Meloni: “Possibile governo di minoranza guidato dal centrodestra”

Giorgia Meloni parla dopo il colloquio con Mattarella: “Non siamo disponibili a far parte di un governo che non mantenga compatto il centrodestra”

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Spiega che è necessario che il centrodestra, in quanto prima coalizione alle scorse elezioni politiche, “metta insieme un decalogo di cose fondamentali, e vada a chiedere ai parlamentari se sono d’accordo”. In questo senso, prosegue, “si può anche parlare di un governo di minoranza”. “Il punto – prosegue – è capire se le altre forze politiche siano disponibili”, ed ha sottolineato che “i numeri non sono impossibili”.

“A causa di una legge elettorale irresponsabile, che FdI non ha votato, siamo in questa situazione. Ciò non toglie che lo scorso 4 marzo quasi il 40% degli italiani ha dato la fiducia a forze di centrodestra. Per questo – ha proseguito Meloni – non siamo disposti a sostenere alcun governo che non sia un governo a trazione centrodestra, ciò significa anche che non siamo disponibili a far parte di un governo che non tenga compatto il centrodestra. Non accettiamo veti. È normale che chi è arrivato secondo provi a tendere trappole a chi è arrivato primo, l’importante è non cascarci. Ho sentito parlare di contratti, ma le proposte di contratto le dovrebbe fare chi è arrivato primo, non chi è arrivato secondo”.

“In sintesi – ha concluso Meloni – FdI è disponibile a parlare con tutti perarrivare a un governo a guida centrodestra per realizzare alcuni puntiirrinunciabili del nostro programma. Non siamo disposti a sostenere alcun governicchio che nasca e duri per occuparsi della legge elettorale e fare tutto fuorché quello. Piuttosto che un altro governo Gentiloni noi preferiamo tornare alle urne. Se questa fosse davvero l’unica scelta non potremmo rischiare di ritrovarci in questa situazione. Per questo questa mattina abbiano depositato alla Camera una proposta di legge per inserire il premio di maggioranza all’interno della legge elettorale e abbiamo scritto a Fico per inserirlo tra i provvedimenti urgenti perché almeno se si tornasse alle urne gli italiani potranno sapere il giorno dopo di avere un governo”. Meloni ha poi chiarito un altro aspetto importante: “Abbiamo chiesto al presidente l’incarico per Matteo Salvini, se poi con Salvini non si riuscisse spetterebbe soprattutto a lui trovare una seconda persona”.

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Le querele di Forza Nuova e Roberto Fiore contro le fake news di Espresso/Repubblica

Questa non è democrazia.
Il gruppo Espresso ha violato impunemente, sistematicamente e più volte la recente campagna elettorale con le sue troppe testate. Dico “troppe” perché in una democrazia non sembra ammissibile che un cittadino singolo o un gruppo privato possano detenere la proprietà o il dominio di più testate o canali di informazione. In particolare, Carlo De Benedetti, che con artifizi societari ha preso, intascato, non ha restituito – ditelo come vi piace – somme molto importanti al Monte dei Paschi di Siena (per citare l’ultima sua impresa); che, tramite le indiscrezioni soffiate da Renzi sulle norme bancarie in fieri, ha realizzato guadagni da verificare penalmente, ha utilizzato il sempre nostro denaro per attaccare e per vanificare la campagna elettorale di L’Italia agli Italiani. L’Associazione Ordine Futuro, opportunamente, ha pubblicato le querele del segretario Roberto Fiore contro le maldicenze gratuite, le accuse diffamatorie del gruppo Espresso, tese a escludere dalla competizione elettorale una lista regolarmente iscrittavi e i suoi candidati. Altre querele, infatti, sono state presentate contro le testate del gruppo che hanno sistematicamente (quindi, non per caso) omesso di citare quella lista negli elenchi complessivi pubblicati. L’insieme di questi – a mio avviso – reati è stato possibile appellandosi a un fantasioso e strumentale antifascismo e grazie all’appoggio ricevuto dai presidenti emeriti del Senato e della Camera, dal partito della CGIL, da quella culla dell’odio chiamata ANPI e dai Comitati per il No, sopravvissuti con chiaro intento politico al referendum costituzionale, se di politica sono capaci. Vi lascio alla lettura di Ordine Futuro, che ho voluto divulgare attraverso il sito .
Mario Donnini

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POLITICA

di Redazione ORDINE FUTURO 21/03/2018

Tutte le accuse contro Forza Nuova e il suo Segretario nazionale, spacciate da Repubblica e L’Espresso come frutto di chissà quali strabilianti inchieste giornalistiche, sono assolutamente false e volutamente infamanti. Come preannunciato, Forza Nuova ha avviato una dura campagna legale contro ogni diffamazione ai suoi danni, al gruppo Espresso/Repubblica l’onore di essere il primo obiettivo: il “diritto di cronaca” non sussiste se serve a propalare volgari menzogne.
Dalle falsità su Bologna a quelle sui legami con i Servizi britannici per finire con le bugie sugli inesistenti Bangla Tour, ecco a voi il testo integrale di quella che potremmo definire la madre di tutte le querele; buona lettura ad amici e nemici.
PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO

IL TRIBUNALE DI ROMA

Atto di querela

Il sottoscritto Roberto FIORE, nato a Roma il 15/4/59 e qui residente in Via Cadlolo 90, in proprio e nella qualità di legale rappresentante del movimento politico FORZA NUOVA, espone quanto segue:

– Il 17/12/2017 il settimanale L’Espresso pubblicava una lunga inchiesta, dal titolo: ”TUTTI I MISTERI DEL FIORE NERO”, a firma di Paolo BIONDANI, Giovanni TIZIAN e Stefano VERGINE; contemporaneamente veniva pubblicato lo stesso articolo, a cura dei medesimi giornalisti, ma con differente grafica, sull’edizione on line sia il 17/12 che il 20/12 (v. all. 1,2,3).

Il lungo articolo, composto di ben 4 pagine, conteneva una serie di affermazioni e notizie che si cercherà qui di sintetizzare.

L’articolo era corredato da alcuni “sottotitoli” in carattere grande e colore rosso, tra i quali “Storia segreta del capo di Forza Nuova. Tra servizi, delinquenza e un oscuro impero economico”, “Condannato per eversione è fuggito in Inghilterra. Dove ha trovato la protezione dei servizi segreti britannici”, “in cinque anni per Forza Nuova 240 denunce per violenze. In media fanno quattro raid al mese. Uno a settimana”.

– Nell’incipit dell’articolo, corredato da una mia foto, mi si definiva “terrorista nero che è riuscito a restare impunito” e si affermava che, condannato per associazione sovversiva e banda armata, “avrei dovuto scontare almeno 5 anni e mezzo di reclusione”.

– Al mio rientro in Italia nel 1999 sarei tornato ricco e pronto a guidare un nuovo movimento politico, Forza Nuova, “neofascista, razzista e pieno di criminali violenti: la prima fucina della delinquenza politica di oggi”.

L’articolo fa poi riferimento agli attacchi e alle “minacce” che Forza Nuova avrebbe indirizzato a Repubblica, spiegando che la loro origine può essere ricercata nel mio passato, che procede a ricostruire partendo dalla mia fuga all’estero nel 1980, inseguito dal mandato di cattura per Terza Posizione, “il gruppo armato che ha allevato una legione di terroristi neri, poi confluiti nei NAR” e riferisce che nel 1982 un giudice britannico respinse l’istanza di estradizione ai miei danni, così che io e Massimo Morsello restammo liberi in Inghilterra benchè condannati in tutti i gradi di giudizio.

L’intreccio tra Terza Posizione e i NAR sarebbe stato molto stretto, poiché Fioravanti e Mambro vennero condannati per l’omicidio di Francesco Mangiameli, dirigente di TP ammazzato perché “era uno dei pochi a conoscere la verità su Bologna”. In relazione a tale fatto, il col. Spiazzi aveva lanciato l’ allarme con un’intervista all’Espresso resa pochi giorni prima della strage. La Cassazione, nella sentenza definitiva sulla strage, argomenterà che io e gli altri dirigenti di Terza Posizione fuggimmo per non fare la stessa fine di Mangiameli: eppure – commenta l’articolo – “in tutti questi anni non hanno mai rivelato e tantomeno confessato nulla. Silenzio totale, perfino sui responsabili della carneficina nera alla stazione di Bologna”.

– L’articolo prosegue facendo, ancora una volta, riferimento agli appoggi importanti e misteriosi di cui io e Morsello avremmo goduto in Inghilterra, specificatamente da parte dei servizi segreti inglesi (MI6), sospetto da me sempre respinto, ma “confermato nero su bianco da un rapporto firmato nel 1991 dalla commissione d’inchiesta del parlamento europeo su razzismo e xenofobia. Accuse poi rilanciate in Italia da due importanti esponenti di AN, Enzo Fragalà e Alfredo Mantica… Il presidente della commissione stragi, nell’audizione del 2000, mette a verbale una domanda esplicita: ‘Ritiene che Fiore e Morsello fossero agenti del servizio inglese?’ E Fragalà risponde:’Non ritengo, c’è scritto, è un dato obbiettivo mai smentito da nessuno…’. Oggi Fragalà non può più cercare la verità su Fiore: è stato ucciso nel 2010 a Palermo. Per i Pm Fragalà è stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva convinto alcuni clienti a collaborare…”.

