Meurtre de David Rossi, directeur de la communication de la Banque Monte Paschi

Dopo la riapertura dell’inchiesta, viene effettuata la simulazione della caduta di David Rossi, capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra del suo ufficio di Rocca Salimbeni a Siena il 6 marzo 2013, nel pieno delle indagini sul dissesto finanziario della banca. Intervista a Elio Lannutti Pres. ADUSBEF

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Per chi intende candidarsi alle elezioni, parliamo del reato di peculato

La definizione di peculato, le pene previste dalla legge, gli elementi costitutivi del reato, la giurisprudenza

In questa pagina:

 

Che cosa è il peculato

Previsto e disciplinato dagli artt. 314 e 316 c.p., il peculato è un delitto che si configura quando “il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di danaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria“.

Per il testo delle due norme si rimanda al Codice penale, libro II, titolo II, Capo I (Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione)

Origini ed evoluzione del peculato

La parola peculato deriva dal latino peculatus, termine legato alla parola pecunia(m) ovvero denaro che, a sua volta, deriva da pecus (bestiame, pecora).

Stando all’etimologia del termine, dunque, il reato di peculato veniva identificato in origine con il furto o la sottrazione di bestiame. Fu la Lex Iulia, promulgata da Giulio Cesare, a trasformare il peculato nell’appropriazione illecita di denaro pubblico, fissandone per i secoli a venire le caratteristiche e le pene.

Da allora in poi, il reato sarà considerato, infatti, crimen publicum e giudicato da un’apposita quaestio, a seguito della quale, ove ritenuto colpevole, il soggetto era obbligato a versare il quadruplo della somma rubata.

Presente anche nel codice penale sardo e in quello toscano, il reato viene disciplinato nel codice del 1889 (c.d. “Codice Zanardelli”) che contemplava, all’art. 168, il peculato del pubblico ufficiale che sottraesse o distraesse denaro o altra cosa mobile di cui avesse, per ragioni del suo ufficio, l’amministrazione, l’esazione o la custodia.

Nel codice del 1930 il peculato trova spazio negli artt. 314 e 316, aggiungendo rispetto alla formulazione della precedente legislazione, quale soggetto attivo, oltre al pubblico ufficiale, anche l’incaricato di un pubblico servizio, la cui nozione è fornita nei successivi artt. 357 e 358 c.p.

Nel tempo, assorbendo i rilievi maturati in giurisprudenza e le istanze di ammodernamento della materia, la disciplina del peculato ha subito rilevanti modifiche rispetto all’originaria formulazione, ad opera innanzitutto della l. n. 86/1990 (“Modifiche in tema di delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione“) che, in particolare, ha: eliminato la modalità distrattiva della realizzazione della condotta, rendendo punibile solo l’appropriazione del denaro o di altre cose mobili altrui; abrogato l’art. 315 c.p. con il consequenziale assorbimento della “malversazione a danno di privati” nella sfera di rilevanza di cui all’art. 314 c.p., nonché normato autonomamente il “peculato d’uso“. Successivamente, la disciplina del delitto di peculato è stata modificata dalla l. n. 97/2001 e dall’art. 1 della l. n. 190/2012 che ha elevato la pena edittale da quattro a dieci anni (originariamente, la pena minima era di tre anni).

Gli elementi del reato di peculato

Il peculato è un “reato proprio“, per cui può essere commesso, come stabilisce chiaramente l’incipit dell’art. 314 c.p., da un soggetto che rivesta la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio.

Ai fini della configurazione del reato, secondo la giurisprudenza di legittimità, per pubblico ufficiale deve intendersi sia colui che tramite la sua attività concorre a formare quella della P.A., sia colui che è chiamato a svolgere attività aventi carattere accessorio o sussidiario ai fini istituzionali (ovvero colui che partecipa al procedimento amministrativo, con funzioni, propedeutiche o accessorie, aventi effetti “certificativi, valutativi o autoritativi“), poiché, anche in tal caso, attraverso l’attività stessa, si verifica una partecipazione alla formazione della volontà dell’amministrazione pubblica (Cass. Pen. n. 39351/2010).

Secondo una parte della dottrina, il peculato è un reato di natura plurioffensiva, poiché configura da un lato un abuso della situazione giuridica di cui il soggetto agente è titolare, e, dall’altro, un delitto contro il patrimonio pubblico, bene giuridico di cui si vuole tutelare l’integrità poiché necessario alla realizzazione dei fini istituzionali da parte dello Stato e degli enti pubblici nei confronti della collettività. Secondo un altro orientamento, invece, il bene giuridico tutelato coincide con quello collettivo del buon andamento, dell’imparzialità e dell’efficienza dell’attività della Pubblica amministrazione, leso dalle condotte illecite perpetrate dai suoi stessi organi.

Nella nuova formulazione dell’art. 314 c.p., a seguito della l. n. 86/1990, il reato si consuma nel momento in cui ha luogo l’appropriazione dell’oggetto materiale altrui (denaro o cosa mobile), da parte dell’agente, la quale si realizza con una condotta incompatibile con il titolo per cui si possiede la res altrui, a prescindere dal verificarsi di un danno alla pubblica amministrazione (c.d. “reato istantaneo”). L’elemento oggettivo del reato non esige più, come in passato, che il denaro o la cosa mobile oggetto del reato debbano appartenere alla P.A. ma solo che si trovino nella disponibilità del soggetto agente.

Nel reato di peculato ex art. 314, 1° comma, c.p., come nell’ipotesi di peculato mediante profitto dell’errore altrui ex art. 316 c.p., il dolo è generico e consiste nella coscienza e nella volontà dell’appropriazione; mentre è specifico nel peculato d’uso, poiché in tale fattispecie, il soggetto agente si appropria del bene allo scopo di farne un uso momentaneo.

Tipi di peculato

Oltre alla fattispecie tipica di peculato di cui all’art. 314, 1° comma, c.p., è possibile distinguere il peculato d’uso, il peculato di vuoto cassa, e il peculato mediante profitto dell’errore altrui.

Il peculato d’uso

Il peculato d’uso è espressamente disciplinato dal secondo comma dell’art. 314 c.p., il quale prevede l’applicazione della “pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita“.

