LA COSTITUZIONE, I PARTITI E IL REGIME

LA COSTITUZIONE, I PARTITI E IL REGIME

 

Martellago, 7 novembre 2013

Relatore: Mario Donnini

 

I PARTITI NELL’ATTUALE COSTITUZIONE COME STRUMENTO PER L’ESERCIZIO CONTINUO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE.

Negli Stati a democrazia a rappresentanza indiretta i partiti politici sono lo strumento attraverso il quale i cittadini dovrebbero avere una partecipazione permanente e continua alla politica nazionale.

Infatti, l’esercizio diretto della sovranità popolare, a livello nazionale, si attua solo

  • con il referendum, laddove è previsto – ma il suo carattere è inevitabilmente eccezionale e saltuario – e
  • con il diritto di voto, per sua natura, a lunga periodicità e dominato dal monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle liste elettorali.

N O T A

Altro strumento, diverso dai partiti politici, è la lista civica elettorale presentata alle elezioni amministrative, movimento politico locale autonomo rispetto ai partiti tradizionali, con un programma che mira ad affrontare e risolvere problemi locali. Le liste civiche possono talvolta riunirsi in occasionali o stabili federazioni nazionali

Ma, i partiti sminuiscono le autonome possibilità di azione politica dei singoli cittadini e dei raggruppamenti episodici, a tal punto che detengono ed esercitano il potere politico reale, al di fuori del Parlamento, tale che anche il voto di fiducia delle Camere ne risulta condizionato.

La sostanziale democraticità dell’ordinamento politico dello Stato partitocratico (Parteienstaat, état partitaire) viene a dipendere esclusivamente dalla lealtà e dall’efficienza dei partiti politici: dalla loro effettiva capacità di assolvere la delicata funzione di strumenti permanenti di espressione della volontà politica popolare.

In questo modello, la genuinità, l’onesta e l’adeguatezza degli organi rappresentativi e della Pubblica Amministrazione non dipendono più dal senso dello Stato dei cittadini, ma dai partiti.

A differenza dei governi parlamentari ottocenteschi, in cui i partiti erano gruppi elettorali senza una organizzazione permanente, in una nazione moderna, la somma degli interessi che fanno capo ai partiti è tale per cui la funzione di canalizzazione e di espressione della volontà politica popolare si traduce in una mera utopia.

Il libero cittadino diviene facilmente suddito, impotente e senza altra voce in capitolo che il diritto di voto e il referendum; ma, il primo, può essere disatteso dal candidato eletto, libero anche di cambiar bandiera e, il secondo, lo è stato costantemente.

 

 

I PARTITI NELLA COSTITUZIONE, QUALI EFFETTIVI CENTRI DECISIONALI IN OGNI SETTORE DELLA VITA PUBBLICA NAZIONALE:

Art. 49

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Riflettiamo sul ruolo centrale e sul significato – diremo – sproporzionato della disposizione stessa, per la figura e la funzione che i partiti sono venuti ad assumere a seguito dell’ampia delega lasciata loro dai cittadini, per troppo tempo.

Questa è la norma che ha favorito il concentrarsi della politica nelle oligarchie ristrette formate da professionisti.

L’art. 49 si ricollega all’art. 1 della Costituzione, dove sono affermati il carattere democratico della Repubblica, nonché l’appartenenza della sovranità al popolo, e si ricollega alle disposizioni che disciplinano la struttura rappresentativa delle camere, la loro articolazione interna e i rapporti con il Governo.

Diciamo subito che nel suo tenore letterale, è una disposizione volutamente polivalente e ambigua, con una doppia natura specialmente perché pone una norma immediatamente operante, che incide sui diritti di libertà e sulle strutture organizzative del potere, ma pone anche norme ad efficacia differita, come quelle sulla disciplina legislativa dei partiti, la cui mancanza conferisce alla norma un carattere di astrattezza. Infatti, l’attuazione dell’art. 49, avrebbe voluto che si fosse introdotta una disciplina organica dei partiti politici. Questa disciplina manca a tutt’oggi.

Notiamo anche che limita il diritto enunciato ai soli cittadini e che il fine associativo è di determinare la politica nazionale, che significa in pratica governare e, perciò, legiferare.

