La corruzione dilaga nei tribunali. Ecco il tariffario delle toghe

E oggi a quanto siamo? Quando i magistrati finiscono nei guai: mazzette per rinviare le udienze, passare dati segreti e aggiustare le sentenze

Ricostruzioni inquietanti, quelle che emergono dall’inchiesta sulla corruzione nei tribunali pubblicata da L’Espresso.

Mazzette per influenzare le sentenze, rinviare le udienze, diffondere dati e informazioni che dovrebbero rimanere segrete.

Diverse le città tirate in ballo, da Napoli a Bari alla Fallimentare di Roma. Diverse le modalità di pagamento, dalla classica “stecca” (“1500 euro per rinviare l’udienza”, scrive il settimanale riportando le presunte irregolarità al tribunale di Napoli) alle aragoste e champagne che sarebbero state inviate a un giudice da un sorvegliato speciale di Bari interessato ad avere indietro la patente.

Coinvolti magistrati e cancellieri, ma anche avvocati e commercialisti, complici nell’orientare sentenze e rinvii secondo le esigenze – e i pagamenti – dei vari imputati. A Taranto un giudice e un avvocato sono finiti agli arresti per aver chiesto una tangente di 8mila euro a un benzinaio in causa con una compagnia petrolifera; a Udine un giudice di pace è stato messo agli arresti domiciliari per aver firmato falsi decreti di dissequestro, con la complicità di un avvocato e di un ex sottufficiale della Guardia di Finanza.

Nonostante negli ultimi dieci anni il numero di procedimenti per illeciti disciplinari aperti dal Csm sia aumentato rispetto al decennio precedente, L’Espresso scrive di aule di giustizia “che, da luoghi deputati alla ricerca della verità e alla lotta contro il crimine sono diventati anche occasione per business illegali“.

La criminalità del giudiziario è un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi – chiosa Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma- Una realtà tanto più odiosa perché giudici, cancellieri, funzionari e agenti di polizia giudiziaria mercificano il potere che gli dà la legge. Anche la farraginosità delle procedure può incoraggiare i malintenzionati – aggiunge Rossi – Per non parlare del senso di impunità dovuto a leggi che, sulla corruzione come sull’evasione fiscale, sono meno severe rispetto a Paesi come Germania, Inghilterra e Stati Uniti: difficile che, alla fine dei processi, giudici e avvocati condannati scontino la pena in carcere”.

Il nuovo presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone prova a spiegare il fenomeno tirando in ballo “l’enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo. Nel settore giudiziario, e in particolare nei Tar e nella Fallimentare, si determinano vicende che dal punto di vista economico sono rilevantissime: che ci siano episodi di corruzione, davanti a una massa così ingente di denaro, è quasi fisiologico.”

Advertisements

Haftar strizza l’occhio alle imprese italiane per la ricostruzione in Libia

La guerra civile infuria. Ma dietro le quinte si guarda già oltre. Come dimostra il blitz a Venezia di un esponente del clan del generale. Il retroscena.

La Libia che arriva oggi nelle nostre case con bollettini di guerra e sbarchi di profughi potrebbe presentarsi in modo molto diverso domani. Associata a parole come «ricostruzione», «commercio», «turismo». Di questo hanno parlato a inizio luglio, seduti a cena in un ristorante fra Venezia e Chioggia, un esponente di primo livello del clan del generale Khalifa Haftar, un armatore veneziano con il pallino dei collegamenti marittimi italo-libici e un docente universitario esperto di relazioni internazionali attivo da anni nell’organizzazione di cordate di imprenditori italiani (soprattutto veneti) in aree problematiche con grandi opportunità di sviluppo. E le opportunità economiche della Libia sono, sulla carta, sempre molte per l’Italia.

Fallito o quasi l’obiettivo di Haftar di impossessarsi della Tripolitania per via militare, lo scenario su cui molti ragionano oggi in Italia è quello di una pacificazione fra le due componenti in conflitto (l’altra è quella del primo ministro Fayez al Sarraj che controlla con fatica la città di Tripoli), magari attraverso una figura terza che archivi la guerra civile e metta finalmente quel Paese in condizioni di esprimere il suo potenziale di crescita. Per quanto ciò possa apparire in contrasto con le notizie che arrivano ogni giorno dal terreno di combattimento, la previsione-auspicio è che ciò possa avvenire non nel giro di qualche anno, ma di qualche mese.

L’INGEGNERE VICINO A HAFTAR CHE TIENE I CONTATTI CON GLI ALTRI PAESI

Se lo augura Loris Trevisan, 63 anni, titolare dell’omonima agenzia di navigazione, che già qualche anno fa tentò il grande salto, mettendo in piedi una linea di battelli commerciali fra Venezia e i porti libici di Tripoli, Misurata e Bengasi, proprio per sfruttare i flussi di merci dal Nordest d’Italia verso la Libia. All’inizio andava bene, poi si è rivelata una missione impossibile. «Quando si è scatenata la guerra, nel 2014», racconta a Lettera43.it, «ci siamo dovuti fermare. Di fronte a quel disastro nessuno avrebbe più imbarcato merci. Ora sembra che possano crearsi le condizioni per ripartire. Se è così noi siamo pronti».

L’altra sera abbiamo saputo che una delle prime iniziative cui pensano i libici è la ricostruzione del centro storico di Bengasi

Arduino Paniccia, Scuola di competizione economica internazionale

Che quel momento sia davvero vicino se lo augurano più di tutti i libici, stanchi di vedere la loro terra distrutta dai bombardamenti dell’una o dell’altra fazione. L’ingegnere del Paese nordafricano che tiene questi contatti (di cui non faremo il nome per non metterlo in difficoltà) è un esponente di una tribù imparentata con quella di Haftar che sta girando diversi Stati per far sì che la Libia non si trovi impreparata quando ci sarà da ricostruire. Allora serviranno imprese specializzate, accordi commerciali, solide relazioni fra Paesi, perché qualunque soluzione pacifica avrà un gran bisogno di crescita economica se vorrà mantenersi nel tempo.