Giova sottolineare che il peculato d’uso non costituisce un’attenuante del reato di cui al primo comma dell’art. 314 c.p., bensì un’autonoma figura delittuosa, la quale, per la sua configurazione, non richiede che il bene fuoriesca dalla sfera di disponibilità del proprietario essendo sufficiente che il soggetto agente si comporti nei confronti del bene stesso, uti dominus, realizzando fini estranei agli interessi del proprietario (Cass. Pen. N. 788/2000).

Il peculato di vuoto cassa

Un’ulteriore ipotesi di peculato è quella del c.d. “vuoto di cassa” ovvero dell’appropriazione del denaro da parte di colui che, in ragione del suo ufficio, è tenuto a custodirlo. Il reato si intende consumato sia successivamente al decorso del termine per la consegna che in pendenza dello stesso, quando la scadenza dilazionata di rendiconto non autorizza comunque a disporre del denaro (Cass. Pen. 30.10.2006).

Il peculato mediante profitto dell’errore altrui

Altra fattispecie, espressamente prevista all’art. 316 c.p., è quella del “peculato mediante profitto dell’errore altrui” che si configura quando “il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, giovandosi dell’errore altrui, riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità“. Il reato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La condotta criminosa consiste, come dispone espressamente l’art. 316 c.p., alternativamente, nella ricezione (ovvero l’accettazione passiva di un quid offerto da un terzo) o nella ritenzione, per sé o per un terzo (ovvero il mantenimento – consistente in un’appropriazione, una mancata restituzione o un trasferimento – del bene presso il soggetto agente). Affinchè si possa configurare tale fattispecie di peculato, la condotta deve realizzarsi, nell’esercizio delle funzioni o del servizio del soggetto agente, il quale, è sufficiente che si limiti a trarre profitto dall’erroneo e spontaneo convincimento in cui incorre il terzo.

Giurisprudenza in tema di peculato

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 16/05/2017 n. 42061
Il momento della consumazione del delitto di peculato coincide con quello in cui ci si appropria dolosamente di beni mobili o di somme di denaro della pubblica amministrazione di cui si è in possesso per ragione del proprio ufficio o servizio: non è rilevante, ai fini della consumazione del reato, il fatto che l’imputato abbia costituito un unico conto sul quale fare confluire le somme, perché l’appropriazione è momento distinto dall’accreditamento delle stesse somme sul conto.

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 23/03/2017 n. 29471
Il delitto di peculato può essere escluso in applicazione del canone di offensività solo se il bene oggetto di appropriazione è privo di rilevanza economica intrinseca (confermata la condanna di un autista cantoniere del Comune che si era appropriato di cinque buoni carburante per un totale di 50 euro).

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 16/03/2017 n. 29782
Integra la fattispecie del delitto di peculato la condotta del medico che svolgendo in regime di convenzione attività intramuraria “allargata” (ossia svolta presso il proprio studio privato), dopo aver riscosso l’onorario ometta di versare all’azienda sanitaria quanto di spettanza della medesima.
Cassazione penale Sezione VI sentenza del 16/03/2017 n. 26297
La condotta del pubblico ufficiale (o dell’incaricato di un pubblico servizio) che utilizza il telefono d’ufficio per fini personali al di fuori dei casi d’urgenza, integra il reato di peculato d’uso solo se produce un danno apprezzabile al patrimonio della pubblica amministrazione o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell’ufficio. Un principio applicabile anche all’utilizzo di internet con finalità non istituzionali.

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 14/03/2017 n. 16163
Integra il delitto di peculato la condotta del dipendente dell’ufficio postale che sottrae illegittimamente del denaro dal libretto di una correntista.

PD E ANPI IN CAMPAGNA ELETTORALE RISPOLVERANO L’ANTI FASCISMO,MA…

Vittorio Sgarbi: il massacro comunista dei carabinieri alle Cave dei Predil

1 Ottobre 2017

Vittorio Sgarbi

“Sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati e infine tagliati a pezzi. Fu questo il tragico destino di dodici giovani Carabinieri, catturati dai partigiani comunisti alle Cave dei Predil nell’alto Friuli”. Vittorio Sgarbi, nella sua rubrica su Il Giorno, ricorda quanto avvenuto il 23 marzo 1944, quando ” i partigiani comunisti presero in ostaggio il vicebrigadiere Dino Perpignano, mentre stava rientrando negli alloggiamenti e, minacciandolo, lo costrinsero a pronunciare la parola d’ ordine. Una volta entrati nel presidio, catturarono tutti i Carabinieri, in parte addormentati. I dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile dando loro un pasto condito con soda caustica e sale nero“.

Il critico d’arte ricorda come furono affamati e dunque avvelenati: “La loro agonia si protrasse fra atroci dolori per ore e ore. Stremati e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Ferro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale) , furono costretti a marciare fino a Malga Bala ove il giorno 25 li attendeva una fine orribile.Avevano l’ età di mio padre”. Dunque Sgarbi ricorda come furono uccisi e sottolinea: “Ora le misere spoglie di questi Carabinieri riposano, dimenticate dagli uomini, dalla storia e dalle Istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio, le cui chiavi sono pietosamente conservate da alcune suore di un vicino convento. Una lapide ambigua li ricorda, senza una parola di verità”. Crimini rossi. Crimini dimenticati, o quasi.

Israele, Hezbollah e Siria. La guerra che verrà Medio Oriente. Sempre attuale.

Michele Giorgio, aprile 2017 – Ci risiamo! Netanyahu accusa Bashar Assad di possedere armi chimiche e all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e Hezbollah che stavolta potrebbe coinvolgere la Siria sparigliando le carte a Putin.

Il commento di Benyamin Netanyahu è stato immediato. «Israele condanna con forza l’uso di armi chimiche contro civili innocenti in Siria…Sono sconvolto e indignato. Ci appelliamo al mondo per tenere le armi chimiche fuori dalla Siria», ha detto il premier israeliano mentre su Damasco piovevano le critiche per il presunto bombardamento con armi chimiche nella provincia di Idlib, attribuito dall’opposizione alle forze governative siriane, in cui sarebbero morti decine di civili. Il ministro dell’istruzione israeliano, Naftali Bennett, ha chiesto una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere di contromisure al (presunto) possesso di armi chimiche da parte di Damasco e le ramificazioni per la sicurezza di Israele.

