“Andare oltre o scomparire”: la destra politica a convegno a Roma

Sarà un confronto «senza reti e senza schemi prestabiliti» quello sul destino della destra politica italiana organizzato a Roma da una serie di movimenti e associazioni d’area. Il presupposto, come spiegato dagli organizzatori, è che questa famiglia politica, con le sue diverse espressioni, è «posta oggi di fronte ad un bivio drammatico: “Andare oltre o scomparire”». E proprio “Andare oltre o scomparire” è il titolo del convegno, che si terrà a Roma, giovedì 21 giugno, nella “Sala meeting Hespresso”, in via Genova 14.

Organizzato su iniziativa del Movimento nazionale sovranista, di Azione Popolare, di Pronti per il Sud, di Mezzogiorno Nazionale e La Nostra Destra, l’incontro sarà animato da esponenti della destra di governo come Gianni Alemanno, Mario Landolfi, Adriana Poli, Roberto Menia, Silvano Moffa e Pasquale Viespoli. Vedrà inoltre la partecipazione, tra gli altri, di Gennaro Malgieri, Giorgio Conte, Massimo Corsaro, Elena Donazzan, Silvia Pispico, Marcello Taglialatela, Daniele Toto e Vincenzo Zaccheo.

«Obiettivo dichiarato – spiegano i promotori – lanciare un patto federativo della destra diffusa a livello territoriale e/o civico, per contribuire al superamento dell’attuale centrodestra, con la riaffermazione dei valori di unità e sovranità nazionale».

Ma Casapound, Forza Nuova e L’Italia Agli Italiani non si sentono chiamati. Sono già andati oltre?

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Cosa dice il diritto internazionale e quali sono gli obblighi e le norme sui salvataggi in mare, invasione a parte.

Dopo le dichiarazioni del Ministro degli Interni Matteo Salvini sulla chiusura dei porti italiani alle navi delle ong impegnate nelle attività di soccorso ai migranti davanti alla Libia, pubblichiamo 5 domande e 5 risposte sulla solidarietà in mare nel diritto internazionale tratta dalla Guida della CILD, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili. A questo link, inoltre, le regole d’ingaggio pubblicate dalla Guardia Costiera italiana.
1) Salvare la vita in mare è un obbligo?
Si. Il diritto del mare e la Costituzione italiana (art. 2) si fondano sulla solidarietà quale dovere inderogabile. Il diritto internazionale (convenzione di Montego Bay e altre) impone agli Stati di obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita, di informare le autorità competenti, di fornire ai soggetti recuperati le prime cure e di trasferirli in un luogo sicuro
2) Non prestare soccorso ai naufraghi è reato?
Si. In Italia, l’ingiustificata omissione di soccorso ai naufraghi costituisce reato ai sensi degli articoli 1113 e 1158 del codice della navigazione. Sono obbligati a prestare soccorso tutti i soggetti, pubblici o privati, che abbiano notizia di una nave o persona in pericolo in mare, qualora il pericolo di vita sia imminente e grave e presupponga la necessità di un soccorso immediato. Secondo la Convenzione di Amburgo tutti gli Stati con zona costiera sono tenuti ad assicurare un servizio di ricerca e salvataggio (SAR). L’acronimo SAR corrisponde all’inglese “search and rescue” ovvero “ricerca e salvataggio”. Con questa sigla si indicano tutte le operazioni che hanno come obiettivo quello di salvare persone in difficoltà.
3) Perché le navi delle ong non sbarcano a Malta?
Tutti gli stati costieri del Mediterraneo sono tenuti, alla luce della Convenzione di Amburgo, a mantenere un servizio di SAR, e le SAR dei vari stati devono coordinarsi tra di loro. Il Mar Mediterraneo, in particolare, è stato suddiviso tra i Paesi costieri nel corso della Conferenza IMO (International Maritime Organization) di Valencia del 1997. Secondo tale ripartizione delle aree SAR, l’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati. Tuttavia il governo maltese, responsabile di una zona vastissima, si è avvalso sinora della cooperazione dell’Italia per il pattugliamento della propria zona di responsabilità: nella prassi il Centro di Coordinamento regionale SAR maltese non risponde alle imbarcazioni che la contattano né interviene quando interpellato dal Centro di Coordinamento regionale SAR italiana. La mancata risposta dell’autorità maltese, tuttavia, non esime la singola imbarcazione che ha avvistato il natante in panne dall’intervenire. Di fatto, a seguito della mancata risposta (o risposta negativa) della SAR maltese, la singola imbarcazione chiederà l’intervento della SAR italiana che coordinerà l’intervento. La Libia e la Tunisia, pur avendo ratificato la convenzione di Amburgo, non hanno dichiarato quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR. L’area del Mar Libico confinante con le acque territoriali della Libia non è quindi posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. Di fatto, l’unico soggetto che presta soccorso (anche) nelle acque confinanti con le acque territoriali libiche è l’Italia. In Italia l’MRCC di Roma ha il compito di assicurare l’organizzazione efficiente dei servizi di ricerca e salvataggio nell’ambito dell’intera regione di interesse italiano sul mare, che si estende ben oltre i confini delle acque territoriali (circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati). Il Comando Generale, infatti, assume le funzioni di Italian Maritime Rescue Coordination Centre (I.M.R.C.C.), e cioè di Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo, cui fa capo il complesso delle attività finalizzate alla ricerca e al salvataggio della vita umana in mare. L’I.M.R.C.C. mantiene i contatti con i centri di coordinamento del soccorso degli altri Stati per assicurare la collaborazione a livello internazionale, prevista dalla Convenzione di Amburgo.
4) Cosa si intende per luogo sicuro dove condurre i soggetti recuperati? Il luogo di sicurezza (place of safety) è da intendersi come il luogo in cui può essere garantita innanzitutto l’incolumità e l’assistenza sanitaria dei sopravvissuti. In termini pratici questo vuol dire che finito il salvataggio in mare, l’operazione SAR non è ancora conclusa: i naufraghi devono essere condotti in un luogo dove possono essere fornite le garanzie fondamentali agli stessi (non solo le garanzie relative all’assistenza sanitaria, ma anche la garanzia a non essere sottoposto a torture o a poter presentare domanda di protezione internazionale). L’individuazione di tale luogo spetta alla SAR che coordina la singola azione di salvataggio, salvo che ci si trovi nelle acque territoriali dove resta la competenza esclusiva dello Stato costiero. Non sempre il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino al luogo ove avvengono le operazioni di soccorso. Non sono infatti considerati “sicuri” porti di paesi dove si possa essere perseguitati per ragioni politiche, etniche o di religione, o essere esposti a minacce alla propria vita e libertà. Ad esempio, l’UNHCR ritiene che la Libia non soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro allo scopo di svolgere procedure di sbarco in seguito a salvataggi in mare, alla luce della volatilità delle condizioni di sicurezza in generale e, più in particolare, nei riguardi di cittadini di paesi terzi. Queste condizioni, infatti, contemplano la detenzione in condizioni che non rispettano gli standard – e sono stati dimostrati frequenti abusi nei confronti di richiedenti asilo, rifugiati e migranti. Secondo un esposto dell’ASGI, il territorio libico non può ritenersi “luogo sicuro”, in quanto non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, né le principali Convenzioni in materia di diritti umani, e numerosi sono i rapporti internazionali che denunciano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti dei migranti.
5) È possibile bloccare l’accesso ai porti delle navi private che hanno effettuato il soccorso? Lo stato costiero, nell’esercizio della propria sovranità, ha il potere di negare l’accesso ai propri porti. Le convenzioni internazionali sul diritto del mare, pur non prevedendo esplicitamente l’obbligo per gli stati di far approdare nei propri porti le navi che hanno effettuato il salvataggio, impongono e si fondano sull’obbligo di solidarietà in mare, che sarebbe disatteso qualora fosse negato l’accesso al porto di una nave con persone in pericolo di vita, appena soccorse e bisognose di assistenza immediata. La chiusura dei porti comporterebbe in ogni caso la violazione di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati, a partire dal principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), qualora le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possano essere soddisfatti per effetto del concreto modo di operare del rifiuto stesso. Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU.

