Archive | December 2013

PARLIAMO D’EUROPA AI GIOVANI

 

 

unione-europea-europa

La progressiva entrata in vigore dei Trattati europei, con la relativa cessione della sovranità in, ormai, tutti i campi: non solo in quello economico, ma soprattutto in quello della tutela dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica, pone la domanda se l’Unione sia stata dotata del quadro giuridico e degli strumenti necessari per far fronte alle sfide del futuro e se risponda ancora alle aspettative dei cittadini.
Stiamo assistendo allo sgretolamento dell’assunto per cui tutto ciò che è Europa è bene e fa bene all’economia, perché tardiamo a passare dall’Europa del capitale finanziario a quella del capitale sociale.
E’ tempo di rinfrescare il messaggio di Jacques Delors e fare della promozione dell’Europa Sociale la strategia della politica internazionale europea. Il vecchio continente non è tramontato e può ancora imporsi sulle grandi potenze economiche emergenti: Cina, India, Brasile e tutti i paesi in via di sviluppo imponendosi e vincolando i nostri accordi commerciali con loro al rispetto dei diritti del lavoro e della cooperazione in condizioni paritarie. Soprattutto, i giovani, dovranno essere accompagnati nella loro formazione, dalla scuola al mondo del lavoro, valorizzandone le aspettative con politiche efficaci per i giovani lavoratori e imprenditori, che li favoriscano nel campo sociale, economico e dell’innovazione tecnologica. Non ultimo, l’Europa, forte della sua coesione sociale costituirà un fattore di stabilità della pace nel mondo.

L’AUGURIO DEI GRILLI PARLANTI DEL DOLO È: SIAMO GLI APOSTOLI DELLA COSTITUZIONE.

 

 

Il disegno del governo Letta-Napolitano di riformare la costituzione, fino a recepirvi554147_185533344964372_1357345217_n copia i principi del mercato libero e ottemperare agli ordini dei tecnocrati europei continua, spavaldo, convinto di avere sotto i piedi un popolo imbelle e, soprattutto, ignorante. Letta ha detto:

“Mancare anche questa volta l’obiettivo della revisione della II parte della Costituzione sarebbe fatale per il rilancio delle potenzialità e del progresso della nazione”. Le riforme “come il superamento del bicameralismo paritario, lo snellimento del parlamento, la semplificazione, in chiave di linearità e di certezza dei tempi, del processo legislativo, o come la revisione del Titolo V varato nel 2001, sono convinto siano ormai questioni vitali per la funzionalità e il prestigio del nostro sistema democratico, per il successo di ogni disegno di rinnovato sviluppo economico, sociale e civile del nostro paese nel tempo della competizione globale”.

Senza queste riforme, Napolitano ha minacciato le sue dimissioni, chieste da molti, ma che sottendono una minaccia dell’alta finanza mondiale che incombe sull’italia grazie al falso perpetrato con il Trattato Fiscale, firmato – lo ricordiamo – da Monti.

Di quale progresso parlano? Di fare un salto indietro di due secoli e più, facendo nuovamente trionfare lo Stato liberale (non significa Libertà) sullo Stato Sociale? Di tornare ai secoli bui? Ipocrisia pura! Di queste riforme: superamento del bicameralismo paritario, snellimento del parlamento si parla da decenni nel concordo di tutti; ma sono solo Cavalli di Troia! La vera riforma che vogliono è un’altra: Nei piani del governo Letta-Napolitano, lo smontaggio pezzo a pezzo della Costituzione è un cardine. E’ il vero obbiettivo della loro politica. Hanno un solo obbiettivo: ridurre la Costituzione e i suoi sacrosanti principi fondamentali dello Stato Sociale a quel tradimento che porta il nome di Trattato di Lisbona. E’ scritto nel trattato: gli Stati vi devono avvicinare le proprie legislazioni! Non è facile combattere contro la dittatura – per ora, finanziaria, instaurata dal “Nuovo Ordine Mondiale” e dobbiamo armarci di tempo e pazienza.

Ma in questa prima metà di dicembre, alla Camera, c’è stato un altro importante risultato della nostra battaglia politica ritardatrice e l’art. 138, venuti a mancare i voti del PDL, ha superato, indenne, il terzo passaggio del testo di modifica. È pericoloso toccare quell’articolo. Senza la sua procedura garantista, i principi fondamentali, prima di tutti quello lavoristico, perderebbero il valore giuridico che obbliga il legislatore al loro rispetto, per degradare a semplici principi morali.

Noi Grilli Parlanti siamo partiti da qui per dare concretezza alla strada cominciata insieme nei meetup. Il senso del nostro attivismo non è mai stato costruire una carriera in un partito o in un nuovo movimento politico. Il senso è stato ed è di rimettere al centro la Costituzione. Divulgarla, farla diventare, come è, la vera legge; farla sentire comune e condivisa dalla più ampia parte della popolazione possibile. Impresa ardua, ma non impossibile, giusta e imprescindibile. Ai meetup che ci hanno accolto nelle loro serate va il nostro caloroso riconoscimento. Agli altri diciamo: fate dei nostri argomenti, il frutto di un’elaborazione e di confronto collettivo. A noi dico: affianchiamo gli attivisti dei meetup perché nei banchetti si possa parlare di Costituzione. Da soli, o in piccolissimi gruppi. Organizziamoci per puntare a questo obbiettivo e, con la primavera, proponiamoci in tutte le piazze di ogni città e di ogni paese. Con la Costituzione e i Trattati capestro dell’Europa in mano, da leggere ad alta voce, e a discutere con chi mostra interesse. Spieghiamo, raccontiamo, proponiamoci, soprattutto, convinciamoci di essere l’unica via di uscita praticabile per la crisi culturale, economica e politica che fa sprofondare il nostro paese.

Siamo gli apostoli! Diamo fiducia ad un percorso che ci darà forza e consistenza. Siamo tenaci nel pensare che i temi che legano gli articoli della Costituzione sono gli unici temi della Politica. Perché se la Politica non si occupa di lavoro, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, salute, scuola, cultura, pace allora non è più politica e diventa l’impegno di chi vuole conservare i propri privilegi e si spende per quelli delle caste o delle corporazioni che lo sostengono a costo di camminare sulla sofferenza di un intero Paese.

L’augurio mio per il 2014 è: Torneremo in piazza a leggere i principi della Costituzione.

La mia preghiera, se un Dio sedesse un giorno a me vicino, è: fai di noi un fiume! carezzeremo le nostre rive, faremo germogliare la nostra gente!

Auguri a noi tutti

Mario Donnini

“La nostra arma è la cultura, la nostra nemica è l’ignoranza”

LA GIUSTIZIA NEL TRATTATO DI LISBONA. I DIRITTI.

1795623_10151925897971545_1824956719_n

In questo settore, il Trattato di Lisbona adotta appieno la Carta dei Diritti Fondamentali, che diventa vincolante per tutti i cittadini del nuovo super Stato d’Europa (Art.6 TEU). Chi deciderà interpretando di volta in volta questi diritti con potere unico sarà la Corte di Giustizia Europea con sede nel Lussemburgo. Infatti, secondo le regole già spiegate in precedenza, anche qui le decisioni della Corte avranno potere sovranazionale e dunque saranno più forti di qualsiasi legge degli Stati membri. Esse poi avranno potere di condizionare ogni singola legge esistente nella UE. Ma chi impedirà alla Corte di interpretare un diritto odierno di un singolo Stato membro in senso più restrittivo? Vi do un esempio: in Svezia, una legge permette ai burocrati di Stato di fare ‘soffiate’ ai giornalisti, per cui il governo non può pretendere che il reporter sveli poi le fonti di uno scandalo pubblicato. Se la Corte decidesse che ciò è illegale, addio avanzatissima legge svedese. E vi ricordo che quando il collega tedesco Hans-Martin Tillack fu arrestato per aver denunciato lo scandalo Eurostat (fondi neri dell’agenzia di statistica della UE), la Corte di Giustizia Europea approvò l’arresto.

Ma chi nomina quei giudici? Nessuno dei cittadini europei, è la risposta. Li eleggono i governi, e questo li rende di fatto a loro soggetti. In altre parole, le sentenze sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci governano saranno nelle mani di magistrati del tutto fuori dal nostro controllo e secondo leggi, non lo si dimentichi, fatte da burocrati non eletti. Questo prevede il Trattato di Lisbona, all’apice di almeno duemila anni di giurisprudenza ‘moderna’. Inoltre, ciò che viene deliberato in seno alla Corte di Giustizia Europea avrà precedenza su quanto deliberato dalle nostre Corti Supreme, Cassazione, e da altre Alte Corti europee. Essa ha il potere persino di influenzare la tassazione indiretta (IVA, catasto, bolli ecc.).

Tutto questo è improprio, irrispettoso del diritto dei cittadini di decidere del proprio vivere, visto che siamo e ancora rimaniamo in teoria gli arbitri finali delle democrazie. Qui siamo completamente messi da parte, ingannati e manipolati, con rischi futuri colossali a dir poco. Ma il realismo di cittadino italiano mi impone di aggiungere un altro distinguo. In un Paese come il nostro dove la nostra inciviltà ha portato in Parlamento dei bifolchi subculturati e violenti come i seguaci di Bossi e altri, il fatto che in futuro gli articoli della Carta dei Diritti Fondamentali e del Trattato di Nizza (diritti di prima, seconda, terza e quarta generazione; dignità umana; minoranze; diritti umani; no pena di morte; diritti processuali ecc.) saranno vincolanti in Italia potrebbe essere la salvezza, nonostante i pericoli che ho delineato. E queste considerazioni mi portano a dire che la critica al Trattato di Lisbona fatta dalla prospettiva italiana è un affare ambiguo, poiché se è vero che quel Trattato potrà da una parte travolgere in negativo le nostre vite e drammaticamente il futuro dei nostri figli, è anche vero che certa barbarie e mediocrità a tutto campo degli italiani rendono impossibile capire dove sia la padella e dove la brace, ovvero se ci farà più male entrare nell’Europa di Lisbona o rimanere l’Italia sovrana di oggi. La risposta sarebbe né l’una né l’altra, certo, ma il rischio per noi italiani di combattere e vincere la battaglia contro l’inganno del Trattato, è poi di ritrovarci qui a soffocare nella melma italica senza neppure l’Europa a mitigarla. Questo va detto per onestà.

Augurio a Federico D’Incà, Capogruppo M5S alla Camera

Auguri per il tuo mandato che giunge in questo delicato momento.  In tanta confusione, due soldati d’Italia attendono il Natale in India. Ricordiamoli. Un abbraccio mio e l’augurio dei Grilli Parlanti del Dolo. 531763_377440238954255_740891036_n

LA RIFORMA DELLA SANITA’ VENETA.

LA SANITA’ VENETA. FRA BUSINESS E STRUMENTO DI PROPAGANDA.

