VITALIZI, COSÌ IL BLUFF DI FICO E DI MAIO HA INGANNATO I PENSIONATI ITALIANI

Questa dei fanfaroni, ma furbi, a 5 stelle va letta bene.

lunedì 18 marzo, di Francesco Storace

Alla fine della fiera il bluff di Fico e Di Maio sui vitalizi degli ex parlamentariha ottenuto l’effetto di ingannare i pensionati italiani. Un’autentica beffa che lascia nella cassa della Castaquello che c’era anche prima. Ecco che cosa hanno combinato i chiacchieroni a cinque stelle.

I più attenti al dibattito che si era sviluppato attorno al tema prima dell’entrata in vigore del taglio lo ricorderanno. Dissero i grillini: “Faremo come Robin Hood”. E si sentiva il rullare di tamburi dalla curva dei social, pronti a rilanciare ogni sciocchezza proveniente dai parlamentari pentastellati.

Hanno promesso il nulla

La promessa era questa: taglieremo i vitalizi, toglieremo i soldi agli ex deputati e agli ex senatori (e agli ex consiglieri regionali) per restituirli ai pensionati italiani. Pur ammettendo che la misura sarebbe stata simbolica rispetto al numero degli italiani che hanno smesso di lavorare, la proposta aveva il suo fascino.

Ma finora la promessa è stata un bluff. Se le cifre che ci hanno raccontato sono vere, con i tagli entrati in vigore dal primo gennaio scorso, le somme che via via si andranno ad accantonare tra Camera e Senato assommano – dicono alcuni – a circa mezzo miliardo di euro.

Ma  neanche un centesimo va a finire in tasca agli “altri” pensionati. Il risultato è che hanno reso più poveri gli ex parlamentari ottantenni, quelli con i contributi più bassi, e non hanno alzato con quei soldi le pensioni di chi ha meno. Perché i quattrini sottratti alla cosiddetta casta con le delibere retroattive sono rimasti nelle casseforti della casta per i convegni di Camera e Senato.

Non hanno abolito nulla

Già perché per finalizzare quelle somme ci vuole una legge. Ma avrebbero dovuto fare prima e proprio per legge il ricalcolo contributivo dei vitalizi – perché non lihanno aboliti affatto – e invece hanno preferito una delibera che molti definiscono pasticciata e i presidenti delle Camere e relativi uffici di presidenza adesso temono i ricorsi.

Chi scrive ha detto no al vitalizio regionale e non ha presentato alcun ricorso per il taglio della pensione parlamentare, giacché in molti c’è consapevolezza della necessità di una misura di carattere sociale per le persone più svantaggiate. Ma qui si sono ammucchiati quattrini che restano alla Camera e al Senato e che non vanno ai più poveri.

Ed è un imbroglio partorito da Di Maio e Fico, che si sono messi a festeggiare qualcosa che non torna al popolo italiano come pure avevano promesso.

Il rischio concreto che si corre è che le delibere dei due rami del Parlamento possano venire impugnate, annullate, stracciate in sede giurisprudenziale. E i giocatori di poker sulla pelle della gente comune strilleranno “non ce l’hanno fatto fare”. Ma in realtà lo sapevano benissimo, perché messi sul chi vive da chi conosce il diritto. Puoi – se puoi – anche agire retroattivamente ma non devi mai superare il limite della proporzionalità del taglio.

E quando agisci in maniera smisurata vuol dire che stai procedendo con dolo. E se lo fai su una materia così sensibile vuol dire che sta abusando della credulitàpopolare. Così hanno ingannato gli italiani. Promettendo quello che si sono tenuti a Montecitorio e a Palazzo Madama.

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Uccidiamo il Pil: ecco perché bisogna cambiare il modo in cui misuriamo la ricchezza delle nazioni

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Come si misura la produzione nazionale se un’azienda è registrata in un paese, ma fabbrica prodotti in un altro e paga le tasse in un altro ancora? La rivoluzione tecnologica (e soprattutto Internet) hanno cambiato le regole dell’economia. E così sono caduti tutti i riferimenti conosciuti

SONNY TUMBELAKA / AFP da LINKIESTA

L’imperativo della nostra economia è la crescita – continua, inarrestabile, vertiginosa. La realtà è molto diversa da quella raccontata dal Pil: trasformare l’economia in una gara a chi produce di più ha portato a conseguenze disastrose, alla devastazione dell’ambiente, allo sfruttamento di mezzo mondo, alla disoccupazione di massa; in una parola, all’infelicità. Con “L’illusione della crescita” David Pilling ci propone un’idea straordinariamente semplice e rivoluzionaria: le nazioni non devono scegliere tra la ricchezza e la felicità, l’una non esclude l’altra. Con un vero e proprio viaggio intorno al mondo Pilling si mette sulle tracce di nuovi parametri per calcolare e definire il concetto di ricchezza. Con proposte che spaziano dall’inserire nel bilancio di una nazione il valore delle risorse naturali al calcolare gli indici di felicità dei suoi abitanti, David Pilling consegna nelle nostre mani il libro che, se solo lo vorremo, potrà diventare il testo sacro per il nostro futuro.

Pubblichiamo il quinto capitolo di L’illusione della crescita. Perché le nazioni possono essere ricche senza rinunciare alla felicità di David Pilling (Il Saggiatore): “La rete ha rubato il mio Pil”

È una serata fredda e piovosa a New York. Siete nel vostro appartamento ad ascoltare jazz contemporaneo su Spotify, quando improvvisamente venite colti dal desiderio di sfuggire ai rigori dell’inverno per un weekend in Bassa California, un posto che volete visitare da quando un’entusiastica recensione su TripAdvisor ha attirato la vostra attenzione. Aprite il portatile e iniziate a cercare. Su skyscanner.com digitate gli aeroporti jfk e San José del Cabo, inserite le date del prossimo fine settimana e selezionate. Solo voli diretti. Nel giro di pochi minuti avete fornito gli estremi della vostra carta di credito e prenotato l’opzione più economica a disposizione.

La tappa successiva è Airbnb per trovare un alloggio. Dopo qualche ricerca vi imbattete in un appartamento dentro un condominio davanti al mare a un prezzo ragionevole, con quella che sembra una vista spettacolare sull’oceano. Vi collegate anche al vostro account Airbnb, per assicurarvi che chiunque guardi sappia che il vostro appartamento di Brooklyn sarà disponibile per il prossimo fine settimana. Infine, vi cautelate con qualche assicurazione online, nel caso qualcosa andasse storto. Il giorno stesso della partenza, andate sul sito web della compagnia aerea, inserite gli estremi del vostro passaporto, selezionate un posto accanto al corridoio, fate il check in e stampate la carta d’imbarco. Poi prenotate un taxi con Uber e vi accomodate sul sedile posteriore, diretti all’aeroporto. Finalmente un po’ di riposo: ve lo meritate, dopo tutta quella fatica. L’economia digitale ha reso sfumata la distinzione fra lavoro, tempo libero e faccende domestiche, spostando quello che chiamiamo «confine della produzione», fra le attività che conteggiamo e quelle che non conteggiamo, e rendendo il compito di misurare l’economia più difficile che mai. Da decenni le economie avanzate sono più incentrate sui servizi che sull’industria manifatturiera, ma nell’era di Internet questa tendenza verso l’etereo e il non calcolabile si è esacerbata. Will Page, direttore degli studi economici di Spotify, il servizio di streaming musicale svedese, afferma: «Il Pil è diventato uno strumento assolutamente inadatto al suo compito» perché «in origine era stato progettato per misurare beni materiali tangibili, che nell’economia moderna sono sempre meno rilevanti».

Quando sono andato a trovare Page negli uffici londinesi di Spotify – open space, frigo bar con bevande a disposizione, sala giochi d’ordinanza – mi sono dovuto stampare da solo il tesserino identificativo e attaccarmelo sul bavero, un compito che una volta sarebbe stato svolto da un addetto alla reception. «L’obiettivo delle aziende di tecnologia dirompenti, statisticamente parlando, è ridurre il Pil» mi ha detto Page quando l’ho trovato che si aggirava per uno dei corridoi. «Eliminare i costi di transazione, che vengono misurati, e sostituirli con la praticità, che non viene misurata. L’economia si contrae, ma tutti stanno meglio. Gran parte di quello che sta facendo la tecnologia oggi è distruggere ciò che non è necessario; il risultato è che avremo meno economia, ma più benessere.»

Dal punto di vista dell’economia, stava dicendo che Spotify e aziende simili sono come la materia oscura: invece di pompare fuori Pil, lo risucchiano e lo fanno sparire. Eppure forniscono un servizio valido, che le persone sono disposte a pagare. Quale sia l’effetto che tutto questo produce sulla nostra economia, misurata secondo i sistemi tradizionali, è un argomento complesso e che suscita forti polemiche. Per questo vale la pena scomporlo in diversi filoni.

