SIAMO SICURI CHE POMPEO ABBIA PARLATO SOLTANTO DI TARIFFE E DI LIBIA?

Leader non si diventa.
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ROMA L’ALLEATO CHIAVE DELLA  NATO, DICE IL DIPARTIMENTO DI STATO
1° ottobre 2019

(ANSA) – Roma, 1 ottobre – Martedì il Segretario di Stato americano Mike Pompeo è arrivato in Italia per ampie discussioni con funzionari italiani. Secondo fonti diplomatiche, in cima all’agenda dei colloqui tra i massimi funzionari italiani e il primo segretario di stato italo-americano saranno: legami bilaterali, NATO, tariffe commerciali e la situazione nella Libia dilaniata dai conflitti. Pompeo ha incontrato martedì pomeriggio, presso il palazzo presidenziale del Quirinale, il presidente Sergio Mattarella alla presenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ha poi continuato a parlare con il premier italiano Giuseppe Conte presso l’ufficio del premier. Si dice che la recente ondata delle tariffe commerciali statunitensi sia tra i principali punti di discussione, così come la Libia, dove l’Italia ha sostenuto il governo di unità nazionale nella sua lotta con il forte orientale Khalifa Haftar. Pompeo non ha tenuto conferenze stampa martedì, ma affronterà uno dopo l’altro i colloqui con Di Maio mercoledì. Parlerà anche con la stampa dopo aver incontrato Papa Francesco, giovedì, prima di partire per vedere la sua casa ancestrale nella regione montuosa d’Abruzzo. Durante il viaggio dall’1 al 6 ottobre in Europa, andrà anche in Montenegro, nella Macedonia settentrionale e in Grecia. Durante il viaggio di Pompeo, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato, martedì, che “l’Italia è un alleato chiave della NATO, un leader e un garante della sicurezza nella comunità internazionale e un partner affidabile”. Ha affermato che “l’Italia svolge un ruolo cruciale nel garantire la sicurezza transatlantica, in particolare nel garantire il fianco meridionale della NATO attraverso la sua presenza in Libia e nel mondo, in Iraq, Kosovo, Libano e Afghanistan”. Il dipartimento ha ricordato che il presidente Donald Trump e il primo ministro Giuseppe Conte hanno annunciato il dialogo strategico USA-Italia a luglio 2018 per affrontare le minacce alla sicurezza e alla stabilizzazione nella regione del Mediterraneo. Ha affermato che “gli Stati Uniti non vedono l’ora di continuare l’eccellente cooperazione tra i nostri due paesi con il nuovo governo italiano, sia come alleati della NATO che come partner economici di lunga data”. L’unità transatlantica e le nostre relazioni bilaterali forti e durature “. Ha anche affermato che” le sfide globali di oggi sottolineano l’importanza di investimenti maggiori e sostenuti nella difesa. “Dobbiamo avere le capacità e la prontezza per schierare le forze in modo tempestivo per essere preparati alle minacce che l’Alleanza deve affrontare, comprese quelle del Sud. Funzionalità moderne e forze pronte rappresentano una forte postura dissuasiva. “Il dipartimento ha anche sottolineato:” Nel corso della nostra storia, gli italo-americani hanno arricchito il tessuto di ogni aspetto della vita americana. “” Più di 20 milioni di americani rivendicano con orgoglio l’eredità italiana, tra cui il Segretario. Il segretario Pompeo è il primo segretario di stato italo-americano. La sua famiglia proviene dalla regione centrale e montuosa dell’Abruzzo, che visiterà in questo viaggio ”.

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Elezioni Tunisia, vince ultra conservatore Saied. Fine Rivoluzione dei Gelsomini e più migranti

Elezioni Tunisia, vince ultra conservatore Saied. Addio Gelsomini,più migranti

Elezioni Tunisia risultati: Saied presidente, colpo a Rivoluzione Gelsomini

Soprannominato ‘Robocop’ perché si muove in modo rigido e un po’ meccanico, Kais Saied, il giurista ultraconservatore che si presenta come candidato indipendente e antisistema, è diventato il terzo presidente eletto a Tunisi dopo il trionfo, nel 2011, della rivoluzione dei Gelsomini che aveva disarcionato la dittatura di Zinedine el-Abidine Ben Ali. Dopo la sorprendente vittoria al primo turno con il 18,7 per cento dei voti, si è aggiudicato la vittoria con oltre il 75% dei consensi, davanti a populista magnate della televisione, Nabil Karoui, e sopo aver ottenuto l’appoggio di vari dei suoi rivali al primo turno, tra i quali il candidato di Ennahda, il partito religioso conservatore di tendenza islamista che vinse le municipali del 2018 e ha ‘bissato’ con le legislative di domenica scorsa.

Contro gli omosessuali, vuole ripristinare la pena di morte

Si era schierato con lui anche il primo ministro, Youssef al-Shahed, per un voto, aveva detto, contro la corruzione, una velata allusione a Karoui, messo in liberta’ lo scorso mercoledì dopo un mese e mezzo in prigione preventiva, perché accusato di evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Non si puo’ dire che sia un progressista, Saied. “Si volta pagina”, ha detto dopo la vittoria, lasciando intendere un percorso presidenziale segnato dal nazionalismo e dall’avversione verso i valori occidentali: vuole ripristinare la pena di morte, oggetto di una moratoria dopo il trionfo della rivoluzione; considera l’omosessualità un costume alieno dalla società tunisina, introdotta dall’estero per destabilizzarla ed è anche dubbioso sull’uguaglianza di genere, che vuole equiparare i diritti tra uomini e donne, come il progetto di legge di pari opportunità in campo ereditario, in contrapposizione alla Sharia.