Il Magistrato Paolo Ferraro lancia un appello al Nuovo Ordine Mondiale.

Un appello semplice e diretto al quale aderiamo senz’altro. Il Magistrato Paolo Ferraro ha subito l’oppressione del sistema perché aveva scoperto che il programma di manipolazione e controllo mentale denominato Mk-Ultra (o Monarch) era, ed è, utilizzato correntemente in Italia da un insieme insolito di personaggi militari e civili da anni. Si tratta dell’operazione di rapimento e condizionamento di donne, uomini e bambini per fini inconfessabili e sinceramente disgustosi da descrivere. Giustamente il Magistrato include in un solo appello istanze solo apparentemente distanti come il controllo dell’acqua e dell’aria attraverso la ridicola scusa economica e la ferale manipolazione delle scie chimiche. Si tratta solo di diversi aspetti della stessa volontà omicida e disumana che si sta impossessando di tutto il pianeta. Anche questa miserrima crisi finanziaria che ci attanaglia e deprime è solo il frutto di una strategia concertata per annichilirci e renderci innocui e proni. Dimostriamogli che hanno sbagliato a fare i conti e che un’umanità forte e determinata è sveglia e pronta a dargli ciò che meritano!

Vaccini-NANOCHIP: : PROGETTI ALLUCINANTI PER IL CONTROLLO UMANO NANOCHIP DA SORVEGLIANZA DI MASSA INSERITI NEI VACCINI GLAXO e Hitachi 9

Scritto da Valdo Vaccaro

Pubblicato il 22 dicembre 2017

PROGETTI ALLUCINANTI PER IL CONTROLLO UMANO
Ciao Valdo. Gianni Lannes ci spiega come le multinazionali del vaccino stanno mettendo le mani sui nano-chips, a completamento logico del progetto “vaccino più nanochips” per etichettare e sorvegliare la popolazione mondiale. Direi che qualsiasi commento sia superfluo!!! Un caro abbraccio.
Andrea Tassinari
ARTICOLO DI GIANNI LANNES
VACCINI DOMINIO ASSOLUTO
NON PIÙ UOMINI LIBERI MA AUTOMI TELECOMANDATI

La tecnocrazia ha soppiantato la democrazia.
Dall’uomo alla macchina.
Nei nuovi vaccini da sperimentare per la prima volta al mondo proprio in Italia ci sono i nanochip, ovvero dei microchip miniaturizzati che stanno dentro l’ago di una siringa ed entrano in circolo nel corpo umano e vanno ad interagire con il DNA. Il rischio e pericolo? Il controllo totale degli esseri umani trasformati in automi telecomandati.

NANOCHIP DA SORVEGLIANZA DI MASSA INSERITI NEI VACCINI

I nano-microchip invisibili all’occhio nudo sono una realtà già utilizzata in un’ampia gamma di applicazioni.
Questi nano-microchip sono stati inseriti all’interno dei vaccini per etichettare e sorvegliare la popolazione mondiale.

UN NANOMETRO È 100.000 VOLTE PIÙ SOTTILE DI UN CAPELLO

La nanotecnologia si occupa di strutture più piccole di un micron (meno di 1/30 del diametro di un capello umano), e comporta lo sviluppo di materiali e dispositivi di tale dimensione. Per fare un esempio, un nanometro è 100.000 volte più piccolo della larghezza di un capello umano.