Già a un primo sguardo, la così detta Riforma Zaia della Sanità veneta era apparsa come la manovra principe di una campagna elettorale, già iniziata; un’abile tentativo di strumentalizzare e sfruttare a fini propagandistici l’emergenza giudiziaria costituita dai ricorsi al TAR Veneto dei cittadini e delle società fornitrici di prestazioni di radiodiagnostica escluse dal libero mercato. Ricorsi contro un quasi monopolio nella Sanità Veneta, che con artifizi legislativi e procedurali dura da diciannove anni. Diciamo subito che noi 5 Stelle siamo contrari a una sanità privata, dove chi ha meno soldi è più malato; ma siamo ancora più contrari ai monopoli privati nella sanità regionale veneta, dove, fra parentò, conviventi e amici, più non si capisce dove inizi il privato e dove finisca il pubblico. Cosa era accaduto per portare gli onnipotenti di Palazzo Balbi avanti all’autorità amministrativa? Semplice e italian politically correct. Diciannove anni fa, appunto, con legge nazionale, nacque la così detta procedura di accreditamento dei privati che intendono supportare il servizio sanitario pubblico. Si voleva, cioè, stabilire un percorso verso il raggiungimento di sempre maggiore qualità, privilegiando gli idonei accreditati nella stipula di contratti  di prestazioni in regime di convenzione. Il minimo, visti i guadagni, ma… . Dicevano, giorni fa, in un bacaretto di Rialto che Palermo dovrebbe venire a scuola da noi, a Venezia. Scherzavano? Sentite. Correva l’anno 1994, o giù di li. Vennero immediatamente accreditate una quindicina di strutture private, i soliti che già “collaboravano”, erogando, a noi cittadini, prestazioni in regime di convenzione in cambio di contratti milionari. Niente di illegale, si direbbe e buon per noi, sembrerebbe. Per le strutture, future aspiranti a quei contratti, niente da fare senza l’accreditamento e per ottenerlo – ecco l’inghippo! – avrebbero dovuto essere coerenti con “le scelte del Piano Socio-Sanitario Regionale”: strumento di programmazione, allora triennale, di una montagna di denaro: pensate! qusi l’80% del bilancio della nostra Regione. Come privilegiare sempre i soliti quindici, di casa, ormai, a Palazzo? La soluzione “politically correct” all’italiana, fu: Non facciamo il Piano, nessuno più può essere accreditato. Probabilmente, non fu così, ma è certo che chi ha governato il Veneto in questi lunghi anni non ha programmato alcun sviluppo della Sanità, come dire, del capitolo massimo del bilancio regionale. Come che sia andata, per avventura o perversione, era nato un quasi-monopolio: una vasca enorme, dove, parafrasando allegoricamente, gli squali si sollazzano sulle pene dei malati. L’allegoria ci sta tutta perché il quasi-monopolio è ancora lì e, volgendo alla fine, è stato denunciato sfrontatamente sulla stampa veneziana e padovano da un abitante del Palazzo (stavo per dire “della vasca”, ma mi sono corretto in tempo), il Presidente Padrin. Non volge, però, alla fine e per merito della giustizia amministrativa (si scrive minuscolo), perché il Presidente esimio della Terza Sezione del TAR VENETO, inaspettatamente, ha sentenziato contro la libertà di concorrenza ed il suo valore, invano affermato dalla dottrina, dalle leggi, a livello nazionale ed europeo e, invano, difeso dagli avvocati. Probabilmente, il quasi-monopolio non volgerà alla fine e la cricca manterrà il suo predominio. Sarà sufficiente  trovare un altro escamotage utile al caso. Fin qui, la storia dei fatti. In tempi di tagli ai bilanci della Sanità, è giusto chiedersi cosa ci perdiamo e cosa ci guadagnamo noi cittadini? Semplice da verificarsi. Prendiamo ad esempio la Riviera del Brenta, veneziana e ipotizziamo un esame di risonanza magnetica. Con gli ospedali, abbiamo le liste d’attesa e, a Mirano, un servizio fornito da una grande società a livello internazionale (pensate: un radiologo fa su e giù da Roma!) a costi da vertigine. Con i monopolisti, si va in Provincia di Padova – non di Venezia –, oppure a Rovigo (si scende in un garage!) e si paga lo stesso ticket, circa 36 euro. Loro, però, ne incassano 388… e la sanità va in deficit. Dimenticavo: le strutture non accreditate, ma idonee e con il punteggio più alto nel Veneto e con strumenti all’avanguardia, offrono lo stesso esame, in Riviera, in un paio di giorni e a 75 euro, con referto a domicilio.

E, ora che abbiamo compreso come funziona il rapporto pubblico – privato, veniamo al Piano Socio-Sanitario Regionale 2012 – 2016, rivoluzionario e alle sue Schede Ospedaliere di attuazione. I pesanti tagli del Governo ai bilanci della Sanità, hanno ispirato i redattori del Piano. L’indirizzo di programmazione socio-sanitaria regionale per il quinquennio 2012-2016 fu: ridurre il numero delle aziende unità locali socio-sanitarie (ULSS), attribuendo a ciascuna un bacino di riferimento compreso tra i 200.000 e i 300.000 abitanti, fatta salva la specificità del territorio montano, lagunare e del Polesine. Per comprenderci, l’azienda di Adria ha un bacino intorno agli 80.000 abitanti. Meno aziende, meno dirigenti e giù a seguire. La pratica attuazione di questo Piano poggia sulle così dette Schede Ospedaliere, infine, approvate dalla Giunta, malgrado un vulnus non da poco, dal punto di vista giuridico. Infatti, la coerenza con il Piano che devono attuare è andata a farsi benedire perché le ULSS sono rimaste quelle che e quante erano e il risparmio si è fatto diminuendo i posti letto per acuti e aumentando i primariati, anzi i primarietti di reparti ospedalieri con 2-3 posti letto. Ah! ma a sentire il Presidente, i posti letto perduti saranno stutti compensati con quelli degli ospedali di comunità, cioè, di chi l’ha visto. Una riforma, dunque, epocale, come è stata definita da Zaia – anche, secondo noi, ma con motivazioni diverse dalle sue – non solamente perché il nuovo piano segue a 17 anni dal precedente, ma perché vede il rafforzamento della sanità territoriale: primo, con le medicine di gruppo dei medici di base (team multi professionali costituiti da medici e pediatri di famiglia, specialisti, medici di continuità assistenziale, assistenti sociali), che appresteranno le cure primarie dal mattino alla sera e, dicono, anche di notte, riuniti in strutture che, al presente, sono quasi ovunque fornite, gratuitamente per loro, dai farmacisti. Vai con le ricette! Secondo, con i nuovi ospedali di comunità, che non ci sono e che, guardando alle finanze, non ci saranno, a meno di non aprire ancora più ai privati, magari con il maligno strumento del project financing: quello dove il privato mette i soldi che lo Stato gli da e che ha impelagato la sanità veneziana con l’ospedale dell’Angelo di Mestre; quello che in Toscana ha visto una ditta australiana aggiudicarsi d’un colpo la gara per quattro ospedali!

Insomma, un bel buco nell’acqua che ci lascia il dubbio che si tratti di una riforma epocale per quanti fanno calcoli economici sul diritto alla salute del cittadino. Questa è l’amara conclusione di chi soffre. Per noi, è la conferma ulteriore che finanza e politica (ma quale politica questa di Lega e PD!) necessitano urgentemente di un ente tecnico terzo, di supporto e di verifica e controllo nel campo sanitario. Ribaltiamo tutto? Lo vedremo alle regionali. Per ora diciamo: “Grazie Zaia!

IL FISCAL COMPACT È NULLO.

“Il Fiscal compact è nullo, il governo lo certifichi”. Parla Guarino

Dopo Monti la priorità è quella di archiviare un trattato illegale che strangola l’economia, dice l’ex ministro

 

 

Esistono ragioni politiche, economiche e culturali per rifiutare la dottrina dell’austerity che si è imposta in Europa, ma prim’ancora c’è una motivazione giuridica che dovrebbe obbligare il governo italiano – questo in carica e soprattutto quello che gli succederà – a liberarsi dagli attuali vincoli che gravano sulla politica di bilancio. A meno di non voler continuare ad “attentare alla Costituzione dell’Unione europea”. La tesi è di Giuseppe Guarino, giurista classe 1922, uno dei primi professori ordinari di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma, che all’Università di Sassari ebbe come assistente Francesco Cossiga, poi a Roma esaminò Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea. Guarino è stato inoltre amministratore e sindaco di società e istituzioni pubbliche, deputato con la Democrazia cristiana nella decima legislatura (1987-1992), quindi ministro delle Finanze nel quinto governo Fanfani (1987) e infine dell’Industria nel governo Amato tra 1992 e 1993. “Oggi però il mio atteggiamento è quello del medico”, esordisce in questa conversazione con il Foglio. E lo ripete spesso: “Sono come un medico, e mi limito a esporre la diagnosi, non voglio consigliare ricette. Il problema è che in troppi, anche tra i miei amici e colleghi, nemmeno mi contraddicono. L’atteggiamento è quello dei pazienti che non vogliono sentirsi dire la verità dal loro dottore”.

Il malato, in questo caso, è l’Europa intera. Guarino non lancia allarmi generici sulla disoccupazione o sul disagio sociale, piuttosto da mesi esamina il paziente e raccoglie tutti i risultati degli esami in alcuni faldoni, sempre a portata di mano: “Guardi qui – dice indicando una tabella che ha appena fatto stampare – Nel quarantennio che va dal 1950 al 1991, la media del tasso di crescita del pil è stata del 3,86 per cento in Francia, del 4,05 in Germania, del 4,36 in Italia. Le percentuali, dopo i primi sei anni del trattato dell’Unione europea, sono invece impietose: la Francia scese all’1,7 per cento, la Germania all’1,4 e l’Italia passò all’ultimo posto. I dati che vanno dal 1999 al 2011 sono addirittura drammatici: la media per i tredici anni dell’euro è diminuita per la Francia all’1,61 per cento, per la Germania all’1,32, per l’Italia allo 0,68. Un crollo verticale”.

La causa della patologia, secondo Guarino, va ricercata nella disciplina giuridica dell’Eurozona e dell’Ue. In particolare, “non esiste precedente storico di stati che, per perseguire obiettivi di crescita, si siano rigidamente vincolati al rispetto della parità di bilancio”. Vincoli – è questo l’aspetto più originale del ragionamento di Guarino – imposti illegalmente. Incluso il Fiscal compact firmato lo scorso marzo e negoziato nel dicembre 2011, cioè nel momento di massima tensione sui mercati per le sorti dell’Europa. “Prendiamo l’articolo 3 del Fiscal compact – dice il giurista sollevando un sottile fascicolo già pronto sul tavolo della sua dimora romana – E’ qui che si introduce l’obbligo per gli stati di mantenere ‘la posizione di bilancio della pubblica amministrazione (…) in pareggio o in avanzo’”. Norma draconiana, non c’è che dire. “Inapplicabile, piuttosto. All’articolo 2 del Fiscal compact, infatti, si ripete per due volte che questo accordo internazionale dev’essere interpretato e applicato soltanto finché compatibile ‘con i trattati su cui si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea’”. Tuttavia i trattati costitutivi dell’Unione non restringono a tal punto la possibilità di indebitarsi dei paesi membri. Il Trattato di Lisbona, documento fondamentale dell’Ue che è entrato in vigore nel 2009 “fondendo” il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, “fissa al 3 per cento il limite che l’indebitamento non può superare – ricorda Guarino – Il Fiscal compact, invece, riduce il limite a zero punti. Insomma il Fiscal compact sopprime la sovranità fiscale degli stati firmatari, in violazione del Trattato di Lisbona al quale pure si richiama. E’ probabile che il Fiscal compact sia stato una scorciatoia, visto che l’unanimità tra i 27 paesi membri necessaria a modificare il Trattato di Lisbona non sarebbe mai stata raggiunta. Fatto sta che questo trattato rimane illegale. Non ha la forza costituzionale per modificare il Trattato di Lisbona”. Non soltanto il riferimento ai trattati, anche quello al “diritto dell’Unione europea” contenuto nel Fiscal compact pare fuori bersaglio, visto che l’azzeramento del deficit non è previsto dal regolamento 1175 del 2011, vigente tuttora in materia di politica di bilancio. Gli stati europei, dunque, da qualche mese si stanno infliggendo più rigore fiscale – a colpi di azzeramento dei deficit e rientro dei debiti pubblici – di quanto il diritto comunitario ne preveda.
D’altronde non è la prima volta che “l’euro è gestito applicando principi privi di base giuridica certa”. Fino al 6 dicembre 2011, giorno d’entrata in vigore dell’attuale Regolamento numero 1175, infatti, Guarino ricorda che era già stato applicato un altro regolamento “viziato da incompetenza assoluta”, il numero 1466 del 1997. Nel 1997, mentre si concludeva la fase transitoria che avrebbe dovuto rendere più omogenee tra loro le economie dell’Eurozona in vista dell’introduzione della moneta unica, “la Commissione si arbitrò di sostituire l’articolo 104 C del trattato dell’Unione europea con due regolamenti, uno dei quali è appunto il 1466/97”. In sintesi: il parametro dell’indebitamento al 3 per cento – uno dei famosi “parametri di Maastricht” – veniva sostituito “con il parametro dello zero per cento, cioè il pareggio di bilancio, togliendo invece rilevanza al parametro del rapporto debito/pil al 60 per cento”. Guarino ammette: “Studiando la materia, sono rimasto sorpreso anch’io. Mi sono accorto di questo regolamento soltanto ora. I ministri della Repubblica italiana continuavano a parlare di ‘parametri di Maastricht’, in realtà operavano ottemperando a vincoli ancora più stringenti”.