LA TASK FORCE CREATA TRA IL 2012 E IL 2014

È qui che entra in gioco il fondatore della Scuola di competizione economica internazionale di Venezia Arduino Paniccia, animatore fra il 2012 e il 2014 di una task force di imprenditori italiani desiderosi di operare in Libia, che a suo tempo raccolse quasi 200 adesioni e poi si è dovuta sciogliere per il precipitare della guerra civile. Anche lui non vede l’ora di rimettersi in movimento: «L’altra sera abbiamo saputo che una delle prime iniziative cui pensano i libici è la ricostruzione del centro storico di Bengasi. E che per quel lavoro si fidano solo di noi italiani. Pensano che le nostre imprese siano le uniche ad avere le competenze tecniche e culturali per far tornare com’erano le costruzioni distrutte o abbandonate».

IL TURISMO E LA RICHIESTA DI PRESENTARE I PRIMI PROGETTI

Il restauro degli edifici storici sarebbe un ottimo viatico per altri settori, come l’edilizia, l’impiantistica o la produzione di macchinari. Un altro campo che vede l’Italia in pole position è il turismo. «La somiglianza fra le loro coste e quelle del nostro Mezzogiorno» prosegue Paniccia «è venuta fuori più volte nella cena dell’altra sera, insieme con l’intenzione di richiedere a qualche grande imprenditore italiano di presentare i primi progetti».

Se l’Italia non vuole perdere il vantaggio dovuto alla relazione preferenziale coltivata in passato con la Libia deve muoversi per tempo

Perché questi programmi diventino attuali devono verificarsi diverse condizioni, fra cui la stabilizzazione del cambio dinaro-euro e la riapertura delle linee di credito a beneficio del governo di quel Paese. Cose che possono verificarsi solo con la pace. «Ma quando arriverà quel momento» aggiunge l’esperto di geopolitica «molti grandi Paesi, dalla Francia alla Turchia, dall’Egitto alla Cina, saranno pronti a farsi avanti». Diversi di loro sanno fare squadra meglio di noi. Se l’Italia non vuole perdere il vantaggio dovuto alla relazione preferenziale coltivata in passato con la Libia deve muoversi per tempo, anche con iniziative dal basso come questa.

 

Scuola alla veneta? L’autonomia è il prologo della privatizzazione

Scuola alla veneta? È il prologo della privatizzazione. Aumenteranno le disparità

Una riforma costituzionale in senso regionalista della scuola, sostenuta a spada tratta nel Vicentino come nel resto del Veneto specie dalla Lega, che non convince perché creerà disparità tra studenti di serie A e studenti di serie B. I dubbi che rimangono in piedi, sempre in tema di riforma costituzionale, per quanto concerne la possibile deregulation in campo ambientale e di tutela del paesaggio. Un’Italia che nonostante i proclami sovranisti rimane tutto sommato alla mercé degli Usa e degli equilibri creatisi dopo il secondo conflitto mondiale. Sono questi, in estrema sintesi, gli argomenti chiave di una lunga intervista rilasciata a Vicenzatoday.it dal professor Franco Cardini.

FrancoCardini-3

Lo storico Franco Cardini (repertorio Firenzetoday.it)

In una intervista a Vicenzatoday.it lo storico Cardini mette sulla graticola la riforma della istruzione in senso regionalista cara al Carroccio delle Venezie: in politica estera teme l’interventismo Usa con l’Iran mentre nei rapporti internazionali definisce Ue ed Italia prone rispetto a Washington, anche per le servitù miliari in terra berica

Lo storico fiorentino Franco Cardini, uno degli studiosi del medioevo tra i più autorevoli del panorama internazionale, pochi giorni fa sul suo blog, ha puntato l’indice contro la riforma costituzionale in senso autonomista che in queste settimane è oggetto di una dura disputa anche in seno al governo gialloverde che da mesi l’ha avviata. Più segnatamente Cardini tocca un argomento molto sensibile nel Veneto, quello della «regionalizzazione della scuola, nell’ambito della legge sull’autonomia differenziata» che a giudizio dello storico «appare di una gravità incredibile»: soprattutto perché il testo all’articolo 12 prevede l’assunzione diretta dei docenti attraverso concorsi regionali, ovvero «la fine dello status giuridico omogeneo dei docenti». La querelle peraltro sta riempendo le pagine di tutti i quotidiani veneti perché è proprio nel Veneto che l’argomento è particolarmente sentito.

Professore come mai lei così critico nei confronti di questa riforma?
«Io credo che questo processo di regionalizzazione porterà con sé una ulteriore conseguenza. Quella della inevitabile privatizzazione di pezzi importanti della scuola pubblica stessa».

Ma lei come argomenta tutto ciò?
«Chi investe nella scuola può essere il più bravo e il più lungimirante degli imprenditori, ma ricordiamo che ovviamente ha una gerarchia di scopi rispetto alla quale al primo posto c’è il profitto. Di qui non si scappa. In certi campi in cui l’economia tocca da vicino le sfere della morale nonché il funzionamento profondo della cosa pubblica, come la scuola, la sanità, il che accade per certi versi pure per i monopòli naturali e le telecomunicazioni, io vedo molto male il prevalere dell’iniziativa privata».

Perché?
«Perché questa in sé è gioco forza assoggettata a logiche di profitto che chiaramente non collimano con le priorità della collettività».

Sì, d’accordo, ma con quali conseguenze?
«In pratica, come ho spiegato sul mio blog, avremo in Italia scuole di serie A, di serie B, magari di serie C, sulla base di provvedimenti che finiranno per favorire non la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, bensì l’arbìtrio delle regioni più ricche e il distanziamento qualitativo e forse disciplinare rispetto alle più povere. Per cui una domanda nasce spontanea».

Quale?
«Una riforma così concepita a fronte di una ricchezza che si concentra in mani sempre più ristrette e potenti, non finirà per aumentare ancor più le diseguaglianze?».

Lei crede davvero?
«Mi scusi, ma che razza di scuola può venir fuori da un modello del genere?».

Lei che risposta si dà?
«Viene fuori una scuola che finisce per seguire il trend economico. Il che significa che dovremo fare i conti con una istruzione che a certi livelli e in certe regioni diventerà sempre più costosa ed elitaria per i pochi che potranno permettersela, lasciando indietro una classe media e un ceto per così dire proletario, che verranno spinti sempre più verso il basso della piramide sociale. Si tratta di un contesto in cui la scuola pubblica potrebbe fare la fine del trasporto pubblico».

Può fare un esempio?
«Chi è disposto a pagare per un Freccia rossa può godere di un servizio buono, o quanto meno d’un servizio che diventa negli anni, mi si passi l’espressione, sempre meno peggiore: mentre i treni dei poveri pendolari versano nelle condizioni che tutti conosciamo».

