RADIO RADICALE – Breve storia di quanto l’avete pagata, contribuenti.

di Maurizio Blondet

Bastava ascoltare le   centinaia di voci  di potenti che, a richiesta di Radio Radicale,   si sono appellati  – su Radio Radicale –  per la  continuazione della  stessa medesima radio a spese pubbliche per capire  che questa radio “è”  il POTERE.   Le Pouvoir Quel potere senza nome e  nello stesso tempo mainstream, che congegna le campagne internazionali di cui RR (e il partito radicale) è l’esecutore di successo:   dall’aborto all’eutanasia  fino alla droga libera  alla globalizzazione .

Quel  potere  –  giusto per fare due esempi  -che   per l’unificazione della espressione geografica chiamata Italia  scelse una monarchia con le pezze al sedere la cui corte  parlava francese  e non aveva alcun sentimento di italianità,  e per questo poté   schiacciare il Sud con un esercito di 60 mila uomini e lo stivale di ferro  di esecuzioni di massa. Quello che, molti anni dopo, “decise” il divorzio fra Tesoro e Bankitalia su ordine internazionale; quel potere che poté liberarsi  del banchiere centrale Paolo Baffi e il suo vice Sarcinelli travolgendoli in una persecuzione giudiziaria senza il minimo indizio  (quel Potere puo’ sempre contare sulla magistratura italiana nei momenti decisivi della storia).   Quel potere che decise le privatizzazioni ossia di spogliare gli italiani del patrimonio industriale  creato dal loro lavoro e dallo Stato..

Quel  potere che è liberista e vuole che  “i mercati” decidano per tutto, tranne che per Radio Radicale- che deve essere protetta dai mercati e mantenuta dai cittadini –  che l’hanno mantenuta, fino ad oggi, con 250 milioni di denaro delle proprie tasse. Più un’altra ottantina.

E  adesso ha mobilitato tutte le sue voci  più autorevoli per eternizzare  un conflitto d’interessi  scandaloso, che fra stridere i denti: pagare un partito politico piccolo ed estremista per fare un servizio pubblico senza concorso. Perché  solo quel partito? Perché non offrire  la convenzione che so, anche al MSI,  al PR, al  Partito dei Pensionati?

Ebbene: fra quelle voci, quelle lobbies,  quei personaggi squadra- e- compasso che si sono avvicendati, ad un segnale convenuto, per “sostenere Radio Radicale”, abbiamo sentito anche quella di Claudio Borghi. E  poi c’è stato il voto della Lega a  favore. Che dire?  Attribuiamo provvisoriamente il fatto a un accesso di cretinismo politico, per non   dover prendere atto di un certa influenza dei Figli della Vedova.  Infatti c’è chi anche chi parla di un ricatto che  la   Lega avrebbe dovuto subire, la minaccia di ostruzionismo sul  dl crescita. Non so cosa pensare.

Adesso  il capogruppo Molinari ha  giustificato l’ulteriore “dazione pubblica” alla radio privata  del defunto guru con la necessità di digitalizzarne il preziosissimo archivio. A parte che proprio in questi mesi il governo del cambiamento lascia che chiuda e si  perda e disperda l’Archivio Alinari, per mancanza presunta di fondi.  A parte che  l’archivio di RR   sarebbe già di proprietà  pubblica, avendolo profumatamente pagato  con il denaro dei contribuenti,  e  andrebbe semplicemente pignorato.

Sono 20 anni che Radio Radicale si occupa della digitalizzazione del suo archivio. Con 250 milioni di euro non è riuscita nell’impresa. Dei 250 milioni di euro cosa ha fatto? Ha comprato la carta igienica o ordinato le colazioni per i suoi 100 dipendenti pagati con soldi pubblici?

Ci ha fatto altre cose. Perché non si creda che i radicali siano adusti monaci laici abituati a digiunare per la Causa (abortista, drogastica, genderista e qualunque cosa   quel Potere ordini)  –  Qualcosa, coi soldi nostri, hanno messo da parte. E per il bene della causa, magari  potrebbero venderla.

Per esempio l’intera palazzina in Via Principe Amedeo 2 vicino alla Stazione Termini di cui è RR è proprietaria:  quanto vale oggi?  O i  2 piani di oltre mille metri quadri  al centro di Roma di proprietà della Torre Argentina Servizi, dove risiedono il Partito Radicale e le sue Associazioni satelliti.  Quelle, per intenderci, che si occupano di tutte le battaglie anti-umane e anti-cristiche di cui i radicali sono protagonisti da 40 anni.  Se vendessero quelle, potrebbero mantenersi, i monaci laicisti abituati a campare di croste di pan seccco.  Magari potrebbero farsi ospitare in uno degli appartamenti dell’A.S.P.A., grazie alla buona parola dell’uomo vestito di bianco, che tanto apprezzò  Pannella e d è tanto amico della Bonino, di cui condivide le “lotte”. D’altra parte, anche lui – come racconta la Civiltà Cattolica di questa settimana – è favorevole al divorzio  e alla transizione energetica.

Per uno che agita il Rosario, dovrebbe esser chiaro che  il finanziamento di  Radio Radicale (che poi è il finanziamento  illegittimo di un partito   minimo, ancorché potentissimo, dedito alla corruzione  profonda del costume , menti e cuori italiani) è  cooperazione al Male.  Naturalmente il Potere  fa appello   alla democrazia, al pluralismo e alla libertà d’informazione, al “non si può chiudere una radio con un tratto di penna”.

Fesserie. O peggio. Il problema è tutt’altro. Basterebbe riprendere la denuncia-querela che Danilo Quinto (allora amministratore delle finanze e raccolte di fondi di Pannella, oggi convertito)  presentò alla Procura della Repubblica di Roma : dove spiegava come  secondo lui Radio Radicale sembrava   essere un veicolo per far pervenire denaro alla Lista Pannella e di qui ad altre componenti del mondo radicale, aiutate, in caso di difficoltà, proprio dalla Lista Pannella. Tra questi fatti,   Quinto citò la natura del debito di  quasi 3 milioni (2.817.000)   di euro del Partito Radicale verso il Centro di Produzione S.p.A., proprietario di Radio Radicale, contratto nel 1999: un mero giroconto del credito che, a sua volta, vantava allo stesso titolo nei confronti della Lista Pannella. Questo perché i servizi del Centro di Produzione alla Lista Pannella erano bypassati attraverso il Partito Radicale, che rimase formale debitore, senza aver goduto nulla; mentre il debito del Partito Radicale nei confronti del Centro di Produzione era rappresentato da un atto di transazione da lui sottoscritto, del credito del Partito Radicale verso la Lista Pannella vi era traccia solo in copie di bonifici effettuati a favore della Lista Pannella che avevano origine nel 1999. In quell’anno, la Lista Pannella ebbe necessità di risorse economiche per finanziare la campagna elettorale, ma verosimilmente non si volle far apparire un dirottamento di denaro dal Centro di Produzione, che equivale a dire Radio Radicale, bensì di utilizzare il Partito Radicale, che facesse formalmente da tramite, ricevendo le somme da Torre Argentina Società di Servizi – società creata dai radicali negli anni ’80 e da loro gestita – ad altro titolo formale.

Quinto chiese nella denuncia se si potesse configurare un’ipotesi di reato : l’uso di denaro pubblico a fini privatistici.

La risposta fu l’archiviazione.  Per contro, poi, Danilo Quinto è stato condannato a  6 mesi e alla rifusione di enormi somme per “diffamazione” di un radicale   che aveva chiamato “servo sciocco”  di Pannella:  ben altra gravità  del delitto.   La Vedova può sempre fidare dei suoi Figli nella magistratura italiana.

Noi possiamo almeno assaporare dall’esterno il valore in denaro di Radio Radicale , che abbiamo regalato noi contribuenti  A metà del 1999, l‘allora editore e proprietario delle quote maggioritarie di Radio Radicale, Paolo Vigevano – per fare cassa – aveva venduto la frequenza di Radio Radicale per 10 miliardi: così nacque Radio 24, la radio di Confindustria.

Danilo Quinto racconta nei suoi libri che nell’autunno del 1999 aveva conosciuto un giovane imprenditore di Bolzano, Marco Podini, appartenente alla famiglia allora  proprietaria dei Supermercati A & 0. Era il periodo della bolla di internet e Podini – dotato di una capacità economica notevole, su sollecitazione  di Quinto, acquistò, attraverso la sua società dell’epoca, Pasubio, un provider che era di proprietà del Partito Radicale, Agorà Telematica, per 15 miliardi e poi, dopo qualche mese – sempre su sollecitazione di Quinto – un pacchetto azionario di Centro di Produzione S.p.A.: il 25% per 25 miliardi.

Su badi: Radio Radicale non aveva alcun valore sul mercato fino ad allora, per la semplice ragione che nessuno gliel’aveva dato. Podini fece quell’acquisto proprio in ragione della solidità degli incassi pubblici che otteneva Radio Radicale: oltre 14 miliardi ogni anno (10 dalla convenzione, 4 dalla legge sull’editoria). L’intervento economico-finanziario di Podini determinò la quantificazione del valore di Radio Radicale: oltre 100 miliardi.