Il professore rilegge ancora una volta, con un sorriso incredulo, l’articolo 2 del regolamento 1466/97 che stabilisce l’obbligo di raggiungere a medio termine un saldo del bilancio della Pubblica amministrazione “prossimo al pareggio o in attivo”. Fu un “attentato alla Costituzione europea”, spiega, ad opera di membri della stessa Commissione Ue. (E in quella Commissione – ma questo Guarino non lo dice – erano presenti due italiani, Mario Monti alla Concorrenza, ed Emma Bonino responsabile per la Politica dei consumatori, della pesca e degli aiuti umanitari). La motivazione di quella mossa? E’ probabile che quel regolamento dovesse servire come pungolo per gli stati meno rigorosi: “La sua adozione fu proposta in anticipo rispetto alla fine del periodo di ‘convergenza’ per accedere all’euro. Quindi gli stati che temevano di non superare lo scrutinio, se non avessero accettato questo ulteriore restringimento dei bulloni sulla loro politica fiscale, avrebbero dato segno di debolezza. Si trattò perciò di consensi formalmente volontari ma sostanzialmente coatti”. Lo schema, insomma, è simile a quello che si ripete oggi con il Fiscal compact. Nel 1997 fu un regolamento ad avere la pretesa di correggere le norme di un trattato che pure era legalmente sovraordinato, con la Commissione che si arrogò di inserire l’obiettivo del bilancio in pareggio o in attivo. Nel 2012 è stato firmato il Fiscal compact che, sul rigore di bilancio, ha tradito le norme vigenti del Trattato di Lisbona e quelle appena stabilite nel Regolamento 1175/2011.

Forse oggi anche la Germania, all’apice della crisi dell’euro, ha ottenuto consensi “formalmente volontari ma sostanzialmente coatti” attorno a una politica di bilancio che avvantaggia Berlino? D’altronde è stato lo stesso presidente del Consiglio, Mario Monti, a dire che il Fiscal compact è stato fortemente voluto da Angela Merkel. Guarino insiste: “Sono soltanto un medico, la mia diagnosi dal punto di vista legale è questa e nessuno finora me l’ha contestata”. Dice di non credere troppo a chi vede una macchinazione di Berlino dietro ogni mossa dell’Unione europea: “La realtà è che i risultati di questo impianto giuridico schizofrenico penalizzano tutti gli europei. Basti dire che Berlino nel 1953 aveva una quota del 5,3 per cento del commercio mondiale, che divenne dell’11,7 per cento nel 1973, del 10,2 per cento nel 2003, dell’8,5 per cento nel 2010. Negli anni 90, nel momento in cui tutto il mondo accelerava per avvantaggiarsi della rivoluzione informatica, la Germania ha scelto di autovincolarsi, di immobilizzarsi per fare da modello a tutti gli altri, ed ecco i risultati. Così sta forse acquistando la preminenza in Europa perdendo quella nel mondo, un errore in cui è già incappata altre volte nella storia. Il punto è che oggi è tutta l’Europa a rischiare l’irrilevanza”. Non a caso la settimana scorsa il Financial Times Deutschland ha dedicato quasi una pagina intera – in uno dei suoi ultimi numeri prima della chiusura – alle tesi del giurista italiano, definito nel titolo come “Der Euro-Chaostheoretiker”, cioè il teorico dell’euro-caos.

Ammettiamo ora che questa ricostruzione giuridica sia corretta. Che cosa cambia? “Il Fiscal compact non si applica, se vogliamo rispettare i trattati europei. Né va portata avanti la sua trasposizione nella Costituzione italiana, con la riforma dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio”. Quanto alla possibile reazione dei mercati, all’imperversare dello spread, Guarino parla di “grande imbroglio” e dice che il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi si può far salire e scendere “muovendo una decina di miliardi di euro”. E’ sulla base di queste premesse che l’ex ministro scruta i sommovimenti politici in atto e suggerisce la prima mossa da compiere per un esecutivo davvero responsabile, sia questo ancora in carica o il prossimo che verrà: “Esigere l’applicazione dei trattati vigenti, cioè del Trattato di Lisbona firmato nel 2007 e in vigore dal 2009. Quel trattato garantisce la possibilità di un indebitamento annuo pari al tre per cento del pil”. In calce al più stringente Fiscal compact, per quanto non applicabile, resta pur sempre la firma di un rappresentante del nostro paese: “Il governo – conclude Guarino nelle vesti di medico nient’affatto pietoso – dovrà esigere che sia la Commissione dell’Unione europea ad attestare pubblicamente che il limite valido all’indebitamento annuo è quello del 3 per cento, e non altro”.

LA DECOMMISSIONING DEL REATTORE DI S. PIERO A GRADO

UN CASO EMBLEMATICO DI BUONA VOLONTA’ A 5 STELLE E DI MANCANZA DI METODO. L’ALLARMISMO PER LA DECOMMISSIONING DEL REATTORE DI S. PIERO A GRADO

Tale è la nostra attenzione per l’Ambiente, ma tale è, ormai, la sfiducia nelle istituzioni, che si fa di ogni erba un fascio e, facilmente, si grida “al lupo”. Abbiamo verificato l’onestà concettuale e la veridicità della notizia diffusa dai Grilli della Toscana e, per noi, dal MeetUp Regionale Veneto, sui pericoli d’inquinamento radioattivo delle acque della Versilia, che deriverebbero dallo svuotamento della piscina di raffreddamento del reattore e ci risulta carente nei fondamenti. Il caso è stato ridimensionato da una analisi più attenta al metodo, ma ha costituito un caso emblematico, che ha fatto scaturire un bel dibattito all’insegna della maturità e della cooperazione. Infatti, il Movimento, sullo slancio della buona volontà e dell’uno vale uno = tutti dottori, può far sembrare che la superficialità e l’ignoranza siano i suoi caratteri distintivi. Troppo facilmente si affrontano temi altamente specialistici in base a deduzioni qualunquiste e troppo facilmente offriamo – come, nel caso, anche chi scrive ha offerto, di primo acchito – la nostra buona fede. Nella tutela dell’Ambiente, della Salute e della Sanità (vedi i criteri zero per la partecipazione ai Gruppi di Lavoro dei meetup), poi, questo “non metodo” è diventato abitudine. Ecco il documento che ci era pervenuto sotto il titolo “QUESTO SVERSAMENTO NON S’HA DA FARE” e che si chiedeva di condividere a sostegno di una interrogazione parlamentare (!). Leggiamolo e analizziamolo come un caso di scuola:

“Le prossime settimane, nel silenzio delle amministrazioni locali e all’insaputa quindi dei cittadini, 750.000 litri di acque radioattive (sulla cui decontaminazione e sicurezza non ci sono certezze) saranno sversate nel canale dei Navicelli e poi defluiranno finendo in mare, davanti alle nostre coste, depositandosi nei sedimenti ed entrando nella catena alimentare.

In questo modo, i militari del CISAM con la collaborazione e il supporto tecnico di ARPAT, Enea e Ispra, per mezzo della ditta appaltatrice Lainsa, hanno deciso di disfarsi delle acque radioattive del dismesso reattore nucleare di S. Piero a Grado.

Si perché – pare impossibile ma è proprio così! – a pochissimi chilometri dalle nostre case, in piena zona parco, è installato dal 1961 un reattore nucleare sperimentale della Marina Militare, reattore in fase di dismissione. Proprio uno di questi stadii prevede lo smaltimento delle acque un tempo destinate alla piscina di raffreddamento.

Numerosissime e dettagliatissime sono le assicurazioni riguardanti la non pericolosità delle stesse. Pagine di dati e numeri, formule e calcoli, ci dovrebbero tranquillizzare sul fatto che non ci saranno rischi per la salute delle persone e nessun pericolo per l’ambiente.

ARPAT assicura che saranno effettuati campionamenti a scopo cautelativo, considerando “assai improbabile” che si possano rilevare livelli di contaminazione. E cosa accadrà se invece le misurazioni daranno un risultato diverso?

“Assai improbabile “ corrisponde a: nessuna certezza!

Per rifiuti di questo genere si dovrebbe individuare un sito idoneo allo stoccaggio sicuro e perpetuo, questo però comporterebbe innumerevoli “ problemi” (intesi come procedure atte alla sicurezza dei cittadini) tempi dilatati e spese, allora…molto meglio buttare tutto in mare!

E i nostri amministratori cosa dicono? Silenzio dettato forse più da non conoscenza del problema. Bella figura!

Questo sversamento non s’ha da fare! Le acque radioattive non possono e non devono finire in mare in nessun caso.

I nostri inermi amministratori come sempre non sanno e non faranno niente, sarà compito dei cittadini risolvere il problema.

Il Movimento 5 Stelle è già in attività, a livello locale ed a Roma, per fermare lo sversamento assieme ai comitati e ai cittadini. Faremo di tutto per impedirne l’ effettuazione.

Gruppi MoVimento 5 Stelle e meetup dei comuni di Livorno…. Viareggio, Versilia Storica, Camaiore, Gruppi della Valdinievole, Montignoso, Firenze, Rufina, Isola d’Elba, La Spezia, Movimento 5 Stelle Rosignano, Calenzano, Cecina, Pistoia, Mugello, Movimento 5 Stelle Valle d’Aosta”.

Come vedete, è una vera e propria dichiarazione di guerra, la cui fondamenta logica poggia sull’assunto: “Assai improbabile “ corrisponde a: nessuna certezza!” Il resto è allarmismo, superficialità e una certa ignoranza del nucleare. Da parte nostra, ravvisiamo una totale mancanza di metodo che, ancora una volta, annulla la molta buona volontà e induce a poca credibilità nei nostri confronti. Bella figura proprio, si dovrebbe dire, a nostra volta! E’ quello che accade quando ci si basa su voci riportate da persone sconosciute e da siti di pseudo informazione, ma non dai documenti ufficiali; in più, quando non si hanno conoscenze specifiche.  Ma non c’è problema, se non c’è soluzione e a Dolo di Venezia, I Grilli Parlanti, aderendo alle richieste dei meetup Toscana e Regionale Veneto di sostegno a questa battaglia contro l’inquinamento radioattivo, hanno voluto anche procedere con metodo all’analisi del problema, affidandosi a persone esperte della materia. Ecco quanto, finora, è stato raccolto e considerato:

“Come è noto a chi ha qualche nozione di radioattività, l’acqua della piscina di un reattore non è di per se radioattiva, ma ha in sospensione particelle radioattive, risultanti – in questo caso – dalle attività svolte quando il reattore era attivo. Infatti, il reattore di S. Piero a Grado e’ stato fermato nel 1980. La radioattività dell’acqua della piscina e’, perciò, piuttosto bassa, anche grazie agli oltre 30 anni di decadimento, tanto che gli esperti dissero che i valori rientravano nei limiti della potabilità; il problema e’ che i litri sono 750.000 e, se lo sversamento nei canali di scarico venisse fatto senza controllo, potrebbe accadere che la radioattivita’ totale superi i limiti previsti.

Qui sta il problema e qui si deve e si dovrà vigilare, ma documentandosi e coinvolgendo qualche fisico nucleare. Non abbiamo potuto esaminare la documentazione relativa a questa parte dello studio del decommissioning del reattore, ma sicuramente e fino a prova del contrario, è stata adottata la prassi di prevedere un trattamento preventivo dell’acqua in modo da eliminare la quasi totalità degli elementi radioattivi presenti (scientificamente parlando la radioattività zero non esiste) con procedure evidentemente da “concordare” con ASL, Enea e con le massime autorità esistenti in materia, proprio per assicurare la massima trasparenza e la massima tranquillità. La procedura poi, per quanto ci risulta, e’ stata studiata dal consorzio universitario che ha il contratto di “advisor”, aggiudicato tramite gara europea, per questo decommissioning ed è li che dobbiamo vigilare e, meglio ancora, chiedere di presenziare, avendone, però, le competenze. Il consorzio universitario ci da tranquillità sulla correttezza della procedura, ma il controllo spetta a chi ha le competenze sia tecniche che istituzionali. A dirla tutta, la figura dell’advisor e’ stata molto opportuna, non perché la Difesa non avesse le competenze necessarie per gestire il contratto di dismissione del reattore (la materia nucleare fa parte del normale addestramento), ma proprio perché una figura, terza rispetto all’Amministrazione, di sicura competenza, offre meno spazio ai timori e alle inevitabili levate di scudi che richiama una tale materia e, concettualmente, è sinonimo di garanzia. Avendo riguardo agli aspetti economici dell’operazione, nemmeno risulta che la Difesa abbia posto un tetto alle spese per la dismissione, che potranno essere quantizzate in base alle richieste. Con ciò, a mio personale parere, possono essere tutelati al meglio proprio gli aspetti della sicurezza e ambientali connessi. Per quale motivo dovremmo ipotizzare che si adotterà una procedura “a rischio”? Stiamo, quindi, in guardia, ma tranquilli e studiamo i modi per poter vigilare a ché non possano esserci problemi ambientali. Alla fine del ragionamento, osservo che il pericolo, eventualmente, sarebbe il non fare; come ho detto il reattore e’ fermo dal 1980 e la sicurezza del sito, peraltro in uno stato previsto dalla legge e dai regolamenti, e’ affidata al contenimento fisico della radioattività e ai controlli del personale specializzato. I continui tagli di bilancio potrebbero, invece e se mai, incidere, nel tempo, sul degrado delle infrastrutture e sul numero (e qualità? – questa speriamo di no …) del personale specializzato e quindi ben venga questa benedetta dismissione, di cui la bonifica della vasca e’ parte integrante.”

