Commissione Ue: “Migranti irreperibili? Italia poteva trattenerli”

La portavoce Tove Ernst: “Siamo stati chiari nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare lʼidentificazione per impedire che spariscano”

C_2_articolo_3161772_upiImagepp

Commissione Ue: “Migranti irreperibili? Italia poteva trattenerli”
I 50 migranti sbarcati dalla nave Diciotti che risultano irreperibili dopo il trasferimento nel centro di Rocca di Papa (Roma) “potevano essere trattenuti in centri di detenzione per evitarne la fuga”. Lo ha detto la portavoce della Commissione Ue per l’Immigrazione, Tove Ernst. “Siamo stati chiari nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare l’identificazione dei migranti e per impedire che spariscano”, ha aggiunto.

La portavoce ha quindi precisato: “Abbiamo chiesto a tutti gli Stati membri, inclusa l’Italia, di fornire centri di accoglienza adeguati, che comprendano la detenzione. Quando si tratta di impedire che le persone si nascondano, è possibile trattenerle in detenzione, anche nel caso in cui abbiano ricevuto un ordine di rimpatrio o durante le procedure di asilo, al fine di condurle a termine. Abbiamo chiesto agli Stati membri di farlo, anche all’Italia”.

Advertisements

RETROSCENA/ Caos migranti, pronto un governo tecnico con l’aiuto di Berlusconi

silvio_berlusconi_zoom10_lapresse_2017_thumb660x453

Gianni Letta da giorni è in costante contatto con il colle più alto. Nessuno più del gran cerimoniere di Berlusconi capisce i vantaggi che possono derivare dalla strategia del presidente della Repubblica volta a mettere fuori gioco Matteo Salvini e la sua “No way” ai flussi migratori irregolari.

Fico nelle mani di Mattarella come Fini lo fu in quelle di Napolitano? È uno scenario possibile e questa volta Forza Italia è decisa a sfruttarlo piuttosto che subirlo. Soffia quindi sul fuoco della divisione tra Di Maio e Salvini, sapendo che dal Quirinale ci sarà fuoco di copertura specie ai primi di settembre, in coincidenza con gli attacchi speculativi sui mercati.

Eppure ci sarebbe un modo con cui Salvini potrebbe volgere a suo favore la partita: chiedere all’intero governo di sostenere una sua richiesta di convocazione del Consiglio supremo di difesa, presieduto per definizione dal Presidente della Repubblica, al fine di deliberare il blocco navale sul modello applicato dall’Australia recentemente. Per il blocco navale con l’impiego della Marina militare e non della Guardia costiera deve riunirsi infatti il Consiglio supremo di difesa, aperto anche al Ministro dell’Interno. Questi può emettere un provvedimento che scaturisce da un Comitato nazionale per l’ordine e sicurezza pubblica che stabilisca condizioni o restrizioni di accesso alle acque territoriali, ma per un blocco navale che presuppone l’impiego della Marina a ridosso dei confini marittimi e per interdire l’accesso alle acque territoriali, la strada è un’altra: il Governo riunito chiede al Capo dello Stato la riunione urgente del Consiglio supremo di difesa motivandola per sicurezza nazionale.

Salvini può insomma muoversi da solo per la disciplina delle acque interne, ma per un blocco navale vero e proprio, no. Ma con questa mossa stanerebbe i 5 Stelle: in quel tipo di riunione è prevista infatti anche la presenza di Conte e Di Maio, e li obbligherebbe a schierarsi con lui compatti nel braccio di ferro con il Quirinale.

Il blocco navale è un’operazione “tipicamente” militare e prevista tra le misure atte a garantire la sicurezza internazionale, se attuate ex art. 42 dello Statuto delle Nazioni Unite da uno Stato che deve dimostrare l’esistenza di una minaccia per poter ottenere il riconoscimento di misura legittima da parte della Comunità internazionale. Al di fuori di questi termini ogni decisione unilaterale del solo ministro, peraltro dell’Interno e non della Difesa, rischia di trovarsi scoperta.

Questa soluzione è l’unica che può garantire la sopravvivenza del leader leghista. In alternativa, Salvini deve prepararsi alle dimissioni ad effetto, con conseguente tentativo di elezioni anticipate.

Ed eccoci tornati a Gianni Letta, pronto a rassicurare Mattarella che in quel caso Forza Italia sosterrà un qualsivoglia governo, meglio tecnico, pronto ad allungare il brodo della legislatura. E la vita politica del vecchio Silvio.

Diciotti, il report della Guardia costiera: “Una ‘nave fantasma’ maltese ha portato il barcone verso la zona Sar italiana”

Il 15 agosto il “Rescue Coordination Center” de La Valletta comunica di aver individuato un’imbarcazione con 190 migranti nelle proprie acque. Il giorno successivo interviene la Guardia Costiera italiana, ma quando i migranti vengono raggiunti dal pattugliatore, non sono soli: poco lontano vi sarebbe un’imbarcazione in “darkness asset” (con il transponder spento) che al momento resta non identificata
di Francesca Ronchin | 24 agosto 2018

Dall’intervento di Malta all’attivazione della Guardia Costiera Italiana, la cronaca delle prime ore del caso della nave Diciotti, il pattugliatore italiano da tre giorni bloccata nel porto di Catania con 150 migranti a bordo, secondo il report inviato a Malta dalle Guardia Costiera Italiana.

15 agosto 2018

La prima comunicazione arriva da Malta
Ore 08.53: l’RCC (Rescue Coordination Center) di Malta tramite email comunica di occuparsi del coordinamento dell’evento SAR (ricerca e soccorso) in acque maltesi. L’evento SAR riguarda l’individuazione dell’imbarcazione con a bordo 190 migranti.
Ore 15.47: Malta fa sapere di aver provveduto a rifornire la barca con a bordo i migranti di acqua, viveri e giubbotti di salvataggio, facendo intendere di trovarsi di fronte ad una chiara situazione SAR.
Ore 19.09: dello stesso giorno, un velivolo di Eunavformed fotografa dall’alto due motovedette e un gommone vicini ad una barca in difficoltà.
Ore 19.32: un secondo velivolo militare italiano individua in mare due imbarcazioni tra cui la motovedetta maltese P52 e un altro mezzo non identificato. La barca con a bordo i migranti non è visibile perché si troverebbe dietro la P52. Quando avviene l’avvistamento i migranti si trovano alle coordinate: 35° 15’N 013°39’E, a metà strada tra Malta e Lampedusa. (immagine A)

A-evento-SAR-malta-15.8.18-2

16 agosto 2018

Scatta l’intervento della Guardia Costiera italiana
Ore 03.07: l’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma, riceve una telefonata da un’imbarcazione in avaria. L’SOS arriva tramite Thuraya, telefono satellitare che permette la localizzazione precisa del punto da cui si chiama.

L’IMRCC riceve una seconda telefonata dalla barca in avaria. Secondo quanto specificato dal Ministero dei Trasporti, la barca si trova a meno di 4 miglia dall’area SAR italiana. A questo punto Roma non è informata di dove si trovi esattamente la motovedetta P52 maltese.
Ore 03.20: l’IMRCC di Roma informa l’RCC di Malta che l’imbarcazione versa in condizioni critiche ed esprime l’intenzione di fornire assistenza e decide di attivare unità della Guardia Costiera poste all’interno dell’area SAR italiana.
Ore 03.40: le motovedette italiana CP324 e CP305 intercettano l’imbarcazione e traggono in salvo 190 migranti. L’operazione avviene alle coordinate: 35° 23,3 N 012°55,6 E, vicino a Lampedusa ma sempre in regione SAR maltese. (immagine B)

B-soccorso-ITALIANO-16.8.18-2

La Guardia Costiera rileva la presenza di un’imbarcazione non identificata in “darkness asset” (presumibilmente la motovedetta maltese, con trasponder spento).

Ore 08.20: i migranti vengono trasferiti sulla Diciotti CP 941. L’imbarcazione dei migranti viene descritta come troppo carica e in condizioni critiche evidenti e imbarca a acqua a causa delle condizioni atmosferiche.

Tredici persone vengono fatte sbarcare a Lampedusa per motivi di salute. L’IMRCC di Roma chiede a Malta di individuare un POS (place of safety) così da poter far sbarcare i restanti 177 migranti. La Guardia Costiera motiva la richiesta a Malta sulla base dei seguenti elementi:1) il salvataggio è stato fatto in acque di competenza SAR di Malta; 2) era stata proprio Malta a rivendicare il coordinamento dell’evento SAR il 15 agosto alle ore 08.53.

La risposta di Malta
Nella mail che Malta invia in risposta alla richiesta dell’Italia di un POS a Malta, l’RCC di Malta scrive: “Qualsiasi interferenza nelle operazioni di SAR di un altro Stato, quando l’operazione era sotto stretto monitoraggio e controllo, è un’interferenza”. Non solo, Malta scrive che l’imbarcazione stava viaggiando in modo tranquillo, che non aveva problemi di avaria o altro e che i migranti rifiutano l’aiuto dei maltesi. A quel punto Malta accusa l’Italia di dire falsità in merito al fatto che i migranti avessero contattato l’IMRCC di Roma comunicando di essere in avaria. Ma secondo il Ministero dei Trasporti, se Malta parla di “interferenza”, non considera un barcone che sta per affondare come un evento SAR. Eppure era stato lo stesso RCC di Malta nella corrispondenza del 15 agosto a parlare di “evento SAR”.