A monte della norma sta l’art.18 che enuncia il principio generale della libera associazione, limitato, tuttavia, da una ulteriore e specifica disciplina dettata per i sindacati e per i partiti politici, rispettivamente, con gli articoli 39 e, appunto, 49.

Art. 18

“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.”

N O T A

La norma trova la sua motivazione nell’obbligo vigente, durante il Fascismo, di chiedere l’autorizzazione per ogni forma associativa al Prefetto, che deteneva anche il potere di sciogliere d’autorità qualsiasi associazione ritenuta non gradita al regime.

L’art. 18 vieta le associazioni per fini vietati ai singoli dalla legge penale, nonché le associazioni segrete e quelle che perseguono anche indirettamente scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. E’ pacifica l’estensione di questi limiti anche ai partiti perché l’art. 49 integra l’art. 18.

N O T A

Questo ricorso al metodo democratico, come divieto di fini e comportamenti illeciti, quindi del ricorso alla violenza come strumento di azione politica, contrasta con i contenuti del Trattato di Vellsen, del 2007, istitutivo della polizia Eurogendfor, l’European Gendarmerie Force, che tra i suoi compiti ha quello di intervenire in scenari di crisi interna “per riportare l’ordine pubblico”,  di cui parleremo più avanti.

La specificità della disciplina costituzionale del fenomeno partitico, rispetto a quella dettata dall’art. 18,  si giustifica proprio in  ragione degli specifici riflessi organizzativi derivanti dal riconoscimento della funzionalità dei partiti nell’ordinamento costituzionale, ma necessita di una apposita legislazione sui partiti. Molto meglio detta l’art. 21 della costituzione tedesca, che obbliga i partiti al rispetto dei principi democratici, al pubblico rendiconto delle origini delle loro risorse e proclama l’incostituzionalità di quelli che mirano a intaccare il libero ordinamento democratico o l’esistenza della repubblica.

Il contesto storico sociale

Questo articolo, innovativo per il tempo in cui fu scritto, trae certamente dalla situazione venutasi a creare con il crollo del regime a partito unico e, poi, con l’armistizio, la guerra civile, il riemergere dei partiti politici attraverso i movimenti partigiani e il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica.

Infatti, i partiti erano stati soppressi dalla legge fascista 25 novembre 1921, n. 2008 “Per la difesa dello Stato”.

Dobbiamo la nascita di questa Costituzione principalmente ai sei partiti costituenti il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale”, che informarono la vita politica durante i periodi pre-costituente e costituente, tale che ben possiamo affermare che la Costituzione è stata tenuta a battesimo ed è l’espressione della partitocrazia.

L’art. 49 ha consacrato e riassunto quella situazione nella sede normativa più alta e il riconoscimento formale del diritto dei cittadini di associarsi in partiti consacra ed è preceduto dall’affermarsi dei partiti vincitori quali effettivi centri decisionali in ogni settore della vita pubblica nazionale; tutti i partiti meno uno: Il Partito Nazionale Fascista, bandito in ogni sua forma dalla vita politica della nuova Italia democratica.

L’art. 49 servì, perciò, a sanzionare il passaggio dalla dittatura del partito unico alla democrazia rappresentativa dei partiti democratici, ma legittimando un sistema a rappresentatività indiretta, almeno per quelli che ammettono tale forma di rappresentanza.

La democrazia partecipata

Contrariamente a quanto sostenuto da taluni, non si rinvengono nella legislazione ordinaria segni consistenti dai quali trarre inequivocabilmente di un quasi monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle candidature alle elezioni. Vi sono, infatti, legittimati anche i gruppi politici organizzati, che non si sostanziano solamente nelle alleanze tra partiti.

Oggi, si sente, dai più, la necessità di dare ai partiti una disciplina giuridica, restituendo loro la funzione di centri di formazione del pensiero politico e attribuendo direttamente al popolo sovrano la funzione di determinare la vita politica della nazione.

Il Movimento 5 Stelle vuole significare questo passaggio ulteriore della democrazia verso la rappresentanza diretta, che è la vera – e, per noi l’unica – forma di rappresentanza. Parliamo di quella democrazia la cui mancanza ci fa sentire, oggi, tutti frustrati; nella quale il valore della politica si trae dal come si gestisce la cosa pubblica, la cosa, cioè, che appartiene a tutti e non allo Stato centralista, composto di sudditi.

