LA RIFORMA DELLA SANITA’ VENETA.

LA SANITA’ VENETA. FRA BUSINESS E STRUMENTO DI PROPAGANDA.

Già a un primo sguardo, la così detta Riforma Zaia della Sanità veneta era apparsa come la manovra principe di una campagna elettorale, già iniziata; un’abile tentativo di strumentalizzare e sfruttare a fini propagandistici l’emergenza giudiziaria costituita dai ricorsi al TAR Veneto dei cittadini e delle società fornitrici di prestazioni di radiodiagnostica escluse dal libero mercato. Ricorsi contro un quasi monopolio nella Sanità Veneta, che con artifizi legislativi e procedurali dura da diciannove anni. Diciamo subito che noi 5 Stelle siamo contrari a una sanità privata, dove chi ha meno soldi è più malato; ma siamo ancora più contrari ai monopoli privati nella sanità regionale veneta, dove, fra parentò, conviventi e amici, più non si capisce dove inizi il privato e dove finisca il pubblico. Cosa era accaduto per portare gli onnipotenti di Palazzo Balbi avanti all’autorità amministrativa? Semplice e italian politically correct. Diciannove anni fa, appunto, con legge nazionale, nacque la così detta procedura di accreditamento dei privati che intendono supportare il servizio sanitario pubblico. Si voleva, cioè, stabilire un percorso verso il raggiungimento di sempre maggiore qualità, privilegiando gli idonei accreditati nella stipula di contratti  di prestazioni in regime di convenzione. Il minimo, visti i guadagni, ma… . Dicevano, giorni fa, in un bacaretto di Rialto che Palermo dovrebbe venire a scuola da noi, a Venezia. Scherzavano? Sentite. Correva l’anno 1994, o giù di li. Vennero immediatamente accreditate una quindicina di strutture private, i soliti che già “collaboravano”, erogando, a noi cittadini, prestazioni in regime di convenzione in cambio di contratti milionari. Niente di illegale, si direbbe e buon per noi, sembrerebbe. Per le strutture, future aspiranti a quei contratti, niente da fare senza l’accreditamento e per ottenerlo – ecco l’inghippo! – avrebbero dovuto essere coerenti con “le scelte del Piano Socio-Sanitario Regionale”: strumento di programmazione, allora triennale, di una montagna di denaro: pensate! qusi l’80% del bilancio della nostra Regione. Come privilegiare sempre i soliti quindici, di casa, ormai, a Palazzo? La soluzione “politically correct” all’italiana, fu: Non facciamo il Piano, nessuno più può essere accreditato. Probabilmente, non fu così, ma è certo che chi ha governato il Veneto in questi lunghi anni non ha programmato alcun sviluppo della Sanità, come dire, del capitolo massimo del bilancio regionale. Come che sia andata, per avventura o perversione, era nato un quasi-monopolio: una vasca enorme, dove, parafrasando allegoricamente, gli squali si sollazzano sulle pene dei malati. L’allegoria ci sta tutta perché il quasi-monopolio è ancora lì e, volgendo alla fine, è stato denunciato sfrontatamente sulla stampa veneziana e padovano da un abitante del Palazzo (stavo per dire “della vasca”, ma mi sono corretto in tempo), il Presidente Padrin. Non volge, però, alla fine e per merito della giustizia amministrativa (si scrive minuscolo), perché il Presidente esimio della Terza Sezione del TAR VENETO, inaspettatamente, ha sentenziato contro la libertà di concorrenza ed il suo valore, invano affermato dalla dottrina, dalle leggi, a livello nazionale ed europeo e, invano, difeso dagli avvocati. Probabilmente, il quasi-monopolio non volgerà alla fine e la cricca manterrà il suo predominio. Sarà sufficiente  trovare un altro escamotage utile al caso. Fin qui, la storia dei fatti. In tempi di tagli ai bilanci della Sanità, è giusto chiedersi cosa ci perdiamo e cosa ci guadagnamo noi cittadini? Semplice da verificarsi. Prendiamo ad esempio la Riviera del Brenta, veneziana e ipotizziamo un esame di risonanza magnetica. Con gli ospedali, abbiamo le liste d’attesa e, a Mirano, un servizio fornito da una grande società a livello internazionale (pensate: un radiologo fa su e giù da Roma!) a costi da vertigine. Con i monopolisti, si va in Provincia di Padova – non di Venezia –, oppure a Rovigo (si scende in un garage!) e si paga lo stesso ticket, circa 36 euro. Loro, però, ne incassano 388… e la sanità va in deficit. Dimenticavo: le strutture non accreditate, ma idonee e con il punteggio più alto nel Veneto e con strumenti all’avanguardia, offrono lo stesso esame, in Riviera, in un paio di giorni e a 75 euro, con referto a domicilio.