Punti oscuri
Nella mail di risposta, Malta non usa toni pacati e accusa l’Italia di aver fatto scattare l’evento SAR, e quindi il soccorso, al puro scopo di impedire il passaggio dei migranti in acque di competenza italiana. Dal momento in cui viene intercettata dai maltesi (immagine A) a quello in cui viene raggiunta dalla Guardia Costiera Italiana (immagine B), la barca dei migranti evidenzia un deciso cambiamento di rotta verso il versante orientale che interseca perfettamente una rotta di intercetto per l’isola di Lampedusa.
La versione dei migranti
A completare il quadro le dichiarazioni che i migranti trasportati presso le strutture sanitarie di Lampedusa e Porto Empedocle hanno rilasciato agli investigatori italiani come riportato da un appunto del Viminale datato 20 agosto. Va notato che nell’appunto si notano alcune discrepanze rispetto a quanto riportato dalla Guardia Costiera a partire dalla data dell’intervento maltese che i migranti, verosimilmente provati dalle lunghe ore di viaggio in mare, datano al 14 anziché al 15 agosto. Secondo quanto riferito dai migranti, i soccorritori maltesi fanno intendere di scortarli verso Lampedusa.

Nel corso della navigazione il natante dei migranti inizia ad imbarcare acqua ma a quel punto l’imbarcazione dei sedicenti maltesi avrebbe già invertito la rotta abbandonandoli al loro destino. Anche qui, diversa la versione della Guardia Costiera Italiana che sempre nel report inviato a Malta, fa notare che quando i migranti vengono raggiunti dalla Diciotti, non sono soli. Poco lontano vi sarebbe un’imbarcazione ma in “darkness asset” e che al momento resta quindi non identificata.

Non identificata, perché?

Nave Diciotti e il Corpo delle Capitanerie di Porto

L’equivoco sulla Guardia Costiera suscitato dal trasbordo di migranti in zona SAR forse di Malta non è ammesso. È un corpo militare dipendente dalla Marina Militare, con dipendenze solo funzionali da una serie di ministeri, fra cui Trasporti,Ambiente, Beni Culturali, ecc…
A bordo della Diciotti ho chiesto al Comandante Massimo Kothmeier quale fosse il limite rispetto alle condizioni sulla nave. Mi ha risposto che il limite è stato superato da tempo. A lui va il nostro ringraziamento e l’impegno attivo contro comportamenti eversivi del Governo.

DlWBVz1XcAEkeJq

Il comandante di nave Diciotti è intervenuto in una intervista, sostituendosi alla catena gerarchica e ha detto:
“Quante panzane sulla mia nave Diciotti ”
🔹A Bordo NON acevamo BAMBINI
🔹NON c’è emergenza sanitaria
🔹Situazione più che soddisfacente
🔹I migranti mangiano menù equipaggio e stanno bene
🔹NON SI SENTONO SEQUESTRATI

DlWjWwxWsAApRGk

Il Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera è un Corpo della Marina Militare che svolge le funzioni attribuite dagli artt. 132, 134, 135, 136 e 137 del D. Lgs. 15.03.2010, n. 66, “Codice dell’Ordinamento Militare”. Il Corpo, dipende funzionalmente dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti per i compiti attribuiti a tale Dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti Dicasteri: Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare; Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali; Ministero dell’Interno; Ministero per i beni e le attività culturali; Dipartimento della protezione civile.
L’ampiezza e la varietà delle attività svolte, pongono le Capitanerie come organo di riferimento per le attività marittime e ne fanno un vero e proprio “sportello unico” nei rapporti con l’utenza del mare. Il Corpo si configura come una struttura altamente specialistica, sia sotto il profilo amministrativo che tecnico-operativo, per l’espletamento di funzioni pubbliche statali che si svolgono negli spazi marittimi di interesse nazionale.

FORMAZIONE: Gli ufficiali che entrano a far parte di questo Corpo, seguono un iter formativo incentrato sul corso di Laurea in Scienze del Governo e dell’Amministrazione del Mare. Al termine della formazione di base, essi frequentano numerose attività formative tra cui: Corso di Perfezionamento nel grado di S.T.V.; Corsi specialistici in materia di Sicurezza della Navigazione, Polizia Giudiziaria, Pesca Marittima, Ambiente Marino, Lingue estere, conduzione di mezzi aeronavali; Corso Pre-Comando nel grado di T.V.; Corso Normale di Stato Maggiore; Corso Superiore Interforze di Stato Maggiore; Seminario Pre-Comando per CC.FF./CC.VV..

IMPIEGO: Lo sviluppo della carriera porta l’Ufficiale CP a ricoprire l’incarico di “Comandante di porto” nelle sedi degli Uffici periferici dell’Amministrazione a cui esso è destinato in qualità di Comandante: Uffici Circondariali marittimi, Capitanerie di porto e Direzioni Marittime.
Gli Ufficiali CP possono essere inoltre impiegati per il Comando di mezzi aeronavali del Corpo (Velivoli / Unità Navali), Nuclei Subacquei, Nuclei Aerei e Sezioni Elicotteri.
Gli ufficiali sono destinati ad assolvere numerose funzioni legate ai compiti istituzionali del Corpo, tra cui:

ricerca e soccorso in mare (Search and Rescue);
sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port State Control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security;
protezione dell’ambiente marino, in rapporto di dipendenza funzionale dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, utilizzando sinergicamente a tal fine anche risorse (centrali operative, mezzi aereonavali, sistemi di controllo del traffico navale) già attivate per compiti di soccorso, sicurezza della navigazione e di polizia marittima;
controllo sulla pesca marittima, in rapporto di dipendenza funzionale con il Ministero per le politiche agricole alimentari e forestali; a tal fine l’Ufficiale effettua i controlli previsti dalla normativa nazionale e comunitaria sull’intera filiera di pesca;
controllo dei flussi migratori clandestini (in concorso con il Ministro dell’Interno);
tutela delle aree marine di interesse archeologico (in rapporto di dipendenza funzionale dal Ministero per i beni e le attività culturali);
gestione delle emergenze di protezione civile lungo le coste e in mare (in rapporto di dipendenza funzionale dal Dipartimento della protezione civile);
amministrazione in materia di iscrizione e formazione del personale marittimo, di iscrizione del naviglio mercantile e da pesca, di diporto nautico;
polizia marittima, comprendente la disciplina della navigazione marittima e la regolamentazione di eventi che si svolgono negli spazi marittimi soggetti alla sovranità nazionale, il controllo del traffico marittimo, la manovra delle navi e la sicurezza nei porti, le inchieste sui sinistri marittimi, il controllo del demanio marittimo, i collaudi e le ispezioni periodiche di depositi costieri e di altri impianti pericolosi.
Al vertice della carriera, gli ufficiali CP possono ricoprire l’incarico di Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto.

La legge anti-caporalato? La fece il fascismo nel 1926. E la abolì Badoglio

La Storia insegna: Passano i governi, chi fa e chi disfa e i problemi restano gli stessi. Oggi ci occupiamo del caporalato, ricordando le recenti vittime seppellite due volte dal ponte Morandi di Genova. A proposito, un secondo ponte di Morandi è chiuso da un anno ad Agrigento per problemi del cemento che vi fu impiegato.

LA LEGGE ANTI-CAPORALATO? LA FECE IL FASCISMO NEL 1926. E LA ABOLÌ BADOGLIO

Il “caporale” è la figura di intermediatore illegale tra latifondista e manodopera non specializzata. È una piaga presente da sempre, e in Italia si è saldata con la criminalità organizzata, soprattutto nel centrosud. La parola “caporalato” è tornata in questi giorni sotto i riflettori a causa degli incidenti che hanno visto coinvolti lavoratori stagionali stranieri in Puglia, ma è un male antico, un male “liberale”. Nel 2016 la Camera approvò la cosiddetta legge anti-caporalato, che però evidentemente non ha avuto effetto sul fenomeno, probabilmente a causa degli scarsi controlli da parte delle autorità. La rivista e blog Italia coloniale però, diretta da Alberto Alpozzi, ci ricorda che il caporalato fu combattuto e sconfitto, come la mafia del resto, dal fascismo, che nel 1926 varò la legge 563, detta “legge sindacale”, perfezionata e modificata fino al 1938 con altre norme tese a “contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione”. Italia coloniale, nel pezzo a firma Maria Giovanna Depalma, ricorda anche che queste rivoluzionarie normative, inserite nel Codice corporativo e del lavoro fascista, valevano oltre che in Italia anche nelle colonie, cosa che contribuì ad abolire nell’Africa italiana la schiavitù e la servitù della gleba, fiorenti fino alla conquista da parte dell’Italia dell’Africa orientale.
Il caporalato era completamente scomparso
In particolare, racconta ancora l’Italia coloniale, due furono i provvedimenti più incisivi: “i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato”, provvedimenti non esistenti nella precedente legislazione liberale. Insomma, l’imprenditore poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi, dice ancora la rivista storica. In nessun caso l’imprenditore poteva assumere operai attarverso intermediatori privati, considerati dal fascismo né più né meno che parassiti sociali. Inoltre, ci dice l’Italia coloniale, le richieste di manodopera non potevano essere nominative ma numeriche, per evitare qualsiasi tipo di clientelismo. Se un lavoratore veniva licenziato senza motivo, poteva ricorrere alla Magistratura del Lavoro. Caporalato e mafia, quest’ultima grazie al prefetto Cesare Mori, furono bandire per qualche anno dall’Italia. Fino al settembre 1944, quando il governo Badoglio con il decreto 287 abolì tutte le leggi della Carte del Lavoro con le conseguenze che oggi ci troviamo a combattere.