Credo, concludendo, che le notizie allarmistiche diffuse e accolte da molti di noi, ingenuamente, con spirito partecipativo, siano frutto o di disinformazione/timore oppure di malafede. Contro quest’ultima nulla si può fare se non verificare i dati tecnici e scientifici (ma sappiamo bene che chi vuole allarmare ci riuscirà sempre perché la gente e’ sempre propensa a pensar male), ma, se anche o invece, è dovuta a difetto di informazione, richiamo tutti – me per primo – a una maggior prudenza. Un conto, infatti, è “tuonare” durante un meetup, pure regionale, un conto è mettere nero su bianco e allarmare o rinfocolare l’allarme nella pubblica opinione. Perciò, vigiliamo sulla procedura di sversamento, ma vigiliamo anche per non cadere facilmente nella rete di chi grida “al lupo” senza conoscere bene di cosa si parla. I Grilli Parlanti di Dolo sono nati per diffondere, ove possibile, pensieri e conoscenza e, pur non potendo fornire qui un parere tecnico, hanno offerto un esempio di metodologia con questo contributo. Il nostro motto è: “La mia arma è la cultura, la mia nemica è l’ignoranza”.

Quando a San Piero a Grado c’era un reattore…

Breve storia del nucleare pisano

di Amerigo Vaglini

San Piero a Grado, una frazione di Pisa, a metà strada tra la città e la costa del Tirreno, è famosa per la stupenda chiesa romanica che, nonostante il suo campanile, mozzato dalla furia barbarica dell’ultimo

conflitto, si erge bianca e maestosa nella pianura che fiancheggia la riva sinistra dell’Arno. In questo tratto terminale del suo corso il fiume attraversa imponenti foreste di querce e pini marittimi che si stendono a

destra fino alla Versilia e a sinistra fino al territorio livornese. Pochi conoscono l’attività che per oltre un ventennio si svolta nei pressi di S. Piero a Grado, nel folto di una di queste pinete dove, ad opera di un

gruppo di fisici che lavoravano nell’Accademia Navale, diretti dal prof. Tito Franzini, prese corpo l’idea di installarvi un impianto di ricerca nucleare. Questo sito divenne il “Centro Applicazioni Militari Energia

Nucleare” meglio noto come CAMEN. Per l’epoca, erano gli anni Cinquanta, ciò rappresentava un’avventura pionieristica che tuttavia in breve tempo fece diPisa un centro all’avanguardia per lo studio dell’energia

nucleare finalizzato alle applicazioni sia militari, come la propulsione navale, che civili. Si trattava del reattore sperimentale RTS-1 fornito dalla ditta americana Babcok & Wilcox.

Questo reattore di ricerca,da noi battezzato “Galileo Galilei”, fu installato a S. Piero a Grado dal 1960 al 1963. Era un reattore del tipo “swimming pool”, della potenza di 5 megawatt, a cui corrispondeva, un flusso

di neutroni temici di circa 3×10 alla13 neutroni/centimetro quadrato/secondo. Il reattore RTS-1 era stato progettato per prove di schermatura, per prove di irradiazione su materiali strutturali, misure di

parametri nucleari, produzione di radioisotopi, etc. La prima criticità avvenne il 4 aprile 1963 e la max. potenza fu raggiunta il 14 febbraio 1966; l’inizio dell’attività continuativa, 24 ore su 24, avvenne il 3 aprile

1967 e proseguì ininterrottamente, salvo le interruzioni periodiche per la manutenzione previste dal Regolamento di Esercizio, fino al 7 marzo 1980 quando il reattore fu definitivamente spento.

Secondo un accordo fra il Ministero Difesa e l’Università di Pisa il reattore serviva a scopo di addestramento e di ricerca per il CAMEN, l’Accademia Navale e l’Università di Pisa. Il reattore di S. Piero a Grado

rappresentò uno strumento assai utile per lo sviluppo delle conoscenze teoriche e delle applicazioni pratiche dell’energia nucleare, infatti fu utilizzato da tutti gli Enti pubblici e privati che ne avevano fatta

richiesta. Una stretta collaborazione fu stabilita con l’Istituto di Ingegneria Nucleare della Facoltà di Ingegneria, allora diretto dal Prof. Lucio Lazzarino. Infatti, in quegli anni, diversi corsi di specializzazione

in Ingegneria nucleare organizzati dall’Università di Pisa furono tenuti presso il Centro. La disponibilità di una attrezzatura così particolare e così rara, almeno per il nostro Pese, diede l’impulso per ricerche

sull’applicazione dell’energia nucleare anche in altri settori come quello medico e biologico. Infatti, oltre all’allestimento presso il Centro, di laboratori specializzati per la radioprotezione e per lo studio degli

effetti delle radiazioni ionizzanti su cellule e tessuti viventi, furono organizzati anche corsi di Medicina nucleare presso la Clinica Medica dell’Università di Pisa. Al CAMEN erano in funzione diversi importanti

laboratori tra cui il  laboratorio di Radiopatologia e igiene delle radiazioni, il laboratorio di radioprotezione, il laboratorio di Fisica e il laboratorio di Radiochimica e tecnologia dei materiali. In tutti questi

laboratori si insediarono gruppi di ricerca di grandi enti come Eni Agip Nucleare, CNR, CNEN e industrie come FIAT, MONTEDISON, ENEL – CISE e, oltre che dall’Unversità di Pisa, altri ancora provenienti

dalle Università di Pavia, Bologna, Siena, Parma e Torino.

Nel 1959 appena conseguito il diploma di Perito Industriale in Radiotecnica, fui assunto nei laboratori dell’Istituto di Fisica dell’Università di Pisa, e subito dopo, previo esame di ammissione, ottenni l’iscrizione

al Corso di Laurea in Fisica nella stessa facoltà. In seguito venni chiamato a far parte, come tecnico di laboratorio, di un gruppo di ricerca di Fisica Nucleare di Pisa presso l’Elettrosincrotone di Frascati (Roma).

Nei primi mesi del 1961 lasciai il gruppo di ricerca per assumere l’incarico di Preparatore Perito Nucleare presso il CAMEN dell’Accademia Navale di Livorno. Vista la mia esperienza e la grande passione per la

fisica nucleare venni subito inserito nel Gruppo Operativo Reattore, frequentando il corso necessarioper conseguire la patente di Operatore del Reattore di Ricerca RTS-1 del CAMEN di S. Piero a Grado. Divenni

uno dei primi operatori di reattore nucleare in Italia e la patente mi fu rilasciata, dopo aver superato i previsti esami, dal Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) con sede a Roma (oggi ENEA).

Iniziò così la mia vita lavorativa presso il Centro Nucleare di S. Piero a Grado dove giunsi al ruolo di Collaboratore Tecnico di Ricerca Esperto di Compatibilità Elettromagnetica. Nella fase di trasformazione del

CAMEN in CRESAM (Centro Ricerche Esperienze e Studi Applicazioni Militari), ricoprii l’incarico di Membro del Consiglio Scientifico.

Di recente ho pubblicato un libro dove ho riassunto le mie esperienze lavorative degli anni trascorsi in compagnia del Reattore nucleare di San Piero a Grado e in cui ho cercato di ricostruirle, con attenzione

scientifica, molte foto inedite e con la passione di chi ha vissuto da vicino i fatti descritti nella stagione del CAMEN. Ho dato vita a una pagina di storia che trova degna collocazione in quella più ampia dello

sviluppo tecnologico e industriale italiano, prima ancora che nel settore della ricerca militare. L’ultimo capitolo del mio libro porta il titolo “La grande delusione” e ciò è dovuto al fatto che, mentre eravamo sulla

strada per raggiungere grandi traguardi di ricerche e studi da fornire all’industria nazionale, il reattore cessava definitivamente la sua attività e il CAMEN, con Decreto Ministeriale del 13 luglio 1985 firmato

dall’allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini, veniva soppresso e sostituito con il Centro Ricerche Studi Applicazioni Militare (CRESAM). Tutto questo a seguito della rinuncia da parte dell’Italia all’uso

pacifico del Nucleare. Il prestigio riconosciuto in campo nazionale e internazionale e la notevole preparazione raggiunta nel settore era vanificata; svaniva così il sogno nato alla fine del 1955 in un’aula della Scuola

di Sanità della Marina Militare presso l’Accademia Navale di Livorno. Forse con questo sogno svaniva anche la speranza di avviare uno studio serio e costruttivo sulla possibilità di sviluppare anche in Italia, come

del resto è accaduto e sta accedendo in diversi Paesi a noi vicini, una possibilità di includere quellanucleare tra le fonti energetiche attualmente disponibili. Ma questa è un’altra storia.

Amerigo Vaglini

Operatore del reattore RTS-1 del Camen. Autore del libro Il nucleare a Pisa pubblicato nel 2009

Nelle foto:

La sala controllo del reattore.

Il robot telecomandato (Mascot) che permetteva di effettuare in sicurezza manipolazioni di materiale radioattivo.

26729326_un-reattore-nucleare-da-smaltire-con-700-mila-litri-di-acqua-0

La piscina di raffreddamento di S. Pietro a Grado

La piscina di raffreddamento di S. Pietro a Grado

storia_del_nucleare_pisano

 

EUROPA, QUALE ECONOMIA?

EUROPA, QUALE ECONOMIA? DAL TRATTATO DI MAASTRICHT, AL TRATTATO DI LISBONA E AL FISCAL COMPACT.

Dolo, 13 dicembre 2013, Presentazione di Mario Donnini. Relatori: Massimo Teruzzi, Luca Zanella, Sergio Bevilacqua

Presentazione: Maastricht: 20 anni di vincoli, del dott. Mario Donnini.

Quella dei vincoli europei sui conti pubblici è una storia ventennale. Il Trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) fissa la soglia massima del rapporto debito/Pil al 60%, mentre quello sul deficit/Pil non può superare il 3%. Questi parametri sono stati ribaditi e aggiornati con il Trattato di Lisbona del 2007, la Costituzione truffa europea, stilata in modo volutamente illeggibile con la direzione di Giuliano Amato (90.000,00 €/mese) e sottoscritta da Prodi e D’Alema (attualmente l’Unione europea ha dato tempo a Francia, Spagna e Olanda di rientrare dal deficit/Pil entro il 2014).

La logica è quella di vertere al pareggio di bilancio, introdotto dall’Italia il 18 aprile 2012 con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione e anticipato al 2013.

Il Fiscal compact – entrato in vigore il 1° gennaio 2013 e approvato da 25 dei 27 Paesi dell’Ue (lo hanno bocciato Gran Bretagna e Repubblica ceca) – prevede l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni a un ritmo pari a un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità: Il meccanismo scatterà a partire dal 2015.

Vincoli quasi tutti già presenti nel cosiddetto “six pack” (12 dicembre 2011), il pacchetto di provvedimenti con cui si è rafforzata la governance economica dell’Eurozona. Quest’ultimo prevede anche un obiettivo di medio termine nel rapporto deficit/Pil sotto l’1% (con il ‘Fiscal Compact’ la soglia scende allo 0,5% per i Paesi con debito/Pil sopra il 60%). Dal 30 maggio scorso, inoltre, con il “Two pack”, la Commissione Europea, meglio, la lunga mano della dittatura massonico-finanziaria, potrà dare un parere preventivo sui programmi di stabilità dei paesi dell’area euro.

Tra un pack e l’altro, ecco la politica economica che ci impone la Commissione: 20 anni a pane e acqua! E abbiamo fatto una guerra civile per liberarci dal fascismo! Ben venga, allora, l’alleanza fra tutti i paesi del Mediterraneo proposta da Grillo; usciamo da questo euro, sganciamoci dalle economie del Nord Europa e viaggiamo verso i mercati e le risorse dell’Africa.

 

1.  Relazione: DAL TRATTATO DI MAASTRICHT, AL TRATTATO DI LISBONA, AL TRATTATO SULLA STABILITA’ (FISCAL COMPACT) E AL TRATTATO DI STABILITA’ FISCALE, del dott. Massimo Teruzzi.

Oggi l’Italia è stretta nella morsa del debito pubblico e dalle politiche europee di stabilità fiscale, ma le proposte dei partiti tradizionali non cambiano e oscillano tra la punizione da dare agli italiani per gli errori del passato, accettando il commissariamento europeo, e quella da dare all’Europa per gli errori del presente, abbandonando l’euro.