E tuttavia nel dibattito sul federalismo, in primis in quello sulla scuola, i sostenitori di questo cambio di paradigma, specie in Lombardia e nel Veneto, spiegano come in realtà si tratti di una riforma che avvicina la gestione della istruzione ai territori. Di più, nel campo leghista per esempio non mancano coloro che nel rivendicare la bontà di un percorso del genere richiamano gli insegnamenti di Carlo Cattaneo, un esponente di primissimo piano del pensiero repubblicano federalista dell’Ottocento. Lei come la mette?
«Guardi, le parole di chi richiama alla memoria Cattaneo sono parole in libertà, parole non ancorate alla sostanza dei fatti. Per cortesia, lasciamo perdere il filosofo milanese».

Sì, ma perché lei è così trachant?
«A me pare che l’opera di Cattaneo ultimamente stia facendo la fine che hanno fatto la Bibbia ed il Mein Kampf di Adolf Hitler: Cattaneo meno viene letto e più viene citato. Il che mutatis mutandis avviene con gli esponenti del liberalismo classico che mai e poi mai avrebbero presunto uno Stato debole se non inesistente come fanno i neo-liberisti in una con gli alfieri del turbo-capitalismo».

Professore, recentemente un altro storico, ossia Salvatore Settis, su Il Fatto quotidiano ha espresso molta apprensione in merito agli aspetti della riforma federalista che riguardano la tutela dell’ambiente e del paesaggio. Detto in estrema sintesi Settis ritiene che la riforma porti con sé il rischio concreto di una ulteriore deregulation sul piano della salvaguardia dei territori nonché del patrimonio culturale, specie in due regioni come Veneto e Lombardia che quanto ad inquinamento e a consumo di suolo sono al vertice nazionale. Lei condivide questa preoccupazione?
«Sì. E credo che Salvatore, il quale stimo e del quale sono amico da tempo, abbia sostanziato molto bene le sue argomentazioni, sia sul piano storico che giuridico. Tuttavia bisogna  fare una considerazione aggiuntiva».

Sarebbe a dire?
«Siamo sicuri che se al Paese fosse proposta, magari da Settis stesso che ha i numeri per essere un brillante uomo di governo, una normativa ben più stringente sul piano ambientale e della tutela del paesaggio, l’opinione pubblica l’accetterebbe?».

Può essere più esplicito?
«Non possiamo dimenticare che intervenire in tal senso significa dover fare alcune piccole grandi rinunce sul piano economico e soprattutto sul piano esistenziale. Siamo disposti a tutto ciò? Lo è il grande imprenditore che potrebbe vedere ristretto il raggio del suo business? Lo è l’operaio che vedrebbe ridotta la possibilità di riempire il carrello di una spesa, paradossalmente sempre meno frugale di chi è davvero benestante, una spesa magari rigonfia di prodotti a basso costo, ma dall’elevato impatto ambientale? Al tutto però va aggiunta una postilla».

Di che si tratta?
«Trent’anni fa questa discussione in Italia nemmeno la si sarebbe potuta intavolare perché nella dialettica tra sviluppo e ambiente i fan del primo dominavano la scena. Perciò sarebbe scorretto affermare che ad oggi il quadro non sia mutato nell’ottica di una maggiore sensibilità ecologica».

Cardini, lei, sempre sul suo blog, ha acceso un riflettore nei confronti della politica estera Usa. Ha parlato di quanto sta accadendo in questi mesi nel Vicino oriente ed in Medio oriente. Ne esce una analisi in cui domina l’apprensione. Come è giunto a queste conclusioni?
«Usa, Israele ed Arabia saudita stanno propugnando una politica fatta di pressioni inaudite nei confronti dell’unica realtà sciita di quello scacchiere, ovvero l’Iran. Sia con le sanzioni economiche sia con altri strumenti, queste tre potenze, con un certo qual appoggio da parte dell’Egitto, stanno cercando di spingere l’Iran affinché in quel Paese vada al governo una compagine molto più radicale di quella moderata che c’è adesso».

Detto in termini semplicistici gli Usa e gli altri starebbero brigando affinché al governo della repubblica iraniana vadano forze molto più ostili agli stessi Usa?
«Sì».

Ma non è un controsenso?
«Eh no. Ed il motivo è presto detto. Se un disegno del genere prendesse corpo, la radicalizzazione della politica iraniana darebbe il destro agli Usa per far balenare concretamente anche una opzione militare nella regione. Non è la prima volta che succede, il giochino è piuttosto vecchio».

Ed è una strada pericolosa?
«Assolutamente sì. È come se uno si presentasse ad una partita di scopone scientifico con la pistola. Non si va a giocare a carte con una rivoltella, a meno che uno non abbia in mente secondi o terzi fini».

In questo senso Italia ed Europa che fanno? Quale è la loro politica estera?
«Partiamo da un assunto, cinico quanto vogliamo, ma corroborato dalla storia. Un Paese non può avere una politica estera se non ha una potenza militare adeguata. Dico di più. La politica estera è l’effetto della politica militare nonché del potenziale bellico e strategico di un dato Paese».

In Italia per esempio ci sono molte basi Usa tra cui quelle di Vicenza che operano direttamente nel teatro mediorentale, mediterraneo o africano. L’Italia quindi di quanta autonomia gode, anche in ragione di queste servitù militari?
«Questo è uno dei punti dirimenti. Provi a pensare ad un politico che tutto sommato rispetto come Giorgia Meloni, il leader di Fdi. Recentemente quest’ultima ha rimarcato che pur essendo Cina e Russia due partner commerciali importanti, il nostro Paese non può mettere in discussione i patti e gli accordi strategici con gli attuali alleati. Che gira e rigira sono quelli della Nato, tra cui in primis svettano gli Stati uniti. Sicché è evidente di quanta autonomia noi davvero godiamo».

E quindi tutto quello che si dice in termini di sovranismo, di Italia che deve essere in qualche modo più padrona del suo destino? Tutto ciò non rischia di essere solo un bluff, uno strumento di marketing politico?
«Beh, veda lei. Io dico che in un Paese in cui di riffa o di raffa per nominare il presidente del consiglio serve il placet americano, in un Paese in cui da sempre una buona parte della riserva aurea è in mani anglosassoni, parlare di sovranità è un tantino esagerato».