Pietra tombale sulla rivoluzione dei Gelsomini

Protezionista in economia, ritiene che la principali riforma di cui il Paese ha bisogno è la decentralizzazione, una riforma che non potra’ attuare perché non di competenza della presidenza – e ha appena messo a punto altre proposte per rilanciare un’economia che soffre degli stessi problemi dei tempi di dittatura: corruzione e disoccupazione elevata che perpetuano la disuguaglianza, limitano le possibilità di sviluppo personale e spingono i flussi migratori. Anche se c’è chi teme che i giovani tunisini con questo esito elettorale cerchino ancora di più di arrivare in Europa, e in particolare in Italia. Negli ultimi mesi l’aumento degli sbarchi è motivato in gran parte dall’aumento di partenze proprio dalla Tunisia.

I poteri del Presidente

Il nuovo Presidente della Repubblica, professore di diritto costituzionale, dovrà sapersi muovere in un sistema prevalentemente parlamentare. I suoi poteri, definiti dalla Costituzione del 2014, sono di tre tipi: Affari esteri, Difesa e Consiglio di sicurezza nazionale. La divisione istituzionale dei poteri tra l’Assemblea dei rappresentanti del popolo del Bardo, la presidenza della Repubblica di Cartagine e il capo del governo della Kasbah, non è escluso si incanali verso nuovi conflitti politici.

L’ Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (ARP) è formata da 217 deputati, 199 eletti dai residenti in Tunisia e 18 dai tunisini all’estero, votati con il sistema proporzionale a liste bloccate e senza sbarramento. Ben 1.592 le liste, 642 delle quali “indipendenti”, 200 di più rispetto alle elezioni del 2014. La frammentazione del paesaggio politico con tendenze differenti ed articolate non facilita la formazione di una maggioranza.

George Soros, spuntano due donazioni sospette: non solo ong, ecco chi ricopre di denari

 

Fiore della vita

Da magnanimo filantropo ad avido finanziatore il passo può essere breve. George Soros, 8,3 miliardi di dollari il patrimonio stimato, è uno dei trenta uomini più ricchi al mondo. L’ imprenditore e attivista ungherese naturalizzato americano si è messo in testa di realizzare la società aperta teorizzata dal suo maestro, il filosofo Karl Popper, e da tempo ha deciso di investire parte dell’ immensa riserva di quattrini in associazioni, istituti e movimenti di mezzo mondo. Lo fa attraverso la sua Open Society Foundations, attiva anche in Italia dal 2008, quando il plurimiliardario ha cominciato a offrire supporto legale a chi osteggiava lo strapotere mediatico di Silvio Berlusconi e ad aiutare le minoranze Rom e Sinti.

Ognuno, naturalmente, dei propri soldi è libero di fare ciò che vuole, purché la provenienza sia lecita. Sul fatto che il riccone progressista agisca esclusivamente di buon cuore abbiamo parecchi dubbi, ma la cosa è nota. Semmai ci chiediamo come faranno ora i signori della Sinistra a continuare a negare l’ ingente quantità di denaro investita dalla Open Society nel nostro Paese, un fiume di soldi che – stando ai dati riportati con dovizia di particolari dall’ agenzia di stampa AdnKronos – sarebbe stato erogato a favore di una pletora di enti e ong che si occupano di immigrazione e Rom. Ma non solo, perché tra i beneficiari accertati vi sarebbero anche due partiti: i Radicali e pur indirettamente il Pd, come vedremo in seguito.

I VERSAMENTI
Al partito di Emma Bonino, in base alla ricostruzione dell’ Adn, nel 2017 sarebbero stati versati 298 mila 550 dollari “per promuovere un’ ampia riforma delle leggi italiane sull’ immigrazione attraverso iniziative che puntino a fornire aiuto agli immigrati e avanzare il loro benessere sociale”. Nel 2018 Soros avrebbe elargito 385 mila 715 bigliettoni all’ Asgri, l'”Associazione per gli studi giuridici sull’ immigrazione” che in passato ha pubblicato la rivista “Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” in collaborazione con Magistratura Democratica. E ancora: l’ anno scorso 230 mila 192 euro sarebbero stati destinati all’ Istituto Affari Internazionali presieduto dall’ ex commissario europeo Ferdinando Nelli Feroci. Il motivo della donazione? “Educare e favorire il dialogo con gli attori politici sui nuovi approcci all’ immigrazione e alle politiche di asilo europee, a beneficio di migranti, rifugiati e società ospiti”. Le donazioni in territorio italiano tra il 2017 e il 2018 sarebbero state 70. Non spicca per importo, ma è sicuramente curiosa, quella di 25 mila dollari all’ Università di Urbino “Carlo Bo” per un progetto riguardante la “mappatura dell’ informazione politica sui media italiani in vista delle elezioni politiche 2018”.