Il commento:
Il fascismo diede voce ai reduci della guerra che volevano un’Italia all’altezza delle altre nazioni. Furono fatti passi da gigante, malgrado si chiedesse troppo alle nostre scarse risorse: ricordiamo l’IRI, l’assistenza alla Maternità, le bonifiche e non basterebbe una pagina. Sicuramente, non eravamo in grado di competere militarmente con le potenze mondiali e nemmeno tutti erano pronti a vincere o morire. Il fascismo cadde, prima di potersi evolvere, come la Costituzione della Repubblica Sociale avrebbe mostrato, tuttavia: “Abbiamo vissuto per almeno altri quaranta anni con le leggi del fascismo che ci hanno donato il miracolo economico del dopoguerra, l’assetto sociale e previdenziale la libertà di impresa, la tutela dell’ambiente e degli animali, il diritto alla salute ed a un corretta alimentazione, l’apprendimento culturale a livello umanistico e scientifico, la tutela della dignità del lavoro manuale nel campo agricolo ed artigianale”. I fatti sono fatti e non è nostalgia, ‘ché il passato non torna, anche se proprio i fattacci di questa Repubblica fanno dubitare della propensione degli italiani alla democrazia. Sia come sia, i nostri nonni seppero essere italiani.

FIRENZE 11 AGOSTO 1944 – 11 AGOSTO 2018

Firenze_1944_-_Partigiano_appostato_contro_franchi_tiratori.jpg

Gli atti finali del soldato italiano nella Seconda Guerra Mondiale in Italia sono stati tramandati in chiave assolutamente politica. Così, atti di patriottismo e di coraggio non possono essere letti se non appartengono alla parte vincente. Ho letto su OverBlog, perciò e ripropongo questa citazione di Sergio Fucito.

ob_add065_67f67ee6-5406-4d52-ba2e-232f5ae1c7b0

TRECENTO FRANCHI TIRATORI FASCISTI, ARROCCATI SU QUATTRO SUCCESSIVE LINEE DIFENSIVE, BLOCCANO L’ AVANZATA NEMICA SU FIRENZE E RITARDANO DI DUE SETTIMANE LA TOTALE OCCUPAZIONE DEL CAPOLUOGO TOSCANO RESTANDO QUASI TUTTI UCCISI.
TRA LORO C’ERANO ANCHE 60 RAGAZZE.

L’11 agosto 1944 Firenze venne occupata dall’invasore angloamericano perché era stata sguarnita dai nostri soldati che si stavano attestando su di una linea di fronte più a settentrione. Ma vi si resistette con caparbietà, con audacia e con onore. I franchi tiratori, immortalati anche grazie a La pelle di Curzio Malaparte, dimostrarono che la città di Pavolini, il capoluogo di quel Granducato di Toscana, come sarebbe stata definita la RSI per la grande partecipazione che la regione di Dante diede alla Repubblica, non sarebbe caduta senza colpo ferire. Centinaia di fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età spararono dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade, inchiodando al suolo il nemico e le bande partigiane al suo seguito. Giovani che si opposero dai tetti della città all’avanzata delle truppe Alleate e che avevano aderito alla RSI solo per una questione ideale e per salvaguardare l’onore dell’Italia già gravemente macchiato dall’onta dell’8 settembre 1943. Una scelta disinteressata, spesso presa nella consapevolezza che avrebbe significato morte certa, a guerra ormai irrimediabilmente compromessa.
Non avevano alcuna speranza di sopravvivenza perché, una volta presi, sarebbero stati fucilati. Gli ultimi soldati tedeschi ad abbandonare il capoluogo toscano provarono a convincere i franchi tiratori più vicini a mettersi in salvo con loro. “La consegna – risposero – è quella di morire sul posto”. E così fecero.


1402042493-partigiani-resistenza
Partigiani

La resistenza nera dei (non) vinti
In “Fascista da morire” di Maria Bernardi Guardi la rivolta di un cecchino fiorentino. Nel mito di Berto Ricci.

È l’agosto del 1944 e a Firenze si muore dal caldo, ma a uccidere per davvero sono le passioni. I liberatori e la resistenza antifascista hanno vinto, le gente applaude gli alleati e i partigiani.
Però c’è anche una resistenza fascista, per nulla convinta di essere dalla parte del torto: appostata sui tetti, spara addosso a chi sfila esultante. Sono i franchi tiratori, ribattezzati subito cecchini: trecento irriducibili, giovani e meno giovani, che magari a un capovolgimento delle sorti della guerra non ci credono, al duce tanto meno. Obbediscono ai loro istinti, alla loro rabbia, alla loro voglia di ribellione e soprattutto a una fiorentinissima strafottenza, combattendo con allegra disperazione fino all’ultima cartuccia.Mario, il protagonista del romanzo di Mario Bernardi Guardi (Fascista da morire, Mauro Pagliai Editore, pagg. 202, euro 13), è in attesa. Vuole andare sui tetti, combattere accanto a loro, sfidare la morte. E se la morte arriverà, pazienza, perché – in quel momento storico, per quella cultura – giovinezza, bellezza e morte diventano la stessa cosa. Accanto a lui c’è una ragazza, Toschina, quasi una bimba. Quindici anni, «Tutta bellina, con i suoi occhi, i suoi capelli, le sue belle puppe latte miele e rose, e le sue belle gambe dritte e snelle». In realtà Bernardi Guardi dà un nome a una bimba incontrata nel penultimo capitolo del romanzo di Curzio Malaparte, La pelle. Toschina è lì, tra i ragazzi fascisti – franchi tiratori, appunto – che se ne stanno seduti, indifferenti, insofferenti e impertinenti, sui gradini di Santa Maria Novella, in attesa di essere uccisi dai vincitori e nell’attesa mandandoli affanculo. Tanto, qual era il loro destino lo sapevano, e allora via, con la tigna a tutta forza. Del resto, la lezione di Berto Ricci, poeta e matematico fiorentino, un altro dei protagonisti del libro, ha tra i propri contrassegni proprio la tigna.La tigna è un modo tutto toscano (anche Bernardi Guardi è di quelle parti) per definire l’atteggiamento di chi non molla. Ricci, forse l’unica icona di fronte alla quale Indro Montanelli si è sempre inginocchiato, era passato dal nero degli anarchici a quello dei fascisti. E anche quando il fascismo in cui aveva creduto gli sembrò impossibile restò fedele all’idea del fascismo che aveva nella testa e nel cuore. Nel santo nome della tigna – dunque con cocciuta, generosa determinazione – Ricci va volontario in Africa e muore in Cirenaica, nel febbraio del ’41, colpito dalla mitraglia di un aereo inglese.Per Mario (quello del romanzo, ma credo anche per l’autore, che gli ha dato il suo stesso nome), Berto è vivo. Nel ragazzo sono vitalissimi i ricordi di quando andava a ripetizione a casa sua, insieme all’amico Gino, che morirà tra i cecchini di Santa Maria Novella. Berto è vivo, quel fascismo «immenso e rosso» (è la definizione data da Robert Brasillach, il fascista francese collabo, che verrà fucilato nel ’45) è il sogno che non muore di Mario che va a morire. È un’illusione tragica, gli dice Romano Bilenchi, già fascista rosso e penna all’arrabbiata dell’Universale, adesso comunista e capo partigiano. Romano vuol bene a Mario e ce la mette tutta per togliergli dal capo l’idea della bella morte. «Perché non vieni a costruire la nuova Italia, insieme a noi?», gli propone affettuoso. Mario risponde di no: «Gli altri sono peggio» dei fascisti, glielo ha detto Berto e lui ci crede. Gli «altri» per lui sono peggio perché l’Italia l’amano di meno, perché i loro errori saranno più brutti, più disastrosi. Mario, con accanto il fantasma di Berto – e altri morti, e altri vivi – non ci sta. Lui vuole andare sui tetti e sparare: «Noi si tira solo a chi si merita di morire: e son tanti». E anche lui si merita di morire.Giampaolo Pansa di quelle vicende se ne intende, ricordo il capitolo sui cecchini di Firenze nel suo I vinti non dimenticano (Rizzoli, 2010). Ebbene, Pansa ha definito il romanzo di Bernardi Guardi «un libro straordinario e disperato». A me sembra un bel libro, non so se disperato, ma certamente straordinario nel rendere, in ottima scrittura, la passione di quei ragazzi che scelsero per tigna la parte sbagliata. L’augurio da toscano buono che farei all’autore, è di passare immune dalle accuse di nostalgico offensore della Resistenza e di celebratore dei nazifascisti. L’augurio che gli faccio da toscano tignoso è che quelle accuse gli si rovescino addosso: pare non ci sia miglior mezzo per vendere un libro che tratta di fascisti e partigiani.@GBGuerri