In questo quadro l’Europa dove si colloca? Quest’ultima è una potenza ancillare al cospetto di Stati uniti e Nato?
«L’Europa non è una potenza. Punto. E la cosa, da europeista convinto quale io sono, mi duole non poco. Io credo che quando Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman provarono a cospargere i primi semi del progetto europeo appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, pur timidissimamente, pensassero ad un graduale e prudente affrancamento dalla monolitica alleanza con gli americani. Però, per una serie di ragioni che gli italiani, tanto digiuni di storia, ignorano, le cose poi sono andate assai diversamente».

image.png

 

Fiorentino, storico e saggista molto conosciuto, Cardini è uno degli studiosi di storia medievale fra i più autorevoli del panoramana internazionale. Quest’ultimo nell’intervista curata da Marco Milioni si ferma lungamente anche sulla situazione mediorentale e affronta anche la questione delle servitù militari all’interno della quale si inseriscono pure le basi americane vicentine: tra le più importanti nell’ambito del contenzioso geo-strategico che da tempo si dipana lungo lo scacchiere del Mediterraneo sud-orientale. La questione da mesi tiene banco sulla stampa nazionale e su quella internazionale. Le letture sono le più diverse. E lo storico toscano non manca peraltro di argomentare il suo punto di vista in maniera molto precisa.

«Ci sono tre potenze – sottolinea – ovvero Usa, Israele e Arabia saudita che stanno portando avanti una politica di pressioni inaudite nei confronti dell’Iran». Lo storico toscano, che il 5 agosto compie 79 anni, in questo contesto spiega come quello statunitense sia un vero e proprio azzardo: «Sia con le sanzioni economiche sia con altri strumenti – rimarca il professore, che è un grande conoscitore della politica del Vicino oriente – Usa, Arabia saudita ed Israele, con un certo qual appoggio da parte dell’Egitto, stanno cercando di spingere l’Iran affinché in quel Paese vada al governo una compagine molto più radicale di quella moderata che c’è adesso». Il che costituirebbe in qualche modo il preambolo per una azione militare contro la repubblica sciita. Si tratta di una opzione che Cardini definisce rischiosissima: «Non si va a giocare scopone portando sul tavolo una rivoltella se non si hanno secondi o terzi fini».

È questa la critica che lo storico Cardini rivolge alla riforma costituzionale dell’insegnamento allo studio del governo: e in politica estera il professore, grande conoscitore del Medioriente, bacchetta l’approccio ostile all’Iran da parte degli Usa rispetto ai quali Italia e Ue avrebbero un rapporto di sudditanza anche per le servitù militari vicentine“.

 

Potrebbe interessarti:
http://www.vicenzatoday.it/politica/autonomia-scuola-veneto-Cardini-Iran.html
http://www.vicenzatoday.it/politica/riforma-scuola-veneto-cardini.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/VicenzaToday/212021655498004

 

MATTARELLA: “NO AD UN RITORNO ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE”: “PARLA CONTRO LA COSTITUZIONE

00_749

Questo presidente non vuole essere più presidente, probabilmente, non l’ha mai voluto, ma rimane al suo posto imperterrito. Sappiamo che è un garante della sovranità e che, però, la cederebbe o, chissà? la cederà; ma chiedo: Con un referendum o come? Quando l’abbiamo ceduta? e, poi, a chi?
Articolo 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
È stato scritto chiaro: “.. consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità…” . Limitazioni in condizioni di parità con gli altri Stati, significa che non la cede. Può essere soggetta a limitazioni, ma non ceduta, ”ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni..”. Ecco, se l’ ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” si chiama Unione europea, non vale neppure la pena di discorrere. E, poi, chi è l’Unione europea a cui si vorrebbe cedere e non soltanto parzialmente, la sovranità? E’ una anomalia dal punto di vista ordinativo. Non ha una Costituzione, non ha una politica estera, non ha un bilancio comune e potremmo continuare. I suoi membri sono divisi fra Stati nucleari e non. è un organismo diretto da una Banca Centrale Europea, BCE, privata. A prescindere dalla convinzione condivisa che, per contare nella competizione internazionale, bisogna fare massa critica e, perciò, occorre un soggetto politico europeo confederato, con una sua costituzione condivisa dai popoli, con una sua politica estera e non, semplicemente, con un rapporto di cambio; a prescindere da queste fondamenta costituzionali, con quali strumenti i popoli europei potranno maturare e condividere una prospettiva unanime di fronte a tematiche che non è possibile ignorare o sottovalutare, quali la evidente contrapposizione fra politiche globali e politiche sociali, la divisione fra Nord e Sud, fra Stati nucleari e non? In parole povere. fra europei di prima e di seconda categoria. È puerile tacciare di nazionalismo queste istanze di chi l’Europa unita la vuole, ma unita come? Sono sempre più marcate, invece, le divisioni fra le posizioni assunte dai Paesi membri nei confronti della migrazione africana, in politica estera di fronte alle scelte imposte dall’amministrazione Usa. Abbiamo l’esempio della Libia; gli esempi delle operazioni terrestri ed aeree di Francia e Gran Bretagna contro la Siria: una storia simile a quella che ha portato alla distruzione dell’Iraq e, ancora, il sequestro della superpetroliera iraniana a Gibilterra e la partecipazione di Francia e Gran Bretagna alla missione navale nello Stretto di Hormuz e il rifiuto della Germania. Vogliamo parlare della complementarità fra Europa e Africa, da incentivare per contenere la crescita di di Cina e India e, perché no? della necessità di integrare nel mondo occidentale la Russia, con le sue radici europee, con il suo mercato? Allo stato dei fatti, le masse popolari non sentono come propria la governance di Bruxelles, tantomeno la sua burocrazia. Le basi dei partiti nazionali non sanno nemmeno a quali partiti europei appartengono. Di cosa parla e perché questo presidente?