BENEFICIARI
Chi avrà voluto favorire con questa ricerca il plurimiliardario? Tendiamo a escludere Salvini o la Meloni, ma potremmo sbagliarci. Soros avrebbe poi dato un milione di dollari a Purpose Europe Limited. Cosa c’ entra con l’ Italia? Nulla, apparentemente. Se non fosse che l’ organizzazione a luglio dell’ anno scorso ha pubblicato il rapporto “Attitude towards National Identity, Immigration and Refugees in Italy”. Nel 2017 invece la Open Society avrebbe regalato 24.828 al dipartimento di Scienze Politiche dell’ Università di Perugia per una serie di incontri dedicati ai social media e alla comunicazione politica.

Cambiando tipo di destinatario, l’ Associazione 21 luglio avrebbe incassato 170.144 dollari per il sostegno alle comunità Rom e Sinti, una nobile causa, si capisce. Dicevamo del Partito Democratico: appare bizzarra, anche se sarà stata sicuramente del tutto lecita, la presunta elargizione nel 2018 di 83.500 bigliettoni americani per la “rivitalizzazione del parco pubblico di Ventimiglia”. Della somma, 58 mila 500 dollari sarebbero confluiti direttamente nelle casse del Comune allora guidato dal sindaco Dem Enrico Ioculano. Una coincidenza o c’ è stato dell’ altro? Noi siamo fermamente convinti della bontà e dell’ innocenza del gesto di Soros, e che quel parco fosse ridotto davvero male.

di Alessandro Gonzatoboeri-soros

Defying Pentagon, Trump Backs Turkish Operation in Syria Targeting U.S.-backed Kurds 

U.S.-backed militia says American forces failed to meet their commitments, as Washington informs Kurds it wouldn’t protect them against imminent Turkish incursion into northeastern Syria to ‘clear terrorist elements’ReutersThe Associated Press and Haaretz  Oct 07, 2019 2:37 PM  6comments    Zen Subscribe now

Erdogan and Trump during a meeting on the sidelines of the G-20 summit in Osaka, Japan, June 29, 2019
Erdogan and Trump during a meeting on the sidelines of the G-20 summit in Osaka, Japan, June 29, 2019Pool Presidential Press Service 

American troops began withdrawing Monday from their positions along Turkey’s border in northeastern Syria, in a major shift in U.S. policy harshly criticized by its Kurdish allies, which came despite Pentagon officials’ support for maintaining American presence in the region.

The partial pullout comes ahead of an anticipated Turkish invasion, which U.S. President Donald Trump endorsed in a Sunday phone call with Turkish President Recep Tayyip Erdogan and that U.S.-backed Kurdish-led forces say will overturn five years of achievements in the battle against the Islamic State group.

“Despite our efforts to avoid any military escalation with Turkey and the flexibility we have shown to move forward in establishing a mechanism for the security of the borders …, the American forces did not fulfill their commitments and withdrew their forces from the border areas with Turkey,” U.S-backed Kurdish-led Syrian Democratic Forces, which controls most of the area, said in a statement.

“We will not hesitate for a moment in defending our people” against Turkish troops, the Syrian Kurdish force said, adding that it has lost 11,000 fighters in the war against ISIS in Syria.

“There were assurances from the United States of America that it would not allow any Turkish military operations against the region,” SDF spokesman Kino Gabriel said in an interview with al-Hadath TV on Monday.

The SDF had been “completely committed” to a U.S.-guaranteed deal for a “security mechanism” for the border area, he added. “But the (U.S.) statement today was a surprise and we can say that it is a stab in the back for the SDF,” he said.

Unire all’IMU la Tasi (Tassa sui servizi indivisibili), significa sganciarla dal costo dei servizi indivisibili, per, poi, aumentarla.

Rischio rincari con la fusione di Imu e Tasi

Confedilizia boccia la proposta di fondere Imu e Tasi in un unico tributo: togliere il legame della seconda con i servizi erogati permetterebbe aumenti arbitrari ai Comuni

di Teresa Campo

Imu e Tasi

Feltri: “Adesso basta. Siamo oltre i limiti della sopportazione”

 

di Vittorio Feltri

Adesso basta. È arrivato il momento di uscire dalla ipocrisia e di dire le cose che pensiamo davvero. Dei migranti non ce ne importa un fico secco. Vadano dove vogliono, ma la smettano di puntare all’Italia quale meta. Non ce ne frega nulla delle Ong (Organizzazioni non governative) né, tantomeno, dei loro scopi umanitari. Non crediamo alle fanfaluche dei piagnoni che sostengono la necessità di salvare in mare i migranti. I quali – è nostra convinzione – non scappano da zone di guerra e neppure di miseria, ma emigrano pagando prezzi salati agli scafisti per giungere qui e farsi mantenereda un Paese che si è costruito volontariamente la fama di grande sacrestia disposta a ricevere chiunque.

Chi salpa dalla Libia con l’intenzione di attraccare a Lampedusa, o posti del genere dove ci siano dei pirla pronti a spalancare le porte, non è un disperato ma un opportunista con la faccia di bronzo che intende sfruttare la greppia onde mangiare gratis. Se è vero che il cinismo è una succursale dell’intelligenza dobbiamo cessare di farci impietosire da gente che farebbe meglio a rimanere a casa propria, il luogo migliore per maturare lavorando, e rifiutarci di soccorrere gli accattoni destinati a pesare sulle nostre spalle.