– Detto questo, l’Espresso ribadisce che al rientro in Italia ero ricco, non avevo mai dovuto pentirmi del mio curriculum di terrorista e, durante la latitanza, avevo stretto rapporti con leader razzisti e neonazisti, servizi segreti e finanziatori rimasti nell’ombra.

Dopo alcuni accenni alla mia vita privata, riferisce che fondai Forza Nuova nel 1997, ma già nel 1999 il capo dell’antiterrorismo Ansoino Andreassi, sentito in Parlamento, mi accusò “di far parte di una rete internazionale di finanziatori di naziskin. Fiore smentisce e querela, ma non intimidisce il prefetto. Un poliziotto molto esperto, il primo a capire la nuova strategia del terrorista mai pentito: non sporcarsi le mani, non farsi invischiare nelle azioni violente dei giovani di Forza Nuova…”.

– L’Espresso descrive poi la “strategia del doppio binario” (facciata legale, comportamenti illegali) e riferisce dei risultati elettorali di Forza Nuova, in forza dei quali entrai al Parlamento Europeo nel 2008 subentrando all’on. Mussolini, concludendo: ”E fuori dai palazzi, intanto, la base di Forza Nuova scatena un’escalation di violenze”.

“L’osservatorio democratico sulle nuove destre ha schedato una serie di reati impressionante. Nell’aprile 1999 a Roma vengono rinviati a giudizio 25 naziskin per violenze, minacce e istigazione all’odio razziale… Il presunto capo cellula è il responsabile di Forza Nuova a Milano. Lo stesso Fiore viene inquisito come finanziatore dei neonazisti. Ma tutte le accuse restano coperte dalla prescrizione. Nel dicembre 2000 il neo-fascista Andrea Insabato resta ferito mentre fa esplodere una bomba all’ingresso del Manifesto… ‘Sono un suo amico’, è costretto a dichiarare Fiore a caldo, ‘ma con Forza Nuova non c’entra nulla’… negli stessi mesi a Padova un gruppo di neofascisti finisce in cella dopo un grosso sequestro di armi ed esplosivi: tra gli arrestati c’è un candidato di Forza Nuova alle comunali…”

L’elenco “impressionante” di reati prosegue con la contestazione violenta ad Adel Smith a Verona, l’arresto di un tale Acquaviva, già candidato di FN a Siracusa e di alcuni atti-visti a Bari e Rimini per violenze contro avversari politici e di tali Rufino e Marion (già soci di Easy London, associata alla mia impresa di Londra) per detenzione di armi, per finire a tempi recenti, quando “crescono soprattutto le violenze contro gli immigrati. Un esempio recente è l’inchiesta dei Ros denominata ‘Banglatour’ avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati. Secondo l’accusa i raid partivano da due sedi di Forza Nuova a Roma, dove i minorenni venivano addestrati a usare coltelli e spranghe… Secondo l’Osservatorio le vittime sono stranieri, poveri, giovani di sinistra, gay e medici… Le uniche cifre ufficiali su Forza Nuova sono state fornite due anni fa dal Ministero dell’Interno: in 65 mesi, ben 240 denunce e 10 arre-sti. Quattro raid al mese, un attacco neofascista a settimana.”

L’articolo dell’Espresso prosegue con elucubrazioni relative alle mie presunte fortune accumulate all’estero (se avessero specificato dove, ne sarei stato grato) e ai legami di un trust inglese con alcune piccole società di cui sono soci membri della mia famiglia, una delle quali è accusata di avere rapporti, non con la mafia o la Spectre, ma addirittura con la Western Union, la principale multinazionale nei servizi postali e di trasferimento valuta…

Ma questa parte dell’articolo, non riferendosi al cotè politico mio e di Forza Nuova, pur rivelando spunti umoristici, è per me di scarso interesse, per cui non mi ci soffermo, riservandomi di approfondirla in altra sede.

L’inchiesta dell’Espresso è, a mia memoria, il massimo concentrato di notizie false, diffamatorie e fuorvianti che abbia avuto modo di leggere, con il grave difetto di rimasticare “notizie” provenienti da fonti del tutto squalificate e inattendibili senza la benché minima verifica o, peggio, di riproporre notizie già giudizialmente accertate come false e diffamatorie. E’ paradossale che tra tali false notizie ve ne siano addirittura alcune per le quali L’Espresso e la consorella Repubblica sono già stati condannati in sede penale e civile.

Prima di passare alla puntuale contestazione e allo smascheramento delle falsità, osservo che l’articolo in oggetto costituisce la spiegazione logica della manifestazione di protesta ( definita dai media “assalto e raid”, ma in realtà assolutamente pacifica e non violenta) messa in atto da Forza Nuova davanti alla sede di Repubblica tre mesi fa: l’accusa al gruppo Espresso era di aver dato vita a una campagna di stampa e di istigazione all’odio contro Forza Nuova basata su “fake news”. Che le news su di noi siano false non lo dico io, ma la Magistratura, visto che nei confronti di Repubblica e dell’Espresso sono state emesse ben 12 sentenze di condanna da parte del Tribunale e della Corte d’Appello di Roma, per finire alla Corte di Cassazione.

Passerò ora all’esame delle varie false notizie:

1) IL COLLEGAMENTO CON LA STRAGE DI BOLOGNA. Ben 6 sentenze della Cassazione, oltre a una dozzina dei Giudici di merito, hanno stabilito la natura falsa e diffamatoria di ogni e qualsiasi accostamento della mia persona con la strage di Bologna.

Ricordo qui per l’ennesima volta che al processo per la strage io fui parte civile come vittima del delitto di calunnia, commesso dai vertici deviati dei servizi segreti (italiani), nelle persone di Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, tutti con-dannati a 10 anni con sentenza della Corte d’Assise dell’11 luglio 1988, condanna poi confermata in tutti i successivi gradi. La sentenza della Corte d’Assise di Bologna, in merito così si esprimeva: ”La diacronica ricostruzione dei fatti…fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage. Sgomenta che apparati dello Stato, sia pure deviati, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti… La cosiddetta ‘Operazione terrore sui treni’ non è che un capitolo delle molteplici manovre poste in essere da spezzoni deviati degli apparati di sicurezza a copertura dei reali autori dell’attentato del 2 agosto 1980”.

Sostenere che una vittima di calunnia abbia potuto avere qual-cosa da rivelare, o addirittura da confessare, in merito alla strage è una vera infamia, che non può essere spiegata solo con la colpevole ignoranza dei fatti storici da parte dei tre giornalisti.

Come dicevo, le sentenze 32022/06, 25561/08, 31610/08, 8399/14 della 5° Sez. Penale della Cassazione hanno affermato la natura diffamatoria dell’accostamento della mia persona alla strage. La sent. 42020/2012, sul ricorso di E. Mauro e G.M. Bellu così testualmente affermava:” La notizia vera della condanna per associazione sovversiva è presentata come pronunciata nel processo per la strage di Bologna, quindi con un indimostrato collegamento con un fatto di straordinaria crudeltà, spregevole disumanità e assurda ferocia, rispetto al quale Fiore è risultato del tutto estraneo, sul piano storico e sul piano investigativo” (v. all.4).

Con quali argomenti questi signori si permettono ancora, dopo 30 anni dalla prima sentenza, di rimestare nel torbido e gettare palate di fango su di me, prendendo due righe della sentenza della Cassazione senza nemmeno capirne il significato??

Significato che sarebbe chiaro leggendo soltanto poche righe del documento “L’eversione di destra a Roma dal ’77 ad oggi”, pubblicato nel 1983 sulla Rivista organo di Magistratura Democratica, ad opera dei 5 Pm che seguirono tutte le indagini, nel quale si legge che l’accusa verso di me di essere fuggito con le armi e la cassa di TP e di aver strumentalizzato lo spontaneismo furono le motivazioni dell’omicidio Mangiameli, eseguito dai fratelli Fioravanti e da Vale. Concludono i PM: “ Risulterà in seguito la sostanziale falsità delle accuse mosse al Fiore, ma il senso dello scontro sembra riconducibile alla frattura tra i “politici” come Fiore e Mangiameli e i “militari” come Fioravanti e Vale. Dopo di ciò Fiore (ricercato da Fioravanti e Vale che intendevano completare l’eliminazione fisica dei dirigenti di Terza Posizione) fuggirà all’estero…” (v. all.5).

Quanto al geniale collegamento con l’intervista di Amos Spiazzi, i giovani giornalisti non sanno che Amos Spiazzi, definito dal Giudice Guido Salvini (forse il massimo esperto di terrorismo) “golpista e colluso con le trame nere di Ordine Nuovo”, fu sentito come testimone dalla Corte d’Assise di Roma proprio sulla circostanza dell’incontro con “Ciccio” e fu messo alla porta dal Presidente quando dalla sua descrizione dell’uomo, comparata con una foto di Mangiameli, apparve chiaro che non l’aveva mai incontrato.

