EUROPA, QUALE ECONOMIA?

EUROPA, QUALE ECONOMIA? DAL TRATTATO DI MAASTRICHT, AL TRATTATO DI LISBONA E AL FISCAL COMPACT.

Dolo, 13 dicembre 2013, Presentazione di Mario Donnini. Relatori: Massimo Teruzzi, Luca Zanella, Sergio Bevilacqua

Presentazione: Maastricht: 20 anni di vincoli, del dott. Mario Donnini.

Quella dei vincoli europei sui conti pubblici è una storia ventennale. Il Trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) fissa la soglia massima del rapporto debito/Pil al 60%, mentre quello sul deficit/Pil non può superare il 3%. Questi parametri sono stati ribaditi e aggiornati con il Trattato di Lisbona del 2007, la Costituzione truffa europea, stilata in modo volutamente illeggibile con la direzione di Giuliano Amato (90.000,00 €/mese) e sottoscritta da Prodi e D’Alema (attualmente l’Unione europea ha dato tempo a Francia, Spagna e Olanda di rientrare dal deficit/Pil entro il 2014).

La logica è quella di vertere al pareggio di bilancio, introdotto dall’Italia il 18 aprile 2012 con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione e anticipato al 2013.

Il Fiscal compact – entrato in vigore il 1° gennaio 2013 e approvato da 25 dei 27 Paesi dell’Ue (lo hanno bocciato Gran Bretagna e Repubblica ceca) – prevede l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni a un ritmo pari a un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità: Il meccanismo scatterà a partire dal 2015.

Vincoli quasi tutti già presenti nel cosiddetto “six pack” (12 dicembre 2011), il pacchetto di provvedimenti con cui si è rafforzata la governance economica dell’Eurozona. Quest’ultimo prevede anche un obiettivo di medio termine nel rapporto deficit/Pil sotto l’1% (con il ‘Fiscal Compact’ la soglia scende allo 0,5% per i Paesi con debito/Pil sopra il 60%). Dal 30 maggio scorso, inoltre, con il “Two pack”, la Commissione Europea, meglio, la lunga mano della dittatura massonico-finanziaria, potrà dare un parere preventivo sui programmi di stabilità dei paesi dell’area euro.

Tra un pack e l’altro, ecco la politica economica che ci impone la Commissione: 20 anni a pane e acqua! E abbiamo fatto una guerra civile per liberarci dal fascismo! Ben venga, allora, l’alleanza fra tutti i paesi del Mediterraneo proposta da Grillo; usciamo da questo euro, sganciamoci dalle economie del Nord Europa e viaggiamo verso i mercati e le risorse dell’Africa.

 

1.  Relazione: DAL TRATTATO DI MAASTRICHT, AL TRATTATO DI LISBONA, AL TRATTATO SULLA STABILITA’ (FISCAL COMPACT) E AL TRATTATO DI STABILITA’ FISCALE, del dott. Massimo Teruzzi.

Oggi l’Italia è stretta nella morsa del debito pubblico e dalle politiche europee di stabilità fiscale, ma le proposte dei partiti tradizionali non cambiano e oscillano tra la punizione da dare agli italiani per gli errori del passato, accettando il commissariamento europeo, e quella da dare all’Europa per gli errori del presente, abbandonando l’euro.

Di fatto il debito pubblico italiano è in costante aumento da prima degli anni 90 e non accenna a rallentare la sua crescita.  A questo si aggiunge un Prodotto Interno Lordo, invece, che negli anni duemila cresceva meno degli altri Paesi europei e da alcuni anni è in sensibile calo.

Sia che si consideri il confronto tra i pil europei a prezzi costanti sia a prezzi correnti il differenziale è senza ombra di dubbio particolarmente marcato.

Se poi consideriamo l’andamento del debito pubblico in Italia appare evidente che, nonostante le continue promesse dell’Italia per la sua riduzione, il “bilancio” dello Stato Italiano sia a dir poco “deficitario”.

E trattandosi di un rapporto dove il denominatore cresce meno del numeratore il risultato è di un costante aumento.

Ma partiamo dalle buone intenzioni di allora.