La Siria si è disfatta del suo arsenale chimico nel 2014, sulla base di una risoluzione delle Nazioni Unite e di un’intesa con la Russia che evitò all’ultimo istante un attacco militare americano. La distruzione dei depositi siriani fu supervisionata internazionalmente. Per Israele invece Damasco terrebbe nascosta una parte di quelle sostanze chimiche, a scopo bellico. Comunque stiano le cose, il governo Netanyahu intende sfruttare l’occasione per mettere sotto pressione Damasco, soprattutto ora che Assad pare intenzionato a rispondere ai raid aerei israeliani che la Siria subisce da anni, come ha dimostrato il mese scorso ordinando alla contraerea di entrare in azione. A Tel Aviv inoltre non è piaciuta la linea espressa dall’Amministrazione Trump, e ribadita anche ieri, contraria ad un cambio di regime in Siria.

Israele vuole la caduta di Bashar Assad, anche se ciò dovesse far precipitare la Siria nel caos e in una spartizione del Paese tra formazioni armate jihadiste e qaediste. Sostiene che il presidente siriano sia ormai legato a doppio filo all’Iran e troppo dipendente dall’assistenza militare che riceve dal movimento sciita libanese Hezbollah, alleato di Tehran. In sostanza, sempre secondo Israele, Damasco sarebbe pronta ad aprire tutto il suo territorio agli scopi militari dell’Iran, in particolare il sud del Paese lungo le linee armistiziali sul Golan occupato. E, aggiunge, si preparebbe a permettere a Tehran la costruzione di una base navale sulla costa mediterranea. Vero o falso che sia parla dell’esistenza di una “mezzaluna iraniana”. Appena qualche giorno fa, Chagai Tzuriel, direttore generale del ministero dell’intelligence di Israele, ha spiegato che «Se l’Iran rimarrà in Siria, allora sarà una costante fonte di attrito e tensione con la maggioranza sunnita, con i paesi sunniti al di fuori della Siria, con le minoranze sunnite fuori della regione, e con Israele«». Secondo Tzuriel, Tehran intenderebbe creare una sorta di “ponte di terra sciita” che passando per l’Iraq, la Siria e il Libano arrivi fino al Mediterraneo, in modo da tenere la costa israeliana sotto il tiro della sua marina militare.

È evidente che al governo Netanyahu cominci a stare stretta la “linea verde”, il coordinamento con Mosca che sino ad oggi ha evitato scontri tra le forze aeree dei due Paesi quando l’aviazione israeliana lancia i suoi raid in territorio siriano contro presunti convogli di armi destinati a Hezbollah. Il movimento sciita, riferiscono fonti libanesi, avrebbe adottato delle contromisure costruendo in Siria gallerie sotterranee, tra la zona del Qalamoun e quella meridionale, dove custodire missili a medio raggio in grado di colpire ogni punto di Israele.

Guerra che si avverte sempre di più nell’aria e molte scintille potrebbero innescarla. Una di queste è il possibile desiderio di Israele di imporre nel Mediterraneo orientale la sua sovranità su una zona marittima contesa rivendicata anche dal Libano. Zona che si ritiene ricca di petrolio e gas. Nabih Berri, presidente sciita del Parlamento libanese, ha avvertito che il passo fatto da Israele «equivale a una dichiarazione di guerra». La disputa va avanti da anni ma le intenzioni di Israele in quel tratto di mare e la recente costruzione da parte di Beirut di cinque piattaforme (tre delle quali nella zona contesa) per l’esplorazione petrolifera, hanno fatto immediatamente salire la tensione. Hezbollah ha più volte ammonito Israele dall’approvare una legge di annessione della zona marittima contesa simile a quella che più di 30 anni fa dichiarò il Golan siriano parte del territorio israeliano. La superiorità militare di Israele è fuori di dubbio ma Hezbollah possiede missili anti-nave Nour, una versione iraniana dei cinesi C-802, e potrebbe essere in possesso anche dei missili russi Yakhont, tra i più avanzati al mondo, in grado di colpire le installazioni petrolifere israeliane. Tel Aviv ha risposto raddoppiando il numero di batterie antimissile Iron Dome che saranno montate su quattro nuove corvette che entraranno in servizio nel 2019.

Lo sapevi che il figlio di Garibaldi combatté contro suo padre?

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Il figlio di Garibaldi, vergognatosi per il genocidio condotto dal padre contro i popoli del Sud Italia, si schierò dalla parte dei Briganti. IL VIDEO

Giuseppe Garibaldi affermò, in una lettera ad Adelaide Cairoli del 1868:

Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.

Così il figlio di Garibaldi, vergognatosi per il genocidio condotto dal padre contro i popoli del Sud Italia, si schierò dalla parte dei Briganti.

Anita Garibaldi, la pronipote del criminale al soldo degli inglesi che unificò l’Italia a suon di violenza verso i popoli del Sud, allora ricchissimi economicamente, durante la trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa, racconta un fatto inedito, che certamente non troveremo sui libri di storia scolastici scritti dai vincitori per un popolo senza memoria.

La discendente di Giuseppe Garibaldi afferma che il figlio, Ricciotti Garibaldi, abbia combattuto nelle file dei Briganti (volontari del popolo che si unirono insieme per tentare di difendere le proprie terre e i propri diritti dall’esercito guerrafondaio di Garibaldi e l’Unità d’Italia.
Nell’intervista condotta da Bruno Vespa,
Anita Garibaldi afferma:
“”Mio nonno tornato a Caprera,
si indignò talmente tanto dello sfruttamento del Meridione
da parte della nuova Italia,
che andò a combattere con i Briganti”.

La Camorra e Garibaldi

Documento tratto dalla serie Rai “STORIA DELLA CAMORRA” di Vittorio Paliotti, la seconda parte del video è il nuovo brano di Federico Salvatore “IL MONUMENTO” , tratto dal nuovo lavoro discografico FARE IL NAPOLETANO STANCA .

MdT. 12 luglio 1911: la strage dei sardignoli (di Romina Fiore)

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A Itri, un paese ora in provincia di Latina ma allora di Caserta, anche loro erano arrivati coi barconi della speranza. Era un ammasso di circa 400 affamati che, insieme alla miseria e agli stenti, portava con sé picconi e badili, onorate armi da lavoro per la costruzione del quinto tronco della nuova linea ferroviaria Roma-Napoli.
Un’accozzaglia di disgraziati sardi sbarcava nelle coste del Continente e ognuno di loro santificava quel reclutamento regolare che gli permetteva di abitare nei suoi sogni a occhi aperti.
Almeno per il tempo del viaggio.