Ma per infangare Roberto Fiore non vale la pena di fare un po’ di giornalismo investigativo…

2) IL COLLEGAMENTO CON I SERVIZI SEGRETI INGLESI E LE PROTEZIONI A LONDRA.

Nei numeri del 17-20/12/2017, L’Espresso e l’Espresso.it pubblicano per l’ennesima volta la “notizia”, già pubblicata da altre testate negli ultimi 20 anni, che io sarei stato protetto e coperto dai Servizi Segreti inglesi dell’MI6 durante la mia quasi ventennale permanenza a Londra.

Come prova di tale “scoop”, l’articolo porta un rapporto del 1991 della Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo, che apoditticamente mi indicava come collegato a tali Servizi Segreti. Riferisce anche che tale tesi avrebbe trovato conferma negli atti della Commissione Stragi che, nel gennaio 2000, aveva ascoltato sul tema l’on. Fragalà (autore di un piccolo dossier in merito) e il Prefetto Andreassi, allora capo dell’Ucigos. Gli autori dell’articolo, che evidentemente non hanno letto gli atti, concludono che Andreassi aveva avallato la notizia e Fragalà l’aveva confermata in base a documenti certi.

In realtà le cose andarono in ben altro modo: Fragalà basava il suo intervento esclusivamente sul rapporto del Parlamento Europeo e, intervistato dal Corriere della Sera il 9/1/2000, affermava:” Va ridimensionata tutta la vicenda Forza Nuova. Quello che c’è scritto nel dossier non è altro che una scopiazzatura di alcuni giornali inglesi che, a loro volta, hanno ripreso spezzoni di altri dossier elaborati dai servizi segreti inglesi. Ma non dicono nulla di nuovo e non destano alcun allarme” (v. all.6).

Dal canto proprio, Andreassi veniva più volte interpellato in argomento, sia in sede istituzionale, che in ambito giudiziario. Il 17/1/2001 davanti alla Commissione Stragi affermava:” Ora non credo di deludere la Commissione se non sono in grado di dare risposta ad un altro quesito estremamente delicato, cioè se Fiore e Morsello siano mai stati o siano ancora collaboratori dei servizi segreti MI6 e mi pare tutto sommato ragionevole non poter andare oltre quanto già dissi, e cioè che se anche fosse vero, gli inglesi, come qualsiasi altro servizio al mondo, compresi i nostri, non ce lo direbbero mai… in ogni caso, non senza imbarazzo ho approfittato delle noti-zie apparse sulla stampa in questi giorni per chiedere per iscritto un commento alla Special Branch, la quale ha risposto di ’non essere in possesso di alcuna informazione che potrebbe essere utile a confermare o smentire un’evenienza del genere’. Così come non mi sembra che possa ritenersi definitiva e inoppugnabile l’affermazione secondo cui almeno Fiore sarebbe un agente del Servizio MI6, contenuta nella relazione redatta nel 1991 dalla Commissione del Parlamento Europeo visto che le fonti portate a sostegno di tale tesi sono soltanto giornalistiche e quando rinviano ad atti giudiziari non hanno comunque trovato conferma.” (pagg.25-27, testo aud.17/1/01, all.7).

In seguito, sollecitato proprio da una domanda di Fragalà, rispondeva ancora: ”Avevamo letto queste cose perché conosceva-mo la fonte principale di informazione della Commissione che ha redatto il rapporto. L’unico riscontro che ho potuto fare su quello che Searchlight (rivista di estrema sinistra nota in GB negli anni 80-90) dice, cioè che la militanza di Fiore nel-l’MI6 era stata desunta da atti giudiziari italiani, non l’ho riscontrato. E’ un’informazione che il Parlamento Europeo ricava da Searchlight che dice di averla ricavata da atti italiani, ma io non ho ritrovato alcun atto giudiziario italiano” (pag.54 audiz. 17/1/2001).

Da notare che l’Espresso è recidivo in merito, avendo già pubblicato tali notizie il 5/11/17 (si è proceduto con separata querela), mentre le medesime fake sono state pubblicate nei decenni da vari quotidiani, tra i quali Repubblica nel dicembre 2000. Nella sentenza 9/3/2007 contro E. Mauro e G.M. Bellu, il Tribunale di Roma così si esprime:” Per quanto concerne la notizia della presunta protezione fornita al querelante dai servizi segreti inglesi, il Bellu si è difeso sostenendo che la notizia circolava in ambienti istituzionale e perfino in Commissione Stragi: ma in effetti la Commissione si occupò dell’argomento solo dopo la pubblicazione dei due articoli… Inoltre, è altresì vero che il Prefetto Andreassi, dirigente dell’Ucigos, chiuse autorevolmente la vicenda in Commissione Stragi, affermando non soltanto di non aver trovato conferma alla notizia, ma di aver riscontrato la falsità dei riferimenti forniti da Guardian e Searchlight, desunti da atti giudiziari italiani risultati inesistenti. Inoltre l’altra fonte di informazione citata dal Bellu, ossia una relazione al Parlamento Europeo… è il frutto di un’inaccettabile e assiomatica approssimazione, per cui non può essere posta a fondamento dell’esimente invocata dl Bellu” (v. all.8).

La sentenza fu confermata in grado d’appello, ma Bellu e Mauro proposero ricorso per Cassazione. Con la sentenza 42020/2012, la Cassazione rigettava il ricorso. Sul punto in questione, la Corte affermava tra l’altro che “nel contesto politico e nell’ambiente culturale in cui vive e opera il querelante, la falsa notizia di lavorare per i Servizi segreti dello Stato britannico ha naturalmente inciso sulla sua credibilità, lealtà, coerenza storica”, aggiungendo per buon peso che “l’interesse pubblico a conoscere ha come esclusiva area operativa quella dei fatti veri. I cittadini non hanno interesse a conoscere i fatti falsi. Con il narrare fatti falsi non solo si lede un diritto fondamentale del singolo, ma si lede il diritto della collettività a un’informazione rispondente al vero” (v.sopra).

La successiva causa civile si concludeva con la sent. 17300/ 2015, con la quale il Tribunale condannava Bellu, Mauro e il Gruppo L’Espresso al risarcimento dei danni a mio favore nella misura complessiva di € 35.000 e a favore di Forza Nuova nella misura di € 5.000, nonché alla pubblicazione dell’estratto della sentenza, che avveniva il 2/9/2016 (all.9).

Analoghe pronunce sull’argomento Servizi segreti, in relazione ad articoli pubblicati vent’anni fa, venivano adottate, tra altri, da Trib. Pen. Roma, 30/5/2001, 21/5/2002 e 15/7/2002, Trib. P. Sassari, 9/9/2008, Trib. P. Catania 18/11/2004, Trib. P. Palermo, 25/1/2006 (all.10), C. App. Roma 14/12/2004, C. App. Catania 26/4/2006, C. App. Perugia 29/3/2005, ecc.

A chiudere l’argomento, per dare un’ulteriore prova della to-tale e dolosa trascuratezza nella ricerca delle fonti dell’articolo, dirò che non solo non querelai Andreassi, ma che il Prefetto venne varie volte a deporre in Tribunale come mio testimone sull’argomento Servizi Segreti e sul contenuto dei rapporti su Forza Nuova.

3) PASSATO E PRESENTE DI FORZA NUOVA. L’intento denigratorio, che pervade tutta la produzione del Gruppo Espresso nei confronti miei e di Forza Nuova, trova una ulteriore eclatante conferma nel presente articolo, dove sono messe insieme le più disparate falsità, allo scopo di dimostrare che, dopo le Brigate Rosse, Prima Linea e i NAR, oggi è Forza Nuova la “principale fucina della violenza politica”, che “ha scatenato un’ escalation di violenze”!

Per giustificare tali ignobili e assurde affermazioni, l’Espresso parte da lontano, dal 1999, quando fui rinviato a giudizio come supposto finanziatore dei restauri di una cappella di rito tradizionalista, cui facevano capo alcuni giovani coinvolti nel procedimento Hammerskin: l’accusa di aver dato suggerimenti e versato circa 200.000 lire a uno dei coimputati non fece molta strada, tanto che il processo, dove non vi era alcuna accusa di atti violenti a carico di nessuno, andò in prescrizione durante la fase istruttoria in 1° grado, per l’ evidente disinteresse della pubblica accusa all’accertamento dei fatti (dal 24/6/1999 al 26/1/2006 furono esaminati soltanto 3 testimoni…) (v. all.11).

E’ quindi del tutto falso che io e tanto meno Forza Nuova siamo stati coinvolti in un processo per “violenze e minacce”.

Andando avanti, viene il riferimento all’attentato al Manifesto, menzionato tra i “fatti di violenza” collegati a me e Forza Nuova, sebbene sia la stessa Digos di Roma (proprio nel processo per diffamazione contro Mauro e Bellu), sia il Tribunale abbiano escluso qualsiasi collegamento tra il condannato Andrea Insabato, mio amico di infanzia, e Forza Nuova (v. sent Trib. Roma 9/3/2007, sopra).