Gli italiani non sono consapevoli che lo Stato centralista prodotto dal Risorgimento in senso liberale, fu una eredità delle monarchie, della c.d. nobiltà. Quelle monarchie autoritarie che furono rovesciate dalla Rivoluzione Francese e, poi,  dai moti del  ’48. Oggi, le mancanze dei sistemi puramente rappresentativi ci impongono questo ulteriore traguardo, appunto, verso la democrazia diretta. Ne parleremo, ma un’altra volta, perché il progresso dei popoli si matura nel tempo e non è argomento da condensare in due parole.

Su tutto questo si pongono con le loro scelte politiche I trattati europei sottoscritti dall’Italia, cui accenneremo più avanti.

 

LA TRASPARENZA DEI PARTITI POLITICI

Torniamo alla disciplina giuridica dei partiti e ai partiti nella Costituzione. I partiti politici hanno la natura giuridica delle associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica che acquistano con l’iscrizione attraverso il riconoscimento derivante dall’iscrizione nel registro delle persone giuridiche, istituito presso ogni Prefettura – ufficio territoriale del Governo, così come previsto per le fondazioni e le altre associazioni. Quindi e, così, secondo la giurisprudenza prevalente, per le controversie all’interno dei partiti, si applicano le norme del codice civile in materia di associazioni riconosciute, a tutela delle minoranze interne e dei diritti individuali dei singoli associati. Per far uscire l’art. 49 dal limbo dell’astrattezza e dalla connotazione di norma ad efficacia differita, necessita emanare una disciplina organica dei partiti politici che dovrebbe stabilire i contenuti essenziali, diremo fondamentali, degli statuti, insieme ad alcuni principi generali e che abbia valore di vincolo per tutti i partiti che intendono concorrere alla determinazione della vita politica.

Gli statuti dei partiti politici dovrebbero almeno:

  1. indicare:
  • gli organi dirigenti, con le specifiche relative competenze, comprendendovi i gruppi parlamentari. Negli organi collegiali siano rispettate le quote rosa;
  •  le modalità della loro elezione e la durata degli incarichi, conferiti sempre a tempo determinato nel rispetto del principio dell’alternanza, nonché le eventuali incompatibilità;
  • le procedure da adottare per l’approvazione degli atti che impegnano il partito: alleanze a scopi elettorali, scelta di uno schieramento, appoggio a un governo, partecipazione in senso deliberativo a elezioni e referendum e quant’altro.
  1. b.  disciplinare:
  • i rapporti funzionali con le loro divisioni territoriali, con particolare riguardo alla ripartizione delle risorse finanziarie;
  • le procedure dell’ iscrizione, dell’eventuale diniego motivato e l’ammissibilità e le modalità del ricorso all’organo di garanzia;
  • i diritti e i doveri degli iscritti;
  • le modalità di esercizio del voto;
  • l’erogazione delle misure disciplinari nei confronti degli iscritti o delle divisioni territoriali, gli organi ad esse deputati, la difesa nel rispetto del principio del contraddittorio e le procedure di ricorso;
  1. assicurare:
  • la democrazia interna, la trasparenza e i controlli. In particolare:

–      il diritto all’informazione su ogni atto interno, anche disciplinando l’accesso e l’utilizzo della “rete”, in particolare per attuare la pubblicità delle attività interne;

–      il diritto al contraddittorio, anche attraverso la partecipazione delle correnti di minoranza;

–      la tenuta dell’anagrafe degli iscritti;

–      la formazione di sempre nuovi quadri della politica, destinandovi una quota delle risorse non inferiore al 5% dei rimborsi elettorali;

  1.  che le deliberazioni siano  ispirate alla trasparenza e il più possibilmente partecipative.
  2. che sia disciplinato l’accesso ai rimborsi elettorali e che sia compilato il rendiconto da sottoporre al controllo della Corte dei Conti.
  3. le procedure per la modifica dello statuto stesso, del simbolo e della denominazione attraverso la loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e per la chiusura del partito.