In altri termini, sempre più crudi, ne abbiamo piena l’anima di recitare nel ruolo dei buoni samaritani al servizio di madame Boldrini e soci piagnucoloni: pretendiamo che nessuno ci infligga l’obbligo di pagare il conto salato dell’immigrazione. Coloro che si avventurano nel Mediterraneo per approdare nel Bengodi della Penisola si arrangino, rinunciamo a ripescare uomini e donne che poi ci restano in gobba per anni.

Ci siamo impoveriti a causa della crisi economica provocata da banche ladre e dalla moneta unica nonché da una Ue deficiente, e non abbiamo i mezzi per nutrire orde di neri ignoranti e desiderosi di vivere a sbafo, quindi blocchiamo gli sbarchi senza fare tante storie, a costo di irritare il Papa, i parroci, i curati e i progressisti che amano i popoli stranieri, magari islamici, e detestano il nostro.

Siamo stanchi di subire l’umanitarismo straccione di quelli che poi sfruttano gli extracomunitari per arricchirsi creando un nuovo schiavismo. Finiamola di prenderci in giro e di frignare su quelli che lasciano la loro terra e sanno già che, a poche miglia dalla costa africana, saranno issati su navi le quali li condurranno qui, gratis, e verranno affidati alla pubblica beneficenza, ovviamente finanziata da noi contribuenti straziati dal fisco.

Siamo oltre i limiti della sopportazione. Tra un po’ ci abbandoneremo alla protesta e poi alla ribellione. Diventeremo razzisti, altro che omofobi. I partiti predicatori dell’accoglienza non prenderanno più un voto, ma molti calci nel deretano.
Sarà una festa.

L’Italia faccia da ponte tra Usa e Russia

Giulio Sapelli: il vecchio Agnelli costruiva le littorine per l’Urss ai tempi di Stalin. Al tempo di Krusciov e Breznev è stata fondata una città intitolata a Togliatti, Togliattigrad, E Trump con i dazi cerca di evitare che l’Europa affondi a causa della deflazione tedesca

di Franco Adriano

Vittoria Leone: «Un anonimo mi scrisse dov’era il covo di Moro, la lettera fu ignorata»

Parla la moglie del presidente Giovanni Leone: «Ogni sforzo di mio marito per liberarlo fu inutile, il suo destino era già segnato. Venivo definita l’ambasciatrice della moda italiana, ne ero molto orgogliosa. Andreotti era un ingenuo»

Vittoria Leone: «Un anonimo mi scrisse dov'era il covo di Moro, la lettera fu ignorata»
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Lei si sente donna Vittoria, come la chiamavano i giornali, o la signora Leone?
«Per me non ha mai fatto differenza. La mia vita privata ha sempre coinciso con quella pubblica di mio marito. Avevo 28 anni quando divenne presidente della Camera, 36 quando fece per la prima volta il presidente del Consiglio, 44 quando fu eletto capo dello Stato. Ora non ci sento così bene come prima; e mi piace pensare di essere chiamata semplicemente Vittoria dalle persone più vicine».

Qual è il suo primo ricordo?
«La mia bicicletta Wolsit di Legnano. Andavamo a scuola a piedi o in bici, con qualsiasi tempo. Mio padre, medico, aveva una macchina; ma non veniva messa a disposizione dei bambini. Allora non si cresceva viziati. Avevo anche un cane. Mi morse, ma non lo dissi: temevo che lo punissero. Ero sicura di aver preso la rabbia, la notte pregavo di morire in fretta».

Come finì?
«Feci la cura antirabbica».

La sua famiglia è di origine inglese?
«Un trisavolo, Andrea Graefer, architetto botanico, fu chiamato dai Borbone per progettare i giardini inglesi della reggia, che ancora oggi portano il suo nome. Si innamorò di una casertana. La mia famiglia viene da lì».

Quando ha visto per la prima volta l’uomo che sarebbe diventato suo marito?
«Giovanni venne a casa nostra con mio fratello Luigi. La guerra era appena finita. Era professore universitario, e tenente colonnello alla procura militare di Napoli: aveva liberato tutti i prigionieri per sottrarli alla vendetta nazista, poi era scappato travestito da prete. Mio fratello era tenente. Divennero amici. Così me lo vidi comparire a casa».

È vero, come ha scritto Vittorio Gorresio, che si offrì di raccomandarla per l’esame di maturità?
«È vero, e io pensai: ma che invadenza! Alla fine l’esame non lo diedi. Mi sposai prima, il giorno del mio diciottesimo compleanno».

Lo sa cosa viene da pensare nel vedere le vostre fotografie? Lei era bellissima; lui no. E aveva vent’anni di più. Com’è potuto nascere il vostro amore?
«Me lo sono chiesto anch’io. Non esistono spiegazioni razionali. Accadde. Certo lui mi aveva affascinato con fiumi incessanti di parole. Mi aveva stordito con la sua testa».

Cosa l’ha colpita di Giovanni Leone?
«Un carattere fuori dagli schemi, un’immensa cultura, una rara capacità di ragionare e convincere. E un grande senso dell’umorismo. Era molto curioso, di mente aperta, di una lungimiranza fuori dal comune, di un’umanità straordinaria. Non mi dette il tempo di capire quello che stava succedendo, ed eravamo già sposati».