01 ap_MGZOOM

Gli alleati attraversano Impruneta diretti a Firenze, 3 agosto 1944. (Ap Photo)

LA FAMIGLIA RENZI, LA RIFORMA ORLANDO: LA “NUOVA” PRESCRIZIONE E LE ALTRE MODIFICHE AL CODICE PENALE

Firenze, “i milioni per l’Africa sui conti del cognato di Renzi e dei fratelli”. L’inchiesta, resa nota nel 2016 da La Nazione, è nata da movimenti bancari anomali segnalati dalla Banca d’Italia e dai dubbi di Monika Jephcott quando era direttrice di Play Therapy ltd Londra, la casa madre. La donna manifestò ai pm dubbi su come impiegasse i soldi Play Therapy Africa. La società aveva intanto ricevuto circa 10 milioni di dollari di donazioni: secondo la procura ne avrebbe distratti oltre 6. Per questo il cognato di Renzi, Andrea Conticini, sposato con sua sorella Matilde, e i fratelli Alessandro e Luca sono indagati da due anni con l’accusa di riciclaggio e – solo Alessandro e Luca – anche di appropriazione indebita aggravata. I pm Luca Turco e Giuseppina Mione, in base alle rogatorie internazionali, hanno ricostruito l’entità e i giri delle somme dirottati prima sui conti personali e poi impiegate, sostengono, per investimenti immobiliari in Portogallo e in altri Paesi esteri.
Ora però ai pm serve una querela delle parti offese per continuare a indagare. Ma per la riforma Orlando indagine rischia lo stop perché la nuova legge prevede che il reato di appropriazione indebita sia procedibile solo per querela delle parti offese. Così, nelle scorse settimane, la procura ha dovuto fare una rogatoria verso Unicef, Fondazione Pulitzer e le altri parte offese spiegando la situazione e che, senza una loro denuncia, il procedimento non potrà andare avanti.

1. Il 14 giugno 2017 la Camera dei deputati ha definitivamente approvato con voto di fiducia la proposta di legge C. 4368 (nota anche come DDL Orlando), che modifica l’ordinamento penale, sia sostanziale sia processuale, nonché l’ordinamento penitenziario. La legge si compone di un articolo unico suddiviso in 95 commi. Ai sensi dell’ultimo comma l’entrata in vigore della riforma è fissata, salvo diverse previsioni ad hoc, al trentesimo giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Nel prosieguo verranno passate in rassegna le sole modifiche apportate al codice penale, che includono significative novità in materia di prescrizione, l’introduzione di una nuova causa estintiva del reato per condotte riparatorie, nonché l’inasprimento del trattamento sanzionatorio previsto per una serie di delitti. La legge contiene inoltre una serie di deleghe al Governo, accompagnate dalle rispettive direttrici, per l’emanazione di decreti legislativi in materia di “regime di procedibilità per taluni reati e delle misure di sicurezza personali e per il riordino di alcuni settori del codice penale” (comma 16 dell’articolo unico, che prende in considerazione anche la tematica delle REMS) e di “revisione della disciplina del casellario giudiziale” (comma 18).

Questa Rivista ha costantemente seguito, negli ultimi anni, l’evoluzione del dibattito relativo ai temi affrontati dalla riforma in esame, pubblicando numerosi contributi che il lettore trova ora elencati nella colonna di sinistra.

La riforma della prescrizione

2. La riforma della prescrizione del reato è dettata dai commi da 10 a 15 dell’articolo unico, che riscrivono parzialmente gli articoli dal 158 al 161 c.p. Vengono dunque interessate dalla riforma tutte le norme sulla prescrizione contenute nel codice penale, ad esclusione di quelle relative al “termine base” di cui art. 157 c.p. A questo proposito va ricordato che il Senato ha emendato il testo precedentemente licenziato dalla Camera, nel quale si prevedeva, tra l’altro, l’aumento della metà dei termini estintivi per i reati di corruzione per l’esercizio della funzione (art. 318 c.p.), corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.) e corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter c.p.).

Le nuove ipotesi di sospensione a seguito di condanna non definitiva (art. 159 commi 2 e 3 c.p.)

2.1. Concentrando subito l’attenzione sugli aspetti della riforma destinati ad avere il maggiore impatto nella prassi processuale quotidiana, va subito evidenziato come il legislatore abbia nella sostanza recepito il principale correttivo alla legge ex-Cirielli proposto dalla Commissione presieduta dal prof. Fiorella, istituita dal Ministro della Giustizia Paola Severino durante il Governo Monti. Allineandosi ad una critica condivisa da tutte le commissioni di riforma intervenute sulla prescrizione, la Commissione Fiorella riconosceva, nella sua relazione conclusiva (clicca qui per accedervi), le gravi disfunzioni della legge ex-Cirielli, specie laddove, «per effetto dell’aumento di un solo quarto del termine prescrizionale base in presenza di cause interruttive, concede alla giurisdizione un tempo estremamente limitato per giungere alla sentenza definitiva»; un tempo che nelle ipotesi dei delitti che si prescrivono in sei anni diviene addirittura «manifestamente insufficiente».

A differenza, peraltro, di precedenti Commissioni di riforma – aventi quale comune denominatore, pur nella diversità delle soluzioni concrete proposte, l’idea secondo cui la prescrizione del reato va tenuta distinta dalla ragionevole durata del processo, ciascuna rispondendo ad esigenze ben distinte – la Commissione Fiorella riteneva che «le ragioni della prescrizione ‘sostanziale’ non vengono del tutto meno una volta che sia avviato il processo», e ciò in quanto «continua ad avere un senso ben preciso l’idea che, man mano che ci si allontana dalla commissione del reato, sempre meno si giustifica la pena da un punto di vista general- e, soprattutto, special-preventivo». Inoltre, in considerazione del sovraccarico di procedimenti che affligge il sistema penale italiano, la Commissione riconosceva nella prescrizione «un fatto funzionale anche alla tutela della ragionevole durata del processo penale», in ragione della sua «funzione acceleratoria (analoga alla missione attribuita ai termini massimi di custodia cautelare)», specie laddove «[orienta] le cadenze del lavoro giudiziario in modo tale da evitare l’esito prescrizionale».

In coerenza con le premesse ora sinteticamente richiamate – e nel quadro di un organico ripensamento della complessiva disciplina della prescrizione che prevedeva, tra l’altro, anche l’allungamento dei termini base ex art. 157 c.p., modifica invece del tutto assente, come già evidenziato, nella riforma qui in esame – la Commissione Fiorella individuava, quale «architrave della riforma», «la previsione di due successive cause di sospensione della prescrizione legate, rispettivamente, al deposito della sentenza di condanna di primo e di secondo grado». L’idea di fondo era quella secondo cui «ad ogni riscontro processuale della fondatezza dell’ipotesi accusatoria corrisponde la necessità di bloccare almeno temporaneamente il decorso della prescrizione, così da assegnare alla giurisdizione un tempo ragionevole per compiere la verifica della correttezza della decisione nei gradi di impugnazione». Al riguardo, tenendo conto dei tempi medi di definizione dei giudizi in appello e in cassazione, il tempo massimo della sospensione veniva fissato in due anni dopo il deposito della sentenza di condanna di primo grado, e un anno dopo il deposito della sentenza di condanna in grado d’appello. Alle cause sospensive veniva dunque assegnata una funzione nuova e per certi versi antitetica al loro tradizionale fondamento: mentre infatti quest’ultimo è da ricondursi, come è noto, alla necessità di fermare le lancette della prescrizione durante le situazioni di forzata inattività della giurisdizione, secondo la proposta della Commissione Fiorella esse avrebbero dovuto garantire, durante lo svolgimento dei gradi di impugnazione, un giusto equilibrio tra ragionevole durata del processo e realizzazione della pretesa punitiva statale.

Sorvolando per ragioni di sintesi sugli ulteriori dettagli della proposta Fiorella, vediamo subito in che modo il legislatore ha oggi attuato queste linee guida nella riforma in esame. La novella è stata ottenuta introducendo, nell’art. 159 c.p., due nuove ipotesi di sospensione del corso della prescrizione (cfr. il comma 11 dell’articolo unico). In particolare, dopo al comma 1 dell’art. 159 c.p. (recante le attuali ipotesi di sospensione e parzialmente riscritto: v. infra, par. 2.2.), sono stati inseriti i seguenti nuovi commi 2 e 3:

“2. Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso nei seguenti casi:

1) dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di primo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi;

2) dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi.