IL FINANZIAMENTO STATALE AI PARTITI

Dalla riconosciuta rilevanza costituzionale dei partiti negli Stati democratici contemporanei – in dottrina, sono chiamati gli Stati dei partiti , dato che anche l’elezione del Parlamento e la sorte dei governi dipende esclusivamente da essi – e dalla essenzialità della loro nella formazione delle procedure elettorali e nelle rappresentanze politiche e amministrative, ma, sopra tutto, come strumento di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale, discende il loro finanziamento a carico dello Stato, scontata l’insufficienza dei normali mezzi di autofinanziamento.  Il finanziamento statale viene prospettato come l’unica soluzione capace di garantire l’effettiva autonomia politica ai partiti. Vedremo che questo scopo di moralizzare la vita pubblica attraverso il finanziamento statale, si risolve in un finanziamento aggiuntivo, anziché sostitutivo di quelli privati. peraltro, esso deve integrare soltanto le risorse autonome dell’associazionismo, per non dar luogo a Partiti di Stato. le obiezioni fondamentali a tale forma di finanziamento sono:

  • contribuisce alla cristallizzazione delle posizioni politiche, rendendo iù difficile la nascita di nuovi partiti, violando la par condicio;
  • accentua la spinta oligarchica in seno ai partiti, favorendo la burocratizzazione rispetto alla formazione democratica della volontà politica;
  • sminuisce la spontaneità associativa, favorendo la trasformazione da associazioni ideologiche in meri gruppi di potere;
  • il contribuente finanzia la parte avversa;
  • accresce l’elefantiasi delle strutture partitiche;
  • manca il controllo statale sui bilanci da parte dello Stato, che potrebbe non essere equidistante.

IL FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI

Fra le proposte dei 10 saggi, contenute nel documento conclusivo presentato al Capo dello Stato, leggiamo:

 UN ADEGUATO FINANZIAMENTO PARTITI E’ INELIMINABILE

E’ un fatto che l’Italia sia risorta dalla sconfitta della 2a Guerra Mondiale materialmente, militarmente, ma non moralmente. Lo strumento del tradimento, usato per liberarla dalla nefasta dittatura è stato vincente e fu giustificato dalla causa: la liberazione, come fosse morale. Perciò non è stato mai condannato.

Così, varcati i confini della morale e senza un limite, qualunque illecito utile alla “causa” diventa astrattamente possibile.

Gli scandali che hanno accompagnato la vita dei partiti, anche prima della dittatura, hanno dato un quadro sufficiente delle fonti e dei sistemi di finanziamento illecito dei partiti: le gestioni fuori bilancio,  gli enti pubblici statali e parastatali,   le organizzazioni e, finanche,   i governi stranieri amici e non,   gli operatori economici finanziari,   i cosiddetti “project financing“, le Grandi Opere, sempre più spesso inutili in sé o dannose (come la TAV), ma utili ai partiti, alle mafie e alle lobby, che finiscono regolarmente a carico dello Stato, i cui costi sono occultati nei bilanci di società private,   le società di gestione di servizi pubblici,    l’anticipata divulgazione di decisioni economiche e finanziarie,    gli appalti,   le concessioni,   le autorizzazioni, i permessi e, ultimo ma non ultimo,   il mutamento d’uso del territorio, con effetti nefasti, prima di tutto, sul suo consumo, ma anche sull’ambiente, sul paesaggio e sull’assetto idrogeologico.

Possiamo affermare che il finanziamento illecito ed occulto dei partiti è una conseguenza diretta e inevitabile della funzione loro attribuita dall’art. 49 della Costituzione e dal modello di rappresentatività indiretta adottato.

E’ assolutamente evidente che non si possa più parlare di democrazia rappresentativa, ma di plutocrazia asservita a qualunque fonte di lucro, anche proveniente da governi stranieri, che asservono ai loro interessi la politica nazionale: plutocrazia che falsa la lotta politica in favore dei partiti che sono al governo, che ne condiziona le alleanze, ne cristallizza le oligarchie e pone a sistema i cosiddetti “cerchi magici”, privilegia i candidati più destri nell’arte di accaparrare finanziamenti, infine (ma non c’è una fine), concorre a rendere inefficiente e corrotta la Pubblica amministrazione; ed ecco, al comando gli incapaci ma disonesti, la preferenza alle scelte antieconomiche ma convenienti.

Per effetto di questa inarrestabile immoralità, ogni bisogno pubblico diviene fonte di speculazione e di arricchimento dei plutocrati e delle lobby:

la sanità diventa business e al suo centro non troviamo più il medico e il paziente, ma l’azienda e il denaro.

