I reati di Bossi: libero, il sequestro dei fondi della Lega e il diritto costituzionale dei cittadini di partecipare alla vita politica della Nazione

VOGLIA DI ANDARE VIA

Sergio Mattarella ha poche condizioni da porre per ricevere Matteo Salvini. Meglio farebbe a convocare, prima, il Guardasigilli perché una magistratura politicizzata non è una magistratura. Lo afferma uno che dava un modesto contributo alla prima Commissione Difesa della Lega e che la lasciò nel 1994 perché a Montecitorio già si vociferava di queste mascalzonate. Ecco che, anziché colpire i truffatori di ieri, politici del sistema, ben noti, le motivazioni della sentenza della Cassazione che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione del Carroccio al sequestro dei fondi, vogliono colpire (oggi) la Lega come partito: un partito nemico in quanto vincitore della competizione elettorale. Una tale sentenza politica non è legittima oggi, come non lo era ieri a settembre, stabilendo il sequestro dei “futuri introiti” del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, perché non era bastato azzerare i conti. Mi sarei atteso il sequestro dei beni dei rei e osservo che sequestrare le somme che sarebbero entrate successivamente, significa usare la sentenza per far chiudere il partito. Inoltre, spiegatemi quali sarebbero i nessi fra i fatti delittuosi e le successive, ripeto successive, contribuzioni degli eletti e i contributi dei cittadini. Queste assurdità sono la conferma di una magistratura, colonizzata dagli oligarchi comunisti – che comunisti sono, ma solo per gli affari loro – per i quali e per la quale sono nemici tutti i partiti non comunisti, quando al governo. Sergio Mattarella, presidente della Repubblica poco entusiasta dei suoi doveri, faccia valere la sua presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e faccia notare al Ministro della Giustizia che le motivazioni della sentenza della Cassazione vanno contro il diritto costituzionale, e contro il dovere dei cittadini, come singoli e come popolo, di esercitare, la sovranità popolare attraverso, appunto, i partiti. E, quando si parla di cittadini, qui in Italia, si parla del Sovrano.

LA COSTITUZIONE, ARTICOLO 49.- Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale

sonderstellung-2Le obiezioni alla sentenza del sequestro dei fondi della Lega.

La Cassazione ha depositato martedì scorso le motivazioni della sentenza che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione del Carroccio al sequestro dei fondi, provvedimento conseguente alla condanna pronunciata nel processo per truffa ai danni dello Stato nei confronti dell’ex leader Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Nelle motivazioni del pronunciamento della Cassazione sul sequestro dei fondi della Lega, i giudici della Suprema Corte fanno riferimento anche al sequestro dei futuri introiti del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, provento della supposta “truffa allo Stato”. Dunque, cosa succederà ora? Intanto, l’avvocato Roberto Zingari, legale del Carroccio, ha spiegato nelle ultime ore come si muoverà quantomeno il partito. «La Cassazione ha rinviato al Riesame quindi – afferma – verrà fissata un’udienza e noi cercheremo di far valere le ragioni che avevano portato il Riesame precedente a darci ragione. Poi, eventualmente, se il provvedimento preso sarà negativo faremo ricorso. Con quanto affermato in via giuridica si blocca un partito e si legittima un sequestro di cose che non hanno nessun legame con il fatto di reato».

Ma ora, dopo il verdetto, cosa succederà? Intanto il governo…

E ancora: «Quello che noi avevamo sostenuto – prosegue il legale – era che non era legittimo neanche il sequestro che era stato fatto nel settembre scorso. Dopo quel sequestro, che ha azzerato i conti, le somme che entrano successivamente sono le contribuzioni degli eletti e i contributi dei cittadini. Quindi il legame con il profitto del reato non può esserci. Questo provvedimento in qualche modo – conclude Zingari – va anche contro quello che ha deciso il tribunale, nel merito, e che aveva stabilito non si potessero sequestrare beni futuri». Nel frattempo, codici e sentenze a parte, su questo punto il governo si è dimostrato unito: sul caso è intervenuto allora il capo politico del M5S Luigi Di Maio spiegando che non c’è «nessun imbarazzo» da parte del Movimento rispetto alla sentenza della Cassazione sui beni della Lega. «Stando a quel che dice Salvini lo scandalo riguarda Bossi e il suo cerchio magico. Detto questo, una sentenza è una sentenza…», ha concluso il vice premier, mentre i capigruppo della Lega al Senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, hanno rimarcato come «milioni di italiani perbene si riconoscono nell’azione della Lega, mettere fuorilegge un partito per (eventuali) errori di altri, risalenti a dieci anni fa, non garantisce quello spirito di democrazia, libertà e partecipazione popolare su cui si fonda la nostra Costituzione e la nostra vita sociale. Ne parleremo col garante di questa Costituzione, col Presidente della Repubblica – hanno quindi concluso ritornando sull’incontro in agenda per lunedì – nel pieno rispetto dei tanti giudici, la stragrande maggioranza, che svolgono bene e con imparzialità, la loro funzione».

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L’«Esercito della libertà» aderisce a FdI. Meloni: «Rifondiamo il centrodestra»

Simome Furlan con il suo “Esercito della libertà”, ex “Esercito di Silvio” ha aderito a Fratelli d’Italia, dopo essersi dimesso dall’ufficio di presidenza di FI a maggio. L’annuncio ufficiale dell’adesione è stato dato da Giorgia Meloni in una conferenza stampa alla Camera, che è stata anche l’occasione per affrontare il tema del futuro del centrodestra che, ha spiegato la presidente di FdI, «va rifondato e non semplicemente riassemblato».

«Fratelli d’Italia vuole portare avanti la ricostruzione centrodestra, un centrodestra in cui noi siamo sempre rimasti, mentre gli altri uscivano e entravano come dalle porte girevoli: chi ha fatto gli accordi con il Pd, chi fa gli accordi con il M5S. Noi siamo stati sempre lì a presidiarlo con coerenza», ha sottolineato Meloni, respingendo al mittente le «fantasiose ricostruzioni giornalistiche» secondo le quali FdI avrebbe dei problemi. «Noi siamo riusciti a rimanere attrattivi per una classe dirigente politica che crede nel futuro», ha detto ancora Meloni, annunciando che a breve il partito terrà un grande evento per raccontare delle «decine di amministratori su tutto il territorio nazionale che in queste settimane stanno bussando alla nostra porta».

A monte di questo interesse diffuso per FdI, ha spiegato la presidente del partito, c’è proprio quella coerenza che ha sempre caratterizzato il partito come forza solidamente ancorata ai valori e ai programmi del centrodestra. «Adesioni importanti di altre storie sono quello che vogliamo fare, crediamo che FdI debba diventare sempre più inclusivo, che debba parlare sempre di più anche ad ambienti e a mondi che vengono da storie diverse dalle nostre», ha chiarito Meloni, indicando proprio l’adesione di Furlan come esempio del percorso e del lavoro intrapreso da FdI. «Vogliamo presidiare il campo del centrodestra, che è maggioritario», ha sottolineato ancora la presidente di FdI, scherzando su Furlan sul fatto che il suo “esercito” si sarebbe dovuto chiamare «esercito di Giorgia» e dandogli così l’assist per chiarire che «non rinnego nulla di tutta l’esperienza che ho fatto fino ad oggi». «Resto amico del presidente Berlusconi, che in me troverà sempre un riferimento leale nei suoi confronti», ha detto Furlan, precisando però che la Forza Italia di oggi «è ben lontana dal rappresentare il berlusconismo come io lo avevo inteso dal ’94, quando, da piccolo imprenditore, mi innamorai del Berlusconi imprenditore in cui vidi quelle ricette che avrebbero aiutato l’Italia». Una realtà che, per Furlan, non esiste più e che lo ha portato a dire che «Forza Italia, gestita ormai dagli avvocati, ha perso il sorriso». «Quindi ringrazio Giorgia per averci dato la possibilità di combattere le nostre battaglie dentro FdI, in modo – ha concluso – da contribuire a dare una casa a chi non si riconosce nei partiti tradizionali».

Equitalia: l’istanza di pagamento rateale non è riconoscimento del debito Cassazione Civile, sez. tributaria, sentenza 08/02/2017 n° 3347

I giudici della Suprema Corte, con la recente sentenza n° 3347/17 (depositata in data 17.02.2017), hanno affermato che “la rateizzazione chiesta dal contribuente” (presso l’Ente della Riscossione) “non costituisce acquiescenza”: difatti “la rinuncia” dell’interessato a contestare le somme richieste dall’Amministrazione finanziaria, deve essere “manifestata con una dichiarazione espressa o con un comportamento sintomatico particolare, purché entrambi [siano] assolutamente inequivoci”.

La decisione

La controversia tributaria in esame verteva sull’annullamento della cartella di pagamento, concernente il credito dell’Agenzia delle Entrate (Direzione Provinciale di Roma) per la complessiva somma di €. 8.919.471,74, a seguito della liquidazione effettuata a mente dell’art. 36 bis, D.P.R. n° 600/73, nonché dell’art. 54 bis, D.P.R. n° 633/72 per l’anno di imposta 2005.