Passiamo poi all’arresto nel 2000 a Padova di “un gruppo di neofascisti”, tra i quali un candidato di Forza Nuova: peccato che tale candidato, che risponde al nome di Riccardo Baggio, sia stato immediatamente scarcerato dal Tribunale del Riesame di Venezia per assoluta carenza di indizi (v. all.12). Anche in questo caso, lanciato il sasso, si attende che ricada con effetti diffamatori 17 anni dopo, senza preoccuparsi di altro…

A questo punto, occorre chiedersi quali siano le fonti alle quali i tre prodi dell’Espresso hanno attinto notizie tanto veritiere, accurate e aggiornate: loro stessi scrivono che si tratta niente di meno che dell’”Osservatorio democratico sulle nuove destre”, organizzazione dal nome pomposo con sede a Milano. Tale organizzazione è presieduta da Saverio Ferrari, ex terrorista di estrema sinistra, condannato dalla Corte d’ Assise di Milano con sentenza irrevocabile per: danneggiamento e incendio continuati, violazione della L. 497/74, porto illegale di armi continuato, ricettazione. Come direbbe l’Espresso “avrebbe dovuto scontare almeno 3 anni e 8 mesi”, ma tra indulti e prescrizioni se l’è cavata con molto meno (v. all. 13,14) e ora, odiatore di professione del sottoscritto, continua a spargere fango; più volte da me querelato e rinviato a giudizio per diffamazione, se l’è sempre cavata con la prescrizione. Questa è la fonte inattaccabile cui hanno attinto i tre giornalisti dell’Espresso!

Come insegna la S.C., dovere primo del giornalista è il controllo delle proprie fonti…

Ma i tre autori ci hanno messo anche del loro, affermando consapevolmente il falso in merito alla c.d. inchiesta “Bangla-tour”, “avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati”, asseritamente da elementi di Forza Nuova: ebbene, non risulta da alcun atto giudiziario che nemmeno 1 bengalese o altro straniero abbia subito pestaggi!

Tale notizia, vergognosamente falsa, è stata il casus belli della manifestazione davanti alla sede del gruppo editoriale; la sua virulenza diffamatoria è massima, poiché fa apparire Forza Nuova un gruppo politico dedito alla violenza contro i deboli e gli indifesi, ottimo “viatico” in prossimità delle elezioni politiche per squalificarci di fronte all’opinione pubblica!

Sfido quindi gli articolisti a documentare un solo caso di violenza ad extracomunitari attribuibile a Forza Nuova!

Nello stesso solco si muove l’altra folle accusa, attribuita al famigerato Osservatorio sulle nuove destre, secondo la quale le vittime di aggressioni sarebbero poveri, giovani di sinistra, gay e medici: di quali aggressioni si parla? Dove, quando e a chi?? Dove è stata riscontrata questa folle calunnia?

Dulcis in fundo, le cosiddette statistiche del Ministero dell’Interno, secondo le quali nell’arco di circa 5 anni fino al 2016 Forza Nuova avrebbe subito 240 denunce e 10 arresti: come dice l’Espresso, 4 raid al mese…

Posto che, malgrado ogni sforzo, non sono riuscito a rintracciare alcun documento del Ministero, quale Segretario del movimento mi risultano soltanto denunce per manifestazioni non autorizzate o, al massimo, per resistenza a p.u. durante tali manifestazioni.

Anche in questo caso, il linguaggio violento e capzioso dell’Espresso, che fa riferimento a “raids” e “attacchi” distorce totalmente la realtà e getta fango e discredito in maniera dolosa e con uno scopo preciso. Certo, il fatto che ci siano addebitati 80 attacchi a bengalesi mai avvenuti la dice lunga sulla volontà diffamatoria nei nostri confronti!

Concludo qui questa esposizione, rilevando che è il gruppo Espresso ad aver mosso guerra mediatica contro me e Forza Nuova, e non viceversa: non sono infatti bastate le sentenze di condanna, con conseguenti risarcimenti a indurre le testate Repubblica e l’Espresso ad esercitare il diritto di cronaca e di critica nei limiti della verità storica e della decenza politica, evitando le aggressioni fondate sull’attribuzione di fatti e misfatti mai avvenuti per gettare discredito sul “nemico”.

4) LA TERMINOLOGIA DELL’ARTICOLO. Riferendosi a me, per almeno 3 volte gli articolisti mi definiscono “terrorista”: gli stessi danno conto anodinamente che “un giudice britannico respinse la richiesta di estradizione”. Va specificato che il più alto magistrato inglese la respinse perché i reati ideologico-associativi di cui ero accusato in Italia non erano previsti dalla legislazione inglese e, del resto, gli stessi reati erano stati da poco istituiti anche in Italia (L. 6/2/80 n. 15). In base alla c.d. “legge Cossiga”, i fatti addebitatimi a titolo di reato associativo (e non di singoli reati e tantomeno di fatti di sangue) erano aggravati dalla finalità di terrorismo. Così come erano aggravati tutti i reati contestati allora a migliaia di appartenenti a gruppi di sinistra e di destra.

Credo che, dopo 40 anni da quei fatti, definirmi oggi “terrorista” e “terrorista mai pentito”, mentre tale epiteto non viene mai usato nei confronti di altri che negli stessi anni furono condannati anche per fatti di sangue (Negri, Piperno, addirittura Sofri, condannato per l’omicidio del padre dell’attuale direttore di Repubblica ecc.), costituisca un argumentum ad hominem, usato ancora una volta per screditare la mia persona, tanto più, ripeto, che non sono mai stato condannato per reati specifici o di sangue, ma solo per reati ideologico-associativi. Come pure segno dell’astio che guida la penna dei tre è la singolare affermazione che avrei dovuto scontare “almeno 5 anni e mezzo di carcere”. Perché almeno, visto che fui condannato a 5 anni e mezzo, poi ridotti a 3 e mezzo per indulto (v.all.13)? Per peggiorare ulteriormente la mia immagine? E perché scrivono “tra servizi e delinquenza”? Mi definiscono delinquente in relazione a quale fatto di delinquenza? E definiscono Forza Nuova addirittura “la prima fucina della delinquenza politica in Italia” sulla base di quali fatti accertati? I pestaggi ai bengalesi??

La S.C. è granitica e costante nell’affermare che nella cronaca giornalistica è vietato l’uso di epiteti e affermazioni gratuite e inutilmente

A chi comoda e chi no la Legge Fornero

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Legge Fornero, il centrodestra vuole abolire la riforma delle pensioni:

In particolare la riforma impone il sistema di calcolo contributivo nella costruzione della pensione di tutti i lavoratori: la pensione viene così calcolata in base ai versamenti effettuati dal lavoratore e non agli ultimi stipendi percepiti.
Abolita la “pensione di anzianità” (ovvero quella calcolata in base al numero di anni di lavoro), resta la ”pensione di vecchiaia”. Tra gli “effetti collaterali” della Riforma Fornero il problema causato agli esodati, cioè ai lavoratori che avevano sottoscritto accordi aziendali o di categoria che prevedevano il pensionamento di vecchiaia anticipato rispetto ai requisiti richiesti in precedenza. Complice l’innalzamento dell’età del pensionamento costoro sono rimasti senza più stipendio e senza ancora pensione.
E’ stato detto correttamente da Salvini a Strasburgo che questa legge comoda all’Unione europea, costruita a tavolino da qualcuno che non considera i popoli come uomini e donne, ma come numeri.

La legge Fornero sul sistema pensionistico è tornata di grande attualità con le elezioni, tra chi come il centrodestra in caso di vittoria prometteva di abolirla e chi invece ne difendeva l’impianto di base. Ma cosa prevede la riforma che porta il nome dell’ex ministro del Lavoro nel governo Monti? E quali sono i suoi meriti?

http://www.today.it/politica/elezioni/politiche-2018/fornero-pensioni-programma-centrodestra.html
Legge Fornero, il centrodestra vuole abolire la riforma delle pensioni: ecco quanto costerà:
La riduzione dell’età per accedere alla pensione è un punto spinoso perché va garantito l’equilibrio del sistema previdenziale visto che la cancellazione della legge Fornero ha un costo che viene valutato in circa 140 miliardi di euro. Secondo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato i conti salgono se si considerano i risparmi cumulati fino al 2060: cancellare la legge Fornero significa rinunciare a 350 miliardi di euro.
Salvini vorrebbe riformare il sistema in 5 mesi, ma in pratica vorrebbe dire trovare 23 miliardi entro il 2020, poi 17 miliardi in più ogni anno: quanto un punto del prodotto interno lordo del paese.
Sul punto ha precisato l’eurodeputato forzista Tajani: “La Fornero va corretta, anche la Corte Costituzionale è intervenuta per questo, ma nessuno vuole farlo senza le dovute coperture”.