3. I periodi di sospensione di cui al secondo comma sono computati ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha prosciolto l’imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne ha dichiarato la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis, del codice di procedura penale.”

Come risulta evidente, ai sensi del novellato art. 159 comma 2 le sentenze di condanna non definitive (anche se emesse in sede di rinvio) vengono elevate a causa di sospensione del decorso della prescrizione per il periodo intercorrente tra la scadenza del termine per il deposito delle motivazioni e la lettura del dispositivo della sentenza nel grado di giudizio successivo; fermo restando che tale periodo di sospensione può avere una durata massima di 18 mesi, oltre i quali la prescrizione ricomincia a decorrere, anche laddove il grado di giudizio successivo non sia ancora giunto a sentenza. Nessun effetto sospensivo è invece previsto a seguito di decreto penale di condanna.

Quanto alla durata massima della sospensione può subito osservarsi come, sebbene la durata massima complessiva dei periodi di sospensione coincida con quanto aveva ipotizzato la Commissione Fiorella (3 anni), il risultato è stato qui ottenuto assegnando la medesima durata ai due periodi (18 mesi ciascuno): ebbene, se si considera che la diversa soluzione avanzata dalla Commissione Fiorella (che come si ricorderà assegnava 2 anni all’appello ed 1 alla Cassazione) si giustificava in considerazione della dura media delle impugnazioni, si potrebbe intravedere il rischio che un tempo di 18 mesi non sia sufficiente a contrastare il fenomeno – notoriamente crescente (cfr. i dati ministeriali aggiornati al 2014, pp. 4, 5 e 7) – delle prescrizioni sopraggiunte in appello.

Passando al successivo comma 3 dell’art. 159 c.p., bisogna anzitutto considerare che esso fa riferimento ai “periodi di sospensione di cui al secondo comma”, dunque a situazioni nelle quali, almeno in prima battuta, la prescrizione è rimasta effettivamente sospesa in ragione della condanna dell’imputato. Rispetto a tali ipotesi il comma 3 stabilisce che, qualora all’esito del grado successivo di giudizio non si ripresenti la causa di sospensione (cioè l’imputato non sia condannato), anche il periodo di sospensione precedentemente maturato debba essere calcolato ai fini della prescrizione. Si potrebbe allora parlare di una causa sopravvenuta di perdita dell’efficacia sospensiva dei periodi in questione. Siffatta previsione, che non era contemplata nella proposta originaria della Commissione Fiorella, trova la sua ratio nel sopravvenuto venire meno delle ragioni che giustificavano la sospensione, ossia, come evidenziato, la necessità di accordare alla giurisdizione tempi supplementari per verificare la fondatezza della condanna pronunciata nel grado precedente (in questo senso si esprimeva anche la Relazione introduttiva al DDL n. 2798 del 23 dicembre 2014, p. 4, poi confluito con modifiche nel DDL qui in esame).

Dalla lettura congiunta dei novellati commi 2 e 3 dell’art. 159 c.p., in combinato con la disciplina dell’interruzione della prescrizione ex art. 160 c.p. (rimasta invariata, salva l’introduzione della nuova causa di interruzione dell’interrogatorio davanti alla PG su delega del PM di cui si dirà infra, sub par. 2.4) emergono prima facie i seguenti scenari.

All’esito del giudizio di primo grado, in caso di condanna dell’imputato la prescrizione si interrompe e ricomincia a decorrere daccapo esattamente come accadeva prima della riforma; la novità sta nel fatto che, a partire dalla scadenza del termine per il deposito delle motivazioni (dunque al massimo 90 giorni dopo il dispositivo, salvo le ipotesi di cui all’art. 544 co. 3 bis), inizia il periodo di sospensione di cui al novellato art. 159 comma 2, sospensione che si protrae fino alla lettura del dispositivo della sentenza d’appello (o comunque fino ad un massimo di 18 mesi dalla scadenza del termine per il deposito delle motivazioni di primo grado). La prescrizione ricomincia quindi a decorrere, fermi restando i termini massimi di cui all’art. 161 comma 2 c.p. (sui quali pure la riforma è intervenuta, rispetto ad alcune categorie di reati contro la PA: v. infra sub par. 2.4.). Nulla cambia, invece, in caso di proscioglimento dell’imputato: la prescrizione continua a decorrere nell’eventuale giudizio di appello, senza interruzione né sospensione.

All’esito del giudizio d’appello la riforma dispiega i propri effetti nelle seguenti ipotesi: a) in caso di proscioglimento, o dichiarazione di nullità con rinvio al giudice di primo grado (ex art. 604, co. 1, 4 e 5-bis c.p.p.), non solo non scatta alcuna nuova sospensione della prescrizione, ma, ai sensi dell’art. 159 comma 3, viene meno ex tunc anche l’eventuale sospensione precedentemente maturata: il che significa che il tempo trascorso tra il termine per il deposito delle motivazioni di primo grado e il dispositivo d’appello (o comunque un tempo pari a 18 mesi) torna ad essere rilevante per la maturazione della causa estintiva; b) in caso di condanna, invece, fermo restando che l’eventuale precedente parentesi sospensiva è salva, la prescrizione ricomincia nuovamente a decorrere ex art. 160 c.p. ed il suo decorso resta poi sospeso a partire dalla scadenza del termine fissato per il deposito delle motivazioni d’appello fino al dispositivo della sentenza di Cassazione (o finché siano trascorsi 18 mesi).

Per quanto infine riguarda l’esito del giudizio di cassazione, va detto anzitutto che ad esso non sono ricollegati ulteriori periodi di sospensione ai sensi del nuovo art. 159 comma 2, nemmeno nell’ipotesi di annullamento con rinvio della sentenza di proscioglimento. È però previsto, ai sensi dell’art. 159 comma 3 c.p. che, analogamente a quanto accade nel giudizio d’appello, in caso di sentenza favorevole all’imputato (sub specie di annullamento della sentenza di condanna o dichiarazione di nullità della stessa ex art. 604, co. 1, 4 e 5-bis c.p.p.) venga meno ex tunc l’effetto sospensivo precedentemente maturato. Ancorché la norma non chiarisca in modo esplicito se ad essere travolto sia soltanto il periodo sospensivo intercorso tra il giudizio d’appello e quello di cassazione oppure anche quello precedente tra giudizio di primo grado e appello (sempre che vi sia stato), a favore di questa seconda soluzione depongono la formulazione testuale del terzo comma (che richiama “i periodi di sospensione di cui al secondo comma”), nonché la ratio dell’istituto (il già ricordato sopravvenuto venire meno delle ragioni che giustificavano la sospensione).

I rapporti tra le due nuove ipotesi di sospensione e le ipotesi vigenti di cui al comma 1 sono regolati dal nuovo comma 4 dell’art. 159 c.p., ai sensi del quale “Se durante i termini di sospensione di cui al secondo comma si verifica un’ulteriore causa di sospensione di cui al primo comma, i termini sono prolungati per il periodo corrispondente”. Tale “sospensione nella sospensione” consente così di superare il termine massimo di 18 mesi fissato dal comma 2.

Le altre modifiche alla disciplina della prescrizione

2.2. Ultimata l’analisi della norma-chiave della riforma della prescrizione, non resta che passare brevemente in rassegna le altre novità introdotte in materia. Concludendo, anzitutto, l’esame del novellato art. 159 c.p., si segnalano le precisazioni aggiunte ai nn. 1) e 2) del comma 1 (sempre ad opera del comma 11 dell’articolo unico): ossia, rispettivamente, che in caso di “autorizzazione a procedere” la prescrizione è sospesa “dalla data del provvedimento con cui il pubblico ministero presenta la richiesta sino al giorno in cui l’autorità competente la accoglie” (disposizione precedentemente contenuta nel comma 2 dell’art. 159 c.p., ora sostituito dal nuovo comma 2 già esaminato); e che in caso di “deferimento della questione ad altro giudizio”, la prescrizione è sospesa “sino al giorno in cui viene decisa la questione”. Sempre al comma 1 è stato poi aggiunto il n. 3-ter) che prevede un’ulteriore ipotesi sospensione in caso di “rogatorie all’estero, dalla data del provvedimento che dispone una rogatoria sino al giorno in cui l’autorità richiedente riceve la documentazione richiesta, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria”.

2.3. All’art. 158 c.p., che come è noto disciplina il dies a quo della prescrizione, è stato aggiunto un ultimo comma, ai sensi del quale “Per i reati previsti dall’art. 392 comma 1-bis c.p.p. [si tratta di reati nei confronti di vittime vulnerabili quali maltrattamenti in famiglia, riduzione o mantenimento in schiavitù, prostituzione minorile e via dicendo] se commessi nei confronti di minore, il termine della prescrizione decorre dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa, salvo che l’azione penale sia stata esercitata precedentemente. In quest’ultimo caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato” (comma 10 dell’articolo unico).