Proprio sulla questione in esame, ossia circa il rapporto consequenziale tra il piano di ammortamento e l’acquiescenza del credito, la Corte di Cassazione ha chiarito: “costituisce principio generale del diritto tributario che non si possa attribuire al puro e semplice riconoscimento, esplicito od implicito, fatto dal contribuente d’essere tenuto al pagamento di un tributo, […] l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine all’an debeatur”.

In sostanza, “le manifestazioni di volontà del contribuente, quando non esprimano una chiara rinunzia al diritto di contestare” gli importi in parola, “debbono ritenersi giuridicamente rilevanti solo per ciò che concerne il quantum debeatur”.

A ben vedere, il soggetto interessato (attraverso la presentazione della domanda di rateizzo presso l’Ente della Riscossione) può sempre accedere alla giurisdizione (tributaria e non) per promuovere una valida azione legale nei confronti della Pubblica Amministrazione, al fine di far accertare – ad esempio – la corretta notifica della cartelle esattive trasmesse a ruolo oppure la prescrizione del credito.

Orbene, analizzando la recente giurisprudenza sull’argomento, anche la C.T.R. della Sicilia con la pronuncia n° 652/2016 aveva puntualizzato che “la sottoscrizione dell’istanza di rateazione del pagamento di un’imposta […] non configura un riconoscimento del debito tributario, ma solo l’impegno di pagare l’imposta secondo la rateazione stabilita”[1].

In altri termini, il contribuente mantiene dunque l’interesse (art. 100 c.p.c.[2]) a promuovere il ricorso innanzi ai giudici competenti.

La sentenza dei giudici di appello ha chiarito la relazione intercorrente tra la domanda di pagamento rateizzata (proposta dal contribuente) e la presunta accettazione circa la regolare esistenza del credito tributario (ovviamente il meccanismo è operativo anche per le posizioni debitorie con altri Enti pubblici, come Inps, Inail etc).

Nel giudizio di primo grado, la Commissione Tributaria Provinciale di Catania aveva ritenuto che “l’esistenza di un piano di ammortamento […] dimostrerebbe l’intervenuta conoscenza e conseguente acquiescenza” del contribuente interessato, il quale – in parallelo all’impegno assunto a corrispondere ratealmente le somme – aveva proposto ricorso tributario per fare accertare l’omessa notifica della cartella esattoriale “ammortizzata”.

A ben vedere, il percorso logico adottato dai giudici catanesi non aveva convinto l’organo di appello: “la presentazione da parte della ricorrente di istanza di rateazione […] non dimostra in alcun modo la conoscenza” della cartella rateizzata; in breve, il contribuente potrebbe avanzare la volontà di pagare ratealmente “al solo scopo di evitare il fermo amministrativo del veicolo di proprietà”, pertanto ai soli scopi cautelativi[3].

Non solo, una precedente sentenza della C.T.P. di Varese (n° 156/2015) aveva osservato che “il pagamento della cartella non può considerarsi riconoscimento del debito, poiché tale atto non solo deve provenire dal soggetto che abbia poteri dispositivi dello stesso [Agenzia delle Entrate, Inps, Inail], ma anche e soprattutto deve manifestare, in modo chiara ed univoca, l’intenzione ricognitiva del diritto altrui”.

A ciò si aggiunga un ulteriore elemento di riflessione, con interessanti risvolti in ambito processuale e/o amministrativo: fermo restando il diritto del contribuente a contestare la mancata notifica della cartella rateizzata e/o l’intervenuta prescrizione del credito erariale[4] attraverso l’impugnazione del ruolo[5], l’interessato potrà far valere la tesi circa il “disconoscimento” del debito per effetto del rateizzo, richiamando l’art. 8, comma 4 dello Statuto dei diritti del contribuente (Legge n° 212/2000).

La norma prevede infatti che “l’amministrazione finanziaria è tenuta a rimborsare […] quando sia stato definitivamente accertato che l’imposta non era dovuta o era dovuta in misura minore rispetto a quella accertata”; il contribuente ha sempre il diritto di contestare la sussistenza di un debito fiscale, indipendentemente dal pagamento effettuato in modalità rateale.

In conclusione, in caso di esito positivo del ricorso tributario, l’interessato può esercitare il diritto di rimborso ai danni dell’Erario, il quale ha indebitamente riscosso crediti, dichiarati successivamente come inesistenti da parte dell’adita Commissione Tributaria.

(Altalex, 21 marzo 2017. Nota di Federico Marrucci)

VAI ALLA SENTENZA
______________
[1] Su detto aspetto, i giudici di appello hanno richiamato un principio già evidenziato dalla Corte di Cassazione con la decisione n° 5822/1981.

[2] L’art. 100 c.p.c. regolamenta l’interesse ad agire; in particolare la richiamata norma stabilisce che “per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse”.

[3] La sentenza n° 156/15 della C.T.P. di Varese ha affermato che il termine iniziale dal quale far iniziare la prescrizione di un tributo “non può individuarsi nel momento in cui il contribuente proceda al pagamento del debito iscritto a ruolo”, ben potendo, tale pagamento, essere stato effettuato ai soli fini cautelativi.

[4] Su tale problematica vedi l’ordinanza n° 20213/15 dei giudici della S.C.; in materia di prescrizione quinquennale degli interessi e delle sanzioni può tornare utile citare rispettivamente l’art. 2948, n° 4, c.c. e l’art. 20, comma 3, D. Lgs. n° 472/97.

[5] Cass. SS.UU., sentenza n° 19704/15.

Responsabilità medica: la rilevanza del ritardo nella diagnosi

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La Cassazione si è confrontata più volte con la responsabilità del sanitario derivante dal ritardo nella diagnosi di un processo morboso terminale.
di Valeria Zeppilli – Il ritardo nella diagnosi di un processo morboso terminale comporta, in capo al medico, una responsabilità che discende non solo dalla lesione di un bene del paziente di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale, ma anche dalla perdita della chance del malato di sopravvivere più a lungo e di conservare una migliore qualità della vita.

Con la questione, nel corso degli anni, la giurisprudenza si è confrontata diverse volte, delineando gli esatti confini della rilevanza giuridica del ritardo diagnostico da parte del sanitario.
Violazione del diritto di determinarsi liberamente
Ad esempio, nella sentenza numero 7260/2018, la Corte di cassazione ha chiarito cosa debba intendersi per violazione del diritto del malato terminale di determinarsi liberamente nello scegliere quali percorsi esistenziali compiere nelle sue condizioni di vita, precisando che essa non coincide con la perdita della chance di operare delle singole specifiche scelte di vita, quanto piuttosto nella lesione di un bene che è già di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale e che quindi, attestato il colpevole ritardo diagnostico da parte del medico, non richiede alcun ulteriore onere di allegazione argomentativa o probatoria e può legittimare una condanna del sanitario al risarcimento del danno fondata su di una liquidazione equitativa.

La qualità della vita del paziente
Con la sentenza numero 16993/2015, invece, la Corte di cassazione ha parlato di migliore qualità della vita” che il paziente, a seguito dell’omissione della diagnosi del processo morboso terminale del quale è affetto, ha perso la chance di conservare, così rinunciando “alla possibilità di programmare (anche all’esito di una eventuale scelta di rinunzia all’intervento o alle cure…) il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito”.

Già qualche anno prima, nella sentenza numero 23846/2008, la Corte aveva sul punto affermato che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in quanto nega al paziente, oltre che di essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, anche di essere messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista e fino a quell’esito, integra l’esistenza di un danno risarcibile alla persona”.

Ritardo dell’intervento palliativo
La stessa sentenza del 2008 ha anche specificato che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cd. palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire del detto intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto, sua pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze”.

Responsabilità medica: l’onere della prova nei giudizi contro la struttura

In tema di responsabilità medica, nei giudizi contro la struttura sanitaria le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano sull’attore
di Valeria Zeppilli –

Con la recente sentenza numero 16828/2018 qui sotto allegata, la Corte di cassazione è tornata sul tema della ripartizione dell’onere della prova nel campo della responsabilità medica, in particolare soffermandosi sull’ipotesi in cui sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione medica.

Prova per il danneggiato e l’obbligato
I giudici, nel dettaglio, hanno ricordato che:

– il danneggiato deve provare: il contratto, l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, il nesso di causalità tra tale circostanza e l’azione o l’omissione dei sanitari;

– la struttura sanitaria, invece, deve dimostrare che la prestazione professionale dei sanitari sia stata eseguita diligentemente e che gli esiti lamentati dal danneggiato siano derivati da un evento imprevisto e imprevedibile.

Incertezza sulla causa del danno
Da tale ripartizione dell’onere della prova discende che se, all’esito dell’istruttoria, la causa reale del danno lamentato dal paziente resta incerta, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano sull’attore.

Del resto, “Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile”.

In altre parole, se il paziente si duole in giudizio delle conseguenze di un intervento chirurgico, solo dopo che tale soggetto ha dimostrato che la patologia lamentata sia causalmente riconducibile all’intervento, la struttura sanitaria è chiamata a dimostrare che la patologia è stata determinata per una causa imprevedibile e inevitabile che ha reso impossibile l’esecuzione esperta della prestazione medica.

Quindi, per i giudici, “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere”.