Prof. Andrea Pertici: «Riforma della giustizia? Bene l’accorciamento dei processi, ma Salvini fa richieste impossibili»

Parola al docente dell’università di Pisa Andrea Pertici sulla bozza di riforma: «Il contenimento dei tempi della giustizia è una buona notizia, ma su intercettazioni e separazione delle carriere c’è troppa distanza tra Lega e 5S e bisognerebbe cambiare la Costituzione»

image

Sulla riforma della giustizia ieri è stato scontro. Il Consiglio dei ministri convocato nel primo pomeriggio, prima iniziato in ritardo, poi interrotto a più riprese e infine concluso solo a notte fonda, dà ancora una volta la misura della sostanziale divergenza tra i due partiti di maggioranza all’interno del governo. Luigi Di Maio aveva preannunciato una riforma “epocale” che la Lega non avrebbe potuto non accettare. Al centro della bozza la riduzione sostanziale dei tempi per i processi (per un massimo di 6 anni) la questione delle indagini preliminari, il ruolo dei magistrati in politica e la riforma del Consiglio superiore della magistratura. Matteo Salvini, però, non ha esitato a bollarla come una riforma “all’acqua di rose”, non sufficientemente ambiziosa e soprattutto povera di aspetti per lui chiave come l’intervento sulle intercettazioni e la separazione delle carriere dei magistrati. In attesa di capire se si arriverà ad un’intesa definitiva in tempi brevi (il nodo ancora in sospeso riguarda il penale), Linkiesta ha intervistato Andrea Pertici, Professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa, per capire, punto per punto, se la riforma sia nata su premesse solide e se si stia muovendo nella giusta direzione.

Professor Pertici, Di Maio dice che l’Italia aspetta una riforma della giustizia da vent’anni. Lei è d’accordo?
Sicuramente c’è bisogno da molti anni di una riforma della giustizia, anche se di riforme della giustizia non ne sono mancate, in particolare le riforme Castelli e Mastella. Effettivamente però non ne sono mai state fatte di utili dal punto di vista del contenimento dei tempi del processo. Diciamo che ora bisognerà vedere il testo che uscirà dal Consiglio dei ministri.

La novità principale dovrebbe essere un intervento significativo nel contenimento dei tempi della giustizia. Come valuta questo aspetto?
Questo naturalmente interessa i cittadini, perché una giustizia dai tempi più contenuti è una giustizia maggiormente certa. Ed è un vantaggio anche per l’economia, perché chi investe ha interesse a sapere che, se mai dovrà rivolgersi alla giustizia, non ci rimarrà impigliato per un numero imprecisato di anni, come oggi spesso avviene. Ricordiamo che l’Italia continua ad essere uno dei Paesi più condannati per durata non ragionevole del processo. Questa riduzione dei tempi si lega poi ad un’altra questione che divide i due partner di governo, ovvero la prescrizione. Nello Spazzacorrotti, la legge entrata in vigore ad inizio anno che cerca di intervenire con delle misure per la riduzione della corruzione, è presente la norma che sospende la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ma la sua entrata in vigore è stata dilazionata di un anno, proprio perché la Lega riteneva che si dovesse intervenire, appunto, con una riduzione dei tempi del processo. Questa avviene attraverso diversi strumenti, o almeno così risulta annunciato: un limite di 6 anni di durata del processo, che non è chiaro come si realizzerebbe, ma che sembrerebbe legato ad un calendario di udienze preventivamente stabilito, ad una riduzione dei tempi delle indagini preliminari nel caso del processo penale, e ad un’udienza filtro per evitare i processi inutili perché inevitabilmente destinati ad un proscioglimento. Accanto a questo, vi sarebbe la previsione di un illecito disciplinare a carico del magistrato che non abbia svolto con diligenza e tempestività le sue funzioni. Questo agirebbe contro quei magistrati – che sono un’esigua minoranza, ma ci possono essere – che non lavorano abbastanza. Si tratta di una serie di misure che vanno verificate nella loro concreta articolazione, ma la direzione potrebbe essere interessante.

«l’idea di istituire un Csm per i giudicanti e uno per i requirenti presupporrebbe prima la separazione delle carriere. Io avrei delle perplessità, ma comunque dovrebbe avvenire attraverso una revisione costituzionale»

Andrea Pertici

Uno dei motivi di scontro è quello della separazione delle carriere dei magistrati.
La Lega lamenta questo aspetto, che però non si potrebbe attuare attraverso una legge ordinaria, quindi questa è un’obiezione che può apparire pretestuosa da parte della Lega. Allo stesso modo, l’idea di istituire un Csm per i giudicanti e uno per i requirenti presupporrebbe prima la separazione delle carriere. Io avrei delle perplessità, ma comunque dovrebbe avvenire attraverso una revisione costituzionale. La critica quindi è fuori centro in questo caso.

L’altra questione che divide il governo è quella delle intercettazioni.
Su questo c’è una posizione molto diversa tra le due forze politiche. La Lega non è arrivata al governo nel 2018, ha governato per sei mesi nel ’94, dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011, cioè nei quattro governi Berlusconi. La questione delle intercettazione è stata un pallino del programma sulla giustizia in quei governi. I Cinque Stelle invece hanno invece una posizione tradizionalmente favorevole alle intercettazioni, non stupisce quindi che la questione non sia stata affrontata.

Altro punto caldo è la questione della riforma del Consiglio superiore della magistratura.
Sotto questo aspetto vi sarebbe una modifica rispetto al numero e le modalità di elezione dei magistrati del Csm. Questo è possibile farlo con una legge ordinaria, perché è già disciplinato con una legge ordinaria. Una modifica abbastanza significativa è quella che porterebbe i componenti elettivi da 24 a 30, cioè allo stesso numero che c’era prima della riforma Castelli, che li aveva ridotti a 24. Se confermato, l’aumento costituirebbe l’unico caso di un organo che cresce anziché ridursi, anche se si tratterebbe di un numero limitato di unità. Credo avrebbe l’obiettivo di non concentrare nelle mani di un numero ristretto di persone alcune decisioni che alcune indagini e intercettazioni dell’ultimo periodo hanno fatto emergere come delicate, in particolare l’assegnazione degli uffici giudiziari. Questi episodi che sono emersi in realtà hanno poco a che fare con la composizione del Csm, ma che qualcuno ha inteso ricondurre alla vecchia questione delle correnti in magistratura. Secondo me c’entrano poco, per non dire nulla. In ogni caso questo avrebbe spinto ad ampliare il numero degli eleggibili. Per questi magistrati l’elezione sarebbe preceduta da un sorteggio, seguito tra quei sorteggiati da un’elezione.