Il primo è la questione della produzione domestica. Abbiamo visto che lavare i vestiti dei vostri figli o cucinare la cena per Adam Smith non sono considerate attività economiche. Ma stamparsi da soli la carta d’imbarco? Oppure, come ho dovuto fare io l’altro giorno, attaccarsi da soli l’etichetta sul bagaglio in aeroporto e spedirlo al suo destino lungo il nastro trasportatore? (La prossima volta ci toccherà pilotare l’aereo.) Fino a poco tempo fa queste attività sarebbero state eseguite da un addetto stipendiato del personale di terra e sarebbero state conteggiate nelle statistiche economiche. Ora queste mansioni sono state esternalizzate (a voi). Dal punto di vista dell’economia misurata, sono svanite.

Anche il lavoro che avete appena fatto per prenotare il vostro favoloso weekend in Messico una volta sarebbe stato eseguito da un impiegato retribuito. Per usare la terminologia della contabilità nazionale, si è spostato al di fuori del confine della produzione. Dal punto di vista dell’attività economica misurabile, stampare la propria carta d’imbarco equivale a grattarsi il naso: assolve a uno scopo, ma non fa più parte di ciò che chiamiamo economia. Ora la compagnia aerea non ha bisogno di un addetto alle prenotazioni e la società di taxi non ha bisogno di nessuno che riceva le chiamate e invii un’auto. D’altra parte, come succede ogni volta che c’è un progresso tecnologico, si spera che l’addetto alle prenotazioni e quello che smista i taxi trovino un lavoro più produttivo in un altro campo. C’è un altro modo in cui l’attività economica – anche quella intercettata dai parametri di misurazione convenzionali – viene incrementata: dal momento che la compagnia aerea in questo modo risparmia denaro, può ridurre le tariffe oppure pagare ai suoi azionisti dividendi maggiori, visto che realizza profitti più alti. In entrambi i casi, qualcuno avrà più soldi in tasca da spendere per i consumi, e questo dovrebbe far aumentare la crescita.

Il secondo filone è la tendenza dei prezzi a scendere verso lo zero. Ricordo le chiamate internazionali di mio padre da Londra, ai tempi in cui vivevo in America, negli anni ottanta. La conversazione andava sempre allo stesso modo: «Non posso trattenermi a lungo» sbraitava mio padre dall’altra parte della linea gracchiante. «Mi sta costando una fortuna.» Praticamente tutta la conversazione verteva sul fatto che la chiamata gli stava costando un occhio della testa e che presto avrebbe dovuto riattaccare; le telefonate intercontinentali erano stressanti e insoddisfacenti. Al giorno d’oggi, se c’è una connessione Internet, le persone possono comunicare gratuitamente per un tempo illimitato. Servizi come FaceTime e Google Hangouts permettono anche di vedersi in tempo reale. La gente può navigare su Facebook e chattare con gli amici, può inviare messaggi su Twitter (particolarmente utile se siete stati eletti a una carica importante) o cercare informazioni su Wikipedia (idem). Wikipedia, che teoricamente può mettere a disposizione di chiunque abbia una connessione Internet tutto lo scibile umano, è valutata esattamente zero. Com’è possibile che cose così straordinarie non costino nulla? Significa forse che gran parte di ciò che apprezziamo veramente sta al di fuori di ciò che definiamo economia? Esistono sostanzialmente tre modi per pagare servizi digitali non tangibili come musica in streaming, YouTube e Facebook. Il primo è alla vecchia maniera, cioè con il denaro. Il secondo è con il nostro tempo, in particolare guardando le pubblicità visualizzate sui siti: in questo caso, il contenuto o il servizio è pagato dalle entrate pubblicitarie.

Il terzo è simile alla pubblicità, solo che invece di pagare con il tempo si paga con i dati: i nostri dati. Molte aziende fanno affari vendendo informazioni sui loro clienti. Il che significa che il vostro contributo alla crescita avviene in modi che solo l’Agenzia per la sicurezza nazionale comprende davvero. Quella sera a New York, però, stava succedendo anche qualcos’altro. Stavate partecipando a quella che ormai viene chiamata, con efficace espressione, sharing economy o economia della condivisione. Prima dell’era Airbnb, chi andava fuori città di norma lasciava la propria casa vuota. Dopo l’avvento di Airbnb, potete scambiare senza problemi il vostro appartamento con uno in Bassa California, trovando una terza persona a cui affittarlo sul mercato telematico. Complimenti, state contribuendo a far fruttare le attività materiali del mondo, trasformando in un hotel quello che altrimenti sarebbe stato un appartamento vuoto. Il che è positivo per l’ambiente (se tralasciamo il piccolo particolare del volo in Messico) perché significa che le società alberghiere non avranno bisogno di costruire così tanti nuovi alloggi. Tuttavia, mantenendo inalterati gli altri fattori, è negativo per l’economia: meno attività edile e stanze più economiche. Lo stesso vale quando vendete i vostri prodotti di seconda mano su eBay. O donate abiti vecchi all’Africa. State danneggiando l’economia, anche se magari pensavate ingenuamente di aiutare l’ambiente o di vestire un bambino povero del Ruanda.

Vi ricordate di Chen, l’operaio immaginario? La vostra improvvisa predilezione per i beni di seconda mano significa che lui non dovrà più produrre tutta quella roba. Se le cose diventano più economiche e convenienti, l’attività economica cala. O almeno dà l’impressione di calare. È come se la nostra definizione di economia non riuscisse a cogliere ciò che sta succedendo veramente. Ma torniamo al vostro portatile, quello che avete usato per fare tutto quel lavoro. Probabilmente ha lo stesso prezzo del portatile che avete comprato tre anni fa. Ma in termini di memoria, velocità e risoluzione dell’immagine, è come minimo due volte meglio. Insomma, vi siete presi un prodotto migliore allo stesso prezzo; per dirla in altre parole, il prezzo è crollato. Questo è importante per il calcolo del Pil, perché i dati sulla crescita che vedete generalmente sono corretti tenendo conto dell’inflazione. Per i computer e altri servizi tecnologici, il miglioramento – e quindi il calo dei prezzi – è più rapido della capacità degli studi statistici di rilevarlo, e questo significa che stiamo sovrastimando l’inflazione e quindi sottovalutando la dimensione reale delle nostre economie.

Nel 1995 il Senato degli Stati Uniti ordinò di far luce sulla questione. L’anno seguente la Commissione Boskin riferì che gli Stati Uniti, in parte a causa dei rapidi progressi di dispositivi come computer e telefonia mobile, avevano sovrastimato l’inflazione di 1,3 punti percentuali un anno prima del 1996; e questo significava che avevano anche sottostimato la crescita nella stessa misura. Altri paesi, fra cui il Giappone e alcuni stati europei, hanno introdotto correzioni analoghe. Ma il ritmo con cui cambia la tecnologia è così veloce che si può dare per scontato, senza timore di sbagliare, che nessuno riesca a stare al passo. Questo vorrebbe dire che stiamo sopravvalutando l’inflazione (e che siamo più ricchi di quanto pensiamo). Un concetto che riassume buona parte di quello che sta succedendo è il surplus del consumatore, che è la differenza fra il prezzo di mercato di un bene e quanto un consumatore è effettivamente disposto a pagarlo. Il concetto venne reso popolare da Alfred Marshall, un economista del xix secolo. Può essere applicato a qualcosa di semplice come l’acqua, per la quale potreste essere disposti a pagare molto più del prezzo di mercato, soprattutto se avete molta sete. Oppure all’ultimo thriller di John Grisham, per il quale un fan sfegatato pagherebbe molto più del prezzo di copertina pur di dare una sbirciatina in anteprima.

Considerando che la tecnologia fa passi da gigante e il prezzo di certi prodotti tende a zero, secondo alcuni economisti il surplus del consumatore si sta ampliando. Un modo per testare la teoria è vedere, per esempio, quanto sono disposte a pagare certe persone per poter avere prima degli altri, per esempio, l’ultimo modello di iPhone. La differenza tra il prezzo nel weekend di lancio e il prezzo a cui si assesta alla fine è il surplus del consumatore, almeno per quelle persone. Oppure potreste minacciare qualcuno di portargli via l’iPhone e vedere quanto sarebbe disposto a pagare per riaverlo. Un iPhone non è soltanto un dispositivo, ma anche un mezzo per connettersi a reti di amici e soci d’affari e per accedere alle informazioni.

«Penso che il suo valore reale sia di molte migliaia di dollari a persona» sostiene Gavyn Davies. «È una valutazione mostruosamente errata del valore che offre l’iPhone alla maggior parte degli esseri umani.» Gran parte degli esperti concorda sul fatto che la contabilità nazionale, a causa di queste rivoluzioni tecnologiche, sottovaluta la crescita economica. Le stime sulle dimensioni di questo fenomeno, però, differiscono notevolmente (per non dire enormemente). Nel 2012, Erik Brynjolfsson del Massachusetts Institute of Technology osservò che negli Stati Uniti il settore dell’informatica valeva la stessa percentuale ufficiale di Pil – circa il 4 per cento – di un quarto di secolo prima; il che è poco plausibile, per usare un eufemismo. Molte persone hanno provato a calcolare quello che va perso nelle statistiche ufficiali. I metodi variano: per esempio si può stabilire una paga oraria per il tempo che trascorriamo su Internet, quantificata da uno studio di Google in 22 dollari, che all’epoca era il salario medio degli Stati Uniti.