MOLTITUDINE DI UTILIZZAZIONI IN ATTO

Tre lustri fa, tecniche a basso costo hanno migliorato la progettazione e la produzione di nano-microchip.
Ciò ha aperto la strada ad una moltitudine di metodologie per la loro fabbricazione ed il loro uso in una vasta gamma di applicazioni, in dispositivi ottici, biologici, ed elettronici.
L’uso congiunto della nano-elettronica, della fotolitografia, e di nuovi biomater?
iali, ha fornito la tecnologia necessaria per la costruzione di nano-robot per le applicazioni mediche comuni: strumenti chirurgici, per la diagnosi e per il rilascio dei farmaci.

IL CHIP CHE PARLA E DIALOGA COI MEDICI

Un microchip cutaneo permetterà di monitorare lo stato fisico di una persona, trasmettendo i dati dell’ospedale mediante un server. Tale microchip è stato ideato da Abderrazek Ben Adballah, ingegnere informatico tunisino che lavora all’università giapponese di Aizu. Alimentato dalla bioenergia e da reazioni chimiche nell’organismo, il microchip fornirà ai medici indicazioni su pressione sangue, temperatura organica, dati cardiologici e altro ancora. Si pensa a prossima sperimentazione su persone anziane.

LA HITACHI È IN POSSESSO DI UN CIRCUITO INTEGRATO MINUSCOLO QUANTO UN GRANELLO DI POLVERE

L’Hitachi giapponese ha infatti affermato di avere sviluppato il microchip più piccolo e più sottile del mondo, che può essere incorporato nella carta per rintracciare i pacchi o per provare l’autenticità di un documento. Il circuito integrato (CI) è minuscolo come un granello di polvere.

DIETRO A QUESTO SINISTRO PROGETTO CI STA LA GLAXO

Provate a indovinare chi sta dietro?
Facile: Glaxo Smith Kline.
Addirittura all’Ibm il 31 marzo 2016 l’allora primo ministro Matteo Renzi, mediante un accordo segreto ha concesso i dati sanitari sensibili della popolazione italiana, in cambio di un investimento di appena 150 milioni di dollari a Segrate.

PROGETTO WATSON DECOLLATO A OTTOBRE IN LOMBARDIA SULLA PELLE DI UNA POPOLAZIONE DEL TUTTO IGNARA

Il progetto Watson è decollato un mese fa in Lombardia sulla pelle di 3 milioni di ignari residenti, grazie al beneplacito di Roberto Maroni.
Il 3 luglio scorso ho chiesto pubblicamente a Matteo Renzi di spiegare la provenienza di ben 4 milioni di euro recapitati alla sua fondazione Open.
A tutt’oggi non ho avuto alcuna risposta. Chi ha dato a Renzi tutti quei soldi e perché

Scritto da Valdo Vaccaro

Lo Spread

Che cos’è lo spread, perché aumenta e diminuisce, per quale motivo è importante che resti basso e quali sono le conseguenze sull’economia se sale troppo:
analisi di mercato finanziario con borsa e spread in salita
di Annamaria Villafrate –

In questi giorni di profonda instabilità politica del paese, dopo la decisione di Mattarella di rifiutare il contratto Lega- M5S, si torna a parlare di spread, ossia il differenziale di rendimento tra BTP e gli equivalenti BUND tedeschi, il cui valore è condizionato dal comportamento degli investitori nei mercati secondari.

Se lo spread è basso, c’è fiducia nei titoli di Stato, se aumenta no, con effetti negativi sul debito pubblico, il risparmio, il credito e i consumi.

Cerchiamo quindi di capire che cos’è lo spread, che cosa ne provoca l’aumento e la diminuzione e quali sono le ripercussioni sull’economia se il suo valore sale troppo:

Spread significa “divario”. Nel linguaggio economico indica la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani (in particolare i BTP ossia i Buoni del tesoro pluriennali) e gli stessi titoli pubblici tedeschi, ossia i BUND. Il raffronto avviene con i titoli tedeschi e tra buoni a lungo termine perché:

l’economia della Germania è da sempre considerata forte e affidabile;
perché i titoli statali a lungo termine sono quelli che consentono di investire senza troppi rischi.

Spread: perché aumenta e diminuisce

Il valore dello spread dipende dai movimenti di acquisto e di vendita sul mercato obbligazionario secondario. Nel momento in cui gli investitori non hanno fiducia nei titoli obbligazionari di uno Stato, a causa dell’instabilità politico economica di quest’ultimo, tenderanno a venderli sul mercato secondario, ossia quello dei titoli già emessi e in circolazione. Per renderli più appetibili agli investitori però sarà necessario diminuirne il prezzo e offrire un tasso di rendimento più elevato, con conseguente aumento dello spread. Questo comporta che, se il Paese deve emettere nuovi titoli per finanziarsi, sarà costretto ad adeguarsi ai valori del mercato secondario, ossia vendere a basso costo con tassi di rendimento elevati. Nel momento in cui invece uno Stato è stabile, gli investitori saranno tranquilli e non tenderanno a sbarazzarsi dei suoi titoli. In questo caso lo spread resterà stabile o diminuirà.

Spread: perché è importante che resti basso

Il valore dello spread è uno dei fattori da cui è possibile determinare lo stato di salute economica di un Paese. In uno Stato stabile i titoli pubblici, pur garantendo rendimenti (tassi di interessi) più bassi agli investitori, risultano decisamente più sicuri. Per questo, più il divario (spread) tra BTP italiani e BUND tedeschi è alto, più investire nei titoli italiani e quindi “prestare” soldi all’Italia risulta rischioso.