Com’era la vita quotidiana al suo fianco? È vero che lui di notte leggeva, mangiava, accendeva e spegneva la luce di continuo?
«Giovanni ha sempre sofferto di insonnia. Libri e discorsi li scriveva di notte. Era il terrore delle dattilografe che dovevano trascrivere blocchi interi partoriti nottetempo. A un certo punto abbiamo deciso di dormire in stanze separate, ma comunicanti. Non era facile reggere i suoi ritmi forsennati. Amava stare in compagnia, spesso mi trovavo ospiti a casa senza preavviso. Una cosa è certa: con lui non ci si poteva annoiare».

Leone era presidente del Consiglio quando incontraste Kennedy. Che impressione le fece?
«Volendomi fare un complimento galante, mi disse, in inglese: “Ora capisco il successo di suo marito”. Risposi che all’evidenza gli sfuggivano le doti di Giovanni».

In sostanza, ci provò…
«Ma no, voleva essere simpatico. Era una persona affascinante, nello stesso tempo educata e concreta. Adorava Napoli, dove fu accolto da due milioni di persone. Ho ancora la lettera che scrisse a Giovanni. Vuole vederla? Guardi qui in fondo. Kennedy scrisse “Viva Napoli” di suo pugno. È datata luglio 1963. Gli restavano quattro mesi».

E Jackie?
«Bella. Elegante. Altera».

Fanfani e Moro: i cavalli di razza democristiani. Chi erano veramente?
«Moro era molto legato a mio marito, era stato suo assistente di diritto penale all’università di Bari. Il destino li volle entrambi candidati della Dc al Quirinale: votarono i gruppi parlamentari; Giovanni vinse per otto voti, e Aldo fu leale, non armò i soliti franchi tiratori».

Com’era Moro?
«Un uomo triste. Veniva a trovarci nella nostra casa di Roccaraso, si sedeva, e stava zitto. Non parlava quasi mai, ma quando parlava non smetteva più; e non si capiva niente. Avevamo un barboncino nero e l’avevamo chiamato Moro. Suonarono alla porta e lui si agitò, io lo rimproverai: “Moro piantala, Moro stai buono!”. Poi andai ad aprire: era Moro, quello vero. Ci era rimasto malissimo».

Come ricorda i giorni del suo rapimento?
«Mio marito è l’unico democristiano che Moro non abbia maledetto nelle sue lettere. Fece disperatamente e inutilmente di tutto per farlo liberare. Ma avemmo la sensazione che fosse un destino segnato».

Perché dice così?
«Arrivò una lettera anonima, indirizzata a me, che segnalava il covo brigatista. La portai al ministero dell’Interno. La ignorarono. Quando la chiesi indietro, mi dissero che era sparita. E le Br lo uccisero poche ore prima che Giovanni firmasse la grazia per una terrorista malata che non aveva sparso sangue, Paola Besuschio».

Anche Fanfani era per la trattativa.
«Fanfani era uomo di partito, oltre che delle istituzioni, mentre mio marito incarichi di partito non ne volle mai, per non trovarsi a gestire troppi compromessi e giochi di potere. Questo talvolta li allontanava, nonostante avessero un ottimo rapporto personale. Io ero molto amica di sua moglie Biancarosa, che scomparve prematuramente. Poi lo sono stata di Mariapia».

Su cosa Leone e Fanfani si trovarono lontani?
«Il referendum sul divorzio. Lo scontro fu duro e lungo. Fanfani lo volle a tutti i costi. Giovanni era contrario: “Servirà solo a sancire che siamo minoranza” diceva. E questo non lo fece amare da Papa Montini».

Che opinione si è fatta di Andreotti?
«L’ho sempre considerato un amico di famiglia. Adorava giocare a carte con me e alcuni amici comuni. Giovanni condivideva la sua apertura a Mosca e al Medio Oriente. Lo considerava un grande politico che, a dispetto di quel che si crede, alternava all’astuzia anche momenti di ingenuità».

Ingenuo, Andreotti?
«A volte si fidava troppo degli altri».

Come ricorda i leader che incontrò? Ford, lo Scià, Pompidou…
«Pompidou e la moglie erano due persone straordinarie: lei simpatica e cordiale, lui statista con una visione. Ford era una persona schiva e sincera, però la sensazione era che comandasse Kissinger: uomo brillante, di apparente bonomia, ma dagli occhi cattivi. Anche al Cremlino si faceva notare di più Gromyko, che parlava un ottimo inglese, che non Breznev, uomo timido, introverso. Lo Scià era un leader illuminato ma taciturno: sapeva molte lingue e non ne parlava nessuna».

Franco lo incontrò mai? E Peron?
«Franco mai. Ho un bel ricordo di Juan Carlos, che conversava amabilmente in un ottimo italiano. Peron venne con Isabelita e propose che il nostro governo comprasse un pezzo di Argentina, per risanare il loro debito pubblico. Mio marito e io ci guardammo imbarazzati; poi lui con le sue doti diplomatiche sbrogliò la situazione».