E, ora che abbiamo compreso come funziona il rapporto pubblico – privato, veniamo al Piano Socio-Sanitario Regionale 2012 – 2016, rivoluzionario e alle sue Schede Ospedaliere di attuazione. I pesanti tagli del Governo ai bilanci della Sanità, hanno ispirato i redattori del Piano. L’indirizzo di programmazione socio-sanitaria regionale per il quinquennio 2012-2016 fu: ridurre il numero delle aziende unità locali socio-sanitarie (ULSS), attribuendo a ciascuna un bacino di riferimento compreso tra i 200.000 e i 300.000 abitanti, fatta salva la specificità del territorio montano, lagunare e del Polesine. Per comprenderci, l’azienda di Adria ha un bacino intorno agli 80.000 abitanti. Meno aziende, meno dirigenti e giù a seguire. La pratica attuazione di questo Piano poggia sulle così dette Schede Ospedaliere, infine, approvate dalla Giunta, malgrado un vulnus non da poco, dal punto di vista giuridico. Infatti, la coerenza con il Piano che devono attuare è andata a farsi benedire perché le ULSS sono rimaste quelle che e quante erano e il risparmio si è fatto diminuendo i posti letto per acuti e aumentando i primariati, anzi i primarietti di reparti ospedalieri con 2-3 posti letto. Ah! ma a sentire il Presidente, i posti letto perduti saranno stutti compensati con quelli degli ospedali di comunità, cioè, di chi l’ha visto. Una riforma, dunque, epocale, come è stata definita da Zaia – anche, secondo noi, ma con motivazioni diverse dalle sue – non solamente perché il nuovo piano segue a 17 anni dal precedente, ma perché vede il rafforzamento della sanità territoriale: primo, con le medicine di gruppo dei medici di base (team multi professionali costituiti da medici e pediatri di famiglia, specialisti, medici di continuità assistenziale, assistenti sociali), che appresteranno le cure primarie dal mattino alla sera e, dicono, anche di notte, riuniti in strutture che, al presente, sono quasi ovunque fornite, gratuitamente per loro, dai farmacisti. Vai con le ricette! Secondo, con i nuovi ospedali di comunità, che non ci sono e che, guardando alle finanze, non ci saranno, a meno di non aprire ancora più ai privati, magari con il maligno strumento del project financing: quello dove il privato mette i soldi che lo Stato gli da e che ha impelagato la sanità veneziana con l’ospedale dell’Angelo di Mestre; quello che in Toscana ha visto una ditta australiana aggiudicarsi d’un colpo la gara per quattro ospedali!

Insomma, un bel buco nell’acqua che ci lascia il dubbio che si tratti di una riforma epocale per quanti fanno calcoli economici sul diritto alla salute del cittadino. Questa è l’amara conclusione di chi soffre. Per noi, è la conferma ulteriore che finanza e politica (ma quale politica questa di Lega e PD!) necessitano urgentemente di un ente tecnico terzo, di supporto e di verifica e controllo nel campo sanitario. Ribaltiamo tutto? Lo vedremo alle regionali. Per ora diciamo: “Grazie Zaia!

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2 responses to “LA RIFORMA DELLA SANITA’ VENETA.”