Spread alto: le conseguenze sull’economia
Gli effetti sull’intero sistema economico di uno spread elevato sono i seguenti:

aumento del debito pubblico: questo perché l’innalzamento dello spread provoca quello dei tassi di interesse dei BTP che lo Stato è costretto a pagare. Uno Stato che deve pagare interessi elevati agli investitori ha meno denaro da spendere per i servizi pubblici dei cittadini, per soddisfare i quali è costretto a indebitarsi ulteriormente, dando vita ad un aumento del suo debito, difficile da ripianare;
crisi delle banche: perché sono quelle che possiedono più BTP. Uno spread elevato costringe infatti anche le banche ad innalzare i tassi di interesse dei titoli divenuti ” rischiosi”, per attirare gli investitori;
difficoltà di accesso al credito: l’innalzamento dei tassi di rendimento dei BTP costringe le banche a innalzare gli interessi di mutui e finanziamenti, per pagare gli investitori. Risparmiatori, imprese e privati hanno quindi più difficoltà ad accedere al credito, per l’aumento dei tassi di interesse da rimborsare;
diminuzione dei consumi: in un sistema in cui le banche possono fare credito a imprese e privati a costi elevati è logico che, più soldi si devono alle banche, meno se ne hanno in tasca per spendere in consumi e far girare l’economia.

REFERENDUM CONTRO I TRATTATI EUROPEI E ABROGAZIONE ART.81

Visto che se ne riparla:
Venerdi 6 aprile andammo in Cassazione a depositare la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per chiedere il referendum contro i Trattati dell’Unione Europea. A seguire, la raccolta di firme nelle piazze intorno a questa proposta di legge, insieme a quella che chiedeva la riscrizione dell’art.81 (obbligo del pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact) arbitrariamente inserito nella Costituzione.

A Bologna, sabato 24 marzo, Eurostop ha fatto il punto della situazione, approfondendo sia gli aspetti costitutivi del sistema di trattati Ue, sia le conseguenze dirette sulla vita di tutti noi. Da una parte, infatti, vediamo la battaglia per “rafforzare la Ue” o almeno l’Eurozona – lanciata da Macron e Merkel, che hanno fretta di “stringere” per contenere gli sfilacciamenti euroscettici (Est europeo e “populismi” vari) – in modo tale da ridurre al minimo i margini di manovra dei vari governi nazionali; dall’altra le politiche di austerità hanno conformato una catena di comando – tramite il cosiddetto “patto di stabilità” – che va da Bruxelles all’ultimo Comune di questo paese.

Solo per fare un esempio: ci sono ormai parecchi Comuni in “stato di pre-dissesto”, ossia ad un passo dal commissariamento governativo. Una situazione che affonda certamente in pessime gestioni passate (centrodestra e centrosinistra hanno fatto a gara verso il peggio), ma che è diventata ora irrisolvibile proprio in forza dei “vincoli esterni” (europei) che si sono estesi fino a diventare “vincoli interni”, impedendo di fatto ogni possibile scelta amministrativa anche solo un poco autonoma. Stiamo parlando di grandi comuni come Napoli, o di media rilevanza come Terni; ma la condizione “vincolata” dal patto di stabilità vale ormai per tutti.

E’ insomma un problema politico immediato, e dovrebbe discuterne con maggiore attenzione e passione proprio chi sta con la testa soltanto alla prossima tornata elettorale (le amministrative di fine maggio, in una ventina di comuni capoluogo), ma che invece si diletta ancora con le vecchie alchimie di “alleanze” posticce, che non si traducono più in percentuali di voti necessari ad un seggio.

E’ un problema, dunque, che riguarda direttamente anche Potere al Popolo, che ha giustamente inserito tra i suoi punti di programma il “rompere l’Unione Europea dei trattati” e ora deve articolare questo obiettivo in azione concreta, “tra le masse”, visto che non esiste in pratica nessun problema sociale (dalla casa ai salari, dalla disoccupazione ai diritti, ecc) che non abbia nell’Unione Europea il suo “decisore di ultima istanza”. Tanto più che, a maggio, il nuovo governo in formazione dovrà varare una manovra correttiva di parecchi miliardi e la “legge di stabilità 2019” dovrà contenere misure che soddisfino l’entrata a regime del Fiscal Compact (un taglio del debito pubblico pari al 5% ogni anno, per venti anni); e dunque bisognerà mobilitarsi immediatamente per far crescere la resistenza (e la capacità d’aggregazione) del nostro “blocco sociale”.

A questo scopo risulta particolarmente importante la campagna di raccolta firme per l’abolizione dell’obbligo al pareggio di bilancio (un trattato Ue) all’interno dell’art. 81 della nostra Costituzione; una mostruosità che già ora sta portando a sentenze della Consulta in cui i “diritti universali” garantiti dalla Carta costituzionale vengono subordinati agli obiettivi di bilancio. In pratica, se un diritto comporta una spesa, non è più un tuo diritto esigibile…

I compagni di Eurostop convenuti a Bologna da diverse regioni hanno portato contributi di buon livello anche e soprattutto da parte dei più giovani. E l’insieme va a costruire un patrimonio di informazione/analisi cui possono attingere facilmente attivisti e militanti di qualsiasi formazione politica, per chiarirsi le idee sulla realtà effettiva della Ue e cominciare a immaginare una via di uscita praticabile. Ossia, che non rimandi a una lisergica “presa di coscienza” contemporanea – nello stesso preciso momento – di tutti i popoli d’Europa.

A questo fine, dunque, ci sembra particolarmente importante che la campagna sull’art. 81 sia affiancata dalla raccolta firme per il referendum anche sui Trattati europei. Conosciamo le obiezioni avanzate su questo punto, assolutamente infondate. Vero è che la Costituzione, art. 75, esclude dalla possibilità di sottoporre a referendum abrogativo “le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Ma non esclude affatto di poterle sottoporre a referendum consultivo – che ha ovviamente meno potere vincolante, ma segnala con forza il “parere” del Paese, incidendo comunque sulla sua vita politica e la “disinvoltura” con cui i partiti obbediscono alla Ue.