Di fatto il debito pubblico italiano è in costante aumento da prima degli anni 90 e non accenna a rallentare la sua crescita.  A questo si aggiunge un Prodotto Interno Lordo, invece, che negli anni duemila cresceva meno degli altri Paesi europei e da alcuni anni è in sensibile calo.

Sia che si consideri il confronto tra i pil europei a prezzi costanti sia a prezzi correnti il differenziale è senza ombra di dubbio particolarmente marcato.

Se poi consideriamo l’andamento del debito pubblico in Italia appare evidente che, nonostante le continue promesse dell’Italia per la sua riduzione, il “bilancio” dello Stato Italiano sia a dir poco “deficitario”.

E trattandosi di un rapporto dove il denominatore cresce meno del numeratore il risultato è di un costante aumento.

Ma partiamo dalle buone intenzioni di allora.

Nel 1992 il Trattato di Maastricht stipulato nel 1992 aveva l’intento di porre le basi per una Europa Unita.     Le motivazioni vanno ricercate anche negli eventi storici degli anni 80 e 90.

Il potere politico, negli anni ’80, pur di mantenere alto il proprio consenso popolare, riversa sul debito pubblico l’inefficienza dell’enorme apparato amministrativo statale e la dissennata politica assistenzialista. L’evasione fiscale è elevatissima e gli italiani sono oberati di tasse.

A reggere il Paese, per fortuna, ci sono le piccole e medie imprese, soprattutto del settore tessile-abbigliamento, che sopravvivono eludendo il fisco.

Inoltre, l’eccellente operato della Banca d’Italia, l’adesione al Sistema Monetario Europeo, l’aumento del risparmio degli italiani (che finanzia il debito pubblico), la ristrutturazione della grande impresa, l’espansione del terziario, l’aumento dell’occupazione, l’andamento positivo delle borse, mascherano gli scempi della classe politica che dissimulatamente spinge all’ottimismo.

Il benessere conosciuto dall’Italia negli anni ’80, paragonabile a quello dei primi ’60, è stato quindi il risultato di un’erronea valutazione, dovuta soprattutto ai giochi mistificatori dell’establishment politico. Lo shock finanziario del 1987 placa, ma non frena, l’ottimismo e la corsa all’appagamento consumistico.

Nel 1992 tutto precipita molto rapidamente. A febbraio, con l’arresto del socialista Chiesa, comincia la maxi inchiesta Mani Pulite sulla corruzione del mondo politico-economico, che smantella, da lì a poco, i partiti storici della cosiddetta Prima Repubblica.

A marzo si “scopre” un buco di 32.000 miliardi nei conti pubblici. A maggio viene assassinato Giovanni Falcone, a luglio Paolo Borsellino.

A settembre s’apre la crisi finanziaria, la lira viene svalutata, uscendo dal Sistema Monetario Europeo; per contenerla il governo Amato vara una legge finanziaria da 100.000 miliardi, durissima per gli italiani (privatizzazioni, imposta comunale sugli immobili, ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, minimum tax, limite agli stipendi, blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, aumento dell’età pensionabile, innalzamento dell’anzianità contributiva, blocco dei pensionamenti, patrimoniale sulle imprese, prelievo sui conti correnti bancari, ecc.). Ad ottobre l’Italia aderisce al Trattato di Maastricht, passando definitivamente la gestione d’importanti leve finanziarie alle istituzioni centrali europee ed aderendo a stringenti parametri riguardanti inflazione, deficit e debito pubblico.

L’Italia usciva da un lungo periodo di tassi d’inflazione giunti al loro massimo al 21,2% nel 1980 e al 5,3% nel 1992, frutto anche della cosiddetta “inflazione importata” per la variazione sfavorevole del prezzo del petrolio a causa del cambio del dollaro (a partire dal 1981 il dollaro è stato costantemente in crescita fino a toccare un cambio medio annuo nel 1985 di oltre Lire 1900, riposizionandosi intorno a Lire 1200 nei primi anni 90).

Contemporaneamente il rapporto Marco tedesco/Lira italiana toccava punte di Lire 930 che, allora, sembravano fuori di ogni controllo.  Ma nel corso degli anni successivi, purtroppo, il rapporto arrivò anche a toccare quasi Lire 1300.

E la Lira veniva “difesa” a colpi di svalutazione….

Sempre in vista dell’entrata in vigore del Trattato di Maastricht e poi in attuazione del medesimo, l’Italia procedeva alla più grande privatizzazione e svendita di imprese pubbliche della storia, con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti.

In fondo, c’è chi interpreta anche l’euro come la ciliegina sulla torta ma anche l’errore tecnico, per gli squilibri che genera, che era necessario perché nella miglior parte del popolo italiano potesse nascere il sospetto che un’intera stagione della nostra storia non fosse stata altro che distruzione di ciò che in precedenza era stato costruito

Trattato sull’Unione europea – trattato di Maastricht ( 7 febbraio 1992)

Focalizzare l’attenzione sul grassetto

Finalità: preparare la creazione dell’Unione monetaria europea e gettare le basi per un’unione politica (cittadinanza, politica estera comune, affari interni).

Principali novità: istituzione dell’Unione europea e introduzione della procedura di codecisione, che conferisce al Parlamento maggiori poteri nel processo decisionale. Nuove forme di cooperazione tra i governi dell’UE, ad esempio in materia di difesa, giustizia e affari interni.

Inoltre nell’Articolo B

L’Unione si prefigge i seguenti obiettivi:

–  promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile, segnatamente mediante la creazione di uno spazio senza frontiere interne, il rafforzamento della coesione economica e sociale e l’instaurazione di un’unione economica e monetaria che comporti a termine una moneta unica, in conformità delle disposizioni del presente trattato;

–  affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione a termine di una politica di difesa comune che potrebbe, successivamente, condurre ad una difesa comune;

–  rafforzare la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini dei suoi Stati membri mediante l’istituzione di una cittadinanza dell’Unione;

–  sviluppare una stretta cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni;

«Articolo 2

La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 3A, uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità, una crescita sostenibile, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri.»

«Articolo 3

…..g) un regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato interno;

h) il ravvicinamento delle legislazioni nazionali nella misura necessaria al funzionamento del mercato comune;

Articolo 104 C

1. Gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi.

2. La Commissione sorveglia l’evoluzione della situazione di bilancio e dell’entità del debito pubblico negli Stati membri, al fine di individuare errori rilevanti. In particolare esamina la conformità alla disciplina di bilancio sulla base dei due criteri seguenti:

a)  se il rapporto tra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo superi un valore di riferimento, a meno che

–  il rapporto non sia diminuito in modo sostanziale e continuo e abbia raggiunto un livello che si avvicina al valore di riferimento;

–  oppure, in alternativa, il superamento del valore di riferimento sia solo eccezionale e temporaneo e il rapporto resti vicino al valore di riferimento;

b)  se il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo superi un valore di riferimento, a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato.

I valori di riferimento di cui all’articolo 104 C, paragrafo 2, del trattato sono:

–  il 3 % per il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato;

–  il 60 % per il rapporto fra il debito pubblico e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato.

TRATTATO DI LISBONA

Il 1° dicembre 2009 è entrato in vigore il trattato di Lisbona, mettendo fine a diversi anni di negoziati sulla riforma istituzionale.

Il trattato di Lisbona modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, senza tuttavia sostituirli. Il nuovo trattato voleva dotare l’Unione del quadro giuridico e degli strumenti necessari per far fronte alle sfide del futuro e rispondere alle aspettative dei cittadini.

  1. Un’Europa più democratica e trasparente, che rafforza il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, vuole offrire ai cittadini maggiori possibilità di far sentire la loro voce e chiarire la ripartizione delle competenze a livello europeo e nazionale.
  2. Un’Europa più efficiente, che vuole semplificare i suoi metodi di lavoro e le norme di voto, si vuole dotare di istituzioni più moderne e adeguate ad un’Unione a 27 e disporre di una maggiore capacità di intervenire nei settori di massima priorità per l’Unione.
  3. Un’Europa di diritti e valori, di libertà, solidarietà e sicurezza, che vuole promuovere i valori dell’Unione, integrare la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo, prevedere nuovi meccanismi di solidarietà e garantire una migliore protezione dei cittadini europei.
  4. Un’Europa protagonista sulla scena internazionale, il cui ruolo viene potenziato raggruppando gli strumenti comunitari di politica estera, per quanto riguarda sia l’elaborazione che l’approvazione di nuove politiche.

Per la prima volta i parlamenti nazionali vengono considerati parte integrante della vita democratica dell’Unione europea. Appositi provvedimenti consentono ai parlamenti nazionali di partecipare attivamente ai lavori dell’UE.

In particolare, i parlamenti nazionali fungono da custodi del principio di sussidiarietà, secondo cui ogni decisione va presa al livello più vicino ai cittadini, con un controllo costante sull’opportunità di procedere a livello comunitario, tenuto conto delle possibilità offerte a livello nazionale, regionale o locale. I parlamenti nazionali hanno il potere di intervenire nella fase iniziale dell’iter legislativo europeo, prima che una proposta venga esaminata in dettaglio dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei ministri.

Ecco i punti più significativi:

  • PERSONALITA’ GIURIDICA – Per la prima volta nella sua storia, l’UE ha una propria personalità giuridica e potrà firmare i Trattati internazionali.
  • INIZIATIVA DEI CITTADINI – Un milione di cittadini europei, di un certo numero di Stati membri, possono invitare la Commissione a presentare una proposta nei settori di competenza dell’UE.
  • EUROPARLAMENTO – Sono previsti maggiori poteri di intervento per approvare la legislazione europea in particolare nelle aree di giustizia, sicurezza, immigrazione, trattati internazionali e bilancio. Ridotto il numero dei membri da 785 a massimo 751 e la ripartizione dei seggi tra gli Stati membri dovrà rispettare il principio della proporzionalità decrescente. In poche parole, questo principio significa che i deputati dei paesi più popolosi rappresenteranno un numero di cittadini più elevato di quelli dei paesi con un minor numero di abitanti. Il trattato dispone inoltre che ciascuno Stato membro non potrà avere meno di 6 o più di 96 deputati: l’Italia passa da 78 a 73.
  • PARLAMENTI NAZIONALI – Viene riconosciuto e rafforzato il loro ruolo. Ad esempio, se un determinato numero di parlamenti nazionali è del parere che un’iniziativa legislativa avrebbe dovuto essere presa a livello locale, regionale o nazionale piuttosto che al livello dell’UE, la Commissione è tenuta a ritirarla o a spiegare chiaramente i motivi per i quali ritiene che la sua iniziativa sia conforme al principio di sussidiarietà.
  • PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO – Viene creata la figura del Presidente dei 27 con carica di due anni e mezzo. Il Presidente UE rappresenta l’Unione nelle sedi internazionali e ha principalmente il compito di garantire la preparazione e la continuità dei lavori del Consiglio europeo e di ricercare il consenso. Finisce la rotazione semestrale che sarà mantenuta per i Consigli dei Ministri.
  • ALTO RAPPRESENTANTE – Nasce la figura dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Ha un doppio incarico: mandatario del Consiglio per la politica estera e di sicurezza comune (PESC) e vicepresidente della Commissione, responsabile delle relazioni esterne. Incaricato di condurre sia la politica estera che la politica di difesa comune, presiede il Consiglio Affari Esteri. Rappresenta l’Unione Europea sulla scena internazionale per le materie che rientrano nella PESC.
  • COMMISSARI UE – Il nuovo trattato permette che vi sia un commissario per ciascuno Stato membro.
  • SISTEMA DI VOTO –  Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, salvo laddove i trattati prevedano una procedura diversa, come il voto all’unanimità. Ciò comporta una estensione del voto a maggioranza qualificata a numerosi settori d’intervento (quali l’immigrazione o la cultura). Dal 2014, viene introdotto il voto a doppia maggioranza, vale a dire quella degli Stati (55%) e quella della popolazione (65%), che riflette la doppia legittimità dell’Unione, rafforza sia la trasparenza che l’efficacia. Questo nuovo sistema di calcolo viene completato da un meccanismo analogo al cosiddetto “compromesso di Ioannina”, che dovrebbe permettere ad un numero limitato di Stati membri (vicino alla minoranza di blocco) di manifestare la loro opposizione ad una determinata decisione. In tal caso il Consiglio è tenuto a fare di tutto per giungere, in un lasso di tempo ragionevole, ad una soluzione soddisfacente per entrambe le parti.
  • POLITICHE COMUNI – La politica energetica e la politica ambientale volta a contrastare il riscaldamento globale sono i nuovi obiettivi comuni. Viene introdotto per la prima volta il principio di solidarietà, per far sì che un paese che si trovi in gravi difficoltà per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico possa contare sull’aiuto degli altri Stati membri. Viene promossa la cooperazione operativa tra i Paesi per prevenire dalle calamità naturali o provocate dall’uomo. In campo sanitario, viene prevista la possibilità di introdurre misure volte direttamente a tutelare la salute dei cittadini, ad esempio in relazione al tabacco e all’abuso di alcol, mentre vengono incentivati gli Stati membri a predisporre misure di sorveglianza e di allarme contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, come l’influenza aviaria. Il commercio equo e libero è un principio da rispettare per il funzionamento appropriato del mercato interno.