Paragrafo 2. Ci rubano il lavoro.

Agli itrani non piacevano affatto quei sardignoli arrivati lì a scippare il pane dalle loro bocche, avevano caratteristiche fisiche che facevano presagire un’indole cattiva e violenta. Erano atipici, inconsueti, sicuramente cattivi. Oltretutto è in Sardegna che gli studi antropometrici di Cesare Lombroso individuavano il delinquente nato, secondo i quali il temperamento etnico del pastore sardo coincideva con la propensione alla vendetta e al crimine sociale.
Guardavano con ostilità quegli esseri che, schiacciati dalla disperazione, erano disposti ad accettare salari più bassi e orari di lavoro intollerabili.
Bisognava rispedirli a casa a calci nel culo.

Paragrafo 3. Non si adeguano alle nostre regole.

I sardi accettano di vivere in condizioni brutali: ricoveri di fortuna, stamberghe, catapecchie. E, nonostante sia evidente la fame scolpita nei loro volti, si dà avvio a una speculazione selvaggia che non risparmia alcun genere di consumo.
Ma non basta.
C’è la camorra che pretende il pizzo da ogni operaio e che si vede sbattere in faccia il rifiuto perentorio di chi, con ancora fresche le ferite della strage di Buggerru, in nome dei diritti conquistati, non si piega alle richieste.
Non resta altro che fomentare la popolazione locale e imbandire una tavola con pietanze a base di ingratitudine, furto di lavoro, spregio delle direttive, incapacità di adattamento al sistema.
Ecco che, dopo aver armato il braccio ignorante del razzismo, finalmente la diffidenza si converte in odio.

Paragrafo 4. Maledetti buonisti.

Poco tempo prima due avvocati, Nardone e Di Lauro, si erano fatti promotori di una pregevole iniziativa che sotto il nome di Unione operaia della Direttissima si prefiggeva l’obiettivo di strappare i lavoratori allo sfruttamento dei cantieri e che ora annoverava tra le sua fila proprio gli operai sardi. Un’organizzazione strutturata e disciplinata che resiste con tenacia alle pressioni della camorra.

Paragrafo 5. Tutti criminali.

Il 12 luglio ogni pedina è al suo posto, si prepara la tempesta perfetta. Esploderà per un motivo banale: un sardo viene urtato da un mulo carico di sughero, lui protesta e l’uomo in sella all’animale reagisce con uno schiaffo. Seguono urla, offese e colpi. Si passa alle armi, bastoni e fucili inspiegabilmente già pronti, imbracciate da una folla esaltata. Una miscela disgustosa di razzismo, violenza e pregiudizio anima la caccia all’uomo, all’animale sardo da sterminare, con una spietatezza e una malvagità inconcepibili.
Urlano “fuori i sardignoli”.

Paragrafo 6. Tornatevene a casa vostra.

Molti operai sardi cadono a terra annientati e uccisi. La folla è imbestialita, non risparmia i feriti, li raggiunge e procede al linciaggio. Una furia cieca che non può escludere nessuno, né lo vuole. Neanche lo stesso sindaco e nemmeno alcuni gendarmi che imbracciano fucili da cui escono bagliori rossi. I superstiti scappano nelle campagne.
Tornano l’indomani per reclamare i caduti, con la paura che strappa via il fiato per respirare.
La caccia ricomincia, ancora più brusca. Ancora più serrata.
I sopravvissuti vengono rimpatriati nella loro isola: alcuni col foglio di via delle autorità, altri fuggono autonomamente per timore di ritorsioni.
Altri ancora, acquattati come cani che hanno fatto la pipì nel tappeto, vengono stanati e arrestati perché rissosi.
I giornali si fanno portavoce del resoconto fornito dalle autorità di Itri: la causa di quel massacro è stata l’indole violenta dei sardi.

 

NUOVO ORDINE MONDIALE, siamo ormai entrati nella quarta fase del piano per la dominazione del mondo

Luis Zapater, professore di diritto costituzionale presso l’Università di Valencia (Spagna) e portavoce del partito SOLVE, giovedì 19/12/2013, ha spiegato cos’è il“Nuovo Ordine Mondiale” e come s’intende stabilire una tirannia universale, al fine di sottomettere tutti i popoli della terra al potere di un governo unico mondiale, con una sola legislatura, una sola magistratura e una sola forza pubblica di sicurezza e militare per tutto il mondo.

  • Cos’è il Nuovo Ordine Mondiale?

Questa domanda ha due risposte possibili: La risposta politicamente corretta e quella che non lo è.

La risposta politicamente corretta dovrebbe attenersi a evidenziare solo il piano di convergenza internazionale ideato dalla fine della seconda guerra mondiale per stabilire una ‘Lega delle Nazioni’ per consentire la risoluzione pacifica delle controversie e il rispetto dei diritti umani nel mondo.

Dopo la seconda guerra mondiale, i leader delle potenze alleate vincitrici, in particolare il presidente degli Stati Uniti, hanno detto che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite del 1948, istituisce un“Nuovo Ordine Mondiale”.

La prima risposta possibile è fissata solo sulle apparenze. La seconda risposta possibile politicamente non corretta, definisce il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”, come un piano progettato che va realizzandosi da circa gli ultimi 300 anni della storia dell’umanità per stabilire una tirannia universale, cioè, di sottomettere tutti i popoli della Terra al potere di un governo unico mondiale, con una singola legislatura, una sola magistratura e una sola forza pubblica di sicurezza e militare per tutto il mondo.

Il cosiddetto “processo di globalizzazione” è iniziato alla fine del ventesimo secolo in tutto il mondo, sarebbe una delle tante sfaccettature della progressiva creazione di questo nuovo ordine. Oggi solo la Russia, Siria, Iran, Venezuela e Corea del Nord sono riluttanti ad accettare il nuovo status quo. Non ho citato la Cina nella lista perché la sua posizione è ambivalente.

  • Quando verrà visualizzata la nuova espressione ORDINE MONDIALE?