Sicché scoprire oggi che  nell’assetto proprietario di Radio Radicale c’è una quota rilevante di una società, che ora si chiama Lillo Spa ed ha un fatturato di 2,3 miliardi – è ridicolo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/13/radio-radicale-il-25-e-del-gruppo-lillo-a-cui-fanno-capo-i-discount-md-socio-di-maggioranza-la-lista-marco-pannella/5254070/

Perchè le notizie riguardo agli investimenti di Podini sono pubbliche da vent’anni (le ha diffuse Quinto ai Congressi radicali e sui giornali) e NESSUNO È MAI INTERVENUTO PER CHIEDERSI   perchè, nonostante un apporto privato così significativo, Radio Radicale continuasse a godere di finanziamenti pubblici  di quella misura,  né  di come usava quei finanziamenti.

L’investimento deciso da Podini produsse anche un rilevante fatto “interno” all’area radicale: la fuoriuscita (solo apparente, perchè i legami  sono rimasti stretti), di Paolo Vigevano dall’assetto proprietario del Centro di Produzione S.p.A. Una fuoriuscita non gratis in nome della Causa:  Vigevano (che di lì a qualche mese sarebbe diventato portavoce del Ministro Stanca ed avrebbe iniziato così la sua carriera di boiardo di Stato), in base ad un accordo privato, cedette per 5 miliardi a Pannella il suo pacchetto azionario del Centro di Produzione S.p.A.

Cinque miliardi.

Chissà come   mai queste disponibilità, e questi lucri. Se lo chiese nel 2006 (il 28 luglio) anche il senatore Domenico Gramazio di Alleanza Nazionale; anzi lo chiese al governo,  con interrogazione  n.28  a risposta scritta. 

Il senatore Gramazio scriveva: Nel mese di ottobre 2006 viene a scadenza la convenzione tra la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Centro di produzione S.p.a., proprietaria di Radio Radicale; i fondi confluenti in questa società, che percepisce finanziamenti quale organo di stampa della Lista Pannella e compensi per la trasmissione di servizi parlamentari, sembra che vengano trasferiti nelle casse della Lista Pannella, in tal modo finendo per costituire un ulteriore, surrettizio finanziamento pubblico al partito; dai bilanci pubblicati del Partito Radicale nell’anno 2004 risulta che questo ha un debito verso il Centro di produzione, ma un credito nei confronti della Lista Pannella del medesimo importo. Ciò potrebbe costituire, a giudizio dell’interrogante, sostanzialmente una partita di giro, che potrebbe preludere a surrettizi trasferimenti di somme tra Centro di produzione S.p.a. e Lista Pannella, utilizzando quale mezzo il Partito Radicale. Si chiede di sapere: quali controlli vengano esercitati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento dell’editoria, perché i fondi assegnati siano effettivamente destinati alle finalità previste nella convenzione”.

La risposta fu il  silenzio. Scritto e orale.

E’ anche vero che , in quella legislatura, i  radicali  erano per la prima volta nella loro storia al Governo, con Emma Bonino Ministro del Commercio Internazionale e alle Politiche europee.

Al governo con Prodi.

Bravissimi liberisti  con denaro pubblico.

Le  “dazioni” (per usare le parole di Di Pietro) di noi contribuenti ignari al partito del 3 per cento perché propagandasse l’ideologia divenuta di massa, durano da quasi 30 anni. I primi 10 miliardi di derivazione pubblica (una tantum, si disse allora) furono elargiti a Radio Radicale con la Legge n. 23 del 1990,   che sosteneva l’esistenza di emittenti radiofoniche che avessero nei 3 anni precedenti trasmesso quotidianamente propri programmi informativi “su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore”  comprese tra le ore sette e le ore venti e avessero esteso il numero di impianti al 50% delle province e all’85% delle regioni.

Sempre nel 1990 venne approvata la cosiddetta “legge Mammì“, che attribuiva alla Rai-Tv il compito di trasmettere le sedute parlamentari:  ma questa disposizione restò misteriosamente lettera morta. Radio Radicale continuò a svolgere il suo servizio e non volle più inseguire finanziamenti una tantum. Preferì perseguire un’altra strategia: quella della convenzione con lo Stato per la trasmissione delle sedute parlamentari.

Puntualmente, la ottenne.  Se un partito può ottenere una simil convenzione, perché non  poteva concorrere, ceh so, il Movimento Sociale? O il Parrtito dei Pensionati?  Misteri dell G:A:D:U:

Venne approvata la legge 11 luglio 1998, n. 224, che s’intitolava: “Trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari e agevolazioni per l’editoria”. Mentre la legge confermava lo strumento della convenzione da stipulare A SEGUITO DI GARA e nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, venne mantenuto l’obbligo per la Rai-Tv di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni.

La legge indicava che LA CONVENZIONE era SOLO PROVVISORIA – una provvisorietà di 20 anni  – perché il servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari avrebbe dovuto essere concesso alla Rai attraverso una rete radiofonica (in aggiunta alle tre esercitate in base all’atto di concessione) riservata esclusivamente a tale scopo. E la Rai, dal canto suo, ha iniziato la trasmissione delle sedute parlamentari attraverso Gr Parlamento, così come le sedute parlamentari vengono trasmesse costantemente sui canali satellitari.

(A proposito: non ha l’archivio digitale GR Parlamento? Immagino sia  meno prezioso di quello di Pannella)

Fatto sta che LA GARA, DA ALLORA – DAL 1998 – NON E’ MAI STATA INDETTA. Radio Radicale ha percepito per 20 anni una entrata pubblica di oltre 250 milioni di euro – senza contare il contributo per l’editoria,  pari a 4 milioni di euro l’anno:  percepisce anche quello nella sua qualità di organo di partito    – senza partecipare mai a nessuna gara.  Nell’insieme un  bel 330 milioni di euro, in vecchie lire 650 miliardi in vent’anni.

Pensate:  ci fossero stati quegli efficienti procuratori che con Mani Pulite liquidarono interi partiti per mazzette e  corruzione, e  che oggi  intercettano governatori del partito avverso per  creste sulle note-spese, avrebbero chiesto conto al Ministero delle Comunicazione per aver omesso l’obbligo di gara   – obbligatoria a termini di legge  –  per tutti i   20 anni;  avrebbero anche denunciato, quei valorosi  procuratori, anche la  Corte dei Conti, per omesso controllo e danno erariale. I procuratori avevano anche  ricevuto denunce  di Danilo Quinto e  quelle di Gramazio.

Ma simili procuratori non si occupano di Radio Radicale. Si occupano di Formigoni, di Berlusconi, di Siri, di Salvini, di Fontana, di Minzolini,  persino Paolo Baffi – ma su Pannella mai.

Sicché, non chiedetevi  se Radio Radicale è in pericolo.  I 3 milioni “per la digitalizzazione” (sic) si sommano ai 9 milioni già stanziati per Radio Radicale per il 2019 e al ripristino dei 4 milioni del contributo per l’editoria per il 2020. Poi – è facile immaginarlo – sarà indetta una gara che il Partito Radicale già chiede a gran voce, magari previo accordo   con la Rai di Foa. Che (ci dicono)  che sembra sempre più ammaliato dai salotti romani che contano. Gli stessi che frequenta Emma Bonino.

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RELATIVIZZIAMO IL BILDERBERG

Una finestra sulla nostra storia, ma solo una finestra. Quando tutta la storia d’Europa verrà a galla, se mai sarà, i nostri cantori resteranno muti.

di Maurizio Blondet

Siccome decine di lettori nei giorni scorsi mi hanno rimbalzato, tutti eccitati, la “notizia”  che sono stati invitati al Bilderberg Lilli Gruber, Matteo Renzi e  Stefano Feltri de Il Fatto Manettaro,   vorrei approfittare per  relativizzare  il discorso su questo Club.

In qualche modo, l’importanza del  Bilderberg  è oggi  diminuita a causa del suo stesso successo.  Bisogna ricordare che fu  creato  da Bernardo d’Olanda, legato in affari al complesso industrial-militare americano (e infatti cadrà  nello  scandalo Lockheed)  Robert Schuman e Paul-Henri Spaak (pagati dalla CIA attraverso la Rockefeller Foundation)  per saldare la NATO  e “l’amicizia con gli Usa”, che non era affatto cosa pacifica allora.  Non solo perché  c’erano in Italia e in Francia  i più grossi partiti comunisti dell’Occidente;  l’Unione Sovietica, mettendo a segno il golpe di Praga  (1948) aveva dato prova di un espansionismo aggressivo post-Yalta  che  aveva creato il panico a Washington:  i generali Marshall ed Eisenhower, avendo assistito alla auto-disintegrazione del loro esercito in Europa  nel 1944, non erano affatto certi di poterne rimandare il popolo americano in armi per battere il comunismo nel vecchio continente.