Nel 1992 il Trattato di Maastricht stipulato nel 1992 aveva l’intento di porre le basi per una Europa Unita.     Le motivazioni vanno ricercate anche negli eventi storici degli anni 80 e 90.

Il potere politico, negli anni ’80, pur di mantenere alto il proprio consenso popolare, riversa sul debito pubblico l’inefficienza dell’enorme apparato amministrativo statale e la dissennata politica assistenzialista. L’evasione fiscale è elevatissima e gli italiani sono oberati di tasse.

A reggere il Paese, per fortuna, ci sono le piccole e medie imprese, soprattutto del settore tessile-abbigliamento, che sopravvivono eludendo il fisco.

Inoltre, l’eccellente operato della Banca d’Italia, l’adesione al Sistema Monetario Europeo, l’aumento del risparmio degli italiani (che finanzia il debito pubblico), la ristrutturazione della grande impresa, l’espansione del terziario, l’aumento dell’occupazione, l’andamento positivo delle borse, mascherano gli scempi della classe politica che dissimulatamente spinge all’ottimismo.

Il benessere conosciuto dall’Italia negli anni ’80, paragonabile a quello dei primi ’60, è stato quindi il risultato di un’erronea valutazione, dovuta soprattutto ai giochi mistificatori dell’establishment politico. Lo shock finanziario del 1987 placa, ma non frena, l’ottimismo e la corsa all’appagamento consumistico.

Nel 1992 tutto precipita molto rapidamente. A febbraio, con l’arresto del socialista Chiesa, comincia la maxi inchiesta Mani Pulite sulla corruzione del mondo politico-economico, che smantella, da lì a poco, i partiti storici della cosiddetta Prima Repubblica.

A marzo si “scopre” un buco di 32.000 miliardi nei conti pubblici. A maggio viene assassinato Giovanni Falcone, a luglio Paolo Borsellino.

A settembre s’apre la crisi finanziaria, la lira viene svalutata, uscendo dal Sistema Monetario Europeo; per contenerla il governo Amato vara una legge finanziaria da 100.000 miliardi, durissima per gli italiani (privatizzazioni, imposta comunale sugli immobili, ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, minimum tax, limite agli stipendi, blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, aumento dell’età pensionabile, innalzamento dell’anzianità contributiva, blocco dei pensionamenti, patrimoniale sulle imprese, prelievo sui conti correnti bancari, ecc.). Ad ottobre l’Italia aderisce al Trattato di Maastricht, passando definitivamente la gestione d’importanti leve finanziarie alle istituzioni centrali europee ed aderendo a stringenti parametri riguardanti inflazione, deficit e debito pubblico.

L’Italia usciva da un lungo periodo di tassi d’inflazione giunti al loro massimo al 21,2% nel 1980 e al 5,3% nel 1992, frutto anche della cosiddetta “inflazione importata” per la variazione sfavorevole del prezzo del petrolio a causa del cambio del dollaro (a partire dal 1981 il dollaro è stato costantemente in crescita fino a toccare un cambio medio annuo nel 1985 di oltre Lire 1900, riposizionandosi intorno a Lire 1200 nei primi anni 90).

Contemporaneamente il rapporto Marco tedesco/Lira italiana toccava punte di Lire 930 che, allora, sembravano fuori di ogni controllo.  Ma nel corso degli anni successivi, purtroppo, il rapporto arrivò anche a toccare quasi Lire 1300.

E la Lira veniva “difesa” a colpi di svalutazione….

Sempre in vista dell’entrata in vigore del Trattato di Maastricht e poi in attuazione del medesimo, l’Italia procedeva alla più grande privatizzazione e svendita di imprese pubbliche della storia, con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti.

In fondo, c’è chi interpreta anche l’euro come la ciliegina sulla torta ma anche l’errore tecnico, per gli squilibri che genera, che era necessario perché nella miglior parte del popolo italiano potesse nascere il sospetto che un’intera stagione della nostra storia non fosse stata altro che distruzione di ciò che in precedenza era stato costruito

Trattato sull’Unione europea – trattato di Maastricht ( 7 febbraio 1992)

Focalizzare l’attenzione sul grassetto

Finalità: preparare la creazione dell’Unione monetaria europea e gettare le basi per un’unione politica (cittadinanza, politica estera comune, affari interni).