Cassazione civile, sez. III, 26/06/2018, n. 16828
Fatto
1. D.F.V. e D.R.A., in proprio e nella qualità di genitori esercenti la potestà sulla figlia minore D.F.D.M., convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Milano l’Azienda Ospedaliera (OMISSIS) chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali connessi alla emiparesi destra sofferta da quest’ultima, causalmente ricondotta dagli attori a un episodio di cianosi verificatosi il terzo giorno di vita durante la degenza post-natale presso il detto nosocomio.
Espletata c.t.u. collegiale, della quale era anche disposta la rinnovazione con incarico attribuito ad altro collegio di periti, il tribunale rigettava la domanda ritenendo non provato il nesso causale tra l’episodio predetto e il danno sofferto dalla minore.
2. Tale decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Milano che, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello degli attori, condannandoli alle spese del grado liquidate in Euro 7.000, oltre accessori.
I giudici d’appello hanno infatti ritenuto giustificato il rigetto della domanda alla luce delle conclusioni esposte nelle tre relazioni peritali, depositate da due diversi collegi di ausiliari, rimarcando che la nomina di questi “è stata scrupolosamente disposta a seguito di critiche specifiche mosse dal consulente di parte attrice”.
Tali conclusioni sono così riportate in sentenza:
“il (OMISSIS) la piccola D. si trovava presso il nido della clinica (OMISSIS) quando, di prima mattina, si verificò un “episodio di cianosi” qualificata come “intensa” e “riferita”;
“circa sei mesi dopo, nel giugno 2000, si riscontrò una “emisindrome destra” attribuibile a “piccolo esito in parte glicolico in parte malacico al livello di corona radiata centro semiovale di sinistra da riferirsi a esito su verosimile base ipossico ischemica (come documentato anche la risonanza magnetica)”;
“la cartella clinica presenta vistose lacune poichè in particolare non dà atto dell’orario di insorgenza dell’episodio di cianosi, nè della sua durata, nè dell’identità dell’operatore, sicchè è impossibile delineare i precisi contorni del preteso fatto lesivo;
“i dati obiettivi – ossia “pH al limite dell’alcalosi con bicarbonati normali (23,6 mmol/L) e pCO2 bassa” – che furono riscontrati qualche ora più tardi possono certo considerarsi spia di iperventilazione, ma non sono sufficienti per inferirne univocamente che si fosse in presenza di un fenomeno compensatorio atto a eliminare un eccesso di CO2 causato da ipossiemia grave con cianosi “intensa”;
“gli episodi di cianosi ab ingestis sono frequenti nei neonati e perciò prevedibili; “nessun intervento d’urgenza si imponeva alla luce di tali accertamenti;
“il lungo intervallo fra la cianosi del 14 dicembre e la scoperta dell’emiparesi, avvenuta ben sei mesi dopo, quand’anche siffatto episodio avesse avuto gravità lesiva, rende impossibile risolvere il problema della diagnosi differenziale rispetto a possibili altre e diverse cause, che potrebbero essere intervenute durante quei sei mesi”.
Sulla base di tali elementi la Corte d’appello, condividendo le valutazioni del primo giudice, ha osservato che “la mancanza di specifici elementi relativi ad ulteriori segni clinici nel periodo trascorso prima dell’accertamento della lesione cerebrale, depone per la insussistenza di nesso causale tra l’episodio di cianosi e il danno”, essendo essa (mancanza) “poco coerente rispetto alla gravità dell’insulto e, di conseguenza, (agli) effetti esteriori che esso avrebbe dovuto provocare anche durante quei sei mesi”.
Al riguardo, già il primo collegio peritale – si rimarca in sentenza -ha evidenziato “l’incongruenza del fatto che la lesione cerebrale sia stata evidenziata con quadro neurologico particolarmente grave dopo sei mesi ma senza che nel frattempo fosse documentata una coerente storia clinica sicchè risulta impossibile stabilire l’eziopatogenesi dell’insulto cerebrale che condizionò poi la situazione invalidante”. Il secondo collegio di consulenti, “pur severamente criticando le lacune della cartella clinica”, ha a sua volta in tal senso rilevato che “il lungo intervallo tra la cianosi e la scoperta dell’emiparesi ben sei mesi dopo – quand’anche siffatto episodio per mera ipotesi avesse avuto effettiva gravità lesiva – rende impossibile risolvere il problema della diagnosi differenziale con altre possibili cause che potrebbero essere intervenute nel lasso di tempo”.
3. Avverso tale decisione D.F.V. e D.R.A., in proprio e nella spiegata qualità, propongono ricorso per cassazione sulla base di cinque motivi, cui resiste, depositando controricorso, l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Nord Milano, quale successore in universum ius della Azienda Ospedaliera (OMISSIS).
Diritto
1. Va preliminarmente rilevata l’irritualità della nomina di nuovo difensore da parte della controricorrente, in quanto effettuata attraverso il rilascio di procura speciale (non già nelle forme dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata, ma) in calce di c.d. “comparsa costitutiva di nuovo difensore”. Trattandosi di giudizio nella specie già pendente alla data di entrata in vigore della L. 18 giugno 2009, n. 69 (v. art. 58, comma 1), non può trovare applicazione il nuovo disposto dell’art. 83 c.p.c., comma 3, (come modificato dalla L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 9), che ora ammette (integrando, sul punto, la precedente versione della medesima norma) la costituzione in giudizio della parte anche mediante il conferimento della procura speciale con apposizione in calce o a margine “della memoria di nomina del nuovo difensore, in aggiunta o in sostituzione del difensore originariamente designato”.
Pertanto, nel caso in esame, ricadente sotto la previgente disciplina del citato art. 83 c.p.c., comma 3, per la nomina del nuovo difensore sarebbe stato necessario osservare, in via esclusiva, le forme prescritte dal comma secondo dello stesso art. 83 c.p.c., non essendo ammesse altre modalità (v. ex aliis Cass. 20/01/2016, n. 955; 21/11/2011, n. 24632; 09/02/2011, n. 3187).
2. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 1218 e 2697 c.c., per avere la Corte d’appello, recependo le indicazioni del tribunale, applicato i criteri di accertamento del nesso di causalità richiesti in sede penale (che deve tendere all’accertamento della responsabilità del reo al di là di ogni ragionevole dubbio), anzichè quelli richiesti per l’accertamento della responsabilità civile (che, ponendo attenzione alla figura del danneggiato, coerentemente alla sua funzione risarcitoria, richiede la preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non).
Lamentano, in tale prospettiva, che il primo giudice non ha riferito correttamente ciò che il primo collegio peritale aveva concluso, dal momento che quest’ultimo, pur non censurando l’operato dei sanitari, aveva posto in dubbio, non escludendola però, la sussistenza del nesso di causa tra l’episodio di cianosi occorso in terza giornata di vita e le lesioni cerebrali riscontrate sei mesi dopo. Rilevano inoltre che non sono stati in alcun modo, nè dalla convenuta nè tantomeno dai c.t.u.,
avanzate alternative ipotesi esplicative dell’emiparesi diagnosticata alla bambina sei mesi dopo la nascita.
3. Con il secondo motivo deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, rappresentato dalle omissioni, vuoti temporali e carenze nella tenuta della cartella clinica.
Rilevano, in sintesi, che, come stigmatizzato nella relazione del secondo collegio peritale, non si sa nulla di quanto accaduto nella mattina del terzo giorno di vita della neonata, “se non quanto – minimizzante – ha riportato un’entità sconosciuta ad una mano altrettanto sconosciuta che lo ha approssimativamente appuntato in cartella clinica” e che tale grave lacuna incide anche sull’accertamento dell’incidenza causale dell’episodio, che il primo collegio non aveva escluso ma sulla quale anzi aveva rilevato l’esistenza di “alcuni elementi di dubbio”.
4. Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, “violazione e falsa applicazione degli artt. 61,115,116,132 e 196 c.p.c. con riferimento al vizio di motivazione della sentenza di primo grado ed omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione tra le parti relativo alla acritica valutazione e recepimento della consulenza tecnica d’ufficio da parte della sentenza impugnata”.
La doglianza è costruita sulla base dei seguenti passaggi argomentativi: il primo collegio peritale aveva indicato nelle conclusioni l’esistenza di “alcuni elementi di dubbio circa la sussistenza del nesso di causa tra l’episodio di cianosi occorso in terza giornata di vita e le lesioni cerebrali rilevate sei mesi dopo”; il primo giudice aveva omesso di valutare tale rilievo; con l’appello essi avevano chiesto “chiarezza sulle considerazioni medico-giuridiche che avevano portato al rigetto delle domande”; anche la sentenza d’appello ha però di fatto recepito in maniera acritica la sentenza di primo grado, dimostrando di non aver esaminato approfonditamente le diverse consulenze depositate agli atti, poichè non ha confutato le tesi attoree.
Sottolineano i ricorrenti che, in entrambi i gradi del giudizio, essi avevano censurato la contraddittoria e parziale interpretazione da parte dei cc.tt.uu. degli elementi raccolti e la mancata risposta a “quesiti fondamentali” posti dei consulenti di parte. Di ciò – lamentano -nessun accenno viene fatto “nelle sentenze oggetto di censura” le quali sposano acriticamente (e parzialmente) le conclusioni degli ausiliari, senza curarsi delle mancate risposte ai rilievi di parte.
Si tratta di considerazioni medico legali, esposte alle pagg. 22-26 del ricorso, volte a sostenere la sussistenza del nesso causale in questione e che possono così riassumersi: a) è soddisfatto il criterio cronologico: essendo le lesioni obiettivamente documentate sin dall’immediatezza e particolarmente manifeste sin dal sesto mese di vita; b) è soddisfatto anche il criterio di esclusione di altre cause, non essendo emersi altri fattori eziopatogenetici, nè antecedenti, nè simultanei, nè sopravvenuti; c) il fatto che nel corso dei primi sei mesi di vita non fu rilevato alcun problema non può escludere il nesso di causa tra evento e lesioni neurologiche, occorrendo considerare che “la condizione neuro- patologica della piccola D. è stata caratterizzata, fin dalla sua insorgenza, da un disturbo della motricità dell’emisoma destro, associato a problematiche del linguaggio”, derivandone che tale condizione poteva “emergere clinicamente e in maniera significativa solo allorquando venivano raggiunte le prime tappe dello sviluppo psicomotorio, con inizio di movimenti finalisti ed evoluzione del linguaggio dalla lallazione alle bisillabe”; d) sul fatto che la condotta neonatologica di cui sopra sia stata astrattamente idonea a provocare la lesione neurologica non possono sussistere dubbi, considerata sia la potenziale idoneità neurolesiva dell’episodio di cianosi intensa, sia il ruolo svolto nella sua produzione dall’ipotizzabile ritardo con cui si giunse all’osservazione del neonato”.
5. Con il quarto motivo i ricorrenti denunciano poi “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1218,1226,2043,2056 e 2059 c.c., con riferimento alla mancata liquidazione del danno patito dai ricorrenti, in relazione le norme di cui all’art. 360 c.p.c. n. 3 e n. 5”.
Lamentano i ricorrenti il rigetto del gravame in punto di mancato riconoscimento del danno biologico permanente patito dalla vittima primaria e della responsabilità della convenuta, in punto di rigetto della domanda tendente al risarcimento del danno morale subito dai genitori era ancora in punto di mancato riconoscimento del danno esistenziale, del danno da perdita di chances e del danno patrimoniale pure sofferti dalla minore.