Un noto studioso del “Nuovo Ordine Mondiale”, l’argentino Adrian Salbuchi, dice che il termine “Nuovo Ordine Mondiale”, è stato detto nel 1919, in occasione dell’adozione del trattato infame di Versailles, una delle principali cause dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Penso che anche prima del 1919 esisteva un progetto nella mente dei più potenti cospiratori di questo mondo riguiardo l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale, e si pensa che la prima volta venne detto da Adam Weishaupt nel 1776, quando scrisse i principi alla base del “Novus Ordo Secolorum” (o nuovo ordine dei secoli), con il simbolo massonico di una piramide con l’occhio che tutto vede (simbolo aggiunto alla banconota da un dollaro).

I principi stabiliti da Adam Weishaupt nel 1776, misero le basi per la realizzazione finale di ciò che oggi chiamiamo “Nuovo Ordine Mondiale”:abolizione della monarchia e di tutti i tipi di governo organizzati sotto il vecchio regime, la soppressione della proprietà privata e dei mezzi di produzione per gli individui e le società con la conseguente abolizione delle classi sociali, l’abolizione dei diritti di successione, la distruzione del concetto di patriottismo e nazionalismo e sostituzione con un governo mondiale di controllo internazionale, l’abolizione del concetto di famiglia tradizionale e vietare ogni religione con l’istituzione di fatto di un ordine luciferino.

  • È la Massoneria una dei piloti di questo ‘Nuovo Ordine Mondiale’? In che modo?

Sin dalla fondazione degli Stati Uniti a questa giornata di oggi, il progetto del Nuovo Ordine Mondiale è stato sostenuto dalla massoneria internazionale.

L’idea di una “Repubblica Democratica Universale” è stata lanciata da Ramsay, Gran Maestro della loggia francese, prima ancora che da Adam Weishaupt, nel 1741. La base fondamentale della Repubblica Universale sarebbe l’idea di tolleranza assoluta elevata a principio politico fondamentale, che ora è perfettamente in atto in questo periodo di tempo.

L’influenza della Massoneria nella presa del potere da parte del liberalismo e la costruzione dello stato democratico liberale è un fatto storico che non ho inventato, infatti, il rapporto tra la nascita della democrazia e dei partiti con la massoneria, era così grande che il docente di storia contemporanea presso l’Università di Vigo, Alberto Valín dice, nella sua tesi di dottorato, che “i partiti politici sono un’invenzione della Massoneria”.

Naturalmente questa teoria non contraddice la storia: Prima della Rivoluzione francese la gente di ogni paese, non era socialmente raggruppata per colore o fazione politica, ma per appartenenza ad un sindacato o ad un’associazione professionale di mestieri, religione, etnia, ecc.

  • Quali sono le fasi di attuazione del Nuovo Ordine Mondiale?

La prima fase (1741-1919), prevedeva la distruzione degli imperi cristiani. Il primo a cadere fu l’Impero Spagnolo con l’emancipazione delle Americhe tra il 1823 e il 1898. Poi venne il turno dei tre imperi che scomparvero a causa della prima guerra mondiale: Impero Russo, Impero Tedesco e Impero Austro-Ungarico.

il 666 del CFR
il 666 del CFR

L’obbiettivo di questa prima fase è stato raggiunto attraverso un certo numero di organizzazioni internazionali. I Rothschild, i Rockeffeller e i Morgan, oltre a sponsorizzare il trattato di Versailles, misero a punto un piano strategico a lungo termine in tutto il mondo che portò alla creazione di un certo numero di organizzazioni internazionali: il Council of Foreign Relations (CFR) e la RIIA nel Regno Unito (Istituto di Relazioni Internazionali)

La seconda fase? La distruzione delle nazioni: dal 1919 ad oggi. Questa fase, a mio avviso avrebbe tre sotto-fasi corrispondenti ai “tre ordini mondiali” attuati nel ventesimo secolo:

La prima sotto-fase, 1919-1945, si è conclusa con la fine della Seconda Guerra Mondiale (Seconda Guerra Mondiale), che elimina le potenze europee dalla direzione del mondo, sostituite da due superpotenze con finalità internazionaliste (in un caso l’internazionalismo proletario e l’altro con la presunta democratizzazione universale).

La seconda sotto-fase è stata preparata a Yalta e Teheran. Questo “nuovo ordine mondiale” ha portato alla creazione delle Nazioni Unite nel campo della politica internazionale, mentre nella sfera economica ha portato alla conferenza di Bretton Woods, dove è stato istituito il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio con il compito di amministrare la pace dei vincitori della WW2 e standardizzare il dollaro.

Occupy-Bilderberg-2012

La fine si è avuta con la distruzione del mondo USSR quando coloro che gestiscono il mondo si sono resi conto che si doveva terminare l’esperimento comunista e promuovere la caduta della superpotenza sovietica.

In questa fase è stato fondato, nel 1954, il Club Bilderberg, che riunisce esponenti del mondo della politica e dell’economia del mondo occidentale e dei direttori di potenti organizzazioni internazionali come la NATO o il FMI.

La terza sottofase, il “Terzo Ordine Mondiale”, è nato con la caduta del muro è, quindi, la copertura degli Stati Uniti a potenza mondiale con la caduta dell’Unione Sovietica.

In questa fase, i governanti del popolo, hanno sperimentato (come dice Salbuchi) il modo migliore per controllare le persone con la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la televisione.

Inoltre, per raggiungere la fase attuale della globalizzazione, era necessario che una delle due superpotenze scomparisse. La superpotenza superstite è diventata la forza trainante della globalizzazione, com’è stato. In questo “Terzo Ordine Mondiale” ha guadagnando maggior rilievo il Club Bilderberg.

Nella terza fase abbiamo la distruzione della famiglia e il principio di autorità nella società avviati dalla rivoluzione sociale degli anni Sessanta, i Beatles, il movimento hippy, pacifismo, il femminismo, il liberalismo e maggio ’68.

In quarto luogo, con l’istituzione di una singola potenza mondiale dal 1999, si è creata la tirannia universale, con un unico leader, identificato da alcune persone religiose come l’Anticristo, un parlamento internazionale unico, un unico esercito, ecc.

Un presupposto fondamentale per questi quattro obiettivi era l’attacco, ancora in corso, contro la religione cattolica che ha avuto inizio quando Voltarie ha lanciato il suo proclama: “Ecrasez l’infame”.