FISCAL COMPACT

Il Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, conosciuto anche come Fiscal compact (letteralmente riduzione fiscale), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea, entrato in vigore il 1º gennaio 2013.

Il patto contiene una serie di regole, chiamate “regole d’oro”, che sono vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio di bilancio. Ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, tutti gli stati membri dell’Unione europea hanno firmato il trattato.

L’accordo prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastricht fissati dal Trattato CE, l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:

  1. obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1),
  2.  obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL)
  3. significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul PIL nell’arco di un ventennio (artt. 3 e 4).
  4. impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).

Critiche

Non tutti gli economisti (soprattutto di scuola keynesiana) concordano sui vincoli imposti dal patto di bilancio.

I premi Nobel per l’economia Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow, in un appello rivolto al presidente Obama, hanno affermato che “Inserire nella costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose”; soprattutto questo “avrebbe effetti perversi in caso di recessione.

Nei momenti di difficoltà diminuisce infatti il gettito fiscale (per concomitante diminuzione del PIL) e aumentano alcune spese pubbliche tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno dunque aumentare il deficit pubblico, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e quindi del potere di acquisto (che influiscono sul consumo o domanda di beni o servizi)”. Nell’attuale fase dell’economia, continuano, “è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa economica già di per sé debole”.

Nell’appello si afferma che “anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo”.

Infine si afferma che “un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza”.

Critico anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritiene che l’inserimento in costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione dello stato sociale.

Da tenere presente le sostanziali differenze tra le politiche di sostegno all’economia in Europa e negli Stati Uniti.  Le critiche degli economisti, non per nulla rivolte al presidente Obama, fanno riferimento agli eventuali vincoli da apporre al bilancio statunitense, dove la filosofia dominante è quella del sostegno ai consumi.

Non per nulla l’accelerazione della crescita prevista nel 2014, a 3,1% da 1,6% stimata nel 2013, è dovuta a diversi fattori che si sostengono a vicenda: riduzione della stretta fiscale, rafforzamento dei consumi e degli investimenti non residenziali, prosecuzione dell’espansione del settore immobiliare.

Ciascuna delle componenti della domanda avrà il supporto di fattori fondamentali: aggiustamento dei bilanci delle famiglie, aumento della ricchezza immobiliare, condizioni finanziarie estremamente espansive.

La politica monetaria ha sorpreso con un segnale di estensione dello stimolo; fino al 2015-2016 la Fed si è impegnata a seguire, anche con il nuovo Presidente, una politica monetaria molto più accomodante rispetto a quanto associato con analoghe fasi cicliche. La politica fiscale è su un sentiero virtuoso di riduzione del deficit, che dovrebbe scendere verso il 2% nel 2015, e di stabilizzazione del debito pubblico entro il 2018.

Ma tutto questo è sempre stata una peculiarità degli Stati Uniti congiuntamente ai rischi connessi di veloci scivoloni, come verificatosi negli anni 2007-2008, ma anche di altrettanto veloci riprese.

Nella vecchia Europa è tutt’altra musica. Le politiche fortemente di rigore, con panorami di deficit di tutt’altro genere, non fondate sui livelli di consumo ma al contrario sul controllo asfissiante del livello di inflazione parrebbero imporre altre strade da percorrere.

Il tanto vituperato ricorso alla spesa pubblica, per gli eccessi degli anni ottanta, è stato adottato da Obama, e sempre stia per produrre risultati riavviando gli investimenti anche dei privati.

Purtroppo il punto di partenza in Europa è diverso, ma siamo proprio sicuri che almeno in parte non possa essere utilizzato?

Non è forse opportuno che la necessaria riduzione di spesa pubblica non debba piuttosto essere una più corretta riallocazione della stessa?

TRATTATO DI STABILITA’ FISCALE

E che dire delle politiche fiscali in Europa?

La maggioranza degli stati membri dell’Unione europea partecipa all’Unione economica e monetaria, basata sulla moneta unica, l’euro, ma la maggior parte delle decisioni riguardanti le tasse e la spesa pubblica rimangono di competenza del governo nazionale. Il controllo sulla politica fiscale è tradizionalmente considerato centrale per la sovranità nazionale, ed oggi sostanzialmente non esiste un’unione fiscale tra stati indipendenti. Tuttavia l’Unione europea ha poteri limitati in campo fiscale ovvero sulla determinazione dell’aliquota IVA e delle tariffe del commercio estero e sulla determinazione di un bilancio annuale di vari miliardi di euro.

Proprio allo scopo di coordinare le politiche fiscali degli Stati membri della zona euro è in vigore il Patto di stabilità e crescita.

Una maggiore integrazione in tema di politiche fiscali, almeno tra i Paesi della zona euro, è ritenuto da molti il prossimo passo dell’integrazione europea o la necessaria soluzione per superare la crisi del debito sovrano. Assieme all’Unione economica e monetaria quella fiscale porterebbe ad una maggiore integrazione economica.

Oggi dopo oltre vent’anni dall’impegno di Maastricht, facciamo il bilancio.

Alcuni economisti propongono come unica soluzione la frantumazione dell’Euro, altri la creazione di un c.d. Euro 2 tra i Paesi mediterranei.

Come è sempre stato le strutture meccanicistiche delle teorie economiche quasi sempre non hanno riscontro preciso nella realtà, ma gli esiti teorici vanno verificati sul campo.

Le valutazioni da fare sono sui possibili rischi che si potrebbero incorrere e quindi effettuare delle prudenziali e MOLTO ATTENTE valutazioni di possibili rischi e benefici, ricordando anche il percorso di Passione sofferta dalla lira nei decenni passati.

Una cosa è certa, quale è stata la guida del Paese nel corso di questi ultimi anni che ha saputo solo intraprendere le strade segnate e sottoscritte nell’accordo di Maastricht?  E gli sforzi profusi nelle pressioni fiscali a cosa sono allora serviti?   In considerazione che il deficit è continuato ad aumentare.

In sostanza hanno solo depresso l’incremento di risparmio finalizzato agli investimenti, motore di una più elevata produttività efficiente e competitiva.

Come sempre non sono però gli strumenti ad avere connotazioni positive/negative, ma il loro uso e chi li usa che assume e fa assumere tali connotazioni.

CONCLUSIONI

Nell’immediato il debito pubblico non si può ridurre né propiziando avanzi di bilancio, perché le conseguenze sulla disoccupazione sarebbero drammatiche, né cedendo pezzetti di patrimonio pubblico che finiscono per alimentare spese correnti o detassazioni lasciando aperto il problema del rimborso del debito e del rilancio dello sviluppo.

Il fatto che lo spread si riduca non è un indicatore di ripresa di fiducia, ma è causa dell’abbondante liquidità che si dirige verso i titoli pubblici perché rendono bene; se la politica monetaria dei paesi leader si invertisse, la situazione del nostro debito pubblico potrebbe precipitare.

Una tassa patrimoniale, ancorché risolvere il problema, darebbe il colpo di grazia alle speranze di rimborso del debito e di una ripresa produttiva, perché accelererebbe le vendite dei titoli e di immobili e la fuga dei capitali.

L’Italia ha bisogno di un piano per rilanciare l’innovazione, ancorando l’alleggerimento dello sgravio fiscale a questo obiettivo e non ai consumi interni; di un trattamento regolarmente controllato, ma memo gravoso dell’attuale, per le banche che concedono credito all’economia finalizzato allo scopo; di una interpretazione dei vincoli di Maastricht, che prevede il superamento del parametro del 3% laddove promuove uno sviluppo che consenta di rientrare nel parametro alla ripresa del ciclo.

Ultimo, ma non minore, l’attribuzione alla BCE del compito di intervenire sul cambio per impedire che il valore esterno dell’euro venga fissato dai comportamenti monetari degli Stati Uniti o dalle conversioni di riserve ufficiali in dollari, come quelle attuate dalla Cina e altri importanti paesi, che hanno effetti negativi sulle esportazioni e, di conseguenza, sulla crescita europea.

2. Relazione del dott. Luca Zanella.

LA COSTITUZIONE, I PARTITI E IL REGIME

LA COSTITUZIONE, I PARTITI E IL REGIME

 

Martellago, 7 novembre 2013

Relatore: Mario Donnini

 

I PARTITI NELL’ATTUALE COSTITUZIONE COME STRUMENTO PER L’ESERCIZIO CONTINUO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE.

Negli Stati a democrazia a rappresentanza indiretta i partiti politici sono lo strumento attraverso il quale i cittadini dovrebbero avere una partecipazione permanente e continua alla politica nazionale.

Infatti, l’esercizio diretto della sovranità popolare, a livello nazionale, si attua solo

  • con il referendum, laddove è previsto – ma il suo carattere è inevitabilmente eccezionale e saltuario – e
  • con il diritto di voto, per sua natura, a lunga periodicità e dominato dal monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle liste elettorali.

N O T A

Altro strumento, diverso dai partiti politici, è la lista civica elettorale presentata alle elezioni amministrative, movimento politico locale autonomo rispetto ai partiti tradizionali, con un programma che mira ad affrontare e risolvere problemi locali. Le liste civiche possono talvolta riunirsi in occasionali o stabili federazioni nazionali

Ma, i partiti sminuiscono le autonome possibilità di azione politica dei singoli cittadini e dei raggruppamenti episodici, a tal punto che detengono ed esercitano il potere politico reale, al di fuori del Parlamento, tale che anche il voto di fiducia delle Camere ne risulta condizionato.

La sostanziale democraticità dell’ordinamento politico dello Stato partitocratico (Parteienstaat, état partitaire) viene a dipendere esclusivamente dalla lealtà e dall’efficienza dei partiti politici: dalla loro effettiva capacità di assolvere la delicata funzione di strumenti permanenti di espressione della volontà politica popolare.

In questo modello, la genuinità, l’onesta e l’adeguatezza degli organi rappresentativi e della Pubblica Amministrazione non dipendono più dal senso dello Stato dei cittadini, ma dai partiti.

A differenza dei governi parlamentari ottocenteschi, in cui i partiti erano gruppi elettorali senza una organizzazione permanente, in una nazione moderna, la somma degli interessi che fanno capo ai partiti è tale per cui la funzione di canalizzazione e di espressione della volontà politica popolare si traduce in una mera utopia.

Il libero cittadino diviene facilmente suddito, impotente e senza altra voce in capitolo che il diritto di voto e il referendum; ma, il primo, può essere disatteso dal candidato eletto, libero anche di cambiar bandiera e, il secondo, lo è stato costantemente.

 

 

I PARTITI NELLA COSTITUZIONE, QUALI EFFETTIVI CENTRI DECISIONALI IN OGNI SETTORE DELLA VITA PUBBLICA NAZIONALE:

Art. 49

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Riflettiamo sul ruolo centrale e sul significato – diremo – sproporzionato della disposizione stessa, per la figura e la funzione che i partiti sono venuti ad assumere a seguito dell’ampia delega lasciata loro dai cittadini, per troppo tempo.

Questa è la norma che ha favorito il concentrarsi della politica nelle oligarchie ristrette formate da professionisti.

L’art. 49 si ricollega all’art. 1 della Costituzione, dove sono affermati il carattere democratico della Repubblica, nonché l’appartenenza della sovranità al popolo, e si ricollega alle disposizioni che disciplinano la struttura rappresentativa delle camere, la loro articolazione interna e i rapporti con il Governo.

Diciamo subito che nel suo tenore letterale, è una disposizione volutamente polivalente e ambigua, con una doppia natura specialmente perché pone una norma immediatamente operante, che incide sui diritti di libertà e sulle strutture organizzative del potere, ma pone anche norme ad efficacia differita, come quelle sulla disciplina legislativa dei partiti, la cui mancanza conferisce alla norma un carattere di astrattezza. Infatti, l’attuazione dell’art. 49, avrebbe voluto che si fosse introdotta una disciplina organica dei partiti politici. Questa disciplina manca a tutt’oggi.

Notiamo anche che limita il diritto enunciato ai soli cittadini e che il fine associativo è di determinare la politica nazionale, che significa in pratica governare e, perciò, legiferare.