Principali novità: istituzione dell’Unione europea e introduzione della procedura di codecisione, che conferisce al Parlamento maggiori poteri nel processo decisionale. Nuove forme di cooperazione tra i governi dell’UE, ad esempio in materia di difesa, giustizia e affari interni.

Inoltre nell’Articolo B

L’Unione si prefigge i seguenti obiettivi:

–  promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile, segnatamente mediante la creazione di uno spazio senza frontiere interne, il rafforzamento della coesione economica e sociale e l’instaurazione di un’unione economica e monetaria che comporti a termine una moneta unica, in conformità delle disposizioni del presente trattato;

–  affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione a termine di una politica di difesa comune che potrebbe, successivamente, condurre ad una difesa comune;

–  rafforzare la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini dei suoi Stati membri mediante l’istituzione di una cittadinanza dell’Unione;

–  sviluppare una stretta cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni;

«Articolo 2

La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 3A, uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità, una crescita sostenibile, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri.»

«Articolo 3

…..g) un regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato interno;

h) il ravvicinamento delle legislazioni nazionali nella misura necessaria al funzionamento del mercato comune;

Articolo 104 C

1. Gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi.

2. La Commissione sorveglia l’evoluzione della situazione di bilancio e dell’entità del debito pubblico negli Stati membri, al fine di individuare errori rilevanti. In particolare esamina la conformità alla disciplina di bilancio sulla base dei due criteri seguenti:

a)  se il rapporto tra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo superi un valore di riferimento, a meno che

–  il rapporto non sia diminuito in modo sostanziale e continuo e abbia raggiunto un livello che si avvicina al valore di riferimento;

–  oppure, in alternativa, il superamento del valore di riferimento sia solo eccezionale e temporaneo e il rapporto resti vicino al valore di riferimento;

b)  se il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo superi un valore di riferimento, a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato.

I valori di riferimento di cui all’articolo 104 C, paragrafo 2, del trattato sono:

–  il 3 % per il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato;

–  il 60 % per il rapporto fra il debito pubblico e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato.

TRATTATO DI LISBONA

Il 1° dicembre 2009 è entrato in vigore il trattato di Lisbona, mettendo fine a diversi anni di negoziati sulla riforma istituzionale.

Il trattato di Lisbona modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, senza tuttavia sostituirli. Il nuovo trattato voleva dotare l’Unione del quadro giuridico e degli strumenti necessari per far fronte alle sfide del futuro e rispondere alle aspettative dei cittadini.

  1. Un’Europa più democratica e trasparente, che rafforza il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, vuole offrire ai cittadini maggiori possibilità di far sentire la loro voce e chiarire la ripartizione delle competenze a livello europeo e nazionale.
  2. Un’Europa più efficiente, che vuole semplificare i suoi metodi di lavoro e le norme di voto, si vuole dotare di istituzioni più moderne e adeguate ad un’Unione a 27 e disporre di una maggiore capacità di intervenire nei settori di massima priorità per l’Unione.
  3. Un’Europa di diritti e valori, di libertà, solidarietà e sicurezza, che vuole promuovere i valori dell’Unione, integrare la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo, prevedere nuovi meccanismi di solidarietà e garantire una migliore protezione dei cittadini europei.
  4. Un’Europa protagonista sulla scena internazionale, il cui ruolo viene potenziato raggruppando gli strumenti comunitari di politica estera, per quanto riguarda sia l’elaborazione che l’approvazione di nuove politiche.

Per la prima volta i parlamenti nazionali vengono considerati parte integrante della vita democratica dell’Unione europea. Appositi provvedimenti consentono ai parlamenti nazionali di partecipare attivamente ai lavori dell’UE.

In particolare, i parlamenti nazionali fungono da custodi del principio di sussidiarietà, secondo cui ogni decisione va presa al livello più vicino ai cittadini, con un controllo costante sull’opportunità di procedere a livello comunitario, tenuto conto delle possibilità offerte a livello nazionale, regionale o locale. I parlamenti nazionali hanno il potere di intervenire nella fase iniziale dell’iter legislativo europeo, prima che una proposta venga esaminata in dettaglio dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei ministri.