E, ora, Barbara Weitz: Nessuno tocchi la Legge Fornero

Andare in pensione più tardi per andarci tutti, FMI e BCE in difesa della Legge Fornero: per la tutela del sistema previdenziale italiano, l’età pensionabile deve alzarsi.
Le istituzioni economiche internazionali (buona parte della Troika, si potrebbe dire) scendono in campo a difesa della Legge Fornero: il FMI (Fondo Monetario Internazionale) definisce la spesa italiana per le pensioni la seconda più alta d’Europa, e la BCE (Banca Centrale Europea) avverte che l’invecchiamento della popolazione richiede di proseguire sulla strada delle politiche previdenziali di innalzamento dell’età pensionistica.
Sullo sfondo, le politiche previdenziali dei due partiti usciti vincitori dalla tornata elettorale, Lega e M5S, che invece prevedono passi indietro rispetto alla Riforma Fornero, ad esempio in materia di accesso alla pensione anticipata con 41 anni di contributi o di ripristino del sistema delle quote (con la possibilità di andare in pensione per la quota 100).

Partiamo dal Fondo Monetario Internazionale, che in un report di Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi, definisce troppo elevata la spesa previdenziale italiana, pari al 16% del PIL.

E ne evidenzia alcune incoerenze proponendo delle contromisure: stretta sulle pensioni di reversibilità, al 2,75% del PIL, le più alte d’Europa e innalzamento dell’aliquota dei lavoratori autonomi al 27%, dall’attuale 24%, per sanare la disparità di aliquote con i lavoratori dipendenti, al 33%, riducendo il gap.
La BCE interviene invece con le statistiche del Bollettino Economico: la percentuale di persone over 65 rispetto al totale dei lavoratori dai 15 ai 64 anni sarà oltre il 52% nel 2070, dall’attuale 30%. Questi i dati europei, mentre in Italia la percentuali di lavoratori con almeno 65 anni sarà superiore al 60%.Risultato: le politiche che contribuiscono ad alzare l’età pensionistica sono corrette perché riducono lo squilibrio futuro. In generale, sottolinea la BCE:
molti paesi hanno già implementato riforme dei sistemi pensionistici dopo la crisi del debito sovrano sebbene il passo delle riforme abbia fatto registrare un rallentamento di recente. Ulteriori riforme in questa aerea sono essenziali e non devono essere ritardate, anche alla luce di considerazioni di politica economica.

IL RENZI POLITICO

Tutti i suoi avversari hanno perso più di lui. Lo sa e non molla. Scrive Guglielmo Donnini:

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Renzi c’è, si fa intervistare dal Corsera, scrive una enews e ‘brucia’ la direzione Dem: da oggi ‘guerra’ nel partitoSi era ritratto dalla scena, diceva di ‘non esistere’ e invece il segretario dimissionario piazza le sue mine e torna alla lotta
15 minuti fa
Angela MauroInviata speciale – Huffpost Italia
Aveva detto che se ne andava a sciare e che comunque oggi in direzione non sarebbe venuto. Chiunque della stampa lo abbia sentito dopo la sconfitta elettorale, si è visto rispondere: “Non esisto, occupatevi degli altri partiti…”. E invece Matteo Renzi, pur dimissionario dalla segreteria Pd e comunque assente dalla direzione nazionale di oggi, c’è, eccome. Si fa intervistare da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. E poi scrive pure una enews, a ridosso della direzione Pd del pomeriggio. Di fatto, ‘brucia’ la riunione convocata per formalizzare le sue dimissioni e per stabilire il percorso da qui all’assemblea di aprile. Annuncia battaglia.
Nella enews, pubblica la risposta ad un elettore ammalato di sla, conosciuto a Milano nel tour elettorale. Eccola: ”
Caro Paolo, io non mollo. Mi dimetto da segretario del PD come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri. E quando penso che in Italia ci sono persone come te, innamorate della vita e talmente coraggiose da non aver paura di sfidare malattie devastanti, ti dico che sono orgoglioso di averti conosciuto. E di lottare insieme a te. Abbiamo perso una battaglia, caro Paolo, ma non abbiamo perso la voglia di lottare per un mondo più giusto. Lo faremo insieme, con il nostro sorriso e con la nostra libertà. Io non mollo, ma soprattutto non mollare tu! Ti abbraccio e ti voglio bene, Matteo.
A tutti quelli che mi hanno scritto chiedendomi di non mollare rispondo nello stesso modo. E dico innanzitutto grazie per questi bellissimi anni di lavoro insieme. Il futuro prima o poi torna.
Nell’intervista al Corsera, ribadisce che il posto Pd è all’opposizione, nega di voler andar via dal Pd: “Me ne vado dalla segreteria, non dal partito”. Parla di “viltà” e “piaggeria”, sparge veleni, cominciando a togliersi vari sassolini dalle scarpe.
“Da oggi comincia la guerra”, ci dice una fonte renziana scrutando i movimenti delle truppe in cui sono divisi i Dem. Dietro, c’è la consapevolezza che l’area di maggioranza, finora militarizzata intorno al segretario fiorentino, si stia sfaldando. E come sempre succede in questi passaggi complicati per il Pd, i riflettori sono puntati sulle truppe di Franceschini, terra di mezzo e ‘tesoretto’ di ogni maggioranza interna. Non tanto per i numeri: i franceschiniani sono stati ridotti dall’ultimo congresso, sia in direzione, che in assemblea. Quanto perché, una volta dimesso Renzi, il ministro dei Beni Culturali e i suoi potrebbero fare scouting tra gli stessi renziani e in altre aree, per dire tra i parlamentari del vicesegretario Maurizio Martina, che oggi dovrebbe ricevere l’incarico di traghettare il partito fino all’assemblea di aprile, che eleggerà un segretario (ipotesi Delrio per ora è la più gettonata dall’attuale maggioranza, sempre se resterà tale).
Dal punto di vista renziano, l’obiettivo di queste manovre dovrebbe essere quello di eleggere capigruppo più moderati. Vale a dire più aperti ai richiami alla responsabilità di Sergio Mattarella: oggi il presidente ne ha fatto un altro, il secondo nel giro di quattro giorni. Insomma, manovre per spostare pian piano il Pd da una posizione di opposizione dura e pura ad una più flessibile di governo ed evitare così il ritorno al voto.
Si vedrà. Ma ciò che è ancor più chiaro oggi è che Renzi non starà a guardare. Combatterà. Per ora dentro il Pd. E chissà che dal suo cilindro non esca un accordo con il centrodestra, escluso quello con il M5s. Non passa giorno senza che Renato Brunetta ripeta l’appello al Pd. Oggi lo fa su Radio Capital: “Il centrodestra potrebbe anche dire ‘diamo una presidenza delle Camere al Partito democratico’, nella linea di un percorso da costruire, di un appoggio esterno ad un prossimo governo…”.
Per ora Renzi sembra aver già messo da parte la sconfitta. E torna alla lotta, come faceva quando doveva scalare il partito o il governo. Nella enews scrive dei suoi propositi da senatore Dem:
Avevo promesso ai miei concittadini di lavorare ad una proposta di legge sui temi delle botteghe, dell’artigianato, dei piccoli negozi di vicinato. Nei prossimi giorni riunirò le associazioni di categoria fiorentine per farmi aiutare a valorizzare i punti più importanti, dalla burocrazia alla sicurezza, dalle tasse alla gestione del web. Se, tra gli amici del popolo delle E-News, qualcuno ha voglia di dare una mano, aspetto volentieri i contributi su matteo@matteorenzi.it.
Ma soprattutto sottolinea che adesso il tono è cambiato:
Visto che non ho più ruolo istituzionale posso permettermi di tornare ai vecchi tempi quando le E-News erano ricche di consigli di lettura o di visione. Il consiglio di questa settimana settimana è vedere The Post. Non solo perché un film diretto da Steven Spielberg con Meryl Streep e Tom Hanks vale la pena a prescindere. Ma anche perché il tema del rapporto tra stampa e potere è fondamentale e lo sarà sempre di più nei prossimi anni. “La libertà di stampa è fatta per i governati, non per i governanti”: concetto bellissimo che vale per il mondo del 2018, non solo per quello di mezzo secolo fa. E infatti quanto bisogno abbiamo di giornalisti che facciano scoop con le vere notizie – togliendo ogni alibi al potere – e non si limitano a rincorrere il chiacchiericcio quotidiano… Un film bellissimo, da vedere. Fossimo ai tempi del liceo mi piacerebbe farci un cineforum con qualche giornalista e qualche politico. Tema fantastico per le assemblee studentesche, insomma. E non solo per quelle. Nel frattempo voglio che sia chiaro che continueremo il nostro impegno contro le Fake News ringraziando fin da adesso i tanti amici che vorranno darci una mano con segnalazioni dal mondo della rete. Anche in quella battaglia non si molla.
Un sorriso, oggi doppio (nonostante il tempo fuori).
Matteo

Che accadrà dopo il voto? Ecco lo scenario più probabile.