A monte della norma sta l’art.18 che enuncia il principio generale della libera associazione, limitato, tuttavia, da una ulteriore e specifica disciplina dettata per i sindacati e per i partiti politici, rispettivamente, con gli articoli 39 e, appunto, 49.

Art. 18

“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.”

N O T A

La norma trova la sua motivazione nell’obbligo vigente, durante il Fascismo, di chiedere l’autorizzazione per ogni forma associativa al Prefetto, che deteneva anche il potere di sciogliere d’autorità qualsiasi associazione ritenuta non gradita al regime.

L’art. 18 vieta le associazioni per fini vietati ai singoli dalla legge penale, nonché le associazioni segrete e quelle che perseguono anche indirettamente scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. E’ pacifica l’estensione di questi limiti anche ai partiti perché l’art. 49 integra l’art. 18.

N O T A

Questo ricorso al metodo democratico, come divieto di fini e comportamenti illeciti, quindi del ricorso alla violenza come strumento di azione politica, contrasta con i contenuti del Trattato di Vellsen, del 2007, istitutivo della polizia Eurogendfor, l’European Gendarmerie Force, che tra i suoi compiti ha quello di intervenire in scenari di crisi interna “per riportare l’ordine pubblico”,  di cui parleremo più avanti.

La specificità della disciplina costituzionale del fenomeno partitico, rispetto a quella dettata dall’art. 18,  si giustifica proprio in  ragione degli specifici riflessi organizzativi derivanti dal riconoscimento della funzionalità dei partiti nell’ordinamento costituzionale, ma necessita di una apposita legislazione sui partiti. Molto meglio detta l’art. 21 della costituzione tedesca, che obbliga i partiti al rispetto dei principi democratici, al pubblico rendiconto delle origini delle loro risorse e proclama l’incostituzionalità di quelli che mirano a intaccare il libero ordinamento democratico o l’esistenza della repubblica.

Il contesto storico sociale

Questo articolo, innovativo per il tempo in cui fu scritto, trae certamente dalla situazione venutasi a creare con il crollo del regime a partito unico e, poi, con l’armistizio, la guerra civile, il riemergere dei partiti politici attraverso i movimenti partigiani e il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica.

Infatti, i partiti erano stati soppressi dalla legge fascista 25 novembre 1921, n. 2008 “Per la difesa dello Stato”.

Dobbiamo la nascita di questa Costituzione principalmente ai sei partiti costituenti il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale”, che informarono la vita politica durante i periodi pre-costituente e costituente, tale che ben possiamo affermare che la Costituzione è stata tenuta a battesimo ed è l’espressione della partitocrazia.

L’art. 49 ha consacrato e riassunto quella situazione nella sede normativa più alta e il riconoscimento formale del diritto dei cittadini di associarsi in partiti consacra ed è preceduto dall’affermarsi dei partiti vincitori quali effettivi centri decisionali in ogni settore della vita pubblica nazionale; tutti i partiti meno uno: Il Partito Nazionale Fascista, bandito in ogni sua forma dalla vita politica della nuova Italia democratica.

L’art. 49 servì, perciò, a sanzionare il passaggio dalla dittatura del partito unico alla democrazia rappresentativa dei partiti democratici, ma legittimando un sistema a rappresentatività indiretta, almeno per quelli che ammettono tale forma di rappresentanza.

La democrazia partecipata

Contrariamente a quanto sostenuto da taluni, non si rinvengono nella legislazione ordinaria segni consistenti dai quali trarre inequivocabilmente di un quasi monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle candidature alle elezioni. Vi sono, infatti, legittimati anche i gruppi politici organizzati, che non si sostanziano solamente nelle alleanze tra partiti.

Oggi, si sente, dai più, la necessità di dare ai partiti una disciplina giuridica, restituendo loro la funzione di centri di formazione del pensiero politico e attribuendo direttamente al popolo sovrano la funzione di determinare la vita politica della nazione.

Il Movimento 5 Stelle vuole significare questo passaggio ulteriore della democrazia verso la rappresentanza diretta, che è la vera – e, per noi l’unica – forma di rappresentanza. Parliamo di quella democrazia la cui mancanza ci fa sentire, oggi, tutti frustrati; nella quale il valore della politica si trae dal come si gestisce la cosa pubblica, la cosa, cioè, che appartiene a tutti e non allo Stato centralista, composto di sudditi.

Gli italiani non sono consapevoli che lo Stato centralista prodotto dal Risorgimento in senso liberale, fu una eredità delle monarchie, della c.d. nobiltà. Quelle monarchie autoritarie che furono rovesciate dalla Rivoluzione Francese e, poi,  dai moti del  ’48. Oggi, le mancanze dei sistemi puramente rappresentativi ci impongono questo ulteriore traguardo, appunto, verso la democrazia diretta. Ne parleremo, ma un’altra volta, perché il progresso dei popoli si matura nel tempo e non è argomento da condensare in due parole.

Su tutto questo si pongono con le loro scelte politiche I trattati europei sottoscritti dall’Italia, cui accenneremo più avanti.

 

LA TRASPARENZA DEI PARTITI POLITICI

Torniamo alla disciplina giuridica dei partiti e ai partiti nella Costituzione. I partiti politici hanno la natura giuridica delle associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica che acquistano con l’iscrizione attraverso il riconoscimento derivante dall’iscrizione nel registro delle persone giuridiche, istituito presso ogni Prefettura – ufficio territoriale del Governo, così come previsto per le fondazioni e le altre associazioni. Quindi e, così, secondo la giurisprudenza prevalente, per le controversie all’interno dei partiti, si applicano le norme del codice civile in materia di associazioni riconosciute, a tutela delle minoranze interne e dei diritti individuali dei singoli associati. Per far uscire l’art. 49 dal limbo dell’astrattezza e dalla connotazione di norma ad efficacia differita, necessita emanare una disciplina organica dei partiti politici che dovrebbe stabilire i contenuti essenziali, diremo fondamentali, degli statuti, insieme ad alcuni principi generali e che abbia valore di vincolo per tutti i partiti che intendono concorrere alla determinazione della vita politica.

Gli statuti dei partiti politici dovrebbero almeno:

  1. indicare:
  • gli organi dirigenti, con le specifiche relative competenze, comprendendovi i gruppi parlamentari. Negli organi collegiali siano rispettate le quote rosa;
  •  le modalità della loro elezione e la durata degli incarichi, conferiti sempre a tempo determinato nel rispetto del principio dell’alternanza, nonché le eventuali incompatibilità;
  • le procedure da adottare per l’approvazione degli atti che impegnano il partito: alleanze a scopi elettorali, scelta di uno schieramento, appoggio a un governo, partecipazione in senso deliberativo a elezioni e referendum e quant’altro.
  1. b.  disciplinare:
  • i rapporti funzionali con le loro divisioni territoriali, con particolare riguardo alla ripartizione delle risorse finanziarie;
  • le procedure dell’ iscrizione, dell’eventuale diniego motivato e l’ammissibilità e le modalità del ricorso all’organo di garanzia;
  • i diritti e i doveri degli iscritti;
  • le modalità di esercizio del voto;
  • l’erogazione delle misure disciplinari nei confronti degli iscritti o delle divisioni territoriali, gli organi ad esse deputati, la difesa nel rispetto del principio del contraddittorio e le procedure di ricorso;
  1. assicurare:
  • la democrazia interna, la trasparenza e i controlli. In particolare:

–      il diritto all’informazione su ogni atto interno, anche disciplinando l’accesso e l’utilizzo della “rete”, in particolare per attuare la pubblicità delle attività interne;

–      il diritto al contraddittorio, anche attraverso la partecipazione delle correnti di minoranza;

–      la tenuta dell’anagrafe degli iscritti;

–      la formazione di sempre nuovi quadri della politica, destinandovi una quota delle risorse non inferiore al 5% dei rimborsi elettorali;

  1.  che le deliberazioni siano  ispirate alla trasparenza e il più possibilmente partecipative.
  2. che sia disciplinato l’accesso ai rimborsi elettorali e che sia compilato il rendiconto da sottoporre al controllo della Corte dei Conti.
  3. le procedure per la modifica dello statuto stesso, del simbolo e della denominazione attraverso la loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e per la chiusura del partito.

IL FINANZIAMENTO STATALE AI PARTITI

Dalla riconosciuta rilevanza costituzionale dei partiti negli Stati democratici contemporanei – in dottrina, sono chiamati gli Stati dei partiti , dato che anche l’elezione del Parlamento e la sorte dei governi dipende esclusivamente da essi – e dalla essenzialità della loro nella formazione delle procedure elettorali e nelle rappresentanze politiche e amministrative, ma, sopra tutto, come strumento di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale, discende il loro finanziamento a carico dello Stato, scontata l’insufficienza dei normali mezzi di autofinanziamento.  Il finanziamento statale viene prospettato come l’unica soluzione capace di garantire l’effettiva autonomia politica ai partiti. Vedremo che questo scopo di moralizzare la vita pubblica attraverso il finanziamento statale, si risolve in un finanziamento aggiuntivo, anziché sostitutivo di quelli privati. peraltro, esso deve integrare soltanto le risorse autonome dell’associazionismo, per non dar luogo a Partiti di Stato. le obiezioni fondamentali a tale forma di finanziamento sono:

  • contribuisce alla cristallizzazione delle posizioni politiche, rendendo iù difficile la nascita di nuovi partiti, violando la par condicio;
  • accentua la spinta oligarchica in seno ai partiti, favorendo la burocratizzazione rispetto alla formazione democratica della volontà politica;
  • sminuisce la spontaneità associativa, favorendo la trasformazione da associazioni ideologiche in meri gruppi di potere;
  • il contribuente finanzia la parte avversa;
  • accresce l’elefantiasi delle strutture partitiche;
  • manca il controllo statale sui bilanci da parte dello Stato, che potrebbe non essere equidistante.

IL FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI

Fra le proposte dei 10 saggi, contenute nel documento conclusivo presentato al Capo dello Stato, leggiamo:

 UN ADEGUATO FINANZIAMENTO PARTITI E’ INELIMINABILE

E’ un fatto che l’Italia sia risorta dalla sconfitta della 2a Guerra Mondiale materialmente, militarmente, ma non moralmente. Lo strumento del tradimento, usato per liberarla dalla nefasta dittatura è stato vincente e fu giustificato dalla causa: la liberazione, come fosse morale. Perciò non è stato mai condannato.

Così, varcati i confini della morale e senza un limite, qualunque illecito utile alla “causa” diventa astrattamente possibile.

Gli scandali che hanno accompagnato la vita dei partiti, anche prima della dittatura, hanno dato un quadro sufficiente delle fonti e dei sistemi di finanziamento illecito dei partiti: le gestioni fuori bilancio,  gli enti pubblici statali e parastatali,   le organizzazioni e, finanche,   i governi stranieri amici e non,   gli operatori economici finanziari,   i cosiddetti “project financing“, le Grandi Opere, sempre più spesso inutili in sé o dannose (come la TAV), ma utili ai partiti, alle mafie e alle lobby, che finiscono regolarmente a carico dello Stato, i cui costi sono occultati nei bilanci di società private,   le società di gestione di servizi pubblici,    l’anticipata divulgazione di decisioni economiche e finanziarie,    gli appalti,   le concessioni,   le autorizzazioni, i permessi e, ultimo ma non ultimo,   il mutamento d’uso del territorio, con effetti nefasti, prima di tutto, sul suo consumo, ma anche sull’ambiente, sul paesaggio e sull’assetto idrogeologico.

Possiamo affermare che il finanziamento illecito ed occulto dei partiti è una conseguenza diretta e inevitabile della funzione loro attribuita dall’art. 49 della Costituzione e dal modello di rappresentatività indiretta adottato.

E’ assolutamente evidente che non si possa più parlare di democrazia rappresentativa, ma di plutocrazia asservita a qualunque fonte di lucro, anche proveniente da governi stranieri, che asservono ai loro interessi la politica nazionale: plutocrazia che falsa la lotta politica in favore dei partiti che sono al governo, che ne condiziona le alleanze, ne cristallizza le oligarchie e pone a sistema i cosiddetti “cerchi magici”, privilegia i candidati più destri nell’arte di accaparrare finanziamenti, infine (ma non c’è una fine), concorre a rendere inefficiente e corrotta la Pubblica amministrazione; ed ecco, al comando gli incapaci ma disonesti, la preferenza alle scelte antieconomiche ma convenienti.

Per effetto di questa inarrestabile immoralità, ogni bisogno pubblico diviene fonte di speculazione e di arricchimento dei plutocrati e delle lobby:

la sanità diventa business e al suo centro non troviamo più il medico e il paziente, ma l’azienda e il denaro.