Sostengono che, in ambito di responsabilità contrattuale, una volta che il creditore-danneggiato dia prova della fonte negoziale o legale del proprio diritto e alleghi inadempimento di controparte spetti a quest’ultimo dimostrare la non imputabilità dell’inadempimento.
Ciò premesso, rilevano che nel caso di specie l’ente convenuto non ha allegato nè provato alcunchè, circa l’esistenza di altre cause, indipendenti dalla propria azione, idonee a generare la nuova patologia.
6. Con il quinto motivo i ricorrenti infine deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. nonchè vizio di motivazione in ordine alla condanna alla rifusione delle spese del secondo grado di giudizio.
Lamentano il mancato riconoscimento da parte della Corte d’appello dei gravi e giustificati motivi che avrebbero nella specie dovuto indurre quantomeno a compensare le spese di lite, “considerato che la risoluzione o quantomeno l’analisi delle questioni, tecniche e giuridiche, sottoposte dalle parti non era di facile e pronta soluzione, avendo impiegato notevoli sforzi e l’ausilio di ben due collegi peritali che hanno stigmatizzato l’incompletezza della cartella clinica”.
7. Il primo motivo è inammissibile, in quanto aspecifico, non cogliendo la ratio decidendi posta a fondamento della decisione impugnata.
Non si ricava infatti da questa l’applicazione di una regola di giudizio, in punto di accertamento del nesso causale, diversa da quella che a tale accertamento presiede in ambito di responsabilità civile.
La Corte d’appello, pienamente condividendo la valutazione sul punto del primo giudice, ha confermato il rigetto delle pretese risarcitorie, non già per il mancato raggiungimento di un grado di certezza razionale tale da escludere ogni ragionevole dubbio, bensì esprimendo sul punto un convincimento scevro da dubbi e che quantomeno non esprime alcuna valutazione probabilistica positiva (ma nondimeno ritenuta insufficiente).
Per il resto il motivo pone questioni di merito, che impingono nella ricognizione del fatto e nella motivazione che ne è data. Per tale parte la doglianza è estranea al tipo di vizio dedotto ed è comunque sovrapponibile alle censure che su tale piano sono svolte nei motivi secondo e terzo, al cui esame può pertanto farsi rimando.
8. Il secondo motivo è infondato.
La lacunosità della cartella clinica è un fatto che non è per nulla trascurato dai giudici di merito, essendo anzi espressamente richiamato tra le premesse delle condivise valutazioni dei cc.tt.uu., ma ben diversamente è ritenuto irrilevante ai fini del giudizio, in quanto inidoneo di per sè a condurre all’affermazione del dedotto nesso causale e quindi della responsabilità della struttura sanitaria, in presenza di elementi di valutazione successivi ed estranei a quanto accaduto nel corso della degenza
nel reparto di neonatologia dell’ospedale convenuto, incoerenti con tale valutazione, aliunde ricavati.
Non è dunque dato ravvisare il vizio dedotto giacchè, oltre ad essere stata esaminata dal giudice di appello la circostanza della incompletezza della cartella clinica e della sua rappresentazione nelle cc.tt.uu. collegiali espletate in corso di giudizio, neppure assume carattere di decisività l’asserito omesso esame del fatto storico, stante l’anzidetto accertamento in positivo comunque raggiunto dal giudice del merito (segnatamente, in forza degli ulteriori elementi suindicati) in ordine alla mancanza di nesso causale tra condotta medica e danno.
9. Il terzo motivo è inammissibile.
I ricorrenti, pur denunciando apparentemente anche la violazione di norme di diritto, lamentano in realtà un’insufficienza dell’iter motivazionale della sentenza impugnata, in quanto fondata esclusivamente sulle valutazioni dei cc.tt.uu. (che si assume anche non siano correttamente riportate), senza considerare i rilievi critici di parte.
Sotto il primo profilo (se con esso si intende denunciare una non integralmente fedele considerazione delle conclusioni del primo collegio peritale) va innanzitutto rammentato che il travisamento, da parte del giudice del merito, delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, laddove esistente, integra un vizio revocatorio, denunciabile ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 (v. ex multis Cass. 14/11/2017, n. 26827; 17/05/2012, n. 7772).
Sotto il secondo profilo i ricorrenti richiamano il principio di diritto espresso da Cass. n. 10688 del 2008, secondo il quale “allorchè ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte (incorrendo, in tal caso, nel vizio di motivazione deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5)”.
Un tale principio non è però in realtà applicabile alla fattispecie in esame, facendo esso riferimento ad una nozione di vizio di motivazione più ampia rispetto a quella attualmente vigente.
Il detto principio esprime peraltro un indirizzo superato già nel 2009, con la sentenza n. 282 del 2009, il cui principio di diritto è stato integralmente richiamato e fatto proprio dalla sentenza n. 1815 del 2015 e da numerose altre successive, secondo cui “il giudice di merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, e non deve necessariamente soffermarsi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte, che, sebbene non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perchè incompatibili, senza che possa configurarsi vizio di motivazione, in quanto le critiche di parte, che tendono al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive” (v. Cass. 09/01/2009, n. 282; 02/02/2015, n. 1815; cui adde tra le più recenti, Cass. 27/12/2017, n. 30953; 29/01/2018, n. 2067; 27/03/2018, n. 7539).
In tale prospettiva, occorrendo rapportare le critiche alle valutazioni espresse dagli ausiliari, la censura si espone a un ulteriore rilievo di inammissibilità, dal momento che i ricorrenti omettono di riportare il contenuto specifico delle critiche sollevate nei precedenti gradi di giudizio e, soprattutto, omettono di trascrivere le valutazione al riguardo espresse dai cc.tt.uu. (v. tra le tante Cass. n. 26827 del 2017, cit.; 03/6/2016, n. 11482).
Rimane sotto tale profilo non assolto l’onere, posto a pena di inammissibilità della doglianza, di rendere pienamente intelligibili i contenuti della c.t.u. medico – legale, non provvedendosi nemmeno ad idonea localizzazione processuale di detti atti, alla stregua di quanto imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.
10. Il quarto motivo è in parte infondato, in altra parte inammissibile.
10.1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (v. ex multis Cass. 26/07/2017, n. 18392; 16/01/2009, n. 975; 09/10/2012, n. 17143; 20/10/2015, n. 21177; 12/09/2013, n. 20904).
Non solo il danno ma anche la sua eziologia è parte del fatto costitutivo che incombe all’attore di provare. Ne consegue che, se, al termine dell’istruttoria, resti incerta la reale causa del danno, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano sull’attore.
A sostegno dell’opposta tesi dedotta a fondamento della censura, i ricorrenti richiamano l’enunciazione del principio di diritto secondo cui nel giudizio di risarcimento del danno conseguente ad attività medico chirurgica, l’attore danneggiato ha l’onere di provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e di allegare l’inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, restando, invece, a carico del medico e/o della struttura sanitaria la dimostrazione che tale inadempimento non si sia verificato, ovvero che esso non sia stato causa del danno (Cass. Sez. U. 11/01/2008, n. 577; v. anche Cass. 30/09/2014, n. 20547; 12/12/2013, n. 27855; 21/07/2011, n. 15993).
Si tratta, però – come è stato chiarito (v. Cass. n. 18392 del 2017, cit., alla quale si rimanda per una più compiuta illustrazione dei passaggi logici presupposti dalle affermazioni di principio che qui di seguito verranno ribadite) – di contrasto apparente con il principio di diritto sopra richiamato in quanto la causa cui tali precedenti fanno riferimento non è quella della fattispecie costitutiva della responsabilità risarcitoria dedotta dal danneggiato, ma quella della fattispecie estintiva dell’obbligazione opposta dal danneggiante.
In ambito di responsabilità contrattuale, nella quale vengono in rilievo anche le cause estintive dell’obbligazione diverse dall’adempimento, e segnatamente quella rappresentata dalla impossibilità della prestazione per causa non imputabile al debitore (artt. 1218 e 1256 cod. civ.) occorre, invero, distinguere, da un lato, la causalità che lega il fatto all’evento (causalità materiale) e quella che lega l’evento lesivo al consequenziale danno (causalità giuridica), dall’altro, quella concernente la possibilità (rectius: impossibilità) della prestazione.
La causalità relativa all’evento ed al danno consequenziale è comune ad ogni fattispecie di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, e caratterizza negli stessi termini, sia in ambito contrattuale che extracontrattuale, gli oneri di allegazione e di prova del danneggiato. Il danno è elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ed essendo l’eziologia immanente alla nozione di danno anche l’eziologia è parte del fatto costitutivo dedotto che l’attore deve provare.
Ciò che piuttosto distingue, ai fini in discorso, la responsabilità contrattuale da quella extracontrattuale è l’emergenza, nella prima, di un secondo ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere.
Questo però acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore.
Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile.
Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all’intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l’intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l’esecuzione esperta dell’intervento chirurgico medesimo.
Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere.
10.2. La doglianza è poi inammissibile nella restante parte la quale attinge un tema di lite (riconoscimento e liquidazione dei pretesi danni patrimoniali e non patrimoniale) evidentemente precluso e assorbito dal rilievo della insussistenza di nesso causale tra gli stessi e la ipotizzata condotta colpevole dei sanitari e, dunque, dell’an della dedotta responsabilità.
11. Merita invece accoglimento il quinto motivo.
La peculiarità della vicenda umana trattata rende ingiustificata la condanna alle spese degli appellanti, non risultando possibile disgiungere la valutazione di soccombenza dalla considerazione della piena legittimità e umana comprensibilità della loro iniziativa processuale al fine dell’accertamento delle cause della grave lesione patita dalla minore e delle relative responsabilità, in presenza dei dubbi giustificati dalla lacunosa annotazione degli eventi verificatisi durante la degenza post-natale.
12. In accoglimento del solo quinto motivo la sentenza impugnata va pertanto cassata esclusivamente in punto di regolamento delle spese processuali; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa può essere su tale punto decisa con l’integrale compensazione delle spese (anche) del secondo grado di giudizio, confermata nel resto la decisione sul merito della lite.
Per analoghe considerazioni si ravvisano i presupposti per l’integrale compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
Non ricorrono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato.
P.Q.M.
accoglie il quinto motivo di ricorso, nei termini di cui in motivazione; dichiara inammissibile il primo e il terzo; rigetta il secondo e il quarto; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; decidendo nel merito, compensa integralmente le spese del giudizio di secondo grado, confermando nel resto la sentenza impugnata.
Compensa integralmente le spese del presente giudizio di legittimità.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, il 23 aprile 2018. Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2018