Marco Mori
Il voto del 4 marzo, contrariamente a quanto ritenuto dai media non ha in realtà cambiato nulla di sostanziale nel panorama politico italiano. Cambiano gli attori, è vero. Ma il regista è sempre lo stesso, l’Unione Europea, come prova anche la calma dei mercati.
Ma andiamo con ordine. Il cd. “rosatellum”, un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 3%, ha una chiara funzione e lo abbiamo visto bene con queste elezioni. E’ servito ad obbligare, per poter governare, all’alleanza tra due dei tre competitori sulla scena politica nazionale e a tagliare fuori le altre forze dal Parlamento.
Tale alleanza necessitata tra due forze rivali rappresenta un’evidente garanzia di prosecuzione, in questa come nelle successive legislature, delle riforme gradite a Bruxelles. Sento già l’obiezione di alcuni, non potrebbero allora allearsi due forze euro scettiche?
Anni fa si ventilava in verità di un’alleanza Lega-M5S. Erano ancora i tempi in cui il movimento dichiarava di non volersi mischiare con nessuno (non era ancora il momento per farlo) e ciò creava una grande rabbia in tutti, poiché allora entrambi i partiti avevano posizioni contrarie all’UE e, almeno a parole, parevano pronti all’euroexit. Tutti pertanto gli chiedevano di mettere da parte le differenze per portare l’Italia al riscatto della sua sovranità. Ricordo lo stesso Claudio Borghi mentre proponeva questa soluzione a Marco Zanni (allora ancora nel M5S), ad un evento che organizzò il blog “Scenarieconomici” a Roma.
A distanza di anni quel sogno avrebbe effettivamente i numeri per diventare realtà, visto che dopo il 4 marzo il movimento e la lega insieme hanno effettivamente raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato. Nonostante ciò “purtroppo” l’alleanza in questione non ci sarà mai e le ragioni dovrebbero essere ovvie anche ad una pietra. Basta aver prestato una minima attenzione agli atti e ai fatti concreti avvenuti in questi anni, anziché alle chiacchiere dei teleimbonitori.
Il cinque stelle era in realtà il partito che doveva raccogliere il dissenso più orientato alla sinistra e disattivarlo, mentre la lega doveva svolgere la stessa identica operazione a destra. Erano e sono entrambi partiti ostili allo Stato, punto centrale per Bruxelles. Il cinque stelle lo è in nome della corruzione, la Lega in nome del liberismo e del federalismo, che altro non è che la forma di Stato più ovvia per imporre appunto politiche economiche liberali. Forse non è un caso neppure se abbiamo un Nord in mano alla Lega e un Sud in mano al cinque stelle, chissà che la “road map” per gli USE non passi anche per un’Italia federale e divisa, sarebbe appunto completamente coerente con il pensiero storico neoliberista.
Ad ogni buon conto se le due forze si alleassero oggi, visto che non porterebbero alcun beneficio al Paese che andrebbe sempre più alla rovina (non hanno più posizioni anti UE), si aprirebbe in futuro una voragine politica molto ghiotta per nuovi partiti attualmente non controllati dal potere economico. Da quando esiste la soglia di sbarramento (la introdusse Sergio Mattarella nel 1993), soglia difficilmente superabile senza visibilità mediatica o soldi, nessun nuovo partito sgradito al potere finanziario si é mai affacciato con successo sulla scena politica. La democrazia è stata cancellata e il diritto di ciascuno di riunirsi in partito per concorrere alla vita pubblica del Paese è sfumato, è stato completamente disattivato.
Ovviamente il rischio di aprire spazi che consentirebbero di superare il 3% a nuovi partiti non può essere corso con leggerezza da Bruxelles e dunque l’alleanza M5S – Lega in chiave di un presunto “anti-europeismo” resterà realisticamente lettera morta. Peraltro, come già detto, questa non sarebbe stata affatto un’alleanza no euro. Come abbiamo visto accadere in Grecia con Syrizia e in Francia con il Fronte Nazionale, le forze “false flag” si riconoscono perché hanno la caratteristica di abbandonare sempre, in prossimità del voto, le posizioni euro scettiche. Questo avviene, l’ho intuito di recente e potrebbe essere un ragionamento corretto, per una ragione precisa. Si vuole influenzare il pensiero delle popolazioni e fargli credere che la critica all’Ue sia certamente legittima, ma che dall’euro non si possa più uscire e che dunque la soluzione è solo un’Europa diversa. Le ultimissime dichiarazioni di Di Maio e di Salvini in tal senso sono state davvero eloquenti. Dunque prima raccogli il favore e l’ascolto del pubblico no euro che a quel punto, trasformato in massa in un blocco di tifosi, non si accorge del cambio di linea. Il comportamento pubblico dei seguaci di lega e cinque stelle sembra confermarlo, in molti ragionano unicamente con logiche tipiche del tifo da stadio.
Essere per un’Europa diversa significa, ed è questo il punto chiave, una cosa molto semplice: andare, esattamente come voleva anche il PD, verso il più Europa. Se ci pensate un attimo è davvero così perché ogni soluzione per migliorare i difetti strutturali dell’Europa, se non si discute la stessa esistenza dell’Unione, passa sempre e comunque per una maggiore integrazione, ovvero per più cessioni di sovranità.
La portata del capolavoro mediatico è evidente, concluso il lavoro sporco delle forze europeiste esse vengono sostituite da forze che, nell’immaginario collettivo, dovrebbero essere ancora anti euro, ma che nella sostanza hanno assunto già da tempo le medesime posizioni delle forze politiche che vanno a sostituire. Cambia la semantica ma si punta al medesimo fine, così il popolo non se ne avvede. La manovra a cui Borghi e Bagnai si sono a mio avviso colpevolmente e per certi versi davvero stupidamente prestati, è un vero capolavoro in tal senso. Solo io, tra i sovranisti con maggior seguito (ma sempre di seguito marginale si tratta, non dimentichiamolo!), mi sono in effetti sottratto a tale logica, rimettendoci peraltro un seggio sicuro alla Camera.
In definitiva quindi Lega e M5S non governeranno insieme, nonostante la piena coincidenza dei programmi (in definitiva spiccatamente europeisti), solo per evitare che si creino in futuro spazi utili per i veri nemici dell’UE, ovvero tutte le forze “zero virgoliste” tanto screditate oggi dai sovranisti più illusi. Parlo di quelli che fino a ieri invocavano il voto utile per il governo Salvini e che oggi, in totale contraddizione, lo invitano a rimanere all’opposizione senza seguire Berlusconi e le sue manifeste idee di larghe intese con il centro sinistra. Come se fosse mai stato davvero plausibile che Berlusconi sostenesse un governo Salvini, non lo avrebbe mai fatto con qualsivoglia esito elettorale.
Ad ogni buon conto non è pensabile dunque neppure un governo centro destra – centro sinistra. L’effetto di tale scelta peraltro sarebbe quella di spedire il cinque stelle ancora più in alto alle prossime elezioni e visto che la Lega stessa dovrebbe partecipare a tale accordo, senza non ci sarebbero i numeri per governare, anch’essa finirebbe per perdere voti creando così un varco invitante (e temutissimo da Bruxelles) per nuovi partiti a destra, tra cui la nostra CasaPound Italia, che potrebbero superare con facilità la soglia del 3%. Se mai qualcuno passasse tale soglia avrebbe automaticamente una pericolosissima visibilità che potrebbe davvero spostare l’ago della bilancia negli anni successivi.
Insomma il motto deve essere: che tutto cambi senza che nulla cambi davvero. Ecco allora l’alleanza più scontata per proseguire le riforme e forse creare gli USE già in questa legislatura pare essere quella tra M5S-PD.
Il cinque stelle non ne rimarrebbe distrutto perché se qualcosa andasse storto, e andrà tutto storto visto che il Paese collasserà, potrebbe dare facilmente la colpa al PD e il PD stesso potrebbe fare la medesima cosa. Il consenso di entrambi i partiti non ne sarebbe travolto completamente, specie in ragione del cieco tifo dei supporter m5s, e comunque eventuali voti che venissero perduti si sposterebbero sempre verso l’inutile lega con risultati complessivi invariati. Lo schema dei tre poli con conseguente governo di due su tre serve, come detto, proprio a questo: impedire la nascita di nuovi soggetti politici e continuare le riforme fino al momento in cui diventeranno davvero irreversibili con la nascita degli USE.
Hanno pensato a tutto o quasi, ma speriamo ancora che qualcosa possa andare storto. Certo un Parlamento di nominati, e come tale composto da servi di partito, non lascia grandi speranze, ma la storia insegna che anche singole persone possono fare molto.
Una pattuglia di Parlamentari ribelli potrebbero riportarci al voto e dare ancora una volta agli italiani la possibilità di cambiare davvero qualcosa, cambiamento che si può attuare solo dimenticandosi del mantra del voto utile e scegliendo finalmente fuori dagli schemi precostituiti.
Avv. Marco Mori – CasaPound Italia, autore de “il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea”, disponibile su ibs

DISCIPLINA E ONORE, L’ART. 54 DELLA COSTITUZIONE NON POTREBBE ESSERE PIU’ CHIARO DI COSI’.