Per di più  – come scrisse   l’ideatore del Bilderberg Joseph Rétinger (eminenza grigia,   anche lui  pagato dalla CIA  tramite i Rockefeller,   era cervello del governo polacco in esilio a  Londra durante la guerra, aveva avuto contatti con tutti i personaggi che contano, da  Winston Churchill a  Richard Coudenhove-Kalergi)  – “cresce la marea di anti-americanismo praticamente in ogni paese dell’Europa occidentale…e non è confinata ai circoli di sinistra influenzati dal comunismo, ma è prevalente anche tra i conservatori e i liberali. Gli Stati Uniti sono  sgraditi, temuti, derisi con una unanimità notevole … Questo sentimento mina la solidarietà della difesa occidentale  contro il comunismo”.

Da qui l’idea di “un incontro privatissimo fra  persone al massimo livello dei due continenti.  Dove presentare francamente le critiche ai manovratori dell’opinione americana e dar loro la possibilità di rispondere all’accusa”  (sic).   Fra  gli italiani, Rétinger mise in lista De Gasperi e Ugo La Malfa, l’agente americano per eccellenza (unico italiano ad esser invitato ad ascoltare a Bretton Wood le decisioni dei vincitori).

 

Potete anche solo immaginare  – oggi  –   europei che  criticano gli americani e più precisamente il piano globalista-militare  “atlantico”  che Bilderberg fu creato   per promuovere? Tutti gli ex paesi dell’Est  fanno la fila (come l’Italia) per comprare gli F-35  sapendoli dei catorci,  ma  ritenendoli il prezzo giusto da pagare per ottenere la protezione  bellica USA.  La Francia  è entrata  nella NATO , da cui De Gaulle l’aveva tenuta lontana.   E tutti i “comunisti”  italiani che  sono diventati i più zelanti adoratori di Obama, anzi di Bush jr  e  delle sue guerre per Israele   che durano dal 2001.   I  governi progressisti che hanno partecipato ai trucchi neocon  per accusare Saddam di farsi l’atomica (ricordate  “l’uranio del Niger”)  e (governo Renzi-Gentiloni) hanno fatto  i lavori sporchi per Hillary onde accusare Trump di essere  un agente di Putin?

Non si ode un sussurro di critica nemmeno al fatto che gli Usa ci hanno fatto stanziare truppe in  Afghanistan e Irak senza contropartita; che la  NATO doveva essere abolita dopo l’abolizione del Patto di Varsavia, e invece abbiamo accettato che diventasse la punta dell’imperialismo americano in Asia ? E i “comunisti”  di ieri  ? Oggi se criticano un pochettino Washington, è   per rimproverargli di non essere abbastanza globalista, anzi con Trump di fare passi indietro nella creazione del felice mercato globale. Posizione condivisa di tutti i leader europei, Merkel in testa.  Ormai anche la Chiesa  di Bergoglio  promuove e propaganda il governo unico mondiale, riceve le congratulazioni di Soros, vuole  gli “Stati Uniti d’Europa” e  il terrorismo climatico.

Tutti i programmi che il Bilderberg temeva di non riuscire a far digerire agli europei di allora  (le cessioni di sovranità, le banche centrali private),  sono non solo attuati, ma difesi a spada tratta dai leader in carica e da quelli futuri,  fatti avanzare e ingurgitare ai popoli nei suoi aspetti più ridicolmente estremi; assunti  come neo- religione; chi li   biasima  è accusato di eresia “sovranista” oltre ché fascista e azzittito con furia inquisitrice  (come fa la Gruber nelle sue trasmissioni), e presto i progressisti e la loro psicopolizia LGBT ci metterà al rogo perché chi critica Soros è omofobo, e “Porti aperti come i nostri culi”!

Del resto, a quei  tempi il Bilderberg mica  invitave le Gruber e i Renzi o il Feltrino.  A quei tempi, i giornalisti (o i politici  o i padroni) invitati erano quelli che il potere lo avevano già,  indicati  dal padronato: tipicamente, Arrigo Levi, direttore a vita di La Stampa, su richiesta di Gianni Agnelli. La Malfa, capo del partito del 3 per cento che però  la DC doveva associare al governo perché se no, disse De Gasperi, “non arrivano i soldi americani” (Piano Marshall);  Guido Carli;   alcuni capi di sindacati “gialli” padronali come la UIL di allora.  Erano i tempi in cui David Rockefeller interveniva di persona con i suoi giornalisti di riferimento, e i   sette banchieri internazionali erano il nerbo delle decisioni: reduci dall’aver “rimesso in funzione il sistema monetario mondiale”, erano soprattutto loro a disporre che “i corpi  ufficiali siano  messi in posizione di ratificare ciò che è stato congiuntamente preparato   prima”.

Ma adesso non c’è più bisogno, i “corpi ufficiali” eseguono gli ordini prima ancora  di riceverli.

Poi c’è un motivo tipicamente italiano per cui il Bilderberg è  meno importante.  Si è passati da Agnelli, Pirelli, Valletta e Guido Carli, da Malagodi a La Malfa, passando  per Mario Monti, la Bonino  ed Enrico Letta, a…Lilli Gruber e Monica Maggioni, Renzi e Feltri  il piccolo.  Sempre meno, oltretutto.

Non so come dirlo, senza  apparire scortese.    In altri tempi, questo tipo di inviti il Bilderberg li faceva per osservare   saggiare e  selezionare giornalisti  del   Principe  cui poi affidare  i “grandi” giornali. Il fatto che lilli Gruber   sia – ben pagata, d’accordo –  ancora nella TV di Cairo  a fare la sua cosetta raffazzonata invece che a dirigere Repubblica (o il Corriere, o La Stampa)  dice qualcosa.  Non solo i “grandi” giornali sono meno grandi. E’ che la Gruber non ha ancora imparato, per dirne una, quel particolare aplomb  per cui Paolo Mieli, ad esempio,   finge  così bene di essere obbiettivo e moderato e super partes mentre   gestisce il discorso dettato dal governo globale.

Non so come dirlo. Farò riferimento a   Gad Lerner: selezionato  ai più alti destini dei Padroni del Discorso, come testimoniato dai suoi balzi prodigiosi di carriera – da Radio Popolare a Lotta Continua all’Espresso, poi in Rai 3  –  viene piazzato (da Veltroni) alla  direzione del TG1: l’ammiraglia delle tv ufficiali italiote. Gradito persino a Berlusconi e al Vaticano.   La classica poltrona eccelsa  dove uno si piazza tranquillo per 40 anni autorevole e pacato gestore delle opinioni e padrone del discorso totale, magari scomparendo alla   vista.  Come Paolo Mieli, come Mentana da Berlusconi, come Mimun  alla direzione del TG2.    Macché: in un mese, il nostro   prima fa una cappella enorme (lasciando passare un servizio sui pedofili, che non aveva controllato  per sua inadempienza) poi si vendica accusando in  diretta tv,  l’allora  presidente della commissione parlamentare di vigilanza della Rai,  tal  Mario Landolfi di An:  gli aveva raccomandato qualcuno:    “Con questo signore sono andato a pranzo il 13 luglio scorso.  Alla fine del pranzo mi ha fatto vedere un bigliettino: ‘Ci sarebbe questa persona da sistemare’, mi ha chiesto”.  Il fatto che Lerner sputtani in diretta  un politico che gli raccomandava qualcuno, ha  agghiacciato ovviamente tutti gli amici politici di sinistra, che fanno  e facevano lo stesso.  Nessuno lo ha chiamato indietro  quando se  n’è andato. Certo poi si fa richiamare, ad uno così un posto ben pagato non lo  si nega. Ma oggi sarebbe al livello  di autorevolezza dei mezzibusti  ufficiosi di Mieli, di Mentana, di Mimun, e invece  deve continuare  a far il trasgressivo   a contratto.

http://www.repubblica.it/online/politica/gadlerner/gadlerner/gadlerner.html

Come spiegarlo? E’ un po’ come Umberto Bossi quando fu contattato, si disse,  da emissari della banca d’affari Lazard.  Li avesse convinti, forse oggi esisterebbe un Lombardo-Veneto indipendente, magari dopo breve e vittoriosa guerra civile con armamenti forniti dalle note centrali che esportano la democrazia e le rivoluzioni colorate. Invece: “Tu sei stato pesato e trovato scarso”, per citare il libro di Daniele.  Voglio dire: per servire a  quelli  non basta essere malvagi,  bisogna avere anche un   certo  quoziente intellettivo.  La mancanza di classe dirigente, piaga italiana, ha conseguenze anche in quei settori, C’è speranza per Stefano Feltri, magari fra qualche anno lo rivedete alla direzione del TG1.