E tra le mogli chi la colpì di più? Farah Diba?
«Una donna dolcissima e intelligente. A Teheran parlammo in inglese a lungo e ci trovammo d’accordo su molte cose, dall’educazione dei figli alla moda. Volle sapere chi era il mio stilista. Quando le dissi Valentino, non si stupì: sapeva riconoscere l’eleganza. Erano gli anni in cui mi definivano l’ambasciatrice della moda italiana nel mondo, ne ero così orgogliosa… Mi colpì molto anche la regina Fabiola. Lei e Baldovino erano visceralmente legati al loro popolo».

La regina Elisabetta era ancora giovane.
«La prima volta che la incontrai aveva 35 anni, mio marito era presidente della Camera. I nostri figli avevano una governante inglese, miss Bertha. Elisabetta la volle conoscere. Miss Bertha svenne in avanti per l’emozione. Ci spaventammo».

E la regina?
«Imperturbabile».

Con suo marito andaste da padre Pio.
«Non amava i politici e ci trattò con durezza. Però mi diede tre rosari: “Per i suoi figli”. “Ma io ne ho solo due, Mauro e Paolo”. “Ne prenda tre” disse. L’anno dopo nacque Giancarlo».

Lei è considerata la prima e ultima first-lady italiana. Perché siamo allergici a questo ruolo?
«La prima fu Ida Einaudi. Si affezionò molto a me. Anche troppo, voleva sempre che la accompagnassi… Saragat, presidente prima di Giovanni, era vedovo. Gli altri predecessori erano molto più anziani. Il Paese non era abituato a vedere al Quirinale una famiglia al completo, con moglie giovane e figli piccoli. Del resto, né Mussolini né i Savoia hanno evidenziato figure femminili accanto a loro, per scelta. Veniamo da un passato maschilista. E restiamo il Paese dove la maldicenza primeggia e il rispetto delle istituzioni è dote rara».

Da sinistra foste accusati di aver trasformato il Quirinale in una reggia. Poi venne il libro della Cederna. Cosa provò nel leggerlo?
«Ero troppo impegnata a sostenere mio marito per avere il tempo di metabolizzare quelle ingiurie. Eravamo una famiglia normale, che conduceva una vita normale in un contesto eccezionale. La campagna denigratoria del gruppo Espresso e il libro della Cederna furono palesemente un’orchestrazione per colpire il cuore dello Stato, il cui presidente veniva dalla Democrazia cristiana, e un’ambigua operazione anche commerciale, per accreditarsi come la vera controinformazione. La fonte principale della Cederna era OP di Mino Pecorelli, agenzia ricattatoria e legata ai servizi segreti deviati e ai poteri occulti dell’epoca. La maldicenza trovò terreno fertile anche nel Pci e nei radicali».

Un capitolo era intitolato «I tre monelli»: i suoi figli. Come reagì?
«I tre monelli era il nome della nostra casa di Roccaraso. Neanche i ragazzi, nonostante fossero giovanissimi, furono risparmiati dalle diffamazioni della Cederna: talmente ridicole da non poter essere prese sul serio. E così fu. Io però capii che si stava aprendo una voragine nel nostro Paese: in nome della faziosità e di interessi di varia natura, nessuno sarebbe stato più risparmiato».

Chi costrinse suo marito a lasciare, i democristiani o i comunisti? Leone era un intralcio sulla via del compromesso storico?
«Lo scopo era favorire un cambio nella gestione del Paese a favore della sinistra, spostando il baricentro democristiano. Alla campagna si unirono altri soggetti interessati: la P2, già in azione ma ancora ignota ai più; politici e ministri Dc in odore di corruzione; membri del governo contrari all’apertura di mio marito per salvare Moro. Quell’immenso polverone riuscì per un po’ a distrarre l’opinione pubblica dai veri scandali, destinati comunque a esplodere. Leone si dimise perché la Dc non lo difendeva dagli attacchi interessati del Pci. Proprio quella Dc che qualche mese prima lo aveva implorato di non dimettersi come lui avrebbe voluto, per potersi difendere meglio. Tutto cambiò con la terribile morte di Moro».

Perché?
«Quella tragedia, che si poteva evitare se gli avessero lasciato firmare la grazia, spinse Dc e Pci a forzare un ricambio, una ripartenza scioccante, fornendo al Paese un capro espiatorio. Così uccisero anche Giovanni Leone, psicologicamente e umanamente».

Lei provò a convincerlo a non dimettersi?
«Non dovevo, perché lui era determinato da tempo a lasciare. Voleva farlo già nel 1975, quando il suo messaggio alle Camere rimase ignorato. La politica gli chiese di restare e lui, galantuomo fino in fondo, aderì fino a quando la politica gli chiese il passo indietro. In questo dimostrò di essere molto diverso dal suo partito, per correttezza e onestà. Come quando disse no a Togliatti…».

Togliatti?
«Quando Giovanni era presidente della Camera, il leader comunista gli disse riservatamente che avrebbe fatto convergere voti del Pci su di lui per il Quirinale, se avesse preso tempo prima di indire una nuova votazione. Lui declinò l’offerta, e convocò subito la votazione che elesse Segni. Quanti altri politici si sarebbero comportati così?».