Lo stesso Brynjolfsson e una collega, Joo Hee Oh, si sono cimentati nel compito. Sono partiti dalla scoperta che, fra il 2002 e il 2011, la quantità di tempo libero che gli americani hanno trascorso navigando in rete è passata da 3 a 5,8 ore settimanali, utilizzando servizi come Facebook, Google, Wikipedia e YouTube. Considerando che i consumatori avrebbero potuto usare questo tempo per qualcos’altro, i due ricercatori hanno ipotizzato che le ore in più spese su Internet riflettessero un crescente surplus del consumatore, che hanno quantificato in 2600 dollari a utente per un totale complessivo di 564 miliardi di dollari nel 2011. Se fosse stata inclusa nelle statistiche nazionali, questa cifra avrebbe fatto aumentare la crescita di 0,4 punti percentuali all’anno. Secondo altre stime, di quasi il doppio. Non tutti concordano sul fatto che starsene imbambolati davanti a Facebook debba essere considerata un’attività economica, in particolare se avviene al lavoro, quando la gente potrebbe fare qualcosa di utile (come chiacchierare con i colleghi). Perché dovremmo calcolare il tempo che passiamo su YouTube e non quello in cui guardiamo la televisione, giochiamo con i nostri figli o passeggiamo in un parco? Davvero guardare il video di un gatto ha più valore che – per scegliere un’attività del tutto a caso – guardare un gatto dal vivo? I benefici di Internet possono essere sopravvalutati, oltre che sottovalutati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, è scritto in Ecclesiaste 1: 9. Senza dubbio il tizio che l’ha scritto l’ha copiato da qualche altra parte. Non è mai stato semplice calcolare quanto vale l’innovazione. La cosa vale tanto per i progressi delle automobili e delle fotocopiatrici quanto per le connessioni internet più veloci. Quando una nuova invenzione fa la sua comparsa, può essere incredibilmente costosa. Basti pensare alle medicine, che sono protette da brevetti. Questo consente alle società farmaceutiche di far pagare i loro prodotti centinaia, se non migliaia di dollari. Ma quando il brevetto scade, il prezzo di quella stessa medicina precipita a pochi spiccioli e il prodotto di fatto sparisce dall’economia. Se pensate, come molti, che la tecnologia stia accelerando come mai è avvenuto prima, allora il problema della misurazione errata si aggrava. Secondo alcuni autorevoli studiosi, però, i progressi tecnologici davvero importanti sono tutti alle nostre spalle. Robert Gordon, un esperto di produttività della Northwestern University, sostiene che tutte le invenzioni veramente rivoluzionarie sono avvenute dopo il 1870, e il flusso si è più o meno esaurito intorno al 1970. Gordon cita l’invenzione dell’elettricità e del motore a scoppio, l’acqua potabile e le reti fognarie. Questi progressi hanno portato all’invenzione di macchine come il telefono, la radio, il frigorifero, l’automobile e l’aereo. Molte di queste tecnologie hanno scatenato a loro volta enormi effetti a catena.

Secondo l’economista di Cambridge Ha‐Joon Chang, la lavatrice è stata un’invenzione molto più rivoluzionaria (e non perché il cestello gira in continuazione) di Internet. Perché? «La lavatrice, le condutture di gas, l’acqua corrente e tutte queste banali tecnologie domestiche hanno permesso alle donne di entrare nel mercato del lavoro, con la conseguenza che hanno cominciato ad avere meno figli, ad averli più in là con gli anni e a investire di più su ciascuno di loro, specialmente sulle bambine. Questo ha cambiato il loro potere contrattuale all’interno della famiglia e della società in generale, consentendo loro di ottenere il diritto di voto e innescando un’infinità di altri cambiamenti. Ha trasformato il nostro modo di vivere.» Secondo Gordon, la tecnologia ha avuto un impatto profondo sulla società, ma questo impatto sta diminuendo. La velocità di spostamento è passata dalla carrozza a cavallo all’aeroplano, ma quella degli aerei si è bloccata una cinquantina di anni fa. L’urbanizzazione e la trasformazione della vita delle donne grazie all’invenzione degli elettrodomestici sono eventi unici.

Una volta che si sono verificati, questi balzi in avanti tecnologici svaniscono rapidamente dalle statistiche. Eppure, non sembra azzardato affermare che la rivoluzione informatica trasformerà le nostre vite in modi che ancora non riusciamo bene a capire. I robot e l’intelligenza artificiale renderanno superflui molti dei lavori che svolgiamo oggi; e una vaga idea di questi cambiamenti possiamo farcela pensando ai servizi di risposta automatica e alle casse automatiche dei supermercati, che sono già diventati parte integrante della nostra quotidianità. Le auto si guideranno da sole, i pacchi arriveranno con i droni e i robot prescriveranno medicine e si prenderanno cura degli anziani. In Giappone, sono molti anni ormai che i robot vengono costruiti da altri robot. Se le condizioni essenziali per avere nuove invenzioni sono lo scambio di informazioni e la capacità di costruire su quello che è stato fatto prima («nani sulle spalle dei giganti»), allora i progressi tecnologici non possono che accelerare man mano che sempre più persone hanno accesso alle informazioni. Anche nei paesi in via di sviluppo è in costante aumento il numero di individui che hanno accesso immediato a quasi tutto lo scibile umano, uno scenario che sarebbe stato inconcepibile anche solo nel 1990. In Ruanda ci sono piani per consentire a dodici milioni di persone di accedere a un’intelligenza artificiale medica, capace di fornire consulenze sulla base dei sintomi descritti per telefono.

Domandarsi se stiamo sottovalutando la crescita tecnologica è al cuore di quello che probabilmente è il più grande enigma che la professione economica si trova davanti. In mezzo a questo proliferare di innovazione e progresso tecnologico, perché la produttività ristagna? La risposta potrebbe essere semplicemente che i miglioramenti non vengono recepiti. Certo, potrebbe anche essere che in qualche modo la tecnologia non stia portando quel salto di produttività che la gente si aspettava, ma sembra meno probabile. Questo enigma gioca un ruolo centrale nella percezione delle persone riguardo alla loro condizione. Molti, in Europa e in America, in particolare all’interno del sempre più esiguo ceto medio, sono turbati dalla stagnazione che percepiscono nel loro tenore di vita. Ma se la crescita viene sottovalutata, potrebbe essere che molti stiano meglio di quanto pensino. Se solo riuscissimo a sfruttare meglio i cambiamenti tecnologici, magari ci renderemmo conto che dopotutto le nostre vite non sono così male. In alternativa, le persone potrebbero essere scontente di altre cose, come la perdita di un lavoro appagante, l’aumento della disuguaglianza e lo sgretolamento dello spirito di comunità. Il punto fondamentale è che, su queste e altre questioni, il concetto di crescita, così come viene misurato attualmente, non migliora la nostra conoscenza.

Se non siete mai saliti su uno Shinkansen, un treno giapponese ad alta velocità, è difficile immaginare quanto sia spettacolare questa esperienza. Gli eleganti treni bianchi con i loro nasi comicamente allungati scivolano nella stazione con una precisione tale che i passeggeri in attesa nei punti designati della banchina, si ritrovano esattamente davanti alla porta della loro carrozza. Nel giro di pochi secondi, il convoglio riprende la corsa, sfrecciando attraverso la campagna a una velocità vicina a quella di un aereo, e ti ritrovi a guardare a bocca aperta il paesaggio che ti sfreccia davanti o ad acquistare qualche leccornia appena sfornata dalle donne che spingono silenziosamente i loro carrelli di cibi e bevande da una carrozza all’altra. Sulla tratta Tokyo‐Osaka ci sono circa 300 treni al giorno, che effettuano il tragitto di 552 chilometri in due ore e mezza, con un ritardo medio misurato in qualche frazione di secondo. È difficile dare un prezzo alla qualità. Un economista direbbe che il prezzo è qualsiasi cosa il cliente sia disposto a pagare, dal momento che il mercato trova un naturale equilibrio fra domanda e offerta. All’interno di un singolo paese, la cosa potrebbe anche funzionare, ma quando si tratta di mettere a confronto paesi diversi, in particolare in un contesto di servizi non scambiabili come un treno fra Tokyo e Osaka, il cosiddetto price test (che serve a definire il prezzo ottimale di prodotti e servizi) viene meno.

Nel Regno Unito, la prospettiva di lunghi ritardi, treni fatiscenti e panini al bacon mollicci sulla tratta Londra‐Sunderland mi atterrisce, ma non ho la possibilità di pagare di più per prendere uno Shinkansen lungo la stessa tratta. Lo stesso vale per gli Amtrak, i treni americani che si trascinano a velocità che appartengono a un altro secolo e ogni tanto sono funestati da incidenti mortali. (Neanche una persona è rimasta uccisa in un incidente su un treno ad alta velocità da quando, nel 1964, il Giappone ha lanciato il servizio.) Immaginate la mia sorpresa quando mi sono imbattuto in un rapporto dei consulenti della McKinsey che denunciava l’inefficienza del settore dei servizi giapponese, treni inclusi. Perfino le migliori aziende giapponesi, diceva, raggiungevano appena l’85 per cento di efficienza del sistema americano. Era economichese puro. Per chiunque abbia preso un treno in entrambi i paesi, dire che i treni americani o britannici sono più efficienti di quelli giapponesi è un’assurdità.