2.4. La disciplina dell’interruzione è stata toccata sotto due profili. Anzitutto all’art. 160 comma 2 c.p. è stata introdotta una nuova causa interruttiva rappresentata dall’interrogatorio reso davanti “alla polizia giudiziaria, su delega del pubblico ministero” (comma 12 dell’articolo unico). Si tratta di un intervento volto colmare la lacuna della precedente previsione, operazione che le Sezioni Unite avevano escluso fosse percorribile in via interpretativa stante il carattere tassativo dell’elencazione degli atti interruttivi (cfr. SS.UU. 11 luglio 2001, n. 33543, Brembati, CED 219222). In secondo luogo, attraverso un intervento sull’art. 161 comma 2, alcuni reati contro la PA (tra cui quelli per i quali, come sopra accennato, il testo precedente licenziato dalla Camera prevedeva termini di prescrizione allungati) sono stati ricompresi tra quelli per cui l’interruzione della prescrizione può comportare un aumento della metà del tempo base necessario a prescrivere indicato dall’art. 157 c.p. Si tratta in particolare di: corruzione per l’esercizio della funzione (318), corruzione propria (319), corruzione in atti giudiziari (319-ter), induzione indebita (319-quater), corruzione di incaricato di pubblico servizio (320), casi di responsabilità del corruttore (321), nonché le stesse fattispecie laddove coinvolgano soggetti di cui all’art. 322-bis (membri, organi o funzionari di Stati Esteri, “Comunità europee” e Corte penale Internazionale), truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (640-bis) (comma 14 dell’articolo unico).

2.5. Ancora, viene in rilievo la modifica apportata all’art. 161 c.p.: mentre la versione precedente estendeva gli effetti della sospensione e dell’interruzione a tutti i concorrenti nel reato, in base alla nuova versione, fermi restando gli effetti erga omnes dell’interruzione, “la sospensione della prescrizione ha effetto limitatamente agli imputati nei cui confronti si sta procedendo” (comma 13 dell’articolo unico). Si tratta a prima vista dell’unica novità in bonam partem della riforma, giacché per i concorrenti nel reato non imputati nel procedimento dove si verifica una delle cause sospensive di cui all’art. 159 c.p. (tanto quelle nuove, quanto quelle già vigenti in precedenza), il termine di prescrizione continua a normalmente a decorrere.

2.6. L’ultima disposizione della riforma relativa alla prescrizione è il comma 15 dell’articolo unico, che ne disciplina gli effetti di diritto intertemporale: “Le disposizioni di cui ai commi da 10 a 14 [cioè tutte le modifiche alla disciplina della prescrizione] si applicano ai fatti commessi dopo la data di entrata in vigore della presente legge”. Considerata la natura sostanziale che la Corte Costituzionale assegna alla prescrizione (cfr. da ultimo la nota ordinanza n. 24 del 2017 relativa al “caso Taricco”), tale disposizione risulta superflua per quanto riguarda le novità sfavorevoli all’imputato (in primis le nuove cause di sospensione a seguito di condanna non definitiva), già inapplicabili ai fatti pregressi in forza del principio di irretroattività in malam partem; mentre al contrario svolge la funzione di impedire che le novità favorevoli possano retroagire ai fatti pregressi, in deroga all’art. 2 co. 4 c.p. Si tratta di una previsione che desta alcune perplessità. Come è noto, per consolidata giurisprudenza costituzionale, il valore tutelato dal principio della lex mitior «può essere sacrificato da una legge ordinaria solo in favore di interessi di analogo rilievo (quali – a titolo esemplificativo – quelli dell’efficienza del processo, della salvaguardia dei diritti dei soggetti che, in vario modo, sono destinatari della funzione giurisdizionale, e quelli che coinvolgono interessi o esigenze dell’intera collettività nazionale connessi a valori costituzionali di primario rilievo». Con la conseguenza che «lo scrutinio di costituzionalità ex art. 3 Cost., sulla scelta di derogare alla retroattività di una norma penale più favorevole al reo, deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo a tal fine sufficiente che la norma derogatoria non sia manifestamente irragionevole» (C. Cost. n. 393/2006, n. 6.3 del considerato in diritto; C. Cost. n. 72/2008, n. 12; C. Cost. n. 236/2011, nn. 10, 11). Sulla base di tale principio, come è parimenti noto, la Consulta ha dichiarato incostituzionale la disciplina sugli effetti intertemporali della legge ex-Cirielli nella parte in cui escludeva dai nuovi e più brevi termini di prescrizione i processi pendenti in primo grado per i quali vi fosse stata dichiarazione di apertura del dibattimento (sent. 393/2006); mentre ha successivamente respinto analoghe censure rivolte alla medesima disciplina transitoria nella parte in cui escludeva i processi per i quali il giudizio pendeva in grado d’appello (sent. 72/2008 e 236/2011). Ebbene, alla luce di questi precedenti, la norma qui in esame desta perplessità nella misura in cui esclude in radice che gli effetti favorevoli della riforma Orlando possano applicarsi ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore, senza alcuna distinzione in base alla fase in cui si trova il relativo procedimento (sempre che ve ne sia uno in corso), e dunque senza ancorare la deroga all’art. 2 comma 4 c.p. alla necessità di tutelare alcun confliggente interesse tra quelli menzionati dalla Consulta nelle ricordate pronunce. Va detto, peraltro, che la rilevanza pratica di questo problema potrebbe essere abbastanza ridotta, se non addirittura nulla: salvo errore, infatti, l’unica modifica favorevole introdotta dalla riforma in esame è quella già segnalata di cui all’art. 161 c.p., nella parte in cui sottrae agli effetti della sospensione i concorrenti che non risultino imputati nello stesso procedimento (v. supra par. n. 2.5.).

L’introduzione dell’art. 162-ter: “Estinzione del reato per condotte riparatore”

3. I commi da 1 a 4 dell’articolo unico introducono e disciplinano una nuova causa di estinzione del reato. Viene infatti aggiunto il nuovo articolo 162-ter c.p., rubricato “Estinzione del reato per condotte riparatorie”. Ne riportiamo di seguito il testo, suddiviso in tre commi:

“1. Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.

2. Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine di cui al primo comma, l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento; in tal caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma.

3. Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positive delle condotte riparatorie.”

L’ipotesi base di cui al comma 1 non lascia margini di discrezionalità al giudice rispetto al riconoscimento della causa estintiva. In tal senso milita inequivocabilmente l’utilizzo dell’indicativo “il giudice dichiara”, specie se raffrontato con il successivo comma 2 (v. infra), nonché con altre cause estintive dove il legislatore utilizza la locuzione “il giudice può…” (così, ad esempio, per la sospensione condizionale, l’oblazione speciale, il perdono giudiziale). In quest’ottica, l’inciso “sentite le parti e la persona offesa” dovrebbe essere inteso semplicemente come adempimento volto a verificare che l’imputato abbia effettivamente provveduto alle restituzioni; una volta accertata tale situazione, al giudice non rimarrebbe che dichiarare l’estinzione del reato. Viceversa, per le ipotesi in cui l’imputato, non avendo potuto adempiere entro il termine di cui al comma 1 per fatto a lui non addebitabile, chieda al giudice la fissazione di un termine ulteriore per provvedere al pagamento, il comma 2 prevede espressamente che il giudice ordini la sospensione del processo “se accoglie la richiesta”. Laddove il giudice ritenga di concedere all’imputato un secondo termine, è prevista la sospensione del processo e parallelamente anche del decorso della prescrizione, onde evidentemente scoraggiare manovre dilatorie.

Trattandosi di causa estintiva, essa travolge le pene principali, le pene accessorie, gli effetti penali della condanna e le misure di sicurezza, fatta eccezione per la confisca obbligatoria di cui al 240 co. 2 (tale eccezione, espressamente prevista dall’art. 162-ter, è dunque più ampia di quella che altrimenti deriverebbe dall’art. 240 co. 2 n. 2, il quale prevede la confisca “anche se non è stata pronunciata condanna” per le sole cose cd. intrinsecamente criminose).

Del nuovo art. 162-ter occorrerà valutare i rapporti con altri istituti che assegnano rilievo alle condotte risarcitorie o riparatorie in senso favorevole al reo, come per esempio la circostanza attenuante di cui all’art. 62 n. 6), o altre ipotesi di cause estintive subordinate a restituzioni e risarcimento. L’attenuante troverà ancora applicazione per tutti reati procedibili d’ufficio o rispetto a quali non sia ammessa remissione della querela. Lo stesso vale anche con riferimento alle altre ipotesi estintive, fermo restando che i loro rapporti con l’art. 163-ter saranno più nel dettaglio regolati dalla disciplina generale di cui all’art. 183 c.p. (che disciplina appunto il concorso di cause estintive).

Sul fronte del diritto intertemporale, il comma 2 dell’articolo unico prevede che le disposizioni del nuovo art. 162-ter c.p. “si applicano anche ai processi in corso alla data di entrata in vigore della presente legge”, precisando inoltre che in tali casi “il giudice dichiara l’estinzione anche quando le condotte riparatorie siano state compiute oltre il termine della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado”. Mentre la prima parte della disposizione appare superflua, avendosi a che fare con disciplina sostanziale in bonam partem retroattiva di default ex art. 2 co. 4 c.p., la seconda parte risulta opportuna e condivisibile nella misura in cui offre la possibilità di accedere alla causa estintiva anche a coloro per il quali il termine sancito dall’art 162-ter risulta già spirato al momento di entrata in vigore della riforma. La disciplina di dettaglio applicabile a questi casi è prevista dai successivi commi 3 e 4 dell’articolo unico.