I LEGAMI FRA BOERI, DE BENEDETTI E SOROS… ECCOVELI QUI

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Grazie ad un nostro attento lettore dalla memoria lunga (Grazie Fabrice) siamo in grado di darvi qualche chicca storica sui legami fra Deb Benedetti, Soros e Boeri

Un pezzo di Verdirami dal Corriere dell Sera di qualche anno fa

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell’ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l’idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l’agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia – commenta Pistelli – si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall’altro capo del telefono o del computer, c’ è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Quindi De Benedetti è in grado di metter in contatto diretto con Soros, con ui ha famigliarità. Del resto l’anello di congiunzione è il banchiere svizzero Edgar de Picciotto che è nel CdA di Quantum Fund , fondato da Soros, ma il cui figlio è stato nel CdA della Olivetti di De Benedetti negli anni 80. Per conoscere in quali affari sia De Picciotto e le sue banche TBA e CBI, cercate sul web….
Non possiamo poi dimenticare che SOROS fu invitato al Festival dell’Economia di trento nel 2012, proprio quando era presidente del comitato scientifico TITO BOERI, che non mancò di invitare, guarda caso, anche DE BENEDETTI.

Trovate in questa pagina l’invito a Debenedetti, e in quest’altra l’intervento di Soros.

Insomma TITO BOERI lavora a braccetto con chi sostiene la “Open Society”, cioè una società “Aperta” si, allo sfruttamento economico ed alla distruzione culturale. Perchè se una nazione vuole svilupparsi in modo autonomo, usando le proprie risorse, allora è “CLOSED”…

Con questo chiudiamo il quadro complessivo che spiega l’intervento di Tito Boeri tramite i suoi collegamenti con Soros e con De Benedetti…
Del resto, parliamo chiaro, è stato De Bendetti a volere all’INPS Boeri, come ricorda bene anche Dagospia…

Potete leggere l’articolo originale QUI.

“REPUBBLICA” BOERI APPOGGIA IL JOBS ACT, NE CHIEDE LA RAPIDA IMPLEMENTAZIONE, ATTACCA I SINDACATI E CHIUDE DICENDO CHE “ORA IL NOSTRO PAESE PUÒ FARCELA A RIPARTIRE”. INTANTO È RIPARTITO LUI!
Il segnale che Renzie voleva è arrivato sulle colonne di “Repubblica” proprio una manciata di giorni prima dell’ultimo consiglio dei ministri dell’anno. Ed è stato un segnale utile, perché ha portato alla nomina di Tito Boeri alla presidenza dell’Inps, non certo un esponente del “Giglio magico”, anzi. Ma com’è nata questa nomina che ha sorpreso un po’ tutti gli addetti ai lavori? E’ nata nelle segrete stanze, ma si è sviluppata su un giornale. Vediamo come.

Nelle settimane precedenti il Natale, in piena battaglia per l’approvazione del Jobs Act, Renzie era molto preoccupato di scoprirsi troppo sul fianco sinistro del proprio schieramento. Di passare per nemico dei lavoratori non gli andava proprio e poi c’era da far mancare in anticipo il terreno sotto i piedi a possibili scissionisti piddini. Per questo, in una conversazione con l’ottuagenario Carletto De Benedetti, il giovane premier ha chiesto la copertura del giornale-partito “Repubblica”.

Da bravo padrone del vapore, il Sor-Genio ha incassato con un sorriso benevolo la richiesta d’aiuto, ma ha subito domandato qualcosa in cambio, seppure con un minimo di eleganza. “Devi anche fare qualcosa di sinistra… – gli ha detto lesto – per esempio nominare uno come Boeri all’Inps”, riferendosi a Tito, l’economista che scrive per Repubblica e non è mai tenero con i governi, non capacitandosi di non essere il ministro dell’Economia.

MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A firenze
MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A FIRENZE
Renzie è rimasto preso in contropiede e ha fatto notare a Cidibbì che Boeri lo ha attaccato varie volte. Lui non avrebbe avuto problemi di principio a nominarlo, ma si sarebbe atteso un segnale pubblico per avere la certezza che Boeri è un tipo affidabile.

Il segnale è arrivato a mezzo stampa il 20 dicembre scorso. Ed è stato un segnale di gran classe. Boeri non si è messo a tessere le lodi sperticate del Jobs Act o, peggio, di Renzie. Sarebbe stato goffo e volgare, con la sua nomina in arrivo “ad horas”. In un articolo intitolato “Perché i giovani si sentono beffati”, Boeri ha semplicemente dato per scontato che la riforma tanto cara a Renzi sia cosa buona e giusta, chiedendo che sia rapidamente accompagnata dai decreti delegati. Un vero pezzo di bravura.

E dopo aver duramente attaccato Cgil e Uil, ovvero i sindacati che si oppongono al premier spaccone, Boeri si lanciava in un’edita professione di ottimismo: “Il nostro Paese può farcela a ripartire (…) La riforma del lavoro potrebbe essere la prima vera riforma del Governo Renzi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione”. Quattro giorni dopo Renzie non he perso l’occasione di nominare Boeri alla guida dell’ente previdenziale. Chissà quanto s’è divertito il Sor-Genio.

2. PERCHÉ I GIOVANI SI SENTONO BEFFATI (BOERI IN GINOCCHIO DA RENZI)
Tito Boeri per La Repubblica – Editoriale del 20 dicembre 2014

Sono state meno 15 per cento rispetto allo stesso mese di un anno prima, in cui si era in condizioni congiunturali ben peggiori. Presumibilmente i datori di lavoro aspettano ad assumere in attesa di capire cosa accadrà. Il governo ha chiesto e ottenuto dal Parlamento un’ampia delega per riformare il nostro mercato del lavoro e adesso ha il dovere di agire per eliminare questa ulteriore fonte di incertezza.