 

Giudici rossi “linciati” da Matteo Salvini

Il presidente della Corte d’Appello di Firenze chiede intervento del Csm contro la black list dei giudici fatta dal vice premier, che insiste: “Qualcuno fa politica e non è normale. Riformare Csm”

 

Da un lato alcuni giudici, Salvini dall’altro. Una parte della magistratura si muove per chiedere che siano tutelati i tre colleghi contro cui si è espresso il Viminale. A parlare di “linciaggio di un nostro giudice”, è il presidente della corte d’Appello di Firenze,  Margherita Cassano: “Ritengo doveroso, quale presidente della Corte di Appello, intervenire in ordine al linciaggio morale cui è ingiustamente sottoposta la dottoressa Luciana Breggia, esposta per i gravi attacchi subiti a pericolo per la sua incolumità, attesa la risonanza mediatica e l’effetto moltiplicatore della galassia dei social”, ha affermato.

Salvini non arretra: “Segnalare toghe che fanno politica. Urgente riforma Csm”

Matteo Salvini, dal canto suo, non cambia idea e punta il dito contro i giudici che, a suo parere, utilizzano la loro funzione per fare politica: “Proprio per rispetto nei confronti del 99% dei giudici che lavorano obiettivamente, è doveroso segnalare quei pochissimi che utilizzano la toga per fare politica non applicando le leggi approvate dal Parlamento italiano”.

Il ministro dell’Interno è intervenuto poi sul modo di elezione di membri del Csm, su una materia, cioè, che compete al ministero della Giustizia. Ha chiesto un cambiamento dei criteri: “Per quanto riguarda i problemi interni al Csm emersi in questi ultimi giorni, è chiaro che è urgente una riforma dei criteri di nomina ed elezione del Csm e la riforma dell’ordinamento giudiziario”.

Per il ministro dell’Interno la situazione che sta vivendo l’organo di autogoverno della magistratura è “preoccupante”. Interrogato sulla questione, chiama in causa Mattarella: “Sicuramente il presidente della Repubblica dirà o farà qualcosa, visto che ne è supremo garante”.

Area: “Csm apra una pratica a tutela di Breggia e Betti”

Dalla parte di Breggia – e delle sue colleghe che secondo il Viminale avrebbero espresso posizioni contrarie alle politiche migratorie di Matteo Salvini e, per questo, si sarebbero dovute astenere da alcuni processi – anche i consiglieri del Csm di Area, soggetto che racchiude le correnti di Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia. I togati chiedono che: “Il Csm apra una pratica a tutela di Luciana Breggia, presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del tribunale di Firenze, e di Matilde Betti, presidente della prima sezione civile del tribunale di Bologna, e “a presidio dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione”, hanno scritto in un documento inviato all’organo di autogoverno della magistratura.

Giuristi democratici: “Intervento del Viminale di inaudita gravità. Opera dossieraggio intimidatoria”

Sulla questione interviene anche l’associazione dei giuristi democratici che. intervenendo sul caos che sta investendo le procure, afferma: “In questo clima non può considerarsi casuale l’ultimo intervento del Viminale di inedita e inaudita gravità, allo scopo di alimentare una ‘caccia alle streghe’ senza precedenti. Il Ministro dell’Interno si scaglia contro i Magistrati che hanno pronunciato sentenze favorevoli all’iscrizione all’anagrafe di cittadini extracomunitari richiedenti protezione internazionale. – prosegue ancora – Debordando da ogni diritto costituzionale, il tentativo esplicito è quello di colpire Magistrati sgraditi al Ministro, nell’esercizio della loro giurisdizione, aggredendo mediante un’opera di dossieraggio palesemente intimidatoria il loro impegno civile e sociale, nonché la loro libertà di manifestazione del pensiero, quali cittadini”.

Reddito di cittadinanza: importo medio è ben inferiore ai 780 euro

Sul futuro degli italiani pesano le elemosine di Stato di questo Governo. Quindi e per anni, tagli alle spese, al welfare e, soprattutto, PIU’ TASSE. Subiremo per anni la sorveglianza rafforzata della Commissione Ue e tutto questo per un importo medio del reddito di cittadinanza di 540 euro, mentre per le 81mila pensioni di cittadinanza, finora erogate, la somma media è di 210 euro. Ecco quali sono i pannicelli offerti a 1.900.000 persone, tra cui rom e stranieri a contributi zero!

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5 Giugno 2019,  l’articolo di Alessandra Caparello

Poco più di 1 milione e 60mila le istanze presentate a maggio e ad aprile, con un tasso di rifiuto pari al 26%. Sono alcuni dei numeri presentati dall’Inps per ilreddito di cittadinanza alla data del 30 maggio scorso.

La Campania è in testa alle regioni in cui sono stati disposti i pagamenti della card ad aprile e maggio, seguita da Sicilia, Puglia, Lazio, Lombardia e Calabria. Tra le città che hanno ricevuto più pagamenti spicca Napoli (71.876), seguita da Roma (41.404) e Palermo (35.245). L’Inps non ha ancora fornito il numero dei beneficiari, né la composizione dei nuclei, ma a conti fatti sulla base di questi primi numeri sarebbero quasi 1,9 milioni di persone ad aver riconosciuto nei primi due mesi il diritto al reddito o alla pensione di cittadinanza. L’importo medio del reddito di cittadinanza è di 540 euro, mentre per le 81mila pensioni di cittadinanza finora erogate, invece, la somma media è di 210 euro.

Il problema che concerne il reddito di cittadinanza è che molti non hanno ricevuto la somma sperata e proclamata inizialmente ossia 780 euro. Il Corriere della SeraIl Corriere della Sera racconta la storia di Riccardo Allori, 57enne che da senzatetto si è trovato con la card del reddito ma con importo più basso di quello sperato, da 780 auspicati a 436 euro.

Sono rimasto molto male quando me l’hanno consegnata: Di Maio aveva promesso 780 euro, non si mente così ai poveri e il sono povero sul serio: (…) ho ricevuto meno solo perché due anni fa ho fatto un tirocinio per il comune da 400 euro al mese e il mio reddito sembrava più alto.

Ecco perché le ultime sortite di Berlusconi mettono in sicurezza il governo dopo le Europee

A farla breve, il centrodestra resta frammentato. Salvini resta legato a Di Maio, a meno che Giorgia Meloni….

di

La scelta di Berlusconi, che ha indicato per Palazzo Chigi prima l’inconsapevole Mario Draghi e poi l’ubbidiente Antonio Tajani, non è stata casuale o incidentale. Gli aspetti dilettantistici delle sue sortite non debbono trarre in inganno. Salvini è diventato troppo forte e ingombrante anche per l’ex presidente del Consiglio. I Graffi di Damato

Altro che “governo alla prova”, come ha titolato il Corriere della Sera, o “Italia a rischio”, secondo La Stampa, o “governo appeso al voto europeo”, secondo Il Messaggero, e varianti di questo tipo escogitate dai giornali per creare o mantenere un clima di suspense attorno ai 51 milioni di elettori chiamati alle urne nella penisola tricolore.

GLI EFFETTI DELLE ULTIME SORTITE DI BERLUSCONI

Se vi erano incertezze – e ve ne sono state per un po’ – sulla sorte della maggioranza gialloverde per i contrasti che l’hanno divisa nella lunga campagna elettorale, e che non cesseranno certamente dopo i risultati della notte, sono state spazzate via nelle ultime battute dalla svolta impressa da Silvio Berlusconi, e incredibilmente sottovalutata dalla maggior parte dell’informazione.

PERCHE’ SALVINI NON HA ALTERNATIVE ALLA COLLABORAZIONE CON DI MAIO

Nel momento in cui il leader a vita di Forza Italia, rimesso a nuovo dai chirurghi dell’ospedale milanese San Raffaele, dove ogni tanto l’ormai anziano Cavaliere si ricovera per uscirne però più baldanzoso di prima, ha rimesso in discussione la leadership leghista del centrodestra, da lui riconosciuta già con una certa sofferenza dopo il modesto sorpasso sugli azzurri effettuato nelle elezioni politiche dell’anno scorso, il governo in carica è stato messo letteralmente in sicurezza. Matteo Salvini non ha alternative alla prosecuzione della sua pur agitata e spesso anche scomposta alleanza con Luigi Di Maio.

LA COABITAZIONE INEVITABILE

Si è tornati, contro ogni apparenza, al murale romano, ma anche di qualche altra città, dei due vice presidenti del Consiglio avvinghiati, nonostante tutto, in un abbraccio e persino in un bacio sulla bocca. La coppia troverà un nuovo assestamento, aggiornato in qualche modo ai risultati elettorali, che hanno comunque per i grillini il vantaggio di lasciare inalterati i rapporti di forza in Parlamento, e nel governo. Lo ricorda insistentemente Di Maio parlando della “maggioranza assoluta” di cui dispone il suo movimento nel Consiglio dei Ministri, e di quella relativa nelle Camere.