Parla di cose scomode l’art. 54 della Costituzione: fedeltà, disciplina, onore. Concetti di cui sembra smarrito il senso.
Tutti “hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”; I “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Il verbo ‘affidare’ ha un valore profondo: implica fiducia nelle persone a cui ‘affidiamo’ le nostri sorti, la libertà, la giustizia, l’economia, la salute, il futuro dei nostri figli, il destino del Paese. Sono parole semplici ma gravi che, col riferimento alla disciplina, evocano e pretendono comportamenti dignitosi, rigorosa osservanza di norme e regole; e con il riferimento all’onore coinvolgono il profondo della persona. Il giuramento, previsto dalla Costituzione stessa dinanzi a capo dello Stato e ministri, rafforza il vincolo coinvolgendo la coscienza, e dunque la persona nella dimensione pubblica e privata.
Col GIURAMENTO si ha un rafforzamento dei doveri costituzionali, come si evince dalla formula del giuramento dei ministri “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Al dovere giuridico si aggiunge il dovere morale: l’obbligo di esercitare le funzioni “nell’interesse esclusivo della Nazione” è già nell’obbligo di fedeltà dell’art. 54. E dunque, ponendo in primo piano i propri interessi e subordinando a questi l’interesse della nazione il ministro vìola insieme l’art. 54 e il giuramento prestato. Di conseguenza è anche ‘spergiuro’, è responsabile per aver mancato ai propri doveri istituzionali e alla propria coscienza.
L’art. 54 si rivolge in primo luogo all’esercizio delle funzioni e riguarda tutti: parlamentari, ministri, magistrati, pubblici funzionari, alte cariche amministrative e militari. Ma vale anche per la vita privata di coloro ai quali le funzioni sono ‘affidate’; dignità e rispetto delle istituzioni sono valori che vanno preservati.
Oggi non lo sono e lo sappiamo bene e il danno enorme per il Paese, specie a livello internazionale, non può continuare a essere ignorato.
E’ impressionante il contrasto fra comportamenti e norme: interessi privati muovono in modo vistoso l’azione di coloro cui le pubbliche funzioni sono ‘affidate’. L’etica è completamente scomparsa, così come la dignità e l’onore. Ogni giorno emergono fatti nuovi, sempre più sconcertanti e intollerabili persino per chi si sta assuefacendo a simili atteggiamenti dei propri amministratori. Viene alla luce un intreccio pesante, una rete di corruzione praticata in forme sempre più ripugnanti: soldi, benefici e privilegi sono oggetto di scambio tra politici, funzionari pubblici, faccendieri, imprenditori, aspiranti appaltatori, arrampicatori sociali e avventurieri d’ogni sorta, donne a disposizione come merce di scambio. L’indignazione cresce di fronte all’enormità dello squallido e volgare spettacolo che coinvolge parte rilevante delle istituzioni e radicato nel sistema.
In qualsiasi altro ordinamento del mondo ciò comporterebbe immediate e spontanee dimissioni di politici e amministratori per non distruggere il prestigio delle istituzioni. La risposta dei nostri governanti, invece, è stata tutt’altra: eliminare ogni possibilità di incriminazioni approvando leggi pensate al fine di sfuggire alla giustizia. Leggi di tutti i tipi, dalle immunità al processo breve, al processo lungo, tutte nell’esclusivo interesse degli inquisiti. In questo modo il dovere di esercitare le funzioni nell’’esclusivo’ interesse della nazione viene una seconda volta violato: a violazione si aggiunge violazione.

Non dobbiamo rinunciare alla nostra funzione di controllo su quanti ricoprono certi ruoli. Non lasciamo che giochino con la nostra vita. E’ una strada lunga e difficile da percorrere, ma non ce ne sono altre. Non possiamo permetterci di distrarci.

by Vanessa Seffer

Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

Tomaso Montanari ci racconta come sia difficile scendere dal trono quando se n’è abusato per troppi anni. Non una parola sui disastri, gli abusi e i soprusi compiuti. Nessuna analisi dei problemi reali, le sovranità monetaria e militare cedute; soltanto tante bagole e un altra dichiarazione d’amore marinaresco, segno che ancora rimane abbastanza da spolpare o – da un’altra visuale – per poter ricostruire la mia, la nostra Nazione.

“Con la franta, confusa, ombelicale cronaca politica delle ultime ore – e particolarmente con la lettura degli editoriali di stamane – è apparso via via più chiaramente un fatto: tutti si sono accorti che a sinistra c’è qualcosa di nuovo. Un’aggregazione di forze che pensa se stessa come alternativa a un Partito Democratico ormai alla deriva, e irrimediabilmente a destra.

La notizia è che è saltato il cosiddetto “centrosinistra”. Si andrà alle elezioni con quattro poli alternativi: la Destra, i 5 stelle, il Pd e – finalmente – la Sinistra.

E la Sicilia dimostra che l’argomento del voto utile è spuntato, in mano a Renzi: perché è chiaro che per fermare la Destra bisognerebbe semmai che la Sinistra sommasse i propri voti a quelli dei 5 Stelle. Ed è di questa difficile somma che, con ogni evidenza, bisognerà discutere.

Ma ritorniamo per un attimo a qualche mese fa, all’inizio dell’estate.

Il 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, partiva un percorso politico senza padroni, senza media alleati, senza mezzi. Un percorso da outsider. Ne facevano parte singoli cittadini senza tessera (come me e Anna Falcone), ma anche partiti: Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista l’Altra Europa e altri. Tutti insieme quel giorno abbiamo detto: occorre una lista unica che rompa con il centrosinistra e con il Pd. Per parlare un’altra lingua.

Pochi giorni dopo, il primo luglio a Piazza Santi Apostoli, si riuniva uno schieramento ben più possente, almeno mediaticamente. Imperniato su Mdp e “guidato” dall’oracolare Giuliano Pisapia. Con tutti gli insider giusti. La linea, lì, era l’opposta: ci vuole un nuovo centrosinistra, che si allei con il Pd per condizionarlo.

Ebbene, oggi tutti insieme (forse persino Pisapia, e ne sarei felice) diciamo le cose che furono dette al Brancaccio: il centrosinistra è morto ed esiste una Sinistra con un suo progetto di Paese.

Dunque, va tutto bene? Naturalmente no: diffidenze reciproche, profonde e oggettive diversità, le eredità di storie lontane non spariscono in un giorno. I nodi che andranno sciolti sono moltissimi. Ne elenco cinque.

Il primo nodo: non sono state coinvolte tutte le forze disponibili, a partire da Rifondazione e Altra Europa. È stato un errore: bisogna rimediare subito. Il progetto deve essere aperto a tutti coloro che lo condividono.

Il secondo nodo: bisogna scrivere un programma comune. Ieri è filtrato un testo su cui – faticosamente – si era appena raggiunto un accordo. Non è un programma: il Brancaccio varerà il suo (costruito dal basso, in cento piazze d’Italia) nell’assemblea del 18, Mdp lo ha presentato ieri in coda a quel testo comune, Possibile ha da tempo un bel Manifesto, Sinistra Italiana una fitta rete di idee e progetti.

Bisogna trovare i modi per costruire e approvare insieme un programma comune che parta da tutti questi progetti, e li tenga insieme. E non sarà un percorso facile. Ma se ne faremo un confronto di idee, aperto e trasparente, sarà una grande occasione per mostrare una altra idea di Italia. Dobbiamo riuscirci, decidendo subito come fare.

Oggi, comunque, vorrei rivendicare alcuni tratti davvero innovativi del piccolo manifesto trapelato ieri: cinque cartelle esatte, diecimila battute. Un testo pieno di limiti, certo.

Ma anche non privo di forza: perché io credo che dire un no radicale al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia; dire no alle Grandi Opere (a partire dal Tav) e sì al consumo di suolo zero; dire no alla cultura mercificata, siano affermazioni assai forti e chiare. Affermazioni incompatibili non solo la politica di destra di Renzi, ma anche con quella di un Pd senza Renzi, o del centrosinistra degli ultimi vent’anni e perfino con la politica attuale di alcuni esponenti di partiti che pure sottoscrivono quello stesso manifesto (per essere chiari, con un singolo esempio: da ieri è evidente che l’obbrobrio del nuovo aeroporto di Firenze è fuori da questa linea politica). E ora bisognerà essere coerenti: fino in fondo.

Gli addetti ai lavori, i militanti appassionati – e io tra loro – avrebbero preferito leggerci, in chiaro: “Si rompe con il centrosinistra, nasce una sinistra alternativa”. Ma è proprio questa la morale ineludibile di quel testo, per chiunque sia intellettualmente onesto: una morale compresa fino in fondo (e per questo duramente attaccata) sui giornali di oggi.

Il terzo nodo: il percorso. Bisogna decidere – insieme, trasparentemente e in fretta – quale percorso intraprendere per prendere le decisioni. Un’assemblea, certo. Ma composta come? Per delegati eletti, o aperta a tutti coloro che sottoscrivono il manifesto? Bisogna decidere, puntando sul massimo di partecipazione. E deve essere chiaro che l’assemblea sarà sovrana sul programma, sui criteri per fare le liste, sulla leadership.

Il quarto nodo: la leadership, appunto. Che non può essere calata dall’alto. Né può essere maschile singolare. Deve essere plurale, capace di tenere insieme i generi e le generazioni. La maledetta legge elettorale voluta da tutte le destre obbliga a indicare un “capo”, letteralmente. E dunque ci dovrà essere anche un nome singolo: condiviso, autorevole, capace di coordinare senza comandare. Ma dentro una struttura plurale.