Gli economisti hanno ben poco da dirci quando si parla di qualità. Le critiche sull’inefficienza giapponese erano dovute al fatto che gli economisti non stavano comparando elementi omogenei, dal momento che pochissimi paesi possono eguagliare – e nessuno riprodurre esattamente – il servizio disponibile in Giappone. Kyoji Fukao, professore dell’Istituto di ricerca economica dell’Università di Hitotsubashi, ha contribuito a fornire gran parte dei dati sul Giappone confluiti nei raffronti internazionali usati dalla McKinsey e da altri. Concorda sul fatto che i consueti parametri per misurare l’efficienza del settore dei servizi – valore aggiunto per ora/uomo e produttività totale dei fattori, che include i fattori capitale e lavoro – sono grossolani e difficili da applicare nei raffronti transnazionali. Fukao cita come esempio il settore della vendita al dettaglio giapponese, criticato per la sua inefficienza nel rapporto della McKinsey. Il parametro di base per misurare la produttività di questo settore è la quantità di prodotto che un dipendente riesce a vendere in un’ora. Secondo questo parametro, la performance della Germania è positiva: la ragione è che gli orari di apertura sono limitati e questo obbliga i clienti a fare grandi acquisti in maniera concentrata. Quella del Giappone è negativa: la ragione, in parte, è che ci sono molti piccoli negozi a ogni angolo della strada, che vendono un’incredibile varietà di prodotti. Molti sono aperti ventiquattr’ore al giorno; sono economici, ma la qualità è eccellente e sono incredibilmente convenienti, eppure in termini puramente statistici vengono considerati meno efficienti dei cavernosi ipermercati americani nei sobborghi delle grandi città. Sono esperienze non paragonabili. Fra l’altro, non è stato minimamente tenuto in considerazione il fatto che i negozi giapponesi di solito sono raggiungibili a piedi, o al massimo in bicicletta. I dati non riescono a cogliere la scomodità di dover guidare fuori città, o le «esternalità» – gli effetti collaterali non quantificati – associate a lunghe spedizioni per lo shopping: incidenti stradali, inquinamento, manutenzione delle strade, stress e perdita di tempo.

I servizi sono per loro natura soggettivi. Se a un ingegnere viene chiesto come rendere più piacevole il servizio sull’Eurostar Londra‐Parigi, lui consiglierà di spendere sei miliardi di sterline per un nuovo binario che abbrevi di quaranta minuti il tragitto di tre ore e mezza. Se a un dirigente pubblicitario viene fatta la stessa domanda, proporrà una soluzione diversa, consigliando di assumere modelli e modelle e farli camminare su e giù per i corridoi dispensando gratuitamente bicchieri di Château Pétrus durante il viaggio: la compagnia ferroviaria risparmierà i miliardi di sterline che dovrebbe spendere per un nuovo binario e i passeggeri invocheranno un tragitto più lento. Anche senza tirare in ballo le complicazioni dei raffronti transnazionali, definire cos’è la produzione nel caso dei servizi è molto più complicato che per i prodotti manifatturieri. Come si fa a confrontare tra loro cose semplici come un taglio di capelli? C’è il taglio alla marine, corto dietro e ai lati e fatto con il rasoio elettrico, o c’è la sessione di tre ore dal parrucchiere di lusso, in cui ogni ciocca di capelli è amorevolmente scolpita e l’esperienza viene coronata da un delizioso massaggio alla testa. Ma che dire dell’arredamento del salone e dell’abilità del parrucchiere non solo a tagliare i capelli, ma anche a conversare? E non basta dire che il prezzo del taglio di capelli ti dice tutto ciò che devi sapere sulla qualità, perché il prezzo varia di anno in anno. Come fa un povero statistico a tener conto delle variazioni di prezzo da un anno all’altro – elemento imprescindibile se vogliamo che la contabilità nazionale abbia senso – se il servizio in questione è difficile da quantificare e in costante evoluzione?

E se pensate che un taglio di capelli sia difficile da valutare, provate con i servizi forniti da giardinieri paesaggisti o ingegneri informatici, ciascuno personalizzato in base alle esigenze del cliente e di fatto impossibili da confrontare. Gli istituti nazionali di statistica sono quotidianamente alle prese con questi rompicapi. Gli Stati Uniti, per esempio, per classificare i beni lavorati, che rappresentano meno di un quinto dell’economia, hanno 350 categorie, più di tutte quelle usate per classificare il settore dei servizi, che pesa qualcosa come l’80 per cento dell’attività economica. Il nostro modo di misurare la produzione è nato negli anni trenta, ma da allora la natura di ciò che produciamo è cambiata oltre ogni aspettativa. I nostri strumenti abituali per misurare l’economia non ci dicono molto sull’enorme quantità di cose che effettivamente consumiamo. Ed è un difetto non da poco, che suggerisce che dovremmo prendere le statistiche della crescita meno sul serio di quanto facciamo. Nell’agosto 2016 la Commissione europea ha pronunciato la più grande sentenza della sua storia in materia fiscale, ordinando all’Irlanda di riscuotere 14,5 miliardi di dollari di tasse arretrate dalla Apple (più gli interessi). Secondo la Commissione, la Apple aveva adottato una discutibile ripartizione degli utili che le consentiva di spostarne la maggior parte in una «sede centrale» situata nella periferia di Cork, la contea più meridionale d’Irlanda. Di fatto, sosteneva la Commissione, la Apple non era fiscalmente residente in nessun paese d’Europa, e questo le permetteva di ridurre la propria aliquota di imposizione fiscale nel vecchio continente ben al di sotto dell’1 per cento. Per la cronaca, il direttore finanziario della Apple ha definito il verdetto della Commissione europea «chiacchiericcio legale insensato», dicendo che per calcolare le imposte dovute dall’azienda di Cupertino Bruxelles aveva usato il «denominatore sbagliato e il numeratore sbagliato»; a parte questo, però, tutto il resto presumibilmente era vero.

La controversia nasce da un’accusa di evasione fiscale, ma le argomentazioni si applicano al modo in cui misuriamo l’economia, soprattutto in un’epoca in cui le multinazionali sono sempre più tentacolari e le merci che vendono sempre più intangibili. Nel caso della Apple, gran parte della questione ruota intorno alla proprietà intellettuale. Sulla carta, la filiale irlandese della Apple – un paese che rappresenta soltanto una piccola percentuale delle sue vendite – è incredibilmente redditizia perché è lì che si trovano i diritti di proprietà intellettuale del colosso informatico. Nell’era digitale, il valore di un prodotto non risiede principalmente in un bene fisico, ma piuttosto nel marchio o nel contenuto intellettuale o artistico. Anche per qualcosa di apparentemente tangibile come un motore a reazione, i clienti pagano non solo il dispositivo ma anche sofisticati contratti di servizi in cui il fornitore controlla il motore in tempo reale e ne assicura il corretto funzionamento finché non viene rottamato. Molte multinazionali sono in grado di trasferire la fonte di valore dei loro prodotti, che si tratti di proprietà intellettuale, contratti di servizio o servizi legali, in giro per le loro reti internazionali, in modo quasi naturale. Magari comprate il vostro motore a Seattle, ma le persone che provvedono a farlo funzionare per vent’anni stanno a Mumbai. Attraverso una pratica nota come transfer pricing o determinazione dei prezzi di trasferimento, una sussidiaria addebita a un’altra l’utilizzo di questi servizi immateriali e il profitto viene registrato in un unico luogo, quasi certamente quello con l’aliquota fiscale più bassa. Nel 2014 Facebook suscitò grande sdegno in Gran Bretagna quando si scoprì che pagava appena 4327 sterline di tasse, una notizia che contribuì a provocare una rivolta fiscale in una cittadina gallese dove le piccole imprese pagavano una cifra ben maggiore.

Il Pil è stato concepito nell’ottica dello Stato‐nazione, ma le imprese operano sempre di più a livello transnazionale. Il prodotto nazionale lordo, com’era chiamato originariamente, misurava ogni cosa prodotta dai cittadini di un paese, ovunque si trovassero a lavorare. Sotto l’amministrazione di George H.W. Bush diventò il più familiare Pil, che misura ogni cosa prodotta all’interno dei confini di una nazione, anche da chi non è cittadino. Il motivo di questo cambiamento risiede probabilmente nel fatto che Bush padre aveva bisogno di rafforzare le sue credenziali economiche. Passare dal Pnl al Pil fece aumentare il tasso di crescita percepito, perché includeva la produzione di società giapponesi che avevano investito massicciamente nell’industria automobilistica ed elettronica americana. In quest’era di multinazionali, quando molte società occidentali traslocano in Cina, Messico o Vietnam, avrebbe più senso usare il prodotto nazionale lordo. Fra l’altro, farebbe apparire più floride le economie occidentali e meno floride quelle dei paesi dove avviene la produzione, rispetto al nostro attuale metodo di calcolo dell’economia.