Ecco i punti più significativi:

  • PERSONALITA’ GIURIDICA – Per la prima volta nella sua storia, l’UE ha una propria personalità giuridica e potrà firmare i Trattati internazionali.
  • INIZIATIVA DEI CITTADINI – Un milione di cittadini europei, di un certo numero di Stati membri, possono invitare la Commissione a presentare una proposta nei settori di competenza dell’UE.
  • EUROPARLAMENTO – Sono previsti maggiori poteri di intervento per approvare la legislazione europea in particolare nelle aree di giustizia, sicurezza, immigrazione, trattati internazionali e bilancio. Ridotto il numero dei membri da 785 a massimo 751 e la ripartizione dei seggi tra gli Stati membri dovrà rispettare il principio della proporzionalità decrescente. In poche parole, questo principio significa che i deputati dei paesi più popolosi rappresenteranno un numero di cittadini più elevato di quelli dei paesi con un minor numero di abitanti. Il trattato dispone inoltre che ciascuno Stato membro non potrà avere meno di 6 o più di 96 deputati: l’Italia passa da 78 a 73.
  • PARLAMENTI NAZIONALI – Viene riconosciuto e rafforzato il loro ruolo. Ad esempio, se un determinato numero di parlamenti nazionali è del parere che un’iniziativa legislativa avrebbe dovuto essere presa a livello locale, regionale o nazionale piuttosto che al livello dell’UE, la Commissione è tenuta a ritirarla o a spiegare chiaramente i motivi per i quali ritiene che la sua iniziativa sia conforme al principio di sussidiarietà.
  • PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO – Viene creata la figura del Presidente dei 27 con carica di due anni e mezzo. Il Presidente UE rappresenta l’Unione nelle sedi internazionali e ha principalmente il compito di garantire la preparazione e la continuità dei lavori del Consiglio europeo e di ricercare il consenso. Finisce la rotazione semestrale che sarà mantenuta per i Consigli dei Ministri.
  • ALTO RAPPRESENTANTE – Nasce la figura dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Ha un doppio incarico: mandatario del Consiglio per la politica estera e di sicurezza comune (PESC) e vicepresidente della Commissione, responsabile delle relazioni esterne. Incaricato di condurre sia la politica estera che la politica di difesa comune, presiede il Consiglio Affari Esteri. Rappresenta l’Unione Europea sulla scena internazionale per le materie che rientrano nella PESC.
  • COMMISSARI UE – Il nuovo trattato permette che vi sia un commissario per ciascuno Stato membro.
  • SISTEMA DI VOTO –  Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, salvo laddove i trattati prevedano una procedura diversa, come il voto all’unanimità. Ciò comporta una estensione del voto a maggioranza qualificata a numerosi settori d’intervento (quali l’immigrazione o la cultura). Dal 2014, viene introdotto il voto a doppia maggioranza, vale a dire quella degli Stati (55%) e quella della popolazione (65%), che riflette la doppia legittimità dell’Unione, rafforza sia la trasparenza che l’efficacia. Questo nuovo sistema di calcolo viene completato da un meccanismo analogo al cosiddetto “compromesso di Ioannina”, che dovrebbe permettere ad un numero limitato di Stati membri (vicino alla minoranza di blocco) di manifestare la loro opposizione ad una determinata decisione. In tal caso il Consiglio è tenuto a fare di tutto per giungere, in un lasso di tempo ragionevole, ad una soluzione soddisfacente per entrambe le parti.
  • POLITICHE COMUNI – La politica energetica e la politica ambientale volta a contrastare il riscaldamento globale sono i nuovi obiettivi comuni. Viene introdotto per la prima volta il principio di solidarietà, per far sì che un paese che si trovi in gravi difficoltà per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico possa contare sull’aiuto degli altri Stati membri. Viene promossa la cooperazione operativa tra i Paesi per prevenire dalle calamità naturali o provocate dall’uomo. In campo sanitario, viene prevista la possibilità di introdurre misure volte direttamente a tutelare la salute dei cittadini, ad esempio in relazione al tabacco e all’abuso di alcol, mentre vengono incentivati gli Stati membri a predisporre misure di sorveglianza e di allarme contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, come l’influenza aviaria. Il commercio equo e libero è un principio da rispettare per il funzionamento appropriato del mercato interno.