Altra questione è quella dei magistrati che si dedicano alla politica.
Non ho ben capito se si intenda farli rientrare soltanto per lo svolgimento di funzioni amministrative. Questo sarebbe un cambiamento molto forte. Leggo anche che non potrebbero rientrare nella regione o nella circoscrizione nella quale si sono candidati. Ma questo, a meno che non vi sia una modifica di dettaglio, è sostanzialmente già così. Ad esempio Ingroia, che si candidò in tutta Italia, sostanzialmente poteva rientrare solo ad Aosta, dove poi fu assegnato.

«Il ministro Salvini chiede cose come la separazione delle carriere nel Csm e l’intervento sulle intercettazioni. Il punto è che il primo richiederebbe un intervento di natura costituzionale, mentre il secondo è evidentemente impossibile, perché la distanza tra i due partiti è troppo forte»

Andrea Pertici

La riforma nel complesso è stata molto criticata dalla Lega…
Il ministro Salvini dice che non è il momento delle “riformine”, che questa è acqua fresca, chiede cose come la separazione delle carriere nel Csm e l’intervento sulle intercettazioni. Il punto è che il primo richiederebbe un intervento di natura costituzionale, mentre il secondo è evidentemente impossibile, perché la distanza tra i due partiti è troppo forte. Il concetto del “Chi sbaglia paga”, poi, mi pare che lo dicesse già un altro Matteo. Non è chiaro se questa distanza nel merito dei temi della giustizia non faccia riferimento ad una più generale tensione che c’è tra le due forze di governo, e magari non vi sia fastidio per il fatto che viene affrontata la questione della riforma della giustizia ma non quella delle autonomie differenziate. Le quali, però, proprio perché vanno a incidere sull’assetto costituzionale, hanno un procedimento più complicato, com’è noto.

Lei condivide la fretta del ministro Bonafede nel voler portare la riforma ad un punto fermo?
Bisognerebbe capire quanto ci sono stati sopra, può darsi che questa riforma sia stata già a lungo valutata. In fondo il passaggio in Consiglio dei ministri è il primo passo, che poi determinerà la formulazione di una proposta al Parlamento, il quale poi vedrà le modalità di discussione da parte delle Camere. La fretta io a volte la critico quando la si mette al Parlamento. Su riforme importanti, come quella della giustizia, le Camere devono avere i propri tempi di discussione. Il governo è in carica da 14 mesi, quindi i tempi ci sono stati. Adesso sarà il Parlamento ad affrontare la questione, mi auguro senza troppa fretta.

L’altro provvedimento di Bonafede, lo spazzacorrotti, come lo valuta?
Trovo molto utile la questione delle fondazioni dei partiti, perché queste hanno rappresentato molto spesso uno strumento per sottrarre ai controlli i partiti e quindi ciò che passava attraverso le fondazioni. La questione dell’agente sotto copertura non mi pare che possa presentare un danno. Si può discutere se talvolta possa non essere così efficace, ma tra le misure anticorruzione credo che potesse essere corretto procedere in questo senso. Certamente vedo che un potenziamento delle norme per la prevenzione della corruzione nel complesso mi sembra che vada nella direzione apprezzabile di un maggiore contrasto alla corruzione, che rappresenta uno dei principali costi nel nostro paese. Con una forte riduzione della corruzione, naturalmente i cittadini potrebbero avere molti più servizi a loro disposizione. E anche pagare meno tasse.

Cosa auspica per questa riforma?
Auspico che possiamo vedere un testo, che si tratti di un testo che possa dare maggiore certezza ai tempi della giustizia, e che non si indugi troppo nel licenziarlo, anche per poter dare al Parlamento più tempo per la discussione.

Delirio NoTAV. Ormai è legittimo sospettare la malafede

Siamo al delirio NoTAV. Richieste assurde e irrealizzabili per nascondere i propri errori.

il delirio notav

Scrivendo “chiederanno il suicidio di massa del M5S?” pensavo di rappresentare l’iperbole. E invece no. Il delirio NoTAV è arrivato anche a questo.

Comincia a sorgermi il sospetto che il Movimento NoTAV sia davvero in malafede.

Ormai è delirio

Guai a chi sostiene che in Val di Susa hanno votato Lega

Anziché ammettere l’errore e scusarsi, il Movimento NoTAV minaccia chi dice che in Val di Susa sono stati votati i partiti pro TAV

In un articolo del 26 maggio ho elencato uno per uno i Comuni della ex “Comunità Montana Val di Susa” riportandone i voti espressi.

Non mi pare ci sia qualcosa di falso nel sostenere che in Val di Susa siano stati votati Lega e PD, i due principali partiti pro-TAV.

Eppure, Salvini era stato chiaro. Ha improntato tutta la campagna elettorale sul TAV e quindi lo ha inteso come un vero e proprio referendum. Non ci voleva un genio, neanche questa volta.

Il delirio NoTAV arriva anche a invocare il “voto di scambio”.

A chi fa rilevare la mappatura del voto in Valle, c’è chi assimila il consenso con il “voto di scambio”.

Il voto di scambio è promettere una utilità a una persona o a un gruppo di persone. Le fritture di pesce sono voto di scambio, come promettere posti di lavoro o promettere l’inserimento di emendamenti “ad hoc”.

Ma se un soggetto politico attua delle politiche generali è perché le reputa giuste. E su quelle politiche si aspetta il consenso elettorale.

Se chi ha il Reddito di Cittadinanza non votasse il Movimento 5 Stelle, magari perché reputa modesto l’importo, se chi ritiene che col Decreto Dignità sono state assunte poche persone non votasse il M5S, eccetera, il Movimento sparirebbe.

Assimilare la legittima aspettativa di consenso elettorale sulle politiche concrete al voto di scambio è una vera e propria scorrettezza intellettuale.

Avrebbero potuto sostituire il Direttore Generale di TELT

Continuo a sentire altra sciocchezza: Toninelli avrebbe dovuto sostituire il Direttore Generale di TELT, Virano e/o la parte italiana del Consiglio di Amministrazione.

Evidentemente nessuno ha pensato di date una occhiata allo Statuto di TELT, firmato dal Governo Renzi.

Le quote sociali

La società è costituita paritariamente dal Governo francese e da Ferrovie dello Stato per conto del Governo italiano. Le quote non sono cedibili.