Dovrà varare nella prossima settimana i decreti attuativi se vuole che siano in vigore da metà gennaio, dando un mese di tempo al Parlamento per esprimere la propria opinione. L’augurio è che il consiglio dei Ministri di mercoledì prossimo vari i decreti più importanti: quelli su ammortizzatori sociali, contratto a tutele crescenti ed eliminazione dei contratti maggiormente precarizzanti.

Non possiamo permetterci un rinvio per non peggiorare ulteriormente la gravissima situazione occupazionale. Ma non possiamo neanche permetterci l’ennesima finta riforma, perché è nella ripresa del nostro mercato del lavoro che si giocano le prospettive di ripresa dell’economia italiana nel 2015.

Da troppo tempo i giovani nel nostro Paese vengono presi in giro. Abbiamo avuto 5 governi negli ultimi 7 anni che hanno promesso di «farla finita con il precariato giovanile » (governo Prodi), «dare priorità all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro» (Berlusconi), «scommettere sui giovani» (Monti), «aiutare le aziende ad assumere i giovani» (Letta).

Da quando si sono spese queste nobili parole la disoccupazione giovanile è passata dal 20 per cento a quasi il 45 per cento. Adesso è il momento di agire. Se vogliamo una riforma vera, bisogna eliminare o fortemente scoraggiare l’utilizzo di contratti come le associazioni in partecipazione, i contratti a progetto o le collaborazioni coordinate e continuative per rapporti di lavoro alle dipendenze.

Il nuovo contratto a tutele crescenti non vuole nascere come un prolungamento di contratti precari. Contestualmente alla riforma dei contratti a tempo indeterminato per i nuovi assunti, bene perciò ridurre la durata massima dei contratti a tempo determinato (ad esempio da tre anni a due) e prevedere meno proroghe sullo stesso posto di lavoro di quanto previsto dal decreto Poletti.

Il nuovo contratto a tempo indeterminato dovrebbe partire fin da subito con tutele crescenti, senza periodo di prova. In principio, la conta dei mesi di esperienza sulla base dei quali si calcolano le compensazioni in caso di licenziamento dovrebbe partire dalla data di prima assunzione, contratto a tempo determinato incluso. Non vogliamo che tra co.co.pro, contratti a tempo determinato e periodo di prova, il giovane passi attraverso un cursus honorum ( forse meglio parlare di forche caudine) lungo sei anni.

E bene che le tutele crescano gradualmente con l’anzianità aziendale, evitando discontinuità che potrebbero spaventare i datori di lavoro, incoraggiandoli a interrompere un rapporto anche quando questo ha grandi potenzialità.

Oggi, come documentano anche recenti studi dell’Ocse, c’è un tappo alla crescita delle imprese attorno alla soglia dei 15 dipendenti e le imprese più grandi ricorrono maggiormente ai contratti temporanei delle imprese più piccole, alimentando così un turnover più elevato delle imprese minori.
Per togliere il tappo alla crescita dimensionale delle imprese e per ridurre l’abuso dei contratti temporanei, bene che tutti i lavoratori passino alla nuova normativa non appena l’impresa supera la soglia dei 15 addetti. Si avrà comunque un rafforzamento delle tutele dei lavoratori la cui impresa cresce e si darà un potente stimolo ai datori di lavoro ad aumentare il numero di dipendenti.

La riforma degli ammortizzatori si propone di estendere le tutele a chi oggi non è coperto. Vedremo se sarà così nei fatti, a partire dalle risorse messe a disposizione, dato che, di quelle elencate, è l’unica riforma che non sia a costo zero per le casse dello Stato.

Cgil e Uil ieri hanno minacciato di reagire alle tutele crescenti con delle “lotte crescenti”. Ma cosa c’è di crescente dopo uno sciopero generale? La rivoluzione? Viene da chiedersi a vantaggio di chi vada questa radicalizzazione del sindacato. Rischia di concentrarsi sempre di più nel pubblico impiego e di abbandonare i giovani e il settore privato. I dati delle indagini campionarie questo ci dicono: negli ultimi 10 anni, il sindacato ha perso un iscritto su cinque fra chi ha meno di 35 anni, è diminuito del 15% al di fuori del pubblico impiego, rafforzandosi lievemente solo fra chi ha più di 65 anni.
Come si può pensare di reclutare fra chi non ha mai avuto diritto a un sussidio di disoccupazione e a una compensazione del proprio datore di lavoro, essendo stato di fatto licenziato fino 50 volte in meno di dieci anni? Come si fa a parlare di tutela di diritti a chi se li è visti sistematicamente calpestare in nome di quelli degli altri? Mentre lamenta la rottamazione dei diritti, il sindacato rischia di rottamarsi con le sue stesse mani. Sarà un caso, ma due segretari confederali su tre hanno cambiato mestiere negli ultimi mesi.

Il nostro Paese può farcela a ripartire. Coi tassi di interesse a lungo termine attuali, scesi da tempo ai livelli degli Stati Uniti, sono soprattutto i problemi di natura strutturale, quelli legati al funzionamento del nostro mercato del lavoro in primis, che impediscono all’economia italiana di ripartire. La riforma del lavoro potrebbe essere la prima vera riforma del Governo Renzi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione, soprattutto ora che Spagna e Portogallo hanno cambiato i regimi di contrattazione, rendendoli più attrattivi per la grande impresa.

Festival dell’Economia di Trento 2012boeri-soros

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Cicli di vita e rapporti tra generazioni
dal 31 maggio al 3 giugno a Trento e Rovereto
Anteprima a Bari il 19 maggio

Il Festival dell’Economia di Trento, giunto alla sua settima edizione, si conferma come l’appuntamento dell’anno per il dibattito e la discussione delle grandi questioni del nostro tempo. Dal 31 maggio al 3 giugno economisti, giuristi, imprenditori, politici, sociologi, filosofi si confrontano su un tema cruciale per le scelte di politica economica: Cicli di vita e rapporti tra generazioni. Anche quest’anno anteprima fuori casa.
Il 19 maggio il Festival si trasferirà per un giorno a Bari dove ci saranno due appuntamenti sul tema Giovani, creatività e impresa. I dettagli nel programma.

«La crisi ? come scrive Tito Boeri, responsabile scientifico del Festival ? è destinata a lasciare cicatrici profonde nelle generazioni che si sono trovate, loro malgrado, ad entrare nel mondo del lavoro in questi frangenti. Gli eventi negativi lasciano spesso tracce persistenti nei comportamenti degli individui, ne pregiudicano carriere, i tempi con cui costruiscono una famiglia, li espongono a futuri rischi di disoccupazione, possono avere effetti anche a molti anni di distanza sulla loro salute. Il rischio è di avere intere generazioni di perdenti anche perché la crisi ci lascerà in eredità anche un alto debito pubblico i cui oneri finiranno per gravare come un macigno sulle generazioni che iniziano oggi a lavorare.» Il tema cruciale dei rapporti tra generazioni si traduce nella ricerca di un sistema che sappia da un lato valorizzare la longevità e dall’altro offrire opportunità ai giovani. Insomma – riflette ancora Boeri – «la Grande Recessione e poi la crisi del debito hanno aperto, non solo in Italia, una grande questione giovanile e una grande questione degli anziani. I primi hanno seri problemi ad entrare nel mercato del lavoro e a iniziare il loro ciclo di vita. I secondi faticano a chiuderlo serenamente perché hanno seri problemi di liquidità verso la fine della loro esistenza.»È davanti agli occhi di tutti la delicatezza di questo particolare momento storico, non solo per il nostro paese, ma per tutta l’economia mondiale. E Trento si conferma un appuntamento irrinunciabile dove mettere a confronto, analisi, prospettive e possibili soluzioni. La qualità del dibattito è come sempre testimoniata dall’altissimo livello degli ospiti del Festival, che vede anche quest’anno un ricco calendario di incontri. I premi Nobel sono di casa. Quest’anno saranno in tre: Christopher Pissarides e Dale T. Mortensen, Premi Nobel per l’Economia 2010 che illustreranno gli effetti della recessione sul mercato del lavoro; Eric S. Maskin Premio Nobel per l’Economia nel 2007 che spiegherà perché tendiamo a scaricare sulle generazioni future decisioni rilevanti di natura economica. Tanti gli economisti internazionali, tra gli altri Barry Eichengreen, tra i massimi esperti del sistema monetario; Olivia S. Mitchell tra le maggiori esperte di sistemi pensionistici e assicurativi; Thomas Piketty, docente di Economia alla Paris School of Economics, tra i massimi analisti dell’interazione tra sviluppo economico e distribuzione del reddito e della ricchezza; Adair Turner, presidente della Financial Services Authority del Regno Unito, un’economista che si divide tra business, politica economica e ricerca universitaria.