Il significato è: “Schiacciate l’infame”, “Schiacciate l’orrore” oppure, quello che preferisco, “dagli alla canaglia.” Secondo un recente biografo, Ian Davidson, con questa frase Voltaire si riferiva “alla superstizione, alla repressione teologica, ai Gesuiti, ai monaci, ai fanatici regicidi, e a ogni forma di inquisizione; in breve a tutti gli aspetti negativi che nascevano dall’oscura alleanza fra la Chiesa Cattolica e lo Stato francese.” Nel 19esimo secolo la frase è riuscita a compiere la sua missione, non solo in Francia ma in tutto l’Occidente, dove i poteri di Chiesa e Stato sono stati separati. I motivi sono più che validi, senza un chiara e robusta separazione i due poteri, fra loro uniti, non possono fare altro che corrompersi e diventare i tiranni, in nome di un “potere più alto”, e non i servitori del popolo.

  • A che punto siamo ora?

Purtroppo siamo già più di 40 anni nella terza fase e siamo entrati nella quarta grazie al precipitare degli avvenimenti della fine del secolo scorso e l’inizio di quello in corso, che comprende la guerra in Iraq, l’attentato alle torri gemelle, la primavera araba, le guerre in Afghanistan.

Il punto di passaggio alla quarta fase, a mio parere, c’è stato con gli eventi che hanno messo fine all’Unione Sovietica (la Perestroika 1987, la caduta di Gorbaciov, del muro di Berlino nel 1989, l’insediamento Knockdown dell’URSS nel 1991, il ritiro dall’Afghanistan nel 1992). Anche la guerra del 1991 avrebbe segnato la svolta ed il passaggio da un mondo bipolare (USA-URSS) ad uno unipolare guidato dagli Stati Uniti.

Luis Zapater

La data di inizio di questa quarta fase potrebbe essere il 24 marzo 1999, data di inizio dei bombardamenti della NATO contro la Serbia, che corrisponde alla comparsa di un mese dopo, il 24 Aprile 1999 in una riunione del Consiglio Atlantico a Washington, del documento intitolato “Nuovo Concetto Strategico della NATO”, in cui ci sono cambiamenti significativi al sistema e scopo dell’organizzazione originale, stabilendo per la prima volta un approccio globale alla sicurezza, “a che fare con il terrorismo internazionale, conflitti etnici, stagnazione economica e oppressione politica”.

Ciò significa che, contro tutti gli ex ordini internazionali, contro il diritto internazionale, la NATO ha il diritto, completamente autogarantito, d’intervenire in qualunque momento e in qualsiasi parte del mondo.

La NATO ha assunto la funzione di polizia universale: “Dato che le forze della NATO potrebbero essere costrette ad operare al di fuori dei confini della NATO, bisogna essere pronti ad intervenire al di là di quei confini”, con o senza il sostegno delle Nazioni Unite.

Inoltre, nella guerra del 1999 contro la Serbia, i membri della NATO hanno mostrato di avere a cuore, soprattutto il conseguimento degli interessi delle potenze anglosassoni (USA e il Regno Unito di Gran Bretagna), ma possono ledere gli interessi geostrategici degli altri paesi europei della NATO, come è successo con l’istituzione, grazie alla sconfitta della Serbia – Kosovo, di uno stato musulmano nel cuore dell’Europa.

Si ricorda che la globalizzazione non è solo un’interdipendenza globale dell’economia e della comunicazione, ma piuttosto una società mondiale culturalmente più omogenea, con i valori della “cultura occidentale”.

Con la globalizzazione non solo si cerca di estendere la cultura occidentale, ma anche la controcultura: matrimoni tra gay, aborto libero, disobbedienza, attacco al principio di autorità, disprezzo contro la religione.

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Le Femen, tanto di moda in questi giorni, sono un buon esempio di attivismo proveniente dalla globalizzazione.

  • Pensi che il Nuovo Ordine Mondiale vincerà, oppure il piano di dominazione del mondo è destinato a fallire?

Nel breve-medio termine, l’agenda continuerà e prevede l’inizio di una III° Guerra Mondiale: conflitto internazionale in Siria, Iran o Corea del Nord.

Per fortuna la Russia ci ha salvato da questa situazione nel mese di ottobre di quest’anno (2013 ndr), ma succeda o no, la natura non permetterà che il mondo sia governato dal male in una spirale di caos a tempo indeterminato.

Per ora, pur avendo il più alto potere distruttivo di tutta la storia dell’umanità, hanno sollevato l’opposizione di oltre un terzo della popolazione europea che non si rassegna a sparire e che essi chiamano “società intollerante”.

Fonte: blog.luniversovibra.com

Un Governo federale per lo sviluppo

In questa fase di crescente disordine internazionale, nuove e pesanti responsabilità incombono sull’Europa dopo la Brexit e l’elezione di Trump, con i rischi che gravano sul futuro dell’Unione e il probabile ritiro della protezione americana, e con l’incapacità dei paesi europei di garantire un controllo efficace del terrorismo e di gestire in modo adeguato il flusso dei migranti. Alla fine del Consiglio europeo di Bratislava del 16 settembre scorso, una solenne dichiarazione impegnava i 27 paesi membri dell’Unione ad avviare subito la produzione di beni pubblici fondamentali, con particolare riguardo a: 1) politica migratoria “per assicurare il pieno controllo dei confini esterni” e per garantire “la libera circolazione prevista dagli accordi di Schengen”; 2) la sicurezza interna, per una maggiore efficienza nella lotta contro il terrorismo; 3) la sicurezza esterna “per rafforzare la cooperazione tra i sistemi nazionali di difesa”. Questi propositi dovrebbero concretizzarsi nella riunione di Roma del 25 marzo prossimo, in occasione della celebrazione dei 60 anni dei Trattati fondativi dell’Unione. Ma al momento non si vedono sviluppi di questi impegni, e sarebbe opportuno che il governo Gentiloni si facesse carico di arrivare a questo appuntamento con la proposta di una precisa roadmap per dare attuazione a questi obiettivi.