Si può fare? Certamente sì! Ne è stato tenuto uno, il 18 giugno 1989, per sondare la volontà popolare in merito al conferimento o meno di un ipotetico mandato costituente al Parlamento europeo, i cui rappresentanti italiani venivano contestualmente eletti. Allora – sia detto per inciso – l’80% disse “sì”, sperando che “l’Europa” ci potesse aiutare a superare molti dei difetti nazionali. Dopo 30 anni la verifica è totalmente negativa, dunque non dovrebbe far scandalo un referendum con lo scopo opposto.

Sappiamo bene che il confronto “a sinistra”, sul tema decisivo dell’Unione Europea, è viziato dal “pensiero unico” dell’avversario, capace di creare un linguaggio e un immaginario che impedisce ormai di distinguere tra “cosmopolitismo capitalistico” (la globalizzazione, peraltro in aperta crisi) e “internazionalismo dei lavoratori). Paradossalmente, e l’abbiamo verificato nel corso della campagna elettorale, è più facile discutere di Unione Europea con la gente in fila alla posta che non con certa “compagneria” inzeppata di luoghi comuni.

Sappiamo dunque bene che ogni confronto corre il rischio di trasformarsi in una sterile contrapposizione tra “europeisti perché internazionalisti astratti” e critici dell’Unione che vedono la concreta possibilità di rompere questa gabbia creando un’area euromediterranea solidale, socialista e democratica.

Per superare questo stallo risulta molto utile il documentario Piigs (alcune copie son state donate dagli autori: Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre), che affronta il “dilemma Ue” facendo vedere come si sta trasformando – in negativo – il modello sociale europeo e mettendo a confronto intellettuali anche molto diversi tra loro (Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Erri De Luca, ecc) in un racconto che mette in parallelo l’evoluzione della crisi gestita con politiche di austerità e la nascita-vita-morte di una cooperativa sociale.

Non perché il documentario “rifletta” la posizione di Eurostop, ma perché permette di visualizzare e dunque problematizzare meglio una discussione altrimenti – e facilmente – astratta, alla lunga inconcludente.

Insomma, quella di Bologna è stata una conferenza per nulla “di maniera”. Al contrario, traccia una linea di confronto serio, alto, concreto, per costruire ex novo la rappresentanza politica del nostro blocco sociale, martoriato da crisi e politiche di austerità.

La mossa di Savona: “Voglio un’Europa più forte ma più equa”.

Governo, Conte da Mattarella alle 19: colloquio formale.
Il ministro dell’Economia in pectore si difende dalle accuse di antieuropeismo. Dice di credere all’unione politica. Valorizza il ruolo dell’Europarlamento. Padoan: “Il problema non è Savona, ma le idee della maggioranza sulla Ue”. Galantino (Cei): “Troppi diktat non previsti dalla Carta”
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceverà il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, alle 19 di questa sera. Tutto quel che si è appreso, è che non si tratta di un colloquio informale. La speranza di Conte è di arrivare all’apertura dei mercati con la squadra pronta e il giuramento concluso. Ma la partita resta apertissima. Nelle ultime ore erano circolate molte ipotesi di mediazione. Una (come anticipato da Repubblica in edicola), riguardava lo spacchettamento del ministro dell’Economia: da una parte le Finanze, dall’altra il Bilancio. Anche se la Lega aveva fatto resistenza. Si era parlato anche di un ruolo di viceministro dell’Economia affidato alla pentastellata Laura Castelli, con ampie deleghe: un modo per depotenziare i poteri di Savona. Un’ipotesi, questa, poi smentita da fonti M5s.

Paolo Savona, l’uomo indicato dalla Lega e dai Cinquestelle come ministro dell’Economia, ha provato a sbloccare l’impasse sul suo nome. In un comunicato affidato a Scenarieconomici.it dice: “Le mie posizioni sono note. Voglio un’Europa diversa, più forte ma più equa”. Un tentativo di smontare le accuse di antieuropeismo, legate alle sue prese di posizione critiche sull’euro e sul ruolo della Germania, fonte di preoccupazione al Quirinale. Savona parla di “polemiche scomposte” maturate nelle ultime ore. E fa riferimento al contratto di governo tra Lega e M5S. Con la richiesta all’Unione Europea di una “piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo”.

Insomma, pieno ancoraggio ai trattati europei. Poi auspica l’attribuzione “al Parlamento europeo di poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale”. Propone di “creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica”. Sempre facendo riferimento al contratto, parla di un impegno a ridurre debito pubblico e deficit “non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità”, bensì “attraverso il tramite della crescita del Pil”.

POLITICA
Bce, europarlamento, debito: il comunicato di Savona
Dichiarazioni nate ovviamente con l’intento di offrire rassicurazioni al Colle. Vanno nella stessa direzione le affernazioni del grillino Danilo Toninelli secondo cui “Mattarella ha tenuto un percorso assolutamente lineare non essendo il presidente della Repubblica un organo di governo, ma un organo di garanzia e di unità nazionale. L’organo di governo è il presidente incaricato”. Tutto questo quando sono trascorsi ormai 83 giorni dalle elezioni senza la nascita di un governo: un record per la Repubblica. Matteo Salvini intanto twitta: “Io fino all’ultimo non mi arrendo!”, con tanto di foto di un aereo Alitalia (segno del ritorno a Roma dopo il comizio di ieri sera in provincia di Bergamo”).

Tutto finisce a tarlassi e vino: Savone è pro euro e Mattarella ha espresso solo opinioni.