Il concetto di produzione nazionale, comunque sia configurato, diventa quasi privo di significato quando un’azienda viene registrata in un primo paese, fabbrica prodotti in un secondo, li vende in un terzo e paga le tasse (se proprio, ma proprio deve) in un quarto. Il contenzioso fiscale della Apple con l’Unione Europea è un ottimo esempio. Ma lo è anche la produzione degli iPhone della stessa Apple, che in gran parte vengono assemblati nella città di Shenzhen, nella Cina meridionale, in fabbriche di proprietà, detto per inciso, della Hon Hai, una società dell’isola ribelle di Taiwan. Il fatto che la Apple e molte altre aziende americane abbiano scelto la Cina come base di produzione è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale così grande con quel paese. Tuttavia, la dimensione apparente del deficit commerciale – pur essendo politicamente esplosiva – non ha una grande importanza. Questo perché la maggior parte dei componenti assemblati in Cina è realizzata altrove: i microchip in Corea del Sud, i condensatori in Giappone e i processori negli Stati Uniti stessi. Non avete nemmeno bisogno di aprire un iPhone per capire cosa sta succedendo. Basta capovolgerlo e leggerete: «Progettato dalla Apple in California. Assemblato in Cina».

Un rapporto ha scoperto che solo il 2 per cento del costo di un iPhone va alla manodopera cinese, con il 30 per cento che finisce nelle tasche degli azionisti della Apple sotto forma di profitti. Anche qualcosa di apparentemente semplice come un opale è difficile da inquadrare con precisione. Un libro sulle Chungking Mansions, un complesso di edifici a Hong Kong pieno di pensioni da quattro soldi e negozi dove si commercia di tutto e dove converge gente da tutto il mondo per mercanteggiare, racconta uno sbalorditivo esempio di globalizzazione di fascia bassa. Tramite le Chungking Mansions opali australiani vengono spediti nel Sud della Cina, dove vengono lucidati, rimandati in Australia e venduti come souvenir ai turisti cinesi in visita in Australia (che presumibilmente li riportano in Cina). In un mondo del genere il concetto di produzione interna – la nostra definizione stessa di economia – diventa quasi privo di significato.

Controversie internazionali: come recuperare il credito

di Redazione PMI.it

scritto il

SACE SIMEST e Agenzia ICE insieme per mettere al sicuro dal rischio di insolvenza le PMI italiane dell’export con un servizio di recupero crediti esteri.

Firmato da parte di SACE SIMEST (Gruppo CDP) un accordo con l’Agenzia ICE per offrire alle imprese italiane esportatrici un servizio integrato di assistenzaper la risoluzione di controversie internazionali di recupero crediti anche extra-UE.

L’accordo nasce dalla consapevolezza di una crescente rischio per le imprese italiane dell’export di incorrere in un mancato pagamento, a fronte del fatto che oltre l’85%delle transazioni all’estero avviene oggi tramite dilazioni. Un rischio che aumenta qualora l’azienda operi con controparti di mercati emergenti che, pur offrendo spesso un ottimo potenziale di business, sono poco conosciuti e più soggetti a instabilità e shock esogeni.

Un paracadute contro il rischio di insolvenza

Proprio per questo SACE SIMEST e Agenzia ICE hanno deciso di unire le forze per dare alle nostre imprese dell’export, soprattutto le PMI, un adeguato set di strumenti per tutelarsi e affrontare le difficoltà, dando così loro modo di diminuire l’esposizione al rischio di insolvenza e di poter investire nella propria crescita sui mercati internazionali con maggiore tranquillità, in particolare nelle geografie emergenti che, a fronte di più elevati livelli di criticità, presentano un maggior potenziale.

=> Come misurare l’affidabilità del cliente

La partnership prevede l’unione delle reciproche expertise per indirizzare le imprese esportatrici verso le migliori soluzioni per recuperare i propricrediti all’estero:

  • l’Agenzia ICE, grazie ad una rete mondiale di uffici all’estero, metterà a disposizione la propria competenza, offrendo alle aziende un servizio personalizzato di assistenza per la soluzione di controversie internazionali su crediti da recuperare, tramite un tentativo di risoluzione amichevole extragiudiziale effettuato dal personale degli uffici della rete estera.
  • se dopo un certo periodo di tempo questa attività non dovesse produrre i risultati sperati, entrerebbe in gioco il servizio di recupero crediti della SACE-SRV, sia per la fase stragiudiziale che per quella giudiziale, fruibile dalle aziende a condizioni agevolate.

Per Roberto Luongo, Direttore Generale dell’ICE-Agenzia, si tratta di:

un ulteriore tassello nella cooperazione tra ICE e SACE SIMEST che, attraverso un approccio orientato alla sinergia e alla collaborazione, ha sinora prodotto risultati tangibili nella export education, negli eventi sul territorio con le imprese italiane, nelle analisi economiche integrate funzionali alla Cabina di Regia per l’Internazionalizzazione.

Visto il contesto macroeconomico globale sempre più complesso, le imprese devono dotarsi di tutti gli strumenti necessari per proteggere il proprio business. Quelle che non lo hanno fatto e si trovano in difficoltà devono sapere che possono contare su SACE SRV, de facto un punto di riferimento unico sul mercato per il recupero crediti sui mercati extra-UE. L’accordo con ICE permetterà sempre di più di mettere questo servizio molto concreto a disposizione di un numero crescente di aziende Italiane.

“Confermate centralità del Ppe” Europee, Tajani: i dati delle proiezioni non cambiano l’orizzonte “

La maggioranza che si prefigura è la stessa che ha votato la mia elezione al Parlamento e che è composta da Popolari, liberali e conservatori”  Tweet Europee, proiezioni Europarlamento: 27 seggi alla Lega, primo partito italiano 18 febbraio 2019 Le prime proiezioni del Parlamento europeo sui risultati delle elezioni del maggio prossimo “confermano la centralità del Partito popolare europeo”, secondo il presidente dell’Eurocamera Antonio Tajani, e “la maggioranza che si prefigura è la stessa che ha votato la mia elezione al Parlamento e che è composta da Popolari, liberali e conservatori”.  Sulla possiibilità di un boom delle forze sovraniste ha commentato:  “Che ci sia una crescita è possibile, ma non sono un monolite, non esiste un gruppo sovranista, sono divisi in diverse famiglie politiche, quindi l’unica maggioranza che si può prefigurare, allo stato, è quella esistente. Secondo il presidente dell’Europarlamento dunque “il Partito popolare europeo resta centrale, la prima forza politica in Europa, anche se dovesse perdere qualche seggio come prefigurato dai sondaggi”. “Distinguere panorama politico italiano da quello europeo” Tajani, parlando ancora di sovranismo, sottolinea la necessità di “distinguere il panorama politico italiano da quello europeo, vedere dove e come saranno orientate diverse variabili, come ad esempio i voti di Macron in Francia. Anche se la Lega, che oggi in Europa aderisce al gruppo Enf di Marine Le Pen, otterrà 26-27 deputati europei – ha aggiunto il presidente dell’Eurocamera – non sarà determinante in Europa. Non guardiamo al continente con le lenti dell’Italia. Al momento i gruppi sono diversi: Orban sta nel Ppe, come Kurz, e quindi non è alleato della Lega, l’ Afd sta con i conservatori, in realtà sono divisi. Poi bisognerà vedere. Lega e Le Pen rimarrebbero nello stesso gruppo? Io ne dubito, semmai vedo la Lega andare verso i conservatori. E’ complicato…”, ha concluso, e tutto, a tre mesi dalle elezioni, è ancora possibile.  Intanto Tajani, questa mattina all’inaugurazione dell’Anno accademico dell’ Università europea di Roma, ha teso di nuovo una mano al leader della Lega e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, affermando che “sbaglia a non staccare la spina a questo governo”, anche se – ha precisato – “il caso Diciotti non ha nulla a che vedere con le alleanze. Forza Italia – ha detto ancora il vicepresidente del partito – continua a puntare ad un governo di centrodestra. Non c’è alternativa”, ha insistito. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Europee-Tajani-i-dati-delle-proiezioni-non-cambiano-orizzonte-1dcf6370-e055-4f8a-b46f-c93f0face2b2.html

Super-autonomia leghista alle tre Regioni più forti, il sud insorge. E forse non ha torto…

AUTONOMIA DIFFERENZIATA E UNITA’

I carrozzoni della politica rappresentati dai partiti e le elemosine di cittadinanza non soddisfano le gente, sempre più consapevole, che chiede “ partecipazione” e “ lavoro”. Il consenso crescente dell’intero paese nei confronti della Lega premia l’attivismo di Salvini e sta a significare un giudizio di insufficienza sull’assistenzialismo portato avanti dai 5stelle. I nodi fra i due partiti vengono, ora, al pettine con l’intesa sull’autonomia differenziata per le tre regioni, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. Parlare della perequazione tra aree forti ed aree deboli con riguardo ai gettiti tributari trattenuti e porla a carico dello Stato corrisponde alla logica assistenzialista con cui si è tentato di bilanciare l’irresponsabilità gestionale delle regioni del Sud. Non che al Nord siano rose e fiori, ma le condizioni del Nord lasciano più margini agli amministratori per far quadrare i conti del bene e del male. Ben venga una richiesta di maggiore autonomia anche dalle Regioni del Sud. Uno Stato determinato a risalire la china, la imporrebbe a tutte le Regioni, dal Nord al Sud, in egual misura. Sarebbe l’occasione per obbligare quelle Regioni ad assumersi maggiore responsabilità, principiando proprio dal loro interno. La Lega, per suo conto, se vuole trionfare e il PD, se vuole rinascere, devono puntare a questi risultati. Devono costituzionalizzare i principi guida dei partiti e lasciare che l’assistenzialismo dei 5stelle vada alla deriva.