Il quinto: le liste. Esse dovranno dimostrare con plastica evidenza il rinnovamento. Nessuno pensi ad una operazione per rimpiazzare a Palazzo l’attuale ceto politico. Personalmente chiederò in ogni sede che almeno il 50% delle liste sia composto da persone che non hanno mai fatto politica attiva (e qua devo ricordare che io non mi candiderò!). Certo, poi, bisognerà trattare, confrontarsi, accettare una mediazione: è la logica di una lista comune tra diversi: ma se il risultato non sarà innovativo, non lo legittimeremo, e anzi scenderemo dall’autobus, anche fragorosamente.

Dunque, i nodi sono tanti e sono davvero intrecciati. Non so come finirà. Ma dobbiamo provarci.

Molti amici e compagni mi scrivono che non se la sentono di andare avanti su questa strada stretta. Lo capisco: le cicatrici accumulate in anni di tentativi generosi sono tante. Tante da impedire ormai quasi qualunque movimento in avanti. Per ragioni generazionali e per la mia storia personale, non ho vissuto molte di queste storie. È certo un limite: mi manca un lucido pessimismo. Vorrei, però, provarci: fino in fondo, insieme a tante e a tanti che non si rassegnano all’astensione.

E ricordando che, nella battaglia referendaria, abbiamo difeso un modello parlamentare: cioè di mediazione e di compromesso (che non è l’inciucio). Se non crediamo al leaderismo e all’imposizione, non possiamo poi rifiutarci di trattare. Ovviamente chiarendo bene i limiti di ciò che si può e di ciò che non si può trattare. E ricordando che gli elettori che aspettano di votare qualcosa di sinistra sono molti, molti di più dei militanti stanchi, diffidenti, sfiduciati.

Mi permetto, infine, di ricordare quanto scrivevo in apertura: oggi, pur tra mille difficoltà, la notizia è che il progetto del Brancaccio ha prevalso: ha vinto, se vogliamo usare un lessico antipaticamente marziale.

La notizia è che è finita la stagione del centrosinistra, ora è possibile un progetto di Sinistra.

Il manifesto comune uscito ieri dice che:

“Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale”.

Bene: io mi riconosco in questa strada, fino in fondo.

È del tutto evidente che questa lista unica (o questa coalizione tra due liste, lo vedremo) non è quella forza politica nuova, capace di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, che abbiamo provato a tratteggiare dal 18 giugno in poi. Quella verrà poi: dovrà venire. E non potrà che venire da un lungo lavoro capillare sul territorio (quello che fa Casa Pound, e che la Sinistra ha smesso di fare). Ma l’appello del Brancaccio era, intanto, per una lista unica a sinistra del Pd (un appello senza subordinate, e senza “piano b”): e la strada per provarci è oggi solo questa.

Personalmente proverò a percorrerla senza smettere di dire, impoliticamente, la verità.

Per capire perché questo è vitale (anche se magari inopportuno), bisogna rileggere un libro del passato straordinariamente capace di spiegare il presente, l’Orologio di Carlo Levi. In una sua meravigliosa pagina si legge una profetica descrizione di ciò che succede oggi (o meglio, una lucida constatazione di ciò che succede sempre, da allora ad oggi; e quell’ ‘allora’ si riferisce alla caduta del governo Parri, alla fine del 1945):

“… era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?”.

Ecco, credo che il compito di chi si riconosce nel percorso del Brancaccio sia proprio quello: provare a dire – con umiltà e amore – quella parola.”

Lo mando io a quel paese o fate voi?

Elezioni 2018, i programmi sulle imprese

Sviluppo PMI, Made in Italy e Turismo in tutti i programmi delle coalizioni, divergenze su fiscalità e imprese: i programmi dei partiti e i punti di contatto.

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Investimenti pubblici soprattutto per l’innovazione, economia circolare, tutela del Made in Italy, riduzione e semplificazione fiscale con alcune proposte specifiche sulle PMI), per il Movimento 5 Stelle, un paese con meno tasse e burocrazia per le imprese è il programma di fondo della Lega, proseguire con i programmi degli ultimi anni di Governo continuando a lavorare su innovazione, ricerca e sviluppo, Made in Italy e turismo sono i punti fondamentale del programma per le imprese del PD.

Analizziamo alla luce dei risultati del voto come potrebbero cambiare le politiche industriali del paese in base ai programmi presentati per le elezioni 2018.

Le PMI, probabilmente, rappresentano un punto di contatto per tutti e tre i programmi degli schieramenti. Tutti d’accordo nel sostenere il Made in Italy. In tutti i programmi ci sono riferimenti al valore strategico del Turismo.

Ci sono però differenze sulle ricette per lo sviluppo.

Il programma del Movimento 5 Stelle è articolato. Gli elementi che forse lo contraddistinguono maggiormente rispetto agli altri programmi sono il ruolo dello stato per rilanciare lo sviluppo del paese, anche coadiuvando gli imprenditori, non lasciando loro tutti i rischi per trovare soluzioni innovative, e puntando su obiettivi rilevanti come la correlazione fra scienza, ricerca e sviluppo e la trasformazione dei processi produttivi propria di Industria 4.0 applicata alle peculiarità del tessuto imprenditoriale italiano. Particolare accento sull’economia circolare e le sfide di Industria 4.0, che in Italia rappresentano un’opportunità per la valorizzazione del patrimonio culturale, il Turismo, l’Artigianato e il Made in Italy. Quest’ultimo è un punto comune a tutti i programmi delle tre coalizioni in campo.

Il Centrodestra ha invece un accento particolare sull’aspetto fiscale: semplificazioni burocratiche e flat tax. La Lega di Salvini propone una tassa unica al 15% per famiglie e imprese, Forza Italia al 23%. In generale, comunque, c’è accordo sull’idea della flat tax in tutto il Centrodestra. Si può aggiungere la perplessità espressa dal leader della Lega Matteo Salvini sul futuro dell’euro, che si risolve in una presa di posizione per cambiare i trattati europei. Qui, con una serie di distinguo, ci può essere un punto di avvicinamento con il M5S, critico in particolare verso il fiscal compact.

Flat tax: costi e benefici

Sul fronte della fiscalità per imprese e professionisti, invece fra M5S e Centrodestra ci sono differenze notevoli: il M5S propone riduzione tasse imprese, con agevolazioni particolari per i professionisti, revisione del regime dei minimi (da ampliare).

Il Centrosinistra punta sulla continuità con l’operato del governo degli ultimi anni, insistendo quindi sugli incentivi Industria 4.0, sullo sviluppo delle infrastrutture (banda larga, 5G), puntare su nuovi strumenti per la Cultura e il Turismo 4.0.

Cose che Moro Sapeva. Quarant’anni prima di noi – Pietro Ratto

Aldo Moro, nei memoriali scritti durante i tremendi 55 giorni di prigionia della primavera del 1978, traccia una linea precisa dei poteri che si stavano affacciando e che andavano contrastati per non trasformare irrimediabilmente la società in un impero dominato dalla tecnocrazia economica, dai grandi capitali, dalle banche e dai “club” cui si vantava di non partecipare. Accusa la Commissione Trilaterale, che nasceva in quegli anni e mirava a ridurre l’eccesso di democrazia, e mette in guardia dall’Unione Europea, dominata dagli Stati Uniti che, attraverso il processo di unificazione, miravano a ridimensionarla a una dimensione regionale.
C’erano – oltre alla sua “blasfema” offerta di governo con il Partito Comunista – esattamente queste critiche nelle sue convinzioni e nei suoi scritti. Per questo, in un pantano di marciume morale che coinvolse, intrecciandole, praticamente tutte le forze sociali dell’Italia del secondo dopo guerra (comprese le più insospettabili), la sua vita fu sacrificata, consapevolmente. E in quello scempio si stavano accendendo tutti i temi che poi ci avrebbero investito, dalla P2 a Tangentopoli, alla grande aggressione del capitale ai danni delle democrazia, fino ai governi tecnici, in un intreccio che vide il ghigno del potere mostrare il suo lato più crudele sui volti di Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Licio Gelli, Steve Pieczenik, Gladio… Con la sola eccezione di Craxi, che premeva invece per la liberazione dello statista Presidente della DC. E che, probabilmente per questo, ne pagò 14 anni dopo il prezzo.

Aldo Moro è oggi, qui, adesso! Pietro Ratto, filosofo, giornalista, insegnante e musicista, racconta al pubblico di Byoblu, intervistato da Claudio messora, le “cose che Moro sapeva”, nel suo libro “L’Honda anomala – Il rapimento Moro, una lettera anonima e un ispettore con le mani legate” [http://amzn.to/2vK5jIk].

Abbiamo bisogno di uomini. Che sappiano anche perdere, perché la battaglia è ormai persa, ma che arrivino fino in fondo.

Travaglio svela il segreto di Di Pietro, Berlusconi, Bersani, Bossi e Casini

Il debito pubblico nasce nel momento in cui si permette ad un privato di stampare la moneta e di prestarla allo stato. Le tasse esistono per poter pagare questo debito. Come mai nessun giornalista e nessun politico hanno mai denunciato questa truffa a danno degli italiani e non solo? Meditate gente meditate