I NOMI DI BERLUSCONI SGRADITI A SALVINI

La scelta di Berlusconi, che ha indicato per Palazzo Chigi prima l’inconsapevole Mario Draghi e poi l’ubbidiente Antonio Tajani, non è stata casuale o incidentale. Gli aspetti dilettantistici delle sue sortite, fra logorroici monologhi televisivi che mandano in brodo di giuggiole il suo imitatore Maurizio Crozza, non debbono trarre in inganno. Salvini è diventato troppo forte e ingombrante anche per l’ex presidente del Consiglio, che finge di volerlo riportare a casa nel centrodestra ma, contestandogli appunto la leadership, lo incolla invece ai grillini scommettendo sul suo logoramento e su tempi migliori per il rientro.

ALLEATI A PROVA DI BOMBA SECONDO SCALFARI

Ha ragione pertanto Eugenio Scalfari quando, pur non soffermandosi su questa svolta impressa dal Cavaliere alla campagna elettorale, e sperando dal canto suo che si logorino anche i grillini a vantaggio del Pd generato, secondo lui, dalla buonanima di Enrico Berlinguer, scrive su Repubblica nella sua omelia domenicale, e oggi anche elettorale, che “sono a prova di bomba i due alleati” Salvini e Di Maio, o viceversa se preferite l’ordine alfabetico. Tanto, in attesa della rinascita, resurrezione e quant’altro del Pd, Scalfari può consolarsi con la vignetta dell’amico Francesco Tullio Altan, sempre su Repubblica, dedicata all’Europa che “è sempre l’Europa, come la mamma”, per quanti fastidi e persino dolori possano procurarle i cosiddetti sovranisti, populisti e simili, di varia nazionalità, e non solo italiana.

IL COMMENTO DI POLITO

Anche sul Corriere della Sera, d’altronde, l’incertezza sul governo “alla prova” mostrata nel titolo è in qualche modo contraddetta o comunque attenuata dall’editorialista Antonio Polito quando scrive, sì, di Salvini e Di Maio come di “due pugili sfiancati dalla lotta, avvelenati dalla reciproca insofferenza e ormai senza più buoni motivi e buone idee per stare insieme”, ma “ciò nonostante, costretti a restare sullo stesso ring per mancanza di alternative”.

Gli unici effetti, pratici e visibili, di questa gigantesca tornata elettorale saranno pertanto quelli amministrativi, nei 3780 Comuni e rotti in cui di cui si rinnovano i Consigli e si eleggono direttamente i sindaci. Accontentiamocene. Sono d’altronde parecchi. E possono aiutarci a capire lo stesso gli umori del Paese, persino più del voto europeo.

L’editoriale agiografico su Berlinguer pubblicato domenica scorsa su la Repubblica da Eugenio Scalfari potrebbe e, forse, dovrebbe essere bollato come una fake news. L’infondatezza storica e politica delle sue tesi è imbarazzante. Scalfari, in una lunga e poco dotta analisi, sostiene che Berlinguer sia stato il fondatore della sinistra socialdemocratica e che sia stata “la persona che ha combattuto meglio di altre per modernizzare il Paese”. Non contento, arriva ad affermare che il Pd “è il depositario del comunismo democratico di Berlinguer innestato sul liberalismo di Francesco De Sanctis e di Benedetto Croce”.

Partiamo da quelle che Scalfari definisce le origini berlingueriane della socialdemocrazia italiana, per poi analizzare il folle accostamento tra il comunismo democratico e il liberalismo che dovrebbero convivere nell’odierno Pd.

La storia della sinistra comunista, come noto anche a chi non si intende di politica, non è mai stata una storia socialdemocratica. Da Togliatti fino a Occhetto, il termine socialdemocrazia rimase un vero e proprio tabù. Per Berlinguer, quella formula fu addirittura una sorta di etichetta infamante da brandire ai danni di Bettino Craxi, il vero padre della sinistra moderna. È inutile negarlo ed è inutile santificare Berlinguer per la sua pacatezza e presunta moralità, con lo scopo di renderlo padre della sinistra socialdemocratica. Solo Craxi ebbe la lungimiranza e il coraggio di superare definitivamente l’approccio marxista-leninista che dominava la sinistra, per approdare ad un socialismo liberale e riformista. Un socialismo fondato sulle libertà, sullo sviluppo, sui meriti e bisogni, e non sulla lotta di classe.

Fino alla sua morte, il segretario del Pci, al contrario, non prese mai completamente le distanze dal marxismo. Certo, ne rifiutò alcuni elementi, ne cercò di modernizzare altri (fallendo) ma non giunse mai al gradualismo e al socialismo. Cosa che invece riuscì a Craxi. Egli grazie agli intellettuali della rivista Mondoperaio, nella prima fase della sua segreteria, superò teoricamente i dogmi della sinistra comunista e poi approdò ad un riformismo politico. La svolta modernizzatrice degli anni Ottanta deriva proprio dal rifiuto dell’ideologia comunista. La teorizzazione della Grande riforma delle istituzioni e il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa sono due chiari indizi del riformismo craxiano, volutamente e colpevolmente ignorati da Scalfari.

Il suo tentativo, invece, è quello di rovesciare la storia ex post, utilizzando esclusivamente la questione morale come metro di misura per giudicare Berlinguer. Alla luce di questo metodo, il leader del Pci sembra moderno. Cosa che non fu. Anche perché la questione morale, pur importante, fu un mezzo utilizzato dai comunisti per scardinare il sistema dei partiti, ma non costituì mai la base per un aggiornamento politico-ideologico. Rimase sempre un’arma per massacrare l’avversario e nulla di più. Tra l’altro, quell’approccio politico sfociò nel culto della magistratura e delle manette del Pds e fu il brodo di coltura del Movimento 5 Stelle. Cosa abilmente ignorata da Scalfari. In questo senso il moralismo nato con l’ultimo Berlinguer, per coprire l’enorme vuoto derivante dalla crisi del comunismo internazionale, fu sapientemente ereditato da Occhetto, in forma giustizialista, prima per distruggere Dc e Psi, poi per attaccare Berlusconi. Tuttavia, questa forma di giustizialismo si ritorse contro gli eredi dei comunisti, per via dell’affermazione dei grillini. I nuovi puri insomma epurarono gli ex puri, per dirla con Nenni.

Alla luce dell’infondatezza delle tesi di Scalfari è quanto mai importante ribadire che il padre della sinistra moderna è Bettino Craxi, e che il padre della sinistra moralista e giustizialista, immersa in una grave arretratezza politico-culturale, è Berlinguer. E che questa concezione politica è alla base del successo del Movimento 5 Stelle, non poco disprezzato da Repubblica.

Veniamo al secondo punto: il Pd in cui conviverebbero il comunismo democratico e il filone liberale di Francesco De Sanctis e Benedetto Croce. Anche in questo caso Scalfa ripropone una grave falsificazione, accostando due visioni del mondo agli antipodi. Questa affermazione, oltre che antistorica, è illogica: come potrebbe convivere il filosofo che teorizzò la religione della libertà con un’ideologia fondata sulla lotta di classe e la dittatura del proletariato? Non bisogna poi dimenticare che comunismo e liberalismo non hanno nulla a che fare con l’odierno Pd, distante sia dal comunismo “democratico” (virgolette d’obbligo…) che dal liberalismo. L’odierno Partito democratico potrebbe, al massimo, essere definito liberal. Questo accostamento, insomma, è un’ulteriore falsificazione, che si aggiunge alle precedenti.

L’editoriale di Scalfari è dunque una grave manipolazione storica. Un tentativo maldestro di giustificare la sua vicinanza al Partito democratico e il suo passato da simpatizzante di Berlinguer e odiatore di Craxi. Un passato abilmente distorto per riscrivere l’esito del duello a sinistra e per avvicinare il Pd al Pci berlingueriano. Ignorando consapevolmente che quello scontro fu vinto culturalmente dal Psi ma che fu rovesciato sul tavolo delle procure dal Pci-Pds.

Il Cappello Pensatore: Giorgetti sbrocca. Evidentemente i suoi piani stanno saltando.

E noi diciamo: Con questi partiti, non se ne esce. La Costituzione deve contenere principi guida chiari sul loro funzionamento, o era meglio averne uno solo.

di Stefano Alì

Giancarlo Giorgetti sbrocca. L’Andreotti della Lega appare nervoso. Il suo disegno è in pericolo?

Giancarlo Giorgetti.

Nella Lega ha sempre svolto il ruolo di Richelieu. Sempre nei gangli decisionali. Ma adesso Giancarlo Giorgetti sbrocca. Non è più “compassato”, ma appare nervoso. Chi è l’Andreotti della Lega?

Giancarlo Giorgetti. Sempre dietro ogni intrigo, ogni accordo e ogni nomina della Lega. Ha il suo “partito”. Quello dei “commercialisti”: Siri, Rixi, Centemero. Ha i rapporti giusti con Draghi, Monti, Mattarella, Napolitano, Berlusoni e il PD.

È l’uomo su cui tutti convergerebbero se cadesse il governo giallo-verde. Fine cui si impegna attivamente sin dalla sua formazione.