FISCAL COMPACT

Il Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, conosciuto anche come Fiscal compact (letteralmente riduzione fiscale), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea, entrato in vigore il 1º gennaio 2013.

Il patto contiene una serie di regole, chiamate “regole d’oro”, che sono vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio di bilancio. Ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, tutti gli stati membri dell’Unione europea hanno firmato il trattato.

L’accordo prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastricht fissati dal Trattato CE, l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:

  1. obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1),
  2.  obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL)
  3. significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul PIL nell’arco di un ventennio (artt. 3 e 4).
  4. impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).

Critiche

Non tutti gli economisti (soprattutto di scuola keynesiana) concordano sui vincoli imposti dal patto di bilancio.

I premi Nobel per l’economia Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow, in un appello rivolto al presidente Obama, hanno affermato che “Inserire nella costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose”; soprattutto questo “avrebbe effetti perversi in caso di recessione.

Nei momenti di difficoltà diminuisce infatti il gettito fiscale (per concomitante diminuzione del PIL) e aumentano alcune spese pubbliche tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno dunque aumentare il deficit pubblico, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e quindi del potere di acquisto (che influiscono sul consumo o domanda di beni o servizi)”. Nell’attuale fase dell’economia, continuano, “è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa economica già di per sé debole”.

Nell’appello si afferma che “anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo”.

Infine si afferma che “un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza”.

Critico anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritiene che l’inserimento in costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione dello stato sociale.

Da tenere presente le sostanziali differenze tra le politiche di sostegno all’economia in Europa e negli Stati Uniti.  Le critiche degli economisti, non per nulla rivolte al presidente Obama, fanno riferimento agli eventuali vincoli da apporre al bilancio statunitense, dove la filosofia dominante è quella del sostegno ai consumi.

Non per nulla l’accelerazione della crescita prevista nel 2014, a 3,1% da 1,6% stimata nel 2013, è dovuta a diversi fattori che si sostengono a vicenda: riduzione della stretta fiscale, rafforzamento dei consumi e degli investimenti non residenziali, prosecuzione dell’espansione del settore immobiliare.

Ciascuna delle componenti della domanda avrà il supporto di fattori fondamentali: aggiustamento dei bilanci delle famiglie, aumento della ricchezza immobiliare, condizioni finanziarie estremamente espansive.

La politica monetaria ha sorpreso con un segnale di estensione dello stimolo; fino al 2015-2016 la Fed si è impegnata a seguire, anche con il nuovo Presidente, una politica monetaria molto più accomodante rispetto a quanto associato con analoghe fasi cicliche. La politica fiscale è su un sentiero virtuoso di riduzione del deficit, che dovrebbe scendere verso il 2% nel 2015, e di stabilizzazione del debito pubblico entro il 2018.

Ma tutto questo è sempre stata una peculiarità degli Stati Uniti congiuntamente ai rischi connessi di veloci scivoloni, come verificatosi negli anni 2007-2008, ma anche di altrettanto veloci riprese.

Nella vecchia Europa è tutt’altra musica. Le politiche fortemente di rigore, con panorami di deficit di tutt’altro genere, non fondate sui livelli di consumo ma al contrario sul controllo asfissiante del livello di inflazione parrebbero imporre altre strade da percorrere.

Il tanto vituperato ricorso alla spesa pubblica, per gli eccessi degli anni ottanta, è stato adottato da Obama, e sempre stia per produrre risultati riavviando gli investimenti anche dei privati.

Purtroppo il punto di partenza in Europa è diverso, ma siamo proprio sicuri che almeno in parte non possa essere utilizzato?

Non è forse opportuno che la necessaria riduzione di spesa pubblica non debba piuttosto essere una più corretta riallocazione della stessa?

TRATTATO DI STABILITA’ FISCALE

E che dire delle politiche fiscali in Europa?