Così, i trasporti e i beni essenziali (l’acqua), più in generale, i servizi passano in mano al capitale privato per non obbedire più alle esigenze della collettività

e il peso fiscale non trova più in loro il proprio corrispettivo.

E’ un miracolo che attraverso il Movimento 5 Stelle si sia potuta riformare una coesione sociale.

Ma il regime è conscio di aver rotto ogni argine, di aver passato ogni limite e lo è da sei anni almeno, quando ha aderito con altre cinque nazioni (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Olanda e Romania) al Trattato di Velsen 18 ottobre 2007, che ha istituito la gendarmeria europea, cui accennammo innanzi, una polizia a statuto militare, denominata EUROGENDFOR che gode di una autonomia dal Parlamento e di una “immunità giudiziaria” totali. La legge n. 84 del 12 giugno 2010, che ha ratificato il Trattato, prevede che l’Arma dei Carabinieri (118.000 uomini, cari agli italiani) verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, la medesima legge introduce i compiti dell’Eurogendfor, che deve, in stretta collaborazione con i militari europei, garantire “la sicurezza nei territori di crisi europei”. In pratica, il suo compito è principalmente quello di sopprimere le rivolte e la sua base – guarda caso – è a Vicenza. Merita leggerli questi compiti nell’articolato stesso del Trattato. L’art. 4 dice che potra’ essere utilizzata al fine di:

a)   condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;

b) monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi compresa l’attivita’ d’indagine penale;

c)   assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attivita’ generale d’intelligence.

 

Cioè controlla la P.S., può intercettare, indagare (anche spiare?), ma non possono essere intercettate le sue comunicazioni.

A rendere più inquietante la sordina che avvolge democraticamente questa legge, l’Art. 29, c. 3. soggiunge:

I membri del personale di EUROGENDFOR non potranno subire alcun procedimento relativo all’esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all’adempimento del loro servizio.

 

Cioè, non risponde ad alcun potere della Magistratura e a nessun Parlamento nazionale, ne, tan’ poco, europeo e le sue sedi godono di una nuova extraterritorialità.

 

Torniamo ai partiti e al loro finanziamento, bocciato da un referendum e, ora, ribadito da un ddl del governo Letta..

Cosa hanno detto i 10 saggi a Napolitano? “Il finanziamento pubblico delle attivita’ politiche in forma adeguata e con verificabilita’ delle singole spese, costituisce un fattore ineliminabile per la correttezza della competizione democratica e per evitare che le ricchezze private possano condizionare impropriamente l’attivita’ politica”.Così hanno scritto i ‘saggi’ nel loro documento. Forse fino ad oggi hanno vissuto in un’altra Italia!

Afferma il falso! chi  per ovviare alla gravità delle conseguenze dei finanziamenti illeciti:

  • ci propone regole limitatrici della spesa dei partiti o dei possibili contributi a loro favore,
  • o perora la causa del finanziamento integrativo, a carico del bilancio dello Stato.

Così NON si pone un freno ma si accentua il sistema delle oligarchie e si alimentano i bisogni illimitati dei partiti e PURTROPPO dei loro rappresentanti:

Non si possono statizzare gli strumenti attraverso i quali la società si fa Stato e l’esercizio della sovranità deve stare in capo al popolo, senza intermediari.

Invece, la legge proposta dal Governo Letta va in senso contrario ed è una presa in giro sfacciata e colossale. Passata sulla stampa di propaganda del governo come “Abolizione del finanziamento pubblico“, significa invece: “Continuerete a pagare, come prima e persino più di prima“. 
 Cosa ancora più grave, questa legge consegna ufficialmente la politica nelle mani dei grandi potentati economici, delle lobby e persino delle associazioni criminali che sono sempre alla ricerca di nuovi e più redditizi canali di riciclaggio del denaro sporco. Ecco come funziona:

1 – Non sono tutti uguali. Ci sono partiti che possono iscriversi nell’apposito registro e accedere al finanziamento e partiti o “movimenti politici” che non possono (indovinate chi? Per fortuna, dei soldi ce ne infischiamo).

2 – A pagare continua a essere lo Stato. Entrando in vigore nel 2014, i partiti continuano a ricevere dallo Stato:

  • 91 milioni di euro il prossimo anno;
  • 54milioni 600mila nel 2015;
  • 45milioni e mezzo nel 2016
  • e circa 36milioni 400mila nel 2017.