Il Consiglio di Amministrazione è composto da 10 membri. 5 francesi (fra cui il Presidente) e 5 italiani (fra cui il Direttore Generale)

Revoca degli Amministratori

I componenti “ordinari” del Consiglio di Amministrazione possono, in effetti essere revocati in qualsiasi momento. Eccetto il Presidente e il Direttore Generale.

Lo Stato italiano, quindi, potrebbe revocare 4 Amministratori su 10 che compongono il CdA di TELT.

Ovviamente, la maggioranza resterebbe in carica e il Consiglio di Amministrazione potrà comunque funzionare fino a che lo Stato italiano non avrà sostituito i 4 membri revocati.

Revoca del Direttore Generale

Per sostituire il Direttore Generale, invece, innanzi tutto occorrono “gravi motivi”

Quali potrebbero essere questi “gravi motivi”? Mario Virano non piace a Perino e ai NoTAV? È troppo pro-TAV? Beh, considerato che TELT è stata costituita per realizzare il TAV mi pare una tesi ardita.

E comunque non sarebbe neppure sufficiente.

Per revocare il Presidente o il Direttore Generale, occorre che la maggioranza degli Amministratori francesi siano d’accordo

delirio notav: Virano non può essere revocato

Ovviamente Macron sarebbe felice di fare questa cortesia ai NoTAV, giusto?

Devono porre la questione di fiducia

Pensando a una iperbole, in altro articolo ho scritto:

Su ciò che il Movimento 5 Stelle avrebbe dovuto fare o dovrebbe fare ne leggo di tutti i colori.

Manca solo “suicidio di massa” e poi c’è tutto.

Ebbene non era un iperbole. In un tweet del 31 luglio sostengono che se il Movimento 5 Stelle avesse voluto davvero fermare il TAV avrebbe dovuto porre la questione di fiducia.

Cioè attuare un suicidio politico di massa.

Ecco il tweet

il delirio notav: il M5S dovrebbe porre la fiducia

Comincio a sospettare che siano davvero in malafede.

Prima di tutto l’apposizione della questione di fiducia deve essere autorizzata dal Consiglio dei Ministri.

Non ci vuole un genio per capire che già li si spaccherebbe la maggioranza.

Poi, ammesso (e non concesso) che il CdM autorizzasse, il Governo cadrebbe perché a votare la fiducia in Parlamento ci sarebbe solo il Movimento 5 Stelle.

Nuove elezioni e nuovo Governo interamente TAVsì. E comunque nel frattempo TELT va avanti.

Come se un tizio si evirasse per fare un dispetto alla moglie.

E se non fosse “delirio NoTAV”, ma “malafede NoTAV”?

Potrebbero ammettere di aver sbagliato a votare, ma non lo fanno e danno la colpa dei loro errori al Movimento 5 Stelle.

Pretendendo, addirittura, la questione di fiducia, ben sapendo che implica la caduta del Governo. Ben sapendo che verrebbe sostituito da un Governo interamente TAVSì.

E infischiandosene di tutto il resto. Infischiandosene della disoccupazione che cala, delle riforme fatte e che verrebbero smontate in un batter d’occhio.

Ma, d’altro canto, si sono sempre impipati di tutto quanto non fosse il TAV.

Ambientalisti solo a casa propria.

È sufficiente dare una occhiata ai risultati del Referendum Trivelle, dell’Aprile 2016 negli stessi Comuni valsusini che alle europee hanno votato Lega e PD (click per ingrandire)delirio notav: i risultati del regerendum trivelle in Val di SusaNon essendoci trivelle in Valle si sono infischiati della gente che già muore di inquinamento nelle zone estrattive e di lavorazione degli idrocarburi?

Comprendo che senza il TAV non ci sarebbe il movimento NoTAV e Perino tornerebbe ad essere un illustre sconosciuto, ma adesso mi pare si stia esagerando con questo delirio NoTAV.

Nomine europee. Rinaldi: “Chi entra Papa esce Cardinale”

Antonio Maria Rinaldi interviene sul tema delle nomine Europee, fra cui quella importantissima del commissario in un’intervista ad Alanews, anche nell’ottica di una commissione che sia al 50% femminile, come desiderato dalla Von Der Leyen.

“E’ una richiesta legittima (quella di Ursula von der Leyen ai paesi europei a nominare delle donne per il ruolo di commissari e ad avere un collegio in totale parità di genere, ndr) e vorrei ricordare che l’Italia è stata una delle poche nazioni in precedenza ad aver espresso una commissaria donna, Mogherini. La Lega non avrà difficoltà a proporre un nominativo femminile. Ma più che sul genere noi desideriamo esprimere persone con le giuste caratteristiche. Il fatto che siano maschio o femmina è un dettaglio”.  “A Roma si dice che chi entra Papa esce Cardinale. Presumo che per una funzione così delicata sia prematuro dare in pasto dei nominativi. Se si fa il nome prima, poi viene bruciato”.

PETTEGOLEZZI ROMANI

Prodi fu condannato dalla Corte di Giustizia Europea , ma non si doveva sapere !

Romano Prodi fu condannato dalla Corte di Giustizia Europea per azioni compiute quando era Presidente della Commissione e nessuno dei media importanti nazionali, sia della carta stampata che soprattutto della TV, sempre pronti a guardare nel letto dei politici, ne ha fatto cenno? Queste le motivazioni di condanna espresse dalla Corte a carico del Prof. Prodi: 1 – aver fornito al Parlamento Europeo notizie false e non documentate; 2 – aver emesso comunicati che mettevano in dubbio l’onorabilità di alti dirigenti che non si erano sottomessi alle sue imposizioni; 3 – aver tentato di ostacolare la giustizia. I fatti che hanno portato alla condanna risalgono al 2002-2003 e si riferiscono a una contorta vicenda relativa all’Eurostat, innescata dalla lettera di una funzionaria che si riteneva discriminata. L’inchiesta è iniziata per capire se tali irregolarità fossero state effettuate su iniziativa di dirigenti o addirittura dallo stesso responsabile della Commissione, Prodi.

Cominciò così il rimbalzo delle responsabilità, nonché la “fughe di notizie” – questo affermava la sentenza – depistate verso giornali amici. Proprio per la paura di rivangare anche questioni irrisolte del passato (gli scheletri nell’armadio: Iri, Nomisma), Prodi  pensò bene, da par suo, di chiudere con un colpo di mano gli Istituti, ma, non avendo elementi per mandare a spasso un migliaio di persone li destituì tutti dai loro incarichi, tenendoli a non fare nulla fino alla pensione!