La maggioranza degli stati membri dell’Unione europea partecipa all’Unione economica e monetaria, basata sulla moneta unica, l’euro, ma la maggior parte delle decisioni riguardanti le tasse e la spesa pubblica rimangono di competenza del governo nazionale. Il controllo sulla politica fiscale è tradizionalmente considerato centrale per la sovranità nazionale, ed oggi sostanzialmente non esiste un’unione fiscale tra stati indipendenti. Tuttavia l’Unione europea ha poteri limitati in campo fiscale ovvero sulla determinazione dell’aliquota IVA e delle tariffe del commercio estero e sulla determinazione di un bilancio annuale di vari miliardi di euro.

Proprio allo scopo di coordinare le politiche fiscali degli Stati membri della zona euro è in vigore il Patto di stabilità e crescita.

Una maggiore integrazione in tema di politiche fiscali, almeno tra i Paesi della zona euro, è ritenuto da molti il prossimo passo dell’integrazione europea o la necessaria soluzione per superare la crisi del debito sovrano. Assieme all’Unione economica e monetaria quella fiscale porterebbe ad una maggiore integrazione economica.

Oggi dopo oltre vent’anni dall’impegno di Maastricht, facciamo il bilancio.

Alcuni economisti propongono come unica soluzione la frantumazione dell’Euro, altri la creazione di un c.d. Euro 2 tra i Paesi mediterranei.

Come è sempre stato le strutture meccanicistiche delle teorie economiche quasi sempre non hanno riscontro preciso nella realtà, ma gli esiti teorici vanno verificati sul campo.

Le valutazioni da fare sono sui possibili rischi che si potrebbero incorrere e quindi effettuare delle prudenziali e MOLTO ATTENTE valutazioni di possibili rischi e benefici, ricordando anche il percorso di Passione sofferta dalla lira nei decenni passati.

Una cosa è certa, quale è stata la guida del Paese nel corso di questi ultimi anni che ha saputo solo intraprendere le strade segnate e sottoscritte nell’accordo di Maastricht?  E gli sforzi profusi nelle pressioni fiscali a cosa sono allora serviti?   In considerazione che il deficit è continuato ad aumentare.

In sostanza hanno solo depresso l’incremento di risparmio finalizzato agli investimenti, motore di una più elevata produttività efficiente e competitiva.

Come sempre non sono però gli strumenti ad avere connotazioni positive/negative, ma il loro uso e chi li usa che assume e fa assumere tali connotazioni.

CONCLUSIONI

Nell’immediato il debito pubblico non si può ridurre né propiziando avanzi di bilancio, perché le conseguenze sulla disoccupazione sarebbero drammatiche, né cedendo pezzetti di patrimonio pubblico che finiscono per alimentare spese correnti o detassazioni lasciando aperto il problema del rimborso del debito e del rilancio dello sviluppo.

Il fatto che lo spread si riduca non è un indicatore di ripresa di fiducia, ma è causa dell’abbondante liquidità che si dirige verso i titoli pubblici perché rendono bene; se la politica monetaria dei paesi leader si invertisse, la situazione del nostro debito pubblico potrebbe precipitare.

Una tassa patrimoniale, ancorché risolvere il problema, darebbe il colpo di grazia alle speranze di rimborso del debito e di una ripresa produttiva, perché accelererebbe le vendite dei titoli e di immobili e la fuga dei capitali.

L’Italia ha bisogno di un piano per rilanciare l’innovazione, ancorando l’alleggerimento dello sgravio fiscale a questo obiettivo e non ai consumi interni; di un trattamento regolarmente controllato, ma memo gravoso dell’attuale, per le banche che concedono credito all’economia finalizzato allo scopo; di una interpretazione dei vincoli di Maastricht, che prevede il superamento del parametro del 3% laddove promuove uno sviluppo che consenta di rientrare nel parametro alla ripresa del ciclo.

Ultimo, ma non minore, l’attribuzione alla BCE del compito di intervenire sul cambio per impedire che il valore esterno dell’euro venga fissato dai comportamenti monetari degli Stati Uniti o dalle conversioni di riserve ufficiali in dollari, come quelle attuate dalla Cina e altri importanti paesi, che hanno effetti negativi sulle esportazioni e, di conseguenza, sulla crescita europea.

2. Relazione del dott. Luca Zanella.

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