Inasprimento del regime sanzionatorio di determinati delitti

4. Attraverso i commi da 5 a 9 dell’articolo unico, il legislatore inasprisce il trattamento sanzionatorio di alcuni delitti, intervenendo sulla relativa cornice edittale o sul regime delle circostanze. Si tratta – per inciso – di una scelta discutibile in quanto, specie con riguardo ad alcune delle fattispecie di reato interessate (si pensi ai furti aggravati), avrà come unici risultati quello di accontentare i palati populisti e soprattutto quello di aumentare la popolazione carceraria. Il sospetto, evidentemente, è che si sia trattato di moneta di scambio in sede parlamentare per ottenere il via libera sulle altre parti della riforma, in primis la prescrizione.

Di seguito, comunque le novità.

Per il delitto di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter co. 1 c.p. ), attualmente punito con la reclusione da quattro a dieci anni, si prevede la reclusione da sei a dodici anni.

Per le fattispecie di furto in abitazione e furto con strappo (art. 624-bis c.p.), attualmente punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da euro 309 a euro 1.032, si passa alla reclusione da tre a sei anni ed alla multa da euro 927 a euro 1.500. Per le ipotesi aggravate di cui al terzo comma (attualmente punite con reclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 206 a euro 1.549) viene prevista la reclusione da quattro a dieci anni e la multa da euro 927 a euro 2.000. Viene infine aggiunto, con l’introduzione di un nuovo comma, il divieto di equivalenza e prevalenza delle attenuanti con le aggravanti di cui all’art. 625 c.p. (ad eccezione delle attenuanti di cui agli articoli 98 e 626-bis c.p.), con la conseguenza che le relative diminuzioni di pena si opereranno sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alle aggravanti di cui all’art. 625.

Rispetto alle stesse aggravanti ex art. 625 c.p. si prevede un più severo aumento di pena, passandosi dall’attuale reclusione da uno a sei anni e multa da euro 103 a euro 1.032 alla reclusione da due a sei anni e multa da euro 927 a euro 1.500.

Al delitto di rapina (art. 628 c.p.) sono apportate tre modifiche. Viene aumentata la pena della fattispecie base (attualmente punita con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 516 a euro 2.065) prevedendo la reclusione da quattro a dieci anni e la multa da euro 927 a euro 2.500. Aumenta anche la pena minima per le ipotesi aggravate di cui al terzo comma: la reclusione passa da quattro anni e sei mesi a cinque anni; la multa da euro 1.032 a euro 1.290 (invariati i massimi edittali pari, rispettivamente, a venti anni di reclusione ed euro 3.098 di multa). Dopo il comma 3 viene introdotto un nuovo comma 4 che disciplina le ipotesi di concorso di più circostanze tra quelle previste dal terzo comma o di concorso tra una di tali circostanze ed le aggravanti comuni ex art. 61 c.p.: in tali ipotesi la pena minima sale ulteriormente portandosi a sei anni di reclusione ed euro 1.538 di multa (invariati, anche qui, i massimi).

Infine, per quanto riguarda l’ipotesi di estorsione aggravata di cui all’articolo 629 co. 2 viene aumentata la pena detentiva minima che sale da sei a sette anni di reclusione.
Stefano Zirulia

L’uovo e la mannaia. Di Gianni Fraschetti

(Giobbe Profeta) – È passata una settimana dalla “frittata”…ricapitoliamo e poniamoci qualche interrogativo.

DMentre l’attenzione nazionale era concentrata sul lancio della uova della discordia nel resto d’Italia nel totale silenzio dei media e delle istituzioni accadeva anche e soprattutto:

– RHO (MI): una ragazzina di 17 anni è stata stuprata da un marocchino di 19anni che le ha poi rubato il telefono;

– BATTIPAGLIA: un nigeriano ha violentato una tredicenne e ha massacrato di botte il cuginetto dodicenne che cercava si difenderla;

– MONZA: un 33enne della Guinea, finito poi in carcere per tentato omicidio di un richiedente asilo, tenta di stuprare una ragazza di Lecco;

– MILANO: un nigeriano irregolare cerca di violentare, in stazione, una ragazza di 25 anni che si difende con spray (razzista) al peperoncino;

– TORINO: un somalo aggredisce i poliziotti con un forchettone;

– PIOLTELLO (MI): un marocchino 33enne aggredisce e ferisce due poliziotti;

– MILANO: un nordafricano aggredisce a pugni tre agenti “colpevoli” di non avergli dato dei soldi;

– FERRARA: un ragazzo nigeriano è in coma dopo essere stato colpito alla testa con un machete da dei connazionali e un altro è ricoverato in gravi condizioni dopo da una coltellata inferta da un extracomunitario;

– BARI: un anziano di 72 anni è stato picchiato selvaggiamente da un rumeno poiché non gli ha dato 1 euro e 1 sigaretta come preteso dall’aggressore.

Nel frattempo la Cassazione ha stabilito che un migrante espulso può’ fermare l’iter di espsione facendo “domanda di asilo”, domande che spesso vengono presentate da associazioni compiacenti con veri e propri studi legali a disposizione, associazioni che vengono finanziate con sovvenzioni statali, con i NOSTRI soldi!!!

Solo qualche esempio in un _continuum_ di cronaca nera, relegata a trafiletti in “esima” pagina dai quotidiani.

Ora, chiedetevi come mai per un uovo tirato in faccia ad una atleta italiana di colore nero hanno invece scritto fiumi di inchiostro sulle maggiori testate giornalistiche nazionali ed hanno convocato comitati e manifestazioni, oltre che intasare radio e televisioni con interviste e inchieste solamente su questo caso…?

Certi idioti, chiesa _in primis_, senza neanche aspettare le indagini preliminari si sono subito affrettati a gridare al razzismo, tacciando questo episodio, testualmente, come un “attacco selvaggio di picchiatori razzisti contro persone di diverso colore delle pelle che sono diventati una EMERGENZA per l’Italia” (da un Twitter di Matteo RENZI).

Peccato che poi l’esecutore è risultato essere un cretino con tessera del PD figlio di Roberto De Pascali consigliere PD del comune di Vinovo ed ex candidato sindaco per il Partito Democratico…

A parte le giuste e sacrosante prese per i fondelli sul web, come mai le stesse testate di cui sopra non hanno speso altrettanto inchiostro nel dire la VERITÀ?

Allo stesso modo, per quale motivo tutti le violenze perpetrate da questa gentaglia contro onesti e indifesi cittadini italiani non vengono riportate con lo stesso clamore?

Perché quando qualche testata giornalistica invece prova a darne notizia viene tacciata immediatamente di essere di “destra”, di “romanzare” ed “amplificare” quanto accaduto?

MEDITATE GENTE e non mettete il “cervello all’ammasso” come vorrebbe qualcuno.

Qualcosa non torna, è evidente…eppure molti fanno finta di non vedere…e non mi riferisco ai politici, ma a VOI TUTTI!!!

Basta buonismo ottuso e radical chic, spesso invocato da chi vive sotto scorta a spese dei contribuenti, lasciati invece alla mercé di ogni genere di criminalità.

CARCERE E RIMPATRIO senza indugio alcuno per i delinquenti extracomunitari, lavori forzati ai delinquenti nostrani!!!

I MEDIA parlano di questi fatti a senso unico, preferiscono il popolo bue!!!

Svegliamoci e diffondiamo noi queste notizie/informazioni il più possibile!

È una VERGOGNA quello che sta accadendo in questo scassato quanto bellissimo paese chiamato ITALIA!

Casa nostra…riprendiamocela!!!!

A CHI FREGA DEL PRESIDENTE RAI?

38284540_1060616090772322_6705624322033057792_n

Diceva il vecchio saggio: “Cui prodest?”.[– Frase latina («a chi giova?»), tratta dal passo della Medea di Seneca, a. III, vv. 500-501, cui prodest scelus, is fecit «il delitto l’ha commesso colui al quale esso giova»; è appunto in questo senso che la domanda viene posta, nella sua formulazione abbreviata, quando si cerca di scoprire chi sia l’autore o il …(Treccani on line)]
Sono altre le cose che interessano al Cavaliere.
Inutile perdersi nei meandri di una discussione
senza costrutto. Allora diamoci una regolata
e parliamo chiaro. La faccenda Foa è strumentale:
il consigliere anziano Rai ha tutte le carte in regola
per fare il presidente, peraltro con poteri molto
limitati, perché così volle a suo tempo il Bomba.