Così, i trasporti e i beni essenziali (l’acqua), più in generale, i servizi passano in mano al capitale privato per non obbedire più alle esigenze della collettività

e il peso fiscale non trova più in loro il proprio corrispettivo.

E’ un miracolo che attraverso il Movimento 5 Stelle si sia potuta riformare una coesione sociale.

Ma il regime è conscio di aver rotto ogni argine, di aver passato ogni limite e lo è da sei anni almeno, quando ha aderito con altre cinque nazioni (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Olanda e Romania) al Trattato di Velsen 18 ottobre 2007, che ha istituito la gendarmeria europea, cui accennammo innanzi, una polizia a statuto militare, denominata EUROGENDFOR che gode di una autonomia dal Parlamento e di una “immunità giudiziaria” totali. La legge n. 84 del 12 giugno 2010, che ha ratificato il Trattato, prevede che l’Arma dei Carabinieri (118.000 uomini, cari agli italiani) verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, la medesima legge introduce i compiti dell’Eurogendfor, che deve, in stretta collaborazione con i militari europei, garantire “la sicurezza nei territori di crisi europei”. In pratica, il suo compito è principalmente quello di sopprimere le rivolte e la sua base – guarda caso – è a Vicenza. Merita leggerli questi compiti nell’articolato stesso del Trattato. L’art. 4 dice che potra’ essere utilizzata al fine di:

a)   condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;

b) monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi compresa l’attivita’ d’indagine penale;

c)   assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attivita’ generale d’intelligence.

 

Cioè controlla la P.S., può intercettare, indagare (anche spiare?), ma non possono essere intercettate le sue comunicazioni.

A rendere più inquietante la sordina che avvolge democraticamente questa legge, l’Art. 29, c. 3. soggiunge:

I membri del personale di EUROGENDFOR non potranno subire alcun procedimento relativo all’esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all’adempimento del loro servizio.

 

Cioè, non risponde ad alcun potere della Magistratura e a nessun Parlamento nazionale, ne, tan’ poco, europeo e le sue sedi godono di una nuova extraterritorialità.

 

Torniamo ai partiti e al loro finanziamento, bocciato da un referendum e, ora, ribadito da un ddl del governo Letta..

Cosa hanno detto i 10 saggi a Napolitano? “Il finanziamento pubblico delle attivita’ politiche in forma adeguata e con verificabilita’ delle singole spese, costituisce un fattore ineliminabile per la correttezza della competizione democratica e per evitare che le ricchezze private possano condizionare impropriamente l’attivita’ politica”.Così hanno scritto i ‘saggi’ nel loro documento. Forse fino ad oggi hanno vissuto in un’altra Italia!

Afferma il falso! chi  per ovviare alla gravità delle conseguenze dei finanziamenti illeciti:

  • ci propone regole limitatrici della spesa dei partiti o dei possibili contributi a loro favore,
  • o perora la causa del finanziamento integrativo, a carico del bilancio dello Stato.

Così NON si pone un freno ma si accentua il sistema delle oligarchie e si alimentano i bisogni illimitati dei partiti e PURTROPPO dei loro rappresentanti:

Non si possono statizzare gli strumenti attraverso i quali la società si fa Stato e l’esercizio della sovranità deve stare in capo al popolo, senza intermediari.

Invece, la legge proposta dal Governo Letta va in senso contrario ed è una presa in giro sfacciata e colossale. Passata sulla stampa di propaganda del governo come “Abolizione del finanziamento pubblico“, significa invece: “Continuerete a pagare, come prima e persino più di prima“. 
 Cosa ancora più grave, questa legge consegna ufficialmente la politica nelle mani dei grandi potentati economici, delle lobby e persino delle associazioni criminali che sono sempre alla ricerca di nuovi e più redditizi canali di riciclaggio del denaro sporco. Ecco come funziona:

1 – Non sono tutti uguali. Ci sono partiti che possono iscriversi nell’apposito registro e accedere al finanziamento e partiti o “movimenti politici” che non possono (indovinate chi? Per fortuna, dei soldi ce ne infischiamo).

2 – A pagare continua a essere lo Stato. Entrando in vigore nel 2014, i partiti continuano a ricevere dallo Stato:

  • 91 milioni di euro il prossimo anno;
  • 54milioni 600mila nel 2015;
  • 45milioni e mezzo nel 2016
  • e circa 36milioni 400mila nel 2017.

A queste somme si aggiungono le donazioni dei cittadini.

3 – I cittadini possono devolvere il 2 per mille dell’Irpef ai partiti. Anche in questo caso pagano tutti, perché le minori entrate nelle casse dello Stato devono essere coperte da quelli che non “donano” con le solite tasse. Non solo: lo Stato istituirà un “fondo apposito” che coprirà tutte le “donazioni” che i cittadini si guarderanno bene dal fare. Sia mai che i partiti ci rimettano!

4 – Il Paese in mano alle lobby: 300mila euro all’anno per le persone fisiche e 200mila euro annui per le persone giuridiche sono i tetti per le donazioni liberali. Sanzioni se si supera tale limite? Una multa. Se non la si paga, il partito perde il gettito del 2 per mille per i tre anni a seguire (sai che danno…). I partiti possono donare quanto vogliono ad altri partiti, così le “coalizioni” diventano patti d’acciaio firmati sugli assegni.
E’ l’inciucio fatto LEGGE!

5 – I benefici si allargano alla platea di partiti che si riferiscono a un gruppo parlamentare già costituito: così, chi fonda un partito oggi a elezioni avvenute (avete qualche idea? noi sì) e i partitucoli di voltagabbana avranno comunque garantiti i vostri quattrini.

6 – Trasparenza e sanzioni per irregolarità? Dimenticatelo. Non presentano il bilancio? Succede nulla. Niente verbali e relazioni? Nulla. Dove vanno a finire i nostri soldi ai partiti? Ancora e sempre nel misterioso buco nero.

7 – Chi effettua donazioni ai partiti può beneficiare di sgravi fino al 52%. E chi copre queste minori entrate per le casse dello Stato?

Siamo al punto di partenza con un altro minestrone di tutto un po’, tipico di chi non sa fare.

Il M5S non sa che farsene del finanziamento pubblico, e lo ha dimostrato rifiutando 42 milioni che praticamente aveva già in tasca.

Resta poco da capire. Siamo in lotta, ma è guerra, contro un tentativo di un nuovo partito unico, il secondo nella storia, che si affaccia sulla scena, falsando la logica delle istituzioni; che ha deciso di trasformare la nostra Repubblica in Repubblica presidenziale, in modo subdolo e programmatico, eliminando anzitutto i meccanismi di salvaguardia della Costituzione contenuti nell’art. 138 e i poteri di controllo del Parlamento. Ma se lo scopo dell’art. 138 è di rendere più garantista il procedimento di revisione della costituzione, è assurdo voler garantire un percorso meno grave, agevolato, per singole revisioni costituzionali. “Dicono che è una deroga”, ma non lo è, perché l’approvazione delle leggi costituzionali per questa via produrrà effetti permanenti e generali su: forma di Stato, forma di governo, rapporti Stato-Regioni, ecc..

Ora, il tentativo di stravolgere la Costituzione ha subito nuovo impulso dal pericolo che proprio noi, M5S rappresentiamo per i nemici dello Stato. Siamo l’unica voce della sua coscienza. L’unione di intenti e di interessi realizzatasi tra PD e PDL era già cosa nota; ma ora che l’inciucio dei partiti era riuscito nell’opera di svuotare del suo significato il Parlamento; ora che il prevalere dell’inciucio, degli scandali (cerchi magici, MPS, conflitti d’interesse, i reati di un puttaniere, ecc.) sulla democrazia era assicurato, qualunque dei due vincesse, ecco l’affermazione del nostro Movimento che rischia di far saltare tutti: il banco PD, PDL e quanti dell’alta finanza e della massoneria pregustano una nuova dittatura: la terza, dopo quella del fascismo e dopo quella dei partiti sancita dall’art. 49 della Costituzione.

Questa nostra Costituzione, per la parte che è stata attuata, ha rispetto dei diritti dell’uomo, dei lavoratori: Art. 1. La Repubblica è fondata sul lavoro. Il potere delle lobbies che hanno preso il sopravvento in Europa non tollera tutto questo: l’Europa è fondata sulla finanza, che è un’altra cosa. E’ la rivincita dei detentori delle ricchezze sui principi “Libertà e Eguaglianza” della Rivoluzione Francese. Il mondo è piccolo. Ora che il Partito Unico dell’Inciucio è saldamente al potere, cavalcato dagli uomini delle lobbies, mai eletti o rieleggibili, questa Costituzione è d’intralcio. Bisogna cambiare! adeguarla, armonizzandola e ravvicinandola, alle leggi europee. Lo dicono i trattati europei, segnatamente il Trattato di Lisbona (firmato il 13 dicembre 2007), che ha reintrodotto di soppiatto, sintetizzandola, quella Costituzione europea bocciata dai referendum francese e olandese del 2005, riformando i vecchi Trattati su cui sono state fondate le Comunità e l’Unione europea, quali l’Atto unico europeo (1986), il trattato sull’Unione europea (Maastricht) (1992), il trattato di Amsterdam (1997) e il trattato di Nizza (2001).

Il Trattato di Lisbona è la nuova Costituzione Europea. Chi l’ha letto alzi la mano. I nostri dipendenti in Senato lo conoscono sicuramente a memoria. Infatti l’hanno votato (tutti) senza esitare e senza informarci. Non è un atto formale. Cambierà le nostre vite e quelle dei nostri figli.
Pone il Parlamento europeo sullo stesso piano dei Presidenti del Consiglio. La Costituzione Europea è in conflitto con la Costituzione Italiana? Leggendo le due Costituzioni la risposta è affermativa. Due esempi:

Giustizia:
Costituzione italiana – I giudici (che rappresentano il potere giudiziario) sono indipendenti dal Governo (che rappresenta il potere esecutivo).
Trattato di Lisbona – “La Corte di giustizia (europea) è composta da un giudice per Stato membro. È assistita da avvocati generali … Sono nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri…”

Guerra:
Costituzione italiana – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Trattato di Lisbona – “La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Essa assicura che l’Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L’Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. L’esecuzione di tali compiti si basa sulle capacità fornite dagli Stati membri.”

Si discute del Lodo Alfano e passa sotto silenzio la dipendenza della Corte di Giustizia Europea dai Governi che elimina l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo.
Si tradisce lo spirito della Costituzione Italiana (che ripudia la guerra) e si approva “la capacità operativa” per “la prevenzione dei conflitti”.

E, allora e prima di tutto, bisogna eliminare la protezione che l’art. 138 da alla Costituzione, svuotarlo del suo valore, della sua procedura che fa della nostra Costituzione una Costituzione rigida e, perciò, obbliga il legislatore a rispettare e attuare i suoi principi ispiratori fondamentali: primo fra tutti, ad attuare una carta del Lavoro. E, svuotato di questo significato l’art. 138, trasformarci in una repubblica presidenziale, una parola grossa, per dire “nelle mani di pochi. Una repubblica ossequiente alla politica europea, non più di soppiatto – perché ci avevano convinto che tutto ciò che è Europa è bene per noi -, ma alla luce del sole e se voleste ribellarvi, c’è già chi avrà cura di Voi”.

Il principale artefice di tutto ciò, colui che dovrebbe essere il garante della nostra Carta è un presidente che è difficile considerare super partes, estraneo ai poteri, come è difficile sostenere che, lui organo unipersonale e non collegiale, si mantenga per tanti anni al di sopra delle parti, un presidente che non da ascolto agli appelli dei cittadini riuniti nella maggiore formazione politica italiana, agli appelli dei costituzionalisti e che ora, non contento del suo mandato doppio, con la farsa della legge costituzionale, si prepara a privarci del più sacro dei nostri diritti: la difesa della Carta Costituzionale, si prepara a concentrare nell’esecutivo tutti i poteri, azzerando i poteri del parlamento e i poteri di controllo della magistratura.

Il solo modo per ricondurre tutto ciò sui binari della democrazia per poter fare politica a mani pulite è ricondurre i partiti a essere la fucina del dibattito politico, lontani dalle leve del potere e attuare, invece, la rappresentanza diretta quale strumento per esercitare la sovranità del popolo.

La Costituzione, abrogato l’art.49, dovrà affermare questa forma di garanzia della democrazia. “Sogniamo un Paese in cui il popolo comandi e il governo obbedisca”. Il Movimento 5 Stelle ha già tracciato il percorso di questa riforma. Siatene i degni portatori di fede!