A queste somme si aggiungono le donazioni dei cittadini.

3 – I cittadini possono devolvere il 2 per mille dell’Irpef ai partiti. Anche in questo caso pagano tutti, perché le minori entrate nelle casse dello Stato devono essere coperte da quelli che non “donano” con le solite tasse. Non solo: lo Stato istituirà un “fondo apposito” che coprirà tutte le “donazioni” che i cittadini si guarderanno bene dal fare. Sia mai che i partiti ci rimettano!

4 – Il Paese in mano alle lobby: 300mila euro all’anno per le persone fisiche e 200mila euro annui per le persone giuridiche sono i tetti per le donazioni liberali. Sanzioni se si supera tale limite? Una multa. Se non la si paga, il partito perde il gettito del 2 per mille per i tre anni a seguire (sai che danno…). I partiti possono donare quanto vogliono ad altri partiti, così le “coalizioni” diventano patti d’acciaio firmati sugli assegni.
E’ l’inciucio fatto LEGGE!

5 – I benefici si allargano alla platea di partiti che si riferiscono a un gruppo parlamentare già costituito: così, chi fonda un partito oggi a elezioni avvenute (avete qualche idea? noi sì) e i partitucoli di voltagabbana avranno comunque garantiti i vostri quattrini.

6 – Trasparenza e sanzioni per irregolarità? Dimenticatelo. Non presentano il bilancio? Succede nulla. Niente verbali e relazioni? Nulla. Dove vanno a finire i nostri soldi ai partiti? Ancora e sempre nel misterioso buco nero.

7 – Chi effettua donazioni ai partiti può beneficiare di sgravi fino al 52%. E chi copre queste minori entrate per le casse dello Stato?

Siamo al punto di partenza con un altro minestrone di tutto un po’, tipico di chi non sa fare.

Il M5S non sa che farsene del finanziamento pubblico, e lo ha dimostrato rifiutando 42 milioni che praticamente aveva già in tasca.

Resta poco da capire. Siamo in lotta, ma è guerra, contro un tentativo di un nuovo partito unico, il secondo nella storia, che si affaccia sulla scena, falsando la logica delle istituzioni; che ha deciso di trasformare la nostra Repubblica in Repubblica presidenziale, in modo subdolo e programmatico, eliminando anzitutto i meccanismi di salvaguardia della Costituzione contenuti nell’art. 138 e i poteri di controllo del Parlamento. Ma se lo scopo dell’art. 138 è di rendere più garantista il procedimento di revisione della costituzione, è assurdo voler garantire un percorso meno grave, agevolato, per singole revisioni costituzionali. “Dicono che è una deroga”, ma non lo è, perché l’approvazione delle leggi costituzionali per questa via produrrà effetti permanenti e generali su: forma di Stato, forma di governo, rapporti Stato-Regioni, ecc..

Ora, il tentativo di stravolgere la Costituzione ha subito nuovo impulso dal pericolo che proprio noi, M5S rappresentiamo per i nemici dello Stato. Siamo l’unica voce della sua coscienza. L’unione di intenti e di interessi realizzatasi tra PD e PDL era già cosa nota; ma ora che l’inciucio dei partiti era riuscito nell’opera di svuotare del suo significato il Parlamento; ora che il prevalere dell’inciucio, degli scandali (cerchi magici, MPS, conflitti d’interesse, i reati di un puttaniere, ecc.) sulla democrazia era assicurato, qualunque dei due vincesse, ecco l’affermazione del nostro Movimento che rischia di far saltare tutti: il banco PD, PDL e quanti dell’alta finanza e della massoneria pregustano una nuova dittatura: la terza, dopo quella del fascismo e dopo quella dei partiti sancita dall’art. 49 della Costituzione.