  1. gendiemme says :

    Questa riforma è coerente con la politica attuata da Zaia a partire dal commissariamento dell’Agenzia Regionale Socio Sanitaria, ARSS (il controllore) affidato al segretario regionale alla sanità(il controllato), fino allo scioglimento dell’ARSS e apre la via verso una sanità privatizzata

  2. gendiemme says :

    Le Schede Ospedaliere, fulcro e condizione della Riforma Zaia della Sanità, non sono legali e dovevano essere annullate, a prescindere da ogni valutazione sulla loro opportunità. Esse rappresentano una pura manovra propagandistica a fini elettorali perché soffrono di un vulnus giuridico. La Legge di piano, il Piano Regionale Socio Sanitario, PRSS, aveva stabilito che le 21 ASL dovessero accorparsi fino a raggiungere, per ciascuna di esse, bacini di utenza fra i 200.000 e i 300.000 abitanti. Le schede, comunque, non corrispondono a questo modello organizzativo, pure se sono state approvate dalla Giunta. Infatti, la Regione, dal 1992, con la riforma del titolo V, è divenuta titolare della materia Sanità, perciò, aveva il potere di approvarle, ma il vulnus giuridico non muta per ciò.. Le modifiche apportate dal Consiglio regionale non hanno pregio; non hanno mutato la situazione e, giuridicamente, esse potrebbero essere impugnate. Mi chiedo: “Come si può pensare che le schede siano coerenti con la Legge di piano e, perciò, legali, se vengono applicate alle vecchie ASL con bacini di utenza anche di soli 80.000 abitanti? Come è possibile scrivere una cosa sul Piano Regionale Socio Sanitario e un’altra, totalmente diversa, sulle sue Schede Ospedaliere?”
    Per questo semplice motivo, è del tutto inutile e priva dei presupposti fondamentali qualunque discussione sulla qualità dell’organizzazione sanitaria proposta da Zaia per il nostro territorio. A prescindere dal fatto che una valutazione della efficacia di una riforma, sul suo successo, o meno, si può valutare solo dopo almeno due anni di operatività, perché i risultati non sono avulsi, ma discendono dalle qualità e dall’esperienza dei direttori generali delle ASL che la metteranno in pratica e dei loro dirigenti. Fosse solo per questo motivo, diciamo che le Schede rappresentano uno dei punti focali della campagna elettorale del Presidente Zaia, già iniziata e incentrata sulla sanità; perché quando ne vedremo gli effetti, i giochi elettorali si saranno compiuti e, inoltre, sarà sempre possibile attribuire le sicure carenze all’operato, per esempio, dei medici di base, giacché si sbandiera questo passaggio alla medicina del territorio.
    Beninteso, gli spunti per discuterne, tuttavia, non mancherebbero. Per esempio, non è stata fatta alcuna valutazione epidemiologica su cui, poi, fondare le assegnazioni dei posti letto. Ancora: La riduzione drastica dei posti letto negli ospedali per acuti dovrebbe essere bilanciata dalla scelta strategica dei posti letto negli ospedali di comunità…… che non ci sono! Il conto non quadra neppure a pensare male e, cioè, che queste strutture potrebbero essere realizzate successivamente dai privati, magari con il demenziale strumento del project financing. Infatti, sarebbe necessaria una enorme quantità di denaro di cui, probabilmente, non dispongono neanche le banche. Non guardatevi attorno. Se a parole, pagheranno i “privati”, alla fine, l’ortolano saremo sempre noi. Fosse questo lo scopo nascosto di tale bassa politica?
    Il PD che ha votato per la riforma e che oggi va riempiendo le strade di cartelli contro i tagli alla Sanità porta anch’esso la responsabilità della situazione di monopoli e malasanità che in questi anni ha portato la nostra Sanità, dall’essere seconda solo alla Francia, al 21 posto fra gli stati europei.
    Credo che abbiamo delineato sufficienti motivi per comprendere perché il Movimento 5 Stelle e, in particolare il Gruppo di Lavoro Sanità del Meetup Regionale Veneto, si sia fatto promotore di questo annullamento, per ora, inutilmente.

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