Paolo Savona e il ruolo chiave nell’ideazione del Mose: “Indispensabile. Critiche sono senza fondamento”

L’uomo che Matteo Salvini vuole a ogni costo al vertice del ministero dell’Economia ha interpretato una parte fondamentale nella progettazione dell’opera pubblica più costosa di sempre. Era presidente del Consorzio Venezia Nuova – in quanto rappresentante di Impregilo – negli anni cruciali in cui il governo decise che andava fatta e sarebbe stata finanziata. E al Corriere diceva: “Non creerà nessun danno alla laguna”
di Giuseppe Pietrobelli | 27 maggio 2018

VENEZIA – L’opera pubblica più costosa di sempre, ovvero il Mose che dovrebbe salvare Venezia dalle acque alte, porta l’impronta anche dell’economista Paolo Savona, che ha ricoperto il ruolo-chiave di presidente del Consorzio Venezia Nuova negli anni cruciali in cui il governo decise che andava fatta e sarebbe stata finanziata. Il ruolo dell’uomo che Matteo Salvini vuole a ogni costo al vertice del ministero dell’Economia è tutto da raccontare, perchè riflette i giochi di potere e gli interessi economici che si sono spartiti una torta che alla fine ha superato abbondantemente quota 5 miliardi di euro. E ancora il Mose non è realizzato, anzi secondo test e sperimentazioni i problemi di efficienza delle paratie mobili alle bocche di porto e i dubbi sui fenomeni corrosivi del mare sono più che mai attuali.

E pensare che il professor Savona, intervistato nel marzo 2001 dal Corriere della Sera, aveva manifestato grande ottimismo verso un progetto che era ancora in costruzione. “Le paratoie del Mose saranno una macchina semplice da gestire e affidabile nei risultati. Le nuove tecnologìe non lasciano alcun margine agli errori temuti, come quelli di un loro blocco o di un loro cedimento”. Una dichiarazione di fiducia nella scienza, ma necessitata, visto che Savona occupava la poltrona (che poi sarebbe stata di Giovanni Mazzacurati, il grande tangentiere veneziano) in quanto rappresentante del colosso delle costruzioni Impregilo di cui era presidente. Non avrebbe potuto dire nulla di diverso, visto che una settimana prima dell’intervista aveva cominciato un quinquennio cruciale per far passare il Mose dalle carte degli ingegneri, all’operatività dei cantieri. Si può dire che la missione fu compiuta, con l’aggiunta della lucrosa cessione delle quote di Impregilo, soffocata dai debiti, alla padovana Mantovani, diventata poi il crocevia del grande scandalo che si consumò in laguna, sulla pelle dei contribuenti italiani.

Lette oggi, dopo gli arresti che nel 2014 hanno sconvolto il panorama politico e imprenditoriale del Veneto (e non solo), le parole di Savona fanno, comunque, impressione. Fu presidente dle Consorzio dal 25 febbraio 2001 al 3 giugno 2005, subentrando a Franco Carraro, socialista presidente del Coni e sindaco di Roma, che aveva preso il posto di Luigi Zanda, divenuto poi esponente del Pd. Il Mose è sempre stato un’opera bipartisan, approvata in successione dai governi Ciampi, Amato e D’Alema. La prima pietra (una lapide lo ricorda) fu poi posata da Silvio Berlusconi il 14 maggio 2003. Ma la benedizione definitiva venne nel 2008 anche dal governo di Romano Prodi. Cosa disse Savona al quotidiano di via Solferino? “Le critiche sono prive di fondamento, il progetto delle opere mobili è tra i più studiati e più moderni del mondo”. Potrà causare danni alla Laguna? “Gli esperti ci hanno detto di no” fu la replica, che nel tempo è stata smentita dalle verifiche sul grado di abbassamento dei fondali. E poi l’epilogo: “Il Mose è un’opera indispensabile per la salvaguardia di Venezia”.

Le inchieste penali hanno poi dimostrato che fu un’opera indispensabile per i politici corrotti, per le imprese che facevano parte del Consorzio e per il cerchio magico di Mazzacurati. Che lo sia anche per salvare Venezia dalle acque alte non è ancora comprovato dai fatti. Comunque la presidenza Savona, se fu indenne dallo scandalo scoppiato dieci anni dopo, fu decisiva per il via alle opere. Già il 5 marzo 2001 ci fu una prima decisione del consiglio dei ministri presieduto da Giuliano Amato, convalidata poi dal Comitatone del 6 dicembre 2001, quando il premier era Berlusconi. E Savona, che in alcune intercettazioni telefoniche aveva manifestato ottime entrature nel governo di centrodestra, riuscì a centrare gli obiettivi che si era prefissato. Il Comitatone decise che il Magistrato alle Acque e il Cvn avrebbero redatto il progetto definitivo, non solo delle opere mobili (Mose), ma anche delle opere complementari e della conca di navigazione alla bocca di Malamocco. La consegna definitiva avvenne il 30 settembre 2002 e fu approvata dal Comitato tecnico del Magistrato alle acque l’8 novembre 2002. Il 29 novembre 2002 il Cipe assegnava un primo finanziamento da 450 milioni di euro per il Mose. Il 20 gennaio 2004 la Commissione per la Salvaguardia di Venezia dava parere favorevole al progetto definitivo, con prescrizioni. Ed ecco, nell’aprile successivo, la consegna dei lavori per gli interventi alle tre bocche di porto. Intanto il Cipe aveva ritoccato il finanziamento portandolo a 638 milioni di euro e il Tar (20-21 maggio 2004) aveva bocciato i ricorsi degli ambientalisti, sentenza confermata dal Consiglio di Stato il 17 dicembre 2004.

Mentre Savona seguiva lo sviluppo dell’iter, Impregilo, che era gravata dai debiti, realizzò un ottimo colpo nel 2004 quando cedette la sua quota nel Consorzio Venezia Nuova all’Impresa Mantovani della famiglia Chiarotto di Padova. Vennero pagati 57 milioni e mezzo di euro, che consentirono al gruppo di realizzare una plusvalenza di 55 milioni di euro. Mantovani significò poi Piergiorgio Baita, che ne divenne presidente e che è considerato il grande ideatore, assieme a Mazzacurati, dell’architettura delle tangenti pagate per far procedere la realizzazione del Mose.

