI CENTRI DECISIONALI IN OGNI SETTORE DELLA VITA PUBBLICA NAZIONALE:

Art. 49

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Riflettiamo sul ruolo centrale e sul significato – diremo – sproporzionato della disposizione stessa, per la figura e la funzione che i partiti sono venuti ad assumere a seguito dell’ampia delega lasciata loro dai cittadini, per troppo tempo.

Questa è la norma che ha favorito il concentrarsi della politica nelle oligarchie ristrette formate da professionisti.

L’art. 49 si ricollega all’art. 1 della Costituzione, dove sono affermati il carattere democratico della Repubblica, nonché l’appartenenza della sovranità al popolo, e si ricollega alle disposizioni che disciplinano la struttura rappresentativa delle camere, la loro articolazione interna e i rapporti con il Governo.

Diciamo subito che nel suo tenore letterale, è una disposizione volutamente polivalente e ambigua, con una doppia natura specialmente perché pone una norma immediatamente operante, che incide sui diritti di libertà e sulle strutture organizzative del potere, ma pone anche norme ad efficacia differita, come quelle sulla disciplina legislativa dei partiti, la cui mancanza conferisce alla norma un carattere di astrattezza.

Notiamo anche che limita il diritto enunciato ai soli cittadini e che il fine associativo è di determinare la politica nazionale.

A monte della norma sta l’art.18 che enuncia il principio generale della libera associazione, limitato, tuttavia, da una ulteriore e specifica disciplina dettata per i sindacati e per i partiti politici, rispettivamente, con gli articoli 39 e, appunto, 49.

Art. 18

“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.”

N O T A

La norma trova la sua motivazione nell’obbligo vigente, durante il Fascismo, di chiedere l’autorizzazione per ogni forma associativa al Prefetto, che deteneva anche il potere di sciogliere d’autorità qualsiasi associazione ritenuta non gradita al regime.

 

Il contesto storico sociale

Questo articolo, innovativo per il tempo in cui fu scritto, trae certamente dalla situazione venutasi a creare con il crollo del regime a partito unico e, poi, con l’armistizio, la guerra civile, il riemergere dei partiti politici attraverso i movimenti partigiani e il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica.

Infatti, i partiti erano stati soppressi dalla legge fascista 25 novembre 1921, n. 2008 “Per la difesa dello Stato”.

Dobbiamo la nascita di questa Costituzione principalmente ai sei partiti costituenti il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale”, che informarono la vita politica durante i periodi pre-costituente e costituente, tale che ben possiamo affermare che la Costituzione è stata tenuta a battesimo ed è l’espressione della partitocrazia.

L’art. 49 ha consacrato e riassunto quella situazione nella sede normativa più alta e il riconoscimento formale del diritto dei cittadini di associarsi in partiti consacra ed è preceduto dall’affermarsi dei partiti vincitori quali effettivi centri decisionali in ogni settore della vita pubblica nazionale; tutti i partiti meno uno: Il Partito Nazionale Fascista, bandito in ogni sua forma dalla vita politica della nuova Italia democratica.

L’art. 49 servì, perciò, a sanzionare il passaggio dalla dittatura del partito unico alla democrazia rappresentativa dei partiti democratici, ma legittimando un sistema a rappresentatività indiretta, almeno per quelli che ammettono tale forma di rappresentanza.

La democrazia partecipata

Oggi, si sente, dai più, la necessità di dare ai partiti una disciplina giuridica, restituendo loro la funzione di centri di formazione del pensiero politico e attribuendo direttamente al popolo sovrano la funzione di determinare la vita politica della nazione.

Il Movimento 5 Stelle vuole significare questo passaggio ulteriore della democrazia verso la rappresentanza diretta, che è la vera – e, per noi l’unica – forma di rappresentanza possibile.

 

IL FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI

Fra le proposte dei 10 saggi, ai limiti della costituzionalità, contenute nel documento conclusivo presentato al Capo dello Stato, abbiamo letto:

 UN ADEGUATO FINANZIAMENTO PARTITI E’ INELIMINABILE –

E’ un fatto che l’Italia sia risorta dalla sconfitta della 2a Guerra Mondiale materialmente, militarmente, ma non moralmente. Lo strumento del tradimento, usato per liberarla dalla nefasta dittatura è stato vincente e fu giustificato dalla causa: la liberazione, come fosse morale. Perciò non è stato mai condannato.

 Così, varcati i confini della morale e senza un limite, qualunque illecito utile alla “causa” diventa astrattamente possibile.