[Il ruolo del Presidente della Rai si differenzia da quello dell’Amministratore delegato, ex Dirigente Generale. In seguito alla riforma voluta dal governo Renzi nel 2015 infatti, l’ex Dg, ora diventato Ad, ha acquisito “super poteri“, tanto da superare quelli del Presidente. Il Presidente non può infatti nominare di sua iniziativa i “direttori delle reti televisive, dei canali e delle testate” giornalistiche, né può assumere e promuovere dirigenti e giornalisti di ogni grado, decidendone la collocazione in azienda.]
È bene che tutti lo sappiano. Ormai in tanti hanno sgamato. Le frasi a effetto
del Cavaliere sono aria fritta e rifritta, come l’olio di certi ristoranti che spacca gli equilibri gastrici. Se Forza Italia sembra pronta a essere sostituita da “Altra Italia”, in un tentativo disperato di recupero rispetto all’abisso attuale, ci sarà pure una ragione. Ma non è questa la strada per riguadagnare milioni di voti perduti.

Guglielmo Donnini

[(…) La verità è che a B. del presidente Rai non frega niente, specie ora che quella carica conta poco o nulla. Di più: a B. non frega niente neppure della idee del presidente Rai. Anzi, per dirla tutta: a B. non frega niente delle idee, punto. Infatti ha sempre preferito i servi sciocchi ai berlusconiani intelligenti e dunque incontrollabili, tipo Vittorio Feltri. E, appena ha potuto, s’è liberato pure di Del Debbio, Belpietro e Giordano. Se ora Salvini gli avesse promesso un tg, o una rete, o entrambe le cose, B. avrebbe votato non solo Foa, ma pure Lenin e Trotzkij. Invece Salvini s’è recato al capezzale a mani vuote, senza nemmeno una poltroncina-omaggio. E l’anziano infermo se n’è lavato le mani, mettendosi in quelle di Letta, Tajani e altri reduci del Nazareno. Se ora qualcuno non lo riconosce più e gli rinfaccia l’incoerenza con le idee di centrodestra, vuol dire che non l’ha mai conosciuto. Montanelli, che lo conosceva bene, lo diceva già vent’anni fa: “Berlusconi non ha idee: ha interessi”.

(Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano – 3 agosto 2018)]

Ecco come Garibaldi e famiglia rinnegarono l’Italia, combattendo coi briganti

“… il felice regno (delle due Sicilie). Felice! poteva chiamarsi, giacché con tutti i vizi, di cui era incancrenito, il suo governo occupavasi almeno che non morissero di fame i sudditi … Si sa quanto solerte era il governo borbonico per far mangiar a buon mercato il pane ed i maccheroni … occupazione che disturba poco la digestione di coteste cime che governano l’Italia. Giù il cappello però, esse le cime hanno fatto l’Italia ed avranno fra giorni una statua in Campidoglio, non so di che roba”.

Sono queste parole scritte dal pugno di Giuseppe Garibaldi in persona, scritto nell’arco di tre anni, dal 1870 al 1872, nel testo intitolato “I Mille” (è disponibile gratuitamente cliccando QUI). In questa opera egli ammette di aver scritto le sue precedenti memorie in modo troppo romanzato, rimproverandosi di non aver steso un’opera valida dal punto di vista storiografico, quindi utile ai posteri, una mancanza cui vuole porre riparo proprio attraverso questo libro. In tale volume Garibaldi si scaglia ripetutamente contro Vittorio Emanuele II e il Governo, che egli, significativamente, definisce sabaudi piuttosto che italiani, e ciò perché si è reso conto che dietro l’appoggio di Cavour e del sovrano piemontese all’azione dei Mille non vi erano gli ideali, bensì calcoli e convenienze materiali. Egli sostanzialmente si pente di aver messo da parte la diffidenza verso i sabaudi, con cui non era mai andato d’accordo che non gli erano mai piaciuti, si pente di aver messo da parte il suo essere repubblicano, per consegnare il Mezzogiorno al Piemonte, per “aver unito l’Italia con l’aiuto del diavolo” (in questo caso per “diavolo” si potrebbe intendere, oltre ai piemontesi, anche tutta quella schiera di uomini corrotti e poco raccomandabili che favorirono la conquista delle Due Sicilie, quali ad esempio Liborio Romano, che cercò l’appoggio della camorra e dandole un potere che ancora oggi soffoca la Campania, oltre alle altre organizzazioni criminali). Prova della scarsa affinità tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II è una lettera tra costui e Napoleone III, dove il piemontese ribadisce il fastidio che gli dà Garibaldi, che egli arresterebbe per la terza volta se non fosse per una crisi di Governo. Giuseppe Garibaldi, dal canto suo, sottolinea la codardia e la corruzione degli uomini al servizio di Vittorio Emanuele II e Cavour, attenti a quanto facevano i Mille solo per prendersene i meriti.

In merito ai Siciliani ed ai Napoletani (termine con cui intende gli abitanti del Mezzogiorno intero) il capo dei Mille afferma: “E questo governo sedicente riparatore, fa egli meglio degli altri? Egli poteva farlo! doveva farlo! Ma che! nemmen per sogno; coteste ardenti e buone popolazioni che con tanto entusiasmo avean salutato il giorno del risorgimento e dell’aggregazione alle sorelle italiane, sono oggi….. sì, oggi ridotte a maledire coloro che con tanta gioia un giorno chiamaron liberatori!“.

Si tratta dello stesso concetto espresso qualche anno prima, in una lettera all’amica Adelaide Cairoli: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Un vero e proprio pentimento, l’enorme assunzione di una enorme responsabilità che gli pesava sull’animo, perché cosciente che invece che liberatore egli è stato una marionetta nelle mani di avidi soggiogatori

Forse, tuttavia, la circostanza più importante, e d’altra parte pochissimo nota, è che un figlio di Giuseppe Garibaldi, Ricciotti, dal 1865 combatté al fianco dei briganti per scacciare i Piemontesi e formare la Repubblica, tentando in questa maniera di riscattare la figura del padre di fronte ai posteri. Un fatto che ha raccontato a Porta a Porta Anita Garibaldi, della quale Ricciotti è il nonno e, dunque, Giuseppe è il bisnonno, e che dichiara di possedere i documenti a prova delle sue affermazioni.

Il Figlio di Garibaldi combatte al fianco dei Briganti (Porta a Porta – Regno delle Due Sicilie).RICCIOTTI GARIBALDI SI UNI’ A RIBELLI CALABRESI CONTRO I SAVOIA NUOVI PADRONI DEL SUD

Intervista ad Anita Garibaldi, discendente di Giuseppe Garibaldi, all’interno della trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa

Nell’intervista viene rivelato un fatto poco noto: il figlio di Garibaldi, Ricciotti (nonno dell’intervistata), dopo aver assistito allo sfruttamento degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie si allea con i Briganti (i partigiani del Regno delle Due Sicilie). I Briganti? molti erano i partigiani del sud. Tutti quelli che prendevano le armi nei primi decenni del neonato regno d’Italia furono senza distinzione detti “briganti” dalle forze dell’ordine. Ciò avvenne, per esempio sul Matese con l’anarchico Bakunin (1876-78) che tentò una rivolta socialista che fallì miseramente proprio per mancanza dell’ideale patriottico che animò i veri briganti. Ciò era accaduto tra Maida e Filadelfia nel 1870 dove dichiarati liberali come il barone Bernardo Serrao si rivoltarono contro il governo italiano per il suo tradimento degli ideali mazziniani con il coinvolgimento di Ricciotti Garibaldi. Anche lì tutto fallì miseramente (addirittura in poche ore…) per l’assenza totale di grandi ideali condivisi dalla popolazione. E’ la solita confusione del termine “brigante” che in mala fede è accomunato a delinquenti comuni o a facinorosi sovversivi. Chi conosce la storia sa che i veri briganti furono connotati dalla lotta per i Borbone (vedere i rapporti militari) ed all’essere quasi tutti incensurati. Ricciotti intervenne su invito diretto del Serrao (traditore e combattente al Volturno) per difendere gli interessi territoriali di costui, assieme ai coartati contadini delle terre del barone. Nessun proclama borbonico, nessuna base popolare, nessuna simpatia per la guerra civile che insanguinava da anni il Mezzogiorno. Non consentiamo più di infangare la sacra memoria dei veri briganti del sud col dire che Ricciotti era uno di loro. Ricciotti era soltanto uno degli scontenti nella spartizione della torta risorgimentale, come il padre ritiratosi per dispetto a Caprera. Ricciotti tentò a Maida di accaparrarsi qualche fetta negata ma gli andò male perché la voracità dei Savoia predominava su tutto e tutti. 

Le vicende storiche meritano di essere analizzate nella loro complessità. Il risorgimento italiano fu portato avanti da ideologie ed interessi molto diversi fra di loro. La situazione economica e politica del Regno delle Due Sicilie merita anch’essa un discorso più approfondito che non si può riassumere in poche righe, sappiate solo che è stato si il Regno di alcuni importanti primati ma venne rovinato dallo scontro fra conservatorismo regio e quella parte di borghesia progressista che premeva per imporsi e che venne più volte azzerata dopo i vari moti del 1799, 1821 e 1848.
La vera storia del risorgimento italiano:
http://www.ilportaledelsud.org/rec-re…