Questa nostra Costituzione, per la parte che è stata attuata, ha rispetto dei diritti dell’uomo, dei lavoratori: Art. 1. La Repubblica è fondata sul lavoro. Il potere delle lobbies che hanno preso il sopravvento in Europa non tollera tutto questo: l’Europa è fondata sulla finanza, che è un’altra cosa. E’ la rivincita dei detentori delle ricchezze sui principi “Libertà e Eguaglianza” della Rivoluzione Francese. Il mondo è piccolo. Ora che il Partito Unico dell’Inciucio è saldamente al potere, cavalcato dagli uomini delle lobbies, mai eletti o rieleggibili, questa Costituzione è d’intralcio. Bisogna cambiare! adeguarla, armonizzandola e ravvicinandola, alle leggi europee. Lo dicono i trattati europei, segnatamente il Trattato di Lisbona (firmato il 13 dicembre 2007), che ha reintrodotto di soppiatto, sintetizzandola, quella Costituzione europea bocciata dai referendum francese e olandese del 2005, riformando i vecchi Trattati su cui sono state fondate le Comunità e l’Unione europea, quali l’Atto unico europeo (1986), il trattato sull’Unione europea (Maastricht) (1992), il trattato di Amsterdam (1997) e il trattato di Nizza (2001).

Il Trattato di Lisbona è la nuova Costituzione Europea. Chi l’ha letto alzi la mano. I nostri dipendenti in Senato lo conoscono sicuramente a memoria. Infatti l’hanno votato (tutti) senza esitare e senza informarci. Non è un atto formale. Cambierà le nostre vite e quelle dei nostri figli.
Pone il Parlamento europeo sullo stesso piano dei Presidenti del Consiglio. La Costituzione Europea è in conflitto con la Costituzione Italiana? Leggendo le due Costituzioni la risposta è affermativa. Due esempi:

Giustizia:
Costituzione italiana – I giudici (che rappresentano il potere giudiziario) sono indipendenti dal Governo (che rappresenta il potere esecutivo).
Trattato di Lisbona – “La Corte di giustizia (europea) è composta da un giudice per Stato membro. È assistita da avvocati generali … Sono nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri…”

Guerra:
Costituzione italiana – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Trattato di Lisbona – “La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Essa assicura che l’Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L’Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. L’esecuzione di tali compiti si basa sulle capacità fornite dagli Stati membri.”

Si discute del Lodo Alfano e passa sotto silenzio la dipendenza della Corte di Giustizia Europea dai Governi che elimina l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo.
Si tradisce lo spirito della Costituzione Italiana (che ripudia la guerra) e si approva “la capacità operativa” per “la prevenzione dei conflitti”.

E, allora e prima di tutto, bisogna eliminare la protezione che l’art. 138 da alla Costituzione, svuotarlo del suo valore, della sua procedura che fa della nostra Costituzione una Costituzione rigida e, perciò, obbliga il legislatore a rispettare e attuare i suoi principi ispiratori fondamentali: primo fra tutti, ad attuare una carta del Lavoro. E, svuotato di questo significato l’art. 138, trasformarci in una repubblica presidenziale, una parola grossa, per dire “nelle mani di pochi. Una repubblica ossequiente alla politica europea, non più di soppiatto – perché ci avevano convinto che tutto ciò che è Europa è bene per noi -, ma alla luce del sole e se voleste ribellarvi, c’è già chi avrà cura di Voi”.

Il principale artefice di tutto ciò, colui che dovrebbe essere il garante della nostra Carta è un presidente che è difficile considerare super partes, estraneo ai poteri, come è difficile sostenere che, lui organo unipersonale e non collegiale, si mantenga per tanti anni al di sopra delle parti, un presidente che non da ascolto agli appelli dei cittadini riuniti nella maggiore formazione politica italiana, agli appelli dei costituzionalisti e che ora, non contento del suo mandato doppio, con la farsa della legge costituzionale, si prepara a privarci del più sacro dei nostri diritti: la difesa della Carta Costituzionale, si prepara a concentrare nell’esecutivo tutti i poteri, azzerando i poteri del parlamento e i poteri di controllo della magistratura.

Il solo modo per ricondurre tutto ciò sui binari della democrazia per poter fare politica a mani pulite è ricondurre i partiti a essere la fucina del dibattito politico, lontani dalle leve del potere e attuare, invece, la rappresentanza diretta quale strumento per esercitare la sovranità del popolo.

La Costituzione, abrogato l’art.49, dovrà affermare questa forma di garanzia della democrazia. “Sogniamo un Paese in cui il popolo comandi e il governo obbedisca”. Il Movimento 5 Stelle ha già tracciato il percorso di questa riforma. Siatene i degni portatori di fede!

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