È vero che cadde in depressione?
«Era amato e popolare; una campagna infondata lo precipitò nel mondo che aveva sempre combattuto, quello dell’illegalità e del sospetto. Fu come essere colpito da un fulmine. Non era preparato, non poteva esserlo. Non aveva gli strumenti di difesa tipici dei corrotti, che sono sempre pronti a tutto. Lui era del tutto indifeso. Sì, cadde in una depressione da cui non si riprese più. Gli sono stata accanto per altri 23 anni, e con me i figli. Ma non era più lui. Era la testimonianza vivente e dolente del sacrificio di una persona troppo perbene».

Però lei conosceva il dolore. Aveva perso un figlio, Giulio, a 5 anni, per la difterite.
«Dopo aver visto la guerra, la morte di Giulio, la malattia di Mauro, che da piccolo fu colpito dalla poliomelite, non potevo impressionarmi di fronte alla meschinità e alla falsità. Per il nostro bambino, Giovanni scrisse allora un libro per pochi, Dialoghi con Giulio. Non riesco a rileggerlo perché ancora oggi mi commuove. Penso a lui sempre. Era di una dolcezza senza confini».

Come si comportò con voi il successore, Pertini?
«Rapporti formali. Giovanni non se ne meravigliò. Lo conosceva troppo bene».

Molti anni dopo i radicali chiesero scusa.
«Ne fui sorpresa. Mi ero fatta un’idea molto diversa di Pannella. Con la Bonino fece un atto di onestà intellettuale, scusandosi per le accuse ingiuste di anni prima. Mi commossi: Giovanni lo meritava. Il Pci invece non si è mai scusato. Anche se Napolitano da presidente ebbe parole durissime contro quella campagna».

Suo marito però fu al centro di altre polemiche: dalla difesa della Sade nel processo sul Vajont, alla famosa foto delle corna agli studenti di Pisa. «Da avvocato ha sempre sostenuto le cause giuste. La difesa della Sade non andava contro le vittime; serviva per stabilire la verità dei fatti. Lasciò presto l’incarico per impegni istituzionali. Da penalista amava difendere i più deboli, gratis. Quel gesto delle corna fu istintivo: era il suo modo di rispondere ai contestatori violenti che gli urlavano “a morte Leone!”. Apparteneva al suo spirito napoletano. Anche in questo non era un politico di professione; era un grande giurista prestato alla politica».

Lei come immagina l’aldilà?
«Sono credente, ma proprio per questo vivo incertezze che tengo per me. Nella nostra cappella di famiglia a Napoli è scolpita una frase di san Paolo: Vita mutatur, non tollitur».

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BAMBINE SENZA VOCE.

La barbarie che avanza!

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di Lorenzo Capellini Mion

 

L’Iraq e la piaga di ragazzine, anche di 13 anni, che vengono vendute nei cosiddetti “matrimoni di piacere” che possono durare fino a un’ora, il tempo di un rapporto sessuale.
Le ragazze sono in genere offerte da imam sciiti, tra i sunniti la pratica in se stessa sarebbe proibita, in base alla Sharia che permette la pratica dei matrimoni a tempo.
Ci sono bambine e ragazze che non sanno nemmeno elencare il numero delle volte che sono state concesse in “spose”. Generalmente si approfitta di ragazzine che non vanno a scuola, che non sanno leggere e scrivere, che per la loro condizione di inferiorità tramandata da 1400 anni possono essere facilmente sfruttate dagli uomini che offrono loro tali “matrimoni” in cambio di pochi soldi e il silenzio.
Ad esempio il contratto offerto dal chierico che benedice il “matrimonio” ha sì una data di scadenza, ma una ragazzina che non sa leggere non è nemmeno in grado di saperlo.
Sotto il regime del dittatore Saddam Hussein l’infame pratica coranica dei matrimoni temporanei era vietata e severamente punita, in Iran è invece pratica abituale nonché legale.
Poi ci ha pensato il globalismo ad esportare la democrazia facendo ripiombare l’Iraq sotto tutela iraniana e sotto il tallone della legge islamica.
Lo stesso globalismo che ora che ci impone in nome del grande inganno travestito da solidarietà di importare questa “cultura” come se non ci fosse un domani; in Germania le corti si stanno gradualmente piegando autorizzando sposalizi con bambine, fino alla poligamia. È solo l’inizio e non è un problema esclusivamente tedesco.
Chiaramente tutti muti di fronte a queste infanzie rubate, perché la verità è odio, perché la reputazione della religione di pace viene prima di qualsiasi cosa, perché se parli sei un razzista.
E così il destino è segnato, come quello di queste bambine senza voce.

 

 

Come Rockefeller ha fondato la grande Big Pharma e ha scatenato la guerra contro la medicina naturale

How Rockefeller Found Big Pharma AND Waged War On Natural Cures

È stato detto che la famiglia Rockefeller ha influenzato la società moderna in una certa misura, ma ciò che la maggior parte non capisce è quale impatto abbiano avuto . Il nome della famiglia è stato ora collegato alla soppressione della medicina naturale per fondare grandi aziende farmaceutiche e fare soldi.

L’Occidente ha l’assistenza sanitaria migliore e più redditizia al mondo

L’occidente ospita alcune delle migliori case sanitarie al mondo. Chiunque in un’emergenza che necessita di cure mediche tempestive sta meglio di chi vive altrove. In Occidente, le persone ricevono un’assistenza sanitaria molto migliore di quella che viene offerta in una nazione stabilita. Tuttavia, viene spesso trascurato il fatto che l’assistenza sanitaria è ora un’industria da svariati miliardi di dollari in occidente.