In Italia questi si sarebbero trovati un secondo lavoro, e comunque tutti a ringraziare il benefattore che li pagava senza far fare niente; ma all’estero, qualcuno dal senso civico sviluppato e con un sano amor proprio, si sentì discriminato e sottostimato… e si lamentò.

Col suo modo di fare credeva di passarla franca, padroncino anche all’estero, ma, fortunatamente, da quelle parti sanno bacchettare le mani come agli studentelli presi con le mani nella marmellata, anche se si tratta di Professoroni.

Di Marinella Tomasi

Sgombero via Cardinal Capranica, Paolo Maddalena a TPI: “Violata la Costituzione”

Nell’ex scuola di Primavalle vivevano 340 persone, 78 nuclei familiari, 80 bambini, in particolare marocchini, egiziani, romeni ma anche diversi italiani, come censito nei mesi scorsi dal Campidoglio. Via Cardinal Capranica è uno dei 22 sgomberi previsti a Roma: palazzi su cui pendono sentenze che impongono al ministero dell’Interno salatissimi risarcimenti a favore dei legittimi proprietari, la restituzione immediata del bene o il suo sequestro. Nella lista non c’è il palazzo occupato da Casapound.

da TPI. Il professor Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, commenta l’operazione avvenuta nell’ex scuola romana e il decreto sicurezza bis

 

Immagine di copertina
A sinistra una scena durante lo sgombero di via Cardinal Capranica a Roma. Credit: Massimo Percossi. A destra Paolo Maddalena

Sgombero via Cardinal Capranica incostituzionale | Paolo Maddalena

Il professor Paolo Maddalena, vice presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’Associazione Attuare la Costituzione, ieri ha preso una posizione netta contro lo sgombero di via Cardinal Capranica, a Roma, parlando di una violazione degli articoli 2 e 47 della Costituzione. TPI lo ha intervistato.

Professore, perché pensa che sia stata violata la Costituzione?

C’è di mezzo l’intera politica di questo governo, che non se la prende tanto con la criminalità organizzata, ma pensa di ristabilire una sicurezza – non so a favore di chi – eliminando dalle città gli zingari (siamo sicuri che gli zingari richiamino e, quindi, che gli si applichi l’Ordinamento Giuridico informato dalla Costituzione? ndr), i poveracci.

Ho sentito anche di una multa da 200 euro fatta a Genova a un clochard perché dormiva per strada. Questa politica contro i poveracci, che invece di essere aiutati vengono soltanto respinti, è del tutto incostituzionale e contraria ai trattati internazionali. Inoltre porta l’Italia in una situazione di ampio degrado morale e intellettuale.

Ci siamo incamminati lungo una strada in cui prevalgono i ricchi – si veda la flat tax – e in cui i poveri e gli immigrati sono ridotti a numero. Si vuole spostare l’attenzione della gente dai problemi reali che sono quelli dello sviluppo economico e delle nazionalizzazioni indispensabili in questo momento.

Pare che si stia attuando un disegno all’interno del quale vale il denaro e spietatamente non si tiene conto dello sviluppo e della dignità della persona umana, alla quale è informata la nostra Costituzione.

Il governo si avvii sulla strada di Orban e – non vorrei – addirittura anche su quella di Erdogan: un governo forte che ha sotto di sé persone incapaci di reagire perché inconsapevoli dei diritti costituzionali che hanno.

Si sta calpestando la Costituzione, si ritiene che la volontà dell’eletto prevalga su tutto. Ma non è così, ci sono i limiti della Costituzione e dello Stato-comunità.

È il popolo ad essere sovrano, non a chi viene eletto dal popolo. La persona ha diritto alla partecipazione alla vita politica, economica e sociale del paese, come prevede l’articolo 3 della Costituzione.

Ma quali sono gli articoli della Costituzione violati secondo lei?

L’articolo 2 della Costituzione, che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e impone “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e l’articolo 47, cioè il diritto all’abitazione.

Dov’è finita la solidarietà della Repubblica italiana? Questa gente è senza un tetto e senza lavoro proprio per colpa di un sistema economico predatorio di stampo neoliberista.

Secondo questo sistema le imprese devono essere tra loro in forte competitività, quando un’impresa traballa deve essere fatta morire. Mi pare che stiamo avendo la trasposizione di questa idea anche sul piano umano: se un individuo non ce la fa deve essere messo ai margini e moralmente soppresso.

C’è anche una responsabilità del Comune di Roma, che deve trovare soluzioni alternative.

Ma quello che mi colpisce maggiormente è l’indifferenza della gente. Pare che domini la paura. Sembra che la gente vedendo quest’uomo che sembra forte, ma secondo me è molto debole per le azioni che compie, ha paura di reagire e non si oppone a vicende come questa di Cardinal Capranica.

Quale rimedio pensa ci possa essere per queste famiglie?

Credo che dal punto di vista giuridico ci siano tutti gli strumenti per poter ricorrere al giudice civile chiedendo un provvedimento urgente. Sono stati violati i diritti fondamentali dell’uomo all’abitazione e alla solidarietà sociale, ma anche il diritto al lavoro.

Inoltre, si può presentare un ricorso alla procura sull’inapplicabilità dell’articolo 633 del codice penale, che vieta le occupazioni abusive di edifici o terreni. Questo articolo è stato scritto in un sistema economico diverso, in cui ognuno aveva la possibilità di lavorare.

E, soprattutto, si potrebbe portare davanti alla Corte Costituzionale l’aggiunta fatta all’articolo 633 dal decreto sicurezza. Queste leggi assolutamente incostituzionali devono sparire dall’ordinamento giuridico italiano e chi può farle sparire non è certo il potere politico, semmai è la Consulta.

Cosa pensa invece del decreto sicurezza bis?

Quel provvedimento è ancora peggiore. Addirittura smembra l’Italia e considera reato qualcosa che è difficile considerare tale. È la lotta contro i deboli.

Sono desolato, perché sono nato in un’Italia che era sì fascista, ma manteneva dei valori importanti. Ci siamo liberati dalla dittatura ma ora sta sorgendo una dittatura che è ancora più insidiosa, perché non si vede: quella delle multinazionali e di soggetti spregiudicati italiani che non disdegnano di tradire il loro popolo per il proprio personale interesse.