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Scrive Robert Perdicchi: “Mentre i grillini festeggiano intorno al triste feticcio del reddito di cittadinanza, illudendosi che una misura assistenzialista per il sud possa bilanciare il consenso crescente dell’intero paese nei confronti della Lega, nel silenzio più o meno generale si sta consumando un’operazione di devolution, in stile Bossi anni Novanta, che rischia di premiare le tre regioni più forti del Paese a dispetto del resto d’Italia, ma soprattutto del sud.

“Nessuno slittamento. I testi sono pronti e li porto in Consiglio dei ministri domani”, conferma la ministra degli Affari regionali Erika Stefani sulle tre bozze di intesa sull’autonomia differenziata con le tre regioni, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, ormai in dirittura d’arrivo. “Restano dei nodi politici sui quali discutere”, conclude.

Tra i nodi politici, c’è quello della “doppia velocità“: autonomia è un bel concetto, ma quando si declina solo per chi già balla da sola, come le regioni economicamente più sviluppate, rischia davvero di minare la coesione sociale del Paese, nel silenzio del M5S, incapace di cogliere quali siano le vere minacce alla stabilità del territorio, altro che Tav…

La sinistra, ovviamente, contro quel decreto sulla super-autonomia al nord, lancia la solita battaglia del vittimismo meridionalista, con il governatore De Luca a tuonare contro Salvini, senza un briciolo di autocritica su quella doppia velocità imposta al sud proprio da una classe dirigente, inadeguata, a cui lui stesso appartiene.

Il nuovo regime prevede che ulteriori materie legislative rispetto alle attuali (tra le aggiunte si annoverano sanità, istruzione e tutela dell’ambiente, energia, beni culturali) vengano date in gestione esclusiva sottraendole a quella congiunta dello Stato.

Punto sul quale la Svimez, istituto di ricerca meridionale, fa notare: ”Il dibattito sul regionalismo a geometrie variabili è rimasto per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico e ora se ne continua a parlare in riunioni riservate. Man mano che trascorre il tempo, la parte più forte del Paese, il Nord, si trova ad essere sempre più debole e reagisce in modo sempre più aggressivo. Questa è la bomba ad orologeria piazzata alle fondamenta del nostro Stato”, attacca il presidente Adriano Giannola, al seminario Cgil sull’autonomia rafforzata. Il Presidente Svimez ha ribadito che, come sosteneva la legge 42 del 2009, fatta dal senatore leghista Calderoli, ministro delle Riforme nel governo Berlusconi, norma peraltro mai applicata, ”è lo Stato che deve assumersi la responsabilità di fare la perequazione tra aree forti ed aree deboli”.

Anche per il professor Gianfranco Viesti, quella norma che aumenta il gettito tributario trattenuto dalle Regioni più forti, non significa altro che ridurre i finanziamenti alle altre regioni attribuendo un ulteriore vantaggio economico al settentrione. Italia spaccata? Un rischio, cerrto. Sta di fatto che la stessa richiesta, di maggiore autonomia, potrebbe arrivare anche dalle Regioni del sud, ma autonomia significa anche responsabilità, controllo, spending review. Come si conciliano questi argomenti con il dna assistenzialista che scorre nelle vene di Pd e M5S?”

Bankitalia, l’attacco del Governo

da PMI.ITbancaPer Di Maio e Salvini bisogna azzerare vertici, di diverso avviso Tria: posizioni e dichiarazioni del caso Bankitalia.

Per il Movimento 5 Stelle serve un cambio ai vertici di Bankitalia: serve discontinuità, sostengono Luigi di Maio e Matteo Salvini i quali, a Vicenza, in occasione dell’assemblea degli ex soci delle banche venete hanno affermato:

Non possiamo pensare di confermare le stesse persone che sono state nel direttorio di Bankitalia, se pensiamo a tutto quel che è accaduto in questi anni. Banca d’Italia e Consob andrebbero azzerati, altro che cambiare una-due persone, azzerati.

Sul proprio blog, il M5S scrive:

D’altra parte quello che vogliamo, come Governo del Cambiamento, è solo di esprimerci sui nomi dei vertici di Banca d’Italia e Consob. Ci è consentito dalla legge e lo faremo senza paura di toccare qualche potere forte che si fa scudo attraverso i media o le solite relazioni politiche privilegiate.

Abbiamo già espresso la nostra preferenza per Consob, indicando una persona di innegabile competenza come Paolo Savona. È il turno di Banca d’Italia, ed una cosa è certa: chi ha partecipato alla vigilanza degli ultimi anni, la più fallimentare della nostra storia repubblicana, non può rimanere al suo posto come se nulla fosse successo.

Fondamentalmente per il Governo  chi avrebbe dovuto controllare non l’avrebbe fatto e questo ha portato i risparmiatori a perdere i propri soldi investendo in titoli emessi dalle banche poste in risoluzione a fine 2015 (Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti) e in liquidazione coatta amministrativa nel giugno 2017 (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca).

La bufera si è scatenata a fronte della scadenza dell’incarico di Vice Direttore generale della Banca di Luigi Federico Signorini. Lo Statuto della Banca d’Italia prevede che i rinnovi dei mandati del Direttore Generale e dei Vice Direttori generali debbono essere approvati con decreto del Presidente della Repubblica, promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri di concerto col Ministro dell’economia e delle finanze, sentito il Consiglio dei ministri. In occasione di un Consiglio dei Ministri, il Governo ha bloccato la sua conferma, sostenuta invece dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Tra i due poli opposti c’è il premier Conte, ora chiamato a mediare tra le diverse posizioni.

La Tav si farà, Toninelli sta per fare un’altra figuraccia: ecco perché – di Giuseppe Menardi

…in un mondo normale quando un comico disquisisce di questioni tecniche normalmente significa che vuole fare ridere chi lo ascolta.

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 dall’ing. Giuseppe Menardi, ex senatore e sindaco di Cuneo 

Sostiene Rete Ferroviaria Italiana: «Il Terzo-Valico dei Giovi, di collegamento tra il porto di Genova e la rete padana, costituisce lo sbocco sul Mediterraneo del Rhine-Alpine Corridor, uno dei corridoi principali della rete strategica transeuropea, che mette in collegamento tra loro regioni europee tra le più popolate e a maggior vocazione industriale. Tra i principali obiettivi della nuova infrastruttura: il trasferimento di quote consistenti del traffico merci dalla strada alla rotaia, con vantaggi per l’ambiente, la sicurezza e il sociale». Con questa premessa avremmo già risposto a tutti coloro che protestano perché il Governo dopo avere detto che non si sarebbero proseguiti i lavori per il terzo valico, ha impiegato sei mesi per decidere, viceversa, che è un’opera che non può essere fermata, essa deve essere ultimata. Naturalmente in un mondo normale quando un comico disquisisce di questioni tecniche normalmente significa che vuole fare ridere chi lo ascolta e perciò nessuno prende sul serio le sparate farlocche che egli racconta. Come quando, per sostenere le sue convinzioni contro la realizzazione dei collegamenti autostradali attorno alla sua città, raccontò che il ponte sul Polcevera avrebbe resistito per decenni e chi non lo credeva era semplicemente schierato dalla parte delle autostrade che vogliono opere non necessarie a danno dei cittadini.

Il sì al Terzo Valico rende necessaria la Tav

Purtroppo gli italiani hanno potuto constatare, con un tributo di vittime enorme, quanto l’opinione di un comico sia inattendibile. Ma allora perché i cittadini devono essere sottomessi ad un gruppo di incompetenti governanti che sceglie in modo partigiano i propri consulenti per trovare una risposta che è già realtà. Il Ministro Toninelli, dopo aver pervicacemente sostenuto di affidare la decisione circa la realizzazione o meno le grandi opere ad una commissione tecnica di sua fiducia che ci avrebbe spiegato i costi ed i benefici di ciascuna di esse, ha dato il via appunto al terzo valico, facendo imbufalire il suo elettorato. Già, perché l’unica bussola del ministro sembra essere quella di assecondare chi l’ha votato. E questi italiani rimarranno ancora più delusi nel constatare che le loro convinzioni ideologiche, anacronistiche, sovente contrarie al buon senso ed agli interessi del popolo, saranno disattese. Dopo il si al Terzo valico, qualsiasi ragione per non realizzare la TAV, ovvero la Torino – Lione, è così minimale e residua, di fronte ai benefici di collegare l’alta velocità-alta capacità al sistema europeo che, chiunque volesse ancora opporsi a questo essenziale e moderno collegamento, non avrebbe nessuna ragione significativa a cui aggrapparsi. Infatti l’unica vera motivazione per realizzare il Terzo Valico è collegare il sistema portuale ligure alla rete ferroviaria europea attraverso la TAV.