Gli scandali che hanno accompagnato la vita dei partiti, anche prima della dittatura, hanno dato un quadro sufficiente delle fonti e dei sistemi di finanziamento illecito dei partiti: le gestioni fuori bilancio,  gli enti pubblici statali e parastatali,   le organizzazioni e, finanche,   i governi stranieri amici e non,   gli operatori economici finanziari,   i cosiddetti “project financing“, le Grandi Opere, sempre più spesso inutili in sé o dannose (come la TAV), ma utili ai partiti, alle mafie e alle lobby, che finiscono regolarmente a carico dello Stato, i cui costi sono occultati nei bilanci di società private,   le società di gestione di servizi pubblici,    l’anticipata divulgazione di decisioni economiche e finanziarie,    gli appalti,   le concessioni,   le autorizzazioni,  i permessi e, ultimo ma non ultimo,   il mutamento d’uso del territorio, con effetti nefasti, prima di tutto, sul suo consumo, ma anche sull’ambiente, sul paesaggio e sull’assetto idrogeologico.

Possiamo affermare che il finanziamento illecito ed occulto dei partiti è una conseguenza diretta e inevitabile della funzione loro attribuita dall’art. 49 della Costituzione e dal modello di rappresentatività indiretta adottato.

E’ assolutamente evidente che non si possa più parlare di democrazia rappresentativa,              ma di plutocrazia asservita a qualunque fonte di lucro, anche proveniente da centri di potere finanziario e da governi stranieri, che asservono ai loro interessi la politica nazionale: plutocrazia che falsa la lotta politica in favore dei partiti che sono al governo, che ne condiziona le alleanze, ne cristallizza le oligarchie e pone a sistema i cosiddetti “cerchi magici”, privilegia i candidati più destri nell’arte di accaparrare finanziamenti, infine (ma non c’è una fine), concorre a rendere inefficiente e corrotta la Pubblica amministrazione;

ed ecco, al comando gli incapaci ma disonesti, la preferenza alle scelte antieconomiche ma convenienti.

Per effetto di questa inarrestabile immoralità, ogni bisogno pubblico diviene fonte di speculazione e di arricchimento dei plutocrati e delle lobby:

la sanità diventa business e al suo centro non troviamo più il medico e il paziente, ma l’azienda e il denaro.

Così, i trasporti e i beni essenziali (l’acqua), più in generale, i servizi passano in mano al capitale privato per non obbedire più alle esigenze della collettività

e il peso fiscale non trova più in loro il proprio corrispettivo e il proprio limite. 

E’ un miracolo che attraverso il Movimento 5 Stelle si sia potuta riformare una coesione sociale.

Cosa hanno detto i 10 saggi a Napolitano? “Il finanziamento pubblico delle attivita’ politiche in forma adeguata e con verificabilita’ delle singole spese, costituisce un fattore ineliminabile per la correttezza della competizione democratica e per evitare che le ricchezze private possano condizionare impropriamente l’attivita’ politica”.Così hanno scritto i ‘saggi’ nel loro documento. Forse fino ad oggi hanno vissuto in un’altra Italia!

Afferma il falso! chi     per ovviare alla gravità delle conseguenze dei finanziamenti illeciti,

ci propone regole limitatrici della spesa dei partiti o dei possibili contributi a loro favore,

o perora la causa del finanziamento integrativo, a carico del bilancio dello Stato.

Così NON si pone un freno ma si accentua il sistema delle oligarchie e si alimentano i bisogni illimitati dei partiti e PURTROPPO dei loro rappresentanti:

Non si possono statizzare gli strumenti attraverso i quali la società si fa Stato e l’esercizio della sovranità deve stare in capo al popolo, senza intermediari.

Il solo modo per poter fare politica a mani pulite è ricondurre i partiti a essere la fucina del dibattito politico, lontani dalle leve del potere e attuare, invece, la rappresentanza diretta quale strumento per esercitare la sovranità del popolo, per non dire dei popoli, ove dovesse nascere veramente un’Europa dei popoli.

La Costituzione, abrogato l’art.49, dovrà affermare questa forma di garanzia della democrazia. Il Movimento 5 Stelle ha già tracciato il percorso di questa riforma.

LA LEGGE ELETTORALE DEL M5S

LEGGE ELETTORALE M5S

La legge elettorale del M5S sarà sviluppata on line a partire dalla prossima settimana INSIEME agli iscritti certificati al M5S (ad oggi circa 100.000) con il supporto di Aldo Giannulli che illustrerà ogni singola scelta alla quale seguirà una consultazione on line. La legge elettorale del M5S dovrebbe essere completata per il mese di febbraio e sarà la posizione ufficiale del M5S da discutere in Parlamento quando un Parlamento legittimo sarà insediato. Il Parlamento attuale è infatti incostituzionale, i suoi eletti sono stati nominati, il premio di maggioranza è abnorme. In Parlamento siedono 150 abusivi eletti grazie al premio di maggioranza del Porcellum. Gli abusivi sono di PD, SEL, Centro Democratico e SVP. La loro elezione non è neppure stata convalidata.