Fino al maggio 2019

Ad Arcore c’è stata una riunione riservata. Tutti d’accordo con Berlusconi su come usare Salvini per far cadere il governo. Ma il piano è saltato.

È a causa di questo che il “felpato” Giorgetti sta broccando?

Sia benedetto il giorno il cui il Presidente Conte gli negò la delega ai Servizi Segreti!

Partiamo dalla fine

Vediamo in analisi partendo dall’ultimo evento: una intervista rilasciata a “La Stampa” (nientedimeno) che ha fatto perdere la pazienza perfino al Presidente Conte.

Il titolo de “La Stampa”

Il Presidente del Consiglio Conte risponde dal Corriere sul web

«Vorrei chiarire che il premier sin da quando è iniziata la competizione elettorale non si è mai lasciato coinvolgere, non troverete mai una mia dichiarazione a favore dell’una o dell’altra parte politica. Vedo che in questo rush finale la vis polemica e le reazioni emotive diventano più accese. Però attenzione, lo dico a tutti, quando la dialettica trascende fino a mettere in dubbio l’imparzialità del premier la cosa non è grave ma gravissima», assicura il premier Giuseppe Conte, da Borbona, parlando di Giorgetti, che aveva messo in dubbio l’imparzialità del premier.

e aggiunge

«C’è una grammatica costituzionale: se si mette in dubbio l’imparzialità e l’operato del presidente del Consiglio si mette in discussione anche l’azione di governo e allora bisogna farlo in base a percorsi chiari e trasparenti. Le sedi ufficiali sono innanzitutto il Consiglio dei ministro e in prospettiva anche il Parlamento. Non possiamo accettare allusioni, insinuazioni affidate alla stampa con una mezza intervista, un mezzo video su facebook. Chi lo fa se ne assuma conseguentemente la responsabilità»

Giorgetti sta tirando talmente tanto la corda da stringere all’angolo anche Salvini

Sulla questione interviene anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che però rispondendo a due domande non entra nello specifico. Prima sostiene «Conte super partes? «Sempre». E poi aggiunge «Smentire Giorgetti? Mai. In medio stat virtus».

Ma chi è Giorgetti?

L’ombra lunga di Giancarlo Giorgetti si allunga dietro ogni intrigo e già alla formazione del Governo Giallo-Verde si adoperava per non farlo nascere.

Interlocutore di Berlusconi e designato alla Presidenza del Consiglio

Ne scrissi in altri articoli.

Nel marzo-aprile del 2018 era interlocutore privilegiato di Berlusconi per la nascita del Governo di centro destra:

“Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Anche ieri sera ho parlato con Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Matteo Salvini è la persona che deve esprimere il leader” (Huffington post 21/04/2018).

Matteo Salvini avrebbe dovuto esprimere il leader. Non certo esserlo egli stesso.

Ma chi avrebbe dovuto guidare il Governo?

Ovviamente Giorgetti stesso. Chi altri? Lo scrissero LiberoIl GiornaleAffari Italiani e svariate altre testate.

Tra l’altro avrebbe avuto la benedizione di Mattarella e di Draghi.

L’amico di Draghi, Monti, Napolitano e Prodi

Ultimamente Berlusconi ha lanciato la candidatura di Mario Draghi, ma è probabilmente uno spauracchio.

Il “numero due” della Lega (che poi è sempre stato il numero uno) sarebbe la stessa identica cosa.

Roberto Maroni da ministro dell’Interno chiamò lui per mettersi in contratto con Mario Draghi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. E dopo l’incontro, Maroni aveva chiesto stupito: “Ma gli dai del tu?”. Giorgetti aveva risposto senza esitazioni: “Certo, è un mio amico”. 

È cugino di Ponzellini, il banchiere braccio destro di Romano Prodi.

“Stimato” da tutti i partiti e allievo di Mario Monti.

Lo scrisse la Stratfor, l’agenzia di intelligence USA, quando nel 2011 rimase a presiedere la Commissione Bilancio durante il Governo Monti, quindi possiamo fidarci

E fu da quella poltrona che sostenne e relazionò per conto della maggioranza sull’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione

Quindi attorno a lui ci sarebbe già la perfetta maggioranza.

Ai recalcitranti del PD ci penserebbe Re Giorgio in persona. In fondo Giancarlo Giorgetti fu uno dei suoi “saggi”.

Infatti nel marzo del 2013 è stato Napolitano in persona a nominarlo fra i “saggi” per predisporre il programma delle sue riforme economiche e istituzionali.

I rapporti internazionali

È da sempre in eccellenti rapporti con Consolati e Ambasciate USA.

Quando Matteo Salvini era probabilmente a “Il Pranzo è servito”, il nostro prode pranzava con il Console USA.

In Aprile 2009, ad esempio. Mentre nell’agosto dello stesso anno il Console lo delineava fra i possibili Segretari della Lega in successione a Bossi.

Direttamente o attraverso Federico Arata, sappiamo dei suoi rapporti con Steve Bannon e quindi con il Cardinale Burke, l’antagonista di Papa Francesco.

Sullo sfondo di ogni indagine

Già ai tempi di Bossi era Giancarlo Giorgetti a gestire ogni cosa

Expo, FieraMilano, A2a, Malpensa, fondazioni bancarie, banche popolari… “Chiedete a Giorgetti”, era il ritornello. (fonte).

Tutto o quasi finito sotto indagine, ma lui non è mai stato indagato. La “delega” alle nomine, però, non l’ha mai lasciata.

Il produttore di molle al Comitato per le politiche spaziali

Un suo amico, Stefano Gualandris è stato nominato per le politiche aerospaziali. Peccato sia solo titolare di una industria che produce molle (Report 06/05/2019 – Balle Spaziali)

…E così spunta lui, Stefano Gualandris, assunto come consulente direttamente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio

GIULIANO MARRUCCI
Onorevole buongiorno. Sono Marrucci di Report, una domanda: in base a che requisiti aveva chiamato come suo collaboratore per  le politiche spaziali Stefano Gualandris?

GIANCARLO GIORGETTI SOTTOSEGRETARIO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
È competente della materia, lo conosco.

GIULIANO MARRUCCI
In base a cosa, dice, è competente della materia?

GIANCARLO GIORGETTI SOTTOSEGRETARIO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
Eh, perché si occupa di queste vicende qua, di questa materia qua.

GIULIANO MARRUCCI
Per via della sua azienda, dice?

GIANCARLO GIORGETTI SOTTOSEGRETARIO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
Esatto

GIULIANO MARRUCCI
La conosce lei l’azienda di Gualandris?

GIANCARLO GIORGETTI SOTTOSEGRETARIO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
Certo che la conosco

GIULIANO MARRUCCI
Fanno molle…

GIANCARLO GIORGETTI SOTTOSEGRETARIO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
No e certo appunto per quello: fa molle ma lavora e conosce quel tipo di mondo lì.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO
La sua azienda è questa, a Besnate, provincia di Varese, nel cuore del bacino elettorale di Giorgetti. E questi sono i prodotti: molle.

La scelta oculata dei candidati

Per tutti basti l’esempio di Angelo Attaguile, candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Isole

Angelo Attaguile: candidato da Giancarlo GiorgettiÈ lo stesso Attaguile a chiarire:

“Io faccio riferimento a Giorgetti e lui, oltre naturalmente Salvini, mi ha invitato a candidarmi. Io non pensavo minimamente a questa scommessa e sono stato spinto ad accettarla per motivi politici. Adesso mi trovo a competere in questa difficile avventura. Sono giorni molto intensi, continuamente in giro per la Sicilia ad incontrare gli amici e sostenitori e sopratutto ad ascoltare. Guardo sempre avanti fiducioso, convinto in un futuro migliore per il nostro territorio”.

Per non parlare dei vari candidati “intimamente leghisti” sparpagliati per il territorio.

E voglio pure tralasciare la giunta leghista della Sardegna con due componenti del PD e tanto altro.

Chi li ha candidati? Perché Salvini non si occupa di candidature.

Credieuronord.

Giorgetti si rivolse a Fiorani quando ci fu da salvare la banca della Lega, la Credieuronord di cui era Consigliere di Amministrazione.

È o non è un esperto di finanza?

Fra truffe e intermediazioni fittizie, riconoscendo il dolo e la mala gestione, scattarono le condanne. Ma solo per i funzionari. Nonostante le decisioni venissero prese all’unanimità dal Consiglio di Amministrazione, i politici del Carroccio vennero assolti.

Il Caso Arata

A causa dell’insistenza con cui ha tentato di passare emendamenti, a dimettersi è stato il sottosegretario Siri, ma c’è una domanda cui non è mai stata data risposta

4. Il figlio di Arata è stato assunto da Giorgetti presso il Dipartimento programmazione economica. Giorgetti sapeva che era figlio di Arata e dei rapporti del padre con Nicastri?