Per soddisfare questi nuovi compiti è ineludibile una profonda riforma della struttura del bilancio dell’Unione. Presentando in un intervista a Il Sole-24 Ore il suo Rapporto su Future Financing of the EU,  il Presidente Monti afferma con forza che “per legittimare l’idea di una riforma delle risorse proprie è necessario rivedere la struttura della spesa. In un contesto di bilancio redistributivo come quello attuale, il metro di giudizio è il giusto ritorno. Invece se l’obiettivo diventa la produzione di beni e servizi a livello europeo che i nostri cittadini aspettano in campi quali la sicurezza o l’immigrazione, allora è necessario dare capacità all’Unione di erogare questi servizi”. Si tratta di un punto decisivo per avviare un processo che deve portare nel tempo al riconoscimento di un potere fiscale in capo all’Unione. E a questa riforma dovrebbe accompagnarsi una nuova struttura istituzionale, che riconosca il ruolo del Parlamento e della Commissione – insieme al Consiglio – nell’elaborazione della politica fiscale, anche perché risorse addizionali sono necessarie per avviare una nuova fase di crescita compatibile con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (non solo ambientale, ma anche – e soprattutto – economico e sociale), con le sfide del processo di globalizzazione e con la dinamica travolgente dell’innovazione tecnologica.

Dal punto di vista ambientale, la riunione a Marrakech della COP22 non ha realizzato significativi passi in avanti rispetto all’Accordo sul Clima di Parigi, anche per l’atteggiamento passivo assunto dalla delegazione americana a seguito dell’elezione di  Trump, noto per le sue posizione negazioniste rispetto all’impatto del fattore antropico sui cambiamenti climatici. Ma, al di là di questi impegni internazionali, l’Europa deve comunque impegnarsi attivamente nel processo di decarbonizzazione del sistema economico per gli effetti positivi che lo sviluppo della produzione di energie rinnovabili può esercitare non soltanto sulle condizioni ambientali, ma altresì sulla crescita di un settore – quello energetico – che rappresenta un elemento decisivo per l’avvio di una nuova fase di sviluppo dell’economia europea, caratterizzata da innovazione, progresso scientifico e aumento dell’occupazione.

Nella stessa prospettiva all’Europa si richiede di promuovere gli sforzi per sostenere i processi di innovazione e di sviluppo della scienza, attraverso una politica industriale finalizzata a un rafforzamento del processo di Manifattura 4.0, che rappresenta un’evoluzione in atto dei processi produttivi attraverso l’applicazione di Internet e delle nuove tecnologie informatiche ai sistemi produttivi. A questo fine, un incremento della dotazione di fondi dello European Research Council, da un lato, e il sostegno a iniziative industriali innovative nei settori ad alta tecnologia attraverso la creazione di imprese federali europee – come è stato in passato il caso di Airbus e di Galileo – rappresentano la chiave di volta per accrescere la produttività e, quindi, la capacità di competere sui mercati globali dell’industria europea.

Dal punto di vista sociale, è un fatto che la lenta ripresa della crescita dell’economia europea non è stata finora accompagnata da un freno all’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, in particolare, a una riduzione della povertà. Un passo significativo per l’Europa sul terreno della lotta alla povertà potrebbe essere rappresentato dal riconoscimento di un diritto soggettivo a ricevere un trasferimento monetario per chi è privo di un reddito sufficiente a conseguire un livello di vita accettabile. Un’iniziativa europea per un Social Compact che preveda la generalizzazione di forme incisive d’intervento, con la definizione di un reddito minimo fondato sul principio di un universalismo selettivo, subordinato alla prova dei mezzi e alla disponibilità dei beneficiari di soddisfare precisi impegni in termini di ricerca di un lavoro, e finalizzato a contrastare il rischio di povertà, sarebbe giustificata sul piano dell’equità sociale e favorirebbe una crescita della fiducia dei cittadini nei confronti dell’Unione.

Ma per ottenere dalla classe politica decisioni positive per avanzare su tutti questi fronti è necessaria una partecipazione attiva dell’opinione pubblica europea. E’ quanto si propongono i federalisti con la mobilitazione programmata per il 25 marzo a Roma. Ancora una volta ognuno di noi ha la possibilità di dare il suo contributo prendendo parte alle manifestazioni organizzate dalle diverse componenti della forza federalista perché, come sempre, “fare l’Europa dipende anche da te”.

L’Unità Europea Roma, 25 marzo 2017: una svolta per l’Europa federale

L’Europa vive momenti particolarmente difficili su tutti i fronti della politica e dell’economia. E’ ormai in dubbio la sopravvivenza di istituzioni e strumenti comuni costruiti in sessant’anni di vita europea.
Ma, a fronte di questo pericolo, accresciuto dall’ascesa dei movimenti di opinione favorevoli ad un ritorno a chiusure nazionali e allo smantellamento dell’Europa, sta maturando anche una maggiore consapevolezza della necessità di rilanciare la costruzione europea sul terreno politico, sia da parte di alcuni governi e forze politiche nazionali, sia nel Parlamento europeo e nella Commissione europea, oltre che nella BCE. Una consapevolezza che dovrebbe però riuscire rapidamente a tradursi in iniziative ed atti politici per dotare l’Europa delle istituzioni sovranazionali necessarie per essere più efficace, democratica e capace d’agire. Invece mancano tuttora la volontà ed il coraggio di assumersi questa responsabilità da parte dei capi di Stato e di governo. Per questo è vitale, oggi ancor più che in passato, il ruolo che possono giocare i federalisti europei a tutti i livelli, come pure coloro che si dichiarano europeisti, per promuovere un cambiamento dei trattati in senso federale in tempi certi, con una prospettiva politica chiara e coinvolgendo i cittadini nelle scelte. Nei prossimi mesi questo ruolo d’iniziativa potrà e dovrà essere esercitato su due importanti fronti.