La medicina tradizionale di oggi si basa sul trattamento di persone che sono malate di droghe, radiazioni e operazioni che sono molto costose. Ciò che molte persone non capiscono è che la famiglia Rockefeller è stata la prima a riconoscere l’opportunità di sfruttare appieno quello che è diventato un ecosistema con enormi profitti.

Chiunque metta in discussione Big Pharma è bollato come un ciarlatano e un teorico della cospirazione.

Oggi viviamo in un mondo di censura sui social media e chiunque osi persino mettere in discussione le intenzioni di una qualsiasi grande azienda farmaceutica è bollato pazzo e ha l’etichetta di un folle teorico della cospirazione. Tutte le informazioni fornite in merito al recupero di proprietà residenziali o commerciali di pratiche e impianti olistici che non possono essere brevettate sono notizie fasulle in quanto considerate minacce alle droghe delle grandi aziende farmaceutiche.

John D. Rockefeller si è reso conto prima dell’opportunità. Era un magnate del petrolio che fu la prima persona negli Stati Uniti a diventare miliardario. All’inizio del 20 ° secolo, aveva il 90% di controllo sulle raffinerie di petrolio negli Stati Uniti con la sua compagnia Standard Oil. Nel 1900, i ricercatori hanno scoperto prodotti petrolchimici e hanno scoperto che era possibile estrarre molti prodotti chimici dal petrolio. La prima plastica, che era in bachelite, fu prodotta nel 1907 dal petrolio.

John D Rockefeller Family

Turning Point Came On Realization Pharmaceutical Drugs Could Come From Oil

La svolta è arrivata quando i ricercatori hanno scoperto che le vitamine potevano essere prodotte dal petrolio e si presumeva che anche i farmaci. Questa è stata un’opportunità finanziariamente gratificante per Rockefeller poiché ha concluso che poteva monopolizzare non solo il settore petrolifero ma anche le industrie chimiche e mediche. I prodotti petrolchimici sono stati una nuova scoperta che potrebbe essere brevettata e che avrebbe comportato il massimo delle entrate. L’unica cosa che ha fermato Rockefeller era il fatto che i rimedi erboristici e naturali erano popolari negli Stati Uniti a quel tempo. Circa la metà dei professionisti medici negli Stati Uniti praticava la medicina olistica, sulla base delle intese di europei e nativi americani.

Evolution Of Standard Oil The History CompanyCiò significava che Rockefeller doveva sbarazzarsi di quella che era una competizione significativa. Ha usato una strategia che è stata provata nel tempo, soluzione di reazione al problema. Il concetto funziona quando si sviluppa un problema che porta il terrore alle persone e offre loro una soluzione che era stata pianificata. Ha avuto l’aiuto di Andrew Carnegie; aveva fatto un sacco di soldi monopolizzando l’industria siderurgica. La Carnegie Foundation mandò Abraham Flexner in viaggio per la nazione e gli fu affidato il compito di riferire lo stato delle strutture mediche insieme alle università mediche negli Stati Uniti. Ciò ha portato al Rapporto Flexner e alla fine ha portato ai moderni farmaci di oggi.

Il Rapporto Flexner fu condotto a praticanti di medicina olistica incarcerati

Il rapporto affermava che era necessario un rinnovamento insieme alla centralizzazione delle istituzioni mediche. A seguito del rapporto, metà delle università mediche sono state chiuse. Furono spazzati i farmaci naturali e l’omeopatia e alcuni dei professionisti medici che praticavano la medicina olistica furono mandati in prigione. Rockefeller ha donato oltre 100 milioni di dollari a strutture mediche e college per aiutare con la transizione e per cercare di cambiare idea di medici e ricercatori. È stato inoltre fondato il Consiglio per l’istruzione generale.

Non molto tempo dopo che le università mediche furono omogeneizzate e strutturate e gli studenti si resero conto che la medicina utilizzava farmaci brevettati. Agli scienziati sono state inoltre concesse enormi sovvenzioni per studiare le proprietà residenziali o commerciali di recupero di diverse piante e come sono state in grado di curare le malattie. Quello che stavano davvero facendo era trovare i prodotti chimici nelle piante e quindi ricreare il composto in modo che potesse essere brevettato.

Natural Medicine Dietary Supplement Alternative Health Services

Cure per malattie come il cancro sarebbero dannose per gli affari

100 anni dopo e le università mediche producono medici che non sanno nulla delle pratiche olistiche o dei numerosi benefici che le erbe hanno da offrire. Il governo degli Stati Uniti investe il 15% della voce nazionale lorda nell’assistenza sanitaria tradizionale. Questo è un sistema incentrato sui sintomi e produce una raffica di clienti paganti che non finiscono mai.

Nonostante i progressi della medicina, non esiste ancora una cura per il cancro, il diabete, l’autismo, l’asma o persino il raffreddore comune. Le cure per una di queste malattie sarebbero dannose solo per gli affari. John D. Rockefeller era persino dietro l’istituzione dell’American Cancer Society nel 1913.

L’accaparramento di denaro della medicina