Numerosi gli ospiti protagonisti del dibattito economico e politico nazionale. Parteciperanno ai diversi incontri fra gli altri: Susanna Camusso, Segretario generale della CGIL, Corrado Clini ministro dell’Ambiente, Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e Trasporti, Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marco Rossi Doria e Elena Ugolini, sottosegretari al Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. Come ha sottolineato Boeri “si parlerà molto anche di ingresso nel mondo del lavoro e di formazione sul posto di lavoro. Verranno esaminati inoltre i patti intergenerazionali informali, così importanti nel campo dell’assistenza alle persone non autosufficienti, dai genitori che aiutano i figli nella cura dei nipoti soprattutto quando mancano gli asili nido, ai figli che assistono i loro genitori. Perché c’è un patto intergenerazionale anche in molte scelte all’interno della famiglia. E sono quasi sempre le donne che si devono prendere cura dei genitori e dei suoceri, sottraendo tempo al proprio lavoro, alla propria realizzazione professionale e, dunque, ritoccando all’ingiù le loro pensioni future”.

Come Testimone del tempo del tempo giovedì 31 maggio apre Carlo De Benedetti che ci racconterà come si è trasformato il mercato del lavoro in Italia negli ultimi cinquant’anni e come sono mutati meccanismi di selezione della classe dirigente, a partire dal management delle grandi imprese. Venerdì 1 giugno Testimone del tempo sarà la figura del maestro di scuola, da sempre cerniera fra diverse generazioni. Non solo. La scuola tutta riceverà una particolare attenzione in questa edizione del Festival. Sabato 2 giugno sarà, invece, la volta di due magistrati in prima fila nella lotta al crimine organizzato. Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, e Michele Prestipino, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, risponderanno alle domande di Gaetano Savatteri sui rapporti tra generazioni all’interno delle cosche mafiose. Come ogni anno tante le voci di autorevoli economisti, tra gli altri Orazio Attanasio, Alberto Bisin, Pietro Garibaldi, Andrea Ichino, Annamaria Lusardi, Michele Polo, Lucrezia Reichlin, Salvatore Rossi, Pier Luigi Sacco, Michele Salvati.

Il Festival ha la sua forza anche per la partecipazione di personalità che vengono da esperienze diverse e portano il loro punto di vista nel dibattito economico. Per citare solo qualche nome: Andrea Beltratti, Paolo Bertoluzzo, Remo Bodei, Andrea Carandini, Gianluca Comin, Ilvo Diamanti, Oscar Giannino, Gustavo Pietropolli Charmet, Alessandro Profumo, Federico Rampini, Chiara Saraceno, Pierluigi Stefanini, Silvia Vegetti Finzi, Pierluigi Stefanini. Confermati tutti format: Pro e contro, Parole chiave, Alla frontiera, Visioni, Focus, Dialoghi, Intersezioni. Lo stesso vale per gli “Incontri con l’autore” a cura di Tonia Mastrobuoni, dove partendo dai libri si affrontano grandi temi dell’ economia e della politica con intellettuali e protagonisti del dibattito pubblico.

Festival dell’Economia di Trento

Responsabile scientifico: Tito Boeri

Comitato Promotore: Provincia autonoma, Comune e Università degli Studi di Trento

Progettazione: Editori Laterza, in collaborazione con Gruppo 24 Ore e Comune di Rovereto

Partner: Intesa Sanpaolo

Main sponsor: Gruppo Dolomiti Energia, Fiat S.p.A.,Vodafone Italia

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SOROS E LA CRISI: “TUTTA COLPA DELLA GERMANIA”

“L’intransigenza della Germania e di Angela Merkel sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea”. Senza mezze parole, George Soros, vero ‘guru’ della finanza speculativa, attacca la cancelliera tedesca.

Lo fa dal festival dell’Economia di Trento, dove il miliardario di origine ungherese è stato invitato per una lectio magistralis sull’economia internazionale.

Ma più che ‘economia internazionale’ Soros ha parlato di economia europea, definendo l’Ue un “oggetto fantastico” messo a rischio “dai creditori, dalla Germania di Angela Merkel e dalla Bundesbandk”. Unione europea che venne fondata “sui principi della società aperta, democratica, pluralista e rispettosa dei diritti umani i cui nodi ora sono venuti al pettine”.

Quali i motivi? Semplice. Per il finanziare ungherese-statunitense la causa della crisi risiede nel fatto che “all’integrazione monetaria non ha fatto seguito una vera e propria integrazione politica”.

Soros come Obama – La frenata crescita mondiale? “Colpa della crisi in Europa”. Così Barack Obama, venerdì, ha chiosato ad alcune domande dei cronisti durante la tappa in Minnesota del ‘tour’ per la sua campagna elettorale. E, come Obama, anche Soros ritiene che sia stato proprio il crollo dell’economia in Europa la causa della frenata dell’economia mondiale. E non invece che sia stata la bolla speculativa statunitense a far precipitare l’Europa in una crisi ad oggi incontrollata.

L’Unione europea, chiamato da Soros “quell’oggetto fantastico”, ha funzionato in un primo momento “perchè i tedeschi erano alle prese con l’unificazione e ha avuto la massima realizzazione con il trattato di Maastricht. Ma il giocattolo si è rotto quando si è capito che i tedeschi non erano disposti a condividere l’eccessivo indebitamento con gli altri paesi europei”.

Da qui, ‘la ricetta’ di Soros. Una ricetta tutta tedesca, che solo Angela Merkel potrebbe preparare: “Un sistema comunitario a copertura dei depositi delle banche per impedire la fuga dei capitali dall’Eurozona”. I tempi – Tempi stretti, però, per Soros: “Abbiamo tre mesi di tempo per invertire la rotta”.

Per Soros infatti “il rischio default della Grecia sarebbe la prima avvisaglia del baratro”. Un baratro dal quale “non si salverebbe nemmeno Berlino”. Il motivo è semplice: “Un ritorno del marco ‘pesante’ penalizzerebbe le esportazioni tedesche”.

Ingabbiato dai conti

Il sottosegretario M5S all’Economia Castelli parla di “manovrina”, il reddito di cittadinanza si allontana. Dopo il nodo coperture sul dl Dignità, per Di Maio si fa dura. Cari Salvini e Di Maio,dopo la parziale affermazione di Conte a Bruxelles,l’immigrazione continuerà. A Roma,è sempre la squadra di Padoan (FMI) a condizionarvi dai ministeri della spesa.Ogni promessa del contratto passa,perciò,per il dicastero guidato da Tria. Bocciate al centro.

L’estenuante negoziato affrontato da Giuseppe Conte al Consiglio europeo sui migranti è solo l’antipasto. Quello più importante per onorare la lunga e costosa sequela di promesse contrattuali – ma ancora tutto da intavolare – viene per il momento celato dalle ripetute e roboanti dichiarazioni dei due vicepremier, concentrati in queste ore più ad alimentare le aspettative che non a soddisfarle. Ma la sua eco arriva anche a Bruxelles, mentre Conte è intento a rispondere alle domande dei giornalisti sulle conclusioni Ue in tema di migranti: “Manovra correttiva? Vedremo, fatemi parlare con il ministro dell’Economia e gli altri ministri, non sarei serio a rispondere ora”, ha detto il premier.

A ritirare fuori il tema manovra bis è stata Confindustria due giorni fa, parlando della possibilità di un intervento da circa 9 miliardi. “Fantasie”, le ha bollate il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Poche ore prima il sottosegretario all’Economia Laura Castelli (M5S) era di ben altro avviso: “Manovra correttiva? Non lo so, perché la verità è che pare di sì, ma ancora non ci sono delle informazioni così chiare. Se ci sarà la necessità di fare una manovra correttiva noi ovviamente saremo in grado di farla”.

Mentre il ministro per il Sud Barbara Lezzi, anche lei grillina, ha rilasciato a Radio1 una dichiarazione che è un po’ come mettere le mani avanti: “Sappiamo bene cosa significa ereditare dei conti sfasciati come quelli che abbiamo. Ricevere eredità così pesante ci farà agire in maniera più responsabile. Non possiamo inserire tutte le nostre proposte nella prossima legge di bilancio, ci siamo dati una scadenza di cinque anni di legislatura. Affronteremo pian piano le priorità”.

Se da un lato i leader politici del Governo, Di Maio e Salvini, continuano a tener vive con cadenza quotidiana le costose promesse, dalla flat tax al reddito di cittadinanza fino alla Fornero, dall’altro c’è chi misura minuziosamente le parole senza sciogliere i leciti dubbi su come si possano conciliare le costose promesse di cui sopra e le sue dichiarazioni improntate alla responsabilità e alla concertazione in sede europea: il ministro dell’Economia Giovanni Tria per ora ha rimandato ogni decisione alla stesura della nota di aggiornamento al Def, prendendo così tempo sulle sue prossime mosse. Per ora i tecnici del suo ministero (quasi tutta la squadra di Padoan è rimasta al suo posto) hanno “placato” il vicepremier Di Maio nella stesura del decreto Dignità, slittato per l’occasione al Cdm di lunedì per il più classico dei nodi: le coperture. Il pacchetto fiscale salvo sorprese verrà riscritto in una versione più light, con un probabile intervento sullo split payment solo per i professionisti e un rinvio della cancellazione dello strumento legato all’entrata in vigore della fatturazione elettronica per tutti. Anche le misure per contrastare il gioco d’azzardo con lo stop alla pubblicità apportano un minor gettito, così come spesometro e redditometro.