Cosa c’è scritto nel contratto di Governo 5 stelle e Lega

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Nel contratto messo a punto da Movimento 5 stelle e Lega non c’è più la parte relativa all’uscita dall’euro e non sarebbe previsto nemmeno il referendum sulla moneta unica.

Lo spiegano all’agenzia di stampa Dire fonti del Movimento 5 stelle. Le stesse fonti confermano che “il lavoro sul contratto è finito” e il segretario della Lega Matteo Salvini e il capo politico del M5s Luigi Di Maio si stanno incontrando per derimere gli ultimi punti dell’accordo e, soprattutto, per dividersi i ministeri e concordare il nome del presidente del Consiglio da proporre al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Lega e 5 stelle, spallata alla Ue: “No condono del debito, ma riscriviamo le regole”

Intanto una bozza del contratto di governo è stata già consegnata al Quirinale lunedì scorso nel corso delle ultime consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con M5s e Lega, ma dal Quirinale fanno sapere che Mattarella attende di leggere il testo finale del “contratto” con il programma del governo Lega-5stelle.

Il contratto del governo Lega – 5 stelle

Il contratto del governo del Cambiamento è un documento di oltre 40 pagine. Rispetto alle bozze circolate nelle ultime ore non ci sarebbe più la parte relativa all’uscita dall’euro.

Entrano una serie di punti, moltissimi, tra cui anche un capitolo sui vaccini, e il codice etico per i membri del Governo.

Tra le misure previste dall’accordo di governo c’è il reddito di cittadinanza, la flat tax, revisione della Legge Fornero (in pensione con quota 100 o 41 anni di anzianità contributiva), e la pensione di cittadinanza, taglio delle pensioni dei parlamentari, e l’impegno a mantenere l’acqua pubblica. Ma anche una particolare attenzione all’agricoltura e al Made in Italy con l’impegno a “difendere la sovranità alimentare dell’Italia”.

Un capitolo anche sul sostegno alla green-economy e all’economia circolare, previste sovvenzioni per favorire l’acquisto di auto elettriche.

Sul debito pubblico la proposta giallo-verde verte sulla esclusione dal calcolo del rapporto debito-PIL dei titoli di stato acquistati dalla banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing.

Per il comparto difesa si prevedono nuove assunzioni nelle forze dell’ordine. In ambito politiche estere, si valuta un’apertura alla Russia quale partner economico e commerciale.

Il governo Lega-5stelle punta a sterilizzare la clausole di salvaguardia che comportano l’aumento dell’IVA ed eliminare eliminare le “componenti anacronistiche” delle accise sulla benzina. Previsto inoltre un sistema di “sconti sulle assicurazioni auto” per chi non commette infrazioni alla guida.

In ambito economico la parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, e dalla instaurazione di una “pace fiscale” con i contribuenti: “Via spesometro e del redditometro”.

Pensata anche l’introduzione di un Ministero del Turismo (con scorporazione delle competenze turistiche fuori dal MiBACT) e un Ministero delle Disabilità, un’Agenzia Nazionale della Ricerca, la revisione delle attuali competenze del CONI, e riforme costituzionali tra cui ritorna l’abolizione del Cnel e maggiore autonomia alle Regioni che lo richiedano. Prevista inoltre una “Banca” per gli investimenti.

Prevista al chiusura di tutti i campi nomadi irregolari,

“Poi ci saranno anche le riforme per le imprese, interventi importantissimi che riguardano la lotta al gioco d’azzardo e alle patologie correlate”. spiega Luigi Di Maio.
Il Comitato di riconciliazione resterà, riveduto e corretto, anche nella stesura finale del contratto di governo tra M5s e Lega. Pensato per dirimere gli eventuali dissensi in Consiglio dei ministri, l’articolo è stato rivisto per evitare che vi sia il rischio di contrasto con norme di legge e costituzionali che regolano il funzionamento dell’organo di governo.

Nuovo patto per Roma. Verrà sancito un nuovo patto tra la Repubblica e la sua Capitale, restituendole nuova e definitiva dignità”

Di Maio chiama gli italiani in piazza: “Weekend nei gazebo”

“Ora indietro non ci si può tirare” scrive Luigi Di Maio sul blog del Movimento 5 stelle: “Ora questo Governo s’ha da fare. Ora l’Italia deve cambiare davvero”.

Nel frattempo quella appena finita è stata una giornata dove i mercati finanziari hanno “attaccato” le indiscrezioni circolate sull’accordo: lo spread ha toccato i 151 punti base il livello più alto da quattro mesi, mentre la Borsa di Milano ha subito uno scossone: l’indice Ftse Mib chiude in calo del 2,32% e scende sotto la soglia del 24mila punti, a 23.734.

Il mercato guarda con apprensione ai possibili piani d’azione di un governo Lega-M5s, a partire dall’ipotesi di una richiesta di cancellazione dei 250 miliardi di debito con la Bce. Il rendimento del titolo decennale italiano è in rialzo al 2,10%.

Tutti gli iscritti alla Fiamma erano considerati “pericolosi”

Ancora con fascismo e antifascismo, anziché parlare di Stati sociali e di capitali globalisti.