La legge elettorale del M5S dovrebbe configurare un proporzionale con correttivi maggioritari, che prevede le preferenze, nessuna possibilità di coalizzarsi e uno sbarramento fissato all’1 o al 2% a livello nazionale. È stata questa la proposta messa sul tavolo dal Movimento 5 Stelle per superare il Porcellum. come l’ha spiegata Danilo Toninelli, il deputato che ha tenuto le redini del dibattito. Più in particolare:

I punti qualificanti sono già stati messi definiti: “Il testo base prevede un proporzionale con circoscrizioni elettorali molto piccole, delle dimensioni, per capirci, delle attuali Province, nell’ambito delle quali attribuire i seggi. Per il Senato si sta studiando qualche correttivo, ma sono questioni tecniche in via di risoluzione”.

“In questo modo – ha spiegato Toninelli – il correttivo in senso maggioritario sarebbe insito nella legge, perché in collegi dove vengono eletti quattro o cinque deputati è automatico che vengano conquistati unicamente dai due o tre partiti dalle percentuali più alte”.

 “La ripartizione dei seggi non avverrebbe più con il metodo dei quozienti più alti, ma con il sistema d’hondt, Il metodo D’Hondt, inventato e descritto per la prima volta dallo studioso belga Victor D’Hondt nel 1878, è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. Questo sistema prevede che si divida il totale dei voti di ogni lista per 1, 2, 3, 4, 5… fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e che si assegnino i seggi disponibili in base ai risultati in ordine decrescente. Il sistema, da lui ideato, è trattato nel libro Système pratique et raisonné de représentation proportionnelle, edito a Bruxelles.

Alle elezioni del Parlamento composto da 10 seggi, si presentano cinque partiti. I risultati elettorali sono i seguenti:

• Voti validi: 87.800 schede

• Partito A: 30.000 preferenze

• Partito B: 26.000 preferenze

• Partito C: 17.000 preferenze

• Partito D: 9.500 preferenze

• Partito E: 5.300 preferenze

L’applicazione del metodo D’Hondt prevede la formazione di una tabella in cui si dividano i voti ottenuti dai vari partiti per un numero crescente di un’unità, fino all’ identificazione decrescente del numero di seggi disponibili (nell’esempio, i numeri divisori dovranno essere quanto basta per ottenere i risultati cercati):

Numeri divisori A B C D E

1 30.000 26.000 17.000 9.500 5.300

2 15.000 13.000 8.500 4.750 2.650

3 10.000 8.667 5.667 3.167 1.767

4 7.500 6.500 4.250 2.375 1.325

5 6.000 5.200 3.400 1.900 1.060

Vengono dunque evidenziati, come accade nella tabella qui sopra, i dieci numeri più alti presenti nella tabella stessa, essendo dieci i deputati da eleggere. Ad ogni casella evidenziata, corrisponde un candidato eletto. Il Parlamento sarà dunque composto da:

• quattro deputati del partito A

• tre deputati del partito B

• due deputati del partito C

• un deputato del partito D

• nessun deputato del partito E

Qualora ci fossero due quozienti uguali, si assegnerebbe un deputato ad entrambi i partiti.

Tale metodo è stato adottato in numerosi paesi, tra cui 13 dei 28 stati membri dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna), la Svizzera, la Turchia, Israele e, pur modificato, anche nella Repubblica di San Marino. In Italia era utilizzato per l’elezione dei Senatori della Repubblica nella precedente legge elettorale e per le elezioni provinciali.

Nessun premio di maggioranza, nessuna indicazione del candidato premier e uno sbarramento minimo a livello nazionale completano la bozza. “La piccola soglia minima che fisseremo, all’1 o al 2%, mira a ridurre il più possibile la frammentazione dei partiti. Anche se, con i collegi così piccoli, i partiti minori come Sel e Lega saranno costretti ad una vera e propria fusione con i possibili alleati, perché non sarà consentito coalizzarsi, sulla scheda non ci potranno essere simboli fra loro collegati”.

“Se si guarda, per contro, alla bozza proposta da Luciano Violante, questa invece, non supera il problema di costituzionalità, rappresentato dall’abnorme premio di maggioranza. Con il ballottaggio eventuale tra i primi due, poi, si andrebbe a penalizzare il M5S dal punto di vista della rappresentanza parlamentare”.