Questo è molto strano, perché è lo stesso Roberto Maroni a spiegare che il nodo più spinoso sta proprio li

Giorgetti e il nodo Federico Arata

Vicenda Parnasi e stadio della Roma

Spunta una cena fra Parnasi, Giorgetti e Lanzalone e Parnasi si vantava di essere il catalizzatore del Governo. Parnasi ha pure dato un contributo all’associazione “Più Voci” della Lega.

Ma niente paura. Tutto a posto

Intervista al sottosegretario citato nell’inchiesta sul costruttore: “Lo conosco da 15 anni, a Roma eravamo vicini di casa. Restituire il suo contributo? Non abbiamo fatto niente di male, non vedo perché dovremmo. Non arrivano da attività illecita. E noi con lo stadio della Roma non c’entriamo proprio niente” (Il Fatto Quotidiano 16/06/2018).

Il verminaio lombardo

Per la nomina di un alto dirigente del Comune, la Lazzarini (Assessore comunale di Legano, Forza Italia) consiglia “di sentire anche Giorgetti” […] (Il Fatto Quotidiano del 17/05/2019, pagina 2).

Il Sottosegretario alla Presidenza non aveva già mancato all’appuntamento in altra occasione: Fate come dice Forza Italia

Il sindaco leghista di Gallarate, Andrea Cassani, non ha alcuna intenzione di nominare Petrone (cioè Caianiello) assessore all’Urbanistica. E per quattro mesi si tiene la delega. Poi ne parla col sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Che –racconta lui stesso – gli raccomanda di mettere chi ha deciso FI, senza discutere (Il Fatto Quotidiano del 18/05/2019, editoriale, pagina 24)

Il mutuo di Siri a San Marino

Anche li ci sono strane coincidenze.

Ne ho già parlato in “Caso Siri: uomini e coincidenze che portano lontano“, quindi non ci torno.

Perché Giorgetti sbrocca nonostante abbia il vento in poppa?  C’è qualcosa nei sondaggi che gli impedisce di realizzare il piano? C’è qualche problema che si oppone alla sua maggioranza con Berlusconi e il PD?

Chissà, visto che ha la sfortuna di trovarsi sempre sullo sfondo potrebbe anche temere qualche scivolone sulle inchieste in Lombardia.

Quelle già in atto, o magari quelle a venire.

Giusto poco tempo fa Salvini ne parlava con la signora Ronzulli (Forza Italia, manco a dirlo)

Frecce avvelenate contro Berlusconi. Ecco chi lo fregherà alle europee in Forza Italia

GUARDIAMO AVANTI
 
Formare una compagine di collaboratori capaci di trasmettere i valori del proprio animo e provarli è la difficoltà che incontra ogni leader. Stare avanti alla prima fila e obbedire al proprio leader è la virtù dei grandi. Il Centro-Destra ha ruotato intorno al suo leader massimo. La leadership di Berlusconi non ha dato vita a un partito capace di seguitare nel solco della sua politica. A parte il presidente Antonio Tajani, un ufficiale che trasmette a pelle i sentimenti di un cittadino sincero, gli altri e le altre, bravi e bravissime, colpiscono, ma non lasciano il segno. Forza Italia, con il suo Presidente, al di sopra di tutti, anzitutto dei suoi, rischia di non fare i numeri necessari a contenere le masse dei peones giallo-verdi. Meglio sarebbe stato un partito di Centro-Destra unico, se, però, le ambizioni di Salvini avessero lasciato spazio alla fiducia nel suo futuro. I partiti costruiti intorno al popolo, con chiari principi, sarebbero l’essenza della democrazia, ma non è così. Quindi? A sinistra abbiamo il vuoto o, peggio. Nessuna staffetta è possibile. Non credo in questa Unione europea, ma la politica deve continuare. È giunto il momento di far tesoro degli insegnamenti di ieri, guardare avanti e sostenere l’impegno forte, chiaro e composto di Giorgia Meloni. Altrimenti, un Paese guidato dalle ambizioni personali e dalla sua peggior parte è destinato a scomparire, svenduto per quattro lenticchie da: “Chi non vide mai camicia, quando la mise, se la sporcò”. Il popolo italiano possiede per sua natura la capacità di risorgere. Per chi voterà, la parola d’ordine dice “Votare Italiano”.
martedì 21 maggio 6:00 – di Francesco Storace

Berlusconi fa l’arrabbiato con la Meloni, ma è in Forza Italia che deve individuare il nemico. Perché alle elezioni di domenica prossima c’è chi punta a fargli lo sgambetto europeo. Povero Cavaliere, che chiama ingrato chi sta fuori e non si accorge dei traditori che ha dentro casa. Pronti a fargli lo scalpo a suon di preferenze, complice anche la legge elettorale europea.
Già, perché il meccanismo è infernale. E qualcuno che gli vuole bene – nel cerchio magico si fida solo della Ronzulli – glielo ha fatto notare. E’ vero, gli elettori hanno tre preferenze a disposizione. Ma quanti le esprimeranno? Poi c’è il problema dei candidati uomini, che per far votare Berlusconi devono per forza far scrivere i nomi di tre candidati. Già, perché se si votano solo due uomini, vale solo la prima preferenza. E lo tagliano. “Tanto viene eletto…”.
E così, la favola azzurra del Cavaliere indomito diventa tanto triste.
Perché tutto è cominciato nel Lazio. “Dottore, se si candida nell’Italia centrale io rischio. Proprio per le tre preferenze necessarie per far votare me e lei. Mi capisce?”. Sì, Berlusconi ha capito Tajani. In fondo gli vuole bene. Del resto il presidente del Parlamento Europeo va dicendo in giro di sé che non ha fatto il Papa solo perché è sposato, che altro puoi fare a uno così…

Addio al sud e alle isole

Berlusconi si presenta nelle altre quattro circoscrizioni elettorali. In quella delle isole, rischia di arrivare terzo: la lotta all’ultimo sangue è tra Saverio Romano, sponsorizzato da Lombardo, Cuffaro, Firrarello, Pistorio, Lavia, tanto per citare i più importanti portatori di voti. Gli si contrappone Miccichè, che si gioca la partita su Giuseppe Milazzo. Silvio se lo sono scordato.
Al sud, corre come un treno Aldo Patriciello. Le centocinquantamila preferenze dell’elezione precedente stanno sul banco. Dalle parti di Arcore contano sull’effetto della lettera che Tajani ha scritto ai dirigenti del partito, candidati compresi: “Scrivete Berlusconi“. Romano e Patriciello gli hanno già fatto marameo. La mail è finita nella posta indesiderata. Se ci teneva così tanto poteva farlo candidare a casa sua, gli hanno mandato a dire i due campioni di preferenze.

A rischio anche al nord

Ok, “mi eleggeranno nel nord-est”. No, presidente, li abbiamo fatto l’accordo con la Svp. “E che c’entra, mica stanno nella nostra lista”. E qui sta la trappola. Se nel Nord est Fi elegge due deputati, uno va automaticamente alla minoranza linguistica che ha un candidato che supera le cinquantamila preferenze per via dell’accordo tecnico tra le due forze politiche. Se Fi ne elegge uno solo, il seggio va alla Sp. Il deputato uscente Herbert Doffermann, che per due volte ha fregato il seggio al Pd, stavolta si prepara a festeggiare sulla pelle di Forza Italia.
Resta il Nord Ovest, con una lista ammaccata dalle indagini giudiziarie. Lara Comiindagata, Pietro Tatarella in galera, chissà che fine farà il voto d’opinione. Nella circoscrizione tengono d’occhio Massimiliano Salini, eurodeputato uscente, sul quale potrebbe giocare la zampata l’area che fa riferimento al governatore ligure Giovanni Toti, almeno per la parte che non ha già traslocato verso Fratelli d’Italia.
Auguri sinceri, Silvio. Con amici così, i nemici non ti servono.

Servizi segreti lottizzati dal governo? “Imposte dimissioni a 4 vicedirettori”

 

L’argomento della c.d. privatizzazione del pubblico impiego, con particolare riferimento al rapporto tra “politica e amministrazione”, riguarda il definitivo passaggio da una concezione della dirigenza intesa come “status”, quale momento di sviluppo della carriera dei funzionari pubblici, ad una concezione della stessa dirigenza di tipo funzionale”. Con il completamento dell’attuazione del processo di contrattualizzazione del rapporto di lavoro dei dirigenti, è stato introdotto, definitivamente, il principio della temporaneità degli incarichi connessi al rapporto di ufficio.

Gli artt. 97 e 98 Costituzione, che riportiamo di seguito, delineano “un complessivo statuto del dipendente pubblico sottratto ai condizionamenti politici. La critica al sistema dello Spoils System, sostiene che nella relazione tra vertice politico e dirigenti sul piano delle rispettive funzioni, si viene ad instaurare uno stretto legame fiduciario tra le parti, che non consentirebbe ai dirigenti generali di svolgere in modo autonomo e imparziale la propria attività gestoria”. 