Senza la Tav il Terzo Valico non avrebbe senso

Il porto di Genova avrà finalmente il ruolo a cui ambisce, di diventare di primo hub europeo sul mediterraneo, se le merci che arrivano potranno proseguire rapidamente per il Nord Europa. Ciò è possibile solo attraverso una moderna e capace ferrovia che passa sotto le Alpi. Se si dovesse rinunciare alla Torino Lione, il Terzo valico non avrebbe perciò senso. Ma poichè il dado è tratto, ovvero il Terzo Valico si fa, a maggiore ragione i costi della rinuncia alla TAV sarebbero enormi e devastanti e pertanto la realizzazione del collegamento transalpino ormai mi pare irreversibile. La propaganda del ministro però non si ferma e probabilmente ignorando le procedure ed il galateo, perchè questa è la cifra che distingue il nostro, il 6 febbraio scorso ha inviato la perizia di parte, cioè la sua, che è contraria alla TAV, alla Francia ed all’Europa. Informo il Ministro che l’unico organo che ha la parola definitiva in merito è il Parlamento italiano. Tuttavia senza un accordo con i francesi nemmeno il Parlamento può modificare un accordo internazionale. Infine anche l’obiettivo di accontentare la volontà del “popolo” degli elettori con il passare dei giorni diventa sempre meno significativo perchè la maggioranza degli italiani secondo i sondaggi è favorevole alla TAV.

OPZIONE ZERO: Quando la lotta si conduce con intelligenza, passione e determinazione la lotta paga! E’ questa la lezione che dobbiamo imparare a fronte delle due bellissime notizie.

La democrazia significa partecipazione, coesione e impegno. Ci sono valori comuni che chiamano  tutti insieme alla loro difesa, come in queste battaglie di Opzione Zero e come nello spirito di Veneto Unico.

1. Elettrodotto Dolo-Camin: Terna e Regione si arrendono!

La prima riguarda l’elettrodotto Dolo-Camin, una delle storiche battaglie condotte dai comitati della Riviera del Brenta da oltre 10 anni: è appunto di ieri la notizia che Terna e la regione Veneto hanno firmato un accordo per l’interramento della linea da 380 Kw in alternativa al progetto aereo; così sarà anche per altri elettrodotti previsti in zona montana!

Nel momento in cui tutti cercano di prendersi il merito (Zaia in testa) è forse bene ricordare come è andata la storia.

Ad accendere per primi i riflettori sulla linea aerea Dolo-Camin furono il comitato di Vigonovo A. Canova, il circolo di Legambiente Sarmazza e il comitato di Paluello. Era il 2008, e quel progetto era solo uno dei tanti tra quelli pianificati dai Governi, dalla Giunta Regionale di Galan, Chisso e Zaia (Forza Italia + Lega), e pedissequamente accettati da molte amministrazioni comunali della Riviera del Brenta (sia di centro-destra che di centro-sinistra).

Li ricordiamo questi progetti: autostrada Romea commerciale, Veneto City, il nuovo casello ad Albarea, Città della Moda, camionabile sull’idrovia, polo logistico di Dogaletto, centro commerciale di Calcroci, e appunto l’elettrodotto. Si trattava, e si tratta, di un unico disegno che va sotto il nome di progetto strategico regionale “Bilanciere del Veneto”.

I vari comitati presenti sul territorio, tra cui molto attivo Opzione Zero che allora si chiamava Rete No Autostrada Romea, si unirono nel Coordinamento CAT e mettendo insieme le forze, a suon di proteste, di ricorsi, di denunce, di liste civiche fatte per far saltare questa o quella amministrazione comunale connivente, sono riusciti nel tempo a impantanare o anche a far cancellare tutti questi progetti.

L’elettrodotto è stato uno dei primi progetti ad essere aggrediti dopo che la Regione Veneto prima e il Governo poi avevano dato il loro ok a seguito di una valutazione di impatto ambientale molto discutibile. I comitati e i cittadini di Vigonovo e Saonara insieme a CAT decisero di fare ricorso al TAR del Lazio contro Terna, contro i ministeri competenti e contro la Regione Veneto. Il ricorso fu respinto ma, con grande sforzo economico, si decise di andare oltre e presentare ricorso anche al Consiglio di Stato, unendosi tra l’altro ai ricorsi di alcuni comuni della Riviera. Nel 2013 il Consiglio di Stato boccia Terna e dà ragione ai comitati.

E’ la prima grande vittoria. Ma Terna torna alla carica e presenta da lì a pochi anni lo stesso progetto. Solo che a quel punto tutte le amministrazioni in carica, tantissimi cittadini, nuovi e vecchi comitati fanno quadrato contro Terna e ancora una volta contro la Regione leghista, e proseguendo con tenacia la battaglia sono riusciti finalmente a vincere in modo definitivo.

 

2. Autostrada Valdastico nord: stop dal Consiglio di Stato

Anche qui cittadini, comitati e amministrazioni della comunità della Valdastico e del Trentino sono in lotta da anni contro l’ennesima grande opera inutile, devastante, e generatrice di debito pubblico. Questa volta è il Comune di Besenello a fare ricorso e il Consiglio di Stato proprio ieri gli ha dato ragione che boccia la delibera CIPE di approvazione di una parte del progetto: l’opera non si può fare se non viene prima presentato un progetto unitario e se non c’è il via libera del preventivo del Trentino.

Si vedrà, visto che da poco è stato eletto presidente della provincia di Trento un leghista di origine veneta e visto che proprio la Lega è una dei partiti che più ha sostenuto il sistema perverso delle grandi opere sia al Governo che nelle regioni che da decenni amministra.

Le vertenze e i problemi sono ancora tanti, ma oggi festeggiamo anche noi insieme a tutti quelli che con coraggio si battono contro la devastazione e il saccheggio dei territori, contro un sistema ingiusto e insostenibile che sta conducendo il Pianeta intero verso un disastro di proporzioni incalcolabili.

Sabato 26 saremo a Roma per preparare la manifestazione nazionale del 23 marzo, e domenica 27 a Vicenza per discutere insieme a tanti altri comitati su come affrontare la crisi ambientale e climatica in modo concreto e fattivo.
Andiamo avanti!!

Comitato Opzione Zero

Scenari Economici: Smettiamo di fare i perbenisti: il DC-9 dell’Itavia a Ustica fu abbattuto dai caccia francesi mentre cercavano di uccidere Gheddafi. Così dice il libro del giudice Rosario Priore…

La gente si straccia le vesti sull’ingerenza francese in Libya e sui migranti fatti arrivare abusivamente in Italia. Peccato che gli stessi che oggi si agitano non facciano i compiti a casa, non studino: il giudice Priore nel libro “Intrigo Internazionale – Perchè la guerra in Italia”  – Chiarelettere, del 2010 – indica chiaramente che furono i francesi ad abbattere il DC-9 nell’Itavia nelle more di una operazione di guerra internazionale molto simile a quella che portò alla fine di Gheddafi 30 anni dopo. Come disse il capo dei servizi segreti francesi Alexandre de Marenches, pg. 154, “il leader libico doveva essere messo nelle condizioni di non nuocere più, e farlo era il dovere di più governi“. Questo perchè la politica estera di Gheddafi, certamente troppo filo-Italia (il Rais aveva attinenze materne italiane; ricordiamo tra le altre cose il salvataggio della Fiat alcuni anni prima coi soldi libici) dava molto fastidio a Parigi.

In breve, quello che accadde secondo la ricostruzione del giudice Rosario Priore conferma che la marina francese assieme alla propria aviazione, nelle more di una “verità indicibile” secondo lo stesso, avrebbe sferrato l’attacco a Gheddafi mentre il leader libico usava un corridoio aereo riservato ossia non monitorato dai radar – concesso dalla politica estera di Andreotti negli anni precedenti, in cambio di cooperazioni economiche con l’Italia, ndr – per muoversi fuori dai propri confini ossia anche sul nostro Paese. Di norma ciò comportava accodarsi o sovrapporsi a aerei di linea per confondere la traccia radar. Proprio questo accadde durante la battaglia aerea nei cieli italiani del 27 giugno del 1980, quasi precisamente 38 anni fa. E tutto questo sulla scorta di notizie “attendibili” secondo cui l’operazione partì dalla portaerei Clemenceau di stanza nel Tirreno, con il supporto dei caccia partiti dalla base di Solenzara in Corsica (“Quella sera, la Corsica era un nido di vespe”, mi dissero i controllori della Sardegna).

Pensate che, per uno strano scherzo del destino, quella notte addirittura il vice del generale Dalla Chiesa, il gen. dei Carabinieri Nicolò Bozzo in vacanza in zona vide enormi movimenti di aerei dalla base corsa. La Francia per decenni non ammise quanto rilevato dal gen. Bozzo, anzi disse una marea di bugie, sia sulla reale posizione delle Clemenceau che sul traffico aereo a Solenzara(pg. 156).