di Massimiliano Mazzanti

Caro direttore,

pensare che certe cose accadano o siano accadute è una cosa, verificarle senz’ombra di dubbio, però, è tutt’altra questione. Di cosa si sta parlando? Di quella che si poteva immaginare come una “leggenda esagerata”, secondo la quale militare nella Destra, nel dopoguerra, poteva essere, oltre che rischioso per la propria incolumità fisica, motivo di automatica schedatura da parte della Polizia, a prescindere dall’aver commesso reati o dall’assumere atteggiamenti sospetti. No, non era una leggenda, ma la pura e semplice verità. Di recente, la Questura di Bologna – e probabilmente tutte le Questure italiane – hanno provveduto a “versare” all’Archivio di Stato di competenza documenti relativi all’attività svolta nei decenni appena passati. Ebbene, un giovane ricercatore, compulsando questa nuova documentazione, si è imbattuto in un nome conosciuto in città – quello di Anselmo Raspadori, storico dirigente missino degli anni ’60 e ’70 -, il cui fascicolo è stato definitivamente archiviato in quanto “defunto di recente” (espressione che ricalca l’esatta classificazione sempre della Questura) e inserito niente meno che nella categoria “A8”. Persona specchiata, incensurata, eppure bollata così: “A8”. Una lettera, una cifra, un giudizio implacabile: “Persona pericolosa per la sicurezza dello Stato”. Nella busta col suo nome sopra, però, non ci sono documenti e informative riferite a chissà quali attività eversive, ma solo copie di “rapportini” in cui il Raspadori, con diversi altri, viene identificato come appartenente al Msi e, di conseguenza, catalogato come “sovversivo”. E in quei “rapportini” non c’è solo lui ovviamente, ma alcune altre decine di persone, le quali, presumibilmente, sono ancora classificate “A8” nei capienti scaffali della Digos di Bologna. Per esempio, il 23 marzo 1976, l’allora “Ufficio politico” della Polizia di Bologna – con una “riservata-raccomandata-in doppia busta” – si premura di comunicare la nuova composizione della direzione provinciale cittadina, all’epoca guidata da Pietro Cerullo, il giovane deputato che uscirà dal Msi per fondare e diventare segretario di Democrazia nazionale. E dev’essere stata una preoccupazione non da poco, se la relazione, stilata, come detto, dall’“Ufficio politico”, venne trasmessa a Roma a firma del questore (all’epoca, il dottor Palma). Anche se, in verità, i solerti funzionari non dettero ai superiori notizie di particolare interesse, dal momento che di 8 dei 10 nomi si puntualizza essere “già noto a codesto ministero”, rivelando che la schedatura dei missini era pratica antica. Degli altri due – un responsabile degli enti locali e il presidente del Fuan (il documento dimostra che le informazioni sul Msi erano precisissime) -, essendo fino a quel momento sconosciuti alla Polizia, si precisa per entrambi: “studente, celibe, risulta di regolare condotta e incensurato”. Un’espressione, questa, che tradisce non solo la raccolta d’informazioni, ma anche una qualche, seppur sommaria, attività d’indagine. L’analogo documento del 14 novembre del 1979 differisce dal primo solo per l’intestazione: sciolti i vecchi “uffici politici”, tocca alla neocostituita Digos indagare sui missini. Segretario provinciale, dopo il congresso di Napoli, è diventato Filippo Berselli, anche lui “già noto” in quel frangente, ma la nuova divisione investigativa dimostra maggior solerzia rispetto ai colleghi d’un tempo: del segretario amministrativo, Carlo Calanca, per esempio, si precisa non solo che è “coniugato, incensurato”, ma anche che “è iscritto al Msi-Dn e fa parte della corrente rautiana”. Ed è curioso, se non grottesco, che la Digos si senta in dovere di precisare al Ministero dell’Interno come il Calanca – individuato come componente la nuova direzione provinciale missina col ruolo di segretario amministrativo – sia anche “iscritto al Msi”. Anche in questo secondo caso, i nominativi nuovi furono oggetto certamente d’indagine, come dimostra la nota relativa ad Adi Arpetti, la nuova segretaria femminile, di cui si segnala la residenza; il fatto d’essere sposata (c’è anche il nome del marito), ma separata di fatto dal 1966; di aver due figli (indicati per nome e con le rispettive età: 13 e 11 anni); di essere titolare di una copisteria, alla quale (precisa sempre il documento) sono cointeressati il consigliere regionale e il consigliere provinciale del partito; di essere “iscritta al Msi-Dn” e di far “parte della corrente romualdiana”. Un terzo documento della “Busta Raspadori”, infine, testimonia come non fosse necessario assumere un “ruolo ufficiale” nel Msi, per finire schedato tra gli “A8” della Repubblica: bastava parcheggiare l’auto nel posto “sbagliato”. In questo caso, si evince anche la collaborazione tra Questure diverse, nell’individuazione e nell’attenzione verso queste persone “pericolose per la sicurezza dello Stato”. Si tratta, infatti, di un documento Digos di Bologna che, trattando segnalazioni della Digos di Forlì, trasmette al Ministero e ad altri uffici verifiche effettuate su targhe d’automobili recatesi a Predappio in occasione del “I° centenario della nascita di Benito Mussolini” (messo tra virgolette perché è proprio l’“oggetto” del rapporto). I nomi sono per lo più quelli dei documenti già citati, ma per ciascun nome vengono comunque segnalati nuovamente dati su dati, anche nel caso di chi, come l’allora consigliere regionale Alessandro Mazzanti, doveva essere altro che “già noto” e attenzionato in almeno un paio di chili di carte analoghe. Anzi, sarebbe meglio dire “è attenzionato”, poiché la particolare dicitura della declassificazione della “Busta Raspadori” – “deceduti di recente” – fa intendere come i fascicoli di chi è ancora vivo o le cui informazioni vengono per qualsiasi ragione ritenute ancora utili, siano ancora “attivi” negli archivi delle Questure e del Ministero dell’Interno, continuando ad annoverare decine di migliaia di ex-missini italiani – forse, qualche centinaio di migliaia – tra le “persone pericolose per la sicurezza dello Stato”. Insomma, a dispetto della realtà e delle vicende politiche, per la storia tutti i missini restano e resteranno “A8”.

commenti

Mario Salvatore MANCA di VILLAHERMOSA
16 MAGGIO 2018
Ma a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale ha ancora un senso parlare di fascismo o di antifascismo? Alla fine dei conti NON SIAMO TUTTI ITALIANI?..

16 MAGGIO 2018 –
Certamente in quei giorni turbolenti post guerra (1946/47 ) deve essere stato difficile capire chi era e chi non era…