È, invece, necessario assicurare sia che la Pubblica Amministrazione, travalicando i propri limiti (come nel caso recente delle operazioni della Guardia Costiera sulle coste libiche), non assuma posizioni di contrasto alle politiche del Governo sia che il dirigente generale possa espletare la propria attività – nel corso e nei limiti della durata predeterminata dell’incarico – in conformità ai principi di imparzialità e di buon andamento dell’azione amministrativa (art. 97 Cost.)”. In particolare, la revoca eventuale delle funzioni legittimamente conferite ai dirigenti “può essere conseguenza soltanto di una accertata responsabilità dirigenziale in presenza di determinati presupposti e all’esito di un procedimento di garanzia puntualmente disciplinato (sentenza della Corte Costituzionale n. 193 del 2002)”.

La conferma o la revoca dei dirigenti, l’aspettativa, l’assegnazione temporanea a incarichi presso enti, pubblici o privati, società, agenzie, senza perdere la qualifica posseduta, trovano adeguata disciplina.

Articolo 97 Costituzione

Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.

I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.

Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.

Articolo 98 Costituzione

I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione. Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità.

 

LA PREMESSA, CURA DI MARIA LUISA FOTI, SULL’ARTICOLO

Lo Spoils System è un meccanismo in forza del quale gli alti dirigenti della pubblica amministrazione ricoprono il loro incarico solo finché resta in carica il soggetto politico che ha vinto le elezioni e vengono “destituiti” al momento in cui cessa il suo mandato. È una pratica nata negli Stati Uniti nel corso dell’Ottocento e che si è diffusa in Italia a partire dagli anni novanta del Novecento. In base al suo meccanismo, gli organi politici come i Ministri, il Consiglio dei ministri, il Presidente della Regione e il Sindaco possono scegliere le figure dirigenziali di vertice dell’ordinamento. Il sistema è organizzato in modo tale che i tempi degli incarichi non eccedano la durata dell’organo politico che ha nominati.

Lo Spoil system, in Italia, è attualmente regolato dalla legge n. 145/2002, che prevede, all’articolo 6, che “le nomine degli organi di vertice e dei componenti dei consigli di amministrazione o degli organi equiparati degli enti pubblici, delle società controllate o partecipate dallo Stato, delle agenzie o di altri organismi comunque denominati, conferite dal Governo o dai Ministri nei sei mesi antecedenti la scadenza naturale della legislatura, computata con decorrenza dalla data della prima riunione delle Camere, o nel mese antecedente lo scioglimento anticipato di entrambe le Camere, possono essere confermate, revocate, modificate o rinnovate entro sei mesi dal voto sulla fiducia al Governo”.

La legge, 15 luglio 2002 n. 145, recante “Disposizioni per il riordino della dirigenza statale e per favorire lo scambio di esperienze e l’interazione tra pubblico e privato”, è entrata in vigore l’8 agosto 2002.

La Corte costituzionale sullo Spoils system

La Corte Costituzionale è stata chiamata in più occasioni a verificare la compatibilità dello Spoils system con il nostro sistema costituzionale.

La sentenza n. 103/2007

Con la sentenza n. 103 del 23 marzo 2007, ad esempio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 7, della legge 145/2002, nella parte in cui prevede che gli incarichi dirigenziali interni cessino automaticamente al di fuori delle ipotesi di una accertata responsabilità dirigenziale in presenza di determinati presupposti ed all’esito di un procedimento di garanzia puntualmente disciplinata.

La sentenza n. 161/2008

Con un’altra sentenza (20 maggio 2008, n.161) la Corte ha ribadito questo concetto: il meccanismo di Spoil System automatico, non supera il vaglio di legittimità degli artt. 97 e 98 della Costituzione, ledendo il principio di buona amministrazione sotto il profilo della continuità dell’azione amministrativa: la cessazione automatica di un incarico, può comportare la disfunzione dell’apparato amministrativo.

La sentenza n. 23/2019

Più di recente, con la sentenza n. 23/2019 la Consulta ha invece dichiarato la legittimità costituzionale dello Spoils system previsto per i segretari comunali, giustificandola in ragione della particolare disciplina che regolamenta tale figura e delle molteplici e variegate funzioni alla stessa attribuite, che rendono la previsione di tale meccanismo un “un non irragionevole punto di equilibrio tra le ragioni dell’autonomia degli enti locali, da una parte, e le esigenze di un controllo indipendente sulla loro attività, dall’altro”.

Anche i servizi segreti entrano nel dibattito politico sul governo Lega M5s. Il senatore del Pd Luigi Zanda ha presentato una interrogazione urgente al Presidente del Consiglio in merito ad una presunta richiesta di dimissioni dei quattro vicedirettori dei dipartimenti dei servizi segreti italiani.

“I fatti riportati, se confermati, appaiono di una gravità assoluta, prevedendo l’applicazione di un sistema di rigido spoil system e di una vera e propria lottizzazione politica applicata al sistema di intelligence, cui è affidata la sicurezza del nostro Paese” si legge nella interrogazione, dove viene sottolineato che “un simile comportamento rischierebbe peraltro non solo di mettere in discussione l’efficienza operativa dei nostri sistemi di intelligence in un momento delicatissimo, ma anche di distruggere la loro credibilità nel prezioso reticolo informativo internazionale, che trova i suoi fondamenti nella professionalità, nell’indipendenza e nell’assenza di interessi politici nei vertici dei servizi segreti dei paesi cui noi siamo collegati”.

Zanda dunque chiede al Presidente del Consiglio di sapere “se i fatti riportati in premessa corrispondano al vero e, in caso affermativo, se intenda revocare la richiesta di dimissioni, nonché quali iniziative urgenti intenda adottare per assicurare nel più breve tempo possibile che le nomine dei direttori e dei vice direttori del nostro sistema di sicurezza rispondano sempre a criteri di efficienza operativa e non siano mai assoggettate alle logiche della lottizzazione politica”.

SERVIZI: PINOTTI (PD), ‘SPOIL SYSTEM PRECEDENTE GRAVE’

“Ho deciso di sottoscrivere l’interrogazione del senatore Luigi Zanda sulla paventata lottizzazione dei servizi segreti da parte delle forze politiche che sostengono il governo Conte. I servizi di Intelligence e sicurezza sono un bene dello Stato a salvaguardia della collettività e non si può pensare di nominarne i vertici sulla base di logiche di spoil system”.

Lo dice la senatrice del Pd Roberta Pinotti, già ministro della Difesa. “Non ricordo che sia mai avvenuto il cambiamento di quadri dirigenti dei servizi nella pienezza del loro mandato non a seguito di eventuali errori o gravi mancanze, ma semplicemente per riorientare politicamente le cariche”.

“Se le notizie di stampa fossero confermate, ci troveremmo di fronte ad un episodio che umilierebbe la struttura della nostra Intelligence e le persone coinvolte e che creerebbe un precedente gravissimo, stabilendo una prassi estremamente pericolosa e inaccettabile in un paese democratico”, conclude Pinotti.

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA.

Oltre al Dl sicurezza, altra mina vagante per la tenuta del governo è costituita dalla image

Ieri, durante la prima seduta del Consiglio nazionale forense, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafedeha presentato l’articolo che prevede l’entrata dell’avvocato in Costituzione considerata una svolta fondamentale che sancisce l’importanza del ruolo dell’avvocato come pilastro per il diritto di difesa e per la tutela di tutti gli altri diritti dei cittadini.

Oltre all’ “avvocato in Costituzione” il ministro ha annunciato l’approvazione, nel pre-Consiglio di ieri, del progetto relativo al patrocinio a spese dello Stato, frutto della collaborazione con il Cnf e che verrà discusso alla prossima seduta utile.

Tra gli altri temi da affrontare però ci sono ancora un monitoraggio sull’equo compenso e il perfezionamento delle specializzazioni e soprattutto il tavolo di riforma per i processi civile e penale.

LO SCONTRO

Se il ministro Bonafede ha avvertito la Lega che “La riforma della Giustizia la fa il ministro della Giustizia” e Luigi Di Maio ha osservato che “la riforma è pronta ma la Lega ha fatto saltare già due volte la riunione”, per la Lega la riforma si fa solo se va nella giusta direzione.

Secondo gli esponenti del Carroccio le proposte avanzate dal movimento 5 Stelle sarebbero troppo spostate a favore delle procure. La Lega si dichiara a favore dello snellimento dei processi ma non rinunciando alle tutele per gli indagati.

Per Matteo Salvini “O parte la riforma complessiva del processo penale di cui la prescrizione potrà essere una minima parte del complesso oppure non esistono processi all’infinito che vanno a sovrapporsi in una struttura come quella di oggi che è barbara. Vogliamo fare una riforma della giustizia non contro qualcuno ma coinvolgendo tutte le parti in causa, per non dare alibi a nessuno viste le esperienze del passato che sia fatta contro i magistrati, contro i pm, contro gli avvocati. La parola la mantengo, conto che lo stesso impegno valga per tutti”.