Il primo di questi fronti è quello politico-culturale, che ha avuto nuovi sviluppi dopo il rilancio, su scala mediatica ed internazionale, per quanto simbolico finora, degli obiettivi indicati dal Manifesto di Ventotene. A questo hanno senza dubbio contribuito le iniziative promosse dall’Italia, con il vertice Merkel-Hollande-Renzi a Ventotene e l’iniziativa, ancora in fase di sviluppo, della Presidente Boldrini nei confronti dei Presidenti delle Camere degli altri paesi dell’UE. Certo, come alcuni paventano, ci potrà essere il rischio che tali iniziative non siano all’altezza, o addirittura si tenti di strumentalizzare il progetto nato a Ventotene. Ma il simbolo che l’isola ormai rappresenta storicamente, culturalmente e politicamente, difficilmente potrà essere banalizzato. E il messaggio che evoca – la possibilità e la necessità storica di costruire la federazione europea – era e resta troppo chiaro per essere sminuito. Chi va o si richiama alla “Mecca” di Ventotene, volente o nolente, paga un tributo al federalismo europeo. Il risultato immediato è innanzitutto che l’obiettivo della federazione, viene riportato nel dibattito politico europeo. Per questo, chi, come il MFE e le organizzazioni europeiste, opera da sempre per il superamento della sovranità nazionale attraverso la realizzazione di un’unione federale, ha in questa fase il dovere di battersi affinché questo tema resti al centro della lotta politica, e diventi l’obiettivo prioritario rispetto agli altri temi politici e sociali: solo così si potrà contribuire a sconfiggere le spinte distruttive euroscettiche e populiste. Altrimenti, se ci si limiterà a rivendicare la costruzione di ulteriori strumenti e mezzi tecnici europei, ulteriori soluzioni amministrative e politiche comuni, si ricadrà nelle contraddizioni che hanno alimentato la disaffezione dell’opinione pubblica, anche di quella più favorevole all’unità europea. Come aveva ben compreso a suo tempo anche Alcide De Gasperi, nei momenti cruciali della vita politica europea occorre andare al di là delle pur necessarie soluzioni temporanee. “La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici [europei, ndr], le soluzioni amministrative”, spiegava De Gasperi nel 1951, “sono senza dubbio necessarie: e noi dobbiamo essere grati a coloro che se ne assumono il compito. Queste costruzioni formano la armatura: rappresentano ciò che le scheletro rappresenta per il corpo umano. Ma non corriamo il rischio che si decompongano se un soffio vitale non vi penetri per vivificarle oggi stesso? Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si precisino e si animino in una sintesi superiore — non rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale? Tutto ciò potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero. In questo caso le nuove generazioni, prese dalla spinta più ardente del loro sangue e della loro terra, guarderebbero alla costruzione europea come ad uno strumento di imbarazzo ed oppressione. In questo caso il pericolo di involuzione è evidente. Ecco perché, pure avendo una coscienza chiara della necessità di creare la costruzione, noi giudichiamo che in nessun momento bisognerà agire e costruire in maniera che il fine politico da raggiungere non risulti chiaro, determinato e garantito” (La politica europea: discorso di Alcide De Gasperi all’Assemblea del Consiglio d’Europa  – Strasburgo, 10 dicembre 1951). Queste parole suonano particolarmente attuali oggi. Per troppo tempo ci si è illusi – o si è deliberatamente scelto – di poter trattare il problema della costruzione europea sul piano dell’amministrazione dell’esistente e non su quello della creazione di un nuovo sistema di potere. I pericoli di involuzione paventati da De Gasperi, non a caso ben presenti nel Manifesto di Ventotene con il richiamo al rischio del ritorno delle aporie del passato, è ormai concreto: per questo tenere la barra della costruzione europea ben ferma sul fine politico diventa il fattore decisivo per non naufragare. E bisogna tenerla ferma proprio utilizzando le analisi di Mario Albertini e Francesco Rossolillo per inquadrare e orientare il dibattito sui temi della crisi dello Stato nazionale, della formazione di una nuova sovranità e del popolo europeo, nonché sul senso dell’azione politica in momenti rivoluzionari come quello che stiamo vivendo.

Il secondo fronte è rappresentato dalla necessità di una mobilitazione dei cittadini per l’Europa. Negli ultimi anni, a seguito delle diverse crisi, è stato facile da parte di alcune formazioni politiche e leader cavalcare l’antieuropeismo per guadagnare voti e consensi a livello nazionale. Ma l’antieuropeismo non ha alcun piano credibile per fronteggiare le sfide della globalizzazione, dei flussi migratori, della sicurezza interna ed esterna all’Europa e le molteplici crisi confermano quotidianamente che gli Stati nazionali non sono più i punti di riferimento delle politiche e dei valori su cui si è fondata la convivenza civile ed il progresso. Se non si farà l’Europa, non rinasceranno le nazioni europee, ma gli stessi Stati nazionali saranno condannati alla dissoluzione e alla perdita d’identità nell’anarchia. D’altra parte, l’Europa si potrà fare soltanto nella misura in cui verrà superata la sovranità nazionale in campi cruciali come quello della fiscalità, della politica economica, della sicurezza interna ed esterna.

Questo è dunque il momento, per chi vuole davvero l’Europa, di far sentire la propria voce, e di mostrare che è ancora maggioranza in questo continente. È il momento di un salutare shock popolare pro-europeo, di una mobilitazione di tutte le forze ed istituzioni a cui sta a cuore il destino del nostro continente. L’occasione è rappresentata dal 60° anniversario del Trattato di Roma, il 25 marzo 2017, a Roma, ormai indicato da molti attori politici come una scadenza spartiacque nella politica europea (si veda in proposito la lettera inviata alle sezioni ed ai militanti, riproposta a pag. 4).
E’ con la consapevolezza di poter e dover giocare un ruolo politico importante nei prossimi mesi per fare davvero l’Europa, e di poterlo e doverlo giocare su un punto decisivo – quello del superamento della forma e dimensione nazionale dello Stato – che il MFE affronta questa nuova fase della Campagna per la Federazione europea, a partire dall’attività da svolgere a livello locale, attraverso i Comitati e le iniziative per l’Europa.
Sul terreno della propaganda, si tratta di tradurre in termini europei (e di sfidare anche i leader e le forze politiche e sociali a farlo) slogan e programmi che non hanno alcuna possibilità di riuscita se restano nei limiti nazionali. Il “Wir schaffen, das”, pronunciato dalla Cancelliera Merkel acquista un senso innovatore solo se riferito ad un progetto politico europeo. Il motto di Macron “En marche” o si riferisce all’Europa oppure è un déjà vunazionale. “Yes, we can”, va declinato in funzione europea. Senza dimenticare che, proprio perché l’Europa non cade dal cielo, dipende anche da tutti noi contribuire a fare l’Europa.

Franco Spoltore