Interessantissima la conclusione del giudice Priore sulla vicenda che nella chiosa conduce precisamente alla realtà dei nostri giorni, dove i francesi hanno in piedi un progetto egemonico nell’area una volta fatto fuori il Rais, pg. 157, piano che contempla l’annichilimento dell’Italia:

L’eliminazione del leader libico su Ustica sarebbe stata soltanto la prima fase di un progetto assai più vasto che prevedeva anche interventi via terra sulla Libia. La caduta del regime di Tripoli avrebbe avuto come conseguenza il riordino dell’intero assetto nordafricano e subsahariano e una nuova spartizione dell’influenza in queste aree ricchissime di risorse. A tutto svantaggio della presenza italiana“.

Eppoi: “la politica mediterranea ed africana di Gheddafi era fortemente destabilizzante e colpiva direttamente interessi francesi“, pg. 158. Ossia, nelle more dell’attacco francese di Ustica “l’Italia, appoggiando la Libia, era di fatto in conflitto con la Francia“, pg. 162.

Lettura fondamentale quella sopra indicata.

Con una preveggenza incredibile il giudice Priore ci ha spiegato nei dettagli il contesto e le ragioni dell’attacco di Ustica: l’abbattimento del DC9 fu solo un errore attuato durante la “caccia al jet di Gheddafi” da parte dei francesi sui cieli italiani, contingenza del tutto simile a quanto accaduto nel 2011. Anche allora gli USA erano chiaramente a conoscenza di tutto, c’era infatti un governo Dem a Washington (come nel 2011 con Obama) e come spesso accade gli USA cedettero alle richieste francesi di indebolire l’Italia senza però sporcarsi le mani, una costante da almeno 50 anni, per motivi storici con profonda radice massonica i Dem USA e quelli del Massachusstes in particolare sono legatissimi a Parigi (…).

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In pratica lo scontro sui migranti tra Italia e Libia dei nostri giorni nasconde molto di più ossia il petrolio libico e le risorse nell’area, in nordafrica. Peggio, dal 2011 in avanti, col golpe contro l’Italia e la caduta del Rais, in parallelo alla corruzione sistematica di una certa fazione politica Dem ossia della sinistra italiana si è innescato un movimento revanscista europeo che ha coinvolto la fino allora silente Germania la quale si è finalmente convinta a sfidare Washington in EUropa (tale processo corruttivo della gauche francese verso l’omologa fazione italiana ha radici profonde, …, non a caso un ex primo ministro romano – a cui secondo chi scrive andrebbe tolto il passaporto italiano – Enrico Letta, è andato ad insegnare all’università dei servizi francesi a Parigi, oltre ad essere stato insignito – come molti sodali di partito – della Legion d’Onore per i servigi prestati non all’Italia ma alla Republique).

Ossia il flusso incessante di migranti che abbiamo visto negli scorsi anni – dal 2012/13 – dirigersi in Italia, disperati che invece di essere riallocati in EUropa come da accordi EU sono stati deliberatamente ed abusivamente tenuti bloccati entro i nostri confini, fa parte di un piano paneuropeo mirato ad indebolire il miglior alleato anglosassone in Europa, l’Italia, guarda caso sede di oltre 110 basi ufficiali USA e del primo deposito fuori dai confini americani di esplosivi convenzionali (Camp Darby) oltre ad ospitare più testate atomiche USA di tutti gli altri paesi EU messi assieme.

Ossia i migranti fatti concentrare in Italia sarebbero dovuti essere il diluente sociale necessario per indebolire il Paese dall’interno permettendo, da un lato, la sua conquista economica (parallelamente alla cooptazione – solo per non dire corruzione – della classe dirigente di sinistra da parte dei francesi, vedasi quanti soggetti apicali sono legati a filo doppio alla Francia, Bassanini, Prodi, lo stesso D’Alema, per non parlare di Gentiloni ed E. Letta oltre che dello stesso Renzi, che però si è orientato maggiormente verso la sponda Dem atlantica); dall’altro la perpetrazione di interessi politici ed economici privati (accoglienza migranti da parte delle cooperative rosse) finalizzati a mantenere al potere il PD dando il voto ai nuovi elettori immigrati, gente senza cultura facilmente manipolabile a cui si sarebbe reso chiaro l’obbligo morale di dare il voto a chi li aveva fatti arrivare. Parallelamente ci sarebbe stata la progressiva erosione del tessuto economico, sociale e nazionale con l’obiettivo di lungo termine di annientare la creatura anglosassone di stampo ottocentesco nel Mediterraneo, l’Italia.

Ecco. Ora sapete una grossa parte di verità.

E capite anche il motivo dello scontro tra Macron e Salvini, ossia col governo più unionista dall’Unità d’Italia, un governo forte nel Belpaese viene visto da Parigi letteralmente come fumo negli occhi. Ah, l’ultimo dettaglio: sono ben 11 giorni che le “forze francesi di Al Qaeda in Libya” sono martellate da bombardamenti americani partiti da Sigonella, ancora qualche giorno e diventerà impossibile per l’opinione pubblica francese nascondere le decine se non centinaia di morti di soldati d’oltralpe ufficialmente in “incidenti” in giro per il mondo, in realtà morti in guerra in zone dove non sarebbero dovuti essere “operativi”.

Vero che le parole di Macron rivolte a Trump nell’ultimo G7 sono state forti [“… ricordati che non sarai Presidente per sempre….“], ma ben più degno di nota è che oggi Parigi ne sta subendo le pesanti conseguenze, fino a mettere in pericolo la sua stessa permanenza in Nordafrica. Ecco il motivo della fronda interna anti-Macron, terrorizzata in forza del supporto militare USA all’Italia tanto possente da poter ribaltare le sorti di uno scontro geopolitico che solo qualche mese fa sembrava vedere la Francia sicura vincente.

Mitt Dolcino

 

I pm: Deutsche Bank barò sullo spread, rovinando l’Italia, con la regia di Giorgio Napolitano.

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Spuntano carte e prove bollenti, qui crolla il loro impero. TV e giornali ci nascondono tutto quello che sta di fatto accadendo dietro le quinte.

Alla sbarra i responsabili del crollo finanziario dell’Italia, per favorire il commissariamento del paese con la regia di Giorgio Napolitano? La prima banca tedesca, Deutsche Bank, con alcuni dei suoi ex top manager è indagata dalla Procura di Milano per la mega-speculazione in titoli di Stato italiani effettuata nel primo semestre del 2011. Operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i Btp e i Bund tedeschi e a creare le condizioni per dimissioni del governo Berlusconi, a cui subentrò l’esecutivo di Mario Monti, con in tasca la ricetta “lacrime e sangue” per l’Italia, dalla legge Fornero sulle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione. Secondo l’“Espresso”, che ricostruisce la vicenda svelandone i dettagli, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato, avvenuta attraverso operazioni finanziarie finite sotto la lente dei pm per un totale di circa 10 miliardi di euro. Affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico cominciava a minacciare altri paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, scrive Marcello Zacché sul “Giornale”.*
A onor del vero, scrive Zacché, l’indagine sul gruppo bancario di Francoforte è vecchia di due anni, avviata dalla Procura pugliese di Trani (già attivasi in altri procedimenti finanziari come per esempio quello contro le agenzie di rating). E nel Napolitanosettembre scorso è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini, con i magistrati pugliesi pronti a chiedere il rinvio a giudizio di cinque banchieri che guidavano il gruppo nel 2011 (tra cui l’ex presidente Josef Ackermann e gli ex ad Anshuman Jail e Jurgen Fitschen) e della stessa Deutsche Bank. Poi però non se n’era saputo più nulla. Ora invece si apprende che l’indagine è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della banca. «Come noto – ricorda il “Giornale” – la vicenda riguarda la forte riduzione negli investimenti in titoli di Stato italiani avvenuta nei primi sei mesi del 2011, quando Deutsche Bank smobilitò 7 dei circa 8 miliardi dei Btp che deteneva, comunicando tutto soltanto il 26 luglio». Una notizia bomba, tanto che il “Financial Times” titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’Eurozona».Ora l’indagine che i pm milanesi hanno riaperto ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca. E, secondo l’accusa, emergerebbe che già alla fine dello stesso mese di luglio del 2011, Deutsche Bank aveva ripreso a comprare Btp (per almeno due miliardi) senza annunciarlo, mentre altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano posseduti da un’altra società tedesca acquisita nel 2010 dalla stessa mega-banca. Il 26 luglio, dunque, «Deutsche Bank comunicò le vendite avvenute entro il 30 giugno, ma non gli acquisiti successivi», avendo quindi «venduto prima del crollo dei prezzi, e ricomprato dopo». Una speculazione «che sembra aver fatto perno sulla crisi finanziaria italiana, causandone poi anche quella politica». Mario Monti, incaricato da Napolitano, ha così avuto modo di fare quello che i “mercati” (la Germania) chiedevano da tempo: demolire la domanda interna del paese, il cui Pil è crollato di colpo del 10% insieme alla produzione industriale, calata vertiginosamente del 25% aprendo la porta all’acquisto, a prezzi di saldo, di alcune tra le migliori firme del made in Italy.

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