Se reperire le risorse per un provvedimento con un impatto economico modesto come il dl Dignità è arduo, figurarsi per le altre misure contenute nel contratto. Sulla scia dei dati sulla povertà rilasciati dall’Istat, Di Maio è però tornato alla carica all’assemblea di Confartigianato assicurando che il reddito di cittadinanza “si farà subito, ci sto lavorando notte e giorno”. È noto che sul fiore all’occhiello delle proposte M5S ci sia da giorni un tira e molla con il ministero dell’Economia. Perché Tria è restio ad assumere impegni prima di avere un quadro completo dei suoi margini d’azione, da concordare per forza di cose in sede europea. E per il 2018 ha lasciato la porta aperta solo a misure “a costo zero”, e non è certo il caso del reddito di cittadinanza.

Il ministro grillino dei Rapporti con il Parlamento Fraccaro crede che “i fondi per realizzare il progetto di governo siano in gran parte da trovare ai tavoli europei, non solo all’interno del bilancio dello Stato”. Ai tavoli europei Tria ci è arrivato ereditando dal suo predecessore Padoan uno scostamento dall’obiettivo per l’anno in corso sull’aggiustamento strutturale del deficit. “L’Italia proverà a rispettare l’impegno a ridurre l’indebitamento netto strutturale di 0,3 punti di Pil nel 2018 ma la Commissione europea già si aspetta deviazioni per l’andamento meno favorevole della congiuntura rispetto alle previsioni”, aveva detto Tria alla fine dell’Ecofin in Lussemburgo una settimana fa. L’audizione del ministro in Commissione Bilancio di Camera e Senato martedì prossimo sarà certamente una buona occasione per fare chiarezza sulle linee programmatiche che intende seguire.

È indubbio però che in queste prime settimane del Governo del Cambiamento, ancora a secco di decreti licenziati in Cdm, si sia registrato uno scarto di incisività tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un po’ per l’avventato e quotidiano ricorso a dichiarazioni fragorose o ad atti unilaterali (come la chiusura dei porti alle Ong) ma a costo zero del secondo con l’ormai chiaro e proficuo intento di mettere in ombra gli alleati; un po’ per la fisiologica difficoltà del primo a dare immediato seguito alle sue promesse: guidando ministeri di spesa, ogni sua mossa non è affatto a gratis e va perciò concertata con il dicastero guidato da Tria, il vero rebus di questo governo.

TG e media di regime nascondono la verità agli italiani sullo spread

Spuntano carte e prove bollenti, crolla l’impero di Napolitano:
Alla sbarra i responsabili del crollo finanziario dell’Italia, per favorire il commissariamento del paese con la regia di Giorgio Napolitano? La prima banca tedesca, Deutsche Bank, con alcuni dei suoi ex top manager è indagata dalla Procura di Milano per la mega-speculazione in titoli di Stato italiani effettuata nel primo semestre del 2011. Operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i Btp e i Bund tedeschi e a creare le condizioni per dimissioni del governo Berlusconi, a cui subentrò l’esecutivo di Mario Monti, con in tasca la ricetta “lacrime e sangue” per l’Italia, dalla legge Fornero sulle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione. Secondo l’“Espresso”, che ricostruisce la vicenda svelandone i dettagli, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato, avvenuta attraverso operazioni finanziarie finite sotto la lente dei pm per un totale di circa 10 miliardi di Affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico cominciava a minacciare altri paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, scrive Marcello Zacché sul “Giornale”.

A onor del vero, scrive Zacché, l’indagine sul gruppo bancario di Francoforte è vecchia di due anni, avviata dalla Procura pugliese di Trani (già attivasi in altri procedimenti finanziari come per esempio quello contro le agenzie di rating). E nel Napolitanosettembre scorso è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini, con i magistrati pugliesi pronti a chiedere il rinvio a giudizio di cinque banchieri che guidavano il gruppo nel 2011 (tra cui l’ex presidente Josef Ackermann e gli ex ad Anshuman Jail e Jurgen Fitschen) e della stessa Deutsche Bank. Poi però non se n’era saputo più nulla. Ora invece si apprende che l’indagine è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della banca. «Come noto – ricorda il “Giornale” – la vicenda riguarda la forte riduzione negli investimenti in titoli di Stato italiani avvenuta nei primi sei mesi del 2011, quando Deutsche Bank smobilitò 7 dei circa 8 miliardi dei Btp che deteneva, comunicando tutto soltanto il 26 luglio». Una notizia bomba, tanto che il “Financial Times” titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’Eurozona». Ora l’indagine che i pm milanesi hanno riaperto ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca. E, secondo l’accusa, emergerebbe che già alla fine dello stesso mese di luglio del 2011, Deutsche Bank aveva ripreso a comprare Btp (per almeno due miliardi) senza annunciarlo, mentre altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano posseduti da un’altra società tedesca acquisita nel 2010 dalla stessa mega-banca. Il 26 luglio, dunque, «Deutsche Bank comunicò le vendite avvenute entro il 30 giugno, ma non gli acquisiti successivi», avendo quindi «venduto prima del crollo dei prezzi, e ricomprato dopo». Una speculazione «che sembra aver fatto perno sulla crisifinanziaria italiana, causandone poi anche quella politica». Mario Monti, incaricato da Napolitano, ha così avuto modo di fare quello che i “mercati” (la Germania) chiedevano da tempo: demolire la domanda interna del paese, il cui Pil è crollato di colpo del 10% insieme alla produzione industriale, calata vertiginosamente del 25% aprendo la porta all’acquisto, a prezzi di saldo, di alcune tra le migliori firme del made in Italy.

Forza Italia a un bivio: o cambia tutto (proprio tutto) o si consegna a Salvini

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Chi evoca lo «choc» e chi spera nel «miracolo». La Forza Italia ancora intontita dall’escalation di Matteo Salvini è oggi un luogo a metà tra un’infermeria e una sagrestia. Ma sia che si cerchi il guaritore o si pensi a un taumaturgo, il nome invocato è sempre uno: Silvio Berlusconi. Da quelle parti è così. Cascasse pure il mondo, il rimedio è sempre il salto all’indietro, all’intuizione del ‘94, al mito del partito liberale di massa inteso come prateria in cui far galoppare le pulsioni della sempre buona società civile. È la conferma, l’ennesima, della scarsa familiarità degli “azzurri” con la politica e della loro refrattarietà a praticare al proprio interno il primo e più semplice principio di un movimento liberal-democratico: la contendibilità della leadership. Mai un congresso, mai le primarie. Il leader è inamovibile in quanto infallibile. Se le cose vanno male è perché non c’è. E quando non vanno pure in sua presenza, è solo perché è mal consigliato. Il coro interno non ammette stecche né controcanti. Chi solo osa produrre un guizzo, uno svolazzo creativo capace di spettinarne il conformismo è costretto a migrare (vero, Fitto?) o a all’abiura (vero, Toti?). Nessuno, beninteso, dice che bisogna mettere in discussione il Cavaliere, ma solo che non dev’essere vietato farlo. Il tema del rilancio di Forza Italia passa proprio da qui, cioè dalla consapevolezza che anche i grandi leader non sono eterni e che la successione è un meccanismo complesso, tanto doloroso quanto necessario. Lo sa anche la dirigenza, ma al coraggio delle posizioni preferisce l’applauso codino e consolatorio. Avanti di questo passo e rischia seriamente di essere ricordata come l’unica nomenclatura di stampo nordcoreano senza occhi a mandorla. L’alternativa al coraggio è il vivacchiamento in attesa della soluzione geniale o dell’ennesimo coniglio estratto dal cilindro. Ma è come condannarsi all’irrilevanza. E all’orizzionte c’è Salvini. Che ha vento in poppa e commercio avviatissimo.

“Andare oltre o scomparire”: la destra politica a convegno a Roma

Sarà un confronto «senza reti e senza schemi prestabiliti» quello sul destino della destra politica italiana organizzato a Roma da una serie di movimenti e associazioni d’area. Il presupposto, come spiegato dagli organizzatori, è che questa famiglia politica, con le sue diverse espressioni, è «posta oggi di fronte ad un bivio drammatico: “Andare oltre o scomparire”». E proprio “Andare oltre o scomparire” è il titolo del convegno, che si terrà a Roma, giovedì 21 giugno, nella “Sala meeting Hespresso”, in via Genova 14.

Organizzato su iniziativa del Movimento nazionale sovranista, di Azione Popolare, di Pronti per il Sud, di Mezzogiorno Nazionale e La Nostra Destra, l’incontro sarà animato da esponenti della destra di governo come Gianni Alemanno, Mario Landolfi, Adriana Poli, Roberto Menia, Silvano Moffa e Pasquale Viespoli. Vedrà inoltre la partecipazione, tra gli altri, di Gennaro Malgieri, Giorgio Conte, Massimo Corsaro, Elena Donazzan, Silvia Pispico, Marcello Taglialatela, Daniele Toto e Vincenzo Zaccheo.

«Obiettivo dichiarato – spiegano i promotori – lanciare un patto federativo della destra diffusa a livello territoriale e/o civico, per contribuire al superamento dell’attuale centrodestra, con la riaffermazione dei valori di unità e sovranità nazionale».

Ma Casapound, Forza Nuova e L’Italia Agli Italiani non si sentono chiamati. Sono già andati oltre?